Disuguaglianze, povertà e disastri

L’uragano Katrina che ha devastato New Orleans nel 2005 ha cambiato gli studi (sociali) sui disastri. In qualche modo ha riproposto questioni che sorsero in seguito al terremoto di Lisbona del 1755: un disastro naturale è solo opera della natura? (All’epoca ci si domandò se il sisma lusitano fosse “solo” una punizione divina). Con Katrina si è rilevato che un disastro, pur abbattendosi su tutta la popolazione, in realtà schianta i poveri (che, nel caso della Louisiana, equivale a dire gli afroamericani). (A questo proposito Mike Davis ha parlato addirittura di «parziale pulizia etnica»). (In questo blog ne ho raccolto vari articoli e video: QUI).
Dopo anni da quel terribile uragano, continuano ad essere pubblicate analisi su quanto quel disastro avesse poco di “naturale”. In questa scia si inserisce “Inequality, Poverty and Disaster in America“, un articolo di Jennifer Trivedi (pubblicato su «Anthropology News» il 7 novembre 2013) in cui l’autrice osserva che la prevenzione comincia impegnandosi nella riduzione delle diseguaglianze sociali e della povertà:

«[…] As inequality grows, it can affect disaster preparedness and recovery. People may be left unable to adequately insure their homes, if they can at all. People may be unable to evacuate—they cannot afford to take the time off from work, they cannot put gas in their car before a paycheck, they do not have access to affordable transportation alternatives. […]
Wealth disparities leave poor people with different access to resources and knowledge than the wealthy, which can have particular effects on their disaster preparedness and recovery efforts. This is not to say that all poor people are affected the same way or that they all face the same problems, nor it is to say that others do not face similar problems. However, the differential impact of wealth disparities can cause problems for people living in poverty, particularly in disasters.
Individuals and families who struggle financially may lack resources that would enable them to prepare for disaster or evacuate. They may have nothing or little in the way of savings. They may be working hourly wage jobs that restrict time off or they may be unable to afford to take time away from one or more such jobs. Such financial restrictions can create problems when trying to plan an evacuation. These same people may not be able to afford a place to stay outside of the affected area or en route to stay with friends and family members, or be able to put enough gas in their car to evacuate. […]
Some people living in poverty may be forced to choose between disaster preparedness and daily necessities, like heat, food or medication. […]
Disasters like Katrina and Sandy reveal the need for the US to address the issues of poverty and growing wealth disparity in order to fully prepare for and recover from disasters. […]».

Comprensibilmente, si potrebbe osservare che i peggiori disastri, ogni anno, colpiscono i Paesi più poveri del mondo e che tuttavia, nonostante questa ripetuta ed evidente possibilità di analisi, la relazione tra disastri e disuguaglianze/povertà è emersa in maniera lampante solo dopo il devastante passaggio di Katrina su New Orleans. In effetti, per quanto tale legame fosse noto già da tempo agli studi sociali più avanzati, è appunto con l’uragano del 2005 sulla Louisiana che le disuguaglianze e la povertà vengono considerate fattori cui ricondurre l’entità del disastro, dunque elementi che aumentano la vulnerabilità delle persone dinnanzi ad un “agente di impatto” (naturale o meno che sia). La ragione di questa “tardiva” attenzione è che tale relazione è meno visibile nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo”, mentre invece è (stata) particolarmente evidente proprio a New Orleans perché il disastro è accaduto (con proporzioni immani) nel Paese più ricco e (secondo la rappresentazione dominante) invincibile.

Intanto, è proprio di oggi la notizia che nelle Filippine il tifone Haiyan ha causato un’ecatombe: al momento, le vittime della tempesta sono almeno 1.200: QUI. Aggiornamento: «Filippine devastate dal tifone Haiyan, oltre 10.000 morti. La tempesta, una delle più violente della storia, ha colpito in particolare le isole di Leyte e Samar. Migliaia di persone ancora disperse. Comunicazioni ed elettricità interrotte in molte zone», QUI.

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Segnalo, infine, che da qualche giorno è stato diffuso il trailer della quarta (ed ultima) stagione di una delle serie-tv più belle degli ultimi anni: “Treme”, sul post-Katrina a New Orleans [ne avevo già scritto qui]:

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AGGIORNAMENTO del 18 novembre 2013:
Un’infografica pubblicata da “Oggi Scienza” mostra il numero di tifoni, uragani e cicloni che si sono avuti nel mondo dal 1900 ad oggi: sono “Sempre più potenti e distruttivi“.

PS: per curiosità, ho diviso il numero delle vittime per quello dei fenomeni censiti; ne derivano dei dati interessanti, ma che tuttavia vanno presi con molta cautela perché non tengono conto di numerose variabili, come ad esempio l’entità dei singoli eventi, la densità demografica dei luoghi colpiti, la natura di quei territori (ovvero la loro esposizione geografica a tali fenomeni), la violenza e la frequenza con cui si abbattono sulla popolazione. E’ da osservare, inoltre, che la divisione per continenti è puramente indicativa e che sarebbe più utile restringere il campo alle aree effettivamente soggette a tali manifestazioni meteorologiche. Comunque sia, un dato emerge sugli altri, quello della mortalità dei tifoni asiatici:
Asia, 848.4 (vittime per evento) – America, 88.7 – Africa, 24.0 – Europa, 17.3 – Oceania, 7.3.
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Sempre “Oggi Scienza”, nel pomeriggio del 18 novembre 2013 ha pubblicato un articolo che definisce la differenza tra tifoni, uragani e cicloni; fa luce sulla correlazione tra tifoni e global warming; spiega che «A differenza dei terremoti, impossibili da prevedere ma da cui ci si può in qualche modo opportunamente difendere, nel caso dei tifoni il problema non è la previsione, ma la possibilità pratica di far fronte alla calamità».

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AGGIORNAMENTO del 19 novembre 2013:
“Il Post” ha pubblicato un’infografica con il numero di morti per frana e per alluvione in Italia dal 1960 al 2012:

“Dove si muore per frane e alluvioni in Italia” (Fonte: ANSA-Centimetri, via “Il Post”)

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AGGIORNAMENTO del 4 gennaio 2014:
Marta Serafini segnala sul “CorSera” che in occasione della tempesta di gelo nominata “Hercules”, il neo-sindaco di New York Bill De Blasio ha introdotto il “codice blu” per i senzatetto, ovvero «misure eccezionali per salvaguardare gli homeless dalla tempesta di neve»: il “codice blu” «significa che tutti i centri di accoglienza sono aperti 24 ore su 24 e che viene momentaneamente sospesa la procedura burocratica che permette di accedervi». Altre info su “Hercules” sono QUI e QUI.

A New Orleans, intanto, pare che 30 delle 100 case donate da Brad Pitt per gli alluvionati di Katrina nel 2005 siano da rifare a causa dell’umidità che le ha fatte marcire: QUI. Stando all’articolo, tuttavia, “Per la star di Hollywood la vicenda potrebbe trasformarsi in un brutto colpo per la sua immagine“.

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 13 febbraio 2014:
La situazione del dissesto idrogeologico in Italia è gravissima: l’82% dei comuni italiani presenta infatti aree a rischio idrogeologico (si veda: “Ecosistema Rischio 2013“, pdf). In dieci anni di denuncia da parte di ‪Legambiente‬ e Protezione Civile‬ “è cambiato poco o nulla”, dice ‪Gabrielli‬, “urge passare dalla parole ai fatti”: L’Italia frana: dieci anni di denuncia. Gabrielli: “Passare dalle parole ai fatti” (“Il Giornale della Protezione Civile”, 13 febbraio 2014, QUI).

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6 thoughts on “Disuguaglianze, povertà e disastri

  1. A proposito del terribile terremoto di Lisbona del 1755, mi viene in mente l’affermazione di un famoso filosofo circa il fatto che molte monache perirono per il crollo dei conventi e le prostitute si salvarono perché vivevano in baracche di legno. La citazione valga come concetto che certi fenomeni non sono fatti per punire gli uomini ma molto più semplicemente per garantire un dinamismo del pianeta Terra nel senso della vita e della biodiversità. I terremoti, lo si capisca bene, servono…
    I poveri soffrono certamente di più nelle emergenze, perché vivono in luoghi spesso pericolosi,hanno meno risorse e soprattutto meno voce in capitolo. Alcuni anni fa uno stupido terremoto cagionò una stupida frana alle Eolie. Un noto personaggio politico in crociera sul posto, fece confluire inutilmente forze istituzionali con elicotteri al seguito. Una vera mestizia…
    Per capire bene il concetto di povertà legato alle disgrazie, valga un esempio su tutti: cosa c’è di peggio del diventare cieco? Diventare cieco in una situazione di povertà!

    • Grazie per il tuo commento, MalKo.
      Si, i terremoti e le eruzioni, così come i fenomeni atmosferici e così via, sono fondamentali: senza, la Terra sarebbe morta e la vita non vi sarebbe possibile. Quel che si può fare è trovare dei modi più equilibrati e lungimiranti di convivenza umana con le dinamiche del pianeta. Tra queste possibili modalità c’è quella di perseguire una convivenza sociale più equa e di lottare contro la povertà (che fine hanno fatto i buoni propositi occidentali sulla riduzione del debito dei cosiddetti “paesi in via di sviluppo”?).
      L’impressionante caso filippino di questi giorni ci dimostra in maniera lampante come l’entità dei disastri non sia “naturale”, ma spesso derivi dall’accumulazione di disagi e disparità.
      Solo per stare agli ultimi mesi, ecco cosa ha dovuto affrontare la popolazione filippina:

      Settembre 2013: “Scene di guerra nella cittadina di Zamboanga, nel sud dell’arcipelago, tra militari e ribelli separatisti che terrebbero in ostaggio diverse decine di ostaggi. I guerriglieri, circa 200 uomini, sono accerchiati dalle truppe governative. L’attacco appare diretto a sabotare i negoziati di pace tra il Fronte Moro di Liberazione (dal quale i ribelli si sono staccati) e il governo per mettere fine a 42 anni di rivolta armata” [qui].

      Ottobre 2013: “Terremoto di 7,3 gradi: almeno 90 morti. Il sisma ha colpito il centro più popoloso dell’isola di Bohol. Scuole ed edifici pubblici erano chiusi per una festa nazionale” [qui].

      Novembre 2013: “Il tifone Haiyan devasta, oltre 10.000 morti. Superstiti a caccia di cibo: saccheggi. La tempesta, una delle più violente della storia, ha colpito in particolare le isole di Leyte e Samar. Comunicazioni ed elettricità interrotte in molte zone. Centinaia di migliaia di persone evacuate in Vietnam. Bonino: “Nessun italiano tra le vittime”. Ora si dirige verso il Vietnam, con meno potenza. Ma l’allarme resta” [qui].

      E stamattina alcuni giornali italiani indugiano sui saccheggi o scrivono cose tipo: “È chiaro che in quanto a efficienza, qui non è il Giappone post-tsunami” (Alessandro Ursic, “La Stampa”) (Ma siamo anche lontani dalla ricchezza giapponese, no?).

  2. “Oggi Scienza”, 18 novembre 2013, QUI

    TIFONE HAIYAN: COSA DICE LA SCIENZA
    di Cristina Da Rold

    Si aggrava giorno dopo giorno il bilancio delle vittime del tifone Haiyan, abbattutosi sul centro delle Filippine a inizio novembre e che ha completamente distrutto città come Tacloban e che successivamente ha invaso con il suo passaggio anche Vietnam e Cina. Alcune stime parlano di oltre 3600 morti e più di 4 milioni di persone colpite, cifre che fanno di Haiyan il più intenso uragano della storia.
    Molto si può trovare in questi giorni in rete riguardo a una possibile correlazione tra questo evento catastrofico e il fenomeno del surriscaldamento globale, e molto altro viene detto o scritto a proposito della possibilità o meno di prevedere un evento come questo e attuare per tempo dei procedimenti di tutela delle persone coinvolte. Abbiamo cercato di fare luce sull’argomento interpellando alcuni tra i gli scienziati che in Italia si occupano di meteorologia e di scienze dell’atmosfera, ponendo loro due ordini di questioni: esiste una correlazione tra il cosiddetto global warming e un fenomeno come l’uragano Haiyan? Ed è possibile prevederne l’arrivo con un anticipo sufficiente da riuscire a evacuare la popolazione? Rispondono Francesco Cairo del Dipartimento Terra e Ambiente del CNR, Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, Claudio Cassardo del Dipartimento di Fisica dell’Università di Torino, Rolando Rizzi, Coordinatore del Corso di Laurea in Fisica dell’Atmosfera e Meteorologia dell’Università di Bologna e Guido Visconti, già Direttore del Centro di Eccellenza Tecniche di Telerilevamento e Modellistica Numerica per la previsione di eventi meteorologici severi (CETEMPS).

    Tifoni, uragani, cicloni: un po’ d’ordine
    Anzitutto, quando si parla di fenomeni meteorologici di questo tipo non è facile orientarsi con la terminologia. La grande famiglia a cui Haiyan appartiene è quella dei cicloni tropicali e in relazione poi all’entità e alla zona geografica di formazione di un ciclone tropicale, esso assume nomi diversi: uragano nell’Atlantico settentrionale, tifone nel Pacifico settentrionale, tempesta tropicale, tempesta ciclonica o depressione tropicale nelle altre aree. Tutti questi fenomeni non sono che la manifestazione di processi fisici che si originano laddove le superfici marine raggiungono una temperatura che supera i 27°C, dando luogo a una grande quantità di vapore acqueo negli strati bassi dell’atmosfera. Al calore sensibile liberato dall’oceano si aggiunge il calore latente di condensazione liberato nell’aria proprio dal vapore acqueo in condensazione, dando origine al fenomeno ciclonico. “Quando il ciclone comincia a manifestarsi– spiega Rolando Rizzi – inizia a individuarsi quello che è noto come “occhio del ciclone”, la zona centrale attorno al quale si sviluppa e ruota il muro di nubi che caratterizza il vortice atmosferico. Intorno all’ “occhio” e vicino alla superficie i venti sono ancora più intensi e accentuano la presenza di vapore acqueo ceduto dall’oceano all’atmosfera, facendo così aumentare di intensità il ciclone stesso. In questo senso – continua Rizzi – possiamo dire che Haiyan con i suoi 315 km/h di velocità del vento vicino al suo “occhio” è da considerarsi il più intenso uragano della storia.”

    Tifoni e global warming: quale correlazione?
    “Secondo le statistiche degli ultimi 30 anni non ci sono dati sensibili che dimostrino una correlazione tra l’aumento della temperatura globale e la frequenza di fenomeni atmosferici come questo – afferma Guido Visconti – semmai possiamo individuare un legame con l’intensità di questi eventi, ma anche in questo caso bisogna porre dei distinguo.” Negli ultimi decenni ad essere aumentato non è il numero degli eventi catastrofici, ma il numero di fenomeni atmosferici molto intensi, come appunto Haiyan, cioè di grado 5, il massimo della scala Saffir-Simpson. “I cicloni infatti non richiedono il riscaldamento globale per avere origine – spiega Rizzi – capiterebbe lo stesso in zone dove le temperature marine dovessero superare un certo limite critico. Quello che il riscaldamento globale produce è invece una maggior energia disponibile che implica venti molto elevati.” Insomma, il riscaldamento globale a cui ci stiamo condannando, sebbene non provochi più cicloni di quanti se ne originerebbero spontaneamente, è responsabile comunque del verificarsi di eventi più intensi e distruttivi, con conseguenze sempre più disastrose sulle zone colpite. “Se facessimo una simulazione del nostro futuro e delle conseguenze del riscaldamento globale su questo tipo di eventi – conclude Visconti – noteremmo che i fattori che determinano i danni nel caso di un fenomeno ciclonico sono due: l’intensità al centro dell’vortice e la vulnerabilità della regione colpita. Ad esempio negli Stati Uniti, data la tendenza della popolazione a emigrare verso le zone costiere, dal 1980 a oggi sono stati spesi fino a 10 miliardi di dollari l’anno per far fronte ai danni provocati dagli uragani, che diventano 30 miliardi di dollari se si contano anche le nuove infrastrutture costruite dopo gli eventi. Ebbene, provando a quantificare, sempre tramite simulazioni, l’impatto del riscaldamento globale, la cifra sale a 40 miliardi di dollari di danni all’anno.”

    Prevedere i tifoni è possibile?
    A differenza dei terremoti, impossibili da prevedere ma da cui ci si può in qualche modo opportunamente difendere, nel caso dei tifoni il problema non è la previsione, ma la possibilità pratica di far fronte alla calamità. L’arrivo di un ciclone infatti si può prevedere e di fatto anche nel caso di Haiyan è stato previsto, con un preavviso di circa 2-3 giorni. “Ci sono delle condizioni che annunciano l’arrivo di un ciclone, ma rimane comunque difficile individuare il momento in cui esso avrà effettivamente origine”, spiega Francesco Cairo, “è più semplice capire qualcosa della direzione che il ciclone prenderà una volta nato e soprattutto prevederne l’intensità, dato che quest’ultima variabile dipende dalla quantità di vapore acqueo negli stati inferiori dell’atmosfera, che una grandezza fisica misurabile.” In particolare, come ci illustra Claudio Cassardo, “il grado di prevedibilità degli eventi meteorologici a 2-3 giorni dal loro verificarsi varia dal 90% al 97%, andando poi drasticamente a scendere sotto il 70% a 10 giorni dall’evento. Il fattore più complesso da prevedere è in realtà la traiettoria del moto del sistema, in quanto è influenzata da fattori locali, ma in ogni caso la stima è molto attendibile per i 2-3 giorni successivi.” A fare la differenza dunque non è tanto il riuscire a prevedere l’arrivo di un fenomeno o comunicare l’allarme alla popolazione con sufficiente anticipo, ma essere in grado di attuare per tempo le misure preventive di salvaguardia della popolazione, specie per riuscire a evacuare un numero ingente di persone come quelle coinvolte da Haiyan
    .

  3. A fine gennaio 2014 Roma e buona parte del centro Italia sono state interessate da una “bomba d’acqua” che ha sommerso molte località. Il problema è nel mutamento climatico, ma anche nel fatto che «L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”.

    Blog “Qui Italia”, in “National Geographic”, 3 febbraio 2014, QUI

    PERCHE’ L’ITALIA “AFFOGA”
    di Guglielmo Pepe

    Il Tevere gonfio e largo come la Senna è diventato un’attrattiva per romani e turisti. Ma dietro lo spettacolo c’è il disastro, perché diverse zone della capitale d’Italia sono rimaste ”affogate” dall’incessante pioggia di questi giorni. Ora l’emergenza forse è finita. Però restano i danni. Ai quali si porrà rimedio temporaneo, perché per mettere in sicurezza ciò che non è sicuro, servirebbero somme enormi e anni di lavoro. E questo vale per Roma come per il resto del Paese dove è piovuto a cascate d’acqua causando allagamenti, distruzioni, smottamenti.
    L’abbiamo scritto più volte: l’Italia è un paese fragilissimo. In parte per la conformazione del territorio, ma in larghissima parte perché è stato – ed è ancora – violentato da sfruttamento, speculazione, incuria, disinteresse. E la terra mangiata dal cemento ad un certo punto di ribella, si rivolta, contro l’uomo che continua ad abusarne.
    Adesso si cerca di mettere in sesto l’economia nazionale e questo è l’impegno prioritario del governo. Eppure la più grande operazione economica, il più grande investimento che si potrebbe fare, è il risanamento del territorio. Però non si fa, perché costa molto, troppo. Senza rendersi conto che i continui disastri ambientali – ormai sempre più frequenti – fanno spendere parecchio di più di una lungimirante prevenzione.
    Così si va avanti alla giornata e si mettono delle “toppe”. Come quelle che si fanno sulle strade di Roma per tappare le buche stradali, che in questi giorni si sono moltiplicate a dismisura. Ma rifare per bene il manto stradale, e una volta per tutte, non permetterebbe di moltiplicare, appunto, all’infinito gli appalti.
    L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante ad un numero enorme di piccole aziende dedite alla manutenzione edilizia e stradale. Quando si riuscirà a rompere questo “ingranaggio” succhia soldi pubblici, probabilmente saremo più vicini a quella parte di Europa che ammiriamo (e un po’ invidiamo)
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  4. E’ stato presentato il dossier “Ecosistema Rischio 2013” (pdf, QUI), in cui viene denunciato ancora una volta che la situazione del dissesto idrogeologico in Italia è gravissima: l’82% dei comuni italiani presenta infatti aree a rischio idrogeologico. In dieci anni di denuncia da parte di ‪Legambiente‬ e Protezione Civile‬ “è cambiato poco o nulla”, dice ‪Gabrielli‬, “urge passare dalla parole ai fatti”.

    “Il Giornale della Protezione Civile”, 13 febbraio 2014, QUI

    L’ITALIA FRANA: DIECI ANNI DI DENUNCIA. GABRIELLI: “PASSARE DALLA PAROLE AI FATTI”
    di Redazione/sm (fonte: DPC)

    Siamo giunti a livelli ormai inaccettabili: l’Italia frana ed è più che mai urgente mettere in sicurezza il territorio. L’emergenza è sotto gli occhi di tutti: piove e le montagne franano o gli argini dei fiumi crollano. A pagarne lo scotto non solo è il territorio ma anche la popolazione.
    “Purtroppo, in dieci anni di Ecosistema Rischio – dossier annuale di Legambiente e Dipartimento della Protezione Civile – ci siamo ritrovati a dire spesso le stesse cose: il tempo è passato ma sembra sia cambiato poco o nulla nell’attenzione rivolta ai temi della protezione civile e della salvaguardia del nostro territorio” denuncia Franco Gabrielli, Capo del Dipartimento della Protezione civile. “Rimango convinto dell’urgenza di passare dalle parole ai fatti, dell’urgenza di compiere scelte importanti che pongano al vertice delle nostre preoccupazioni la salvaguardia dell’intero territorio che sta letteralmente crollando a pezzi. Per questo ho lanciato, da mesi, la proposta di una revisione delle politiche di uso del territorio, sospendendo, magari, quei progetti che possano provocare un ulteriore aggravio del rischio in un paese sempre più fragile come il nostro e investendo le poche risorse che abbiamo sulla messa in sicurezza”.
    Gli ultimi avvenimenti alluvionali e franosi confermano come il rischio idrogeologico interessi la massima parte del territorio italiano e sottolineano una prevenzione strutturale non immediata per tempi e risorse economiche, “dobbiamo quindi concentrarci tutti sulla prevenzione di protezione civile e su una corretta informazione ai cittadini, strumenti che nell’immediato possono consentirci di salvare vite umane” sottolinea Gabrielli.
    Ecosistema Rischio 2013 ha monitorato le attività per la mitigazione del rischio idrogeologico di oltre 1.500 amministrazioni comunali italiane tra quelle in cui sono presenti zone esposte a maggiore pericolo. Il dossier denuncia come l’82% del totale dei comuni italiani – precisamente 6.633 – presentino aree a rischio idrogeologico. Sono oltre 6 milioni i cittadini che si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. In ben 1.109 comuni (l’82% fra i 1.354 analizzati nell’indagine) sono presenti abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana, e nel 32% dei casi (439 comuni) in tali zone sono presenti addirittura interi quartieri. Nel 58% dei comuni campione della nostra indagine (779 amministrazioni) in aree a rischio sono presenti fabbricati industriali che, in caso di calamità, comportano un grave pericolo oltre che per le vite dei dipendenti, per l’eventualità di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni circostanti. Nel 18% dei comuni intervistati (242 amministrazioni) sono state costruite in aree a rischio idrogeologico strutture sensibili come scuole e ospedali, e nel 24% dei casi (324 comuni) sia strutture ricettive che commerciali. Anche nell’ultimo decennio sono state edificate nuove strutture in zone esposte a pericolo di frane e alluvioni: in 186 comuni intervistati. In 147 di questi (il 79%) sono state costruite abitazioni, in 31 comuni addirittura interi quartieri, mentre in 60 comuni l’edificazione recente ha riguardato fabbricati industriali. In 15 comuni, invece, le nuove edificazioni hanno riguardato anche strutture sensibili come scuole e ospedali, e in 27 comuni (15%) strutture ricettive. Sempre in 31 amministrazioni comunali, in zone esposte a pericolo di frane e alluvioni sono sorte strutture commerciali. Infine, in 153 comuni sono stati tombinati e coperti tratti dei corsi d’acqua con la conseguente urbanizzazione degli spazi sovrastanti.
    Nel contempo, soltanto 55 amministrazioni hanno intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo e in appena 27 comuni si è provveduto a delocalizzare insediamenti industriali. Ancora in ritardo anche le attività finalizzate all’informazione dei cittadini (dichiarano di farle in 472 comuni), essenziali per preparare la popolazione ad affrontare situazioni di emergenza.
    “Frane e alluvioni comportano ogni anno un bilancio pesantissimo per il nostro Paese sia per le perdite di vite umane che per gli ingenti danni economici – ha dichiarato il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. E se è ormai chiaro il ruolo determinante dell’eccessivo consumo di suolo, dell’urbanizzazione diffusa e caotica, dell’abusivismo edilizio e dell’alterazione delle dinamiche naturali dei fiumi nell’amplificazione del rischio, le politiche di mitigazione faticano a diffondersi. Ma non solo. Anche le risorse stanziate dopo ogni tragedia finiscono spesso a tamponare i danni, ripristinando lo stato esistente mentre sarebbe ora di pianificare interventi concreti di ripensamento di quei territori in termini di sicurezza e gestione corretta del rischio”.
    Nonostante l’urbanizzazione delle aree più fragili ed esposte a rischio nella nostra Penisola sia molto pesante, non si nota purtroppo una seria inversione di tendenza nella gestione del territorio. Il 64% dei comuni intervistati (872 amministrazioni) ha dichiarato di svolgere regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica, e 905 comuni (il 67%) confermano che nei propri territori sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza. Questi ultimi, tuttavia, non sempre sono efficaci: le attività di messa in sicurezza riferite dai comuni intervistati, infatti, sono state volte soprattutto alla costruzione di nuove arginature o all’ampliamento di arginature già esistenti (in 460 comuni, il 34% dei rispondenti); solo il 9% (122 comuni intervistati) ha affermato di aver provveduto al ripristino e alla rinaturalizzazione delle aree di espansione naturale dei corsi d’acqua e solo nel 6% dei casi di aver riaperto tratti tombinati o intubati dei corsi d’acqua. Da notare, inoltre, che in soli 68 comuni oggetto dell’indagine si è provveduto al rimboschimento di versanti montuosi e collinari franosi o instabili (5% del campione), mentre in 406 le attività di messa in sicurezza hanno previsto opere di risagomatura dell’alveo fluviale (il 30% dei comuni del nostro campione). In 687 amministrazioni rispondenti (51%) sono stati realizzati interventi di minore entità volti alla messa in sicurezza del territorio da parte della stessa amministrazione, senza l’ausilio di altri soggetti istituzionali.
    Migliora almeno la situazione riguardo all’organizzazione del sistema locale di protezione civile, fondamentale per rispondere alle emergenze in maniera efficace e tempestiva. L’85% dei comuni (1.148 amministrazioni fra quelle che hanno partecipato all’indagine) si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione. Tuttavia, soltanto 733 comuni tra quelli che hanno risposto al questionario (il 54% del totale) ha dichiarato di aver aggiornato il proprio piano d’emergenza negli ultimi due anni, il che significa che troppi avrebbero a disposizione un piano vecchio in caso di necessità.
    La legge 100 del 2012, attraverso la quale sono state disposte alcune misure per la riorganizzazione del sistema di protezione civile, ha nuovamente ribadito l’obbligo, per le amministrazioni comunali, di adottare un piano d’emergenza entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge stessa (ottobre 2012), mentre, ad oggi, alcuni comuni continuano a non adempiere a questo importante compito o dispongono comunque di strumenti non adeguati per affrontare eventuali emergenze nel territorio.
    934 comuni (il 69%), inoltre, riferiscono di aver recepito il sistema di allertamento regionale: un importante passaggio per far sì che il territorio sia informato con tempestività su eventuali situazioni di allerta e pericolo. Le amministrazioni comunali italiane sono ancora in ritardo nelle fondamentali attività di informazione rivolte alla popolazione: se i cittadini sono informati, se sanno cosa fare e dove andare durante una situazione di emergenza, e se non si espongono a rischi ulteriori, certamente la gestione dei momenti di criticità è facilitata. Soltanto il 35% dei comuni intervistati (472) ha affermato di aver organizzato iniziative dedicate all’informazione dei cittadini, mentre 432 comuni (il 32%) hanno confermato di aver realizzato esercitazioni per testare l’efficienza del sistema locale di protezione civile. Un ritardo particolarmente rilevante visto che i piani d’emergenza, per essere realmente efficaci, devono essere conosciuti dalla popolazione.
    Complessivamente, sono ancora troppe le amministrazioni comunali italiane che tardano a svolgere un’efficace politica di prevenzione, informazione e pianificazione d’emergenza. Appena il 49% dei comuni intervistati (664) svolge un lavoro positivo di mitigazione del rischio idrogeologico, mentre il 16% delle amministrazioni campione dell’indagine (218) risulta gravemente insufficiente. Con le dovute diversità relative all’effettiva entità del rischio tra zona e zona, sono oltre seicento le amministrazioni comunali che risultano svolgere un lavoro di prevenzione del rischio idrogeologico ancora sotto la sufficienza. Dati che confermano come sia ancora drammaticamente lunga la strada da percorrere per garantire la sicurezza della popolazione da frane e alluvioni.
    Nella speciale classifica di Ecosistema rischio 2013, sette tra i comuni intervistati raggiungono la classe di merito ottimo. Sono tre i comuni risultati più virtuosi nelle attività di mitigazione del rischio idrogeologico: Calenzano (FI), Agnana Calabra (RC) e Monasterolo Bormida (AT). In tutti e tre i comuni sono state avviate le procedure per la delocalizzazione di strutture presenti nelle aree esposte a maggiore pericolo, è stata realizzata una manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica, sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza e si è provveduto all’organizzazione di un efficiente sistema locale di protezione civile.
    L’altra faccia della medaglia è rappresentata da tre comuni che ottengono un punteggio particolarmente basso: San Pietro di Caridà (RC), Varsi (PR) e San Giuseppe Vesuviano (NA). In tutti questi comuni è presente una pesante urbanizzazione delle zone esposte a pericolo di frane e alluvioni e non sono state avviate sufficienti attività mirate alla mitigazione del rischio, né dal punto di vista della manutenzione del territorio, né nell’organizzazione di un efficiente sistema comunale di protezione civile.
    Tra i capoluoghi di Regione e delle due Province Autonome sono 14 quelli che hanno risposto in modo completo al questionario di Legambiente Tra questi, la città prima classificata è Bolzano, che ottiene un 8 in pagella e conferma il risultato positivo ottenuto anche nella precedente edizione della nostra indagine, dovuto all’assenza di strutture in aree a rischio e all’organizzazione del sistema locale di protezione civile.
    Dieci anni di Ecosistema rischio e i dati relativi all’urbanizzazione delle aree a rischio sono sostanzialmente confermati di anno in anno. Dall’analisi emerge come le modalità di gestione del territorio e di uso del suolo non abbiano visto una concreta inversione di tendenza, come si può notare sia dall’esiguo numero di delocalizzazioni di strutture dalle aree a rischio, sia dal fatto che, proprio in quelle zone si è continuato a costruire. Il quadro è inquietante e drammatico e la denuncia sottolinea proprio quanto detto dal prefetto Gabrielli: “l’urgenza di passare dalle parole ai fatti” per salvare questo Paese che crolla ad ogni pioggia
    .

  5. Pingback: Ecosistema Rischio, dossier 2013 | Paesaggi vulcanici

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