Il Salone dell’Emergenza

Occuparsi di emergenze significa anche tenersi aggiornati su tecniche, materiali, strumenti, macchinari… insomma, su tutto quell’ampio settore della gestione del rischio che si declina in senso economico e industriale. Nella società contemporanea, infatti, il rapporto tra rischio e business è sempre più stretto e se da un lato ciò fa sperare in un continuo miglioramento delle strumentazioni di intervento in caso di urgenza, dall’altro apre inedite relazioni tra poteri (politico, mediatico e, appunto, economico). In questo post ho intenzione di elencare le notizie relative alle connessioni tra rischio ed economia (industria e commercio).
Lo spunto viene dall’annuncio del prossimo «R.E.A.S. – Salone dell’Emergenza», in programma al Centro Fiera di Montichiari (Brescia) dal 4 al 6 ottobre 2013: QUI.
Si tratta della «fiera leader in Italia nel settore dell’emergenza e primo soccorso». R.E.A.S. (Rassegna Emergenza Attrezzature da Soccorso e Sicurezza) si rivolge a due tipologie di visitatori/clienti: gli Operatori (ovvero i «Professionisti che operano in realtà produttive e commerciali attive nel comparto emergenza» e i «Referenti di enti e soggetti istituzionali che operano nella protezione civile e che, a vari livelli, intervengono in caso di emergenza o calamità») e i Volontari (coloro «che operano nella gestione dell’emergenza e primo soccorso, nell’ambito di Associazioni di volontariato e organizzazioni che agiscono in sinergia con gli operatori del sistema di protezione civile»).
I settori espositivi di R.E.A.S. sono: 1) Emergenza di protezione civile, 2) Emergenza settore antincendio, 3) Emergenza di primo soccorso. La fiera si completa con una serie di convegni e workshop, tra i quali si distingue “R.E.A.S. POLICE”, un programma specifico dedicato agli Agenti di Polizia Locale che, con il sindaco del comune, sono i primi a intervenire in situazioni di emergenza.
«La fiera, dunque, si propone come sintesi del modello integrato che fa dell’Italia un esempio unico al mondo, apprezzato per la sua efficacia di intervento e per la capacità di mobilitare e coordinare al meglio le forze del territorio» (qui).
I numeri di R.E.A.S. sono i seguenti: 200 espositori e 15.000 visitatori all’anno.

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AGGIORNAMENTO del 27 marzo 2014:
Pippo Ciorra riferisce su “Il manifesto” del 27 marzo 2014 (QUI) del principale premio mondiale di architettura, il Pritzker, recentemente attribuito all’architetto giapponese Shigeru Ban, il quale realizza costruzioni per le emergenze (case, teatri e ponti) con cartone, tubi, stoffe e altri materiali poveri.

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One thought on “Il Salone dell’Emergenza

  1. “Il manifesto”, 27 marzo 2014, QUI

    LA CURA DELLA CATASTROFE
    Architettura. Shigeru Ban, un ritratto del giapponese premio Pritzker che passò dal rugby alle costruzioni per le emergenze, realizzando case, teatri e ponti con cartone, tubi, stoffe e altri materiali poveri
    di  Pippo Ciorra

    A lungo inde­ciso tra il rugby e le arti Shi­geru Ban prese la deci­sione finale quando perse mala­mente la sua prima par­tita da tito­lare nella serie A giap­po­nese. Allora decise di lasciar per­dere la Waseda Uni­ver­sity, for­tis­sima nel rugby e di iscri­versi alla Tokyo Uni­ver­sity per stu­diare archi­tet­tura. Apprez­ziamo il lavoro di Shi­geru Ban e lo rin­gra­ziamo di non aver scelto il rugby da almeno vent’anni: oggi pos­siamo con­fer­mare una volta per tutte che fece la scelta giu­sta. Infatti, da un paio di giorni è il tren­ta­cin­que­simo Pritz­ker Lau­reate, tito­lare della mas­sima ono­ri­fi­cenza nel mondo dell’architettura.
    Shi­geru Ban è un pro­get­ti­sta molto par­ti­co­lare. Edu­cato, come abbiamo visto, a Tokyo e poi in due scuole ame­ri­cane molto «di ten­denza», la Sci Arch di Los Ange­les e la new­yor­chese Coo­per Union, si è costruito fin da subito un per­cor­soas­sai indi­vi­duale. Il suo lavoro è memore della ric­chezza della tra­di­zione moder­ni­sta giap­po­nese, ma ha, allo stesso tempo, un carat­tere più rude e imme­diato, influen­zato forse della pas­sione per il rugby e per i valori molto poco glam che carat­te­riz­zano quello sport: lealtà, corag­gio, col­la­bo­ra­zione, molta voglia di spor­carsi le mani (magari di fango). E le mani Shi­geru Ban se le è spor­cate spesso, spe­cia­liz­zan­dosi da subito in archi­tet­ture per l’emergenza e accor­rendo a spe­ri­men­tarle e met­terle a dispo­si­zione ogni volta che i disa­stri le ren­de­vano dav­vero neces­sa­rie: Kobe, Rwanda, Cina, India, Haiti, L’Aquila, Onegawa.
    La neces­sità di costruire velo­ce­mente a prezzi strac­ciati ha sti­mo­lato nel pro­get­ti­sta nato a Tokyo nel 1957 una ricerca radi­cale e inu­suale sui mate­riali e le tec­ni­che di costru­zione: carta, tubi di car­tone, legni poveri, con­tai­ner, stoffe. Que­sta strana idea di costru­zione leg­gera e «da mon­tare» ha fatto da ele­mento di con­nes­sione tra i suoi lavori emer­gen­ziali e quelli di carat­tere più pro­fes­sio­nale, come la splen­dida serie di ville e case minime rea­liz­zate in Giap­pone dagli anni novanta in poi. La prima ad arri­vare sui nostri tavoli, gra­zie a un ser­vi­zio su Casa­bella fu la casa Cur­tain wall del ’95, dove in sostanza non c’era dif­fe­renza tra le tende e la casa stessa.
    Dopo molti altri pro­getti di suc­cesso oggi Shi­geru Ban è, a modo suo, una star con­so­li­data, con ate­lier a Tokyo, New York e Parigi. Ha avuto per sei anni uno stu­dio aperto sul tetto del Beau­bourg, ha edi­fici in costru­zione in diverse parti del mondo, ha vinto decine di premi, ha inse­gnato a Har­vard, Cor­nell e in molte altre scuole. Nono­stante que­sto il suo lavoro non abban­dona la natura povera e spe­ri­men­tale delle opere più gio­va­nili, e il suo impe­gno rimane alto, come si è visto in occa­sione dello tsu­nami giap­po­nese o del ter­re­moto dell’Aquila. Sem­mai negli edi­fici mag­giori il metodo da bri­co­leur di Ban tende a evol­vere verso una spe­cie di monu­men­ta­lità dome­stica e inu­suale, con intrecci baroc­chi di tubi di car­tone e ner­va­ture quasi flo­reali, come si vede nel Cen­tre Pom­pi­dou di Metz e nella Golf Club House coreana.
    Guar­dando gior­nali e agen­zie l’impressione è che molti inter­pre­tino que­sto pre­mio a Shi­geru Ban come la con­ferma di uno «spi­rito del tempo» ormai ostile alle archi­star e all’iperlusso archi­tet­to­nico. Cer­ta­mente i tre ultimi premi – Wang Shu, Souto de Moura e que­sto – danno l’impressione di voler cele­brare ricer­che più appar­tate e sen­si­bili al senso delle crisi (eco­no­mica, eco­lo­gica, espres­siva) che attra­ver­siamo. Ma col Pritz­ker non è mai detto, baste­rebbe una vit­to­ria a Ste­ven Holl o a Peter Eisen­man – due che in qual­che modo se lo aspet­tano — nel 2015 per smen­tire la tendenza.
    Più inte­res­sante forse notare che si tratta della quarta volta in cin­que anni che il pre­mio va a uno stu­dio asia­tico. E che per la terza volta, sem­pre nelle ultime cin­que, va a un giap­po­nese (Sanaa, Toyo Ito, Shi­geru Ban, che si aggiun­gono a Tange e Maki). Forse qui pos­siamo tro­vare un’argomentazione un po’ più sot­tile. Vale a dire che nell’epoca in cui le archi­star più accla­mate costrui­scono edi­fici spet­ta­co­lari e mul­ti­mi­liar­dari, nel lon­tano Oriente il Pritz­ker pre­mia archi­tetti che ven­gono da quei paesi e che in lavo­rano spesso a una scala di versa, con un’attenzione mag­giore al valore sociale e comu­ni­ta­rio dell’architettura.
    Que­sta, con tutta la volu­bi­lità di giu­rie che cam­biano quasi ogni anno, potrebbe essere una let­tura poli­tica della scelta dell’edizione 2014
    .

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