Ils sont fous, ces Vésuviens

Recupero dal «Taccuino dell’Altrove» un post del 16 gennaio 2013 che è più appropriato conservare in quest’altro mio blog.

E’ stata presentata la nuova perimetrazione della zona rossa vesuviana, che è stata allargata da 18 a 24 comuni. In un articolo del «CorSera» vengono riportate le parole di Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone». E ancora, spostando l’oggetto dal Vesuvio all’area flegrea, ha aggiunto: «Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
Cioè, detto altrimenti, gli abitanti vesuviani (e flegrei) non sanno niente e sono insensibili, per cui le istituzioni (che vorrebbero e si sforzano tantissimo) non riescono a renderli consapevoli del rischio che corrono. Insomma, dev’esserci qualcosa nella natura di questa strana popolazione che la fa essere votata al suicidio di massa. Saranno i troppi caffè che circolano in città e in provincia? Chissà. Intanto, applausi.

D’altra parte Gabrielli non è nuovo a queste perle socioantropologiche: qualche mese fa disse che gli aquilani avevano reagito peggio degli emiliani perché «C’è in alcune comunità un attivismo, una voglia di fare, che sono insiti. La differenza, storicamente, in Italia, non la fa la quantità di denaro destinato agli aiuti ma la capacità di progettualità di ogni singolo territorio» [Ne ho parlato io stesso QUI e al commento #01]. Ancora applausi.

Infine, ancora un’altra considerazione. Questa nuova perimetrazione della zona rossa è stata presentata insieme all’assessore regionale Edoardo Cosenza, che fa parte di quella stessa Giunta che intende reintrodurre il cemento nella zona rossa attraverso un Piano Paesaggistico Regionale che il ministro Passera ha definito «una vera follia» [QUI]. Ovazione.

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AGGIORNAMENTO del 4 aprile 2014:
A proposito di capacità (o incapacità) di rialzarsi dopo un disastro, Gian Antonio Stella, in occasione del quinto anniversario del terremoto abruzzese, racconta (“Corriere della Sera”, 4 aprile 2014) di una ricostruzione lenta (a L’Aquila), se non praticamente ferma (a Onna), talvolta sbagliata come nel caso delle case fatiscenti degli sfollati a Cansatessa, poco distante da Coppito: L’Aquila, 5 anni dopo: macerie e sfollati. La ricostruzione è ancora lontana.
L’anniversario è ricordato anche da Serena Giannico sul “manifesto” del 4 aprile 2014: L’Aquila sospesa.

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AGGIORNAMENTO del 28 maggio 2014:
Lunedì 26 maggio il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha tenuto un’audizione presso la Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali del Senato a proposito del rischio vulcanico in Italia. Riferendosi al Vesuvio, ha detto che: «è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali» e che «è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico». In particolare, ha spiegato che per la popolazione residente in quel territorio «vivere in area vulcanica è evidente», tuttavia «non percepisce il rischio come imminente e, di conseguenza, pospone questo problema alle ordinarie urgenze del territorio». Pertanto, ha concluso, dev’esserci «una costante e corretta informazione».
Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile” (28 maggio 2014, anche tra i commenti in basso), ma qui è disponibile in pdf il testo dell’intera audizione.

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8 thoughts on “Ils sont fous, ces Vésuviens

  1. Post tratto dal «Taccuino dell’Altrove», 24 ottobre 2012:

    Il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli ha rilasciato una dichiarazione incredibile:
    Gabrielli: «E’ sempre molto facile ascrivere ad altri, a qualcuno che sta al di fuori, le responsabilità. Poi c’è anche, come dire, un attivismo, una determinazione, una voglia di fare che molto spesso è insito nelle stesse comunità. [Nella ripresa di un territorio disastrato] l’ha differenza non l’ha fatta la quantità di denaro, la differenza l’ha fatta la capacità di progettualità di ogni singolo territorio».
    Giornalista: «Cioè, lei dice: gli emiliani hanno reagito meglio rispetto agli aquilani».
    Gabrielli: «Sicuramente».
    (“Radio Capital”, 16 ottobre 2012: l’audio è QUI).

    Si tratta di banali stereotipi che si ripetono da tanto tempo. Almeno da un secolo:

    «Nel caso italiano è di nuovo la dicotomia Nord/Sud a fare da traccia ai racconti. Così nel 1905 e nel 1908, dopo i terribili terremoti che colpirono la Calabria e la Sicilia, emergevano due rappresentazioni contrapposte degli italiani coinvolti, con ruoli diversi nelle catastrofi: il Nord e i comitati di soccorso moderni, generosi, attivi, razionali; le vittime meridionali passive, irrazionali, ignoranti, sudice, troglodite. Le inefficienze, invece di essere attribuite alla inadeguatezza dell’intervento pubblico e al mancato coordinamento delle iniziative, venivano attribuite al comportamento delle vittime: “frutto del carattere asociale delle genti meridionali che non riuscivano a informare il loro vivere ai valori e ai canoni della modernità” (L. Caminiti, “La grande diaspora“, 2009)».
    (Tratto da: Gabriella Gribaudi, “Terremoti. Esperienza e memoria“, in “ParoleChiave”, n.44, 2010, pp. 85-56)

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    L’opinione di Leonardo Tondelli (in “Sono emiliano e non sto reagendo bene”, 16 ottobre 2012, QUI):
    «vorrei in quanto emiliano un po’ terremotato lasciar scritto che Gabrielli oggi mi ha offeso. Dicendo senza mezzi termini che *noi* avremmo reagito meglio degli aquilani, Gabrielli ha perso una straordinaria, meravigliosa occasione per tacere».
    «è proprio che questo mito dell’emiliano che reagisce bene ha rotto il cazzo, definitivamente».

  2. A proposito delle responsabilità del terremoto in Emilia nel 2012, Franco Ortolani cita una nota dell’INGV (29 marzo 2012) e fa un’osservazione (probabilmente critica, ma non mi è chiaro):

    […]
    «Le ragioni dell’esteso danneggiamento, verificatosi principalmente a seguito dei terremoti del 29 maggio 2012, sono essenzialmente le seguenti:
    a) il fatto che le zone colpite sono state classificate come sismiche, e quindi soggette a normativa sismica, solo a partire dal 2003 e non completamente fino al 2010. E questo nonostante la comunità scientifica ne avesse ipotizzato la pericolosità già dal 1980, ne avesse segnalata la pericolosità sismica almeno a partire dal 1996 e avesse formulato una proposta per la classificazione in terza categoria sismica nel 1998. Nella figura sono presentate le zone sismiche in Emilia-Romagna dal 1984 al 2003.
    b) il cumulo delle sollecitazioni prodotte dalle diverse scosse più energetiche della sequenza.
    In conclusione, non vi è stata nessuna sottostima della pericolosità sismica, o del rischio sismico, in sede scientifica; vi è stata – da sempre in Italia – una notevole sottostima del problema sismico in sede politico-amministrativa».

    Nella nota sul sito ufficiale INGV gli studiosi evidenziano che le responsabilità sono da ricercare tra coloro che di fatto hanno amministrato Stato e Regione nelle ultime decine di anni; se costoro si fossero dimostrati attenti uomini di governo avrebbero dovuto fare tesoro dei risultati scientifici per trasformarli in azioni amministrative adeguate per garantire la massima sicurezza dei cittadini e delle attività produttive.
    Un’accusa precisa! Rivolta solo a chi ha governato? Certamente no! Chi ha eletto coloro che governano e hanno governato? I cittadini. Quindi la responsabilità è dei cittadini che hanno votato per persone inadeguate a garantire la sicurezza in un territorio sismico
    .
    […]

    Tratto da:
    Franco Ortolani, Terremoto in Emilia: la colpa è dei cittadini. Un anno dopo i tragici fatti del maggio 2012 in Emilia: di chi è la colpa dei danni e delle vittime? Dei cittadini…, in «BlogTaormina», 25 maggio 2013, QUI

  3. Il Prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento di Protezione Civile, ha fornito una nuova dichiarazione sulla “insensibilità” dei vesuviani e dei flegrei in merito al rischio vulcanico che corrono:

    “La Repubblica”, 26 ottobre 2013, QUI

    VESUVIO, LA DENUNCIA DI GABRIELLI: “AREA A RISCHIO, MA POCA CONSAPEVOLEZZA”
    di Redazione

    “E’ problematico per noi avere una seria pianificazione sul versante del Vesuvio che è un vulcano attivo, purtroppo su quei territori penso a quelli dei campi Flegrei riscontriamo una consapevolezza che non è all’altezza della situazione“.
    E’ l’allarme lanciato dal prefetto Franco Gabrielli, capo della Protezione civile a margine del bilancio della terza giornata di esercitazioni e simulazioni contro il rischio maremoto nel salernitano.
    “Tutti aspettano i piani nazionali e che arrivi chissà che cosa – rincara Gabrielli – ma il problema è come si governano i territori; se si tollerano inurbamenti là dove non dovrebbero esserci, diventa complicato fare pianificazioni che siano in grado di rispondere adeguatamente ad eventuali rischi”.
    Gabrielli si concentra sul problema della cementificazione selvaggia, affermando che “tutti guardano alla pianificazione nazionale, poi quando si scende sul territorio per capire che cosa è stato fatto e capire i comportamenti che sono stati posti in essere allora molto spesso riscontriamo una non eguale responsabilità. Si è molto propensi a chiedere e poco propensi a fare
    .

  4. Pingback: L’impreparazione all’emergenza è un prodotto storico | Paesaggi vulcanici

  5. “Corriere della Sera”, 4 aprile 2014, QUI

    L’anniversario nei luoghi del terremoto
    L’AQUILA, 5 ANNI DOPO: MACERIE E SFOLLATI. LA RICOSTRUZIONE E’ ANCORA LONTANA
    di Gian Antonio Stella

    C’è un tanfo da svenire, nelle case «belle e salubri» per i terremotati dell’Aquila. L’impiegato comunale spalanca la porta e vien fuori una folata fetida come il fiato rancido di una bestia immonda. Siamo a Cansatessa, a due passi da Coppito. Dove l’Italia, cinque anni fa, pianse ai funerali dei morti del terremoto e dove accolse i Grandi del G8 chiamati a testimoniare la «miracolosa rinascita che tutto il mondo ammira». È vuoto e spettrale, il «villaggio modello» di Cansatessa-San Vittorino. Avevano cominciato a consegnarlo agli aquilani rimasti senza tetto nel gennaio 2010. C’erano Guido Bertolaso, Franco Gabrielli, il sindaco Massimo Cialente, la presidente della Provincia Stefania Pezzopane e gli alti papaveri della «Task Force Infrastrutture» delle Forze Armate che si era fatta carico del progetto. Brindisi e urrà.
    Certo, carucce: 1.300 euro al metro quadro per case di legno, ferro e cartongesso. Quattrocento euro in più di quanto, tolto questo e tolto quello, viene dato oggi a chi ristruttura le vecchie e bellissime case di pietra. Ma che figurone! Pochi mesi per costruirle ed eccole là, pronte: con la bottiglia di spumante in frigo.
    Pochi mesi e già puzzavano di muffa. Pessimo il legno. Pessime le giunture. Pessimi i vespai contro l’umidità. Asma. Bronchiti. Artriti. Finché è intervenuta la magistratura arrestando il principale protagonista del «miracolo», mettendo tutto sotto sequestro e ordinando l’evacuazione totale. Centotré famiglie vivevano lì, a Cansatessa. Quando le spostarono avevano il magone: «Siamo sfollati due volte». In via Fulvio Bernardini, via Nereo Rocco, via Vittorio Pozzo, tutti allenatori di calcio, non è rimasto nessuno. «Giardini» spelacchiati. Lampioni storti. Pavimenti semidistrutti. Piastrelle divelte. Case cannibalizzate. Docce rubate. Lavandini rubati. Bidè rubati. Mobili e materassi lasciati lì: facevano schifo anche agli sciacalli.
    L’abbiamo scritto e lo riscriviamo: sarebbe ingiusto liquidare l’enorme sforzo di migliaia di uomini e donne, nei mesi febbrili seguiti alla tremenda botta del 6 aprile 2009, soltanto come un’occasione di affari. E sarebbe ingiusto ricordare di Silvio Berlusconi solo le sdrammatizzazioni nelle tendopoli («Bisogna prenderla come un camping da fine settimana»), le battute alle dottoresse («Mi piacerebbe farmi rianimare da lei!») o la promessa di case con le «lenzuola cifrate e una torta gelato con lo spumante in frigo». Furono migliaia e migliaia gli aquilani che all’arrivo del gelido inverno ai piedi della Maiella, nell’autunno del 2009, ringraziarono Iddio e il Cavaliere per quel tetto sopra la testa.
    Non si può liquidare tutto come un business scellerato. Come se si fossero occupati dell’emergenza, degli sfollati e della ricostruzione solo faccendieri come Francesco De Vito Piscicelli, quello che la mattina del 6 aprile gongolava: «Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto…». Non è stato solo quello, l’intervento dello Stato a L’Aquila. E forse è davvero troppo spiccio il dossier di Søren Søndergaard, il deputato europeo della Sinistra membro della Cont, la commissione di controllo del bilancio di Bruxelles, che ha rovesciato sugli interventi d’emergenza e la ricostruzione accuse pesantissime parlando, a proposito delle case provvisorie, di «materiale scadente… impianti elettrici difettosi… intonaco infiammabile…» e di pesanti infiltrazioni delle mafie al punto che parte dei fondi per i progetti Case e Map (Moduli abitativi provvisori) sarebbero finiti a società «con legami diretti o indiretti con la criminalità organizzata».
    Ma certo, in questi anni, è venuto a galla di tutto. Prima i conti pazzeschi di certe spese del G8: 4.408.993 euro per gli «arredi» delle foresterie dei Grandi alla caserma Coppito, 24.420 euro per gli accappatoi, 433 euro per ciascuna delle «60 penne in edizione unica» per un totale di 26.000, 500 euro per ognuna delle 45 ciotoline portacenere di Bulgari, 92.000 per la consulenza artistica di Mario Catalano, chiamato a dare un tocco di classe al G8 dopo essere stato lo scenografo (tette, culi e battute grasse) di «Colpo grosso». Poi le accuse di Libera e di Don Ciotti, tra le quali quella incredibile sull’acquisto di un numero così spropositato di gabinetti chimici, per un totale di 34 milioni di euro, che ogni sfollato nelle tendopoli avrebbe potuto produrre «fino a un quintale al giorno di pipì e di popò». E poi ancora il diluvio di leggi e leggine, regole e regolette che hanno ingabbiato L’Aquila peggio ancora dei grovigli (152 milioni di euro) di impalcature. Riassunto: nei primi quattro anni dopo il sisma 5 leggi speciali, 21 Direttive del Commissario Vicario, 25 Atti delle Strutture di Gestione dell’Emergenza, 51 Atti della Struttura Tecnica di Missione, 62 dispositivi della Protezione Civile, 73 Ordinanze della Presidenza del Consiglio dei ministri, 152 Decreti del Commissario Delegato, 720 ordinanze del Comune. «Ma devo confessare poi mi sono anche stufato di tenere i conti», spiega l’ingegnere Gianfranco Ruggeri.
    Per non dire dei conti delle sistemazioni provvisorie: 792 milioni iniziali per le C.a.s.e. (Complessi antisismici ecocompatibili), 231 per i Map, 84 per i Musp (Moduli a uso scolastico provvisorio) e 736 mila euro per i Mep, i Moduli ecclesiastici provvisori. Troppi: fatti i conti, ammesso che abbiano accolto 18 mila persone, quelle case temporanee sarebbero costate oltre mille euro al mese per ogni ospite. Una enormità. «Credo che difficilmente queste case nuove verranno lasciate perché sono molto belle e saranno immerse nel verde», ammiccò il Cavaliere davanti ad alcune di queste abitazioni. Certo si sperava fossero un po’ meno «provvisorie». Che avessero meno magagne. Quanto all’«ecosostenibilità», un dossier di Legambiente accusa: il 43% è al di sotto di ogni soglia. Dice tutto la polemica sulle bollette arretrate che il Comune, dopo quattro anni, ha chiesto di pagare agli sfollati. «Per 60 metri quadri mi sono ritrovata una bolletta del gas di 875 euro l’anno», spiega Giusi Pitari, la docente animatrice del Popolo delle carriole, «Alla signora di sotto è andata peggio: per gli stessi 60 metri, deve pagarne 1.250 l’anno. Alla faccia del risparmio energetico!»
    E intanto, mentre troppe case temporanee diventano velocemente inabitabili, quelle vecchie abbattute o devastate dal sisma sono ancora in larga parte lì, in macerie. Certo, dopo cinque anni di silenzio irreale, finalmente il centro dell’Aquila è un frastuono di martelli pneumatici, rombar di camion, urla di muratori in tutte le lingue. «Il problema non sono i soldi. Ce ne sono tanti ma tanti che potremmo lavorare tutti», dice l’architetto Sestilio Frezzini che sta sistemando uno dei più bei palazzi del centro. I problemi, quelli veri, sono i lacci e lacciuoli burocratici. Anche se il Comune, dopo lo scandalo delle intercettazioni dell’ex assessore comunale Ermanno Lisi («Abbiamo avuto il culo del terremoto e con tutte ‘ste opere che ci stanno farsele scappà mo’ è da fessi…») pare avere infine accelerato. Spiega Massimo Cialente, il «sindaco antisismico» capace di resistere a tutte le scosse telluriche, partitiche e giudiziarie che da anni lo circondano, che i cantieri aperti sono 150. Il ministero dei Beni culturali abbassa: 101. Accusa Ruggeri: «Comunque troppo pochi su 190 ettari di abitazioni e 1.532 cantieri da aprire solo a L’Aquila». Dire che tutto sia fermo come due anni fa, tre anni fa, quattro anni fa sarebbe ingiusto. Ma gran parte degli edifici sono ancora lì. Com’erano. Con gli armadi rimasti spalancati su ciò che resta del pavimento.
    Alla prefettura, finita su tutti i giornali del mondo per la foto di Barack Obama, hanno rifatto la facciata in legno e raddrizzato la scritta «Palazzo del governo». Dentro, però, è un disastro. Perfino i cavi di acciaio tesi per tenere i muri, sono pericolosamente afflosciati e le pareti minacciano di staccare. La Casa dello studente, uno dei simboli della tragedia, è ancora lì. Con le stanze spalancate nel vuoto. Sulla rete di recinzione si accavallano le foto dei ragazzi morti, qualche regalino, biglietti di affetto: «Luminoso sognavi il tuo avvenire. / Un giorno diventare medico. / Curare con amore grande / i malati nel corpo e nello spirito. / Al di là del tempo, tra gli angeli / alla Vergine Addolorata / porti il dolore dei tuoi cari…».
    Morirono in quaranta, a Onna. Su trecento abitanti. Le macerie di via dei Martiri, la strada principale del paese dedicata alle vittime di una rappresaglia nazista e devastata dal terremoto, furono uno dei simboli della catastrofe. Cinque anni dopo, c’è all’ingresso una struttura modernissima, la «CasaOnna» progettata dall’architetto sudtirolese Wittfrida «Witti» Mitterer. Subito dopo, al posto del vecchio asilo, la Casa della cultura. Ma gli edifici che si affacciavano sulla strada sono rimasti com’erano. Macerie. Mute. Non senti lo schiocco di una gru, la botta di un martello, il cigolio di una carriola… L’unico cantiere aperto, dice l’architetto Onelio De Felice, è quello per ricostruire la chiesa: «I tedeschi sì, ci sono stati vicini. Il Comune meno. Il piano di ricostruzione, per rifare il paese com’era e dov’era, è stato fatto abbastanza in fretta. Ce l’ha tenuto fermo un tempo immemorabile, all’Aquila. Forse non volevano che noi partissimo per primi…».
    Eppure, sono tornate a sfrecciare le rondini, nel cielo azzurro di Onna. E tra le robinie e i meli in fiore, quelli vecchi sotto i quali quel giorno maledetto adagiarono i morti e quelli nuovi piantati tra le case prefabbricate, cantano i passeri e le cinciallegre e Matteo e gli altri bambini della nuova «materna» fanno merenda sotto disegni rossi e gialli e blu che sprizzano allegria primaverile.
    Matteo è il primo dei piccoli nati dopo il terremoto. Il simbolo stesso della rinascita. L’antico paese che un tempo si chiamava Villa Unda, lui e gli altri che sono cresciuti nel villaggio costruito dalla Provincia di Trento, non l’hanno mai conosciuto. Quando qualche figlioletto, così, di colpo, chiede come fosse il paese «prima», la mamma lo porta al di là della strada, dove la staccionata è tappezzata da grandi fotografie di struggente malinconia.
    Ogni foto, per gli onnesi, è un tuffo al cuore. La processione in via dei Calzolai, coi rampicanti che salivano per i muri. L’angolo Sant’Antonio con l’altarino coperto di fiori. La chiesetta di Sant’Anna. Via Oppieti, coi balconi che traboccavano di gerani. C’è anche una poesia di Giustino Parisse, il giornalista de il Centro che qui viveva e che sotto le macerie perse il padre e i due figli Domenico e Maria Paola: «Quanto era bella Onna prima dell’orrendo scossone. Sorta fra le acque e immersa nella verde valle dell’Aterno. Mille anni di storia e milioni di storie»
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    • “Il manifesto”, 4 aprile 2014, QUI

      L’AQUILA SOSPESA
      Post-sisma. Cinque anni dopo il terremoto, la città ancora aspetta una rinascita che tarda ad arrivare. Chi può va via: nel 2013 duemila iscrizioni in meno nelle scuole. E la ricostruzione non è più un affare vantaggioso neanche per la criminalità organizzata
      di Serena Giannico

      E’ un non luogo, que­sto. E la sua anima d’un tempo, il cen­tro sto­rico, è un mara­sma di pun­tel­la­menti, ope­rai con la masche­rina, ven­tate di pol­vere, caterve di cal­ci­nacci, di muri ancora sbrin­del­lati dal sisma, di pareti demo­lite, di crepe, crolli e tran­senne, divieti, un andi­ri­vieni di car­relli ele­va­tori e camion. E’ così L’Aquila: metà rovine, metà attesa. Sono tra­scorsi cin­que anni dal ter­re­moto che causò 309 morti. E le impronte di quel 6 aprile 2009 sono impresse su passi, volti, case e strade. «La rico­stru­zione — spiega Enrico De Pie­tra, gior­na­li­sta — sem­bra essere final­mente avviata, anche se sarà lunga e sem­pre legata all’incognita dei finan­zia­menti. Ma il pro­blema è il vuoto deva­stante». Pal­pa­bile tra piazze esa­ge­ra­ta­mente silen­ziose, viuzze sbar­rate, luc­chetti arrug­gi­niti, catene che ser­rano edi­fici lace­rati. «I pochi eser­cizi com­mer­ciali rima­sti — aggiunge — hanno chiuso. A parte alcuni locali, che resi­stono su spa­rute strade, non c’è nulla. Nep­pure gli edi­fici resi agi­bili e dispo­ni­bili hanno ripreso vita: sono rima­sti sfitti, forse anche per­ché i pro­prie­tari pre­ten­dono somme spro­po­si­tate. Nella zona della Fon­tana lumi­nosa, ad esem­pio, c’era un nego­zio di abbi­glia­mento che è stato sman­tel­lato: per la loca­zione di quei vani sono stati chie­sti 6 mila euro al mese E’ ripar­tita la pre­fet­tura, va bene, ma non ha pro­dotto alcun movi­mento. E’ una realtà da rin­vi­go­rire: biso­gna con­vin­cere le per­sone a riap­pro­priarsi di que­sti luo­ghi. Che, altri­menti — evi­den­zia De Pie­tra — diven­te­ranno un museo a cielo aperto».

      Una città surreale
      Dif­fi­cile tor­nare a far rivi­vere L’Aquila. Dif­fi­cile tor­nare all’Aquila. Dif­fi­cile… L’Aquila. «E sur­reale», come la defi­ni­sce il Comi­tato 3e32 che per quest’anniversario – in cui vuole stig­ma­tiz­zare «turi­sti che par­te­ci­pano alle com­me­mo­ra­zioni e pas­se­relle di una classe poli­tica nazio­nale e locale che ha evi­den­te­mente fal­lito» — ha orga­niz­zato una mostra foto­gra­fica, che cam­peg­gia sui prin­ci­pali muri, per nar­rare la pre­ca­rietà, per «denun­ciare le rei­te­rate pro­messe man­cate, l’abbandono delle fra­zioni e dei pic­coli cen­tri del cra­tere, la totale assenza di poli­ti­che sociali e per il lavoro, il folle scem­pio del ter­ri­to­rio, la man­canza di una visione comune per il futuro di una città che con­ti­nua irri­me­dia­bil­mente a spo­po­larsi». «L’Aquila — viene fatto pre­sente — è diven­tata una dispersa e disa­giata peri­fe­ria, dove le fasce sociali più deboli sof­frono mag­gior­mente una quo­ti­dia­nità dif­fi­cile». Una peri­fe­ria carica di pro­blemi nasco­sti den­tro le infi­nite schiere di ano­nime palaz­zine erette dopo il disa­stro. Erano le nuove «C.A.S.E» (Com­plessi anti­si­smici soste­ni­bili eco­com­pa­ti­bili). «Siste­ma­zioni prov­vi­so­rie…, que­sto ci ave­vano assi­cu­rato, che sareb­bero state siste­ma­zioni prov­vi­so­rie… — ricorda Mar­cella Dal Vec­chio -. Invece, ben­ve­nuti tra le nostre pareti di car­ton­gesso… Che, in più zone, stanno andando a pezzi. Con tuba­ture logore che goc­cio­lano anche liquami, con i ser­vizi che non ci sono, le mat­to­nelle rotte, i sistemi anti­si­smici non bre­vet­tati, con la manu­ten­zione ine­si­stente, con fun­ghi ed erba che spun­tano all’interno per l’umidità, con i disagi che aumen­tano pre­po­tenti». «Un recente son­dag­gio del Pd — sot­to­li­nea il sin­daco Mas­simo Cia­lente — rife­ri­sce che il 78% degli aqui­lani vive male e che per il 65% la situa­zione è gra­dual­mente peg­gio­rata. Solo il 37% pensa che nei pros­simi anni, forse, potrebbe andare meglio». Per­ciò c’è la fuga dall’Aquila, soprat­tutto dei gio­vani. Ma anche delle fami­glie: lo scorso anno, rispetto al 2009, sono state regi­strate 2 mila iscri­zioni sco­la­sti­che in meno. Una città di emer­genze, soprat­tutto sociali, che si nascon­dono timide, quasi impac­ciate die­tro ai vicoli blin­dati e nei cor­tili inermi, strac­ciati, che giac­ciono aspettando.

      Cre­sce la disoccupazione
      Manca il lavoro. «La disoc­cu­pa­zione, in Abruzzo — dichiara il segre­ta­rio gene­rale della Cgil L’Aquila, Umberto Tra­satti — dall’8.6% del 2008 è pas­sata al 12.5% del 2013. In tutta la pro­vin­cia nel 2008 si regi­stra­vano 118.300 occu­pati, siamo scesi a 111.800. Biso­gna creare oppor­tu­nità: la sola rico­stru­zione mate­riale non è suf­fi­ciente a dare pro­spet­tive». A pro­po­sito, la rico­stru­zione? «Il cen­tro sto­rico dell’Aquila sarà rimesso in sesto in 5 anni», ha detto in una sua recente visita il mini­stro dei Beni cul­tu­rali, Dario Fran­ce­schini. Mah, certo, tutti lo spe­rano ma nes­suno ci crede. In prima linea, ora, c’è il sot­to­se­gre­ta­rio all’Economia, Gio­vanni Legnini, al quale il pre­mier Renzi ha affi­dato la delega alla Rico­stru­zione. Il par­la­men­tare, ori­gi­na­rio di Roc­ca­mon­te­piano (Chieti), si è impe­gnato a tro­vare i 700 milioni di euro che ancora occor­rono per il 2014. «Dob­biamo giun­gere ad una con­di­zione di sta­bi­lità col­lo­cata in un punto da indi­vi­duare con pre­ci­sione tra Roma e Bru­xel­les. Per­ve­nire a un pac­chetto di dispo­si­zioni nor­ma­tive che — spiega — eviti di con­ti­nuare lo stress che da anni river­siamo sul par­la­mento sull’onda dell’emergenza con­ti­nua. Occorre una rico­gni­zione pre­cisa di tutto ciò che serve, con tutti gli attori del ter­ri­to­rio e dello Stato, per modi­fi­care e inte­grare la legi­sla­zione vigente». Scio­rina, invece, cifre il pre­si­dente Ance, Gio­vanni Frat­tale: «C’è una marea di gru in azione — afferma — e sono circa 1.400 le imprese impe­gnate in inter­venti edi­lizi, di cui 800 di fuori regione. Solo la rico­stru­zione pri­vata coin­volge oltre un migliaio di aziende di 90 pro­vince ita­liane. Cen­to­cin­quanta i can­tieri attivi nel cen­tro sto­rico, 1.500 in peri­fe­ria; 11.500 gli addetti in campo. Siamo indie­tro? E’ stato perso tempo? In Friuli, dopo il ter­re­moto del ’76, la prima pie­tra fu posata nel ’79. In Umbria e Mar­che si sta ancora lavo­rando…». Ma quello dell’Aquila, non avrebbe dovuto essere il can­tiere più grande d’Europa? «Gli sforzi sono immani — pun­tua­lizza Cia­lente — e, con­clusa la fase di com­mis­sa­ria­mento, c’è stata un’accelerazione delle pro­ce­dure». «Ci devono spie­gare — tuona Pio Rapa­gnà ex par­la­men­tare e por­ta­voce della asso­cia­zione Mia casa d’Abruzzo — per­ché non è ancora stata avviato il rifa­ci­mento delle case popo­lari clas­si­fi­cate E, cioè semi­di­strutte». La sua pro­te­sta va avanti da un pezzo: ha anche attuato lo scio­pero della fame. «Ci sono — pro­se­gue — 78 milioni di euro ancora inu­ti­liz­zati per ripa­rare 1.750 appar­ta­menti ina­gi­bili in cui atten­dono di rien­trare cin­que­mila per­sone. La non rico­stru­zione lede un diritto sog­get­tivo e causa un danno era­riale. Anche per­ché i costi della rico­stru­zione, con il pro­gres­sivo degrado degli sta­bili, sono aumen­tati, e con essi i costi dell’assistenza, visto che sono ancora molti i cit­ta­dini che bene­fi­ciano di asse­gni di auto­noma siste­ma­zione o dell’affitto concordato».

      Vivere con dignità
      Attual­mente nelle dimore del pro­getto Case stanno in 11.670, men­tre sono 2.461 quelli che allog­giano nei Map (Moduli abi­ta­tivi prov­vi­sori) e 189 negli appar­ta­menti del Fondo immo­bi­liare. Per­ce­pi­scono il con­tri­buto di auto­noma siste­ma­zione in 4.054. «Si tira avanti cer­cando di farlo in maniera digni­tosa — com­menta Sara Vegni, di Action Aid — ma le ferite inferte sono state pro­fonde e sono tut­tora aperte. Domina un sen­ti­mento di lace­rante pre­ca­rietà, che atta­na­glia tutti. Basti con­si­de­rare il fatto che ci sono 6 mila ragazzi costretti ancora a stu­diare nei con­tai­ner. Finora è man­cata una seria pro­gram­ma­zione e c’è la que­stione fondi. Ogni tanto biso­gna recarsi a Roma, col piat­tino in mano, a chie­dere l’elemosina». Un ter­ri­to­rio dis­se­stato e in parte abban­do­nato — quello dell’Aquila e degli altri 56 comuni del cra­tere — e che, dopo il dramma, ha dovuto fare i conti pure con la cri­mi­na­lità orga­niz­zata. C’è stato «quasi un assalto alla dili­genza per arri­vare ad acca­par­rarsi gli appalti più lucrosi da parte della camorra, della ‘ndran­gheta e di cosa nostra (par­ti­co­lar­mente quella gelese)», scrive infatti, nella rela­zione annuale, rife­rita al 2013, il sosti­tuto pro­cu­ra­tore nazio­nale anti­ma­fia Olga Capasso, appli­cata per un periodo al Tri­bu­nale delll’Aquila. «L’unica vera intru­sione della ‘ndran­gheta e della camorra — rileva — si è avuta in seguito al ter­re­moto. Si è trat­tato di società sal­da­mente impian­tate nell’Italia set­ten­trio­nale, atti­rate dagli appalti e dun­que pre­senti in Abruzzo solo fino a quando erano pro­spet­ta­bili lucrosi gua­da­gni. E’ stato docu­men­tato il dina­mi­smo di espo­nenti delle cosche Borghetto-Caridi-Zindato, Ser­ra­iano e Rosmini di Reg­gio Cala­bria nell’accaparramento di appalti con­nessi alle opere di rico­stru­zione, con­sen­tendo il seque­stro pre­ven­tivo di beni mobili e par­te­ci­pa­zioni socie­ta­rie per un valore com­ples­sivo di circa 50 milioni di euro. E’ stato altresì accer­tato l’interesse di alcuni grossi espo­nenti della ‘ndran­gheta — con­dan­nati per asso­cia­zione mafiosa facente capo al clan Grande Ara­cri con una recen­tis­sima sen­tenza del 2013 del tri­bu­nale di Reg­gio Emi­lia — per gli appalti dell’Aquila.… Intanto per la rico­stru­zione vera e pro­pria della città, con i suoi palazzi anti­chi, i monu­menti e gli edi­fici pub­blici, tutto si è invo­luto verso la stasi più com­pleta ed oggi il capo­luogo sem­bra dor­mire tra le sue mace­rie». «La rico­stru­zione è ferma — dice Capasso — e i can­tieri esi­stenti sono quelli desti­nati al risa­na­mento dei con­do­mini pri­vati, che pure pre­stano il fianco allo svi­lup­parsi della micro­cri­mi­na­lità, essen­dosi veri­fi­cati casi di ingiu­sti­fi­cata esten­sione dei lavori pagati con soldi pub­blici a danni non cau­sati diret­ta­mente dal sisma, oppure di gon­fia­mento abnorme dei prezzi. Di qui diversi pro­ce­di­menti penali». Adesso «l’affare rico­stru­zione» non è più van­tag­gioso, e dove «non c’è pro­fitto la mafia lascia campo libero». E domani è lutto cittadino
      .

  6. “Il Giornale della Protezione Civile”, 28 maggio 2014, QUI

    VESUVIO, CAMPI FLEGREI, ISCHIA. GABRIELLI: PIANO EMERGENZA DEVE ESSERE ”PARTECIPATO”
    Vesuvio, Campi Flegrei e Isola di Ischia sono una tra le maggiori aree a rischio vulcanico al mondo. Gabrielli ha illustrato in Commissione Ambiente al Senato il lavoro del Dipartimento, i rischi e ha sottolineato la necessità di un Piano di emergenza “partecipato” e che punti all’informazione e prevenzione
    di Sarah Murru

    “L’elevata pericolosità dei tre vulcani attivi dell’area campana, ovvero il Somma-Vesuvio, i Campi Flegrei e l’isola di Ischia, associata all’intensa antropizzazione e vulnerabilità del territorio, rendono quest’area una delle zone a più alto rischio vulcanico del mondo”, lo ha detto il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Franco Gabrielli lunedì 26 maggio in Senato durante un’audizione alla Commissione Territorio, Ambiente, Beni ambientali.
    Il Capo Dipartimento ha infatti relazionato su diversi aspetti, fornendo cenni sulla struttura e sulla storia eruttiva di questi vulcani (e brevemente anche sui vulcani sottomarini Marsili e Palinuro), oltre che informazioni relative agli scenari di riferimento di una loro possibile eruzione (flussi piroclastici, lapilli, cenere, rischio sismico) e alle connesse attività di protezione civile promosse, prima tra tutte quella di pianificazione dell’emergenza. Per quanto riguarda il Vesuvio e i Campi Flegrei il Capo Dipartimento ha illustrato lo stato dell’arte del lavoro di aggiornamento della pianificazione di emergenza nazionale ed è entrato nello specifico dei rischi connessi ad una possibile eruzione.
    “L’intensa densità abitativa (più di 3 milioni di residenti) e la particolare vulnerabilità degli insediamenti (edificato, infrastrutture, ecc.) – ha proseguito Gabrielli – producono livelli di rischio estremamente elevati”, motivo per cui è fondamentale un Piano nazionale di emergenza “partecipato” tra Stato centrale e realtà locali che punti, oltre alle attività da mettere in pratica in caso di eruzione, anche all’informazione della cittadinanza e alla prevenzione.
    “Per il futuro, è in programma lo sviluppo di una campagna di comunicazione dedicata al rischio vulcanico – ha spiegato Gabrielli tra le tante attività seguite, gestite e promosse dal Dipartimento -, e in particolare ai vulcani napoletani, che si inserisce nell’ambito di “Io non rischio”, la campagna informativa nazionale sui rischi naturali e antropici che interessano il nostro Paese. In particolare, per l’iniziativa saranno preparati materiali con informazioni su cosa sapere e cosa fare prima, durante e dopo un’eruzione. Oltre alle giornate in piazza, la campagna vedrà anche iniziative dedicate al mondo del lavoro e alle scuole”.
    “Il fatto che i vulcani napoletani non siano caratterizzati nella loro attuale fase di vita da un’attività persistente e non producano quindi eruzioni frequenti, purtroppo, fa sì che la popolazione residente in quelle aree non percepisca il rischio come imminente e, di conseguenza, posponga questo problema alle ordinarie urgenze del territorio, non considerando che la gestione di una crisi vulcanica ai flegrei o al Vesuvio sarebbe un processo assai complicato da gestire” sottolinea Gabrielli.
    Per i residenti nelle tre aree la certezza di “vivere in area vulcanica è evidente”, “da ciò deriva un imperativo di azione per tutti i livelli istituzionali coinvolti, ma anche e soprattutto per le popolazioni residenti, che non possono fare a meno di adottare comportamenti e scelte consapevoli e conseguenti. Di fronte all’evidenza non si può far finta di nulla o voltarsi dall’altra parte, visto che un’azione efficace di pianificazione non può prescindere dalla corretta percezione del rischio da parte della popolazione e dalla diffusione della consapevolezza che il ruolo del singolo all’interno del Servizio nazionale, sia in prevenzione che in fase di emergenza, è indispensabile per garantire un’adeguata risposta del sistema alle esigenze del territorio”.
    “La promozione di una costante e corretta informazione, dunque, costituisce il passaggio obbligato per rendere le comunità più resilienti. I vulcani italiani, e quelli dell’area campana in particolare, sono monitorati e controllati e l’azione del Dipartimento della Protezione Civile e delle istituzioni tecniche e scientifiche preposte non deve venire meno, ma deve, al contrario, proseguire senza soluzioni di continuità e diventare sempre più efficace”.
    “In definitiva – conclude Gabrielli -, il Piano nazionale di emergenza non è uno strumento che compete esclusivamente allo Stato centrale e mi auguro che sempre più sia scongiurato l’atteggiamento di immobilità a volte assunto dai territori. Il Dipartimento si sta impegnando affinché si diffonda l’interpretazione corretta, ossia che la pianificazione è un processo partecipato, un’azione congiunta e coordinata di diversi soggetti, ciascuno competente per una parte, che devono sviluppare le proprie pianificazioni territoriali e di settore per “comporre” il piano nazionale. Non v’è dubbio, ad esempio, che la definizione dello scenario eruttivo di riferimento o le procedure di attivazione del sistema nazionale competano al livello centrale ma è altrettanto imprescindibile che le istituzioni locali debbano predisporre il censimento della popolazione, il rilevamento delle esigenze delle modalità di evacuazione, gli studi di dettaglio del la viabilità comunale, pena la mancata realizzazione del Piano nazionale. Da questo punto di vista, mi premuro di rilevare che c’è ancora molto da fare”.

    A questo link si può consultare l’intera relazione sull’audizione di Gabrielli in Senato.

  7. Pingback: Gabrielli: più informazione e partecipazione per il rischio Vesuvio | Paesaggi vulcanici

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