Convivere col vulcano. Un’intervista sulla “vesuvianità” oggi

Cos’è rimasto dello “Sterminator Vesevo” nell’immaginario collettivo? A 70 anni dall’ultima eruzione del Vesuvio, ne ho parlato in quest’intervista di Ciro Teodonno:

“Il mediano”, 31 marzo 2014, QUI

L’ANTROPOLOGO VESUVIANO
Un’interessante intervista a chi scientificamente s’è occupato della logica rischio. Una lunga conversazione sull’essenza dei vesuviani e del loro mondo.
di Ciro Teodonno

Circa tre anni fa, per le strade della cittadina di San Sebastiano al Vesuvio, si aggirava una figura armata di macchina fotografica e registratore.
Per mesi, incuriosendo i più e turbando qualche malpensante dalla coscienza sporca, ha studiato la realtà locale e le sue peculiarità vulcaniche, ma dal punto di vista antropologico, regalandoci una visione razionale di quello che siamo al di fuori di ogni tipo di luogo comune. Quell’antropologo è Giogg, sorrentino di nascita, cosmopolita per vocazione ma vesuviano d’adozione; con la sua tesi di dottorato, sul concetto del rischio vulcanico ci ha scrutati come nessuno ha forse mai fatto e a lui, oggi, per il settantesimo dell’ultima eruzione, chiediamo lumi su di noi e il nostro Vulcano
. […]

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2 thoughts on “Convivere col vulcano. Un’intervista sulla “vesuvianità” oggi

  1. – –
    CONTINUAZIONE
    […]
    Dottor Giogg, sull’eruzione del 1944 abbiamo detto abbastanza e in questi giorni si è detto molto a riguardo ma vorremmo ora analizzare quello che resta di questi settant’anni di riposo del Vulcano, se si è fatto tesoro del tempo concessoci o se stiamo sperperando questa eredità. Da antropologo che ha studiato la questione, come la vede?
    «Il rischio non riguarda solo un fenomeno fisico che può verificarsi, ma è anche una costruzione sociale. Ciò significa che il rischio viene elaborato dalla collettività, nel senso che esistono sempre concezioni diverse di un potenziale pericolo, entrano in gioco vari fattori. Nel caso specifico del Vesuvio è intervenuta una “frattura della memoria”, ovvero una serie di concause che non hanno cancellato il ricordo di quel che avvenne nel 1944 o di quel che è il Vesuvio come espressione della natura, ma che hanno provocato una rielaborazione collettiva del rapporto col vulcano in senso più disinvolto.
    Innanzitutto, l’elaborazione attuale del rischio vesuviano dipende dal lungo periodo di quiescenza che ci separa dall’ultima eruzione. Lo stesso Imbò, già nel 1949, scrisse che il Vulcano si era addormentato e che, quindi, non sarebbe tornato ad esplodere di lì a breve. Questo, evidentemente, ha facilitato l’idea che si potesse convivere serenamente con il Vulcano per un po’. Il punto, però, è che ciò è avvenuto in un particolare periodo storico, quello del cosiddetto “boom economico”, che in realtà è stato anche un boom edilizio ed urbanistico.
    In Italia, tra gli anni ‘50 e ‘70 – e nel caso della Campania anche gli anni ‘80 – si è assistito ad un aumento esponenziale del settore edile e del mercato immobiliare: in provincia di Napoli e intorno al Vesuvio, tra assenze di piani urbanistici comunali, deroghe, facili concessioni edilizie, abusi e sanatorie, si è giunti ad urbanizzare in maniera massiccia e spesso disordinata un’area che, invece, fino ad alcuni decenni fa aveva mantenuto un suo equilibrio con la particolare natura del suo territorio.
    Oltre ad una “distanza temporale” dalle ultime attività eruttive, dunque, è intervenuta anche una “distanza politica”, ovvero in questi 70 anni le classi dirigenti (degli enti locali, delle imprese economiche, dell’informazione e, per certi versi, anche di vari settori scientifici) hanno favorito la costruzione sociale di un “Vesuvio buono” o, comunque, “gestibile”. Sentiamo ripetere spesso che il Vesuvio è “il vulcano più pericoloso del mondo”, ma anche che è “il più monitorato”; l’accostamento di queste due affermazioni – di cui non c’è ragione di dubitare – crea un’ambiguità che, localmente, asseconda il restare: numerose persone che ho incontrato durante la mia etnografia in zona rossa hanno ripetuto con convinzione che “in caso di emergenza ci avvertono”. Chissà, però, se sarà un preavviso sufficiente.
    Naturalmente, all’attuale concezione sociale del rischio vesuviano concorrono anche fattori più minuti e personali, come ad esempio la vita quotidiana di ciascuno, che tra mille faccende più o meno ripetitive e usuali “polverizza” e “diluisce” il rischio rappresentato dal vulcano. È il potere della routine, potremmo dire, che riesce ad accantonare il pensiero di una possibile fonte di angoscia: non lo cancella, non lo rimuove, ma lo mette da parte; in qualche modo lo disinnesca, almeno temporaneamente
    ».

    Spesso m’è capitato di dialogare con persone che vivono o hanno comprato, anche con notevoli sacrifici, la casa a San Sebastiano e non ho potuto fare a meno di notare l’ostinazione di questi nel negare il pericolo vulcanico ma così anche la loro negazione di altri tipi di pericoli come ad esempio quello dell’inquinamento.
    «Come ho detto, ritengo che i vesuviani non neghino il rischio, quanto piuttosto lo mettano tra parentesi.
    Questo è possibile perché il vulcano attualmente non dà segni di attività visibili e percepibili dagli esseri umani, se non con strumenti di alta precisione, ma anche perché una nozione scientifica come “tempo geologico” è stata rielaborata popolarmente in senso rassicurante per l’immediato. La sospensione del pericolo, inoltre, è possibile perché ogni rischio è frutto di una selezione sociale, ovvero è il risultato di scelte e di valutazioni sulla priorità di un rischio rispetto ad un altro.
    Nel caso specifico di San Sebastiano, il paese è stato ricostruito e urbanizzato secondo un modello preciso, quello della cosiddetta “Piccola Svizzera”. Ora, nell’immaginario collettivo la “Piccola Svizzera” è bella, è verde, è fresca, ma soprattutto è pulita. Invece, giusto al di là del confine con Ercolano, a poca distanza in linea d’aria dal centro abitato, per decenni è ingrassato un grande immondezzaio, che qualcuno dei miei intervistati ha definito “collina del disonore”. Mi riferisco alla discarica Ammendola-Formisano, che risale alla seconda metà degli anni ‘60 e che, tra rischio ecologico e rischio sanitario, ha finito per diventare un pericolo più concreto e tangibile, per chi abita in zona, rispetto a quello annunciato per un futuro remoto rappresentato dal vulcano.
    Si tratta, cioè, di una preoccupazione reale, a San Sebastiano come a Boscoreale, a Terzigno e in altre località vesuviane adibite, più o meno legalmente, a discariche: le malattie, sebbene non ci siano ancora dati ufficiali, sono percepite in aumento, la puzza, soprattutto d’estate, si è sentita per anni
    ».

    A San Sebastiano, quindi, anche la presenza della fumarola, volutamente confusa con un’esalazione dell’Ammendola&Formisano, può rientrare in questa logica?
    «Sì, questa selezione dei rischi, il valutarne la priorità e l’imminenza, si concretizza bene nella cosiddetta “fumarola di San Sebastiano”. Si tratta di un fenomeno controverso perché, nonostante i pareri degli esperti, i quali spiegano che si tratta di vapore sotterraneo visibile nei giorni più freddi grazie alla sua condensa, diverse persone ritengono, invece, che sia uno sfogo della vicina discarica.
    Per l’ambiguità del fenomeno, quel punto è divenuto un luogo fuori dall’ordinario, uno spazio in cui praticare una ritualità minuta, per certi versi estemporanea, fatta di piccole statue di santi e di rosari, di candele e di immaginette funebri di persone recentemente decedute, generalmente in giovane età. Aver trasformato quella roccia in un altarino rivela l’intenzione di chi compie quella pratica di controllarne l’ambiguità, di riassorbirne l’anomalia. Ma, appunto, si tratta di un’incertezza dovuta al rischio vulcanico o a quello ecologico? A mio avviso diverse persone reputano sia quest’ultimo perché si tratta di un problema causato dall’uomo, dunque, in teoria, più facilmente risolvibile
    ».

    Un’idea senz’altro condivisibile, anche se mi sento di includere questo caso in tutta una serie di manifestazioni tese a nascondere, se non il Vulcano, la sua pericolosità. Faccio riferimento alle teorie dell’ex sindaco di Sant’Anastasia, che voleva il suo comune immune dai rischi derivanti dalle colate laviche e opportunamente dimenticando il resto delle eventualità che avrebbero potuto colpirlo e questo in favore di una monocultura del cemento.
    «Nel corso dei decenni il Vulcano è stato trasformato in un’icona, in qualcosa di controllabile, il rischio vulcanico è stato in qualche modo esorcizzato offrendo una rappresentazione grafica rassicurante, come si può vedere nella gran quantità di loghi e brand a forma di Vesuvio individuabili in oggetti, locandine e insegne delle nostre città. Il Vesuvio è diventato un simbolo radicalmente diverso da quello dei secoli scorsi, quando la sua furia e le sue fiamme evocavano l’inferno. Ora al massimo erutta allegria, creatività, autenticità, genuinità a seconda del prodotto sulla cui etichetta è disegnato il profilo del vulcano.
    Il Vesuvio, cioè, è come un enorme “campanile di Marcellinara”, come un topos che dà senso all’esserci, che rappresenta l’orizzonte culturale locale. Ad esempio, gli abitanti dell’area continuano a celebrare i momenti topici della loro vita nei ristoranti sul Vesuvio, ma tutto questo avviene in maniera più fuggevole ed effimera: il Vesuvio lo si frequenta in auto, relazionandosi ai luoghi attraverso un finestrino, per il tempo di un pranzo di matrimonio. Questa forma di “addomesticamento” del vulcano ha un riscontro in alcune politiche che considerano quella montagna come un’area edificabile, se non più per case, ora per infrastrutture. E questo attecchisce facilmente là dove si ritiene che l’edilizia sia l’unica forma di sviluppo economico, oltre che un buon volano elettorale.
    »

    A proposito di scelte politiche come vede il nuovo piano di evacuazione?
    «Il piano di emergenza nazionale è lo stesso del 1995, nonostante alcuni aggiornamenti, il più importante dei quali si è avuto l’anno scorso, quando è stata riperimetrata la zona rossa sulla base di uno studio della vulcanologa Lucia Gurioli. Questo studio ha portato ad un allargamento dell’area di maggior pericolo, che da 18 comuni adesso interessa 25 municipalità, compresa Pomigliano d’Arco, che aveva un’enclave all’interno del comune di Sant’Anastasia e che a lungo è stata l’esempio dell’inadeguatezza di certi principi della prima bozza di piano.»

    Certo ma con tutto il rispetto alla studiosa, era evidente l’incongruenza di una zona rossa che seguisse i confini amministrativi e non quelli geologici!
    «Era la prova che la perimetrazione del rischio è una negoziazione e che segue innanzitutto dei principi politici, piuttosto che scientifici. Nella nuova zona rossa, infatti, sono rientrate anche altre realtà fino ad ora molto discusse, come i tre quartieri napoletani di Barra, San Giovanni e Ponticelli, il cui ingresso nel perimetro a rischio pone grossi interrogativi sull’assetto urbanistico di Napoli, come ad esempio in merito alla costruzione dell’Ospedale del Mare.
    Per quanto questa estensione della zona rossa sia un buon segno, il resto del piano di emergenza è ancora in fase di messa a punto definitiva. Anche questo è frutto di scelte e di ipotesi che si basano su uno scenario giudicato il più verosimile, ma intanto fin da ora il piano di emergenza nazionale dovrebbe ispirare i singoli piani comunali di evacuazione e i gemellaggi previsti dovrebbero attivare tutte le regioni italiane ad organizzare l’accoglienza. In zona vesuviana, al momento, non c’è una segnaletica chiara che indichi vie di fuga e meeting point, né è chiaro a chi rivolgersi e come muoversi. Il resto d’Italia è, però, nelle stesse condizioni: il piano è nazionale, non locale, ma sembra che il Paese lo ignori
    ».

    E che consigli darebbe a chi ci amministra?
    «Il rischio Vesuvio va affrontato come vanno affrontati i grandi problemi, cioè da più fronti e considerandone la complessità. Per mitigare la vulnerabilità di quest’area sono necessarie innanzitutto politiche coraggiose, che siano applicate con continuità e costanza, ma bisogna anche uscire dalle logiche puramente emergenziali e tecniciste. Quindici-vent’anni fa sembrava che il tema fosse stato considerato dalla politica nazionale e regionale tra quelli prioritari: nel 1995 venne istituita la zona rossa e fu elaborato un piano di emergenza, nel 2003 si diede avvio al progetto “VesuVia” e si sancì l’inedificabilità dell’area più prossima al vulcano.
    Con tutti i dubbi e le riserve, quegli atti erano comunque un segnale a cui, però, non si è dato seguito o il giusto peso. E, infatti, oggi si avverte un disincanto che può alimentare la frustrazione. Questo, tuttavia, non ha azzerato un certo fermento locale perché, se si osserva con regolarità la realtà vesuviana, ci si accorge che non c’è indifferenza nei confronti del rischio vulcanico: spesso vengono organizzati convegni sul rischio e non di rado vengono proposti piani alternativi. Al di là della scientificità e della praticabilità di certe proposte, questo è il segno che è possibile ritessere un rapporto più stretto tra gli abitanti, le istituzioni e il territorio.
    È importante, cioè, favorire una maggiore partecipazione degli abitanti all’interno del processo di pianificazione dell’emergenza, oltre che nella sua comunicazione al resto della popolazione. Per ricucire un rapporto più sereno e costruttivo tra natura e cultura, a mio avviso un’istituzione particolarmente adatta potrebbe essere il Parco Nazionale del Vesuvio che, proteggendo l’ecosistema, non può che rivalorizzare anche tradizioni, saperi, relazioni che, nella storia, gli abitanti di questi luoghi hanno saputo realizzare
    ».

    (Intervista di Ciro Teodonno; l’originale è qui)

  2. Pingback: Quando mi chiedono del Vesuvio | Paesaggi vulcanici

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