Memorie dell’eruzione vesuviana del 1944

Dopo, molto dopo, la memoria trasforma la visione di quell’evento in uno spettacolo affascinante, tuttavia non sembra riuscire ad intaccare il ricordo del rumore, che resta spaventoso.

«Io mi ricordo, tenevo sei anni, stavo a Ercolano e la sera s’illuminava di più… Hai visto i fuochi artificiali quando si aprono in cielo? Ecco, così faceva ‘o Vesuvio, proprio come fosse ‘o fuoco pirotecnico! Era bello!» (Donna, 76 anni, San Sebastiano al Vesuvio, 12 marzo 2011).

«La lava scorre piano piano, ma nei giorni precedenti non era successo niente. Si vedeva quando il Vesuvio buttava fuoco, si vedeva da Napoli, come una cascata di fuoco. Era bello! Era troppo bello!» (Uomo, 84 anni, Massa di Somma, 7 aprile 2011).

«Fece nu scoppio enorme… tremava tutta la casa, la terra… tremava tutto cose… Io mi ricordo che era di notte, ero piccola, ero signorinella… e mi ricordo che mi affacciavo da casa mia e vedevo quando la lava scendeva nelle cisterne con l’acqua. Mamma mia, e che spavento! Faceva uno scoppio proprio terribile! Io, poi, ero paurosa… chi aveva mai visto? E dicevo a mia madre: “Andiamocene, andiamocene!”. Comunque, era troppo spaventoso e si sentiva sempre che sparava il vulcano: lo faceva una continuazione. Ma era terribile quando andava nei pozzi!» (Donna, 92 anni, San Sebastiano al Vesuvio, 12 marzo 2011).

Queste sono alcune delle testimonianze che ho raccolto qualche anno fa. Ciro Teodonno, invece, si è focalizzato (in due articoli) sulle cronache riportate dai giornali del tempo:

“Il mediano”, 18 marzo 2014, QUI (o qui)

MARZO 1944
Un’analisi delle cronache dell’epoca, per intendere i fatti che videro protagonista il Vesuvio e la sua gente settant’anni fa.
di Ciro Teodonno

Abbiamo deciso di ripercorrere, a settant’anni dall’ultima eruzione, i fatti che la contraddistinsero, facendo una sorta di cronistoria degli eventi che nel marzo del 1944 colpirono il Vesuviano.
Abbiamo deciso di seguire, attraverso la cronaca dei giornali dell’epoca, la furia del Vulcano; le passioni e le vicissitudini di chi visse, in quei frangenti, lo scontro tra natura e storia, quelli che furono posti da quest’ultima in quarta pagina, perché le notizie di una guerra ancora in atto non permettevano attenzione maggiore o perché, l’ira del Vulcano, era probabilmente considerata un fenomeno naturale e non un evento catastrofico e inusitato, come spesso oggi li definiamo.
Abbiamo utilizzato, in buona parte, le pagine del Risorgimento, il quotidiano che, in quei duri anni di guerra, riuniva le testate de
Il Mattino, Roma e Il Corriere di Napoli, dopo la confisca delle testate da parte degli alleati e che fu edito dall’ottobre del 1943 fino all’ottobre del 1950. Il periodo preso in esame è quello dell’eruzione che va dal 18 al 29 marzo del ’44 (anche se il periodo di riposo inizia ufficialmente il 7 aprile). Infine i luoghi prescelti non potevano che essere San Sebastiano e Massa, quelli più colpiti dalla lava del ’44.
Ci piacerebbe però iniziare con una panoramica su quello che fu l’evento eruttivo in sé, e vorremmo farlo con documenti apparsi in buona parte solo sul
Risorgimento, scritti dall’allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe Imbò. Quello che segue è quindi il suo resoconto, contemporaneo ai momenti dell’eruzione, non un documento successivo, come è più facile riscontrare altrove, ma la viva testimonianza dello scienziato davanti alla forza della natura. Nella stesura abbiamo rispettato il testo dell’epoca e messo tra parentesi le parole illeggibili e da noi desunte.

CONTINUA QUI (o qui)

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“Il mediano”, 19 marzo 2014, QUI (o qui)

1944: CRONACHE DELL’ERUZIONE
San Sebastiano al Vesuvio e i paesi vesuviani nelle cronache dell’eruzione del marzo 1944.
di Ciro Teodonno

Sulla linea di quanto già detto nel precedente articolo focalizziamo ora l’attenzione sui centri abitati di San Sebastiano e Massa di Somma, colpiti della colata lavica nell’ultima eruzione vesuviana.
I due centri, rispetto agli altri paesi colpiti, sono quelli, che nella sfortuna del cataclisma, hanno ottenuto maggiore attenzione e non solo dalla stampa ma anche dalla letteratura e su tutti spiccano i nomi di Norman Lewis e Curzio Malaparte che in Napoli “44 e ne La Pelle, lasciano pagine memorabili di quegli eventi e di quei luoghi. Quelli che seguono sono invece degli estratti dal Risorgimento e da La Stampa di Torino, che all’epoca veniva pubblicata nella penisola iberica, in grassetto, a chiosa, i commenti del redattore
.

CONTINUA QUI (o qui)

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AGGIORNAMENTO del 25 marzo 2014:
Il website dell’Osservatorio Vesuviano ha una pagina dedicata al ricordo dell’eruzione del 1944 della signora Francesca Sforza di Pagani (nata nel 1929): QUI (e qui).

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4 thoughts on “Memorie dell’eruzione vesuviana del 1944

  1. CONTINUAZIONE di MARZO 1944, di Ciro Teodonno (“Il mediano”, 18 marzo 2014, QUI)

    Dal “Risorgimento” di sabato 25 marzo 1944 (Pagina 4)

    Un comunicato del direttore dell’osservatorio
    Sulle varie fasi eruttive ci è pervenuto dal direttore dell’Osservatorio, prof. Giuseppe Imbò, il seguente comunicato:
    “Alle ore 16.30 del 18 marzo, dopo alcune ore di ostruzione del condotto eruttivo si è avuta una brusca riapertura di esso con immediato inizio di un’intensa attività effusiva ed esplosiva. Le lave copiosissime dapprima colmarono la voragine formatasi al crollo del conetto (Crollo avvenuto alle prime ore del giorno 13), ed indi si ebbe la formazione di due principali correnti, una a Nord Est e l’altra a Sud Est, entrambe molto veloci. la prima si diresse a Nord e raggiunse le pareti del Somma in circa un ora, indi costeggiando queste si diresse verso il fosso della Vetrana (il giorno 19/3, ndr.) la seconda si riversò in parte sul fianco esterno del cono spingendosi rapidamente a valle e in parte costeggiò le pareti sud occidentali del cratere, dando luogo alla formazione di altre piccole lingue laviche.
    Pertanto l’attività esplosiva diventava sempre più intensa: Il materiale esploso, lanciato ad altezza di un centinaio di metri, si riversava sulla platea lavica, da una distanza dalla bocca di non oltre 100 metri, mentre la lava sgorgava dalla bocca a guiso di cavalloni.
    L’attività vulcanica complessivamente considerata rimase quasi costante fino al mattino del 19. Alle ore 11.00 circa, però, in seguito a nuovo apporto magmatico si ebbe una brusca recrudescenza di entrambe le attività. Nuove colate si riversarono all’esterno specialmente dal lato settentrionale ed i lanci divennero continui, copiosissimi ed altissimi; alcuni di essi così fitti e perduranti assunsero l’aspetto di fontane laviche. Un nuovo copiosissimo efflusso lavico si verificò nella notte successiva (20/3 ndr.) lungo il versante Nord riversandosi sulle colate precedentemente sgorgate dirigendosi rapidamente a valle.
    Al tramonto il fronte lavico era già ad un 500 metri da Massa che nella giornata successiva (21/3 ndr.) veniva investita dalla lava insieme a parte di San Sebastiano.
    Una nuova fase eruttiva subentrò alle 17.00 circa del (22) con la formazione di una violenta fontana lavica alla quale, intervallate da brevi pause, ne successero altre, ciascuna di durata intorno all’ora. La minima altezza dei getti lavici raggiunse i 500 metri mentre la massima si avvicinò ai 1000. (Concomitante) all’inizio della nuova fase si notò una riduzione nelle portate laviche in entrambi i versanti.
    Alla sera del 22 esse potevano considerarsi ferme l’ultima fontana di lava si è presentata alle ore 8.00 del 22 ed (la) successiva alle 12.00 è immediatamente subentrata una nuova e violenta fase eruttiva con proiezioni di ceneri incandescenti e scure, dando luogo alla formazione di caratteristici pini vulcanici. Questa nuova fase, che ha subito una brusca cessazione alle ore 18.00 ed ha avuto una ripresa ad intensità alquanto più debole alle 21.00, perdura ancora.”

    Dal “Risorgimento” di sabato 28 marzo 1944 (Pagina 4)

    I comunicati dell’osservatorio.
    Sulla ultima manifestazione della attività eruttiva, il prof. G. Imbò, Direttore dell’Osservatorio, ci comunica:
    “L’attività esplosiva del Vesuvio con la proiezione di ceneri e scorie incandescenti, che è incominciata alle 12 del 22, intensissima e continua fino alle 18, intensa e quasi continua dalle 22 fino alla mattina del 22, è divenuta mediocre e discontinua e dura ancora, manifestando ad intervalli recrudescenze la cui caratteristica è rappresentata dalla formazione di nubi ardenti e da copiosissime scariche elettriche.
    Durante gli intervalli si è avuta una continua emissione di ceneri che si sono elevate fino a quasi 3000 metri e che anno dato luogo alla formazione del caratteristico pino vulcanico. le ceneri convogliate da venti forti di N. e di N-E si sono maggiormente propagate nelle direzioni S-O del vulcano.
    L’attività effusiva è da considerarsi finita.
    Dal complesso delle manifestazioni sia sismiche che eruttive si ritiene che l’eruzione, salvo qualche recrudescenza va gradualmente verso la fine”
    .

    Successivamente lo stesso direttore dell’osservatorio ci ha comunicato:

    “l’attività esplosiva, ad intensità ridotta, è continuata con le stesse modalità dei giorni precedenti, mentre permane una agitazione degli apparecchi sismici, dalla quale può pertanto dedursi che, se non è ancora finita, l’eruzione, con salti nelle intensità, si avvia verso la fine”.

    Inoltre il prof. Imbò, in una conferenza tenuta al Club della Croce Rossa Americana, ha dichiarato:
    “Il fumo a raggiunto l’altezza di tremila metri al di sopra del cratere e l’afflusso di lava a raggiunto durante la eruzione una media di 500 milioni di metri cubi all’ora. Capri, che pure dista una quarantina di chilometri dal Vesuvio, è stata ricoperta essa da uno spesso strato di cenere, valutata a centinaia di tonnellate. Vigneti ed alberi di fiore, strade e case sono stati ricoperti dalla cenere”.

    Dal “Risorgimento” di sabato 31 marzo 1944 (Pagina 4)

    L’eruzione è finita. Un comunicato del prof. Imbò.
    Dall’Osservatorio vesuviano, il Prof. Imbò ci comunica:
    “Con la fase della proiezione di cenere, divenute sempre più chiare e meno copiose, il violento parossismo vesuviano, durante il quale le lave hanno raggiunto una portata massima orario di circa 500 mila metri cubi ed un volume totale non molto dissimile da quello delle eruzioni del 1872 e del 1906, e cioè di circa 20 milioni di metri cubi, può considerarsi praticamente finito. Tra il 26 ed il 27 marzo si è avuto un graduale franamento della platea lavica con la conseguente formazione di una voragine la cui profondità, in seguito a dirette osservazioni dall’orlo craterico, è stata da me stimata non inferiore ai 200 metri. Le continue frane dall’orlo e le valanghe verso la base del grancono di tutta la (congerie) del materiale depositato sulle pendici di esso costituiscono attualmente, un grandissimo pericolo per gli escursionisti”.

    CARRELLATA FOTOGRAFICA

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    CONTINUAZIONE di 1944: CRONACHE DELL’ERUZIONE, di Ciro Teodonno (“Il mediano”, 19 marzo 2014, QUI)

    Dal “Risorgimento” di giovedì 21 marzo 1944 (Pagina 4)
    […] Nel pomeriggio di oggi sono stati inviati dieci autocarri a San Sebastiano al Vesuvio per intraprendere il trasloco delle famiglie dal sentiero dell’infuocato torrente di lava. […]

    Dal “Risorgimento” di giovedì 23 marzo 1944 (Pagina 4)
    […] A nord la lava si è riversata nella Valle dell’Inferno e per l’atrio del Cavallo rigurgita con un ramo verso San Sebastiano, che ha tagliato a metà, circondando la chiesa, dirigendosi, con un’altra branchia, in direzione Somma-Pollena Trocchia. L’altro ramo avanza per la contrada Novella dove, dopo avere attraversato la linea delle ferrovie Cook ne minaccia la stazione. […]

    […] Il salvataggio dell’intera popolazione dei due villaggi di S. Sebastiano e di Massa di Somma (rispettivamente con 6000 e 1500 abitanti), situati sulle pendici occidentali, è stata completata nelle prime ore della mattinata di martedì, poco prima che il torrente di lava abbattesse il ponte che univa i due villaggi alle 3.31 antimeridiane. La valanga di rocce sulfuree e di fiamme ha distrutto il ponte, ha tagliato la strada che circonda la base del vulcano ed ha sommerso buona parte dei deserti. […]

    […] Il tenente colonnello Robert Kincaid, commissario provinciale del governo militare alleato, il quale ha diretto le operazioni di sgombero da S. Sebastiano, ha riferito che coloro che hanno compiuto l’opera di soccorso, con 200 veicoli dell’esercito, hanno completato lo sgombero dei primi due centri in 10 ore. […]

    […] Il sindaco di S. Sebastiano, colonnello Nicola Andrani (Il commissario prefettizio Nicola Andriani nel testo di R. Scarpato, M.T. Tommasiello, A.M. De Luca Picione su San Sebastiano – 1995 ndr.), ha ringraziato gli alleati per il pronto ed efficace aiuto prestato nella grande calamità. “A nome di tutto il popolo della zona colpita dalla distruzione – ha aggiunto il colonnello Andrani – desidero esprimere la nostra gratitudine per la prontezza, la rapidità e l’efficacia con cui gli alleati ci sono venuti in aiuto”. Il sindaco ha pure ringraziato i comuni vicini che hanno dato rifugio ai sinistrati. […]

    […] I membri della famiglia reale italiana si sono uniti alle autorità italiane e alleate nel seguire attentamente la situazione. Martedì il Principe ereditario si è recato sui luoghi del disastro.
    (Ben altro il tono della notizia letta sulla Stampa del 24/3/44 dove si legge la seguente vicenda: […] Infine, si apprende, sempre da fonte inglese, che l’ex-re si è recato a visitare la zona maggiormente colpita e particolarmente la zona di San Sebastiano, completamente sommersa dal torrente di lava. I pochi abitanti rimasti nella zona per cercare di salvare le loro povere masserizie hanno inscenato una dimostrazione contro l’ex-re, la cui macchina è stata fatta segno ad una fitta sassaiola”, ndr).

    […] La lava avanza lenta e spessa verso San Sebastiano. La Chiesa di Massa è bruciata, ma la Parrocchia di San Sebastiano è salva perché la lava in quel punto è deviata […]

    Dal “Risorgimento” di venerdì 24 marzo 1944 (Pagina 4)
    […] Nella chiesa di San Sebastiano, che la lava l’ha circondata lasciandola intatta, è stata celebrata la messa alla presenza di gran folla di fedeli, fra i quali erano i fuggiaschi di Massa e delle altre contrade di campagna. Tre quarti dell’abitato di S.Sebastiano sono distrutti, il municipio è crollato (nell’edizione del 26/3 si smentirà questa notizia ndr.), ed il sindaco si è trasferito a Pollena dove continua la sua opera di assistenza ai profughi […]

    Dal “Risorgimento” di sabato 26 marzo 1944 (Pagina 4)
    Il Governo Militare Alleato annuncia ufficialmente oggi che in seguito al crollo dei tetti di alcune case, sotto il peso della cenere eruttata del Vesuvio sono morte 21 persone, portando così il totale delle vittime dell’eruzione a 26. Le squadre di soccorso nella città di Nocera anno estratto i cadaveri di 12 persone uccise dal crollo dei tetti. Anche a Pagani altre nove persone sono morte per la medesima ragione. In precedenza tre persone erano morte a Terzigno perché colpite dalla pioggia di lapilli (Secondo la Stampa di Torino del 29/3/44 : “Altre tre persone sono rimaste uccise a Terzigno cittadina situata ad est del Vesuvio a causa dell’esplosione di vapori di gas verificatisi in un pozzo, probabilmente confondendo le notizie relative a S. Sebastiano/Massa ndr.).
    Le prime vittime dell’eruzione furono due bambini del paese di S. Sebastiano e Massa di Somma, morti in seguito all’esplosione di una cisterna sotterranea, bloccata e surriscaldata dal passaggio della lava ardente.

    (È importante notare che, gli unici danni dell’eruzione del “44 non furono patiti soltanto dalle cittadine di San Sebastiano e Massa ma è evidente che, come attestano Stampa e Risorgimento, anche i comuni dell’Agro Nocerino Sarnese subirono notevoli danni e non solo in termini economici. Se a tutto questo aggiungiamo le 130 vittime causate dal crollo dei tetti verificatisi durante l’eruzione del 1906 ad Ottaviano e San Giuseppe, riscontriamo non solo che la lava sia il male minore ma anche che l’estensione delle aree a rischio andava ben oltre quelle che immaginiamo e dell’attuale zona rossa ultimamente rielaborata dalla protezione civile.
    Infatti le due zone (zona rossa 1 e 2) non prevedono Nocera e Pagani, menzionate dall’articolo che nella precedente e come sembra nell’attuale stesura siano incluse in zona gialla proprio per il rischio legato alle ceneri. Rientrano invece nella tipologia di “area soggetta ad elevato rischio di crollo delle coperture degli edifici per l’accumulo di depositi piroclastici” i soli comuni di Palma Campania, San Gennaro Vesuviano, Poggiomarino e Scafati appunto in zona rossa 2 ndr.)
    .

    L’arresto della lava
    Fin dalle prime ore del 23 la valanga di lava aveva rallentato la sua corsa: la lingua di materia incandescente che aveva sepolto parte dei S. Sebastiano (secondo scritti successivi Imbò segnerà come data definitiva dell’arresto della lava il giorno 22/3 ndr.), si era quasi arrestata al limitare della via Roma, nel centro dell’abitato, ed il giorno successivo cominciava a raffreddarsi; l’altro ramo, che aveva fatto temere per Torre del Greco e S. Giorgio, nello stesso giorno si andò fermando nei sobborghi delle cittadine, le quali anno subito danni irrilevanti, limitati alle vegetazioni ed a qualche coltivazione delle località periferiche.
    Resina anche è stata risparmiata: di fatti la lava che l’aveva direttamente minacciata ha arrestato il suo corso proprio davanti alla stazione centrale della ferrovia del Vesuvio che, come è noto, subito fuori dell’abitato. […] Sui danni prodotti dalla eruzione nella cittadina di S. Sebastiano, che come è noto è stata quella maggiormente colpita, abbiamo appreso dai rappresentanti del locale Comitato di Liberazione che, contrariamente a quanto risultava dalle prime informazioni, il Municipio non è andato distrutto, come pure la lava si è arrestata nelle vicinanze della parrocchia senza circondarla […] il Professor Imbò, direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che come un medico segue attentamente le fasi di un male ostinato e pericoloso, non a voluto pronunziarsi sul corso dei presenti fenomeni ed a detto con molta cautela: “Posso dire soltanto che il Vesuvio è in uno stato anormale”. Che cosa annunzia il grande volume di fumo, il quale apparve nel pomeriggio di ieri ad oscurare il cielo?

    Dal “Risorgimento” di sabato 28 marzo 1944 (Pagina 4)
    Altri particolari, sui danni prodotti dalla eruzione, si apprendono ora da Nocera Inferiore. Nella notte del 22 e per tutta la giornata seguente è caduta in quella città una abbondante pioggia di lapilli. Alcune case sono andate interamente distrutte. I danni alla campagna sono ingenti. Il Sindaco avv. Lanzara si è prodigato nell’opera assistenza.
    Sui luoghi colpiti di Nocera si è recato nel pomeriggio di giovedì il Principe di Piemonte (Umberto di Savoia, il futuro Umberto II ndr.) e successivamente il Sottosegretario agli interni S. E. Pietro Capasso.
    Il Commissario Regionale, Colonello Poletti, a capo di una commissione americana, si è anche recato sul luogo, per disporre i soccorsi
    .

    Dal “Risorgimento” di sabato 29 marzo 1944 (Pagina 4)
    […] Pollena è divenuto il centro di smistamento di tutti i soccorsi. Sono affluiti in essa quasi tutti i profughi di San Sebastiano e della confinante frazione di Cercola, denominata Massa di Somma, nel numero di circa 4 mila. […]

    ARTICOLO CORRELATO

    CARRELLATA FOTOGRAFICA

  2. Su fb una mia amica, Anna, ha condiviso un ricordo di sua nonna:

    Ricordo come se fosse ieri, i racconti di mia nonna sull’eruzione del Vesuvio del’44. Con piacere e spesso anche con un sottile velo di malinconia, mi raccontava degli episodi legati alla processione di San Giorgio martire e l’Immacolata, i quali vennero portati a spalla da una gran folla di fedeli nella vicina San Sebastiano al Vesuvio, per arrestare la lava incandescente che avanzava lentamente verso i paesi. Mi diceva «Nenne’ a nonna, a lava scenneva chianu chian, cumm ‘o gravone. Era’e fuoco e faceva paura! Jett appriesso a prucessione cu Maria piccerella e pregavamo ca nun scenness fino a cca’» e ancora «allora ce staven’e tedeschi, che belli uagliun, ma erano fetienti!». Ora nonna non c’é più, ma nella mia mente é vivo il ricordo della sua voce e delle sue espressioni.

    E ancora:

    La nonna diceva anche che «a lava quanno scenneva faceva “plo, plo, plo” una arret’a nata…». Diceva, inoltre, che era difficile distinguere i boati del Vesuvio dalle bombe gettate dagli aerei a “Piazza Tarallo” (ora Piazza Massimo Troisi, nel comune di San Giorgio a Cremano).

    (E’ interessante analizzare i giochi della memoria. Anche tanti testimoni intervistati da me hanno raccontato di quel periodo sovrapponendo i ricordi dell’eruzione a quelli della guerra. In realtà, in area napoletana nel marzo 1944 i bombardamenti erano finiti. C’erano ancora le truppe Alleate, ma le bombe per fortuna non piovevano più. Ma la memoria è così, dopo un po’ mischia, seleziona, sublima).

  3. “Osservatorio Vesuviano”, QUI

    24 MARZO 1944 UN GIORNO CHE NON SI DIMENTICA MAI

    Il Vesuvio si svegliò alle cinque di notte, con forti boati; noi tutti di famiglia dormivamo, mio padre si alzò e discendendo le scale che portavano al piano terra avvertì sotto le pantofole i granelli di lapillo. Arrivato nel piazzale, vide che c’era gran silenzio, pensò che la pioggia di lapillo era scesa dal cielo tra le quattro o le cinque di mattina. Mio padre salì di sopra e svegliò le mie sorelle più grandi dicendo loro di accumulare il lapillo e conservarlo in un angolo, che in seguito ne avrebbe fatto, mischiando al cemento, una bella pavimentazione dell’area che recintava la nostra casa, lo spazio era molto, un quindici metri di larghezza per una trentina di lunghezza.
    Tornò la calma, papà ridendo disse che era stato uno scherzo del Vesuvio, ma si sbagliava! Perché verso le nove incominciò una forte pioggia di lapillo ancora caldo e dal Vesuvio provennero boati fortissimi. Noi più piccoli eravamo impauriti, papà ci assicurò che non c’era pericolo per noi ma ci proibì di uscire fuori. Radunò le nostre sorelle più grandi e con scope, pale e palette salì sul tetto delle stanze a spalare il lapillo temendo che il peso l’avrebbe fatto crollare.
    Per cinque sei ore la pioggia di lapillo non cessò, nemmeno per un attimo.
    Tornata la calma erano tutti stanchi e distrutti, si pensò di preparare da mangiare. Eravamo otto figli ed orfani di madre, mentre stavamo mangiando tutti impauriti, il cielo si oscurò, erano ormai le cinque di pomeriggio, incominciò a piovere cenere per qualche ora, per una decina di centimetri, il lapillo che da nero diventò grigio.
    Abitavamo sulla strada nazionale [Pagani]. Nell’aria c’era un rumoroso silenzio, la strada coperta con oltre 30 centimetri di lapillo non si poteva attraversare.
    Alcune ore dopo con pale meccaniche tipo spazzaneve, fecero spazio al centro della strada, ammucchiando [quello strato di lapillo] a destra e sinistra del marciapiede.
    Mio padre era un giardiniere, coltivava oltre a cinque moggi di terra, uno nostro affianco alla casa, e gli altri quattro delle sorelle di nostra madre. Il giardino era stracolmo e tante piante da frutto fiorite. Non appena arrivò alla terra ebbe un colpo al cuore, tutti gli alberi non avevano più una foglia.
    Tornata la calma papà chiamò i maestri potatori, questi poi non usavano le cesoie ma solo serra e serracchio. Dopo raccolto tutto il legno della potatura, fece zappare la terra e con grande dolore il lapillo era dove trenta [cm], dove 25, a parte anche 20 secondo come la corrente li portava, quando gli operai zappavano con più profondità per portare a galla la terra buona trovavano uccelli, rospi, lucertole, tutti morti, a vederli facevano una grande pena. Per tre anni non si pagò la fondiaria.
    Dopo pochi giorni del lapillo papà ci portò a vedere lo spettro delle piante quasi morte. A me, che allora avevo circa quindici anni, guardando gli alberi senza foglie ai miei occhi sembravano piangessero insieme a me camminando [lungo] il terreno [e] arrivando ai limiti della nostra proprietà c’era un albero di mandarino quasi secco già prima del lapillo, alzando gli occhi, con grande meraviglia mi misi a strillare chiamando Papà, e i miei fratelli e sorelle corsero tutti preoccupati per me, grande fu la meraviglia, l’unico ramo di questo mandarino era germogliato sotto, verso terra, dove il lapillo non poteva colpire, un rametto con foglie e alcuni mandarini verdi, ancora acerbi, papà a quella vista quasi piangeva di gioia. Papà chiamò il nostro vicino di terra e si fece promettere di dire ai suoi figli di non toccarli.
    Al ritorno a casa, strada facendo, ci spiegò dell’arca di Noè, quanta gioia del ritorno della colomba con il rametto di ulivo nel becco, fu un augurio di una nuova vita dopo il diluvio. Con gli anni gli alberi si ripresero e tutto continuò come prima.
    Scusatemi di questa memoria, sono passati circa 70 anni e la mia memoria vacilla un pochino.

    Sforza Francesca

    Nata a Pagani (SA) il 13 marzo 1929 e residente a Pagani.

    Testimonianza scritta di proprio pugno dalla testimone e inviata il 2.2.2012 da suo figlio, Dott. Mario Ascolese, Via Carlo Tramontano 56, Pagani (SA).

  4. Pingback: Vesuvio 70: vesuviani che parlano del vulcano | Paesaggi vulcanici

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