Le case dei disastrati come tangenti: un’inchiesta a L’Aquila

Me li ricordo i buoni propositi del giorno dopo il sisma dell’Aquila: “Vigileremo, non tollereremo sprechi, non ci saranno infiltrazioni da parte della criminalità, la ricostruzione non sarà finta come in altre zone del Paese, torneremo presto alla normalità…“.
Ne scrisse un lungo articolo anche Roberto Saviano (il 14 aprile 2009 su “La Repubblica”) e, invece, quasi cinque anni dopo, eccoci qua, puntuali all’appuntamento con la solita storia italiana: le case dei disastrati usate come tangenti (e già un paio di mesi fa l’UE denunciò sperperi e collusioni).
Alla prossima sciagura, per favore, nessun amministratore esprima buone intenzioni, rischieremmo di ricordarle anche allora.

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«[…] Conosco da anni Massimo Cialente, ne conosco la passione politica, l’amore e l’impegno per la sua città. E mi duole scrivere queste righe. Ma al punto in cui siamo deve fare qualcosa, dare un segnale netto alla sua città e al Paese intero. Deve assumere direttamente le responsabilità del disastro che rischia di affondare definitivamente l’Aquila. […]» (Primo di Nicola, QUI e tra i commenti)

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«Crolla anche il mito del Comune dell’Aquila isola felice, impermeabile a tangenti e corruttele. […] L’indagine, va tenuto conto, si riferisce ai primi mesi del post sisma, una dimostrazione plastica che la notte del terremoto, appena usciti di casa, anche alcuni aquilani ridevano […]. Il rischio ora è che l’immagine a livello nazionale che produrrà questa vicenda finirà per frenare ancora di più il flusso dei finanziamenti. […] Mediti il sindaco Cialente, parli meno e controlli meglio chi lo circonda evitando di offendere parenti delle vittime e consiglieri (per esempio Vittorini e Di Cesare, ma non solo) che fanno bene il proprio lavoro denunciando le cose che non vanno» (Giustino Parisse, La notte del terremoto ridevano anche alcuni aquilani, “Il Centro”, 8 gennaio 2014).

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AGGIORNAMENTO dell’11 gennaio 2014:
Il sindaco de L’Aquila ha annunciato le sue dimissioni con una conferenza stampa: VIDEO.
Ecco i titoli dei principali giornali:
“CorSera”: Tangenti a L’Aquila, lascia il sindaco Cialente. «Coinvolti miei uomini, mia la responsabilità».
“La Repubblica”: L’Aquila, sindaco Cialente si dimette: “Attacco frontale da mezzi d’informazione, impossibile difendersi dalla macchina del fango”.
“Il Centro”: Tangenti sulla ricostruzione. Cialente: addio non torno indietro: “Non mi faranno cambiare idea nè Renzi nè Letta”.

AGGIORNAMENTO del 16 gennaio 2014:
Giuseppe Caporale ha pubblicato su “La Repubblica” il seguente reportage: “Terremoto in Abruzzo, la truffa della scuola: “Ricostruita senza metà delle fondamenta”. Fatture gonfiate e lavori inutili: i pm chiedono il processo per politici e funzionari“. (Anche tra i commenti qui sotto)

AGGIORNAMENTO del 21 gennaio 2014:
Il sindaco de L’Aquila ha ritirato le dimissioni che aveva annunciato dieci giorni fa: QUI. La reazione dei terremotati riuniti nell’associazione “3e32” è stata a dir poco di sdegno: «Oggi abbiamo assistito alla grande pantomima del ritorno di Massimo Cialente [il quale è simbolo di un immobilismo che sta] condannando a morte una città intera […]. Solo dalla partecipazione reale delle persone, dai progetti concreti di ricostruzione sociale, dalle tante idee e proposte rimaste inascoltate in questi anni, potrà prender vita un nuovo modello di ricostruzione ed un futuro diverso per questo territorio […]»

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AGGIORNAMENTO del 4 aprile 2014:
Gian Antonio Stella, in occasione del quinto anniversario del terremoto abruzzese, racconta (“Corriere della Sera”, 4 aprile 2014) di una ricostruzione lenta (a L’Aquila), se non praticamente ferma (a Onna), talvolta sbagliata come nel caso delle case fatiscenti degli sfollati a Cansatessa, poco distante da Coppito: L’Aquila, 5 anni dopo: macerie e sfollati. La ricostruzione è ancora lontana.
L’anniversario è ricordato anche da Serena Giannico sul “manifesto” del 4 aprile 2014: L’Aquila sospesa.

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6 thoughts on “Le case dei disastrati come tangenti: un’inchiesta a L’Aquila

  1. “Camere d’aria”, blog su “L’Espresso”, 8 gennaio 2014, QUI

    DIMISSIONI PER L’AQUILA
    di Primo di Nicola

    Più sento la registrazione dell’intervista al sindaco dell’Aquila Massimo Cialente trasmessa da Radio Capital più mi convinco che bene farebbe lo stesso a rassegnare le dimissioni dall’incarico.
    Ha dell’incredibile questa intervista. Cialente si dichiara all’oscuro di tutto, sorpreso per quello che è accaduto nel cuore della sua amministrazione con vicesindaco, ex assessori e tecnici comunali di primo piano coinvolti in vergognosi episodi di corruzione e relativo correre di mazzette.
    Cialente, evidentemente non più in rado di misurare gli umori dei cittadini e le esigenze di pulizia che si levano da tutto il Paese, prova anche a minimizzare: che volete che siano 250-500 mila euro, l’attuale ammontare delle tangenti elargite e incassate, dice il sindaco dell’Aquila. Una minimizzazione inaccettabile che la dice però lunga sull’effettiva capacità di comprendere le dimensioni della frana che lo sta travolgendo.
    Conosco da anni Massimo Cialente, ne conosco la passione politica, l’amore e l’impegno per la sua città. E mi duole scrivere queste righe. Ma al punto in cui siamo deve fare qualcosa, dare un segnale netto alla sua città e al Paese intero. Deve assumere direttamente le responsabilità del disastro che rischia di affondare definitivamente l’Aquila.
    Lo deve fare perché, anche se non toccato direttamente dalla vicenda giudiziaria, gli uomini coinvolti sono quasi tutti o sono stati suoi stretti collaboratori. Lui ha scelto questa squadra, lui ha messo queste persone in snodi cruciali dell’amministrazione. Posizioni dalle quali si controllavano e decidevano opere milionarie per la ricostruzione.
    La ricostruzione: ecco l’altra grande responsabilità che si porta dietro il sindaco dell’Aquila. Una ricostruzione ferma ancora in gran parte alle rovine del terremoto e che soprattutto nel centro storico della città stenta addirittura a decollare.
    Un disastro che ci è già costato svariati miliardi e che oggi vede migliaia di persone ancora in attesa di rientrare nelle proprio abitazioni.
    In questo disastro Cialente ha giocato un ruolo importante. Si continua a dire che la colpa per la scelta di un modello di ricostruzione fallimentare è di Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso, all’epoca del terremoto rispettivamente presidente del Consiglio e responsabile della Protezione civile. Ma questa è una mezza verità.
    A dire per esempio sì alla ventina di inutili new towns che nell’immediatezza della disgrazia del sisma hanno assorbito circa 1 miliardo di euro è stato anche Cialente. Il sindaco dell’Aquila avrebbe potuto opporsi a questa scelta scellerata chiedendo magari di dirottare quelle risorse all’immediata ricostruzione della città.
    Non lo fece e insieme agli altri esponenti del centrosinistra cittadino preferì anzi assecondare il progetto berlusconiano.
    Ha pagato questa scelta: Cialente è stato riconfermato sindaco, gli altri illustri esponenti del centrosinistra stanno collezionando formidabili carriere.
    Ben per loro, ma solo per loro, però. Perchè la città devastata è invece rimasta a mani vuote: ricostruzione in ritardo, rischi di spopolamento crescenti, economia ed occupazione agonizzanti.
    Gli arresti per la cresta sulla ricostruzione cadono su questo deserto desolante. Un deserto che abbisogna di decine di miliardi di euro per tornare a respirare e sperare. Lo Stato deve pagare questa bolletta, ha il dovere di farsi carico delle necessità della città martoriata dal sisma.
    Ma questo Stato ha anche il diritto di chiedere garanzie alla classe dirigente locale che queste risorse deve impiegare e spendere. Solo che, come dimostra l’ultima vicenda delle mazzette, l’amministrazione aquilana non è più in grado di fornire alcuna garanzia di moralità e corretta gestione.
    Per questo Cialente farebbe bene a rassegnare il mandato. Per questo farebbe bene a lasciare la carica e fare spazio a una classe dirigente credibile e con le carte in regola per chiedere e pretendere da Roma.
    Prima che sia troppo tardi
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  2. “La Repubblica”, 16 gennaio 2014, QUI

    TERREMOTO IN ABRUZZO, LA TRUFFA DELLA SCUOLA: “RICOSTRUITA SENZA META’ DELLE FONDAMENTA”
    Fatture gonfiate e lavori inutili: i pm chiedono il processo per politici e funzionari
    di Giuseppe Caporale

    L’AQUILA — C’è una scuola ricostruita con i fondi del terremoto in Abruzzo che non ha le fondamenta sicure e che è costata cinque volte tanto il prezzo reale: 248 mila euro di false fatturazioni a fronte di una spesa effettiva di appena 49 mila euro. E nonostante questo sperpero, i lavori di “messa in sicurezza” dell’istituto per geometri De Nino-Morandi, a Sulmona, sono tutti da rifare. Incompleti e pericolosi: così li hanno giudicati gli inquirenti. Nelle fondazioni mancano infatti 32 micropali (sugli 80 previsti dal capitolato d’appalto) necessari per la tenuta strutturale della scuola.
    C’è anche questo nell’ultimo capitolo della mala-ricostruzione a L’Aquila e dintorni. Stavolta ditte e pubblici funzionari compiacenti hanno sciupato oltre quattro milioni di euro con la scusa dell’adeguamento sismico delle scuole: questo almeno è ciò che sostiene il pool di magistrati (Stefano Gallo, Roberta D’Avolio e David Mancini) della procura dell’Aquila che, per l’affaire degli istituti scolastici da mettere in sicurezza, ha chiesto il rinvio a giudizio per il presidente della Provincia Antonio Del Corvo (Pdl), l’ex direttore generale dell’ente Valter Specchio e una serie di funzionari e imprenditori. L’accusa per tutti è concorso in truffa aggravata ai danni dello Stato.
    La truffa riguarda nove scuole: sei di Avezzano (il liceo scientifico Pollione, l’istituto statale d’arte Bellisario, l’istituto statale per l’agricoltura e l’ambiente Serpieri, l’istituto tecnico per geometri Alberti, l’istituto tecnico commerciale Galileo e il liceo classico Torlonia) e tre nella città di Sulmona (il liceo scientifico Fermi, l’istituto statale d’arte Mazzara e l’istituto statale per geometri De Nino-Morandi).
    Un caso eclatante è quello riguardante il liceo scientifico Pollione di Avezzano. Una scuola che l’ente Provincia ha deciso in parte di abbattere e ricostruire (i lavori sono da poco terminati) e che secondo la Guardia di finanza dell’Aquila che insieme alla polizia e ai carabinieri del Ros ha portato avanti le indagini – non doveva essere demolita. Dalle indagini è emerso che sarebbe bastato un intervento sul tetto con una spesa di alcune decine di migliaia euro, invece che ricorrere a una ricostruzione ex novo che peserà sulle casse pubbliche per due milioni di euro.
    Il terzo filone di indagine sulle scuole riguarda l’ospitalità a peso d’oro: ovvero gli affitti pagati, sempre dalla Provincia, a strutture private per consentire il trasferimento delle scuole durante i lavori di messa in sicurezza. Trasferimenti che le indagini hanno dimostrato essere stati pagati “inutilmente” in quanto i dirigenti scolastici avevano trovato soluzioni a costo zero che sono state scartate e “non prese in considerazione” dall’ente pubblico, che invece ha preferito pagare.
    Racconta Angelo Bernardini, dirigente scolastico del liceo Pollione di Avezzano: “Ricordo che in merito alla sistemazione degli studenti durante la messa in sicurezza proposi alla Provincia di far eseguire i lavori differendoli per corpo di fabbrica, in maniera da poter continuare a ospitare tutti gli alunni. In alternativa avevo trovato anche una struttura che ci avrebbe ospitato gratis. Ma si preferì spendere soldi”.
    Intanto, è arrivato sul tavolo della Corte dei Conti una segnalazione per danno erariale che riguarda le macerie. Sotto accusa l’allora vice-commissario per i beni culturali, Luciano Marchetti che avrebbe consentito a ditte private di smaltire le macerie del terremoto di importanti chiese e monumenti – tra cui il Duomo de L’Aquila – invece di avvalersi gratuitamente dei vigili del fuoco e dell’esercito.
    Ricorrendo illegittimamente all’utilizzo di diverse ditte private, per i carabinieri del Noe si è consumato un danno erariale pari a circa 70 mila euro. Un episodio che ha fatto accendere un faro alla procura de L’Aquila sul sistema dello smaltimento e sullo sperpero delle risorse pubbliche con una indagine che è ancora in corso
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  3. “La Repubblica”, 21 gennaio 2014, QUI

    L’AQUILA, CIALENTE RITIRA LE DIMISSIONI DA SINDACO
    Il primo cittadino del capoluogo abruzzese aveva lasciato per l’inchiesta sulle presunte tangenti nella ricostruzione post sisma
    di Redazione

    L’AQUILA – Dopo la bufera e l’addio, il clamoroso passo indietro. Massimo Cialente ritira le dimissioni da sindaco dell’Aquila e torna in sella. L’annuncio, ormai certo, verrà fatto nella conferenza stampa convocata per domani alle 12 dal vicesindaco, Betty Leone. Il ripensamento di Cialente, a cui il centrosinistra (che amministra il Comune) ha chiesto con forza di tornare sui propri passi, viene confermato dal suo entourage.
    Il primo cittadino del capoluogo abruzzese aveva lasciato dieci giorni fa, dopo la notizia di un nuovo filone d’indagine sulla ricostruzione successiva al sisma che ha colpito L’Aquila nel 2009; la prima con al centro delle accuse anche gli amministratori locali. Gli inquirenti avrebbero scoperto un sistema di tangenti versate ai partiti politici in cambio di appalti. Quattro persone sono state arrestate (tra cui due ex assessori). Coinvolto anche il vicesindaco di Cialente, Roberto Riga.
    Cialente, non indagato, aveva fino al 31 gennaio per decidere se ratificare o meno le sue dimissioni. Ha voluto, però, sciogliere le riserve in anticipo per mettere il prima possibile mano al nuovo corso del comune de L’Aquila.
    Dietro la decisione di tornare in pista ci sarebbe, infattui, la volontà di far cambiare rotta all’amministrazione comunale, facendo i conti con il passato e inaugurando una stagione caratterizzata dalla massima trasparenza. Per questo, prima della conferenza stampa di domani, è in programma una riunione della Giunta in cui, probabilmente, si approverà una delibera che introdurrà la rotazione di funzionari e dirigenti, proprio per evitare il ripetersi di scandali. Una concessione che vuole andare incontro alle richieste che arrivano a gran voce dalle opposizioni in Consiglio comunale, dal mondo dei comitati e dalla cittadinanza.
    Previsto anche un rimpasto di Giunta, necessario non solo a sostituire il vicesindaco sotto indagine. Si parla dell’ingresso dell’ex sottosegretario e parlamentare del Pd Giovanni Lolli e di quello dell’ex procuratore di Pescara ai tempi dell’inchiesta di Sanitopoli, Nicola Trifuoggi, nelle vesti di consulente per la legalità, figura creata ad hoc per vigilare sul corretto funzionamento del nuovo sistema di appalti e finanziamenti.
    Nei prossimi giorni, inoltre, comincerà un giro di consultazioni. L’ intenzione è quella di ascoltare le forze sociali, l’università, i sindaci del ‘cratere’. Dopodiché partiranno le trattative con il ministro per la Coesione territoriale, Carlo Trigilia, per tentare una ricucitura dopo la rottura dei rapporti. Visto che, tra le priorità del Cialente-bis, potrebbe esserci anche un riavvicinamento alle posizioni di Roma, dopo che la dura battaglia portata avanti dal sindaco sui fondi per la ricostruzione ha messo una volta di più in discussione la tempistica per far tornare L’Aquila una città ‘vivibile’
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    • “Associazione 3e32”, 22 gennaio 2014, QUI

      IL RITORNO DEL “DIMISSIONARIO SERIALE” MASSIMO CIALENTE

      Oggi abbiamo assistito alla grande pantomima del ritorno di Massimo Cialente. Ha affermato che “errare è umano” dopo essersi dimesso per “aver compiuto errori”. Ha detto che il ritorno è dovuto all’attacco dei media nazionali alla città, dopo essersi dimesso per lo stesso identico motivo.
      Il “dimissionario seriale” ha ritirato le dimissioni senza neanche un’argomentazione, se non quella del “grande affetto della città” che lo avrebbe spinto a tornare sui suoi passi. Una spinta che noi vediamo solo in quegli apparati corporativi e partitici che hanno tutto l’interesse a garantire l’immobilismo. Cialente oggi non ha motivato nulla di fronte alla città.
      Lui e la coalizione di centro–sinistra–destra che lo sostiene, stanno in maniera del tutto irresponsabile condannando a morte una città intera, solo per mantenere il loro potere e le loro poltrone. Un potere che, tra l’altro, si sintetizza benissimo nel personalismo di Cialente, che tanto ricalca quello espresso da Berlusconi, Bertolaso e Gianni Letta.
      Ma la verità è che il problema di questo territorio non è solo Cialente, ma il sistema di clientele, poltrone, favori che lo sostiene e che ha permesso che la ricostruzione materiale, economica e sociale sia un affare di pochi, mentre le fasce più deboli della città sono allo stremo, ed i giovani costretti ad andarsene.
      Non basta una pennellata di finta trasparenza e un magistrato come vicesindaco per camuffare il sistema che coinvolge e soddisfa i poteri forti della città, che abbracciano indistintamente centrodestra e centrosinistra.
      Solo dalla partecipazione reale delle persone, dai progetti concreti di ricostruzione sociale, dalle tante idee e proposte rimaste inascoltate in questi anni, potrà prender vita un nuovo modello di ricostruzione ed un futuro diverso per questo territorio.
      Siamo pronti ad andare a dirlo con forza al prossimo consiglio comunale, appena il presidente stalinista Benedetti, troppo impegnato in questi giorni a insultare e a dare del fascista a chi ha osato opporsi a questa sceneggiata, lo convocherà.
      NON C’E’ FUTURO SENZA CAMBIAMENTO
      INDIETRO NON SI TORNA

  4. “Corriere della Sera”, 4 aprile 2014, QUI

    L’anniversario nei luoghi del terremoto
    L’AQUILA, 5 ANNI DOPO: MACERIE E SFOLLATI. LA RICOSTRUZIONE E’ ANCORA LONTANA
    di Gian Antonio Stella

    C’è un tanfo da svenire, nelle case «belle e salubri» per i terremotati dell’Aquila. L’impiegato comunale spalanca la porta e vien fuori una folata fetida come il fiato rancido di una bestia immonda. Siamo a Cansatessa, a due passi da Coppito. Dove l’Italia, cinque anni fa, pianse ai funerali dei morti del terremoto e dove accolse i Grandi del G8 chiamati a testimoniare la «miracolosa rinascita che tutto il mondo ammira». È vuoto e spettrale, il «villaggio modello» di Cansatessa-San Vittorino. Avevano cominciato a consegnarlo agli aquilani rimasti senza tetto nel gennaio 2010. C’erano Guido Bertolaso, Franco Gabrielli, il sindaco Massimo Cialente, la presidente della Provincia Stefania Pezzopane e gli alti papaveri della «Task Force Infrastrutture» delle Forze Armate che si era fatta carico del progetto. Brindisi e urrà.
    Certo, carucce: 1.300 euro al metro quadro per case di legno, ferro e cartongesso. Quattrocento euro in più di quanto, tolto questo e tolto quello, viene dato oggi a chi ristruttura le vecchie e bellissime case di pietra. Ma che figurone! Pochi mesi per costruirle ed eccole là, pronte: con la bottiglia di spumante in frigo.
    Pochi mesi e già puzzavano di muffa. Pessimo il legno. Pessime le giunture. Pessimi i vespai contro l’umidità. Asma. Bronchiti. Artriti. Finché è intervenuta la magistratura arrestando il principale protagonista del «miracolo», mettendo tutto sotto sequestro e ordinando l’evacuazione totale. Centotré famiglie vivevano lì, a Cansatessa. Quando le spostarono avevano il magone: «Siamo sfollati due volte». In via Fulvio Bernardini, via Nereo Rocco, via Vittorio Pozzo, tutti allenatori di calcio, non è rimasto nessuno. «Giardini» spelacchiati. Lampioni storti. Pavimenti semidistrutti. Piastrelle divelte. Case cannibalizzate. Docce rubate. Lavandini rubati. Bidè rubati. Mobili e materassi lasciati lì: facevano schifo anche agli sciacalli.
    L’abbiamo scritto e lo riscriviamo: sarebbe ingiusto liquidare l’enorme sforzo di migliaia di uomini e donne, nei mesi febbrili seguiti alla tremenda botta del 6 aprile 2009, soltanto come un’occasione di affari. E sarebbe ingiusto ricordare di Silvio Berlusconi solo le sdrammatizzazioni nelle tendopoli («Bisogna prenderla come un camping da fine settimana»), le battute alle dottoresse («Mi piacerebbe farmi rianimare da lei!») o la promessa di case con le «lenzuola cifrate e una torta gelato con lo spumante in frigo». Furono migliaia e migliaia gli aquilani che all’arrivo del gelido inverno ai piedi della Maiella, nell’autunno del 2009, ringraziarono Iddio e il Cavaliere per quel tetto sopra la testa.
    Non si può liquidare tutto come un business scellerato. Come se si fossero occupati dell’emergenza, degli sfollati e della ricostruzione solo faccendieri come Francesco De Vito Piscicelli, quello che la mattina del 6 aprile gongolava: «Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto…». Non è stato solo quello, l’intervento dello Stato a L’Aquila. E forse è davvero troppo spiccio il dossier di Søren Søndergaard, il deputato europeo della Sinistra membro della Cont, la commissione di controllo del bilancio di Bruxelles, che ha rovesciato sugli interventi d’emergenza e la ricostruzione accuse pesantissime parlando, a proposito delle case provvisorie, di «materiale scadente… impianti elettrici difettosi… intonaco infiammabile…» e di pesanti infiltrazioni delle mafie al punto che parte dei fondi per i progetti Case e Map (Moduli abitativi provvisori) sarebbero finiti a società «con legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata».
    Ma certo, in questi anni, è venuto a galla di tutto. Prima i conti pazzeschi di certe spese del G8: 4.408.993 euro per gli «arredi» delle foresterie dei Grandi alla caserma Coppito, 24.420 euro per gli accappatoi, 433 euro per ciascuna delle «60 penne in edizione unica» per un totale di 26.000, 500 euro per ognuna delle 45 ciotoline portacenere di Bulgari, 92.000 per la consulenza artistica di Mario Catalano, chiamato a dare un tocco di classe al G8 dopo essere stato lo scenografo (tette, culi e battute grasse) di «Colpo grosso». Poi le accuse di Libera e di Don Ciotti, tra le quali quella incredibile sull’acquisto di un numero così spropositato di gabinetti chimici, per un totale di 34 milioni di euro, che ogni sfollato nelle tendopoli avrebbe potuto produrre «fino a un quintale al giorno di pipì e di popò». E poi ancora il diluvio di leggi e leggine, regole e regolette che hanno ingabbiato L’Aquila peggio ancora dei grovigli (152 milioni di euro) di impalcature. Riassunto: nei primi quattro anni dopo il sisma 5 leggi speciali, 21 Direttive del Commissario Vicario, 25 Atti delle Strutture di Gestione dell’Emergenza, 51 Atti della Struttura Tecnica di Missione, 62 dispositivi della Protezione Civile, 73 Ordinanze della Presidenza del Consiglio dei ministri, 152 Decreti del Commissario Delegato, 720 ordinanze del Comune. «Ma devo confessare poi mi sono anche stufato di tenere i conti», spiega l’ingegnere Gianfranco Ruggeri.
    Per non dire dei conti delle sistemazioni provvisorie: 792 milioni iniziali per le C.a.s.e. (Complessi antisismici ecocompatibili), 231 per i Map, 84 per i Musp (Moduli a uso scolastico provvisorio) e 736 mila euro per i Mep, i Moduli ecclesiastici provvisori. Troppi: fatti i conti, ammesso che abbiano accolto 18 mila persone, quelle case temporanee sarebbero costate oltre mille euro al mese per ogni ospite. Una enormità. «Credo che difficilmente queste case nuove verranno lasciate perché sono molto belle e saranno immerse nel verde», ammiccò il Cavaliere davanti ad alcune di queste abitazioni. Certo si sperava fossero un po’ meno «provvisorie». Che avessero meno magagne. Quanto all’«ecosostenibilità», un dossier di Legambiente accusa: il 43% è al di sotto di ogni soglia. Dice tutto la polemica sulle bollette arretrate che il Comune, dopo quattro anni, ha chiesto di pagare agli sfollati. «Per 60 metri quadri mi sono ritrovata una bolletta del gas di 875 euro l’anno», spiega Giusi Pitari, la docente animatrice del Popolo delle carriole, «Alla signora di sotto è andata peggio: per gli stessi 60 metri, deve pagarne 1.250 l’anno. Alla faccia del risparmio energetico!»
    E intanto, mentre troppe case temporanee diventano velocemente inabitabili, quelle vecchie abbattute o devastate dal sisma sono ancora in larga parte lì, in macerie. Certo, dopo cinque anni di silenzio irreale, finalmente il centro dell’Aquila è un frastuono di martelli pneumatici, rombar di camion, urla di muratori in tutte le lingue. «Il problema non sono i soldi. Ce ne sono tanti ma tanti che potremmo lavorare tutti», dice l’architetto Sestilio Frezzini che sta sistemando uno dei più bei palazzi del centro. I problemi, quelli veri, sono i lacci e lacciuoli burocratici. Anche se il Comune, dopo lo scandalo delle intercettazioni dell’ex assessore comunale Ermanno Lisi («Abbiamo avuto il culo del terremoto e con tutte ‘ste opere che ci stanno farsele scappà mo’ è da fessi…») pare avere infine accelerato. Spiega Massimo Cialente, il «sindaco antisismico» capace di resistere a tutte le scosse telluriche, partitiche e giudiziarie che da anni lo circondano, che i cantieri aperti sono 150. Il ministero dei Beni culturali abbassa: 101. Accusa Ruggeri: «Comunque troppo pochi su 190 ettari di abitazioni e 1.532 cantieri da aprire solo a L’Aquila». Dire che tutto sia fermo come due anni fa, tre anni fa, quattro anni fa sarebbe ingiusto. Ma gran parte degli edifici sono ancora lì. Com’erano. Con gli armadi rimasti spalancati su ciò che resta del pavimento.
    Alla prefettura, finita su tutti i giornali del mondo per la foto di Barack Obama, hanno rifatto la facciata in legno e raddrizzato la scritta «Palazzo del governo». Dentro, però, è un disastro. Perfino i cavi di acciaio tesi per tenere i muri, sono pericolosamente afflosciati e le pareti minacciano di staccare. La Casa dello studente, uno dei simboli della tragedia, è ancora lì. Con le stanze spalancate nel vuoto. Sulla rete di recinzione si accavallano le foto dei ragazzi morti, qualche regalino, biglietti di affetto: «Luminoso sognavi il tuo avvenire. / Un giorno diventare medico. / Curare con amore grande / i malati nel corpo e nello spirito. / Al di là del tempo, tra gli angeli / alla Vergine Addolorata / porti il dolore dei tuoi cari…».
    Morirono in quaranta, a Onna. Su trecento abitanti. Le macerie di via dei Martiri, la strada principale del paese dedicata alle vittime di una rappresaglia nazista e devastata dal terremoto, furono uno dei simboli della catastrofe. Cinque anni dopo, c’è all’ingresso una struttura modernissima, la «CasaOnna» progettata dall’architetto sudtirolese Wittfrida «Witti» Mitterer. Subito dopo, al posto del vecchio asilo, la Casa della cultura. Ma gli edifici che si affacciavano sulla strada sono rimasti com’erano. Macerie. Mute. Non senti lo schiocco di una gru, la botta di un martello, il cigolio di una carriola… L’unico cantiere aperto, dice l’architetto Onelio De Felice, è quello per ricostruire la chiesa: «I tedeschi sì, ci sono stati vicini. Il Comune meno. Il piano di ricostruzione, per rifare il paese com’era e dov’era, è stato fatto abbastanza in fretta. Ce l’ha tenuto fermo un tempo immemorabile, all’Aquila. Forse non volevano che noi partissimo per primi…».
    Eppure, sono tornate a sfrecciare le rondini, nel cielo azzurro di Onna. E tra le robinie e i meli in fiore, quelli vecchi sotto i quali quel giorno maledetto adagiarono i morti e quelli nuovi piantati tra le case prefabbricate, cantano i passeri e le cinciallegre e Matteo e gli altri bambini della nuova «materna» fanno merenda sotto disegni rossi e gialli e blu che sprizzano allegria primaverile.
    Matteo è il primo dei piccoli nati dopo il terremoto. Il simbolo stesso della rinascita. L’antico paese che un tempo si chiamava Villa Unda, lui e gli altri che sono cresciuti nel villaggio costruito dalla Provincia di Trento, non l’hanno mai conosciuto. Quando qualche figlioletto, così, di colpo, chiede come fosse il paese «prima», la mamma lo porta al di là della strada, dove la staccionata è tappezzata da grandi fotografie di struggente malinconia.
    Ogni foto, per gli onnesi, è un tuffo al cuore. La processione in via dei Calzolai, coi rampicanti che salivano per i muri. L’angolo Sant’Antonio con l’altarino coperto di fiori. La chiesetta di Sant’Anna. Via Oppieti, coi balconi che traboccavano di gerani. C’è anche una poesia di Giustino Parisse, il giornalista de il Centro che qui viveva e che sotto le macerie perse il padre e i due figli Domenico e Maria Paola: «Quanto era bella Onna prima dell’orrendo scossone. Sorta fra le acque e immersa nella verde valle dell’Aterno. Mille anni di storia e milioni di storie»
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    • “Il manifesto”, 4 aprile 2014, QUI

      L’AQUILA SOSPESA
      Post-sisma. Cinque anni dopo il terremoto, la città ancora aspetta una rinascita che tarda ad arrivare. Chi può va via: nel 2013 duemila iscrizioni in meno nelle scuole. E la ricostruzione non è più un affare vantaggioso neanche per la criminalità organizzata
      di Serena Giannico

      E’ un non luogo, que­sto. E la sua anima d’un tempo, il cen­tro sto­rico, è un mara­sma di pun­tel­la­menti, ope­rai con la masche­rina, ven­tate di pol­vere, caterve di cal­ci­nacci, di muri ancora sbrin­del­lati dal sisma, di pareti demo­lite, di crepe, crolli e tran­senne, divieti, un andi­ri­vieni di car­relli ele­va­tori e camion. E’ così L’Aquila: metà rovine, metà attesa. Sono tra­scorsi cin­que anni dal ter­re­moto che causò 309 morti. E le impronte di quel 6 aprile 2009 sono impresse su passi, volti, case e strade. «La rico­stru­zione — spiega Enrico De Pie­tra, gior­na­li­sta — sem­bra essere final­mente avviata, anche se sarà lunga e sem­pre legata all’incognita dei finan­zia­menti. Ma il pro­blema è il vuoto deva­stante». Pal­pa­bile tra piazze esa­ge­ra­ta­mente silen­ziose, viuzze sbar­rate, luc­chetti arrug­gi­niti, catene che ser­rano edi­fici lace­rati. «I pochi eser­cizi com­mer­ciali rima­sti — aggiunge — hanno chiuso. A parte alcuni locali, che resi­stono su spa­rute strade, non c’è nulla. Nep­pure gli edi­fici resi agi­bili e dispo­ni­bili hanno ripreso vita: sono rima­sti sfitti, forse anche per­ché i pro­prie­tari pre­ten­dono somme spro­po­si­tate. Nella zona della Fon­tana lumi­nosa, ad esem­pio, c’era un nego­zio di abbi­glia­mento che è stato sman­tel­lato: per la loca­zione di quei vani sono stati chie­sti 6 mila euro al mese E’ ripar­tita la pre­fet­tura, va bene, ma non ha pro­dotto alcun movi­mento. E’ una realtà da rin­vi­go­rire: biso­gna con­vin­cere le per­sone a riap­pro­priarsi di que­sti luo­ghi. Che, altri­menti — evi­den­zia De Pie­tra — diven­te­ranno un museo a cielo aperto».

      Una città surreale
      Dif­fi­cile tor­nare a far rivi­vere L’Aquila. Dif­fi­cile tor­nare all’Aquila. Dif­fi­cile… L’Aquila. «E sur­reale», come la defi­ni­sce il Comi­tato 3e32 che per quest’anniversario – in cui vuole stig­ma­tiz­zare «turi­sti che par­te­ci­pano alle com­me­mo­ra­zioni e pas­se­relle di una classe poli­tica nazio­nale e locale che ha evi­den­te­mente fal­lito» — ha orga­niz­zato una mostra foto­gra­fica, che cam­peg­gia sui prin­ci­pali muri, per nar­rare la pre­ca­rietà, per «denun­ciare le rei­te­rate pro­messe man­cate, l’abbandono delle fra­zioni e dei pic­coli cen­tri del cra­tere, la totale assenza di poli­ti­che sociali e per il lavoro, il folle scem­pio del ter­ri­to­rio, la man­canza di una visione comune per il futuro di una città che con­ti­nua irri­me­dia­bil­mente a spo­po­larsi». «L’Aquila — viene fatto pre­sente — è diven­tata una dispersa e disa­giata peri­fe­ria, dove le fasce sociali più deboli sof­frono mag­gior­mente una quo­ti­dia­nità dif­fi­cile». Una peri­fe­ria carica di pro­blemi nasco­sti den­tro le infi­nite schiere di ano­nime palaz­zine erette dopo il disa­stro. Erano le nuove «C.A.S.E» (Com­plessi anti­si­smici soste­ni­bili eco­com­pa­ti­bili). «Siste­ma­zioni prov­vi­so­rie…, que­sto ci ave­vano assi­cu­rato, che sareb­bero state siste­ma­zioni prov­vi­so­rie… — ricorda Mar­cella Dal Vec­chio -. Invece, ben­ve­nuti tra le nostre pareti di car­ton­gesso… Che, in più zone, stanno andando a pezzi. Con tuba­ture logore che goc­cio­lano anche liquami, con i ser­vizi che non ci sono, le mat­to­nelle rotte, i sistemi anti­si­smici non bre­vet­tati, con la manu­ten­zione ine­si­stente, con fun­ghi ed erba che spun­tano all’interno per l’umidità, con i disagi che aumen­tano pre­po­tenti». «Un recente son­dag­gio del Pd — sot­to­li­nea il sin­daco Mas­simo Cia­lente — rife­ri­sce che il 78% degli aqui­lani vive male e che per il 65% la situa­zione è gra­dual­mente peg­gio­rata. Solo il 37% pensa che nei pros­simi anni, forse, potrebbe andare meglio». Per­ciò c’è la fuga dall’Aquila, soprat­tutto dei gio­vani. Ma anche delle fami­glie: lo scorso anno, rispetto al 2009, sono state regi­strate 2 mila iscri­zioni sco­la­sti­che in meno. Una città di emer­genze, soprat­tutto sociali, che si nascon­dono timide, quasi impac­ciate die­tro ai vicoli blin­dati e nei cor­tili inermi, strac­ciati, che giac­ciono aspettando.

      Cre­sce la disoccupazione
      Manca il lavoro. «La disoc­cu­pa­zione, in Abruzzo — dichiara il segre­ta­rio gene­rale della Cgil L’Aquila, Umberto Tra­satti — dall’8.6% del 2008 è pas­sata al 12.5% del 2013. In tutta la pro­vin­cia nel 2008 si regi­stra­vano 118.300 occu­pati, siamo scesi a 111.800. Biso­gna creare oppor­tu­nità: la sola rico­stru­zione mate­riale non è suf­fi­ciente a dare pro­spet­tive». A pro­po­sito, la rico­stru­zione? «Il cen­tro sto­rico dell’Aquila sarà rimesso in sesto in 5 anni», ha detto in una sua recente visita il mini­stro dei Beni cul­tu­rali, Dario Fran­ce­schini. Mah, certo, tutti lo spe­rano ma nes­suno ci crede. In prima linea, ora, c’è il sot­to­se­gre­ta­rio all’Economia, Gio­vanni Legnini, al quale il pre­mier Renzi ha affi­dato la delega alla Rico­stru­zione. Il par­la­men­tare, ori­gi­na­rio di Roc­ca­mon­te­piano (Chieti), si è impe­gnato a tro­vare i 700 milioni di euro che ancora occor­rono per il 2014. «Dob­biamo giun­gere ad una con­di­zione di sta­bi­lità col­lo­cata in un punto da indi­vi­duare con pre­ci­sione tra Roma e Bru­xel­les. Per­ve­nire a un pac­chetto di dispo­si­zioni nor­ma­tive che — spiega — eviti di con­ti­nuare lo stress che da anni river­siamo sul par­la­mento sull’onda dell’emergenza con­ti­nua. Occorre una rico­gni­zione pre­cisa di tutto ciò che serve, con tutti gli attori del ter­ri­to­rio e dello Stato, per modi­fi­care e inte­grare la legi­sla­zione vigente». Scio­rina, invece, cifre il pre­si­dente Ance, Gio­vanni Frat­tale: «C’è una marea di gru in azione — afferma — e sono circa 1.400 le imprese impe­gnate in inter­venti edi­lizi, di cui 800 di fuori regione. Solo la rico­stru­zione pri­vata coin­volge oltre un migliaio di aziende di 90 pro­vince ita­liane. Cen­to­cin­quanta i can­tieri attivi nel cen­tro sto­rico, 1.500 in peri­fe­ria; 11.500 gli addetti in campo. Siamo indie­tro? E’ stato perso tempo? In Friuli, dopo il ter­re­moto del ’76, la prima pie­tra fu posata nel ’79. In Umbria e Mar­che si sta ancora lavo­rando…». Ma quello dell’Aquila, non avrebbe dovuto essere il can­tiere più grande d’Europa? «Gli sforzi sono immani — pun­tua­lizza Cia­lente — e, con­clusa la fase di com­mis­sa­ria­mento, c’è stata un’accelerazione delle pro­ce­dure». «Ci devono spie­gare — tuona Pio Rapa­gnà ex par­la­men­tare e por­ta­voce della asso­cia­zione Mia casa d’Abruzzo — per­ché non è ancora stata avviato il rifa­ci­mento delle case popo­lari clas­si­fi­cate E, cioè semi­di­strutte». La sua pro­te­sta va avanti da un pezzo: ha anche attuato lo scio­pero della fame. «Ci sono — pro­se­gue — 78 milioni di euro ancora inu­ti­liz­zati per ripa­rare 1.750 appar­ta­menti ina­gi­bili in cui atten­dono di rien­trare cin­que­mila per­sone. La non rico­stru­zione lede un diritto sog­get­tivo e causa un danno era­riale. Anche per­ché i costi della rico­stru­zione, con il pro­gres­sivo degrado degli sta­bili, sono aumen­tati, e con essi i costi dell’assistenza, visto che sono ancora molti i cit­ta­dini che bene­fi­ciano di asse­gni di auto­noma siste­ma­zione o dell’affitto concordato».

      Vivere con dignità
      Attual­mente nelle dimore del pro­getto Case stanno in 11.670, men­tre sono 2.461 quelli che allog­giano nei Map (Moduli abi­ta­tivi prov­vi­sori) e 189 negli appar­ta­menti del Fondo immo­bi­liare. Per­ce­pi­scono il con­tri­buto di auto­noma siste­ma­zione in 4.054. «Si tira avanti cer­cando di farlo in maniera digni­tosa — com­menta Sara Vegni, di Action Aid — ma le ferite inferte sono state pro­fonde e sono tut­tora aperte. Domina un sen­ti­mento di lace­rante pre­ca­rietà, che atta­na­glia tutti. Basti con­si­de­rare il fatto che ci sono 6 mila ragazzi costretti ancora a stu­diare nei con­tai­ner. Finora è man­cata una seria pro­gram­ma­zione e c’è la que­stione fondi. Ogni tanto biso­gna recarsi a Roma, col piat­tino in mano, a chie­dere l’elemosina». Un ter­ri­to­rio dis­se­stato e in parte abban­do­nato — quello dell’Aquila e degli altri 56 comuni del cra­tere — e che, dopo il dramma, ha dovuto fare i conti pure con la cri­mi­na­lità orga­niz­zata. C’è stato «quasi un assalto alla dili­genza per arri­vare ad acca­par­rarsi gli appalti più lucrosi da parte della camorra, della ‘ndran­gheta e di cosa nostra (par­ti­co­lar­mente quella gelese)», scrive infatti, nella rela­zione annuale, rife­rita al 2013, il sosti­tuto pro­cu­ra­tore nazio­nale anti­ma­fia Olga Capasso, appli­cata per un periodo al Tri­bu­nale delll’Aquila. «L’unica vera intru­sione della ‘ndran­gheta e della camorra — rileva — si è avuta in seguito al ter­re­moto. Si è trat­tato di società sal­da­mente impian­tate nell’Italia set­ten­trio­nale, atti­rate dagli appalti e dun­que pre­senti in Abruzzo solo fino a quando erano pro­spet­ta­bili lucrosi gua­da­gni. E’ stato docu­men­tato il dina­mi­smo di espo­nenti delle cosche Borghetto-Caridi-Zindato, Ser­ra­iano e Rosmini di Reg­gio Cala­bria nell’accaparramento di appalti con­nessi alle opere di rico­stru­zione, con­sen­tendo il seque­stro pre­ven­tivo di beni mobili e par­te­ci­pa­zioni socie­ta­rie per un valore com­ples­sivo di circa 50 milioni di euro. E’ stato altresì accer­tato l’interesse di alcuni grossi espo­nenti della ‘ndran­gheta — con­dan­nati per asso­cia­zione mafiosa facente capo al clan Grande Ara­cri con una recen­tis­sima sen­tenza del 2013 del tri­bu­nale di Reg­gio Emi­lia — per gli appalti dell’Aquila.… Intanto per la rico­stru­zione vera e pro­pria della città, con i suoi palazzi anti­chi, i monu­menti e gli edi­fici pub­blici, tutto si è invo­luto verso la stasi più com­pleta ed oggi il capo­luogo sem­bra dor­mire tra le sue mace­rie». «La rico­stru­zione è ferma — dice Capasso — e i can­tieri esi­stenti sono quelli desti­nati al risa­na­mento dei con­do­mini pri­vati, che pure pre­stano il fianco allo svi­lup­parsi della micro­cri­mi­na­lità, essen­dosi veri­fi­cati casi di ingiu­sti­fi­cata esten­sione dei lavori pagati con soldi pub­blici a danni non cau­sati diret­ta­mente dal sisma, oppure di gon­fia­mento abnorme dei prezzi. Di qui diversi pro­ce­di­menti penali». Adesso «l’affare rico­stru­zione» non è più van­tag­gioso, e dove «non c’è pro­fitto la mafia lascia campo libero». E domani è lutto cittadino
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