L’esilio forzato è una frattura

Eleonora Guadagno, che studia la mobilità umana a seguito di catastrofi in Italia, ha scritto l’articolo “Dove la nostalgia diventa un bene comune” (pubblicato da “Lavoro culturale” il 12 febbraio 2014).
Partendo dai due disastri di Sarno (1998) e di Cavallerizzo di Cerzeto (2005), Guadagno spiega quanto queste catastrofi generate da una vulnerabilità ambientale e sociale si tramutino «in disastri collettivi, minando i beni comuni materiali (l’ambiente) ed emozionali (la memoria e la nostalgia) di una comunità».
Si domanda, inoltre, «Che cosa succede, però, quando una comunità umana è costretta ad allontanarsi da un luogo? Quali sono i sentimenti nei confronti della vita in quel territorio che ha visto gli alberi crescere, i figli giocare e diventare grandi, ma che in ultimo ha traumatizzato la memoria collettiva? Cosa significa perdere un bene comune? Quali conseguenze a livello immateriale determina questa perdita? Il territorio di una comunità non è solo un luogo, un insieme di elementi che si giustappongono, ma è fatto di beni dotati di significati profondi. Una strada, una scuola, una chiesa, una quercia, una panchina non sono solo parte dell’urbanistica o dell’arredo urbano ma rappresentano un punto di riferimento nella memoria singolare e plurale, tanto nella mappa mentale individuale quanto in quella tramandata in maniera collettiva».

L’intero articolo è QUI.

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3 thoughts on “L’esilio forzato è una frattura

  1. “Lavoro culturale”, 12 febbraio 2014, QUI (l’articolo originale è corredato di fotografie interessanti)

    DOVE LA NOSTALGIA DIVENTA UN BENE COMUNE
    In seguito all’ennesima allerta meteo che ha coinvolto il nostro Paese, pubblichiamo le riflessioni di Eleonora Guadagno* sulle conseguenze della gestione emergenziale in due importanti “disastri” idro-geologici italiani: Sarno (Sa) e Cavallerizzo di Cerzeto (Cs).
    di Eleonora Guadagno

    Sarno, Campania, maggio 1998: una frana, amplificata dal sovra-sfruttamento del territorio, distrugge parte del centro abitato, provocando morti, feriti e numerosi evacuati. Molti sono ancora oggi in attesa di riottenere i propri alloggi.

    Cavallerizzo di Cerzeto, Calabria, marzo 2005: una frana provoca un dissesto di parte di una delle frazioni che compongono il paese di Cavallerizzo e le autorità nazionali decidono arbitrariamente di ricostruirla realizzando la “Nuova Cavallerizzo”.

    Catastrofi generate da una vulnerabilità ambientale e sociale che si tramutano, ancora una volta, in disastri collettivi, minando i beni comuni materiali (l’ambiente) ed emozionali (la memoria e la nostalgia) di una comunità. Beni comuni che, nel momento della catastrofe, perdono la loro connotazione di “neutralità” e diventano ostacoli allo sviluppo della collettività stessa. Abbandono territoriale e utilizzo sconsiderato delle risorse generano gravi conseguenze ecosistemiche, non solo sconvolgendo le risorse e gli elementi naturalistici di un territorio, ma anche modificandone profondamente la percezione da parte delle comunità che lo abitava.
    Le migrazioni e i trasferimenti delle comunità sono da sempre legati all’ambiente, alle risorse e alle caratteristiche climatiche. Che cosa succede, però, quando una comunità umana è costretta ad allontanarsi da un luogo? Quali sono i sentimenti nei confronti della vita in quel territorio che ha visto gli alberi crescere, i figli giocare e diventare grandi, ma che in ultimo ha traumatizzato la memoria collettiva? Cosa significa perdere un bene comune? Quali conseguenze a livello immateriale determina questa perdita? Il territorio di una comunità non è solo un luogo, un insieme di elementi che si giustappongono, ma è fatto di beni dotati di significati profondi. Una strada, una scuola, una chiesa, una quercia, una panchina non sono solo parte dell’urbanistica o dell’arredo urbano ma rappresentano un punto di riferimento nella memoria singolare e plurale, tanto nella mappa mentale individuale quanto in quella tramandata in maniera collettiva.
    La lontananza determinata dall’esilio forzato, segnata da una frattura temporale e spaziale, rafforza la nostalgia rispetto a quella scuola, quella chiesa, quella quercia, quella panchina e a tutto un ambiente in quanto bene comune. Questa nostalgia genera emozioni che modificano la percezione e i sentimenti individuali nei confronti dei nuovi luoghi abitati. Nel caso di Sarno la popolazione sfollata ha dovuto abbandonare il luogo della frana, si è trasferita in altre frazioni, altri paesi, altre città o è ritornata nel quartiere di origine, completamente trasformato fisicamente e vuotato di tutte le sovrastrutture emozionali di una comunità che si diceva coesa. Nel caso di Cerzeto invece la comunità arbëreshëche abitava la vecchia Cavallerizzo è stata costretta a lasciare le proprie case per trasferirsi in un nuovo centro appena costruito. In questo caso i nuovi spazi, più o meno distanti e più o meno estranei, sembrano solo una brutta copia dei vecchi. La destabilizzazione sociale di uno sradicamento forzato crea dunque quella nostalgia che per i greci era il “dolore del ritorno”. Si tratta di un sentimento che pregiudica la vita reale proprio a causa di quella tristezza che gli abitanti di Sarno e di Cavallerizzo provano nel rivisitare i luoghi del disastro e della memoria.
    Le persone che dopo la frana sono tornate ad abitare nelle loro vecchie abitazioni a Sarno si sentono inadeguate, provano rabbia e delusione rispetto alla gestione post-emergenziale e cercano costantemente di ritrovare o di ridare senso a quei beni che erano della loro comunità; le persone che hanno deciso di andare via, sentendosi escluse di luoghi familiari, d’altro canto, tornano raramente in luoghi divenuti marginali e percepiti come ostili, imbarazzati da nuovi spazi nuovi e privi di senso, che non comunicano più nulla. A Cerzeto invece è il vecchio a dominare sul nuovo: dalla New Town alzando lo sguardo si vede il vecchio insediamento, la vecchia chiesa greco-ortodossa, le case abbandonate. Non se ne può fare a meno; non si può voltare lo sguardo: Cavallerizzo è lì in parte ancora intatto e sembra un memento di ciò che è stato, dei beni perduti, un confronto costante rispetto a quello che è e a quello che manca, oltre che un monito a quello che potrà essere di nuovo se mancheranno partecipazione alle decisioni pubbliche e rispetto verso il territorio.
    In effetti, a seguito di una catastrofe che priva una comunità dei propri beni materiali, dell’ambiente e della sua gestione, si assiste anche a una deprivazione immateriale, tanto più accentuata in contesti tradizionali, estremamente marcati dalle identità territoriali, dove la ricerca della “comunità perduta” acquisisce un ruolo centrale. A Sarno, nel momento successivo alla pura “emergenza”, la comunità del quartiere Episcopio, la più toccata dalla catastrofe, si è ritrovata sprovvista di quel collante sociale che la contraddistingueva, fatto di solidarietà e di partecipazione attiva alla vita comunitaria. Le molte donne rimaste vedove, per esempio, hanno dovuto ridefinire il loro ruolo sociale in altri spazi, senza il supporto di quella comunità in cui si sentivano protette. A Cerzeto, la struttura tradizionale dell’antico centro abitato (gjitonia) e la distribuzione aleatoria del nuovo, la mancanza in quest’ultimo di luoghi conviviali e di ritrovo (ma anche di una scuola, di una chiesa e di una posta) fa sì che non siano in alcun modo rappresentati gli effettivi bisogni di questa comunità, anche a causa del mancato coinvolgimento della popolazione locale nella realizzazione e gestione del nuovo distretto.
    L’assenza di un sentimento di comunità, la sensazione di aver subito un’ingiustizia, inoltre, crea dipendenze non volute e particolarismi, peggiorando l’interazione uomo-ambiente e scardinando i legami interlocali. La problematica dell’ambiente come bene comune da salvaguardare e la mancanza di concertazione nelle politiche post-traumatiche tra enti locali e associazioni territoriali mettono in luce quanto poco l’ambiente sia percepito dalle autorità come un bene comune, ecosistema che dà forma alla coesione sociale e alla memoria individuale e collettiva. Tale negazione provoca conseguenze negative sui sentimenti della comunità, generando sperequazioni di potere. Le frane a Sarno e a Cerzeto hanno generato uno shock che ha creato a sua volta nuove relazioni simboliche e nuove relazioni sociali, provocate dall’interdizione dall’accesso alla risorsa ambientale e da una mancanza di gestione condivisa dell’evento e delle sue conseguenze. Ci si sente appartenenti in maniera collettiva a qualcosa che non c’è più, ci si domanda persino se quel qualcosa sia mai esistito. Ci si sente, allo stesso tempo, attanagliati in dinamiche di egoismo e di invidia generate dalla solitudine, dal dolore, dalla morte, dalla perdita materiale delle risorse, dalla compensazione economica ottenuta o meno, che provocano sentimenti d’incertezza, di precarietà, di vulnerabilità sociale, di nostalgia e di disintegrazione sociale. Ci si guarda intorno spaesati, tra beni pubblici che non si riconoscono e risorse ambientali deturpate sulle quali non si ha più giurisdizione, domandandosi se il bene più prezioso che si aveva prima della catastrofe non fosse proprio in fondo quel bene comune immateriale costituito da legami culturali e sociali all’interno del gruppo di riferimento, il sentimento e la certezza di appartenere alla Gemeinschaft, cioè, di essere parte della comunità
    .

  2. Condividiamo molto l’articolo di Eleonora Guadagno. Nel 2001 quando organizzammo l’esercitazione di protezione civile in quel di Portici chiamata “Vesuvio 2001”, il problema dell’identità di un popolo e dei suoi segni storici lo ponemmo subito. Nella discussione pre operativa con i referenti comunali, ci rendemmo conto che un simbolo d’identità dei porticesi era indubbiamente la statua di S. Ciro, patrono indiscusso di questa pregevole località vesuviana. Ci inventammo allora la funzione operativa n° 15: salvaguardia delle opere artistico culturali. In quell’occasione tale onere fu assolto egregiamente dal Comune, dai Vigili del Fuoco e dai volontari delle Misericordie preparati per questa specifica necessità. Fu un’esercitazione molto interessante… Si simulò il prelevamento della statua di S. Ciro e di qualche altro quadro d’epoca. La statua (fittizia) fu prelevata, impaccata, imbarcata su un camion e scortata fino alla reggia di Caserta. In quell’occasione, infatti, su nostra richiesta la sovrintendenza indicò nella struttura di Caserta il centro di prima accoglienza delle opere artistiche, culturali e ovviamente religiose da mettere al sicuro per poi restituirle nei luoghi di dimora provvisoria oltre regione alla comunità evacuata.
    L’escamotage, chiamiamolo così, consentirebbe ai cittadini di ritrovare in ogni punto dello Stivale quella quotidianità spirituale, attraverso il Santo, il Cristo o la Madonna che in questi casi segue benevolmente la popolazione per condividere la sofferenza e mantenere vivo, anzi vivissimo, un legame che è indubbiamente cibo per l’anima.
    Sempre in quel contesto esercitativo del 2001, ci rendemmo poi conto che sarebbe stato molto utile conoscere pure eventuali beni artistici in possesso della popolazione per garantirne in fase di necessità il trasporto e la custodia in luogo sicuro. Almeno per l’area vesuviana il discorso dovrà riprendersi attraverso un rapporto di fiducia. Occorrono tanta collaborazione e tanta organizzazione. Merce obiettivamente non reperibile al momento sul mercato della prevenzione…
    Anche sulle frane di Sarno abbiamo operato. In quell’occasione i soccorsi pur immediati si trovarono in grande difficoltà perché sull’acqua si galleggia, sulla terra si cammina, ma sul fango non si galleggia e non si cammina. Gli allontanamenti sono stati comunque contenuti nelle distanze e accettati con rassegnazione perché obiettivamente non si può vivere con una sirena che scatta ad ogni acquazzone e prescrive la fuga dalla zona rossa a rischio frana…

    • Molte grazie per questa ricca testimonianza, MalKo. Mi ha ricordato un testo in cui Ernesto de Martino analizza il palo kawa-kawa degli Aranda, una popolazione aborigena australiana. Si tratta di una popolazione nomade che pianta(va) un palo totemico in ogni luogo di soggiorno, così da ristabilire periodicamente il centro del mondo e rinnovare l’atto di fondazione della propria comunità. In questo modo si leniva la cosiddetta “angoscia territoriale” e veniva riassorbita ogni crisi esistenziale.

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