Marco Pannella e il rischio Vesuvio

Alla fine di ottobre 2013 dodici abitanti della “zona rossa” vesuviana appartenenti ai Radicali Italiani hanno presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo contro lo Stato Italiano, perché «non sta facendo il proprio dovere nel garantire nel migliore dei modi la sicurezza dei cittadini» [ne ho scritto QUI; altri articoli sono QUI].
Il 12 dicembre 2013, nell’ambito del convegno «Intervista al Vesuvio: vulcano o montagna?», organizzato da “Il Fiore Uomosolidale“, il leader storico dei radicali Marco Pannella ha annunciato – con termini piuttosto forti – il ricorso alla Corte Europea.
Eccone alcuni servizi video:





Alcuni articoli sul convegno e sul ricorso europeo dei Radicali sono QUI (Angelo Lomonaco, “Corriere del Mezzogiorno”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”), QUI (“Il Fiore Uomosolidale”).

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AGGIORNAMENTO del 16 aprile 2014:
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che la sicurezza degli abitanti della zona rossa del Vesuvio è adeguatamente garantita dallo Stato.
Ne ha scritto MalKo: Rischio Vesuvio e piani di emergenza: la Corte Europea di Strasburgo indaga (15 aprile 2014).

Cinzia Craus ricorda, però, che il rischio vesuviano non va affrontato solo a livello centrale e che, anzi, gli enti locali hanno importanti doveri (che spesso non rispettano): Rischio Vesuvio: quello che i sindaci non fanno (10 aprile 2014).

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4 thoughts on “Marco Pannella e il rischio Vesuvio

  1. Blog “Rischio Vesuvio”, 15 aprile 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO E PIANI DI EMERGENZA: LA CORTE EUROPEA DI STRASBURGO INDAGA
    di MalKo

    La corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo, ha preso in seria considerazione la denuncia presentata da dodici cittadini della zona rossa Vesuvio, contro lo Stato italiano che non garantirebbe adeguatamente la sicurezza dei vesuviani. La corte ha reso agibile una corsia preferenziale per trattare l’argomento con urgenza, e inoltre ha deliberato che entro il 12 maggio 2014 l’Italia dovrà presentare prove che dimostrino con certezza che i cittadini sono realmente protetti da seri strumenti organizzativi, come il piano di evacuazione. Aspettiamo… Sarà d’oltralpe un pronunciamento o forse un anelito di giustizia su una questione delicata, che in Italia purtroppo non trova sponde.
    Il piano di evacuazione a oggi non esiste. In seguito all’ultimatum imposto da Strasburgo, molto probabilmente gli enti competenti, primi fra tutti il Dipartimento della Protezione Civile, recupereranno dai famosi cassetti un po’ di carte, probabilmente con una netta prevalenza di fogli dattiloscritti contenenti disquisizioni scientifiche che si accavallano da oltre venti anni, e le mappe della nuova perimetrazione della zona rossa. Per i vertici dipartimentali, infatti, il piano d’emergenza è soprattutto quello…
    I giornali non hanno dato grande enfasi alle notizie provenienti da Strasburgo: d’altra parte e in alcuni casi, sono gli stessi giornali che in assenza di un giornalismo investigativo, per decenni ci hanno propinato efficienza e pietre miliari a proposito della sicurezza in area vesuviana. Gli amici sono amici… D’altra parte bastava riflettere sulla incredibile campagna stampa che fu orchestrata contro il Tribunale dell’Aquila all’indomani del tragico terremoto del 6 aprile 2009. Se ne scrissero di tutti i colori a proposito dell’inquisizione e di martiri e di processi alle streghe e di una brutta pagina da medioevo per una condanna che era pronunciata contro gli scienziati rei di non aver previsto il terremoto. I giudici di quella sentenza storica dimostrarono e dimostrano con il prosieguo delle indagini, spalle forti, competenza e soprattutto tanto coraggio.
    In rete invece, fino a qualche giorno fa le notizie giornalistiche hanno profuso articoli che trattavano l’argomento piani d’emergenza, sulla scorta di un piccolo gruzzoletto che la Regione Campania si appresta a versare nelle asfittiche casse dei comuni campani, affinché questi siano invogliati a stilare i piani di emergenza comunali. Ovviamente nell’area vesuviana e flegrea è previsto qualche soldo in più per l’oggettiva complessità dei rischi da prendere in esame.
    Questa pioggerellina di denari che conta soprattutto contributi della comunità europea, purtroppo servirà poco. Il problema principale delle politiche di sicurezza, infatti, è che per loro stessa natura dovrebbero avere una connotazione multidisciplinare. La protezione civile invece e in genere, è relegata a ultimo ufficio comunale che deve starsene buono e non deve impicciarsi delle cose che transitano e stazionano negli uffici che contano, soprattutto in quello tecnico.
    In molti casi allora, l’addetto alla protezione è costretto ad arrovellarsi il cervello per trovare stimoli a un’attività di fatto dormiente, che si estrinseca nella noiosa e inutile compilazione di questionari inviati da altri uffici amministrativi sovra comunali, che hanno gli stessi problemi di irrilevanza funzionale. Nella migliore delle ipotesi allora, si gestisce con alterne fortune il volontariato…
    In una zona a rischio colate piroclastiche, torrenti di fango e pioggia di cenere e lapilli e ancora bombe vulcaniche e sommovimenti sismici, senza certezze previsionali, lo sviluppo sostenibile che tutti inquadrano sempre e solo nel cemento, doveva adeguarsi alle necessità dei piani di evacuazione, e non viceversa. Invece, si è sempre pensato a quello che si costruiva piuttosto che al dove si costruiva. Il piano di emergenza ha tentato appena di correre dietro al cemento, ma ha subito desistito com’è successo nel più affollato dei comuni vesuviani.
    Gli amministratori comunali e provinciali e regionali dall’orecchio prevenzione non ci sentono proprio. Velina, vetrina e propaganda, hanno caratterizzato fin qui il loro operato di mitigatori del rischio Vesuvio ed elaboratori di piani d’emergenza e di evacuazione. Che ci siano migliaia e migliaia di domande di condono da vagliare in area vulcanica poi, francamente è inconcepibile e opacizza l’operato di chi per ruolo avrebbe dovuto controllare il territorio per evitare una crescita esponenziale del valore esposto…
    Alla Regione Campania c’è stata battaglia sul finire di marzo di quest’anno, dettata dall’approvazione del nuovo regolamento paesaggistico e in particolar modo dal contestatissimo articolo 15. Un disposto che potrebbe aprire le porte a un po’ di cemento anche nella zona rossa Vesuvio, attraverso la possibilità di ampliare le cubature delle residenze da ristrutturare in nome della sicurezza.
    Chissà se l’assessore Edoardo Cosenza era presente su quelle barricate e da quale parte gravava il suo peso di responsabile della protezione civile. Il professore inoltre, ci fa sapere che per il rischio eruttivo dei Campi Flegrei bisognerà valutare anche una possibile evacuazione totale o parziale, della zona di Chiaia e Posillipo.
    Per quanto riguarda i chiarimenti richiesti da Strasburgo, Edoardo Cosenza esprime soddisfazione perché finalmente alcuni cittadini hanno chiesto il piano d’evacuazione (nessuno lo chiedeva prima), dimostrando un sano interesse civile. Poco importa che la richiesta è pervenuta per la strada più lunga e in lingua francese col suggello di una corte di giustizia per i diritti dell’uomo

  2. “Parallelo 41”, 10 aprile 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO: QUELLO CHE I SINDACI NON FANNO
    I piani di emergenza toccano ai primi cittadini. Le responsabilità della Regione e quel bando appena scaduto
    di Cinzia Craus

    Il Vesuvio erutta. Moriremo tutti e nessuno fa niente. Il vulcano è in stato di emergenza e nessuno ci avverte. Il Governo, il Dipartimento della Protezione Civile, gli esperti di tutto il mondo, le cavallette, la peste, e bla bla bla bla.
    Non passa giorno che in rete, ma anche sulla carta stampata e sugli altri media non passino notizie sconvolgenti sul disastro che prima o poi e di soppiatto ci pioverà addosso dal cielo, ovviamente solo a noi napoletani, unici ignari e di ciò che ci aspetta e di cosa e come fare per salvarci.
    Oddio cosa ci aspetta, nelle versioni più pittoresche e catastrofiste possibili – non perché non ci sarà una catastrofe quando sarà, ben inteso, nessuno nega le potenzialità del vulcano (e aggiungerei, non solo le sue, anche quelle della caldera dei Campi Flegrei, o, senza ricorrere ai nostri mostri sacri, quelle in generale di madre natura, dai terremoti alle alluvioni, passando per le mareggiate, i dissesti, le frane, così come quelle che noi stessi fomentiamo, dal rischio biologico a quello urbano, a quello chimico e via discorrendo) – diciamo che grazie alla profusione massiva di documentari, simulazioni, interviste – sempre molto settate e morbosamente arricchite dei particolari più devastanti – più o meno ormai lo sappiamo, moriremo tutti, così pare. Il che a mio modesto parere dovrebbe generare, insomma, davanti all’ineluttabilità del fatto, una catarsi religiosa: tutto il popolo napoletano, anzi, campano, capo chino e cosparso di cenere, dovrebbe sin da adesso cominciare a pentirsi delle proprie colpe e magari, chissà, talvolta gli dei ci ascoltano, riabilitare una fede antica dei luoghi, quella che racconta ne “La Pelle” il buon Curzio Malaparte, nel terribile dio Vesuvio, offrendogli in dono sacrifici ed opere, sì da dissuaderlo dai suoi nefasti propositi. O più razionalmente dovrebbe produrre un esodo in massa. Da questa terra che ci dà solo dolore e disperazione e miseria, dove non c’è casa, non c’è lavoro, non c’è cibo – è avvelenato, la camorra, la mafia, i cinesi (sì sono oramai anche qui).
    A dire il vero si provò anche, ad incentivare l’esodo. Certo poco e male. E quel che c’è da dire è che per matrigna che sia questa terra che ci accoglie, da noi stessi spesso violentata e vituperata, pochi popoli sono così morbosamente legati al territorio in cui sono nati e cresciuti come i napoletani.
    Si provò anche a lottare contro una certa crescita abusiva endemica delle nostre zone. Poco e male. Ci sono molte battaglie che politicamente non pagano.
    La protezione civile è una di queste. Un piano di emergenza, di evacuazione, di messa in sicurezza, non rende, non si vede, se si vede fa paura.
    E però. Ci sono molti però.
    Mi rendo conto mentre sto scrivendo che sto nel mezzo, nel bel mezzo di un cane che si morde la coda. Me ne rendo conto perché dovrei spiegare a cosa serve un piano di emergenza, riferirmi magari proprio al tanto vituperato e odiato piano nazionale di emergenza per il Vesuvio – di cui si prendono stralci a caso, senza mai indagarne il senso pieno, quelli che angosciano solo, solamente quelli, spiegarlo perché non lo si conosce, e quindi non lo si comprende, e penso che sarebbe una noia mortale, che nessuno leggerebbe (non paga), meglio l’allarme, o l’apocalisse, o l’esodo, quello sì che si legge, o le chiacchiere, una battuta, la dimenticanza. La rimozione.
    O il lamento.
    Ecco se c’è un’altra cosa che i napoletani, i campani, ma il fenomeno è in grande espansione, sanno fare bene è lamentarsi. E prodursi in invettive, cercare colpevoli. Senza mai informarsi.
    Lo capisco. Capisco che informarsi è complesso, specie su argomenti che possono essere tecnici, scientifici. Capisco anche che può essere difficile. Sappiamo googolare qualsiasi ricerca astrusa, ma chissà perché pensiamo che cose come queste, un piano di emergenza, che ci riguarda, non lo troveremo mai, chissà dove è nascosto. Capisco anche che magari vorremmo, e non ci crederete, a buon diritto, ci spetta, un’informazione più semplice e diretta, che è vero, manca, specie nei dettagli, in ambito locale, cosa faccio? cosa devo fare? quando?
    Il problema è che questa informazione non può darcela nello specifico il governo, il Dipartimento o San Gennaro. E neanche il supergeologo americano o chi per lui. L’informazione alla popolazione è onere – per legge – del sindaco. E quella informazione viene a valle della redazione di un piano comunale di emergenza. Comunale. Per legge (L. 100/12, ma in realtà già dalla L. 225/92). Che recepisce le indicazioni della pianificazione nazionale (nel caso Vesuvio – a livello centrale si è fatto, e rifatto quanto di propria competenza e anche di più) o regionale (in altri casi), e su tali indicazioni formula la strategia interna al territorio. Quel piano comunale che (60% dei comuni campani) non si fa perché non paga. Perché non si vede, perché non si legge, perché non è un documentario e non grida Allarme! Soldi spesi male.
    E allora eccolo il cane che si morde la coda. Ci sono informazioni che noi non abbiamo perché non ci vengono date e non ci vengono date perché non ci interessano. Così non sappiamo.
    Non sappiamo che è il sindaco (spesso non lo sa neanche lui) la prima autorità di protezione civile sul territorio. Non sappiamo che è lui che deve provvedere, attraverso i suoi uffici, alla redazione dei piani di emergenza comunali. Non sappiamo che è lui a doverci informare. Non sappiamo che è a lui che dobbiamo chiedere.
    E non sappiamo che: mentre la Commissione Vesuvio lavorava all’aggiornamento del Piano Nazionale di Emergenza Vesuvio, mentre il Dipartimento della Protezione Civile invitava tutte le regioni a fornire, entro il 31/12/12 – a seguito di propria specifica nota del 12/10/12, l’elenco dei comuni dotati di pianificazione di emergenza e contestualmente, in ottemperanza alla legge (sempre la legge 100/12 che indicava il termine di 90 gg dall’entrata in vigore quale data ultima per dotarsi del suddetto strumento obbligatorio di pianificazione), ne intimava la realizzazione, la Regione Campania, unica regione italiana a non aver fornito un elenco nominativo dei comuni, ma solo dei numeri e delle percentuali, grazie a finanziamenti europei (FESR) per un POR 2007-13, approvato dalla Commissione Europea nel settembre 2007, deliberava il 27/05/13 lo stanziamento di un fondo di 15 milioni di euro da distribuirsi – previa partecipazione ad apposito bando, espresso con decreto dirigenziale del 29/01/14 e reso pubblico attraverso il BURC del 03/02/14 – a comuni e province, non dotate di piano o dotate di piano non aggiornato e non omologato, con particolare riferimento ai paesi del vesuviano, ivi compresa la realizzazione di campagne informative per la popolazione.
    Non sappiamo che questo bando scadeva il quattro aprile. E non sappiamo se il nostro sindaco, quello di uno dei tanti comuni che verrà sepolto dalla lava senza che nessuno abbia il tempo neanche di alzare gli occhi al cielo (sigh), che “i soldi per fare il piano non ci sono”, a quel bando ha partecipato, se lo ha fatto bene – bisogna saperlo fare, se quei soldi arriveranno o se, come tanti altri, torneranno in Europa, questa Europa che ci ha distrutto, impoverito, che ci bastona e ci divora.
    Non glielo abbiamo chiesto. Non glielo chiederemo. E lui lo ha visto?
    Ecco per completezza di informazione il bando della regione era sul BURC (strumento di informazione per cittadini ed enti) n. 9 di quest’anno, leggibile a tutti i cittadini dal sito della Regione e c’era l’avviso sullo stesso sito
    Il piano Vesuvio, in forma completa, è leggibile sul sito del Dipartimento della Protezione Civile (dal link si accede alla pagina sul Vesuvio, a destra ci sono i link al piano e alle modifiche con relativi dossier di studio), e sullo stesso sito potete trovare anche informazioni, in tempo reale, sullo stato del vulcano, dei vulcani, sulle leggi in materia, sulle responsabilità, su chi fa che e quando.
    C’è anche un link della protezione civile dove invece potete leggere l’esito della nota fatta dal Dipartimento alle Regioni in materia di piani comunali, il sollecito a rispondere ad una legge di stato.
    Ah! Il sito della Regione ha un servizio gratuito, per tutti: la newsletter. Potete anche iscrivervi.
    Si chiama trasparenza. È legge. Siamo noi che non alziamo i veli. L’informazione esiste, basta volerla.

    P.s. Dopo bisogna chiedere, ovvio. E chiedere (anche lamentarsi), a gran voce, che chi ci amministra (chi per che, ognuno per le sue funzioni) lo sappia fare. Che si informi.

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