Il solito accostamento tra natura dei suoli e natura umana

Siamo alla vigilia del 70esimo anniversario dell’ultima eruzione vesuviana. Oggi Erri De Luca ne ha scritto un ricordo personale su “Repubblica”, a cui è affiancato un bellissimo disegno di Gipi:

Gipi, “Vesuvio”, in “La Repubblica”, 9 marzo 2014

Il testo di De Luca è da leggere, sebbene con la dovuta tara alle invenzioni poetiche e ai troppo facili accostamenti tra natura dei suoli e natura umana. La sua letteratura ha spesso vene nostalgiche, il suo stile mi sembra che prediliga il tempo imperfetto: può piacere o meno, ma è il suo, riconoscibile e, evidentemente, di successo. Quando, però, si ha a disposizione un’intera pagina di uno dei principali quotidiani nazionali e si scrive di un fatto storico ritengo che si debba evitare l’eccesso di metafora. Io, ad esempio, ho delle grosse difficoltà con questo passaggio: «Così è anche il carattere della gente locale, il suo sistema nervoso dipende dalla geologia. La loro residenza in terra non è da proprietari, ma da inquilini sotto minaccia di sfratto».

“La Repubblica”, 9 marzo 2014

L’intero articolo di Erri De Luca è QUI (oppure alle pagine 4 e 5 di questo pdf) (o, ancora, al primo commento qui in basso, cui segue anche una discussione tra amici su fb).

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3 thoughts on “Il solito accostamento tra natura dei suoli e natura umana

  1. “La Repubblica”, 9 marzo 2014, QUI

    MEMORIE DAL SOTTOSUOLO. QUANDO IL VESUVIO RINGHIO’
    di Erri De Luca

    D’estate da ragazzo in vacanza sull’isola d’Ischia salivo di notte sul Monte Epomeo per aspettare l’aurora. Nello stretto terrazzo di cima ho conosciuto le mie prime notti senza riparo. La Via Lattea era una cucitura che teneva insieme le due metà del cielo. Poi la luce spuntava dietro la spalla del Vesuvio, scaraventata fuori dall’energia di sorgente che ha l’Oriente.
    Visto dalla distanza dell’isola, il vulcano era una pagnotta lievitata, appena uscita dal forno.
    Per chi abita Napoli è invece l’incubo maestro piantato sopra uno dei golfi più celebri del pianeta. In qualunque stanza si trovi, anche al buio, il napoletano sa da che parte sta ‘o Vesuvio. Il santo protettore del luogo, Gennaro, è specialista in eruzioni: la sua statua veniva portata in processione contro l’avanzata del fiume di fuoco. Le cronache riferiscono di buoni e miracolosi risultati ottenuti arginando la piena col suo aiuto. Il vulcano sta piantato a est della città. La sua forma attuale, arrotondata come la pancia di un Buddha, è opera di grandiosi squarci e sconvolgimenti. Anche il resto del golfo, la sua presunta armonia, proviene dal lavoro di cesello dei terremoti. La bellezza da quelle parti è scaturita dalla violenza del sottosuolo. La bellezza di natura a Napoli è scatarro di viscere infiammate. In superficie ha forma di sorriso, ma sotto è ringhio. Così è anche il carattere della gente locale, il suo sistema nervoso dipende dalla geologia. La loro residenza in terra non è da proprietari, ma da inquilini sotto minaccia di sfratto. Così anche il sentimento religioso non proviene dall’alto dei cieli ma dal fondo dei pozzi e del caffè. Dove sfiata lo zolfo di un vulcano spento, presso Pozzuoli, da Puteoli cioè maleodoranti, in quei paraggi gli antichi immaginarono l’ingresso nel buio deidefunti. Virgilio avviò là sotto il povero Enea, fresco di sbarco. Oggi lo avremmo rinchiuso in un Centro di identificazione e di espulsione, in uno dei nostri hotel per ospiti: li chiamiamo ospiti, quelli rinchiusi lì senza reato.
    Quando si accese la fornace dell’ultima eruzione, nella primavera del 1944, la guerra aveva da poco lasciato Napoli, risalendo un po’ più a nord. La casa di mio padre, figlio di una donna americana, era stata distrutta da un bombardamento aereo americano. I loro bombardieri avevano i gentili nomi dei sette nani più Biancaneve e le operazioni di attacco in codice portavano il titolo di “Biancaneve e i sette nani contro Pulcinella”.
    La casa di mia madre fu distrutta invece dall’unico bombardamento aereo tedesco, dopo che la città era insorta e si era liberata, da sola e tutta intera. In quell’occasione il Vesuvio non se la sentì di aggiungersi alle stragi e fece una sua rara eruzione non catastrofica. S’incendiò, sputò cenere da cancellare il cielo, ma non straripò con le colate in fiamme.
    Il golfo era pieno di navi da guerra grigiochiare, della Marina degli Stati Uniti, i liberatori guardavano incantati lo spettacolo. I napoletani invece a bocca chiusa erano intenti a spalare la cenere da tetti e da terrazze: non è leggera, basta poco accumulo per sfondare solai.
    In quella primavera, prima e vera perché senza guerra, mia madre e le altre ragazze scopavano cenere da mattina a sera. Il cielo era velato di fuliggine con un punto rosso rovente, una cresta di gallo, in cima al vulcano.
    Ma non è stato capace solo di cancellazione: sua materia è il tufo, pietra lavica spenta con la quale è fatta la casa del napoletano. Scavata, estratta fin dall’epoca greca è stata il solo materiale da costruzione della città di sopra. Di sotto Napoli poggia su cave e cavità gigantesche, come su un alveare, molto meno geometrico.
    Sono stato forza lavoro in edilizia per un mucchio di anni e ho maneggiato blocchi di tufo a migliaia. Assorbono acqua e diventano pesanti, ma poi la lasciano andare. Possono essere rifilati, tagliati perfino dalla sega da legno. Sono di pasta sgranata e porosi: se messi a dividere due stanze, in verità le collegano. Lasciano passare le voci, dalle ingiurie ai canti. Attraverso il tufo ho ascol-tato le storie del mondo che mi aveva preceduto.
    L’intonaco sulla sua buccia non dura, finisce staccato, respinto. Così pure le pubbliche autorità poco riescono a attecchire, a fare presa. L’adesione politica sul napoletano è quella dell’intonaco sul tufo.
    Il Vesuvio è stato accusato da Plinio di avere distrutto Pompei. L’ha invece serbata largamente intatta. Noi che l’abbiamo scavata per esporla alle nostre intemperie dell’incuria, noi la stiamo distruggendo pezzo a pezzo.
    Napoli durante la guerra si è accollata il numero maggiore di bombardamenti aerei su una città italiana, mannaggia al porto che le assegnava il rango di bersaglio primo. Sulle macerie fresche, durate oltre dieci anni, la tosse convulsa del Vesuvio si stese come una benda sporca, a sigillare la fine dei fuochi con la sua cenere. Le piogge la portarono a concimare il mare.
    Le storie dei bombardamenti aerei e dell’eruzione sono state la materia epica della mia infanzia, narrativa assorbita anche dai pori. Erano in napoletano e contenevano tutti gli accidenti in chiave di una partitura musicale, diesis e bemolle, tragiche e ridicole.
    Pochi cittadini si sono offerti una salita sul Vesuvio. Meglio non andare a sfottere il gigante e poi c’entrava pure il terrore di una diceria: magari dopo la salita di quel tale, se il vulcano faceva una mossa, la fama di iettatore sarebbe stata marchiata a fuoco sulla sua porta.
    Ci sono salito un paio di volte, la prima con mio padre, una domenica negli anni Cinquanta. Era inverno, c’erano chiazze di neve, stavamo dentro una nuvola avvolgente e un silenzio da orecchie tappate. Raggiungemmo il bordo del cratere, una tazza e una piazza vuota. Lanciammo un grido dentro, come un sasso in un pozzo.
    Mio padre è stato alpino in guerra, amava le montagne e così anch’io, per una sua consegna. Il Vesuvio è stata la prima e l’unica salita insieme.
    La seconda volta fu verso i vent’anni, era estate, salii con un amico, in gara di sveltezza, arrivando al cratere svuotati di sudore. In cima vidi il più bel largo di orizzonte della mia vita. Una brezza accogliente ci asciugò la pelle e ci strofinò gli occhi mentre il sole paonazzo scendeva dietro Ischia
    .

  2. Sulla mia bacheca fb alcuni amici hanno commentato il testo di Erri De Luca:

    Ciro: Io ho letto alcuni dei suoi libri e mi sono piaciuti ma non apprezzo la sua retorica da cartolina riscontrata in alcuni articoli. Nel senso che una città, in particolar modo complessa e peculiare come Napoli andrebbe vissuta prima e poi raccontata. La Napoli e a maggior ragione il Vesuvio visti da lontano non mi piacciono. Io avrei poco da dire di altri luoghi e se lo facessi lo farei con molta cautela e soprattutto rispettando chi vive certe realtà. Talvolta è opportuno dire di no, astenendosi da un inutile e reiterato luogo comune. Poi dovrebbe sapere anche che Pozzuoli si trova ancora su un vulcano attivo! E’ fondamentale informare anche quando si da preponderanza allo stile.

    Anna: Che dire! Il suo modo di scrivere e raccontare, l’ho trovato molto coinvolgente…mi ha rapita! Però, aimè, ha scritto una grande stupidaggine. L’area flegrea é un supervulcano, altro che vulcano spento!

    Ciro: Certo come anche il fatto che afferma: “In quell’occasione il Vesuvio non se la sentì di aggiungersi alle stragi e fece una sua rara eruzione non catastrofica. S’incendiò, sputò cenere da cancellare il cielo, ma non straripò con le colate in fiamme.” non è da poco; morirono comunque 26 persone e San Sebastiano e Massa furono quasi del tutto cancellate dal passaggio della lava.

    Ciro: Ma a questa mancata informazione aggiungo ciò che è per me più grave e ho sottolineato sopra, ovvero il fatto che lui, più volte di recente ha descritto una città irreale e nostalgica e non fa onore né a lui e né a noi.

    Anna: Lo sanno anche i bambini che nell’ultima eruzione la lava arrivò (e si fermò) a San Sebastiano e a Massa! Inoltre ancora oggi, a San Giorgio a Cremano, si tiene ogni anno la “festa della lava” dove dal santuario della città, escono in processione le statue di San Giorgio e l’Immacolata, che nel ’44 furono portate dinanzi alla lava, che “miracolosamente” si fermò.

    Francesco: Un grandissimo scrittore,che purtroppo ha perso un po’ contatto con la città ed il suo sguardo su Napoli ne risulta eccessivamente malinconico e trasognato. E’ una condizione che De Luca deve conoscere bene, per come lucidamente ne parlò in ‘Napolide’: “A Napoli, quando scendo gli scalini del treno, non mi sento tornato. Invece mi sento solo, con un diritto più intimo di quello che provo altrove. Una città non perdona il distacco, che è sempre una diserzione.” Il disegno di Gipi, pisano, oggi è più efficace delle tante parole di Erri.

  3. Pingback: 1944-2014: 70 anni dall’ultima eruzione vesuviana | Paesaggi vulcanici

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