Ecosistema Rischio, dossier 2013

E’ stato presentato il dossier “Ecosistema Rischio 2013“, a cura di Legambiente e del Dipartimento di Protezione Civile:

ECOSISTEMARISCHIO2013

Clicca sull’immagine per scaricare il pdf.

Dal documento emerge, ancora una volta, che il dissesto idrogeologico è alla base del principale rischio del nostro Paese: l’82% dei comuni italiani presenta aree franose e alluvionali. In dieci anni, ha dichiarato Franco Gabrielli, «è cambiato poco o nulla, urge passare dalla parole ai fatti» [QUI].
E’ da osservare, inoltre, che i rischi spesso si sommano tra loro: il comune con il punteggio più basso è San Giuseppe Vesuviano, in piena “zona rossa” vulcanica, che non solo non ha avviato sufficienti attività per la mitigazione del rischio (di frane e alluvioni), ma non ha intrapreso nemmeno un’adeguata organizzazione del sistema comunale di protezione civile (pp. 11-12).

Ho scritto e archiviato di frane e alluvioni nei seguenti post: QUI, QUI e, più in generale, nei post segnati da questo tag.

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2 thoughts on “Ecosistema Rischio, dossier 2013

  1. E’ stato presentato il dossier “Ecosistema Rischio 2013” (pdf, QUI), in cui viene denunciato ancora una volta che la situazione del dissesto idrogeologico in Italia è gravissima: l’82% dei comuni italiani presenta infatti aree a rischio idrogeologico. In dieci anni di denuncia da parte di ‪Legambiente‬ e Protezione Civile‬ “è cambiato poco o nulla”, dice ‪Gabrielli‬, “urge passare dalla parole ai fatti”.

    “Il Giornale della Protezione Civile”, 13 febbraio 2014, QUI

    L’ITALIA FRANA: DIECI ANNI DI DENUNCIA. GABRIELLI: “PASSARE DALLA PAROLE AI FATTI”
    di Redazione/sm (fonte: DPC)

    Siamo giunti a livelli ormai inaccettabili: l’Italia frana ed è più che mai urgente mettere in sicurezza il territorio. L’emergenza è sotto gli occhi di tutti: piove e le montagne franano o gli argini dei fiumi crollano. A pagarne lo scotto non solo è il territorio ma anche la popolazione.
    “Purtroppo, in dieci anni di Ecosistema Rischio – dossier annuale di Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile – ci siamo ritrovati a dire spesso le stesse cose: il tempo è passato ma sembra sia cambiato poco o nulla nell’attenzione rivolta ai temi della protezione civile e della salvaguardia del nostro territorio” denuncia Franco Gabrielli, Capo del Dipartimento della Protezione civile. “Rimango convinto dell’urgenza di passare dalle parole ai fatti, dell’urgenza di compiere scelte importanti che pongano al vertice delle nostre preoccupazioni la salvaguardia dell’intero territorio che sta letteralmente crollando a pezzi. Per questo ho lanciato, da mesi, la proposta di una revisione delle politiche di uso del territorio, sospendendo, magari, quei progetti che possano provocare un ulteriore aggravio del rischio in un paese sempre più fragile come il nostro e investendo le poche risorse che abbiamo sulla messa in sicurezza”.
    Gli ultimi avvenimenti alluvionali e franosi confermano come il rischio idrogeologico interessi la massima parte del territorio italiano e sottolineano una prevenzione strutturale non immediata per tempi e risorse economiche, “dobbiamo quindi concentrarci tutti sulla prevenzione di protezione civile e su una corretta informazione ai cittadini, strumenti che nell’immediato possono consentirci di salvare vite umane” sottolinea Gabrielli.
    Ecosistema Rischio 2013 ha monitorato le attività per la mitigazione del rischio idrogeologico di oltre 1.500 amministrazioni comunali italiane tra quelle in cui sono presenti zone esposte a maggiore pericolo. Il dossier denuncia come l’82% del totale dei comuni italiani – precisamente 6.633 – presentino aree a rischio idrogeologico. Sono oltre 6 milioni i cittadini che si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. In ben 1.109 comuni (l’82% fra i 1.354 analizzati nell’indagine) sono presenti abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana, e nel 32% dei casi (439 comuni) in tali zone sono presenti addirittura interi quartieri. Nel 58% dei comuni campione della nostra indagine (779 amministrazioni) in aree a rischio sono presenti fabbricati industriali che, in caso di calamità, comportano un grave pericolo oltre che per le vite dei dipendenti, per l’eventualità di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni circostanti. Nel 18% dei comuni intervistati (242 amministrazioni) sono state costruite in aree a rischio idrogeologico strutture sensibili come scuole e ospedali, e nel 24% dei casi (324 comuni) sia strutture ricettive che commerciali. Anche nell’ultimo decennio sono state edificate nuove strutture in zone esposte a pericolo di frane e alluvioni: in 186 comuni intervistati. In 147 di questi (il 79%) sono state costruite abitazioni, in 31 comuni addirittura interi quartieri, mentre in 60 comuni l’edificazione recente ha riguardato fabbricati industriali. In 15 comuni, invece, le nuove edificazioni hanno riguardato anche strutture sensibili come scuole e ospedali, e in 27 comuni (15%) strutture ricettive. Sempre in 31 amministrazioni comunali, in zone esposte a pericolo di frane e alluvioni sono sorte strutture commerciali. Infine, in 153 comuni sono stati tombinati e coperti tratti dei corsi d’acqua con la conseguente urbanizzazione degli spazi sovrastanti.
    Nel contempo, soltanto 55 amministrazioni hanno intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo e in appena 27 comuni si è provveduto a delocalizzare insediamenti industriali. Ancora in ritardo anche le attività finalizzate all’informazione dei cittadini (dichiarano di farle in 472 comuni), essenziali per preparare la popolazione ad affrontare situazioni di emergenza.
    “Frane e alluvioni comportano ogni anno un bilancio pesantissimo per il nostro Paese sia per le perdite di vite umane che per gli ingenti danni economici – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. E se è ormai chiaro il ruolo determinante dell’eccessivo consumo di suolo, dell’urbanizzazione diffusa e caotica, dell’abusivismo edilizio e dell’alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi nell’amplificazione del rischio, le politiche di mitigazione faticano a diffondersi. Ma non solo. Anche le risorse stanziate dopo ogni tragedia finiscono spesso a tamponare i danni, ripristinando lo stato esistente mentre sarebbe ora di pianificare interventi concreti di ripensamento di quei territori in termini di sicurezza e gestione corretta del rischio”.
    Nonostante l’urbanizzazione delle aree più fragili ed esposte a rischio nella nostra Penisola sia molto pesante, non si nota purtroppo una seria inversione di tendenza nella gestione del territorio. Il 64% dei comuni intervistati (872 amministrazioni) ha dichiarato di svolgere regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica, e 905 comuni (il 67%) confermano che nei propri territori sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza. Questi ultimi, tuttavia, non sempre sono efficaci: le attività di messa in sicurezza riferite dai comuni intervistati, infatti, sono state volte soprattutto alla costruzione di nuove arginature o all’ampliamento di arginature già esistenti (in 460 comuni, il 34% dei rispondenti); solo il 9% (122 comuni intervistati) ha affermato di aver provveduto al ripristino e alla rinaturalizzazione delle aree di espansione naturale dei corsi d’acqua e solo nel 6% dei casi di aver riaperto tratti tombinati o intubati dei corsi d’acqua. Da notare, inoltre, che in soli 68 comuni oggetto dell’indagine si è provveduto al rimboschimento di versanti montuosi e collinari franosi o instabili (5% del campione), mentre in 406 le attività di messa in sicurezza hanno previsto opere di risagomatura dell’alveo fluviale (il 30% dei comuni del nostro campione). In 687 amministrazioni rispondenti (51%) sono stati realizzati interventi di minore entità volti alla messa in sicurezza del territorio da parte della stessa amministrazione, senza l’ausilio di altri soggetti istituzionali.
    Migliora almeno la situazione riguardo all’organizzazione del sistema locale di protezione civile, fondamentale per rispondere alle emergenze in maniera efficace e tempestiva. L’85% dei comuni (1.148 amministrazioni fra quelle che hanno partecipato all’indagine) si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione. Tuttavia, soltanto 733 comuni tra quelli che hanno risposto al questionario (il 54% del totale) ha dichiarato di aver aggiornato il proprio piano d’emergenza negli ultimi due anni, il che significa che troppi avrebbero a disposizione un piano vecchio in caso di necessità.
    La legge 100 del 2012, attraverso la quale sono state disposte alcune misure per la riorganizzazione del sistema di protezione civile, ha nuovamente ribadito l’obbligo, per le amministrazioni comunali, di adottare un piano d’emergenza entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge stessa (ottobre 2012), mentre, ad oggi, alcuni comuni continuano a non adempiere a questo importante compito o dispongono comunque di strumenti non adeguati per affrontare eventuali emergenze nel territorio.
    934 comuni (il 69%), inoltre, riferiscono di aver recepito il sistema di allertamento regionale: un importante passaggio per far sì che il territorio sia informato con tempestività su eventuali situazioni di allerta e pericolo. Le amministrazioni comunali italiane sono ancora in ritardo nelle fondamentali attività di informazione rivolte alla popolazione: se i cittadini sono informati, se sanno cosa fare e dove andare durante una situazione di emergenza, e se non si espongono a rischi ulteriori, certamente la gestione dei momenti di criticità è facilitata. Soltanto il 35% dei comuni intervistati (472) ha affermato di aver organizzato iniziative dedicate all’informazione dei cittadini, mentre 432 comuni (il 32%) hanno confermato di aver realizzato esercitazioni per testare l’efficienza del sistema locale di protezione civile. Un ritardo particolarmente rilevante visto che i piani d’emergenza, per essere realmente efficaci, devono essere conosciuti dalla popolazione.
    Complessivamente, sono ancora troppe le amministrazioni comunali italiane che tardano a svolgere un’efficace politica di prevenzione, informazione e pianificazione d’emergenza. Appena il 49% dei comuni intervistati (664) svolge un lavoro positivo di mitigazione del rischio idrogeologico, mentre il 16% delle amministrazioni campione dell’indagine (218) risulta gravemente insufficiente. Con le dovute diversità relative all’effettiva entità del rischio tra zona e zona, sono oltre seicento le amministrazioni comunali che risultano svolgere un lavoro di prevenzione del rischio idrogeologico ancora sotto la sufficienza. Dati che confermano come sia ancora drammaticamente lunga la strada da percorrere per garantire la sicurezza della popolazione da frane e alluvioni.
    Nella speciale classifica di Ecosistema rischio 2013, sette tra i comuni intervistati raggiungono la classe di merito ottimo. Sono tre i comuni risultati più virtuosi nelle attività di mitigazione del rischio idrogeologico: Calenzano (FI), Agnana Calabra (RC) e Monasterolo Bormida (AT). In tutti e tre i comuni sono state avviate le procedure per la delocalizzazione di strutture presenti nelle aree esposte a maggiore pericolo, è stata realizzata una manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica, sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza e si è provveduto all’organizzazione di un efficiente sistema locale di protezione civile.
    L’altra faccia della medaglia è rappresentata da tre comuni che ottengono un punteggio particolarmente basso: San Pietro di Caridà (RC), Varsi (PR) e San Giuseppe Vesuviano (NA). In tutti questi comuni è presente una pesante urbanizzazione delle zone esposte a pericolo di frane e alluvioni e non sono state avviate sufficienti attività mirate alla mitigazione del rischio, né dal punto di vista della manutenzione del territorio, né nell’organizzazione di un efficiente sistema comunale di protezione civile.
    Tra i capoluoghi di Regione e delle due Province Autonome sono 14 quelli che hanno risposto in modo completo al questionario di Legambiente Tra questi, la città prima classificata è Bolzano, che ottiene un 8 in pagella e conferma il risultato positivo ottenuto anche nella precedente edizione della nostra indagine, dovuto all’assenza di strutture in aree a rischio e all’organizzazione del sistema locale di protezione civile.
    Dieci anni di Ecosistema rischio e i dati relativi all’urbanizzazione delle aree a rischio sono sostanzialmente confermati di anno in anno. Dall’analisi emerge come le modalità di gestione del territorio e di uso del suolo non abbiano visto una concreta inversione di tendenza, come si può notare sia dall’esiguo numero di delocalizzazioni di strutture dalle aree a rischio, sia dal fatto che, proprio in quelle zone si è continuato a costruire. Il quadro è inquietante e drammatico e la denuncia sottolinea proprio quanto detto dal prefetto Gabrielli: “l’urgenza di passare dalle parole ai fatti” per salvare questo Paese che crolla ad ogni pioggia
    .

  2. “Il Giornale della Protezione Civile”, 7 marzo 2014, QUI

    DISSESTO IN ITALIA: GABRIELLI SOTTOLINEA L’URGENZA DI AZIONI PER CITTADINI E TERRITORIO
    Semplificazione delle norme, seri investimenti, assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali, rispetto del territorio e dei cittadini. Questi i punti sottolineati dal Capo Dipartimento Franco Gabrielli in Commissione ambiente al Senato
    di Redazione

    I fondi che lo Stato ha destinato al dissesto idrogeologico “sono assolutamente inadeguati“, la “forbice tra l’intervento dello Stato e i danni prodotti è molto ampia” e i cittadini non hanno alcuna certezza che verranno risarciti. A dirlo è stato il Capo della Protezione Civile Franco Gabrielli in un’audizione tenutasi martedì in Commissione ambiente al Senato per fare il punto sulle situazioni di emergenza presenti in Italia.
    Se è vero che “troppo spesso i soldi sono pochi” è vero anche che “troppo spesso arrivano con insopportabile ritardo”. Ne consegue che “non solo non vi è una risposta adeguata, ma non vi è neanche una risposta equa” per il cittadino.
    Dal 2012 ad oggi alluvioni, esondazioni e disastri hanno provocato danni per 3,5 miliardi ma lo Stato ha stanziato soltanto 450 milioni e riconosciuto 19 stati di emergenza seguiti a calamità che hanno avuto pesantissimi effetti sui sistemi idrogeologici e idraulici del Paese. Sono troppe le persone colpite che non vedono un risarcimento di quanto perso e contemporaneamente il territorio subisce troppe ferite continue perchè non vi è possibilità di metterlo seriamente in sicurezza e neanche di prevenire le pesanti conseguenze delle calamità. “La divaricazione” tra soldi stanziati e danni quantificati non fa altro che “peggiorare lo stato del territorio, perché se non si interviene su un territorio già colpito, quello diventa ancora più debole”.
    L’Italia è un paese “malato”, dove la “manutenzione” del territorio, zone urbane comprese, “è sempre più limitata”, non solo a causa dei fondi che scarseggiano. “Se un corpo sano può resistere anche ad una polmonite, un corpo debilitato può rimetterci le penne anche con un semplice raffreddore”, ha sottolineato il numero uno della Protezione Civile. “E’ indubbio che negli ultimi anni c’è stata una intensità e una reiterazione di fenomeni estremi, con cumulate che si sono concentrate in tempi molto ristretti”, ma è altrettanto evidente che “la maggior parte dei territori colpiti sono territori abusati, antropizzati, nei quali si è costruito dove non si doveva o non si poteva costruire, dove si è condonato e sanato qualsiasi cosa in una perversa logica di cassa, dove non si sono fatti interventi per una corretta urbanizzazione”. In tutto ciò inoltre norme e burocrazia hanno di fatto parcellizzato competenze e responsabilità rendendo ancora più difficile intervenire con rapidità e efficienza.
    Davanti alla Commissione ambiente Gabrielli ha dunque sottolineato la necessità sia di una “semplificazione delle norme”, sia di “auspicabili seri investimenti”, sia un serio discorso sull’adozione dell’assicurazione obbligatoria per tutti i cittadini. Su quest’ultimo punto il Capo Dipartimento ha spiegato come questo tipo di assicurazione sia ormai “l’unico approccio praticabile” al problema. La gente però lo vedrebbe come “ulteriore balzello” e per evitare che accada ciò “si potrebbero calmierare i guadagni delle assicurazioni con lo Stato che stabilisce il tetto massimo di guadagno per le compagnie” ha proseguito Gabrielli. “Il cittadino deve poter sapere qual è l’entità del ristoro prevista in caso di calamità, ma la lista dei danni risarcibili e le percentuali non è ancora stata fatta. E non è stata fatta perché è chiarissima la difficoltà di chi governa di trovare fondi pubblici”.
    E’ chiara ed evidente la situazione economica del Paese, ma ormai deve essere una priorità la messa in sicurezza di questa Italia che frana, se non la si vuole vedere sgretolarsi del tutto. Lo stesso Gabrielli il 10 febbraio di quest’anno a Pisa, a margine di un incontro con i sindaci del territorio colpito dal maltempo di quei giorni, aveva lanciato la proposta di uno stop alle nuove costruzioni per i prossimi 10 anni, in modo da “investire tutto quello che c’è sulla messa in sicurezza del territorio”. “Se il Paese scegliesse di non fare nuove cose ma di mettere in sicurezza quelle che ci sono salvaguarderebbe il nostro territorio, le comunità, i nostri abitati” ha concluso Gabrielli
    .

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