Terremoto in Nepal: fate presto!

Il terremoto ha devastato Kathmandu e i campi alpini sull’Everest sono scomparsi, ma fino ad ora non si era ancora parlato dell’area rurale. Giampaolo Visetti riferisce che decine di villaggi del Nepal sono stati inghiottiti dalle frane: “manca acqua, luce, cibo e gli aiuti non arrivano, i sopravvissuti dormono all’aperto in tende improvvisate“.
Il bilancio, fino ad ora, è di 4.485 morti e 8.235 feriti, ma il Primo Ministro nepalese teme che le vittime possano salire a 10.000.
Intanto, l’Onu riferisce che sono 8 milioni le persone colpite dal sisma (un milione e mezzo non ha cibo) e “Save the Children” lancia l’allarme per 2 milioni di bambini.
Il “Giornale della Protezione Civile​” ha pubblicato un elenco di indirizzi, iban, sms con cui contribuire agli aiuti: QUI.
FATE-PRESTO_Il-Mattino_1980_SISMA-Irpinia_soloFate presto“. Ed io ripenso alla prima pagina del “Mattino” del 1980, perché quell’angoscia è la stessa, sempre e ovunque.

Il parallelo con il proprio “qui” è inevitabile. Ripensiamo a L’Aquila e alle altre catastrofi (più o meno) naturali che ci hanno colpito negli ultimi anni, ma anche a quelle che potrebbero accadere. A questo proposito, è interessante una riflessione che Fosco d’Amelio ha pubblicato ieri:

Facciamo un salto che potrebbe anche sembrare fuori luogo, ma ha un senso farlo adesso. Il capo della Protezione Civile italiana, Franco Gabrielli, in un lodevole slancio di sincerità, dichiarò un mese fa di avere due incubi notturni: il Vesuvio e il terremoto in Calabria. Nel primo caso, si tratta di un rischio noto in tutto il mondo e di cui ogni tanto si parla. Ma che intende dire quando parla di “terremoto in Calabria”? Gabrielli si riferisce probabilmente alla possibilità che avvenga un altro evento della portata del terremoto del 1908, che con una magnitudo di 7,2 tra Sicilia e Calabria provocò intorno alle 100.000 vittime. Gabrielli non credo abbia timore semplicemente che il fenomeno avvenga, ma ha paura perché conosce lo stato delle infrastrutture, delle abitazioni, delle strade che sarebbero colpite. E se non si tratta di polvere di marmo e calcare, in alcuni casi poco ci manca. Di certo non stiamo parlando di un sistema capace di affrontare un terremoto di quella intensità senza una perdita alta e incontrollata di vite umane. Dovunque avvenga una catastrofe, l’unico modo per rispettare chi ha perso la vita non è restare zitti a contare le vittime o iniziare a raccontare morbosamente le singole storie di morte e salvezza che in ogni catastrofe naturale sono il boccone prelibato per i media in tutto il mondo. L’unico modo è domandarsi realmente se non ci sia la possibilità di ridurre il danno con un comportamento di reale prevenzione, come sia possibile salvare anche solo una vita in più oltre il fisiologico numero di vittime dovuto all’immensità delle calamità“.

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Raccolgo alcune riflessioni sulla rappresentazione mediatica di questo terremoto, sulle ragioni di una tale entità, sulle possibili soluzioni.

Il Nepal non è un museo. Non lo era, non lo è mai stato, non lo sarà. Il Nepal è vero e questa è la sua magia, il suo fascino unico al mondo. Nelle case medievali di Bhaktapur, fatte di mattoni rossi e finestre di legno intagliate, migliaia di persone vivono come hanno sempre vissuto, da sempre: ed è un sito archeologico protetto dall’Unesco, una delle meraviglie del mondo. Ma se di giorno è frequentata dai turisti, la sera torna a essere proprietà dei suoi abitanti, dei ragazzini che corrono urlando, delle donne che stendono i panni, degli uomini che riportano le capre dopo il pascolo. Tra loro parlano newari, una lingua di origine tibetana che non ha nulla a che vedere con il nepalese ufficiale. E sono solo due tra gli infiniti idiomi che in quel paese si parlano, da millenni luogo di incrocio, di mescolanza, d’incontro. Già: il Nepal è prima di tutto un luogo d’incontro, in tutti i sensi. In senso geologico, già lo sapete: è il punto in cui la placca indiana e quella asiatica si toccano, con le conseguenze che abbiamo visto. Ma è soprattutto un luogo d’incontro etnico e culturale: la popolazione (circa metà rispetto a quella italiana) è un incredibile mix di gente venuta dal sud (quindi indiani) e dal nord (quindi tibeto-asiatici). […] Quando chiedo dei templi antichi distrutti, delle pagode polverizzate nelle Durbar square o a Changu Narayan, sento che mi rispondono quasi infastiditi, come se fosse una curiosità da occidentale interessato più alle pietre che alle vite delle persone: «i templi li ricostruiremo, pazienza», dicono. […] Questo è il Nepal, altro che museo. È vita, è vita continua, è completamente umanità, nel suo bene e nel suo male, nella guerriglia idealista e contadina che dopo dieci anni è riuscita a cacciare un re assurdo e feudale (ma senza ammazzarlo: oggi vive in una villa non lontana dal suo ex palazzo e fa l’uomo d’affari), nelle donne che sbattono il riso al tramonto senza neppure guardare il panorama mozzafiato di prati verdi e vette imbiancate alle loro spalle, nei ragazzini che vanno a scuola in gruppo e in cravatta anche se quella cravatta è logora e stracciata, la stessa usata dai fratelli e dai cugini prima di loro, in un paese in cui tutti sono fratelli e cugini fino a costituire un’immensa rete sociale di aiuto e di scambio, unico welfare in assenza di welfare. […] A proposito, in questi giorni molti mi chiedono come possono dare una mano, dopo il terremoto. Suggerisco di non donare a caso, specie sui siti improvvisati. Chi vuole mandare un aiuto immediato per il post sisma, può farlo su “Medici senza frontiere”, che si è già attivato per il Nepal […].

  • David E. Alexander (“Kathmandu“, in “Disaster planning and emergency management”, 25 aprile 2015):

[…] Kathmandu suffered the impact of a magnitude 7.4 earthquake in 1934. It did much damage, but what were then grassy fields are now densely populated tenements in a chaotic, rapidly spreading urban fabric. There are 1.6 million people in the Kathmandu valley. The calculated return period of the 1934 event was 70 years: a major earthquake was overdue. If such a disaster could not be coped with locally, aid would have difficulty in arriving at an airport that was too small, cramped and difficult of access (the presence of Anapurna means that aircraft have to corkscrew down to land). The logistics remind one of Port au Prince in Haiti […]. Nepal is a low income country that ranks 157th in the UN’s Human Development Index. It is now time for a debate on the extent to which disaster risk reduction should be a key development priority in such countries […].

[…] Just two weeks before the quake, “Geohazards International” had warned that the people of Kathmandu are about 60 times more likely to be killed in a quake than the people in Tokyo, not least because of the country’s poverty […].

[…] Ma i principali responsabili del gran numero di vittime sono sempre gli stessi: sovraffollamento, assenza di criteri antisismici e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e conosciuto, con decine di migliaia di morti nel secolo scorso, l’estrema povertà del Nepal e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si è utilizzato cemento armato. […] All’inizio si scartavano le zone pericolose sulla base di un’antica memoria tramandata, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Nel terzo millennio decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i siti una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti. Le grandi città attraggono senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono favelas e slums si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che proprio lì faranno sempre più vittime e danni sempre più gravi […].

[…] A person living in Kathmandu is about nine times more likely to be killed by an earthquake than a person living in Islamabad and about 60 times more likely than a person living in Tokyo,” said the report. “According to the preliminary results, a school child in Kathmandu is 400 times more likely to be killed by an earthquake than a school child in Kobe and 30 times more likely than a school child in Tashkent […].

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Sul suo fb, Fosco d’Amelio ha pubblicato quest’osservazione (ispirata ad un commento che ha lasciato sul mio fb):

Finché ci stupiremo ogni volta della quantità dei morti di un terremoto catastrofico, del fatto che una placca si è spostata rispetto all’altra di tot metri, delle valanghe e/o frane causate dai sismi (Irpinia docet), delle dimensioni di un fenomeno che malgrado tutto può avvenire varie volte in 10 anni (faccio l’elenco? dal 2004: Sumatra, Pakistan, Haiti, Giappone, Cina, Nepal, e questi sono solo quelli con decine di migliaia di vittime), vuol dire che ogni volta, nel tempo tra un sisma e l’altro, non abbiamo capito niente di come funzionano questi fenomeni e di conseguenza, non abbiamo fatto niente per difenderci prima dell’arrivo del prossimo.
E ne arriverà un altro, e di nuovo giornalisti stupidamente stupiti dalle macerie, dalle tendopoli, dalle crepe e voragini, dalla distruzione, dal disperso ritrovato dopo una settimana, dalle città senza luce, acqua, gas, etc. e tutti a bocca aperta, come fosse la prima volta.

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Molto interessante questo articolo di Michela Barzi apparso il 27 aprile 2015 su “Millennio Urbano“:

NEPAL: MORIRE DI SVILUPPO URBANO
di Michela Barzi

Il terremoto che ha devastato il Nepal ha fatto tre tipologie di vittime: da una parte gli alpinisti e gli occidentali che si trovavano lì da turisti, dall’altra la popolazione delle tre antiche città che formano la città metropolitana di Kathmandu e che custodiscono il patrimonio storico-monumentale distrutto dal sisma, da ultimo il paese rurale e remoto, dal quale emigrano i contadini poveri verso le città per cercare condizioni di vita migliori. Di questo terzo Nepal non parla nessuno perché sembra che lì i soccorsi non siano nemmeno arrivati. Le molte migliaia di persone che fino ad ora costituiscono il bilancio provvisorio delle vittime, tra morti, feriti e coloro che hanno perso tutto, sono quindi in gran parte abitanti della capitale – almeno ci dicono le immagini che stanno circolando in questi giorni – ovvero della città metropolitana e della regione urbana di Kathmandu, un agglomerato da quattro milioni di abitanti cresciuto nella valle del fiume Bagmati.
Nel 2013 un rapporto della Banca Mondiale evidenziava l’esposizione al rischio sismico che la popolazione della capitale nepalese corre a causa della rapidissima crescita che la sta trasformando, senza regole urbanistiche ed edilizie, con tassi di sviluppo demografico del 4% all’anno – il più alto di tutta l’Asia meridionale – ed una densità di popolazione che supera i 20.000 abitanti per chilometro quadrato. Lo sviluppo urbano non pianificato nella valle di Kathmandu ha portato ad una incontrollata proliferazione di edilizia fatta di materiali e tecniche scadenti e ad una maggiore vulnerabilità ai disastri. L’assenza di pianificazione e di opere di infrastrutturazione primaria nella metropoli ai piedi dell’Himalaya ha come conseguenza un diffuso inquinamento dei fiumi che la attraversano – ridotti a fogne a cielo aperto – e l’impossibilità di gestire la raccolta dei rifiuti solidi urbani, che vengono spontaneamente trattati da parte della popolazione con l’accensione di piccoli roghi ai bordi delle strade. A ciò si aggiunge un inquinamento atmosferico insostenibile per la salute, generato dal traffico veicolare di cui le strade sono intasate.
In questo scenario l’esistenza ed il rispetto di regole antisismiche, da applicare ad un comparto edilizio che si sviluppa nella più assoluta anarchia occupando via via ogni spazio libero, ha finito per essere l’ultimo dei problemi in una situazione in cui persino il rischio di epidemie, come il tifo e il colera, può farsi strada da un momento all’altro, a partire dagli slum nei quali si insediano i più poveri.
Insomma la questione è sempre la stessa, e su questo sito l’abbiamo ripetuto più volte: se le città tenderanno a diventare nel mondo sviluppato sempre di più fortezze per ricchi, mentre in quello sottosviluppato discariche per poveri, se la mancanza di un equo accesso alle risorse è la causa di uno sviluppo urbano insostenibile, la condizione dell’insicurezza come dato esistenziale sarà il destino di una parte crescente di popolazione mondiale che vive nelle città. Da questo punto di vista, la catastrofe umanitaria di una nazione tra le più povere e le più turistiche del mondo – la cui velocissima urbanizzazione è l’altra faccia di una economia debole ed ineguale – potrebbe forse essere, superata la tragedia, l’occasione per porre rimedio agli effetti collaterali di uno sviluppo urbano potenzialmente mortale.
Riferimenti: World Bank, Urban Growth and Spatial Transition in Nepal, 2013.

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3 thoughts on “Terremoto in Nepal: fate presto!

  1. “Piovono Rane”, 28 aprile 2015, QUI

    IL NEPAL NON E’ UN MUSEO
    di Alessandro Gilioli

    Il Nepal non è un museo. Non lo era, non lo è mai stato, non lo sarà. Il Nepal è vero e questa è la sua magia, il suo fascino unico al mondo. Nelle case medievali di Bhaktapur, fatte di mattoni rossi e finestre di legno intagliate, migliaia di persone vivono come hanno sempre vissuto, da sempre: ed è un sito archeologico protetto dall’Unesco, una delle meraviglie del mondo. Ma se di giorno è frequentata dai turisti, la sera torna a essere proprietà dei suoi abitanti, dei ragazzini che corrono urlando, delle donne che stendono i panni, degli uomini che riportano le capre dopo il pascolo. Tra loro parlano newari, una lingua di origine tibetana che non ha nulla a che vedere con il nepalese ufficiale. E sono solo due tra gli infiniti idiomi che in quel paese si parlano, da millenni luogo di incrocio, di mescolanza, d’incontro.
    Già: il Nepal è prima di tutto un luogo d’incontro, in tutti i sensi. In senso geologico, già lo sapete: è il punto in cui la placca indiana e quella asiatica si toccano, con le conseguenze che abbiamo visto. Ma è soprattutto un luogo d’incontro etnico e culturale: la popolazione (circa metà rispetto a quella italiana) è un incredibile mix di gente venuta dal sud (quindi indiani) e dal nord (quindi tibeto-asiatici). Questo fa sì che in Nepal si vedano facce diversissime tra loro: da quelle tipicamente indiane (di tutte le caste, quindi dai più chiari ai più scuri) agli occhi a mandorla di chi invece ha origini asiatiche, di chi è arrivato dalle montagne.
    Questo, a sua volta, ha fatto sì che il Nepal sia anche un luogo di incontro fra le religioni: induista è la maggioranza, buddhisti di varie scuole sono quelli che stanno più a nord, i musulmani sono una robusta minoranza specie a Kathmandu, nei villaggi di montagna è ancora forte l’animismo. Molto difficile che litighino tra loro: spesso alla domanda “Sei induista o buddhista?” ho sentito la risposta “Both”, entrambi. Le religioni sono soprattutto un motivo di festa e tutti celebrano le ricorrenze di tutti: anche i negozi degli induisti sono chiusi l’ultimo giorno di Ramadan e pure i musulmani vanno alla festa del deasin, che si tiene ogni anno proprio a Bhaktapur. E adesso si festeggia anche il Natale cristiano, in Nepal, perché nessun pantheon ha i posti già tutti occupati e ogni occasione è buona per stare insieme, far casino, ballare, sacrificare qualche animale, evocare fertilità e benessere.
    In Occidente qualcuno vede ancora il Nepal come il “paradiso dei fricchettoni”, in memoria di un turismo giovanile di quaranta o cinquant’anni fa. Non è più vero, naturalmente, se non per qualche occidentale che trova a Thamel (il quartiere turistico della capitale) t-shirt e gadget per i suoi denti. Vero è invece che una spiritualità non confessionale permea ogni strada, ogni casa e ognuno di quei campi che proprio in queste settimane, dopo la stagione secca, iniziano a trasformare il proprio colore in un verde chiaro, brillante e acceso, dando una luce nuova e unica a tutta la valle di Kathmandu.
    Altri credono che il Nepal sia solo le sue montagne himalayane, perché sono queste ad attrarre l’altro pezzo di turismo, quello che usa la capitale come un campo base per le scalate sugli 8.000. Anche questa è una verità molto parziale perché la straordinaria bellezza del Nepal sta proprio nella estrema diversità dei suoi luoghi e dei suoi panorami: la pianura fertile e umida del sud, il Terai, che in vasti tratti non coltivati è ancora giungla, come nell’immenso parco di Chitwan dove gli elefanti sono ancora usati per il loro scopo millenario, il trasporto pesante; poi, a salire, la valle di Kathmandu, un’altra grande piana circondata però da montagne, da cui di notte durante la guerra civile, fino a dieci anni fa, scendevano i guerriglieri maoisti a razziare caserme e assaltare prigioni.
    Infine, andando ancora verso nord, inizia appunto la catena dell’Himalaya, ma prima di arrivare alle vette più alte ci sono migliaia di villaggi sperduti dove da sempre si mangia solo dhal – riso e lenticchie, il piatto perenne di tutti i poveri nepalesi – ed è festa quando nel forno di pietra ci si può cuocere un chapati, il pane di farina. Molti di questi villaggi sono lontani da ogni altro centro abitato ed è anche per questo che le cifre delle vittime del terremoto sono così provvisorie. “Lontane” vuole dire uno o due giorni di cammino, nei sentieri di montagna, senza collegamento internet né linee telefoniche, l’elettricità che quando c’è viene fornita da pannelli solari, quindi è pochissima e si centellina come un bene prezioso.
    Una volta mi trovavo in uno di questi villaggi – un centinaio di anime – seduto su un sacco di riso con la fotografa Ami Vitale e il nostro fixer Rudra Khadka a aspettare un segnale dalle autorità maoiste per varcare la loro frontiera; a un certo punto ci si avvicinò un’anziana donna di etnia Magar – splendidi orecchini d’oro e il volto di una contadina da sempre – che scendeva verso il fiume a prendere l’acqua. Si fermò, ci fissò a lungo, poi disse una frase nella sua lingua, sorrise e soddisfatta riprese a camminare. Chiesi a Rudra cos’aveva detto e lui ci tradusse: «Ha detto che lei sa chi siete voi: siete soldati del re d’Inghilterra». Ecco, era cinquant’anni che non vedeva un occidentale e questo solo potevano essere per lei gli occidentali, soldati del re d’Inghilterra. Anche questo è il Nepal, l’isolamento antico di tanti luoghi e di tante persone.
    In questi due giorni, quando riesco a parlare via Facebook con gli amici che ho a Kathmandu, mi raccontano naturalmente della paura continua, delle scosse violente ogni venti minuti, delle loro notti in macchina quando ne hanno una, o nei campi se ne sono privi. Quando chiedo dei templi antichi distrutti, delle pagode polverizzate nelle Durbar square o a Changu Narayan, sento che mi rispondono quasi infastiditi, come se fosse una curiosità da occidentale interessato più alle pietre che alle vite delle persone: «i templi li ricostruiremo, pazienza», dicono. Hanno sicuramente ragione e nel loro fastidio non c’è solo l’urgenza del vivere – un giaciglio, l’acqua pulita, il cibo – ma anche un po’ la loro visione del mondo e della vita, quel senso di impermanenza delle cose materiali (templi compresi) che noi europei capiamo poco, attaccati come siamo alle vestigia del passato. Ad esempio, ricordo che una volta, in un monastero non lontano da Jomsom, ho visto dei monaci buddisti che stavano serenamente dipingendo una scena religiosa su un altro affresco sottostante, che aveva più di trecento anni. Ho sbarrato gli occhi e ho chiesto cosa stavano facendo, loro mi hanno risposto sorridendo: «Ma non vedi che quello sotto è vecchio? Bisogna rifarlo, no?».
    Questo è il Nepal, altro che museo. È vita, è vita continua, è completamente umanità, nel suo bene e nel suo male, nella guerriglia idealista e contadina che dopo dieci anni è riuscita a cacciare un re assurdo e feudale (ma senza ammazzarlo: oggi vive in una villa non lontana dal suo ex palazzo e fa l’uomo d’affari), nelle donne che sbattono il riso al tramonto senza neppure guardare il panorama mozzafiato di prati verdi e vette imbiancate alle loro spalle, nei ragazzini che vanno a scuola in gruppo e in cravatta anche se quella cravatta è logora e stracciata, la stessa usata dai fratelli e dai cugini prima di loro, in un paese in cui tutti sono fratelli e cugini fino a costituire un’immensa rete sociale di aiuto e di scambio, unico welfare in assenza di welfare.
    E il Nepal è vita anche quando incontra la morte, sui bordi melmosi del fiume Bagmati dove sorge il tempio di Pashupatinath e bruciano i cadaveri, uno dei luoghi più intensi e forti di tutto il pianeta. Adesso c’è folla a Pashupatinath, i “gath” sul fiume non bastano e i corpi vengono cremati un po’ ovunque, il fumo nero si alza sulla città, i ragazzini più poveri si arrotolano i pantaloni e camminano dove l’acqua è più bassa a cercare un dente d’oro o un gioiello che si è perso tra le ceneri.
    A proposito, in questi giorni molti mi chiedono come possono dare una mano, dopo il terremoto. Suggerisco di non donare a caso, specie sui siti improvvisati. Chi vuole mandare un aiuto immediato per il post sisma, può farlo su Medici senza frontiere, che si è già attivato per il Nepal. Oltre l’emergenza, penso che molto presto il Children Village si riempirà di nuovi orfani e chi vuole aiutare i bambini che ci andranno può donare a loro: intestazione è FNH/FWHC, l’Iban è DE73517624340069569706, il Bic è GENODE51BIK. Per chi vuole aiutare i ragazzi che conosco e sono rimasti senza casa in valle, l’Iban è IT28K0708564290029210007592 (causale “Rongpuk e Francesco per 4 casette crollate” intestazione cc Mandi Namaste) oppure su PayPal cliccando qui.
    Grazie
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    “Disaster planning and emergency management”, 25 aprile 2015, QUI

    KATHMANDU
    by David E. Alexander

    A few years ago I went to Kathmandu and had the opportunity to meet members of the national and local governments, as well as the international aid community. Kathmandu suffered the impact of a magnitude 7.4 earthquake in 1934. It did much damage, but what were then grassy fields are now densely populated tenements in a chaotic, rapidly spreading urban fabric. There are 1.6 million people in the Kathmandu valley. The calculated return period of the 1934 event was 70 years: a major earthquake was overdue. If such a disaster could not be coped with locally, aid would have difficulty in arriving at an airport that was too small, cramped and difficult of access (the presence of Anapurna means that aircraft have to corkscrew down to land). The logistics remind one of Port au Prince in Haiti.
    I visited the city’s emergency management department, which was run by five men who occupied a decrepit office in the city hall. Their equipment consisted of a second-hand laptop computer, a rusty motorbike and a megaphone. The fire and rescue service of Kathmandu had six engines. Three were museum pieces from the 1930s: the others were relatively modern appliances dating from the 1960s. The UN emergency management arrangements had been entrusted to a young man who had no relevant experience and consequently radiated nervousness. Government ministers whom I met clearly had their minds on other matters: while I was there, 67 people were injured in a riot. Meanwhile, pro- and anti-government forces bristling with armaments put up rival shows of strength in different parts of the city.
    The international community and aid agencies have spent considerable sums on consultancy work to assess the vulnerability of Kathmandu to floods and earthquakes. GIS-based mapping has produced a detailed picture. This struck me as rather like contemplating the statue of Oxymandias in the desert (“Look upon my works, ye mighty, and despair!”). Much more simply, one could jump into a decrepit Suzuki 800 taxi and look out the windows as it crept through the traffic jams. The vulnerability was painfully obvious to the eye, but what was being done to reduce it?
    I left Kathmandu with a pervasive sense of having encountered wrong priorities. It had consultants, committees, reports, conferences and NGOs. It needed neighbourhood search and rescue, emergency response training, massive increases in hospital capacity, and retrofitting of key buildings (and of cultural heritage). Without these developments, the result would be a fatal and debilitating aid dependency. I know that since my visit some progress has been made. However, the news that has come out of Nepal in the first hours after the magnitude 7.8 earthquake of 25 April 2015 is disheartening, largely because of the crushing predictability of the predicament in which Nepal and Kathmandu find themselves.
    Nepal is a low income country that ranks 157th in the UN’s Human Development Index. It is now time for a debate on the extent to which disaster risk reduction should be a key development priority in such countries. Simple, cheap measures are needed in place of the complex ones imported by the humanitarian aid industry. The measures need to involve and be supported actively by the whole population.
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    Evidently, there has been progress since my visit to Kathmandu. Dr Ben Wisner recently returned from a trip to Nepal. In the discussions following the earthquake he commented as follows:-
    “I was impressed by the achievements of the Nepal Society for Earthquake Technology (NSET), … other Nepali NGOs, INGOs, the Nepal Red Cross, and to some extent government—especially at the municipal level. … I am sure lives were saved because of these efforts to train on earthquake aware construction, enforcement of the building code in Patan (one of the historic cities that now compose the metro Kathmandu region), preparedness planning in the health sector, establishment of 68 green space safe areas, training in some of the cities in light search and rescue and pre-positioning of tools for this purpose.”
    Hence, there has been some positive change. The level and nature of the damage indicate that its scope is limited. Dr Wisner added that, although half of Nepal’s 20,000 schools are situated in the Kathmandu Valley, only 260 of them have been given a seismic performance assessment and retrofitted. It is fortunate that the earthquake occurred out of school hours, but one cannot be sure that this will be the case in the next major earthquake.
    Social and political tensions have persisted in Nepal into the present day, and they represent a distraction from the process of disaster risk reduction (DRR). The aftermath of the April 2015 catastrophe will doubtless be characterised by national unity in the face of crisis. However, as the risk of another major earthquake will remain high during the ensuing decades, it would be well to ensure that DRR remains a top priority in national development
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    “Haaretz”, 28 aprile 2015, QUI

    NEPAL EARTHQUAKE WAS A DISASTER WAITING TO HAPPEN
    Sitting on one of the most earthquake-prone areas on the planet and suffering from crippling poverty to boot, there’s no wonder at the devastation Saturday’s quake has wrought.
    by Ruth Schuster

    The earthquake that struck Nepal at mid-day Saturday, killing 4,100 and counting, had not been a surprise. Nor is the death toll.
    Arguably, the entire planet is prone to earthquakes, which are generally caused by plate tectonics – movement by the plates on which the continents and oceans sit. But some places are more prone than others, and two such are the Indian subcontinent, including Nepal, and Israel. Both share another characteristic: Despite being in quake-prone areas, they are not particularly well-prepared.
    Just two weeks before the quake, Geohazards International had warned that the people of Kathmandu are about 60 times more likely to be killed in a quake than the people in Tokyo, not least because of the country’s poverty.
    Even if building codes exist, there is always the question of old buildings constructed before the code applied, and new construction in which the code was not enforced properly.
    Chile provides a good contrast: It is extremely prone to enormous quakes. But in some part because of strict building codes and controls, an 8.2-magnitude quake on April 1, 2014, followed by heavy aftershocks, and which caused a tsunami to boot, only killed five people (the government swiftly evacuated the coast as a preventative measure). Four reportedly died of heart attacks.

    Not rare after all
    The quake to hit Nepal on Saturday struck at mid-day, when many people are out and about, or the death toll might have been even higher as homes and offices collapsed due to the protracted shaking. It was powerful, measured 7.8 on the Richter scale, and was followed, as quakes are, by numerous aftershocks, some quite powerful too.
    Among other things, the Saturday quake caused an avalanche on Mt. Everest, which swept through Base Camp and which the Nepal Mountaineering Association has said killed 17 people– the worst single-day toll on the world’s tallest mountain. More avalanches on the mountain were reported Sunday as the aftershocks, the most powerful at 6.4, continued to rock the region.
    At 7.8 on the logarithmic scale of earthquakes, the Saturday quake was considered powerful, and the Nepalese authorities have also called it “rare.” But it wasn’t, at least according to geological time-scales.
    In the last 100 years there may have been only six quakes in Nepal rating more than 6.0 on the Richter scale, and nine rating more than 5.0. A century is an eye blink in geological terms. That is not “rare.” And within that time was the 8.2 shock on January 15, 1934 that flattened Kathmandu, as well as the Indian cities of Munger and Muzaffarpur in the northern province of Bihar (adjacent to Nepal: Saturday’s quake was felt there as well). In November 2013 New Delhi itself was rocked by a swarm of earthquakes, albeit mild ones measuring around 3. The writing was on the Nepalese wall.
    Geologists calculate that this latest slip happened at a depth of about 9.8 kilometers underground, which is considered quite shallow for an earthquake. The deeper the quake happens, according to the theory, the more rock there is to absorb the shocks, though there are innumerable other parameters that determine how bad a quake is for surface dwellers.

    Why Nepal quakes
    The mere existence of the Himalayan mountain range, home to Everest, attests to the inevitability of quakes in the region.
    The Himalayas, and the Tibetan plateau, were lifted up by the same force causing these quakes. Namely: India, geologically an island sitting on a tectonic plate of its own called the Indian Plate, began colliding with the Eurasian plate.
    The question as to when that happened remains contested among the geological set, with some insisting on 55 million years, others a more recent 35 million. In any case, as the plates pressed together, and they have roughly the same density, neither got “over-ridden” by the other, and the planet’s crust began to crumple up, folding like an accordion being pressed.
    The upshot today is an enormously tall mountain range spanning 2,900 kilometers along the border between India and Tibet; a very thick continental crust where the plates collide; and earthquakes, as the plates are still moving. The Indian Plate is believed to be moving north-west by around 5 centimeters a year.
    Thus the Himalayas are rising by about a centimeter and counting each year, though they drop by about as much due to erosion and other weathering forces, say geologists.

    Bad land for quakes
    So, earthquakes are highly likely in the Himalayan region, and as the Indian Plate presses the Eurasian plate, some of them are going to be nasty.
    One serious consequence of these geological processes, as the U.S. Geological Survey puts it, is a deadly “domino” effect: “Tremendous stresses build up within the Earth’s crust, which are relieved periodically by earthquakes along the numerous faults that scar the landscape,” it writes.
    It bears mention however that not all quakes involving the India Plate necessarily involve the Himalayans and the Tibetan Plateau – some involve the plate’s other facets.
    Among the worse recent quakes involving the southeast part of the Indian Plate, a geologically complicated region, was the 2004 quake just off Sumatra, that triggered tsunamis throughout the Indian Ocean basin. The tidal waves subsequent to the terrible mega-thrust quake, which registered about 9.1on the Richter scale, killed more than 200,000 people in Indonesia alone. That quake was caused by the Burma micro-plate overriding (subducting) the India Plate, say geologists.
    In Israel, the reason for the quakes isn’t the Indian subcontinent’s vagaries but the Great Rift Valley, a crack stretching from Syria through most of Africa, which houses the Sea of Galilee and Dead Sea, too. The region has a history of violent quakes every hundred years or so, which the locals have been tracking the writhing of the land more or less since writing was invented, though it was usually ascribed to divine wrath rather than the molten earth core and plate tectonics. The ancient Israelites thought God was using an earthquake to help them win a battle by frightening the Philistines: “And there was trembling in the host, in the field, and among all the people: the garrison, and the spoilers, they also trembled, and the earth quaked” (Samuel 1, 14:15).
    In 2013, a flurry of moderate quakes sent the Home Front Minister into a flurry of his own, warning that Israel was not ready and that a “big one” could kill 7,000. The last local “big one” was in 1927, and killed hundreds of people. In other words, based on statistics and nothing else, another is due any time
    .

    – – –

    “La Stampa”, 27 aprile 2015, QUI (via-Dagospia) (una brevissima sintesi in VIDEO)

    Terremoti di classe
    IL SISMA DEL NEPAL IN CALIFORNIA AVREBBE CAUSATO POCHI DANNI
    I principali responsabili del gran numero di vittime sono il sovraffollamento, l’assenza di criteri antisismici e la cattiva costruzione. Insomma, la povertà
    di Mario Tozzi

    I terremoti non sono infrequenti sulla Terra, tutt’altro: ogni anno il pianeta è colpito da centinaia di migliaia di sismi di magnitudo superiore a 3. Ma solo in alcune regioni, e in particolari condizioni, le vittime sono così tante. Perché? Molto dipende dal tipo e dalle caratteristiche intrinseche del terremoto: 7,9 Richter è una magnitudo tremenda, paragonabile ai terremoti giapponesi, cinesi e californiani, però l’ipocentro è stato superficiale (circa 11 km) e perciò gli effetti più devastanti.
    Ma i principali responsabili del gran numero di vittime sono sempre gli stessi: sovraffollamento, assenza di criteri antisismici e cattiva costruzione. Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e conosciuto, con decine di migliaia di morti nel secolo scorso, l’estrema povertà del Nepal e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si è utilizzato cemento armato.
    A questo va aggiunto il cosiddetto effetto-sito, ben chiaro nelle immagini in cui si vedono palazzine ancora integre però basculate su un lato: qui sono i terreni di fondazione a fare la differenza liquefacendosi e facendo perdere di stabilità all’intera costruzione. Ma la maggior parte della popolazione ha costruito in legno o muratura povera, senza alcuna regola e, soprattutto, in modo troppo affastellato, lasciando strade tanto strette da restare completamente ingombrate dalle macerie.
    Non si tratta di un caso isolato, come dimostra il terremoto di Haiti del 2010: questa è la regola delle aree metropolitane del mondo povero, che raccolgono la maggior parte della popolazione. All’inizio si scartavano le zone pericolose sulla base di un’antica memoria tramandata, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Nel terzo millennio decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i siti una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti.
    Le grandi città attraggono senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono favelas e slums si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che proprio lì faranno sempre più vittime e danni sempre più gravi.
    Dal tremendo terremoto indonesiano del 2004 a oggi alcuni sismi ravvicinati di magnitudo superiore a 8 hanno squassato la Terra in misura maggiore che in passato (Sumatra 2004 e 2007, Alaska 2008, Haiti 2010, Cile 2010, Giappone 2011), tanto che alcuni scienziati ritengono che i grandi terremoti in qualche modo si autoalimentino, generando sequenze sismiche di una quindicina di anni.
    Potremmo essere all’interno di una di queste sequenze (come già accadde negli Anni Sessanta), ma, al di là di questo, ormai sappiamo che le catastrofi naturali non esistono, esiste solo la nostra nota incapacità di tenere conto del rischio naturale ovvero la possibilità di conoscerlo molto bene e fare comunque finta di nulla per avidità o per incapacità. O anche per l’assoluta mancanza di risorse e per la perdita di memoria. Così terremoti di magnitudo simile provocheranno stragi nel mondo povero, centinaia di morti dalle nostre parti e solo qualche cornicione abbattuto in California. Anche i terremoti sono di classe
    .

  2. Pingback: Terremoto in Nepal: fate presto! | il Taccuino dell'Altrove

  3. Fosco d’Amelio ha commentato un mio status su fb (da cui poi ha elaborato il testo che ho riprodotto qui sopra, tra gli aggiornamenti):

    mi chiedo sempre che senso abbia il counter delle vittime che fanno i mass media soprattutto perché sembra assurdo quanto poco si intenda a primo acchitto la grandezza dei disastri. Come si può pensare che un sisma 7.8 in area densamente abitata possa dare meno di 5000 vittime? So che non cambia molto, ma l'”errore” di stima che sempre si fa (ricordo per L’Aquila parlarono per tutta la mattinata di 20 vittime o giù di lì) a me dà la sensazione di quanto poco l’opinione pubblica capisca di cosa stiamo parlando. Mi dispiace dirlo, ma persone vicine possono confermare che dal primo momento ho detto che non saranno meno di 20000, se non decisamente di più le vittime. spero di non avere conferma, ma temo addirittura di aver sottostimato.

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