Il rischio e l’assicurazione sui disastri naturali

L’etimologia della parola “rischio” è ignota, ma secondo Anthony Giddens risale ad un termine nautico spagnolo che alla fine del medioevo significava «andare incontro a un pericolo o a uno scoglio» [qui]. Per Sylvain Piron, invece, la comparsa del concetto di “rischio” è più antica e risale al vocabolo arabo rizq del XII secolo [qui], poi introdotto nell’Italia settentrionale dalle rampanti aristocrazie marittime genovesi e pisane in guerra contro i saraceni, soprattutto in Sardegna [qui]. In ogni caso, osserva Luhmann, il termine si diffonde in Europa solo con l’invenzione della stampa e, comunque, in ambiti specifici come le assicurazioni navali e il commercio [qui]. Il controllo pianificato del rischio conseguente al calcolo delle probabilità, apparso durante il XVII secolo [qui], conduce alla trasformazione del rischio in concetto astratto quale limite attuale della conoscenza, ma anche come stimolo fondamentale della società moderna che, per definizione, è «orientata verso il futuro» e che, dice Giddens, «vede il futuro proprio come un territorio da conquistare o colonizzare».
Lo sviluppo delle compagnie assicurative, dunque, segna la nostra era; attraverso il (tentativo di) calcolare la probabilità di ogni evento, compresa la morte, cioè, tra previsione, previdenza e prudenza la nostra esistenza procede – in maniera più o meno fiduciosa – alla ricerca di una sorta di “provvidenza razionale”.

In Italia, il dibattito su «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» [qui] va avanti da molto tempo e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. L’ultimo è stato l’esecutivo presieduto da Mario Monti, il quale con il “decreto legge n.59 del 2012” sulla riforma della Protezione Civile (pubblicato sulla “Gazzetta Ufficiale” del 17 maggio 2012) stabiliva che i danni da calamità naturali agli edifici dei cittadini sarebbero stati a carico dei proprietari, i quali si sarebbero potuti premunire stipulando un’assicurazione. Questa previsione, però, è stata poi cancellata dal testo definitivo della norma (la “legge n. 100 del 12 luglio 2012“, a sua volta modificata dalla “legge n. 119 del 15 ottobre 2013“). Il decreto intendeva «consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati a qualunque uso destinati, [così da estendere] tutte le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di fabbricato appartenente a privati. [E ciò al fine di] garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione [che altrimenti rischierebbero tempi lunghi] per la cronica carenza di fondi [statali]». A suo tempo, ne avevano scritto Giovanna Cavalli sul “CorSera” del 18 maggio 2012 (un rimando a questo articolo è anche su “Il Post“) e Gian Antonio Stella sul “CorSera” del 7 giugno 2012 (secondo il quale «la polizza sui disastri non è una tassa, ma se fatta nel modo giusto, può dimostrarsi indispensabile»).
Questo “mercato assicurativo”, dunque, ancora non esiste in Italia e, probabilmente, ciò è dovuto anche al fatto che non sono state risolte diverse problematiche specifiche del nostro Paese. Innanzitutto, ci si domanda come si intenda rispettare il principio di uguaglianza tra cittadini che vivono in zone “a rischio” e cittadini che non vi rientrano. Chi abita, ad esempio, alle pendici del Vesuvio pagherà tre polizze? Cioè contro le eruzioni, i terremoti e le frane? Siccome l’Italia è un Paese estremamente vulnerabile dal punto di vista naturale e considerato che qui il sistema assicurativo contro le calamità ambientali richiederebbe ingenti risorse, a quanto ammonteranno le singole polizze? Sarebbe il caso di capire di più, per verificare se lo Stato intenda o meno abbandonare i cittadini a loro stessi pur di far quadrare i conti.

In un convegno a cui ho assistito l’8 febbraio 2012 a Genova, uno dei relatori, un assicuratore, spiegò che:

economicamente, una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:

* in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;

* in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).

Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale, ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.

Un interessante documento dell’Ania (Associazione Nazionale tra le Imprese Assicuratrici) sembra confermare la necessità di integrare il mero calcolo probabilistico con una lettura sociologica del fenomeno:

«In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19];

«lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].

Queste difficoltà, com’è evidente, non sono solo politiche, ma derivano anche da un deficit di cui soffrono gli approcci al rischio meramente tecnicistici e matematici. Come evidenzia il metodo antropologico, il rischio non è un’entità banalmente oggettivabile: gli effetti sociali e culturali che produce dipendono da un complesso intreccio di fattori “oggettivi” (quelli legati, ad esempio, all’ambiente esterno fisico o biologico) e “soggettivi” (quelli ascrivibili alle modalità dell’antropizzazione e agli effetti delle attività umane). Il rischio, in altre parole, è frutto di un vero e proprio “dialogo” tra le diverse parti sociali (Mary Douglas parla di «dibattito culturale», se non addirittura di «lotta») in cui, tuttavia, nel momento della circolazione delle idee, alcune opinioni possono risultare più determinanti di altre nella formazione del punto di vista. In questo senso, il rischio è sempre culturalmente localizzato e la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende da numerosi fattori (anche di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico) e da priorità, percezioni, capacità di immaginare una risposta efficace nei confronti dell’evento atteso. (In area vesuviana, ad esempio, un peso notevole è dato dall’inquinamento da discarica, che arriva a condizionare l’elaborazione del rischio vulcanico, se non a fondersi con esso).
Realizzare una politica governativa volta a favorire l’assicurazione contro i disastri naturali, pertanto, esige non solo una volontà precisa in tal senso e una notevole complessità di calcolo, ma anche una maggiore attenzione alle risposte culturali che le singole realtà territoriali elaborano in merito al rischio o ai rischi cui sono soggette. La vulnerabilità di quelle specifiche località e comunità, scrive Ligi, dipende dall’«insieme delle variabili socio-culturali che possono avere l’effetto di elevare o abbassare – talvolta annullare del tutto – la pericolosità fisica dell’evento o l’intensità e la gravità del danno» [qui].

Calcoli matematici e valutazioni economiche di possibili (o probabili) eventi disastrosi, comunque, continuano incessanti, in particolare da parte delle grandi compagnie di riassicurazione del mondo (“Munich Re” e “Swiss Re“, ad esempio). Tra queste analisi, com’è intuibile, non manca il caso del Vesuvio.
Nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Si veda: Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe“. Si tratta di uno studio che prende in considerazione i 10 vulcani europei – non tutti in Europa – intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei».

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Questo tipo di approccio a calcolare rischi, costi, vittime ed entità dei danni di un disastro annunciato riguarda principalmente le zone urbane del pianeta, come dimostra lo studio effettuato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo: “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (2013, pdf). Questo elenco è stato ripreso sia dal “Guardian” (25 marzo 2014) che dal “Corriere della Sera” (27 marzo 2014), le cui gallerie fotografiche ho riprodotto al primo commento qui in basso.
Le 10 città più “a rischio” sono le seguenti:

1] la regione di Tokyo-Yokohama (Giappone)
2] Manila (Filippine)
3] l’area del delta del fiume delle Perle (Cina)
4] Osaka (Giappone)
5] Jakarta (Indonesia)
6] Nagoya (Giappone)
7] Calcutta (India)
8] le aree che sorgono sui fiumi di Shanghai (Cina)
9] Los Angeles (California, USA)
10] Teheran (Iran)

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AGGIORNAMENTO del 28 aprile 2014:
L’eccesso di “matematizzazione” delle previsioni sembra essere alla base degli errori compiuti dai meteorologi italiani, come dice Massimiliano Pasqui in quest’intervista a Margherita De Bac: “«Perché noi meteorologi a volte sbagliamo?». Le previsioni reggono a lungo solo d’estate. Uno dei problemi è che in Italia non esistono percorsi universitari per il meteorologo” (“CorSera“) (o qui).

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4 thoughts on “Il rischio e l’assicurazione sui disastri naturali

  1. Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica (testi a cura di Alessandro Filippelli) sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss-Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.
    Di seguito riporto testi e fotografie rispettivamente del “CorSera” e del “Guardian”:

    Ecco le 10 città più pericolose al mondo secondo una classifica pubblicata sul sito web del «The Guardian» sulla base di un rapporto reso noto da una società assicurativa (Swiss Re) che ha valutato 616 città di tutto il mondo a rischio terremoti, uragani e cicloni, tempesta, inondazioni e tsunami. Al primo posto è la regione di Tokyo-Yokohama. Si stima che l’80% degli abitanti di Tokyo, 29 milioni circa, sono continuamente esposti al pericolo di terremoti. Il Giappone è tra i primi Paesi al mondo ad alto rischio sismico perché situato nel cosiddetto “Anello di fuoco”, un’area dall’attività vulcanica molto intensa. Da ricordare è il grande terremoto di Kanto del 1923 che devastò sia Tokyo che Yokohama, uccidendo circa 142.800 persone.

    Earthquakes, hurricanes, cyclones and tsunamis: the world’s 10 riskiest cities. What are the world’s riskiest cities when it comes to natural disasters? A reinsurance company set out to assess 616 cities around the world for their risk of earthquake, hurricanes and cyclones, storm surge, river flooding and tsunami. Here are Swiss Re’s overall top 10 most risky cities.

    1)

    Nella foto la città di Tomioka devastata dallo tsunami del marzo 2011 (foto Epa).


    Tokyo-Yokohama, Japan: With 37 million inhabitants living under the threat of earthquakes, monsoons, river floods and tsunami, the Tokyo-Yokohama region is by far the riskiest in the world: an estimated 80% of Tokyoites, or 29 million, are potentially exposed at any one time to a very large earthquake. Japan is also the country most exposed to tsunami risk, as the country’s urban centres are dotted with an almost perverse accuracy along the Ring of Fire, the active faults of the western Pacific. The Great Kanto Earthquake of 1923 devastated both Tokyo and Yokohama, killing an estimated 142,800 people.

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    2)

    Seconda in classifica è la città di Manila, capitale delle Filippine, con 1,6 milioni di abitanti dove il rischio sismico e il pericolo dei tifoni è molto alto. L’ultimo tifone in ordine di tempo, Haiyan, con una tempesta che viaggiava a 300 chilometri all’ora, ha provocato più di tremila seicento vittime e distrutto diverse isole centrali, rovinando la città costiera di Tacloban (Reuters)


    Manila, Philippines: Built just off the Philippines trench, Manila is one of the most risk-plagued cities you can possibly live in. As well as the substantial earthquake risk, high wind speeds are a severe threat: the powerful typhoon Haiyan that swept the country last year was one of the strongest ever to make landfall. It destroyed several central islands, ruined the coastal city of Tacloban and killed thousands. Photograph: Francis R Malasig/EPA

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    3)

    Terza è l’area del delta del fiume delle Perle in Cina, un agglomerato urbano con più di 42 milioni di abitanti che si sviluppa in una pianura alluvionale minacciata da ogni sorta di calamità naturale (Ap).


    Pearl River Delta, China: This near-unbroken urban conglomeration, including Hong Kong, Shenzhen, Dongguan, Macau and Ghangzhou, is home to more than 42 million people. One of China’s economic jewels (estimated GDP: $690bn) is spread across a flood plain threatened by all manner of natural disasters: it is the number one metropolitan area for storm surge, with 5.3 million people affected, the third-highest for cyclonic wind damage (17.2 million), and the fifth riskiest city for river floods. Pictured is Victoria harbour in Hong Kong. Photograph: Philippe Lopez/AFP/Getty Images.

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    4)

    Al quarto posto Osaka, in Giappone, dove 14,6 milioni di persone vivono sotto la minaccia di terremoti come quello che ha ucciso migliaia di persone nel 1995. Kobe, Giappone (Reuters).


    Osaka-Kobe, Japan: Osaka-Kobe is home to 14.6 million people living under the threat of earthquakes such as the one that killed thousands of people in 1995. It also suffers from brutal storms and the risk of river flooding. And then there are the storm surges, in which heavy winds from typhoons of the kind that hit east Asia whip up gigantic waves: the metropolitan area’s location on a large coastal plain means three million people are at risk. It is also the third-most tsunami-prone city in the world. Photograph: Kimimasa Mayama/Reuters.

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    5)

    Quarta [sic] è la capitale dell’Indonesia, Jakarta. Situata sotto il livello del mare, si trova in un’area pianeggiante, in prossimità di una faglia. Questo significa che i terremoti possono essere particolarmente pericolosi per i 17,7 milioni di abitanti. Al rischio sismico bisogna poi aggiungere il pericolo alluvioni (Reuters).


    Jakarta, Indonesia: Fully 40% of Jakarta is below sea level; it lies in a flat basin with soft soil near a fault line. This means earthquakes can be particularly dangerous to its 17.7 million inhabitants, as the soft soil can magnify the intensity of the tremors. Quakes can also liquify Jakarta’s poorly drained soil, causing the ground to lose its structural integrity and react like a liquid. Add to that Jakarta’s risk of river flood and it becomes one of the most exposed cities on the planet. Photograph: Adek Berry/AFP/Getty Images.

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    6)

    Quinta [sic] è la città di Nagoya in Giappone, che si affaccia nel Pacifico ed è a forte rischio tsunami. Giappone, Iwate (Epa).


    Nagoya, Japan: Tsunami risk dominates in the Pacific. The most exposed cities, dotted along the active faults of the western ocean, are in Japan – led by Tokyo-Yokohama and Nagoya, each with around 2.4 million people potentially affected. With 12 million people in total at great risk, tsunamis affect by far the fewest people of the great five natural disasters analysed here – but the death tolls can be enormous. Photograph: Japan Ground Self-Defence Force 10th Division/Reuters.

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    7)

    Inondazioni e uragani minacciano la città di Calcutta, India. Al sesto posto [sic] delle città più rischiose con i suoi 10,5 milioni di abitanti (Reuters).


    Kolkata, India: River floods also affect Kolkata, with 10.5 million people at risk – but the eastern Indian city is also fifth in terms of tsunami risk, with more than half a million people exposed. It is also threatened by hurricanes. Photograph: Dibyangshu Sarkar/AFP/Getty Images.

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    8)

    A rischio alluvione sono le aree che sorgono sui fiumi di Shanghai in Cina, all’ottava posizione della classifica (Ansa).


    Shanghai River, China: With so many cities built on flood plains and river deltas, flooding is the most common risk they face. India and China face the most significant risks; with 11.7 million residents directly threatened, Shanghai is a particular hot spot for flooding, but other such risky cities include Bangkok, Mexico City, Baghdad, Paris and Doha. Photograph: Mark Ralston/AFP/Getty Images.

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    9)

    Al nono posto Los Angeles, California. La sua posizione sulla faglia di Sant’Andrea la rende una delle città a più alto rischio sismico del mondo (Reuters).


    Los Angeles, United States: Its location on the San Andreas Fault makes Los Angeles one of the most earthquake-prone cities – although not as vulnerable to tsunami as might be expected. Subduction zones, where oceanic plates dive underneath the continental crust, generally create much larger tsunamis than so-called “strike-slip” faults such as the San Andreas and Northern Anatolian faults. Small comfort to the 14.7 million inhabitants of the area threatened by earthquake. Photograph: Timothy A Clary/AFP/Getty Images.

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    10)

    Al decimo posto Teheran, ad alto rischio terremoti. L’ultimo, il più violento, è stato il 9 aprile 2013, di magnitudo fra 6,2 e 6,3. Nella foto Bushehr, Iran. (Reuters).


    Tehran, Iran: We generally think of the San Andreas fault or the Pacific Ring of Fire as being the riskiest zones for earthquakes, but not everyone is immediately aware that the Northern Anatolian fault is one of the most dangerous in the world. The entire 13.6 million population of Tehran is exposed, as are the residents of Bucharest, Tashkent, the capital of Uzbekistan, and much of Turkey. The last quake in Tehran was in 1830, and its building regulations are shakily followed at best – making it a city living on borrowed time. Photograph: Behrouz Mehri/AFP/Getty Images.

  2. “Corriere della Sera”, 18 maggio 2012, QUI (via-Assinews)

    UNA CALAMITA’ DISTRUGGE LA CASA? DA OGGI LO STATO NON PAGA I DANNI
    di Giovanna Cavalli

    ROMA — La calamità naturale sarà a carico del cittadino. In caso di terremoto, alluvione, tsunami e qualsivoglia altra catastrofe, non sarà più lo Stato a pagare i danni. A ricostruire l’edificio crollato o pieno di crepe, casa o azienda che sia, dovrà provvedere il proprietario. A sue spese. O stipulando, previdente, una relativa polizza di assicurazione.
    La novità, enunciata chiaramente, si trova nel decreto legge n.59 sulla riforma della Protezione Civile pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale. In cui si afferma che «al fine di consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati a qualunque uso destinati, possono essere estese tutte le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di fabbricato appartenente a privati». E questo per poter «garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione». Cosa che lo Stato non può più permettersi per cronica carenza di fondi.
    La normativa non ha effetto immediato: il decreto legge prevede infatti «un regime transitorio anche a fini sperimentali». Entro 90 giorni dovrà essere emanato un regolamento che stabilisca modalità a termini per l’avvio del regime assicurativo. Ed è poi probabile che i tempi si allunghino. O che si trovino dei correttivi. Ma la tendenza è quella.
    Confermata dalle parole di Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile: «Quella sull’Aquila è stata l’ultima azione di intervento sulla popolazione» ha detto ieri ai Giovani imprenditori di Confindustria. «Purtroppo per il futuro dovremo pensare alle assicurazioni perché lo Stato non è più in grado di fare investimenti sulle calamità: gli aquilani sono stati gli ultimi a ricevere assistenza». Su questa linea procede anche la norma che riduce la durata dello stato di emergenza, ossia del periodo in cui lo Stato si accolla le spese: 60 giorni, con un’unica proroga di altri 40. Fine delle emergenze pluriennali.
    Per adesso l’assicurazione sarà soltanto di tipo volontario (con agevolazioni fiscali). E già questo principio potrebbe porre dei problemi giuridici in quanto sancisce la disparità tra cittadini che vivono in zone a rischio e quelli che hanno la fortuna di abitare in aree sismiche o soggette a pericoli idrogeologici. Senza contare che le compagnie di assicurazioni, nel primo caso, pretenderebbero premi molto costosi. La soluzione potrebbe essere rendere l’assicurazione obbligatoria per tutti. Con un costo calcolato in circa 100 euro per abitazione.
    Secondo Adolfo Bertani, presidente del Cineas (Consorzio universitario specializzato nella cultura del rischio), questa «è una svolta epocale perché si introduce anche in Italia la responsabilità diretta del cittadino nella tutela dei propri beni e di una nuova cultura di rispetto del territorio. Si passa da welfare state alla welfare community»
    .

    – – –

    “Corriere della Sera”, 7 giugno 2012, QUI

    LA POLIZZA SUI DISASTRI NON E’ UNA TASSA
    Se fatta nel modo giusto, può dimostrarsi indispensabile. In Francia se crolla una casa abusiva non c’è risarcimento
    di Gian Antonio Stella

    C’è un diluvio, on line , contro «la tassa sulla iella». Insulti, invettive, rivolte. Ma la spinta all’assicurazione contro i disastri naturali è davvero, come scrive qualcuno, «l’ultima porcheria della Casta»? Mah… Se fatta nel modo giusto, la svolta potrebbe dimostrarsi indispensabile. Non solo per sgravare un po’ lo Stato da un peso ormai insopportabile ma anche per battere l’abusivismo e, soprattutto, salvare la vita delle persone.
    Partiamo da qui: ce lo possiamo permettere ancora, noi italiani, dato che le pubbliche finanze sono la nostra «cassa comune» e non un’entità astratta, di pagare i danni di ogni calamità? Anche di quelli magari aggravati dalla stoltezza di chi ha consapevolmente costruito la sua casa senza rispettare le norme antisismiche? Anche di chi l’ha tirata su più o meno abusivamente, nell’alveo di un torrente che una o due volte al secolo straripa o sui sedimenti di una vecchia frana o sulle pendici del Vesuvio?
    No: abbiamo un problema. E la Casta stavolta non c’entra. Anzi, la distribuzione di soldi pubblici dopo le calamità è stata per decenni un affarone dei politici più spregiudicati, corrotti e clientelari. Che sarebbero i primi a perderci in un sistema misto che funzionasse bene.
    Quanto siano costati nei decenni gli interventi dello Stato per le ricostruzioni di case, fabbriche, laboratori privati (quelle delle strutture pubbliche è un’altra faccenda, ovvio) non è chiaro. «Il danno medio annuo stimato al patrimonio abitativo da eventi sismici e alluvionali», dice un «Working papers» di Deloitte Consulting, «ammonta a circa 2,8 miliardi di euro». Ma la stessa Protezione civile pare non essere d’accordo. E scrive in un rapporto del 2010 di «un valore orientativo complessivo dei danni causati da eventi sismici in Italia pari a circa 147 miliardi e, di conseguenza, un valore medio annuo pari a 3.672 milioni». Solo per i terremoti. Poi ci sono le frane, le alluvioni… Franco Gabrielli lo ha detto: «Purtroppo, per il futuro dovremo pensare alle assicurazioni perché lo Stato non è più in grado di fare investimenti sulle calamità». Di qui il contestatissimo decreto legge 59. Dove si dice che, dopo l’avvio di un percorso, la definizione di regole e «un regime transitorio» si dovrà arrivare all’«esclusione anche parziale dell’intervento statale per i danni subiti da fabbricati».
    «Mostruoso», strillano sul web. E sono in tanti ad affilare i coltelli per fare a pezzi il progetto governativo. Chi con la speranza di incassare voti, chi con motivazioni più serie come Salvatore Settis che scrive d’una «abdicazione dello Stato al suo compito istituzionale primario, la messa in sicurezza del territorio (…) Il teatrino dell’assicurazione obbligatoria pretende di archiviare decenni di inadempienze dietro uno scaricabarile indegno». E si chiede: «Che farà chi è troppo povero per pagare le alte tariffe che verrebbero richieste? E chi pagherà l’assicurazione degli edifici abusivi o fabbricati con materiali scadenti, il costruttore (colpevole) o il proprietario (spesso innocente)? Quale stato di polizia va instaurato per obbligare i riluttanti a pagare, anche se disoccupati, il dovuto balzello alle imprese private?» Messa così, non fa una piega. E la stessa Legambiente, pur ammettendo che «in linea di principio l’assicurazione obbligatoria è corretta», ha dei dubbi: «Potrebbe forse aver senso in un Paese con standard di sicurezza antisismica già elevati e una attività di prevenzione seria e avanzata. Da noi si rischia l’effetto opposto: lo Stato metterebbe un balzello in più sulla casa, non spingerebbe i privati ad adeguare le costruzioni agli standard antisismici e si sentirebbe anzi deresponsabilizzato rispetto ai suoi compiti di messa in sicurezza del territorio».
    Ma l’esperienza di altri Paesi dice che oltre ai contro ci sono anche dei pro. In Francia, spiega la Deloitte Consulting, «i privati che stipulano una polizza incendio obbligatoriamente devono sottoscrivere una clausola di garanzia contro le catastrofi naturali». Premio fisso: il 12% del contratto base. E se arriva una catastrofe troppo grave per un’assicurazione privata? Subentra la Caisse Centrale de Reinsurance (CCR), pubblica. Per capirci: non sono le assicurazioni a scegliersi il cliente (tu sì, tu no, a seconda dei rischi e di quanto paga il cittadino) e lo Stato «fornisce garanzia illimitata».
    Insomma, dice il Cineas, il Consorzio universitario del Politecnico di Milano che promuove la cultura del rischio, «un sistema ibrido: da una parte si rinvia al meccanismo classico dell’assicurazione, per cui i risarcimenti vengono erogati direttamente dalle compagnie; dall’altra è lo Stato che interviene in maniera significativa stabilendo l’obbligatorietà dell’assicurazione, la definizione di un premio unico per tutti gli assicurati e una specifica garanzia». E qui viene l’aspetto più interessante.
    Nel 1995 il governo francese ha imposto agli enti locali l’obbligo di darsi dei «Piani di prevenzione del rischio naturale». E dal 1997 «le compagnie assicurative possono rifiutare la speciale copertura ai beni situati in aree definite ad alto rischio, nel caso gli insediamenti risalgano a epoca successiva all’approvazione dei Piani». Più semplice: chi «dopo» quei piani di prevenzione che lo hanno messo in guardia ha costruito senza rispettare le regole non può assicurarsi. Quindi se la sua casa fuorilegge casca, affari suoi. L’assicuratore non paga e lo Stato non mette un quattrino. È un sopruso? Difficile da sostenere.
    Anche in Spagna, grosso modo, va così. E «l’obbligatorietà di questa copertura assicurativa è presente fin dall’epoca della guerra civile». E così altrove. Negli Stati Uniti, dove «i premi per catastrofe naturale vengono stabiliti secondo le normali regole del mercato assicurativo» com’è ovvio date le tradizioni, «il programma sulle inondazioni garantisce ai cittadini delle aree a maggior rischio l’accesso a condizioni di favore (fino al 45% di sconto sulla polizza), purché il governo locale abbia aderito agli standard indicati dal programma di prevenzione».
    In sintesi: dove le cose sono fatte bene lo Stato usa questo sistema per imporre alle assicurazioni (vuoi entrare nel business? Accetti, a patti chiari, anche i clienti a rischio) e agli enti locali un sistema di regole. Sistema che innesca una spirale virtuosa spingendo i cittadini, gli amministratori e le compagnie a studiare meglio il territorio, prendere atto dei pericoli sismici o idrogeologici, fissare norme precise e rispettarle risanando via via ciò che può essere risanato. Insomma: fermi restando i doveri dello Stato nei soccorsi e nel ripristino delle opere di tutti, privati e enti locali sono chiamati ad assumersi più responsabilità. Un’indagine del Cineas afferma che gli italiani non sono contrari a priori: «Il 54% si dichiara propenso a sottoscrivere una polizza contro i rischi da calamità naturali per assicurare l’abitazione. Tale percentuale, se lo Stato si facesse carico di prevedere una defiscalizzazione dell’importo, crescerebbe fino al 72%».
    Certo, non è un percorso facile. E il progetto governativo, con l’assicurazione «su base volontaria» non convince. «Non risolverebbe nulla», polemizza il presidente del Cineas Adolfo Bertani, «anzi, metterebbe le compagnie assicuratrici nella condizione di prendersi i rischi migliori, scegliendo chi e come assicurare e incrinando il basilare “principio di mutualità” delle assicurazioni».
    «Le aree a elevato rischio sismico sono il 50% del territorio nazionale e il 38% dei Comuni; quelle a elevata criticità idrogeologica il 10% del territorio e l’82% dei Comuni. Nelle prime risiedono 24 milioni e 147 mila persone, nelle seconde 5 milioni e 772 mila persone; 6 milioni e 267 mila edifici risiedono in area sismica, 1 milione e 259 mila in area a rischio idrogeologico», scrive al Parlamento il presidente nazionale degli architetti Leopoldo Freyrie.
    E spiega che «è perciò evidente che, come peraltro ammesso da Ania nella trasmissione Skytg24 Economia , nessuna compagnia di assicurazione stipulerà una polizza su un edificio in zona sismica che non sia stato edificato secondo i criteri di legge. Il risultato sarà che coloro che hanno a subire gli effetti devastanti di un terremoto non potranno assicurarsi e tanto meno i più poveri, che abitano in case che hanno avuto minor manutenzione e nelle zone più depresse del Paese, che sono proprio quelle più esposte al rischio sismico e idrogeologico». Servono le pinze.
    E si torna sempre lì: allora è lo Stato che deve farsi carico di tutto? Anche se, come è sotto gli occhi di tutti, non ce la fa? La soluzione è il buon senso. Da una parte, come sostiene Lorenzo Pallesi già presidente dell’Ina, «bisogna evitare che i cittadini vivano quest’obbligo come una ulteriore forma di tassazione» cominciando con l’abolire o almeno ridurre l’imposta sui premi assicurativi del ramo incendio ed eventi catastrofali «attualmente del 22,25%: una delle più alte d’Europa». Poi consentendo ai cittadini di scaricare la polizza dalle tasse. E ripetendo, suggerisce Ermete Realacci, l’esperimento delle energie alternative con incentivi che incoraggino le famiglie a mettere in sicurezza la loro casa. E tante altre cose ancora, come appunto il sistema francese, da definire. Ma un punto deve essere chiaro a tutti: le distribuzioni di pubblico denaro di una volta, visti i conti, sono diventate impossibili
    .

    – – –

    “Il fatto quotidiano”, 11 dicembre 2013, QUI

    CATASTROFI NATURALI, PERCHE’ L’ITALIA NON ASSICURA COME ALTRI PAESI?
    di Andrea D’Ambra

    Terremoti, alluvioni…non passa mese senza leggere dei danni (e spesso di vittime) legate catastrofi naturali che colpiscono l’Italia a causa dell’alta esposizione a questo rischio del nostro paese (il caso sardo è solo l’ultimo in ordine di tempo).
    Puntualmente dopo ogni evento di questo tipo gli enti locali e i cittadini devono mendicare i sacrosanti aiuti allo Stato che troppo spesso fa orecchie da mercante in uno scarica-barile infinito che vede il cittadino danneggiato due volte.
    Eppure ci sarebbe un modo per evitare ciò, basterebbe, ancora una volta, prendere ad esempio ciò che avviene fuori dai nostri confini nazionali. Mi riferisco alla possibilità di poter assicurare la propria abitazione/fabbricato contro i danni derivanti da calamità naturali come ad esempio i terremoti e le alluvioni.
    Ciò è la regola nella stragrande maggioranza dei paesi europei, come ad esempio in Francia, dove una legge ha imposto alle assicurazioni di coprire tali eventi.
    Originario dell’Isola d’Ischia, ad alto rischio sismico, dove nel 1883 vi fu il terremoto con il più alto numero di vittime della storia d’Italia (Casamicciola), ho provato personalmente a vedere se fosse possibile assicurare un immobile contro questo rischio. La risposta – che conferma la necessità di un intervento legislativo anche in Italia – mi ha lasciato basito: “non assicuriamo dove il rischio è alto”.
    Che il tema sia importante lo conferma l’interessamento della Commissione Europea che ha recentemente stilato il Libro verde sulle assicurazioni contro le catastrofi.
    Ed è significativo che la stessa Lloyds consideri l’esigenza di un’assicurazione di tale tipo come “improcrastinabile”.
    Secondo la compagnia di assicurazioni i costi legati ad eventi catastrofali sostenuti dall’Italia dal secondo Dopoguerra ammonterebbero ad oltre 250 milioni di euro. E l’Italia risulta il secondo paese europeo più esposto al rischio sismico per sinistri legati a terremoti e sesto per le inondazioni.
    Nonostante ciò, rispetto ad altri paesi con rischio molto meno elevato del nostro (Belgio, Danimarca, Spagna, Ungheria, Francia, Turchia e Gran Bretagna) l’Italia non ha ancora definito una soluzione che miri a coinvolgere (e soprattutto responsabilizzare) il settore assicurativo.
    Mentre all’estero sono le assicurazioni a farsi carico di tali rischi in Italia è lo Stato che continua a sobbarcarsi (quando lo fa) per sostenere i costi delle ricostruzioni ma, come sottolinea la stessa Lloyds, la situazione non è certamente sostenibile, specialmente in questo periodo storico di crisi dove le risorse pubbliche sono limitate.
    Per evitare ogni dubbio di “connivenza” del sottoscritto con le assicurazioni, l’idea che considero più giusta, è quella di un sistema in cui, le compagnie non hanno – come avviene ora – la discrezione assoluta di scegliere le zone dove assicurare, privilegiando quelle per loro più profittevoli (e dove il rischio è vicino allo zero), ma piuttosto, sull’esempio francese, fare in modo che queste non possano rifiutarsi e in caso di catastrofi naturali risarciscano i loro assicurati contro un premio assicurativo che deve essere regolamentato.
    Prima del terremoto in Emilia Romagna del Maggio 2012 il governo Monti aveva previsto nella bozza del decreto legislativo 59/2012 un regime di assicurazione obbligatoria per gli edifici privati. Tale previsione è stata però poi cancellata dal testo definitivo della norma.
    La speranza è che per una volta si possano adottare gli esempi positivi che vengono dai nostri vicini europei e non ricordarsi di loro solo quando si tratta di aumentare l’età pensionabile o imporre “sacrifici”
    .

  3. L’eccesso di “matematizzazione” delle previsioni sembra essere alla base degli errori compiuti dai meteorologi italiani, come dice Massimiliano Pasqui in quest’intervista a Margherita De Bac:

    “Corriere della Sera”, 28 aprile 2014, QUI

    «PERCHE’ NOI METEOROLOGI A VOLTE SBAGLIAMO?»
    Le previsioni reggono a lungo solo d’estate. Uno dei problemi è che in Italia non esistono percorsi universitari per il meteorologo
    di Margherita De Bac

    ROMA – Siamo un popolo di poeti, santi, navigatori e meteo-improvvisatori. Categoria, quest’ultima, che si è molto allargata negli ultimi anni grazie anche alla facilità con cui sul web possono essere consultate informazioni e modelli matematici per leggere l’evoluzione del tempo. Però è anche vero che la primavera è per i lettori dell’atmosfera la più insidiosa delle stagioni.
    Ecco come si spiegano errori clamorosi come l’ultimo, sul ponte del 25 Aprile. Erano attese bombe d’acqua per sabato, nubifragi e freddo, addirittura a Roma l’allerta della Protezione civile. La pioggia è arrivata soltanto ieri. Errori che hanno fatto gridare allo scandalo, tra gli altri, il governatore veneto Luca Zaia, che ha lamentato come sulle spiagge assolate e calde non ci fossero turisti, spaventati dalle previsioni.
    Troppo spesso ci sono previsioni sballate, perché? Massimiliano Pasqui, fisico dell’atmosfera dell’Istituto di biometeorologia del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche), una carriera da previsore doc, spezza una lancia per difendere la professione: «Certo l’esperienza aiuta a dire il giusto. Comunque per noi il rischio di sbagliare è sempre in agguato. Non si può mai avere la palla di vetro. L’unica stagione dove la probabilità di non annunciare evoluzioni meteo che poi vengono smentite è l’estate. Quando l’anticiclone delle Azzorre si piazza sul Mediterraneo la possibilità che dopo due giorni ci sia un temporale è minima. Ma nel resto dell’anno dobbiamo andarci molto cauti».
    La stagione più pericolosa e dinamica dal punto di vista delle sorprese che arrivano dal cielo è sicuramente la primavera, il periodo in cui «l’attendibilità raggiunge livelli minimi». Il detto secondo cui marzo è pazzo non è campato in aria.
    L’«orizzonte della predicibilità», come si dice in gergo, non può essere tracciato a lunga scadenza, i cambiamenti sono repentini, le perturbazioni possono arrivare senza preavviso e configurarsi nel giro di pochissime ore.
    Pasqui si è laureato in Fisica all’Università di Tor Vergata e si è subito dedicato allo studio dell’atmosfera e ai modelli matematici che costituiscono lo strumento fondamentale per la lettura del tempo in arrivo: «Le cosiddette bombe d’acqua sono difficili da predire – spiega -. Si formano in modo localizzato dal punto di vista dell’area interessata e dello sviluppo. Hanno un’intensità speciale. Quando siamo alle prese con queste situazioni è più facile cadere in errore nell’annunciarle. In questi casi la conoscenza di base è importante così come un buon percorso formativo, specialistico. Uno dei problemi è che in Italia non esistono percorsi universitari per il meteorologo».
    Cosa dovrebbe fare allora un buon indovino del tempo? Innanzitutto non dimenticare di esprimersi con un linguaggio probabilistico. Esempio: «Domani potrebbe piovere con una probabilità del 70%». E questo vale, appunto, per tutto l’anno tranne quando c’è lo scudo dell’anticiclone che garantisce stabilità. Secondo: non buttarsi troppo in avanti. «Si può avere solo un’idea di quello che succederà da qui a una settimana, indicare una tendenza – insiste l’esperto del Cnr -. Facciamo un esempio. Per sabato prossimo, durante il ponte del Primo maggio, l’Italia dovrebbe essere interessata da una perturbazione. Però andrà seguita giorno per giorno, per osservare come si comporta». Ecco allora alcune regole per chi vuole sapere in anticipo se concedersi un fine settimana col sole o se invece è consigliabile che resti in città. Primo: seguire gli aggiornamenti dei bollettini. Secondo: non fidarsi delle previsioni a lungo termine. Terzo: fare riferimento a fonti qualificate, ad esempio i centri regionali di meteorologia. Quarto: essere pronto a sorprese, in negativo o in positivo
    .

  4. Pingback: Il costo economico di una catastrofe nelle città del mondo (anche Napoli), secondo i Lloyd’s di Londra | Paesaggi vulcanici

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