A settant’anni dall’ultima eruzione: un’intervista (o quasi) sull’odierna situazione vesuviana

Il rischio Vesuvio è un argomento complesso, con mille sfaccettature; non è semplice fornirne un quadro esaustivo, soprattutto sul web, dove si è sempre molto brevi e troppo veloci. Ne ho discusso con Simona Ciniglio, la quale ne ha scritto un articolo focalizzato sul ruolo dei mass-media nella costruzione sociale di questo specifico rischio.

“Corso Italia News”, 17 marzo 2014, QUI

RISCHIO VESUVIO: A SETTANT’ANNI DALL’ULTIMA ERUZIONE I DANNI MAGGIORI SONO DI NATURA UMANA
Tra letteratura, (dis)informazione e bufala: siamo tutti potenzialmente partecipi del rischio Vesuvio
di Simona Ciniglio

Come sempre, la plebe attribuiva a quell’immane flagello un significato di punizione celeste, vedeva nell’ira del Vesuvio la collera della Vergine, dei Santi, degli Dei del cristiano Olimpo, corrucciati contro i peccati, la corruzione, i vizi degli uomini. E insieme col pentimento, con la dolorosa brama di espiare, con l’avida speranza di veder puniti i malvagi, con l’ingenua fiducia nella giustizia di una così crudele e ingiusta natura, insieme con la vergogna della propria miseria, di cui il popolo ha una triste consapevolezza, si svegliava nella plebe, come sempre, il vile sentimento dell’impunità, origine di tanti atti nefandi, e la miserabile persuasione che in così grande rovina, in così immenso tumulto, tutto sia lecito, e giusto”.
Nel bellissimo e insostenibile romanzo “La Pelle” di Curzio Malaparte, l’orrore e la devastazione legati all’eruzione del Vesuvio del 1944 fungono da estrema oggettivizzazione e castigo per la pestilenza morale che ammorbò la Napoli dell’occupazione alleata americana, un inferno di vizio e vergogna, strascico di disumanità della seconda guerra mondiale.
Le parole di poesia atroce, che attingono parzialmente alla fantasia dello scrittore, sono tra i migliori risultati di mistificazione dei fatti occorsi durante quell’eruzione e, in generale, rappresentano uno splendido esempio di retorica volta a far luce sui molteplici aspetti della natura umana, ciò che fa dell’osservazione della realtà materia letteraria
. […]

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2 thoughts on “A settant’anni dall’ultima eruzione: un’intervista (o quasi) sull’odierna situazione vesuviana

  1. CONTINUAZIONE

    […] Secondo quanto indicato dall’Osservatorio Vesuviano l’ultima eruzione ebbe inizio il 13 marzo del 1944, con il collasso di un conetto di scorie accumulatesi all’interno del Gran Cono dopo la precedente eruzione, dovuto all’apertura del condotto principale. Il 18 marzo vide il principio di un’ attività effusiva caratterizzata dall’emissione di piccole colate laviche lungo il versante orientale e meridionale della montagna e, in seguito, lungo quello settentrionale. Fu ordinato lo sgombero in via preventiva delle città di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma, mentre gli abitanti di Torre del Greco furono invitati a lasciare le proprie abitazioni, soggette a un’incessante pioggia di cenere. Nella mattina del 21 marzo, il corso lento e implacabile della lava raggiunse le due cittadine di San Sebastiano e Massa. La parte conclusiva, e più spettacolare, dell’eruzione ebbe inizio già l’indomani, il 22 marzo, con una violenta attività esplosiva che pose fine all’alimentazione lavica e diede inizio a fontane di lava alte fino a 2 km. Seguì il rapido formarsi di un “pino vulcanico” di ceneri e lapilli che raggiunse un’altezza di circa 6 km, per poi collassare in flussi piroclastici verso Sud-Est, investendo le città di Terzigno e dell’agro nocerino-sarnese. Dall’incontro tra il magma e l’acqua in falda originarono, come effetto collaterale dell’eruzione, numerose esplosioni freatomagmatiche associate ad intensa attività sismica, che andò progressivamente diminuendo fino a cessare del tutto intorno al 29 marzo.
    Nella sola San Sebastiano, il piano stradale si innalzò di alcuni metri, circa 600 famiglie rimasero senza casa, gran parte della rete viaria divenne impraticabile e la rete idrica distrutta. I danni riportati a seguito dell’eruzione furono di 26 morti nell’area interessata da ricaduta di ceneri e causati dai crolli dei tetti delle abitazioni (a Terzigno, Nocera Inferiore e Sarno), dei due centri abitati di San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma in parte distrutti dalle colate laviche e di tre anni di raccolti persi nelle zone coperte dalle polveri vulcaniche”. Così scrive sul suo blog l’antropologo Giogg, sintetizzando in una breve cronologia l’eruzione del 1944 del Vesuvio.
    In occasione del settantennale di quell’ultima eruzione, e alla luce del diffuso allarmismo circa un nuovo disastroso evento che al pari di quanto avvenuto nel 79 d. C. o nel 1631 potrebbe mostrare appieno ( e a breve) le potenzialità distruttive del vulcano, è forse il caso di concentrarsi sulle reali condizioni dello “sterminator vesevo”, fornendo un quadro quanto più fedele possibile (o se preferite una cartolina) e tenendo ben presenti le differenze che intercorrono tra narrativa, informazione e bufala. Come si vedrà il rischio eruzione fa da sfondo a una serie di rischi ben più tangibili, in cui l’unica natura apportatrice di danni al momento è quella umana.
    Per riuscire nell’intento, o quantomeno provarci, chi scrive ha potuto contare sulla collaborazione del già citato antropologo Giogg.
    L’allarmismo che circola in rete già da diversi mesi intorno all’argomento Vesuvio ha il suo fondamento nella circolazione di articoli giornalistici, che facendo ricorso a fonti non adeguatamente verificate o contestualizzate ha originato a sua volta una condivisione acritica di contenuti che, secondo le modalità proprie alla rete, ha causato una diffusione virale di tali contenuti, generando la percezione che quanto riportato, per il solo fatto di essere tanto presente sulle bacheche dei social, fosse vero.
    Tutto è cominciato dalle dichiarazioni dello scienziato americano Flavio Dobran circa un’imminente eruzione devastante, di cui non è stata in nessun caso fornita la fonte originaria. Si è continuato col travisamento dell’attività sismica fisiologica del vulcano- monitorata tra l’altro da una rete composta da ben 15 stazioni, in grado di localizzare terremoti di magnitudo prossima allo 0 – e assurta improvvisamente a prova inconfutabile di un risveglio in atto (salvo poi scoprire che il tracciato sismico generatore di panico mostrava i segnali provocati dal passaggio di autoveicoli). L’ultima erronea interpretazione che ha causato il diffondersi di un allarmismo ingiustificato circa lo stato del vulcano ha trasformato l’annunciata operatività entro 45 giorni della nuova legge sui piani di emergenza, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, nell’attuazione concreta dei piani previsti, ovvero nella necessità di un’evacuazione entro 45 giorni.
    Dall’inizio dell’anno l’Osservatorio Vesuviano ha già diffuso tre note volte a rassicurare il gran numero di persone allarmate da una ripresa dell’attività eruttiva.
    Accanto al ribadimento dello stato di quiescenza del vulcano e dell’assoluta mancanza di variazioni che possano far pensare a un’eruzione vicina, quanto emerge è la priorità di dirimere una questione eminentemente di tipo linguistico (capire ciò che si legge). Che l’autoreferenzialità promossa dai social network abbia compromesso le nostre capacità di confrontarci con qualcosa di diverso dal nostro pensiero, viziando addirittura la comprensione del lessico?
    Secondo quanto scritto dal Direttore dell’OV Giuseppe Di Natale infatti: “
    bisogna comprendere la differenza tra ‘possibile’, ‘probabile’ ed ‘imminente’. Eruzioni estremamente violente del Vesuvio (come di ogni vulcano esplosivo) sono certamente ‘possibili’, ma non sono ‘probabili’ (nel senso che per fortuna sono eventi rari), né sono tantomeno, assolutamente, ‘imminenti’”.
    Il concetto di rischio” spiega il dott. Giogg “fa ricorso alla nozione di probabilità, dunque si riferisce ad un evento futuro che, tuttavia, può condizionare già il presente. In genere si pensa a questo concetto come se fosse “oggettivo” (e, infatti, viene affrontato con calcoli e strumentazioni tecniche), ma il rischio è anche una costruzione sociale: ogni comunità umana, cioè, “produce” i suoi rischi (con le sue scelte pratiche può aumentare la vulnerabilità nei confronti di uno specifico “agente d’impatto”: nel nostro caso, aver costruito tanto intorno ad un vulcano ha decisamente aumentato la vulnerabilità degli abitanti di quell’area, ovvero il rischio che rappresenta un’eventuale eruzione del Vesuvio), ma soprattutto ne valuta la priorità. Dalla prospettiva delle scienze sociali, dunque, il rischio è una costruzione storica: sia l’aver consapevolezza di un pericolo, sia il sottostimarlo sono, cioè, il frutto di scelte (o di mancate scelte)”.
    È a questo punto che diventano evidenti le responsabilità dei mass-media nella costruzione storica del rischio e nella sua percezione.
    «
    È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra» si leggeva in una nota congiunta di Protezione Civile e Ingv alle redazioni giornalistiche, emanata il 28 agosto 2013.
    Il tentativo è quello di evitare casi come quello clamoroso del terremoto dell’Aquila del 2009, dove, secondo la sentenza di primo grado dell’ormai noto processo alla Commissione Grandi Rischi, è passata una comunicazione eccessivamente rassicurante alla popolazione, la quale, fidandosi, non avrebbe lasciato in tempo le proprie case, poi crollate. Nella fattispecie si sta assistendo a un’ingiustificata sfiducia nelle istituzioni e negli enti preposti a controllo e prevenzione del rischio Vesuvio, complicandone ulteriormente il lavoro. Il Vesuvio erutterà, ma è impossibile prevedere quando.
    Nell’era di internet, in cui di fatto ognuno partecipa dell’informazione attraverso i social, determinando con la diffusione e il gradimento gli standard del giornalismo, appare chiara la necessità di responsabilizzare gli utenti forse ancora più che gli operatori del settore, i quali operatori anziché invertire il flusso di tale deriva se ne lasciano influenzare, sancendo una perdita di autorevolezza quanto mai necessaria a rappresentare un riferimento nell’intricato groviglio del “fake”.
    Infatti, se è vero che titoli sensazionalistici e argomentazioni infondatamente catastrofiche aumentano esponenzialmente i click ai siti e le possibilità che questi si estendano ai banner pubblicitari (e relativi compensi), è pur vero che di reale e utile c’è tanto da segnalare riguardo ad esempio gli scarsi interventi della politica locale e nazionale per attenuare il rischio Vesuvio e l’attuale piano di emergenza ancora insoddisfacente per molti aspetti e alquanto lento a trovare forma definitiva.
    Dopo la ripartizione e l’aggiornamento dei comuni esposti al rischio in zone rossa, gialla, blu (alla rossa corrisponde la zona interessata dai micidiali flussi piroclastici; alla gialla quella soggetta alla caduta di consistenti ceneri e lapilli; alla blu quella esposta a pericolosi fenomeni di allagamento e alluvionamento) sono stati recentemente resi noti dalla Protezione Civile i nuovi gemellaggi disposti tra i comuni dell’area rossa e le varie regioni italiane nei quali sarebbero dislocati gli abitanti in caso di evacuazione.Un piano che dunque non coinvolge soltanto la regione Campania, ma l’intero Paese, e alla cui portata e implicazioni c’è da dubitare che le regioni designate come “ospiti” siano realmente preparate.Inoltre non risultano ancora chiare le modalità di raggiungimento di tali aree, i mezzi che si impiegheranno, le strade che verranno percorse, le tempistiche e i punti di aggregazione e riferimento.
    Ciò che è noto della vicenda è storia: e non solo quella relativa alle eruzioni del passato, ma quella più recente che riguarda l’assenza di piani urbanistici funzionali e stabili, il clientelismo politico alla base di tanta speculazione edilizia dagli anni ’60 agli anni ’80, l’abusivismo e i relativi condoni a cui solo in tempi recenti si è posto un freno con l’istituzione della “zona rossa” (1995, la cui inedificabilità è stata poi sancita da una legge regionale del 2003) e del “Parco Nazionale del Vesuvio” (1995). E’ questa la storia delle scelte che hanno portato alla massiccia urbanizzazione delle pendici del Vesuvio, che tanto ha influito sull’incremento del rischio Vesuvio, sulla sua “costruzione”.
    Il guazzabuglio di contraddizioni noto come “napoletanità” viene così descritto da Giogg: “
    uno stereotipo, strumento culturale che riduce la complessità, prende un elemento di una realtà sociale e lo fa passare per il tutto. La “napoletanità” è una sineddoche in cui c’è tutto e il suo contrario, dunque non è un concetto utile per comprendere la realtà, ma è piuttosto un’invenzione con cui si vuole spiegare ciò che non si conosce (senza, appunto, riuscire a spiegarlo)”.
    E la “napoletanità” peggiore è proprio quella dei napoletani, la “napoletanità” auto-percepita e autoreferenziale, quella che trova in taluni assurdi prima di tutto amministrativi al massimo lo slancio di un’alzata di spalle, quando non una forma perversa d’identità.
    Sul come sia possibile “vivere in una tragedia annunciata” e sull’ipotesi che gli abitanti delle pendici del Vesuvio accettino questa singolare condizione con fatalismo, Giogg ancora una volta dissolve le semplificazioni del senso comune: “
    Generalmente si risponde dicendo che i napoletani/vesuviani hanno “rimosso” o “negano” il pericolo su cui risiedono. In realtà non è così: nella nostra provincia nessuno cade dalle nuvole se gli si chiede del rischio vesuviano, tutti sanno che quella montagna è un vulcano (attivo) e che ha prodotto eventi nefasti come quello di Pompei. Allora come è possibile spiegare l’apparente indifferenza degli abitanti verso questa problematica? Sono veramente “fatalisti”? Qui la questione è prettamente antropologica: gli abitanti del posto vedono e, allo stesso tempo, non vedono il rischio del vulcano. Cioè, evitano la possibile fonte di angoscia: pensare sempre al peggio significherebbe rendere impossibile il presente (ad esempio: ciascuno di noi sa di dover morire, ma non ci pensa continuamente, altrimenti la vita sarebbe una non-vita). Ciò è possibile, almeno in area vesuviana, grazie a vari espedienti: perché il vulcano attualmente non dà segni visibili (agli esseri umani) della sua attività (rilevabile solo dagli strumenti scientifici); perché la comunicazione di massa ci fa pervenire notizie di disastri un po’ ovunque (quindi si ritiene che, in una certa misura, un posto valga l’altro, dal punto di vista del rischio); perché ciascuno vive un proprio tempo quotidiano fatto di impegni che “distraggono” dal tema del rischio geologico; perché la scienza ci dice che i tempi del vulcano non sono come quelli umani (inoltre gli scienziati ci ripetono spesso che il Vesuvio è “il vulcano più monitorato al mondo”); perché – come dicevo precedentemente – si effettua una sorta di classificazione per priorità (il rischio vulcanico non è ritenuto imminente, mentre invece sono più “quotidiani” altri rischi, come quello ecologico delle discariche, quello sociale della precarietà del lavoro e così via).
    In questo atteggiamento apparentemente “incomprensibile” e “irrazionale”, c’è in realtà una logica, per quanto – nel lungo periodo – non resiliente (ma tutta l’Italia, nel lungo periodo, è un posto dove non si dovrebbe vivere, data la sua sismicità e franosità)”.
    È dunque con un invito alla logica (che se tutto sommato possibile per chi vive alle pendici del Vesuvio, dovrebbe essere applicabile con un minimo sforzo da parte di chi naviga, condivide e “piace” sui social network) che si chiude questo articolo. La facoltà di influire sull’informazione da parte degli utenti può e deve essere uno slancio al miglioramento delle proposte di lettura in ambito giornalistico, all’attendibilità e alla funzionalità socio-istituzionale. Dove per funzionalità nel vocabolario dell’Enciclopedia Treccani leggiamo: ”
    L’esser funzionale: f. di un arnese, la rispondenza alla funzione a cui è destinato”. Da non confondere con strumentalità: “Funzione di strumento, carattere o valore strumentale: s. di uno sciopero, di una crisi di governo. In partic., in economia, s. di un bene, la sua attitudine a essere utilizzato per la produzione di altri beni, dipendente non da proprietà intrinseche ma dall’impiego che ne viene fatto”.
    Intanto per ogni chiarimento in merito alla situazione vesuviana è possibile consultare il sito della Protezione Civile e dell’Osservatorio Vesuviano. Per chi “frequenta” i social network, la pagina facebook rischio vesuvio: informiamoci e attiviamoci dispensa aggiornamenti e link utili all’approfondimento
    .

    (La versione originale di questo articolo ha numerose parole linkate).

  2. Pingback: Quando mi chiedono del Vesuvio | Paesaggi vulcanici

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