Come accadrà, quando accadrà

Il clamore mediatico intorno alle recenti (lievi) scosse sismiche sul Vesuvio ha fatto proliferare molti articoli, post e interviste. Tra queste ultime, spiccano due contributi di Cinzia Craus («architetto e urbanista, tra gli autori nel 2001 dei piani di evacuazione dei diciotto comuni dell’area rossa»), raccolti da Ilaria Puglia, a proposito della sequenza di eventi di una possibile eruzione vesuviana.
Estrapolo dei brani da entrambe le interviste.

Da: “Ma quando il Vesuvio deciderà di eruttare, cosa accadrà?” (“Parallelo 41”, 17 giugno 2013)

[…] Tutti dicono che, al momento, non c’è da temere un’eruzione del Vesuvio. Ma se il vulcano dovesse eruttare darà segnali premonitori oppure potremmo avere un’eruzione per così dire improvvisa?
Il Vesuvio è un vulcano attivo, la cui attività storica è caratterizzata dall’alternanza di periodi di attività prolungata a condotto aperto (cratere non occluso) con eruzioni effusive (colate di lava) o miste (effusive ed esplosive) e periodi di quiescenza di durata pluricentennale interrotti da eruzioni esplosive di maggior energia, di tipo sub-Pliniano e Pliniano. Allo stato attuale nessuno dei parametri geofisici, geochimici, morfologici o di attività sismica legata al vulcanesimo, costantemente monitorati, ha evidenziato deviazioni rispetto alla norma. […] Tale pericolo, si fa rischio, e molto elevato, a causa dell’altissima densità abitativa dell’area circostante il Vesuvio, e della potenzialità esplosiva di quest’ultimo, proprio per la lunga quiescenza. Ciò spiega la rigida sorveglianza e gli studi continui della comunità scientifica internazionale. Tuttavia il rischio vulcanico è fortunatamente annoverabile tra i rischi prevedibili, ossia quelli che prima di palesarsi presentano una serie di fenomeni anticipatori, i cosiddetti precursori. […] L’evacuazione dell’area rossa, quella a maggiore rischio, da effettuarsi appunto in fase di allarme e non di evento in corso […].
Se si dovesse verificare un’eruzione, in base alle statistiche elaborate dagli esperti, di quale tipo sarebbe?
Secondo le statistiche elaborate dagli esperti della Commissione Vesuvio, incaricati di redigere e aggiornare i cosiddetti scenari di evento e di aggiornare la pianificazione di emergenza nazionale l’eruzione teoricamente più probabile (72%) è un’eruzione di tipo stromboliano esplosiva, ossia simile in parte a quelle dell’Etna, con emissione di lapilli e ceneri, seguite da colate di lava e possibili formazioni di colate di fango (lahar). Tuttavia, in considerazione del tempo di quiescenza, della condizione di ostruzione della bocca eruttiva, delle indagini sulle camere magmatiche, la percentuale di rischio (27%) di un’eruzione di tipo sub-Pliniano, simile a quella del 1631, è più che considerevole. […]
Che cosa c’è da temere di più durante un’eruzione: la cenere che cade sui tetti, il materiale che fuoriesce dal vulcano, la discesa della lava?
Tutte e tre le cose e nessuna più della colata piroclastica. […] La colata piroclastica generata dal collasso della colonna eruttiva è in assoluto il rischio più grande di un’eruzione sub-pliniana, almeno nei limiti dell’area rossa. Nei limiti, invece, dell’area gialla individuata e di quella blu, interna ad essa, assumono maggiore importanza la ricaduta di ceneri della fase finale e la formazione di colate di fango. […]

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Da: “Vesuvio: in caso di eruzione cielo oscurato dalla cenere e piogge intense” (“Parallelo 41”, 25 giugno 2013)

[…] 1) Quanto tempo impiega la lava per arrivare nei centri abitati?
In caso di eruzione sub-pliniana, come già specificatonella scorsa puntata, si parla di colata piroclastica che raggiungerebbe i comuni dell’area rossa in pochi minuti dal collasso della colonna eruttiva. Le colate di lava sono molto più lente e se generate, da un’eruzione di tipo stromboliano, sebbene estese e distruttive per il patrimonio edilizio, non rappresenterebbero un rischio per la popolazione, la quale, peraltro, secondo piano, non potrebbe trovarsi nell’area.

2) E’ vero che quando si verifica un’eruzione cambia anche il clima?
La grande quantità di vapore emesso col flusso eruttivo genera inevitabilmente la formazione di nubi che a seconda delle temperature condenseranno più o meno rapidamente generando piogge intense e costanti (il cielo sarà inoltre oscurato dalla presenza di grandi quantità di cenere), per un periodo non inferiore alla durata completa dell’evento.

3) Quanto dura un’eruzione?
I fenomeni acuti di un evento di tipo sub-pliniano si esauriscono di norma entro 3-4 giorni, dopo di che di può avere una fase, che può durare settimane o mesi, in cui la dinamica eruttiva è caratterizzata da fenomeni attenuati, con emissioni di ceneri e vapori associati ad attività sismica di media e bassa energia, accompagnati da piogge e conseguenti colate di fango.

4) Che cosa si intende per lahar?
I lahar sono propriamente colate di fango e detriti generate dalla ri-mobilitazione del materiale di ricaduta dell’evento eruttivo su pendii ripidi. Questa mobilitazione, come gli alluvionamenti, sono entrambi dovuti all’effetto delle piogge abbondanti che accompagnano un’eruzione. A questo rischio sono soggetti i territori alle pendici del vulcano, già ricadenti nell’area rossa, le aree già soggette a rischio idrogeologico da alluvione come la conca di Nola (area blu), le pendici dei versanti appenninici sottovento durante le fasi eruttive. Il rischio permane anche a distanza di anni dall’eruzione, questo perché i nuovi depositi mantengono un limitato stato di coesione con gli strati sottostanti per un lungo periodo. […]

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AGGIORNAMENTO del 19 settembre 2013:
Fosco d’Amelio ha realizzato una trasmissione radiofonica in quattro puntate dedicata al Vesuvio. L’ultima è un mockumentary, ovvero un falso documentario dal futuro, da un’ipotetica emergenza vulcanica. L’esercizio è molto interessante e stimolante, ricorda le lezioni di fantantropologia di Clemente e altri (qui e altrove).
La trasmissione (che è del 14 giugno 2013) dura 15 minuti ed è ascoltabile in podcast QUI. (Altre info: qui).

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AGGIORNAMENTO del 14 dicembre 2013:
Dove andare in caso di allarme vesuviano? Il Piano di Emergenza Nazionale redatto nel 1995 prevede dei gemellaggi tra i comuni della “zona rossa” e le regioni italiane (wikipedia), ma con la nuova zona rossa delineata nel 2013 cambiano anche tali gemellaggi, sui quali tuttavia c’è ancora confusione.
Ne ha scritto Angelo Lomonaco sul “Corriere del Mezzogiorno” del 14 dicembre 2013, «Chi vive a Nola va in Val d’Aosta». Dove fuggire se erutta il Vesuvio.

AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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AGGIORNAMENTO del 7 dicembre 2014:
MalKo spiega il ruolo dei comuni nella pianificazione dell’emergenza in caso di allarme vesuviano: “Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico“. I comuni della zona rossa dovranno pubblicare entro il 31 dicembre 2015 i piani di protezione civile (anche online), così da permettere alla popolazione di venirne a conoscenza.

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7 thoughts on “Come accadrà, quando accadrà

  1. Cosa bisognerà fare quando il Vesuvio erutterà? Dovrebbe dircelo il “piano di evacuazione” che, però, ancora non è stato realizzato, almeno nella definizione dei suoi dettagli esecutivi. Un’idea interessante, tuttavia, proviene da Malko, il quale suggerisce di considerare le autostrade a nord e a sud del vulcano non solo come vie di fuga, ma anche come spazi di prima accoglienza:

    Blog «Rischio Vesuvio», 13 settembre 2013, QUI

    IL FANTOMATICO PIANO DI EVACUAZIONE DELLA ZONA ROSSA VESUVIO
    di MalKo

    Il vulcanologo giapponese Prof. Nakada Setsuya dell’Università di Tokyo, ospite ad Ascea nel Cilento, ha dichiarato: “Il Vesuvio prima o poi erutterà perché è un vulcano attivo, anche se non si può prevedere quando. Gli italiani devono discuterne e preparare un piano per gestire la situazione…“.
    Il piano d’emergenza Vesuvio come spesso abbiamo avuto modo di sottolineare nei nostri articoli, dovrebbe contenere anche il piano di evacuazione della zona rossa. Nel nostro caso i due piani dovrebbero addirittura fondersi in un tutt’uno perché non ci sono più pericoli da vagliare, ma solo uno (eruzione) che è stato ampiamente analizzato a cura della comunità scientifica che ha individuato nella tipologia sub pliniana, secondo un calcolo storico statistico, l’evento massimo atteso, cioè nel medio termine l’eruzione di riferimento su cui deve essere tarato il piano d’emergenza.
    Un’eruzione sub pliniana non è mitigabile o arginabile e contempla varie fenomenologie distruttive come quella micidiale dei flussi piroclastici. In questo caso non c’è ombrello che tenga e l’unica strategia di difesa è quella di non farsi trovare nei territori esposti in caso di eruzione. All’occorrenza, l’evacuazione preventiva della popolazione e degli stessi soccorritori dal settore a rischio è una necessità indifferibile.
    I prodromi eruttivi, riferisce il Prof. Nakada, possono manifestarsi e precedere l’eruzione con larghissimo anticipo ma è anche vero il contrario. Il Vesuvio, come i terremoti, in termini di previsione ancora oggi rappresenta un’insondabile incognita geologica.

    Il piano d’emergenza Vesuvio nella parte iniziale contiene il capitolo concernente gli scenari eruttivi e i livelli di allerta vulcanica. Negli scenari sono stati individuati e tracciati e delimitati i territori su cui possono abbattersi gli effetti deleteri dell’eruzione assunta a campione, secondo un livello di pericolosità crescente a partire dal centro eruttivo. Questo ha portato alla definizione di una zona nera (R1) circoscritta dalla Linea Gurioli; una zona rossa 2, una gialla e poi la blu suscettibile tra l’altro a dilaganti fenomeni alluvionali.
    Il Dipartimento della Protezione Civile ha la responsabilità della pianificazione nazionale d’emergenza Vesuvio, dovendo garantire per questo documento particolarmente importante e di valenza nazionale, un’opera coordinatrice dei comuni vesuviani, ma anche delle regioni e delle province e delle istituzioni competenti che fanno parte appunto del servizio nazionale.
    Nella pianificazione d’emergenza i tecnici dipartimentali hanno definito sulla scorta degli argomenti precedenti (scenari e allerta) le fasi operative, cioè le azioni da compiere all’incalzare dei livelli di allerta vulcanica, secondo un trend al rialzo comprendente una fase di attenzione e poi di preallarme e allarme. L’allarme dovrà essere diramato a cura del Dipartimento della Protezione Civile, secondo le disposizioni governative che dovranno assumersi una buona dose di responsabilità. Una responsabilità che la parte politica dovrà o dovrebbe condividere con la stessa popolazione che ha il diritto di conoscere esattamente il livello di rischio a cui è sottoposta.
    Prima di arrivare al massimo livello di allerta, le fasi intermedie già prevedono e forse in modo addirittura soverchiante rispetto alle reali necessità, la composizione e l’insediamento di troppi centri di coordinamento dell’evacuazione e dei soccorsi, compreso la direzione di comando e controllo con la nomina di un commissario governativo ad hoc (DICOMAC).
    E’ surreale che a fronte di cotanta organizzazione di emergenza manchi la cosa più importante: il piano di evacuazione. Alla stregua, quella cartina a tema che siamo abituati a vedere affissa dietro le porte degli alberghi, delle cabine delle navi, nei corridoi di scuole, ospedali, teatri, cinema, fabbriche, ecc.

    Una mappa schematica, che nel nostro caso dovrebbe essere redatta da ogni singolo comune della zona rossa e consegnata agli abitanti. Un vademecum contenente istruzioni e il tracciato rotabile o alternativo (nave?) per raggiungere e allacciarsi ai tronchi principali di mobilità che dovrebbero essere già stati individuati dal dipartimento della protezione civile.
    In caso di allarme, oggi si muoverebbero contemporaneamente migliaia e migliaia di autovetture in quello che potrebbe essere definito un esodo modernamente biblico. I motori delle auto stracariche ruggirebbero per impegnare, a cura del capo famiglia, ogni direzioni ritenuta utile in quel momento per uscire dal budello vesuviano. Una corsa che si rivelerà di pura contrapposizione destinata a fallire sul nascere. Sarà un coro di clacson, di gesti, di grida e pianto e scene di panico che accompagneranno alfine una popolazione appiedata.
    Ovviamente non è facile mettere mano a un documento che ha nelle premesse il primato di essere il più complesso piano d’evacuazione del Pianeta… In base all’esperienza che abbiamo maturato nell’ambito delle emergenze, abbiamo prospettato anche nelle sedi opportune il nostro punto di vista su come dovrebbe essere concepito questo fantomatico piano di evacuazione. Un piano che, per avere margini di successo, dovrà essere snello, rapido e autoportante. Bisogna rifuggire già nella pianificazione dagli appesantimenti dettati dalla burocrazia e dalle catene di comando con gradi che si vantano e ruoli che si sovrappongono e si pretendono come spesso succede anche nei frangenti più drammatici.
    Un margine di successo potrebbe offrirlo e senza alternative valide, solo la rete autostradale e non la viabilità ordinaria assolutamente inadeguata. Le autostrade a nord e a sud del Vesuvio, dovranno essere aree di prima accoglienza e di attesa per i moduli abitativi provvisori chiamati “autovetture”. Di là da Napoli inibendo l’accesso in entrata ai caselli ubicati sull’A1 Napoli-Roma, il tracciato autostradale diverrebbe un’enorme area di ammassamento per i veicoli da incolonnare provenienti dal vesuviano. La stessa cosa andrebbe fatta a sud sull’A3 Salerno-Reggio Calabria. In questo modo si avrebbero a disposizione due eccezionali aree di accoglienza veicoli a nord e a sud.
    L’autostrada Napoli-Salerno per le finalità del piano sarebbe troncata in due all’altezza di Torre del Greco. Ovviamente il normale traffico extra provinciale ed extra regionale transiterebbe su direttrici a est dello Stivale.
    Il tracciato autostradale vogliamo appena ricordare che non interseca la viabilità ordinaria: è recintato, non ha incroci, è a circuito obbligato, consente salti di carreggiata, è video sorvegliato ed è normalmente manutenuto. E’ anche meno vulnerabile sismicamente parlando così come in seno ad una corretta pianificazione può essere costellato da servizi di rifornimento, presidi medici, d’assistenza e d’igiene, magari utilizzando corsie del senso opposto, aree di sosta o di servizio o spazi prestabiliti nella pianificazione.
    L’uscita dalle due autostrade fuori dal perimetro a rischio sarebbe possibile per le famiglie che possiedono la seconda casa in un luogo in linea con la direzione di marcia e con il casello che s’intende impegnare.
    La Caserta-Salerno (A30) sarebbe utilizzata come anello di congiungimento per convogliare verso le macro aree di raccolta autostradali le auto dei paesi ubicati a est del Vesuvio o invertire il senso di marcia cardinale per raggiungere la seconda abitazione. L’autostrada ha poi il vantaggio di avere un reticolato chilometrico precisissimo con apposita cartellonistica stradale di progressiva metrica e ponti numerati. Una sorta di griglia stradale che non lascerebbe dubbi o incomprensioni sul dove intervenire, anche utilizzando l’apporto operativo del personale autostradale e dell’Anas particolarmente competente in tema di viabilità, compreso le ditte di soccorso autorizzato provviste di carro attrezzi e radio.

    A una certa distanza da Napoli o da Salerno, il traffico poi, sarebbe preincanalato nelle corsie secondo la regione di destinazione attraverso i cartelloni a messaggio variabile che possono anche visualizzare informazioni suppletive agli automobilisti in transito.
    Il Prof. Nakada probabilmente senza uscire dalla cortesia orientale, ha cercato di dire la sua in un modo pacato con una cristallina semplicità. Il Vesuvio è un vulcano attivo, quindi dovrà eruttare, non si sa quando e in che modo. Prepararsi è un ragionevole atto di civiltà che va nella direzione del principio di precauzione e del diritto alla sicurezza.
    Mettere a punto un piano d’evacuazione che tuteli il tutelabile in attesa di migliorie che possono provenire solo da una riconversione del territorio nel senso della sicurezza, è un obbligo morale, istituzionale, ma forse anche giuridico per le inadempienze e per la cattiva informazione che fino a oggi è stata fatta e si continua a dare sullo stato del rischio e sugli strumenti di tutela come il piano di evacuazione inesistente eppure pubblicizzato
    Si eviti allora di rilasciare dichiarazioni che vanno nella direzione di assumersi l’onere non contrattuale di rassicurare a tutti i costi, ritenendo unilateralmente giusto che la popolazione non vada allarmata… La sentenza dell’Aquila avrebbe dovuto insegnarci molto, anche a proposito delle rassicurazioni che, se poggiano sul niente, possono portare solo danno
    .

  2. Sarebbe carino che la sottoscritta ricevesse nota di quanto si estrae da interviste da essa stessa rese ad altri, mi modo da poter commentare eventualmente per tempo. Che altrimenti come sempre si fa disinformazione e non informazione che è quello che garantisce che in questo paese si resti costantemente immobili. La parte dell’articolo non riportata (il primo) è quella che chiarisce lo status delle opere ed esprime polemicamente, ma a ragione, per esperienza diretta, una serie di responsabilità negli adempimenti. Non lavoro per il Dipartimento, nè per alcun ente pubblico, sono una libera professionista, che si è formata sul campo, quando, con il decreto Sarno, lo strumento piano di emergenza, cominciò ad assumere delle connotazioni operative che avevano un qualche senso ai fini della mitigazione dei rischi e non solo della gestione emergenziale. Non difendo l’operato di nessuno, tantomeno quello della attuale commissione, chiamata all’aggiornamento del piano nazionale in seguito agli approfondimenti scientifici che hanno portato ad una revisione degli scenari, di cui non faccio parte, ma conosco il materiale sul quale ho lavorato. Già all’epoca del mio incarico, che nel dettaglio prevedeva la redazione dei piani di evacuazione comunali di dettaglio, e cioè le percorrenze e i tempi di uscita dai singoli comuni dell’area rossa (nera?), le direttrici regionali ed extra-regionali di esodo, con le portanze degli assi, le destinazioni, la distribuzione sul territorio nazionale della popolazione evacuata attraverso il sistema usato in tutto il mondo dei gemellaggi, le aree di attesa e di accoglienza in zone esterne alle aree a rischio, erano definite in toto dal piano nazionale, tra l’altro in uno studio accuratissimo redatto da apposito gruppo di lavoro formato da ingegneri trasportisti di comprovata esperienza. Dire che il Dipartimento non ha ottemperato hai suoi doveri istituzionali è non solo un falso clamoroso, dimostra scarsa conoscenza e volontà di conoscere e non fa che alimentare paure, che hanno ben ragione di esistere, ma che, nell’articolo lo sottolineo, vanno indirizzate alle giuste istituzioni. Compito del dipartimento è, sulla base degli scenari individuati dalla commissione scientifica, elaborare il piano nazionale. Cosa che ha fatto e ripetutamente aggiornato e diffuso agli enti locali. Oggi lo sta facendo sui mutati scenari. Compito di procedere alla pianificazione comunale, così come l’informazione alla popolazione sono compiti specifici, ai sensi di legge, dell’autorità di protezione civile locale, alias il sindaco. Mi occupo di pianificazione per la protezione civile da quindici anni e posso dirvi, senza tema di smentite, che, almeno dal Lazio in giù, sono ben pochi i sindaci che si interessano di ottemperare a questo dovere, è qualcosa che non si vede, non da visibilità, ritorno, quando sanno di averlo tra i compiti. I comuni in cui ho lavorato in questi anni erano sempre o quasi sempre in gestione commissariale, laddove il commissario, consapevole dei suoi doveri e delle sue responsabilità, immediatamente bandiva gara per la redazione dello strumento. Ho partecipato a molte riunioni di presentazione del piano Vesuvio ai sindaci, in prefettura a Napoli. Ho assistito a battaglie assurde e ridicole per chi doveva usare un mezzo piuttosto che un altro, a defezioni di massa o quasi, a immobilismo e menefreghismo. Per favore, prima di parlare, e soprattutto prima di parlare alla gente, cerchiamo di capire chi va accusato e di che, e cosa chiedere a chi.
    Ah, per informazione: in quei piani comunali da noi redatti, che ovviamente avrebbero dovuto essere distribuiti ai comuni quando avessero mai deciso di smettere le polemiche per rimboccarsi le maniche e lavorare, per essere recepiti nelle pianificazioni urbanistiche o nelle pianificazioni di emergenza ad altri rischi, e aggiornati e integrati, come da disposizioni, al variare degli scenari e del territorio, non solo venivano per sezione censuarie individuati percorsi, tempi, aree, mezzi e quant’altro, dalle singole sezioni ai cancelli comunali, ma veniva dato ai sindaci un banale suggerimento perché di una campagna informativa alla popolazione, reiterata attraverso opuscoli, nelle scuole, attraverso esercitazioni eccetera, restasse traccia continua nella memoria dei cittadini, attraverso la banale apposizione di indicazioni per l’esodo su qualsiasi certificato rilasciato dal comune.
    Cinzia Craus

    • Arch. Craus, come avrà notato, questo è un blog tematico che si occupa di antropologia del rischio, ovvero delle rappresentazioni sociali di disastri, catastrofi e, più in generale, rischi (naturali o meno che siano), con particolare attenzione al caso vesuviano. Questo spazio, in altre parole, è una sorta di osservatorio, di archivio aperto su quanto viene riportato dagli organi di stampa a proposito del «più grande problema di Protezione Civile che c’è in Italia», come lo definì nel 2010 il dott. Guido Bertolaso.
      Il principio inderogabile di questo blog è il rispetto delle fonti, per cui di ogni citazione è sempre riportato il link al testo originale (e sul web questo rigore non è scontato). Coerente con tale regola (etica e scientifica), dopo aver letto le interviste che lei ha concesso a «Parallelo 41» lo scorso giugno, ho ritenuto di “conservare” i passaggi che riguardano, appunto, lo scenario da lei fornito della possibile futura catastrofe vesuviana.
      Tra i commenti, poi, ho aggiunto un articolo (di due mesi dopo) che ha una prospettiva diversa, sempre nell’ottica dell’archivio di quanto viene detto intorno al rischio vesuviano.
      Del suo commento lasciato qui sul mio blog, di cui la ringrazio anche per l’integrazione di delucidazione rispetto alle interviste citate, c’è solo un termine che mi permetto di definire errato: disinformazione. La disinformazione è manipolazione e/o omissione delle notizie, è falsificazione e contraffazione delle stesse, è deliberata adulterazione dei fatti per scopi ideologici o per interessi personali. Prove di tale fenomeno, in questo momento storico, sono purtroppo numerose e sempre più frequenti: giusto per restare al caso vesuviano, ha letto come, ad esempio, sono state distorte recentemente la parole del prof. Nakada o come in maniera ricorrente vengono utilizzate in chiave catastrofista – soprattutto sul web – le dichiarazioni del prof. Dobran?
      Pertanto le chiedo: a chi si riferisce? Al mio post, che è privo di ogni mia ipotetica valutazione personale, o al testo di MalKo (anch’esso un esperto di emergenze), che ho aggiunto al primo commento?
      Nel mio post non ho fatto altro che riportare ampi stralci (virgolettati) di un’intervista pubblica (che ho, correttamente, linkato) ad una persona – lei – esperta di piani d’emergenza. Con tutta evidenza, non si tratta di poche parole estratte dal contesto al fine di produrre clamore e polemica, né di un rimontaggio del testo originale che tradisca e snaturi il suo pensiero, al contrario si tratta di argomentazioni compiute e complete che forniscono un particolare e puntuale (a mio avviso anche verosimile) panorama di quel che potrebbe avvenire in caso di eruzione del vulcano napoletano.
      Se, invece, la sua critica è alle parole di MalKo (che, ripeto, ho riportato al primo commento, dunque con minor visibilità, ma comunque in un’ottica dialettica tra posizioni di esperti del settore), allora probabilmente non ho capito io.
      Ogni rischio è un combinato di aspetti fisico-tecnici e di elementi socio-culturali, io mi occupo di questi ultimi. Dalla mia prospettiva, il rischio è un “discorso di rappresentazioni”, alcune più effimere, altre più ascoltate; la sua voce, in quanto autorevole nel settore, rientra tra quelle più influenti nel processo di elaborazione culturale collettiva del rischio che si vive alle falde del Vesuvio. Ecco spiegata, pertanto, la mia attenzione alle sue parole e a quelle di MalKo.

      • Si ovviamente mi riferivo al commento soprattutto e all’ottica polemica e disfattista di cui e permeato (chiedo scusa per gli accenti ma dal cell non so farli). Ho compreso lo spirito del suo blog e magari ce ne fossero di piu e fossero piu letti di quelli che invece gridano al lupo al lupo invitando peraltro alla sommossa popolare ma contro i criminali (per cosi dire) sbagliati. Nuoce fortemente alla protezione civile e in generale alla sicurezza del cittadino proprio la polemica che preclude quel po’ di informazione corretta che si cerca di fare e che chi sarebbe deputato a farla non fa. La ringrazio per la risposta’ che mi auguro abbia spazio, come mi auguro che certi argomenti abbiano sempre piu spazio a formare una coscienza del cittadino affiche sappia che e proprio lui, cittadino informato, che a tale informazione ha diritto, come ha diritto ha chiederla a chi per legge e deputato a dargliela, il primo anello del servizio di protezione civile.

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  3. AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
    E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
    Ne ho scritto QUI.

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    Commento originale del 20 dicembre 2013:

    DOVE ANDARE IN CASO DI ALLARME VESUVIANO? IL PIANO DI EMERGENZA REDATTO NEL 1995 PREVEDE DEI GEMELLAGGI TRA I COMUNI DELLA “ZONA ROSSA” E LE REGIONI ITALIANE, MA CON LA NUOVA ZONA ROSSA DELINEATA NEL 2013, CAMBIANO ANCHE I GEMELLAGGI, SUI QUALI TUTTAVIA C’E’ ANCORA CONFUSIONE.

    “Corriere del Mezzogiorno”, 14 dicembre 2013, QUI

    Gemellaggi tra città e regioni
    «CHI VIVE A NOLA VA IN VAL D’AOSTA». DOVE FUGGIRE SE ERUTTA IL VESUVIO
    Aggiornato il piano, deciderà la Commissione Unificata
    di Angelo Lomonaco

    NAPOLI — Per fortuna sul Vesuvio si sta intensificando soltanto l’attività dialettica e non quella eruttiva o sismica. Giovedì c’è stato un convegno a Napoli, nella redazione del periodico Il Fiore Uomosolidale, sul tema «Intervista al Vesuvio: vulcano o montagna?», con Giuseppe Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano. Venerdì 20 [RINVIATO AL 24 GENNAIO 2014], invece, si discute di «Zona rossa e sviluppo dell’area vesuviana» nella sala congressi del Santuario di Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia, iniziativa organizzata da Vesuvio Hub in collaborazione con il periodico L’Ora Vesuviana e l’associazione SviMeu. E probabilmente la voglia di dibattere è cresciuta anche perché sta per approdare in Conferenza Unificata (sede congiunta della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Stato-Città e autonomie locali) il nuovo piano di emergenza per il rischio Vesuvio.
    NUOVO PIANO DI EMERGENZA – L’aggiornamento, in realtà approntato a inizio anno, richiede il placet della Conferenza perché sono stati rivisti l’elenco dei Comuni in Zona rossa e anche la mappa dei gemellaggi, cioè di Regioni e Province autonome che dovrebbero ospitare i campani evacuati.
    LA GEOGRAFIA DEGLI SFOLLATI – Mentre si sa da mesi che i Comuni inclusi nella zona di massimo rischio sono passati da 18 a 24, più parte di Napoli, non si conosceva la nuova ripartizione delle destinazioni per i possibili fuggitivi. Compresi i cittadini di Nola che potranno mettersi in salvo in Valle d’Aosta (dove prima andavano i residenti a Ottaviano, dirottati adesso nel Lazio), quelli di Palma Campania destinati a raggiungere il Friuli, mentre da Poggiomarino è prevista l’evacuazione nelle Marche, da San Gennaro Vesuviano in Umbria, da Scafati in Sicilia, da Pomigliano d’Arco nel Veneto e dai quartieri napoletani esposti al massimo a rischio, cioè Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, nel Lazio. Forse per l’inserimento dei nuovi Comuni, forse per altri imperscrutabili motivi, intanto, rispetto alle mappe precedenti cambiano molte destinazioni. Qualche esempio. Da Boscoreale nel 1995, poi nel 2001, successivamente nel 2006, era prevista l’evacuazione in Puglia: ora la meta-salvezza è in Calabria. Da Torre Annunziata, al contrario, finora era previsto che ci si mettesse in salvo in Calabria, ora si dovrà fuggire in Puglia. Gli abitanti di Torre del Greco nel ’95 erano destinati in parte in Sicilia e in parte in Sardegna; nel 2001 e nel 2006 solo in Sicilia; con l’aggiornamento 2013 dovranno evacuare verso la Lombardia. Da Somma Vesuviana, invece, nei piani del 1995, del 2001 e del 2006 era previsto lo spostamento in autobus verso l’Abruzzo: per loro la destinazione è oggi la Lombardia. Eppure proprio i sommesi sono stati protagonisti della prima prova di evacuazione alla fine del 1999. Quattordici anni fa. In quell’occasione arrivò a sorpresa anche Franco Barberi, allora sottosegretario alla Protezione civile. L’esperimento coinvolse centocinquanta famiglie, meno di mille persone. che furono trasportate in autobus ad Avezzano. Ci furono parecchie polemiche, e Barberi rispose agli altri sindaci che era stata scelta Somma Vesuviana perché era «una delle poche cittadine che si era dotata del piano di viabilità, richiesto da tempo». Barberi e il prefetto Romano annunciarono che dal gennaio 2000 sarebbe stata organizzata «una prova-campione al mese». Ben sette anni dopo, a fine ottobre 2006, si tenne quella che Guido Bertolaso, allora a capo della Protezione civile, definì «la più grande simulazione mai entrata in scena finora».
    MESIMEX – L’esercitazione, denominata «Mesimex», interessò i 18 Comuni vesuviani inseriti nella fascia rossa con il trasferimento simulato di tutti gli abitanti dell’area: 550 mila persone. In realtà le persone coinvolte furono circa 2.500, tra cittadini, volontari, forze dell’ordine e personale sanitario. E la prova ruotò principalmente — di nuovo — intorno a Somma Vesuviana e ad Avezzano, in Abruzzo, come meta dei sommesi da sfollare. Qualche altra iniziativa, di dimensioni molto contenute, c’è stata anche in seguito. Ma l’attività in area vulcanica e in Zona rossa è stata prevalentemente dialettica e cartacea. L’evacuazione richiederebbe una grande e meticolosa organizzazione, a cominciare dai piani di viabilità e da un’adeguata segnaletica stradale. Mai vista. Del resto non sembra che le amministrazioni municipali siano particolarmente preoccupate di predisporre tutto il necessario in caso di una vera evacuazione e di farlo rapidamente. L’Anas, invece, nello scorso settembre ha approvato il progetto esecutivo relativo alla Statale 268 del Vesuvio, finanziato con fondi europei per 54 milioni grazie alla Regione Campania. L’obiettivo è saldare il grande anello stradale intorno al Vesuvio, che con lo svincolo di Angri unisce la statale all’autostrada, opera fondamentale per il piano Vesuvio. I lavori saranno completati entro il 2015. Nel frattempo, nei prossimi giorni, la Conferenza Unificata distribuirà i fondi per l’accoglienza dei vesuviani sfollati
    .

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    La vecchia mappa dei gemellaggi, dal website della Protezione Civile (20 dicembre 2013):

  4. “Il Fatto Vesuviano”, 25 novembre 2014, QUI

    FUGA DAL VESUVIO: AVVERRA’ SU AUTO E BUS, MA SI ASPETTA IL PARERE DEI SINDACI
    L’assessore alla Protezione civile della Regione Campania Edoardo Cosenza ha tenuto una riunione con gli amministratori comunali della zona rossa del Vesuvio con l’obiettivo di condividere il piano di allontanamento dei cittadini in caso di rischio vulcanico.
    di Pasquale Carotenuto

    L’incontro, al quale hanno partecipato anche rappresentanti del Dipartimento nazionale di protezione civile, il direttore generale dell’Acam (Agenzia Campana Mobilità Sostenibile) Sergio Negro che sta redigendo il piano trasportistico per l’allontanamento, e il direttore generale della Protezione civile regionale Italo Giulivo, è servito ad avviare un coordinamento dei Comuni della zona rossa e a stabilire un primo confronto tra le amministrazioni interessate e le strutture tecniche competenti. «È stata presentata ai sindaci – ha detto l’assessore Cosenza – una prima ipotesi di mobilità delle persone dalla zona rossa, ossia una bozza del piano di allontanamento che va però integrata con le osservazioni che verranno direttamente dal territorio. Le attività da pianificare riguardano sia quelle previste per la fase di allarme che di preallarme. In particolare: l’allontanamento autonomo della popolazione in fase di preallarme verso proprie sistemazioni autonome; l’allontanamento della popolazione in fase di allarme su gomma, privata e pubblica, verso le Regioni e le Province autonome gemellate; l’organizzazione dell’esodo accompagnato, con istituzione di aree attrezzate per assistenza lungo le vie di fuga (in Regione Campania, fuori dalla zona gialla), secondo il piano di viabilità; l’accoglienza della popolazione nelle Regioni e Province autonome gemellate secondo piani di trasferimento ed accoglienza (punti di prima accoglienza, individuazione strutture di ricovero fisse, predisposizione assistenza sanitaria); le misure necessarie per l’evacuazione su viabilità di esodo (viabilità principale e secondaria); il presidio del territorio da parte dei soccorritori a partire dalla fase di preallarme (piano di settore di pubblica sicurezza); l’attuazione di piani di salvaguardia a partire dalla fase di preallarme: evacuazione e trasferimento degenti strutture di assistenza sanitaria; beni culturali; evacuazione e trasferimento penitenziari.
    «Attualmente il piano si basa su un tempo di allontanamento dei 670mila residenti nella zona rossa, che coinvolge 25 comuni, in un massimo di 72 ore, limite convenzionale stabilito da Dipartimento Nazionale di Protezione civile, Regione Campania, Osservatorio vesuviano e comunità scientifica. Tale arco temporale era lo stesso che vigeva nel precedente piano del 2006 per l’evacuazione di 500mila abitanti. Ma secondo gli studi condotti su di un sistema ottimale, si stima che tale lasso di tempo possa ulteriormente abbassarsi, lavorando di concerto con i Comuni. La rete stradale considerata dall’Acam è quella attualmente esistente.
    «La Regione Campania si è messa all’opera da subito, lavorando al piano di allontanamento prima ancora del perfezionamento delle linee guida nazionali che attualmente sono presso la Conferenza Unificata delle Regioni. In tal modo, le amministrazioni locali hanno la possibilità di recepire nella pianificazione comunale di emergenza, finanziata dalla Regione, i contenuti essenziali del piano nazionale. Riteniamo importante che i sindaci – ha concluso l’assessore – stabiliscano subito un contatto diretto con l’Agenzia regionale per la Mobilità Sostenibile in modo da rappresentare eventuali peculiarità territoriali o esigenze. Gli uffici tecnici regionali sono a disposizione per calendarizzare incontri con le singole amministrazioni comunali. È fondamentale che da subito si provveda a fornire ai cittadini le informazioni base sulle varie fasi di emergenza, sui gemellaggi e sui comportamenti da tenere in caso di necessità. Poche istruzioni, ma chiare e comprensibili in modo che ciascuno sappia esattamente che cosa fare nelle varie fasi»
    .

  5. Blog “Rischio Vesuvio”, 7 dicembre 2014: QUI

    RISCHIO VESUVIO: L’INFORMAZIONE COMUNALE CHE MANCA
    di MalKo

    Intorno al Vesuvio si contano circa settecentomila abitanti, tra cui alcune migliaia di stranieri provenienti da diverse nazioni e continenti, che sentono parlare di area a rischio e piani d’emergenza, magari senza capire perfettamente la situazione e quali cose bisogna sapere e cosa fare in caso allarme.
    Innanzitutto precisiamo che non è possibile allo stato attuale delle conoscenze riuscire a prevedere tra quanto tempo potrà verificarsi un’eruzione vulcanica e quanto possa essere violenta. Di certo c’è una struttura scientifica chiamata Osservatorio Vesuviano, che effettua il monitoraggio continuo dei vulcani (Vesuvio, Campi Flegrei e Ischia) ed è pronta a lanciare l’allarme in caso di pericolo.
    Ogni comune dell’area vesuviana e dell’area flegrea sta preparando per precauzione i piani d’emergenza comunale per affrontare l’eventuale futuro risveglio dei vulcani. Al momento la situazione è tranquilla. Entro il 31 dicembre 2015 i comuni pubblicheranno i piani di protezione civile anche online dove saranno riportati alcuni dati utili per la popolazione.
    Il sindaco è l’autorità locale di protezione civile ed ha il compito di garantire la sicurezza ad ogni cittadino residente o di transito sul territorio amministrato a prescindere dalla nazionalità e dallo stato giuridico.
    E necessario però, che ogni cittadino conosca una serie di notizie che riguardano l’organizzazione di protezione civile, come ad esempio i livelli di allerta vulcanica stabiliti dall’autorità scientifica che sono
    :


    I 4 livelli di allerta vulcanica.

    Ad ogni livello di allerta vulcanica corrisponde una fase operativa che indica cosa fare. Per il Vesuvio il livello base (verde) è quello attuale. Se si dovesse passare alla fase 1 di attenzione (gialla), non è richiesta alla popolazione un’azione particolare se non quella di organizzare le proprie cose se l’indice di pericolosità vulcanica dovesse aumentare. L’allerta potrebbe anche regredire. La fase 2 di pre allarme (arancione) consente ai cittadini che hanno un proprio mezzo di trasferimento e la possibilità di una sistemazione autonoma fuori dal settore a rischio, di potersi già allontanare se lo desiderano.


    Le 4 fasi operative

    In caso di allarme (fase 3) tutti gli abitanti e i soccorritori devono necessariamente allontanarsi dalle zone rossa 1 e rossa 2. Chi non ha un proprio mezzo di trasferimento deve portarsi nell’area d’incontro comunale. Chi ha un proprio mezzo di trasferimento ma non un alloggio autonomo, deve raggiungere le aree di accoglienza al di fuori della zona a rischio. Sia le aree d’incontro comunale che le aree di accoglienza, saranno prossimamente indicate nei piani di protezione civile che sono in corso di redazione.
    L’autorita’ regionale di protezione civile ha definito tre diverse categorie di appartenenza corrispondenti alle esigenze di ogni singolo cittadino. Queste categorie potrebbero essere oggetto di censimento comunale ai fini organizzativi
    .


    Classificazione (A,B,C) delle esigenze dei cittadini da evacuare in caso di allarme vulcanico,

    Di seguito riportiamo la tabella dei gemellaggi prevista per i 25 comuni dell’area vesuviana con le regioni italiane. La procedura dei gemellaggi sarà attuata prossimamente anche per i comuni dell’area flegrea.

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