Incongruenze della nuova zona rossa: il ricorso di Boscoreale

Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori).
A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata.
Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara:

Blog “Rischio Vesuvio”, 13 maggio 2014, QUI

RISCHIO VESUVIO E LA TEORIA DEL CIGNO NERO
di MalKo

Come avevamo ipotizzato nell’articolo del 28 maggio 2013 [che, in realtà, è addirittura del 18 gennaio 2014: QUI e QUI], il comune di Boscoreale ha fatto ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR), a proposito della difformità di trattamento scaturita dalla nuova rivisitazione della zona rossa Vesuvio, dettata dall’introduzione della linea nera Gurioli. La sentenza dell’8 maggio 2014 non poteva avere esito diverso, visto l’incredibile pastrocchio combinato dalla Regione Campania con la delibera che varava i nuovi scenari che avrebbero a loro dire addirittura allargato la zona rossa in favore di una maggiore tutela delle popolazioni esposte al rischio Vesuvio. Il TAR, per farla breve, ha dovuto dare ragione al comune vesuviano ricorrente

CONTINUA

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INTEGRAZIONE:
Il 31 maggio 2014 il blogger MalKo ha pubblicato un post che chiarisce la differenza tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2“, la cui confusione sembra funzionale a logiche ben diverse da quella della prevenzione: Rischio Vesuvio: la soap opera del pericolo.

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AGGIORNAMENTO del 3 maggio 2015:
L’andamento pressoché circolare dell’attuale zona rossa del #Vesuvio, decretata nel 2013, segue principi scientifici (della vulcanologa Lucia Gurioli) più convincenti rispetto a quelli della prima versione (risalente al 1995), quando l’area di maggior rischio vulcanico seguiva acriticamente i confini dei comuni. La nuova perimetrazione, tuttavia, ha portato con sé nuove problematiche: un comune che rientra solo parzialmente all’interno della “linea Gurioli” deve applicare a tutto il suo territorio la legge regionale campana 21/2003 (che vieta l’edificazione per uso residenziale)? Il comune di Boscoreale, interessato dal quesito, ha presentato un ricorso al TAR della Campania, che gli ha dato ragione: può estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio quella parte di territorio boschese che va oltre il limite Gurioli. L’ultima parola, tuttavia, ci sarà tra un mese, il prossimo 4 giugno 2015, quando la querelle sarà presentata dinnanzi al Consiglio di Stato.
Il blogger MalKo spiega la situazione nei dettagli, anche storicamente: “Rischio Vesuvio: la zona rossa sui banchi del Consiglio di Stato“.

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5 thoughts on “Incongruenze della nuova zona rossa: il ricorso di Boscoreale

  1. CONTINUAZIONE


    Spaccato che evidenzia l'incongruenza dei settori a rischio

    Il territorio di pertinenza di Boscoreale, infatti, insieme con altri 17 comuni, era storicamente inserito e per l’intero limite amministrativo nel perimetro a maggior rischio vulcanico (zona rossa R). Ora, con la nuova classificazione (R1 e R2) adottata dal Dipartimento della Protezione Civile, il territorio di Boscoreale è stato sostanzialmente spaccato in due dalla Linea nera Gurioli, che segna un limite di massimo pericolo introdotto dalla commissione grandi rischi. Quindi, mentre da un lato la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile hanno offerto ai nuovi comuni entrati a far parte della nuova zona rossa, escamotage utili per suddividere i loro territori in R1 e R2, ai vecchi 18 comuni questa possibilità è stata negata, e i loro tenimenti dovevano considerarsi per intero in R1, anche se in parte gravavano, come nel caso di Boscoreale, a valle della linea Gurioli. A essere chiari, una vera assurdità giuridica…
    Questo modo di operare che non si capisce se è frutto di dabbenaggine o malizia, ha creato un grosso pateracchio burocratico, perché era logico aspettarsi un ricorso da parte dei comuni diversamente inquadrati rispetto alla nuova zona rossa. Boscoreale ha aperto la strada: siamo sicuri però, che anche altri comuni percorsi in senso secante dalla linea Gurioli ne seguiranno le orme. La figura sottostante ci aiuta a individuarli…
    I motivi del ricorso al TAR, instradato dal Comune di Boscoreale, convergono e vertono tutti sul fatto che la zona rossa 1 (R1) è soggetta ai limiti di inedificabilità totale per scopi residenziali, sanciti dalla invisa legge regionale Campania n° 21 del 2003, che individua nella zona a maggior rischio vulcanico il divieto di costruire per scopi abitativi: tentativo ultimo per sperare di contenere il valore esposto (vita umana) al pericolo eruttivo.

    Veduta d'insieme della nuova classificazione della zona rossa Vesuvio

    La zona rossa 2 (R2) invece, è esclusa da questa legge, e anzi consentirà pure ai proprietari degli immobili già esistenti di realizzare ampliamenti e mansarde a spiovente, quale strumento di difesa passiva degli edifici, a fronte del pericolo rappresentato dalla ricaduta di cenere e lapillo. Da qui la corsa dei comuni di fresca nomina a cavalcare la provvida possibilità offertagli dalla Regione Campania, per estrapolare quanta più terra possibile dalla tenaglia edilizia dettata dalle rigide norme vigenti nei settori R1. In questa folle corsa il primo classificato risulta essere il Comune di Poggiomarino…
    Molto probabilmente la stessa cittadina di Boscoreale e altre municipalità che ne percorreranno le orme, utilizzeranno l’esito favorevole del ricorso al TAR, per raggiungere pure il mai sottaciuto e ambitissimo obiettivo di un condono edilizio largheggiante da estendere nei settori R2. Un doppio risultato insomma… Come sempre però, il business creerà malumori politici e bagarre in questi consigli comunali che, probabilmente, sono già in una fase di fibrillazione.
    Con siffatte e risibili strategie, stiamo facendo grossi passi in avanti nella direzione di un disastro futuribile assimilabile per portata alle famigerate teorie del cigno nero. Un concetto evocato sulla base delle sottovalutazioni che si fanno su eventi rari, anche vulcanici ad altissima energia, che potrebbero flagellare nel nostro caso tutta l’area metropolitana di Napoli e anche oltre, lasciando esterrefatti e impotenti gli abitanti e quanti ne hanno sancito, senza dati incontrovertibili, l’invulnerabilità statistica del territorio. Gli scavi di Pompei prima di essere uno spaccato di storia, dovrebbero essere innanzitutto un monito…
    Secondo alcuni esperti che hanno tirato in ballo addirittura asteroidi e realpolitik, la possibilità che avvenga un’eruzione pliniana è talmente bassa da non richiedere sacrifici per stilare un piano d’emergenza di vasta portata e per questo irrealizzabile. La gravità di certe affermazioni risiede nella incapacità di chi le pronuncia, nel capire che le parole vengono esaltate o ignorate da terzi, a seconda della convenienza, per giustificare politiche di sopraffazione del territorio anche nelle aree cosiddette a rischio estremo.
    Il latore della realpolitik, avrebbe dovuto aggiungere: “…utilizziamo tutti gli anni di clemenza geologica che abbiamo ancora a disposizione, per operare soprattutto nel campo della prevenzione, in un’area dove per rimettere ordine urbanistico, occorrono appunto i secoli”.
    Nell’immagine in basso si notano casette in rosso e in verde. Quelle rosse indicano i comuni (vecchia zona rossa o in R1) dove il giro di vite all’edilizia prevede l’inedificabilità residenziale assoluta. Quelle verdi invece, indicano i territori dove è ancora possibile edificare e adeguare e ampliare i fabbricati esistenti con tecniche di difesa passiva consistenti soprattutto nella realizzazione di mansarde con tetti spioventi.

    Il Vesuvio accerchiato dalla conurbazione. La zona d'inedificabilità assoluta potrebbe rimanere, in assenza d'interventi legislativi, la sola zona R1

    Con la sentenza del TAR, le casette rosse a iniziare da Boscoreale, potrebbero diventare tutte verdi. Tale decisione comporterebbe che il Vesuvio sarà sempre più accerchiato da un edificato asfissiante, che si svilupperà anche a distanza dal cratere secondo uno scalare che sarà dato dall’occupazione metodica degli spazi liberi a iniziare dalla linea nera Gurioli. Ci si allontanerà anche dalla bocca eruttiva, ma non tanto da potersi ritenere al sicuro dagli effetti di un’eruzione pliniana, le cui colate piroclastiche possono espandersi in una misura ben più dilagante di quelle rappresentata dalla linea Gurioli che, lo ricordiamo, indica un limite campale dei depositi derivanti dai flussi di eruzioni di portata inferiore.
    Secondo le statistiche, fra 130 anni passeremo all’11% di possibilità che avvenga un’eruzione pliniana. Questi anni dovremmo utilizzarli per pianificare uno sviluppo sostenibile in area vulcanica, magari lanciando un concorso mondiale fra gli architetti per il miglior progetto possibile di riordino territoriale in linea con le esigenze di tutela di un’ignara popolazione, che non sa di andare incontro magari in danno alle generazioni future, ai grandi disastri dettati dalle logiche alla base delle teorie del cigno nero.
    Bisognerebbe puntare il dito contro quelli che sono inchiodati immeritatamente sulle poltrone di comando o di gestione, mettendo a rischio con la loro miope mediocrità le generazioni future… personaggi che minano il futuro, in danno di alcuni milioni di persone che sono e saranno lasciate in balia di assurdi giochi di potere, favoriti dalle istituzioni troppo spesso girate dall’altra parte

  2. Pingback: La perimetrazione del rischio è una negoziazione | Paesaggi vulcanici

  3. Pingback: La doppia illusione della nuova zona rossa vesuviana | Paesaggi vulcanici

  4. Blog “Rischio Vesuvio”, 31 maggio 2014, QUI (nell’articolo originale sono presenti anche ulteriori link di approfondimento)

    RISCHIO VESUVIO: LA SOAP OPERA DEL PERICOLO
    di MalKo

    La piega che stanno prendendo gli avvenimenti che riguardano il rischio Vesuvio ancora non sembra quella giusta. Il goffo tentativo di far quadrare il cerchio della sicurezza con altri interessi meno nobili, sta esponendo un gran numero di persone a un evento da cigno nero, in modo direttamente proporzionale e nella migliore delle ipotesi al passare dei decenni. Alla base di tutto l’incapacità degli amministratori nel gestire il territorio secondo semplici regole di prevenzione. Giorno dopo giorno la sagra delle zone rosse ad andamento variabile e dei piani d’emergenza a cucù, si arricchisce di nuovi colpi di scena, come la più seguita delle soap opera televisive…

    La vecchia zona rossa (Fig.A) composta da 18 comuni, era criticata perché i confini dell’area a maggior rischio seguivano quelli amministrativi comunali. E’ stata così adottata a cura della commissione grandi rischi, una nuova perimetrazione basata su una soglia scientifica offerta dalla famosa linea nera Gurioli. Un tracciato e non una barriera, che circoscrive un perimetro vulcanico entro il quale bisogna annoverare la possibilità che sia invaso e superato dai flussi piroclastici in caso di eruzione pliniana… solo invaso se l’evento è sub pliniano.
    Per tracciare la linea Gurioli sono state eseguite indagini sul campo utili per marcare i punti di massimo scorrimento raggiunti dalle colate piroclastiche staccatesi dal cratere sommitale durante le eruzioni di una certa portata (VEI 4), ma non quelle massime conosciute… I punti di fine corsa sono stati poi uniti sulle mappe, così come si fa con alcuni passatempi enigmistici, per dare forma a una linea e ancora a un’area di massima pericolosità chiamata zona rossa 1, che circoscrive il Vesuvio toccando o tagliando ben 25 comuni della metropoli partenopea. La zona rossa 1 sarebbe quella vermiglio, la più pericolosa, quella dove possono abbattersi i micidiali flussi piroclastici.

    La linea Gurioli sovrapponendosi alla vecchia zonazione rossa (fig.B) non ha coinciso ovviamente con i confini amministrativi, creando delle sperequazioni territoriali che non hanno migliorato di molto le discrepanze precedenti, e creandone addirittura altre di segno opposto…

    Per cercare di chiarire al meglio i concetti che riguardano questo guazzabuglio burocratico, bisogna guardare il disegno in (fig. X) che riporta a mo’ d’esempio le aree di due ipotetici comuni (A e B) di fresca nomina toccati o trapassati dalla linea nera Gurioli. La norma inizialmente prevedeva per tali municipalità la classificazione immediata e totale di tutta la superficie in zona rossa 1, anche per la parte eccedente la black line. Agli stessi comuni però, è stato poi consentito entro il 31 marzo 2013, di modificare il confine della zona rossa 1 segnato dalla linea nera Gurioli, in modo da evitare che passasse su luoghi anonimi e vaghi preferendo piuttosto elementi noti come strade e canali e acquedotti, per favorire una maggiore riconoscibilità dei limiti d’invasione dei flussi piroclastici. Con tale arbitrio, si offriva ai comuni la possibilità di decidere quali parti di territorio sacrificare alla zona rossa 1. L’unico vincolo per tale rivisitazione ovviamente, consisteva nel presupposto che la linea Gurioli può dilatarsi e ampliarsi (assumendola concettualmente come limite di pericolo e non di deposito) ma non restringersi verso il monte.
    Sussiste una differenza però: continuando con l’esempio, guardate la figura Y. I nostri due ipotetici comuni (A) e (B) che potrebbero ad esempio essere Napoli (A) e Poggiomarino (B), sono riusciti in qualche modo, “lucrando” sulla fascia di rispetto, a far coincidere o quasi la zona rossa 1 con la linea nera Gurioli.
    Al di là della zona rossa 1 però, il comune (A) vede il proprio territorio in zona gialla e quello del comune (B) in zona rossa 2.
    Nello scenario vesuviano tutto quello che è fuori dalla zona rossa o R1, vecchia o nuova che sia, è automaticamente in zona gialla, ad eccezione del settore circolare che in figura definisce appunto l’area R2, posta a est del Vesuvio e su cui dobbiamo concentrare tutta la nostra attenzione.

    Il settore circolare R2 (colorato in marrone), identifica la zona che in caso di eruzione può essere soggetta a una considerevole pioggia di cenere e lapilli che potrebbe raggiungere intensità tali da rendere impossibile la permanenza dei cittadini in loco e già nelle prime fasi dell’eruzione. Crollo dei tetti, amplificazione degli effetti sismici dovuti all’innaturale peso sulle coperture e fastidi anche serissimi alla respirazione e alla vista, non consentirebbero infatti di “imbastire” un’evacuazione sul momento e in un contesto di panico diffuso. Già il panico: quello che i pianificatori non trattano nelle loro dotte disquisizioni. Quando il Vesuvio incomincerà a vibrare anche tra un secolo o due, ci sarà una ressa infernale e le statistiche serviranno a poco, perché tutti vorranno mettere quanta più distanza è possibile tra loro e l’incognita (VEI 3,4,5…?) che sarà svelata solo a eruzione fatta.
    Il settore circolare R2 è quello dove statisticamente il fenomeno della pioggia di prodotti piroclastici potrebbe abbattersi pericolosamente, in ragione dei venti stratosferici dominanti. Non è un caso, infatti, che nei primi anni ’90 il comune di Poggiomarino era già contemplato tra i comuni a rischio vulcanico da zona rossa: lo dicevano e lo dicono le spesse coltri di lapillo nelle campagne… Per quanto riguarda le sperequazioni territoriali, non è assurda l’ipotesi che anche il comune di Striano dovrebbe entrare in zona rossa 2 così come una parte di Sarno.
    Le zone pericolose sono diventate due: la zona rossa 1 e la zona rossa 2. Questo spiega perché il piano d’evacuazione dovrà essere esteso ai 25 comuni della zona rossa totale, così come previsto dagli atti ufficiali. Quindi non già un’estensione della tradizionale zona rossa ma l’inserimento di un ulteriore settore a rischio.

    Per capire meglio il bailamme delle zone e le varie furberie che accompagnano le scelte e le non scelte di una certa classe politica, è necessario ripartire dalla legge Regionale Campania N° 21 del 10/12/2003, che proibisce qualsiasi attività edile per uso residenziale nei territori a maggior rischio vulcanico.
    Nella figura Y, si apprezza la zona rossa 1 (R1) che è quella come detto d’inedificabilità totale. La zona rossa 2 (R2) compresa nel settore circolare invece, è stata classificata meno pericolosa… Non tanto, però, da non sancirne l’evacuazione in caso di allarme vulcanico. Ovviamente tutto questo architettismo zonale è stato elucubrato per evitare la mannaia della legge sull’inedificabilità residenziale preventiva almeno nella zona Rossa 2, dove si può allegramente continuare a fabbricare a ridosso della linea Gurioli, magari con lo spiovente, e con un’anta della finestra che all’apertura supera la linea nera…

    Ciò che lascia veramente perplessi è la totale assenza di politiche di prevenzione. Se la comunità scientifica ha sancito che nel breve-medio termine eventuali flussi piroclastici statisticamente e non matematicamente non dovrebbero dilagare oltre la linea nera Gurioli, ciò non vale per gli anni a venire. Secondo alcune logiche commisurate ai tempi di quiescenza, la linea Gurioli che non è un limite di pericolo ma è stata utilizzata come tale, si sposterà in avanti col passare degli anni. E i decenni, si badi bene, non sono eternità…
    Se da un lato discutiamo sulla perimetrazione della zona rossa 2, d’altra parte ci sono popolosi comuni come Portici, Ercolano o Torre del Greco che sono ubicati e per tutto il perimetro amministrativo in zona a totale invasione dei flussi piroclastici. Per loro l’unica chance di salvezza è un efficace piano d’evacuazione che al momento non c’è.
    La recentissima sentenza del TAR che da ragione al comune di Boscoreale che vuole metà territorio in zona rossa 2, ha determinato un precedente che sarà seguito da altre municipalità portando a un restringimento della zona rossa. Ovviamente i giudici non sono esperti di vulcani e di emergenza e di pianificazione del territorio, e quindi non potevano sentenziare diversamente.
    Pensate però, che mentre la zona Rossa 1 diventa micidiale con eruzioni di tipo VEI 4 e VEI 5 (indice di esplosività vulcanica), la zona Rossa 2 diventa pericolosa e, quindi, da evacuare già a un livello eruttivo minore (VEI 3). Un’intensità ritenuta tra l’altro come la più probabile nel medio termine…

    Il Prefetto Gabrielli ha presentato in commissione ambiente al senato una buona relazione sullo stato dell’arte a proposito del rischio vulcanico in Campania e sui fondali tirrenici. Il capo dipartimento alla fine delle sue disquisizioni, sembra che abbia lasciato intendere con qualche misuratissima parola, che le amministrazioni locali forse non fanno per intero il loro dovere. Un modo per dire che le inefficienze non possono essere imputate solo allo Stato centrale. Il nostro pensiero è completamente diverso e riteniamo il Dipartimento della Protezione Civile responsabile della mancanza di sicurezza in area vesuviana e non da oggi. Il ruolo di centralità che compete al noto dicastero nella stesura del piano di emergenza nazionale Vesuvio, che doveva comprendere anche quello di evacuazione, è difficilissimo scaricarlo altrove.
    Nella commissione al senato il Prefetto Gabrielli avrebbe dovuto togliersi la scarpa e batterla sul tavolo, per dire che il primo anello della sicurezza è la prevenzione, e non può esserci gioco o indifferenza politica in un contesto areale dove ogni malaccorta mossa può rivelarsi un azzardo per migliaia e migliaia di persone

  5. Blog “Rischio Vesuvio”, 3 maggio 2015, QUI

    RISCHIO VESUVIO: LA ZONA ROSSA SUI BANCHI DEL CONSIGLIO DI STATO
    di MalKo

    Il 4 giugno 2015 dovrebbe esserci un interessante dibattito innanzi al Consiglio di Stato tra il Comune di Boscoreale e la Regione Campania ad oggetto la zona rossa Vesuvio. Alla base della diatriba c’è la sentenza emessa dal Tribunale Amministrativo Regionale (TAR), che ha dato ragione al Comune di Boscoreale circa il diritto ad estrapolare dalla classificazione di zona ad alto rischio, quella parte di territorio boschese che va oltre la linea nera Gurioli. In questo modo il comune vesuviano sfuggirebbe parzialmente alla morsa della legge regionale campana n° 21 del 2003. Questa legge infatti, vieta di edificare per uso residenziale nella plaga ad alto rischio vulcanico.
    La Regione Campania ha proposto ricorso al Consiglio di Stato che a sua volta ha ritenuto necessario sospendere la sentenza (periculum in mora), indicendo un dibattito pubblico per approfondire aspetti giudicati di tutto rispetto per la sicurezza delle popolazioni esposte.
    Siamo stati facili profeti nell’ipotizzare questa querelle, perché riteniamo di conoscere in buona parte i cui prodest che regolano le azioni di alcuni politici e amministratori pubblici, particolarmente protesi nella corsa alla cementificazione del territorio e al condono edilizio che racchiude aspettative da barattare col consenso elettorale.
    Per spiegare che cosa si andrà a dibattere, dobbiamo procedere con una piccola cronistoria degli eventi scientifici, tecnici e politici, che hanno portato il Dipartimento della Protezione Civile, la Regione Campania, l’INGV e la Commissione Grandi Rischi, a produrre una serie di documenti poi sfociati nelle nuove direttive ad oggetto scenari eruttivi e nuova zona rossa.
    La zona rossa Vesuvio, cioè quella a massima pericolosità vulcanica, negli anni 90’ era composta dai 18 comuni riportati nella figura a lato. Una conformazione scarlatta molto criticata perché utilizzava i confini amministrativi come limite alle dirompenze vulcaniche.
    Nel 2003 l’assessore Marco di Lello propose e ottenne il varo della legge n° 21 che bloccava e blocca di fatto l’edilizia ad uso residenziale nei territori vesuviani a maggior rischio. L’articolo 1 del disposto recita testualmente così: “La presente legge si applica ai comuni rientranti nella zona rossa ad alto rischio vulcanico della pianificazione nazionale d’emergenza dell’area vesuviana del dipartimento della protezione civile – prefettura di Napoli – osservatorio vesuviano”.
    Il Dipartimento della Protezione Civile (DPC), come abbiamo più volte segnalato, è uno degli attori principali di questa storia, ed è anche il soggetto giuridico su cui grava la responsabilità del piano nazionale d’emergenza Vesuvio.
    Per definire i territori a rischio vulcanico, e, quindi, la zona rossa, il dipartimento si è avvalso di un’apposita commissione legata al piano d’emergenza (Gruppo A), che ha prodotto un elaborato tecnico scientifico posto poi al vaglio della Commissione Grandi Rischi per il rischio vulcanico (CGR – SRV). A quest’ultimo consesso di esperti infatti, è demandato l’ultimo autorevole parere sugli argomenti di particolare rilevanza per la sicurezza.
    La Commissione Grandi Rischi ha concluso che la zona a massima pericolosità vulcanica, cioè quella invadibile dalle colate piroclastiche, nel nostro caso (Vesuvio) poteva ritenersi congrua a quella circoscritta dalla linea nera Gurioli. Il Dipartimento della Protezione Civile ha quindi fatto sue queste conclusioni, assegnando a questo segmento a tratti curvilineo, la funzione fondamentale per quanto discutibile di limite di pericolo.
    La linea nera Gurioli che vedete nella figura soprastante, è un segmento geo referenziato nato da indagini campali e segna i limiti di scorrimento dei flussi piroclastici per eruzioni di energia VEI 4.
    Quasi contemporaneamente, alcuni ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, hanno effettuato specifiche elaborazioni statistiche indicando da qui a un secolo un’eruzioni ultra stromboliana (VEI 3) come quella più probabile, mentre una sub pliniana di energia VEI 4 come quella massima di riferimento. Il Dipartimento ha quindi accettato questa proiezione statistica e anche la linea Gurioli che da limite di deposito si è trasformata incredibilmente in un limite di pericolo. In conclusione possiamo dire con certezza che si è assegnato con qualche azzardo un valore deterministico al pericolo eruttivo.
    D’altra parte nel momento in cui è stata rivisitata la zona rossa ad alto rischio vulcanico, il risultato immediatamente apprezzabile che si evince dalle mappe fin qui pubblicate, è quello di un restringimento del settore a maggior rischio vulcanico, perché le superfici inglobate dalla linea nera Gurioli sono nettamente inferiori alle superfici eccedenti la stessa linea. Infatti, guardando la figura sottostante, si identifica immediatamente la nuova zona rossa che, come abbiamo più volte chiarito, è quella circoscritta proprio dalla linea Gurioli. All’interno del segmento asimmetrico, si apprezzano delle piccole aree rosse che sono porzioni di territorio entrate recentemente nella classificazione ad alto rischio vulcanico (Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, Nola, San Gennaro Vesuviano, Palma Campania e Poggiomarino). Di contro, le aree color testa di moro sono quelle uscite dalla classificazione scientifica di alto rischio.
    Il 4 giugno 2015 il Comune di Boscoreale chiederà il rispetto della sentenza che gli ha riconosciuto il diritto di estrapolare quella parte del proprio territorio eccedente la linea nera, dalla nuova zona rossa che classifica, lo ribadiamo ancora una volta, il territorio ad alto rischio vulcanico. Con la favorevole sentenza emessa dal TAR Campania, questo settore boschese acquisirebbe alla stregua di Poggiomarino e Scafati, lo status di zona rossa 2 (R2). Nulla cambierebbe ai fini dell’evacuazione preventiva in caso di allarme vulcanico, ma crollerebbero i vincoli di inedificabilità previsti dai disposti della legge regionale 21 del 2003.
    Richiamando principi di equità e di diritto, siamo convinti che la Regione Campania non può sostituirsi all’autorità scientifica nella definizione e nella classificazione delle zone ad alto rischio, soprattutto utilizzando confini non circolari ma sinusoidali. L’assessore regionale Prof. Edoardo Cosenza è lecito pensare che può proporre un cambio della legge 21/03, ma non siamo certi che possa procedere a forzature di classificazione del territorio, palesando concetti di maggiore tutela che varrebbero stranamente per un comune e non per l’altro. La realtà è che involontariamente o maliziosamente è stato veicolato alla stampa il concetto propagandistico dell’allargamento della zona rossa Vesuvio, forse perché sarebbe stato di qualche imbarazzo ammettere che il nuovo settore a rischio nei fatti è più piccolo della precedente perimetrazione…
    La Regione Campania a cui spetta in aula confutare le tesi avverse, dovrebbe innanzitutto spiegare, atteso una certa linearità distanziale dei tre comuni dalla bocca eruttiva del Vesuvio (fig. Y), come mai alle municipalità di Poggiomarino e Scafati non vengono assegnati gli stessi criteri di iper garantismo che invece vengono invocati per Boscoreale e comuni similari, indicati (abnormità) come già avvezzi alle rinunce nel campo dell’edilizia… Ancora più assurda è la situazione di Pompei, che dovrebbe essere quasi per intero fuori dalla nuova zona rossa; lo stesso vale anche per Torre Annunziata e poi Somma Vesuviana e Sant’Anastasia. Su questi comuni infatti, grava una palese discriminazione che a torto o a ragione, ha avuto negli anni delle notevoli implicazioni economiche.
    Qualche giorno fa nell’ambito di un convegno ad oggetto il rischio vulcanico napoletano, l’assessore Edoardo Cosenza nel rispondere a una domanda proveniente dal pubblico in sala, ci sembra che ebbe a chiarire succintamente che sui suoli di Bagnoli (caldera del super vulcano Campi Flegrei), si potrà costruire anche nel senso residenziale perché la legge 21 del 2003 che vieta l’edificazione nella zona ad alto rischio vulcanico, vale per il Vesuvio ma non per il vulcano flegreo… La legge non può essere semplicemente estesa ad altri distretti vulcanici per logica, ha affermato… Questa puntualizzazione non depone a favore della Regione. Infatti, proprio perché la legge è legge, i disposti della norma sull’inedificabilità nella zona ad alto rischio vulcanico, devono applicarsi solo ai territori compresi all’interno della linea nera Gurioli, che non può essere allargata per logica politica, soprattutto se non c’è equità di trattamento delle municipalità limitrofe, ovvero supporto scientifico di riferimento.
    Certamente il nostro atteggiamento sulla faccenda non è motivato da ripensamenti sui danni prodotti dal cemento ristoratore. Anzi…con queste precisazioni pedisseque vogliamo semplicemente dimostrare che sul rischio Vesuvio pesa la politica del guazzabuglio e dei colpevoli silenzi anche della carta stampata usuale e specializzata. Sull’area vesuviana bisogna sciogliere molti nodi scientifici, tecnici, politici e informativi. La gente sappia che si sta dando molto spazio alla strategia della previsione dell’evento vulcanico come misura di tutela assoluta, abbandonando completamente la prevenzione delle catastrofi: una complessa multidisciplinarietà che richiede tempo e rinunce e poca visibilità.
    La linea nera deve trasformarsi in un cerchio e passare da segmento puntiforme a fascia di rispetto come suggerisce la stessa Lucia Gurioli. Una fascia circolare e ampia in una misura che dovrà essere stabilita a cura di un consesso di scienziati nazionali, internazionali e preferibilmente senza particolare dipendenze finanziarie sui progetti di ricerca.
    Per quanto riguarda il restringimento della zona rossa non si faccia confusione con l’allargamento della zona da evacuare che sono due cose completamente diverse che nascondono una ipocrisia di fondo che tratteremo presto.
    Il nostro parere è che il Consiglio di Stato intanto debba rendere esecutiva la sentenza del TAR Campania, soprattutto perché la giustizia deve rimanere un discutere sui fatti e sulle evidenze e non sulle conclusioni scientifiche o sulle strategie operative. Ovviamente Il Consiglio di Stato potrà arrogarsi con motu proprio il diritto civico – istituzionale di scrivere al Dipartimento della Protezione Civile, onde segnalare delle probabili incongruità o incertezze sull’affaire Vesuvio, che vanno riviste in un quadro di generale interesse della collettività esposta.
    Il principio appellante potrebbe essere proprio quello del periculum in mora, o se volete semplicemente di precauzione che difficilmente sarà richiamato dalle parti in causa
    .

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