La società mediatica del rischio

E’ online la terza prima pagina di «Coca Cola Journalism», il blog del “Laboratorio di Giornalismo Internazionale” dell’Orientale di Napoli, tenuto da Marina Brancato:


Si tratta di un numero estivo incentrato sul tema del rischio, a cui ho collaborato con il seguente contributo:

La società mediatica del rischio

Il sostantivo “rischio” indica una situazione che ha un carattere cupo e carico di incertezza; come diceva Aristotele, esso è «l’avvicinarsi di ciò che è terribile». Al contrario, nella sua forma verbale – “rischiare” – questo concetto cambia segno e assume un significato più propositivo e possibilista, diventa sinonimo di “osare”. Per tutta la modernità, questa seconda sfumatura ha caratterizzato la società industriale, fortemente proiettata in avanti, sicura che il futuro sarebbe stato migliore del presente. A metà degli anni Ottanta del Novecento, invece, Ulrich Beck ha cominciato a parlare di “società del rischio”, sottolineando come le minacce ecologiche e la turbolenza della finanza fossero diventate «l’orizzonte fondamentale del pianeta». In effetti, quelli sono gli anni immediatamente successivi alla crisi energetica, quelli della guerra fredda e di un possibile scontro bellico “definitivo”, sono gli anni in cui il drammatico incidente nucleare di Chernobyl ha posto profondi interrogativi sulla sicurezza di quel tipo di industria e sulla gestione delle scorie radioattive, ma sono anche il periodo in cui hanno fatto la loro comparsa “nuove” malattie come l’aids e si sono avuti i primi segnali di difficoltà del welfare state. Questi, naturalmente, sono solo alcuni degli elementi che da quel decennio hanno segnato nuove condizioni del vivere collettivo e hanno permesso inedite interpretazioni della realtà sociale.

CONTINUA sul blog del “Laboratorio di Giornalismo Internazionale”
(e al primo commento qui sotto)

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AGGIORNAMENTO:
Il 28 agosto 2013 il Dipartimento di Protezione Civile e l’INGV hanno diffuso una nota alle redazioni giornalistiche (QUI) in cui, tra l’altro, viene specificato che «[…] È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. […] Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati […]».

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2 thoughts on “La società mediatica del rischio

  1. CONTINUAZIONE:

    Epidemie, guerre, disastri e problemi ecologici, tuttavia, ci sono sempre stati, la storia dell’umanità è scandita da eventi funesti più o meno improvvisi. Con la tarda modernità, però, tali rischi hanno assunto connotati diversi. Oggi i pericoli (naturali o antropici) hanno potenzialmente una capacità distruttiva molto più grande che nel passato, ipoteticamente i loro effetti sono in grado di compromettere irreparabilmente le condizioni di vita sul pianeta, almeno per gli umani. L’aspetto che sembra davvero originale e, per certi versi, più inquietante, comunque, è che il rischio è diventato modalità politica, forma di gestione del potere. Nella “società del rischio”, in altre parole, lo stato di emergenza è permanente e, sebbene la nostra capacità di protezione sia tra le più alte nella storia, nel nostro quotidiano persiste un esteso senso di insicurezza e precarietà. Le ragioni sono molteplici, a cominciare dal fatto che le soluzioni proposte sono spesso apportatrici di ulteriori problemi: non di rado gli effetti collaterali sono più inquietanti dei rischi stessi. Ho i miei dubbi sulla correttezza di una etichetta – società del rischio – così eclatante e netta, tuttavia va osservato che il potere dell’insicurezza è spesso alla base di successi elettorali e di gestioni politiche, così come è all’origine di determinate linee editoriali per alcuni organi di stampa votati al clamore. Tutto ciò, evidentemente, partecipa alla realizzazione della tragica entità sociale descritta da Beck.
    La questione che possiamo porci è quella di comprendere quale sia la rappresentazione che i mass-media fanno dei rischi e dei disastri. Domandiamoci, cioè, quanto dei rischi di cui ci sentiamo oppressi sia percezione dal basso e, specularmente, quanto sia costruzione dall’alto. Per stare ad un caso di stretta attualità, cosa hanno avvertito “davvero” gli abitanti della zona rossa vesuviana durante lo scorso mese di giugno, quando centinaia di persone hanno telefonato all’istituto vulcanologico napoletano dopo aver letto sui giornali che c’erano state alcune scosse sismiche nell’area del cratere? Movimenti geologici di magnitudo 2 sono difficilmente percepibili dai sensi umani, tuttavia il loro clamore mediatico è stato notevole, così da riproporre ancora una volta i vecchi interrogativi sul confine tra allarme e allarmismo (e tra rassicurazione e rassicurazionismo, specie dopo la sentenza dell’Aquila dell’ottobre 2012). D’altra parte, accantonando ogni ambiguità, non è intenzione proprio di chi denuncia il rischio quello di essere smentito, ovvero che la minaccia non si realizzi?
    Analizzare i linguaggi, le dinamiche, i contesti di tali episodi (mediatici) è, dunque, di grande interesse per le scienze sociali. Il Laboratorio di Giornalismo Internazionale potrebbe sviluppare una forma di osservazione regolare dei media, al fine di monitorare nel tempo il modo in cui vengono trasmesse le informazioni circa uno specifico evento: conoscere la genesi di una notizia, individuarne gli sviluppi e comprenderne le forme di propagazione sono momenti obbligati del percorso di decodifica dell’odierna comunicazione di massa. Con tutta evidenza, i mezzi di informazione hanno un ruolo preponderante nella discussione pubblica – cioè politica – sui rischi; concentrarsi sulle loro modalità narrative e retoriche può rivelarsi estremamente utile per rispondere con una certa consapevolezza alla seguente domanda: «ci dobbiamo preoccupare?»
    .

  2. Effetti della sentenza dell’Aquila sulla “società mediatica del rischio”:

    “Protezione Civile”, 28 agosto 2013, QUI

    Comunicazione congiunta della Protezione Civile e dell’Ingv
    RISCHIO SISMICO: NOTA ALLE REDAZIONI GIORNALISTICHE

    In questi giorni, a seguito degli eventi sismici che, in varie zone d’Italia, sono stati avvertiti dalla popolazione, sono stati pubblicati numerosi articoli e mandati in onda diversi servizi televisivi. In alcuni casi, gli interventi di esperti scientifici sull’andamento e le possibili evoluzioni delle sequenze sismiche sono stati interpretati in modo da poter indurre i cittadini ad abbassare il livello di attenzione in un territorio – nel caso specifico la zona di Gubbio – esposto a rischio sismico.
    Quasi tutto il territorio italiano è caratterizzato da faglie attive e in grado di produrre terremoti. Le sequenze sismiche iniziano e dopo un tempo, più o meno lungo, finiscono; a volte, però, hanno delle riprese e, nel complesso, si possono protrarre per mesi o anni. In alcuni casi, poi, possono essere associate a terremoti forti. Anche ora, in diverse zone d’Italia, sono in corso sequenze che hanno picchi e periodi di relativa quiete: come questi varino, aumentando o diminuendo d’intensità e frequenza, è, al momento, argomento di studio e ricerca che l’INGV affronta quotidianamente nel suo lavoro. È fondamentale quindi che l’intero sistema di protezione civile – di cui anche gli organi di informazione fanno parte – affronti con equilibrio i temi legati al rischio sismico, senza cadere negli eccessi di rassicurazione, da una parte, o allarmismo, dall’altra. Per esempio, l’aggettivo “naturale” o “normale”, utilizzato talvolta per descrivere l’evoluzione di una sequenza sismica, non va inteso come un’indicazione di un fenomeno che si è concluso: sarebbe “normale” anche una ripresa dell’attività con scosse altrettanto o più forti di quelle già avvenute. Per queste ragioni, come Dipartimento della Protezione Civile e INGV chiediamo la collaborazione di tutte le redazioni affinché, quando si parla di terremoto, sia fornito un messaggio corretto e chiaro al pubblico, prestando la dovuta attenzione anche al significato dei termini utilizzati.
    Come si sa, il primo passo verso la riduzione del rischio passa attraverso una popolazione consapevole: occorre premunirsi, far controllare le abitazioni, gli edifici pubblici, i luoghi di lavoro, verificare e pretendere che il proprio Comune abbia piani di emergenza aggiornati e testati, poiché i terremoti, anche forti, possono avvenire in gran parte del territorio italiano in ogni momento e senza preavviso
    .

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