One thought on “Il Vesuvio siamo noi

  1. Nei giorni successivi alla mia conferenza, alcuni webjournal locali sono tornati sull’argomento della in/visibilità del Vesuvio. Si tratta di “San Sebastiano al Vesuvio News” e di “Penisola Magazine”:

    “San Sebastiano al Vesuvio News”, 22 febbraio 2015, QUI

    VISIBILITA’ ED INVISIBILITA’ DEL VESUVIO

    Venerdì sera a Piano di Sorrento si è una tenuta un’interessante conferenza sul tema della visibilità ed invisibilità del Vesuvio.
    Fa un certo effetto sentir parlare di Vesuvio senza percepire sul collo il fiato del temibile vulcano. Qui nel vesuviano siamo abituati ad alzare lo sguardo e ad incrociare quello del gran cono da vicino. Una prospettiva unica e all’avviso di molti per niente invidiabile, che ci rende al contempo spettatori privilegiati quanto irresponsabili. Un cambio di punto di vista tuttavia aiuta. Guardare il Vesuvio al grandangolo fa riflettere con maggiore distacco su tematiche con cui ciascuno di noi consciamente o inconsciamente, prima o poi, fa i conti. Il Vesuvio sospeso fra visibilità ed invisibilità è l’immagine del Vulcano in chiaroscuro, presenza tangibile al tatto, estranea al pensiero. Ma il Vesuvio è davvero invisibile? Quali sono le motivazioni che nei secoli hanno spinto migliaia di persone a vivere alle sue pericolose pendici?
    La conferenza è stata tenuta, nel centro culturale della deliziosa cittadina costiera, da Giogg, antropologo che da diversi anni studia ed analizza il comportamento dell’uomo in rapporto al concetto di rischio vulcanico. Giogg, fra il 2011 ed il 2012, ha svolto un interessante lavoro di dottorato sul territorio di San Sebastiano al Vesuvio. In tre mesi di presenza continua e costante ha raccolto testimonianze e memorie. Il frutto di queste ricerche è finito nero su bianco in una tesi che parla dei sansebastianesi e di cui, paradossalmente, i sansebastianesi sanno poco o niente. Per fortuna ci hanno pensato i carottesi e l’orgoglio di sentire il proprio territorio suscitare interesse e curiosità al di fuori dei confini locali, è innegabile.
    Giogg parte dal concetto che il Vesuvio è ovunque. L’immagine del cono a volte brullo, a volte fumante, è oggetto di attenzione da parte dei media nazionali ed internazionali. Se ne servono politici, musicisti, artisti; appare sulle locandine di famosi films e in alcune delle più straordinarie coreografie allestite dai tifosi napoletani. La carrellata di immagini è lunga e denota una ricerca attenta e minuziosa. Il Vesuvio è impresso anche nello stemma di Piano di Sorrento, unico paese non vesuviano a potersene vantare. E del resto il “formidabil monte” è parte integrante e fondamentale del paesaggio costiero, contribuendo a renderlo unico.
    San Sebastiano al Vesuvio, a pensarci bene, ha addirittura un richiamo diretto al vulcano nel nome. Quel vulcano che negli anni ha più volte mutato la morfologia del suo territorio ed innescato meccanismi di selezione della memoria diventando, nonostante ciò, immancabile anche nel suo stemma e fondamenta, a volte vanto, delle sue ri-costruzioni. L’ultima eruzione del 1944 trasformò la cittadina in un Paese fantasma. La tenacia e la volontà del Sindaco Raffaele Capasso e degli abitanti di allora, lo mutarono nella Piccola Svizzera di qualche tempo fa. “Quello che trovavo interessante – racconta Giogg introducendo San Sebastiano al Vesuvio – è il passaggio da Paese fantasma a Paese nel quale desiderare di vivere.” Cosa c’è alla base di tale trasformazione? Si trascura forse la memoria per dimenticare il pericolo? Giogg ci assicura di no: “I Vesuviani sanno benissimo dove vivono. Sanno di vivere su un vulcano. Semplicemente non possono pensarci 24 ore al giorno, altrimenti sarebbe un non vivere.”
    Giogg spiega che ad intervenire è il meccanismo della scotomizzazione del rischio. Tale meccanismo inconscio che porta ad escludere dall’ambito della coscienza o della memoria un evento o un ricordo a contenuto sgradevole o tale da generare ansie, si presenta sotto forme diverse. La prima è l’invisibilità cognitiva: “Il vulcano non da segni di sé, non c’è nulla che ci faccia pensare al vulcano come rischio imminente”. Un altro elemento è l’onnipresenza del rischio. Uno sguardo alla mappa di sismicità della nostra penisola fornisce una percezione immediata di tale concetto. C’è poi il tempo: “Il presente reale è qualcosa che si impone e crea un tempo di suspense.” Il rischio è così accantonato, assorbito dal “tran tran” quotidiano. “Qui entra in gioco – continua Giogg – la differenza fra tempo profondo e tempo apparente: “Il tempo profondo è legato alla scienza: gran parte di noi sa che il vulcano ha dei tempi che non corrispondono ai tempi biologici. Il tempo eterno è un tempo più simbolico, legato al concetto della casa.” Non dimentichiamoci infine che il Vesuvio è il vulcano più monitorato al mondo, elemento che contribuisce ad allontanare ulteriormente le paure: “Posso scotomizzare tanto poi ci avvertono, abbiamo il tempo di scappare”
    .

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    “Penisola Magazine”, 21 febbraio 2015, QUI

    GIOGG – VISIBILITA’ ED INVISIBILITA’ DEL VESUVIO. VIAGGIO ALLA (RI)SCOPERTA DEL VESUVIO
    di Ileana Pollio

    Motivo di orgoglio e, allo stesso tempo, acerrimo nemico del popolo napoletano, il vulcano per antonomasia, il Vesuvio, continua ad ergersi indisturbato e meraviglioso lungo il versante orientale della provincia di Napoli… ma ancora per quanto tempo?: “Sono salito sul Vesuvio: la più grande fatica che abbia fatto in vita mia. La cosa diabolica è arrampicarsi sul cono di cenere. Occorrerebbero dieci pagine per descrivere la vista che si gode mentre si mangia la frittata preparata dall’eremita” ricorda lo scrittore francese Stendhal. Protagonista indiscusso della serata di ieri, venerdì 20 febbraio intitolata “Visibilità e invisibilità del Vesuvio” e curata dall’antropologo sorrentino Giogg, all’interno del ciclo di conferenze “Piano di Sorrento. Una storia di terra e di mare”, il percorso nella storia locale promosso dal Comune di Piano di Sorrento in collaborazione con l’Associazione culturale “Oebalus. Studi sulla Campania nell’Antichità”, il Vesuvio diventa ben presto simbolo non di uno, bensì di due popoli: il popolo napoletano ed il popolo carottese.
    La conferenza, difatti, prende le mosse proprio dallo stemma del Comune di Piano di Sorrento, che oltre ai simboli che caratterizzano la città, presenta all’orizzonte l’immancabile “montagna”, l’immancabile Vesuvio: «Siamo fin dove arriva il nostro sguardo, cioè fino al Vesuvio» afferma Giogg. Fulcro dell’incontro, l’elaborazione del rischio e lo studio dell’immagine del Vesuvio. Da sempre rappresentato in numerose pitture, affreschi e nei più moderni loghi alimentari, sportivi, politici, architettonici, “lo sterminator Vesevo” è lì da sempre, si potrebbe dire, a proteggere e ad intimorire gli abitanti dei numerosi comuni vesuviani. Quasi 700.000 le persone a rischio, da evacuare in caso di pericolo. Eppure a sentir parlare loro, “gli eventuali protagonisti” del possibile cataclisma, “manca una vera e propria consapevolezza del pericolo”, molto scettici sulla possibilità di un’imminente eruzione vulcanica. Giogg, a tal proposito parla di “scotomizzazione del rischio”. C’è chi afferma, infatti, di non voler lasciare la propria abitazione, acquistata, magari, con sacrifici di una vita, chi invece si appellerebbe al proprio santo protettore o alla benevolenza del Monte Somma, montagna scudo ed ex vulcano, che “coprirebbe” alcuni dei paesi vesuviani tra cui Somma, Sant’Anastasia, Ottaviano, San Sebastiano, paese su cui si sofferma in particolare l’attenzione di Giogg. Denominata la Piccola Svizzera del Vesuvio per le costruzioni, la qualità ed il tenore di vita degli abitanti. La riflessione giogghiana verte allora su un unico punto: visto il benessere raggiunto a San Sebastiano nel corso degli anni, diventa il Vesuvio un pericolo invisibile? Il vulcano ancora attivo è sotto gli occhi dei suoi abitanti e non solo, soprattutto in perenne controllo dell’Osservatorio vesuviano che svolge il compito di costante monitoraggio dell’attività del Vesuvio, attraverso un attento sistema di sorveglianza, da cui dipende la buona riuscita del famoso “piano di emergenza”. Motivo di curiosità ed interesse da parte di tutti, fin dall’antichità, poeti e pittori; difficile infatti rimanere indifferenti ad un simile fenomeno e a tutte le derivazioni simboliche che il vulcano offre. Lo stesso grande coinvolgimento emotivo che portò Plinio il Vecchio alla morte, causata dalle esalazioni sulfuree dell’eruzione che distrusse Stabia, Ercolano e Pompei nel 79 d.C. e dalla sua irrefrenabile voglia di descrivere il fenomeno nei particolari dettagliati. Tra le ultime notizie pervenute dal Dipartimento della Protezione civile e dagli enti locali, c’è quella dell’allargamento della famosa “zona rossa”, che includerebbe due dei comuni della Penisola sorrentina: Vico Equense e Meta.
    Una realtà sconcertante che affascina e distrugge, proprio come la sua causa principale imponente e demolitrice, riecheggiante dei famosi versi leopardiani «e tu, lenta ginestra, che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni, anche tu presto alla crudel possanza soccomberai del sotterraneo foco […] dove la sede e i natali non per voler ma per fortuna avesti». Un vero e proprio richiamo alla saggezza umana: come la ginestra che non può cambiare il proprio destino, così la numerosa popolazione vesuviana, la cui sede e nascita spesso non ha avuto per volontà propria, ma per volere del fato, deve affrontare la realtà senza presunzione, consapevole della propria fragilità, solidale e umile verso gli altri; ma che al contrario del profumato fiore, può e deve salvarsi dalla furia sterminatrice della “malvagia natura”
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