Località abbandonate dopo una catastrofe

Non sempre le città risorgono da una catastrofe. I casi esemplificabili sono innumerevoli, da quello celebre di Pompei ai tanti villaggi delle montagne calabresi, abbandonati a causa di un terremoto, di una frana, di un’inondazione. In questo post raccolgo informazioni sui casi che mi capita di incontrare nelle mie letture e nelle mie navigazioni sul web.

Comincio segnalando Villa Epecuén, in Argentina, una cittadina che fu fondata negli anni Venti del Novecento nei pressi di una laguna. Dalla metà del secolo divenne una località turistica sempre più prospera, fino al 10 novembre 1985, quando l’abitato fu inondato e distrutto dalle acque. Non morì nessuno perché la città fu evacuata in tempo, ma in seguito all’evento calamitoso, essa fu abbandonata e mai più ricostruita. Maggiori info e, soprattutto, fotografie sono QUI (ma anche qui e qui).

AGGIORNAMENTO del 7 ottobre 2014:
“Il Post” riporta una selezione di fotografie di Romain Veillon, che ha realizzato un reportage sulle rovine di Villa Epecuen, riemersa da un lago – che l’aveva inondata negli anni Ottanta – a partire dal 2009 a causa della siccità: QUI, ma anche QUI e QUI.
PS: altra galleria fotografica de “Il Post” dedicata a luoghi abbandonati (castelli, ospedali, fabbriche, scuole) è quella di Martin Vaissie: QUI (2013).

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AGGIORNAMENTO del 28 settembre 2013:
A volte la catastrofe è la modernità, nella forma di un aeroporto (rumore, incidenti aerei); è quanto accaduto a Goussainville-Vieux Pays (un villaggio agricolo a 20 chilometri da Parigi) con la costruzione dell’aeroporto Charles De Gaulle: 22 fotografie di Charles Platiau sul villaggio-fantasma sono QUI.

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AGGIORNAMENTO del 13 novembre 2013:
Oggi, nel 1985, ci fu una delle eruzioni più potenti del Novecento: l’esplosione del Nevado del Ruiz, in Colombia, provocò una delle tragedie vulcaniche più grandi degli ultimi cinque secoli. Morirono tra le 20 e le 25mila persone [qui], la città di Armerò e altri 14 villaggi furono completamente sepolti dai lahar [qui] e nella memoria collettiva globale c’è l’agonia di Omayra Sanchez intrappolata nel fango [qui]. Qualche giorno dopo la tragedia, Lucia Annunziata pubblicò questo reportage: Armero, un’immensa palude di morte (17 novembre 1985).
Armero non è stata mai più ricostruita e, oggi, le rovine che ne rimangono formano un paese fantasma inghiottito dalla vegetazione, come è possibile vedere tramite StreetView.
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In occasione del 28esimo anniversario della tragedia di Armero del 1985, il website colombiano “Caracol” ha scritto che il vulcano Nevado del Ruiz «es el más vigilado del mundo»: QUI (ne ho conservato traccia anche in questo post).
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Il website “Armando Armero” tiene viva la memoria di quell’evento: QUI. La sua pagina facebook è QUI.

AGGIORNAMENTO del 14 novembre 2014: Fosco d’Amelio ha scritto un articolo sull’Huffington Post Italia per ricordare la tragedia di Armero di 29 anni fa: QUI.
In un commento d’Amelio ha aggiunto: “il discorso di Omayra Sánchez purtroppo è molto complesso. gran parte della storia di Armero si concentra sulla sua figura, simbolo di quelli che non ce l’hanno fatta. in un modo quasi perverso il mito di Omayra continua ad oscurare i sopravvissuti. c’è una complessità nel “dopo” di questa storia che fa paura. L’unico posto che viene ripulito, curato e visitato delle macerie di Armero è il luogo dove morì Omayra, alla cui figura molte persone associano capacità miracolose. Le due personalità più mediatizzate di Armero sono il pilota che scoprì il disastro (che è così stanco di raccontare che non rilascia più interviste) ed Omayra“.

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2013:
Non sapevo che nei Campi Flegrei nel passato c’era un villaggio che poi è scomparso in seguito ad un fenomeno tellurico. Si tratta del villaggio di Tripergole: «A seguito dell’opera di Pietro da Eboli, il De Balneis Puteolanis (o il De Balneis Terrae Laboris), scritta nel XIII secolo alla corte di Federico II di Svevia, gli Angioini incoraggiarono la popolazione all’uso delle sorgenti flegree a fini terapeutici. Sul Lago Lucrino, presso una piccola collinetta di tufo (chiamata Monticello del Pericolo) su cui essi avevano edificato un castello, sorse ben presto un villaggio chiamato Tripergole. Esso si sviluppò dove più numerose si addensavano le fonti e gli impianti termali romani, proprio a seguito dell’afflusso dei numerosi malati. Il villaggio, oltre ad avere un certo numero di case, aveva una chiesa nel castello (dedicata allo Spirito Santo e a Santa Marta) ed una seconda chiesa dedicata a Santa Maddalena, un ospedale con circa 30 letti fatto costruire da Carlo II d’Angiò con annessa una farmacia, poi tre osterie per i forestieri, ed infine una casina di caccia reale, ed una cavallerizza. Con l’eruzione vulcanica del 1538 la topografia del luogo cambia totalmente: viene cancellato completamente il villaggio di Tripergole con tutti i suoi edifici civili, religiosi e militari; scompare il Monticello del Pericolo; vengono totalmente distrutte o sepolte le antiche sorgenti termali di epoca romana che si trovavano presso il villaggio (da Pietro da Eboli chiamate: Balneum Ciceronis o Balneum Prati; Balneum Tripergula; Balneum Arcus; Balneum Raynerii; Balneum de Scrofa; Balneum de Sancta Lucia; Balneum de Cruce); distrutti per sempre anche i resti della villa di Cicerone chiamata Academia; scompare anche una grande sala termale romana, di forma circolare con sei finestre nella cupola, chiamata “Truglio”; infine, il Lago Lucrino subisce un drastico ridimensionamento, riducendosi ad un decimo di quello che era stata la sua estensione in epoca romana, come appare ancora al giorno d’oggi» (Fonte: Wikipedia).
E’ da ricordare, naturalmente, che un’altra località abbandonata dei Campi Flegrei è il Rione Terra di Pozzuoli, in seguito al bradisismo del 1970.

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AGGIORNAMENTO del 24 novembre 2013:
Cercando informazioni su Gairo e Osini, due paesi dell’Ogliastra abbandonati nel 1951 in seguito ad un’alluvione, ho scoperto “Sardegna Abbandonata“, un website dedicato proprio alle località sarde spopolate per varie ragioni.

Una voce di Wikipedia, inoltre, raccoglie tutte (o, comunque, tante) località italiane abbandonate, ordinate per regione: Città fantasma italiane.
Tra i paesi della Campania è da segnalare San Pietro Infine, in provincia di Caserta: abbandonato in seguito ai massicci bombardamenti della seconda guerra mondiale, dei quali ha conservato memoria il documentario di John Huston “The battle of San Pietro” (che è possibile vedere e/o scaricare QUI).
Un altro paese abbandonato a causa della guerra è Cirella Vecchia (Cosenza), lasciato dai suoi abitanti nel 1806 in quanto bombardato dalla flotta francese durante la “insurrezione calabrese“.

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I “paesi fantasma” sono diventati spesso set cinematografici. Qualche esempio:

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ALTRE LOCALITA’
Oggi, 5 febbraio 2014, è l’anniversario di uno dei terremoti più catastrofici della storia della penisola italiana, quello che nel 1783 devastò la Calabria meridionale e che, ancora oggi, è ricordato come “Gran flagello”. Vi furono tra le 30mila e le 50mila vittime e cambiò addirittura l’orografia del territorio. (Wikipedia).
Alcuni anni fa, durante una campagna etnofotografica tra i rituali della Settimana Santa calabrese, feci tappa anche a Briatico Vecchia, un paese devastato da quella scossa e poi abbandonato dai sopravvissuti. Questi sono i miei appunti di quella giornata: “I ruderi di Briatico vecchia” (16 aprile 2006).
Il 19 febbraio 2014 il blog “INGV Terremoti” ha pubblicato un post storico (e molto interessante) sul sisma calabrese del 1783: “I Borboni di Napoli e il grande terremoto delle Calabrie del 1783“.

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INTEGRAZIONE:
Eleonora Guadagno, che studia la mobilità umana a seguito di catastrofi in Italia, ha scritto l’articolo “Dove la nostalgia diventa un bene comune” (pubblicato da “Lavoro culturale” il 12 febbraio 2014), in cui, osservando i due disastri di Sarno (1998) e di Cavallerizzo di Cerzeto (2005), spiega quanto queste catastrofi generate da una vulnerabilità ambientale e sociale “si tramutano, ancora una volta, in disastri collettivi, minando i beni comuni materiali (l’ambiente) ed emozionali (la memoria e la nostalgia) di una comunità“. E si domanda: “Che cosa succede, però, quando una comunità umana è costretta ad allontanarsi da un luogo? Quali sono i sentimenti nei confronti della vita in quel territorio che ha visto gli alberi crescere, i figli giocare e diventare grandi, ma che in ultimo ha traumatizzato la memoria collettiva? Cosa significa perdere un bene comune? Quali conseguenze a livello immateriale determina questa perdita? Il territorio di una comunità non è solo un luogo, un insieme di elementi che si giustappongono, ma è fatto di beni dotati di significati profondi. Una strada, una scuola, una chiesa, una quercia, una panchina non sono solo parte dell’urbanistica o dell’arredo urbano ma rappresentano un punto di riferimento nella memoria singolare e plurale, tanto nella mappa mentale individuale quanto in quella tramandata in maniera collettiva“.

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INTEGRAZIONE de 2 aprile 2014:
Un particolare tipo di abbandono è quello della fuga dalla galera in caso di terremoto. E’ quanto accaduto la scorsa notte a Iquique, nel nord del Cile, in seguito ad una forte scossa registrata nell’oceano Pacifico: “Tra le conseguenze del terremoto una fuga di massa dal carcere di Iquique, da cui sono evase circa 300 detenute. Il ministro degli Interni, Rodrigo Penailillo, ha precisato che questo è stato l’unico incidente di rilievo registrato finora a causa del sisma, smentendo le voci circolate su presunti saccheggi. E ha annunciato l’impiego dei militari per mantenere l’ordine” (Fonte: Terremoto di magnitudo 8.2 al largo del Cile, tsunami di oltre due metri: cinque morti. Allarme per tutta la costa latinoamericana sul Pacifico e per le Hawaii. Ordinata l’evacuazione delle zone vicine all’epicentro. A migliaia senza corrente elettrica, la presidente Bachelet dichiara lo stato di calamità naturale nelle regioni del Nord, “Repubblica” e “INGV“).

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INTEGRAZIONE:
Il blog “INGV terremoti” ha pubblicato il 26 giugno 2014 la storia del grande terremoto del Sannio del 5 giugno 1688, che rase al suolo i paesi di Cerreto Sannita, Civitella Licinio e Guardia Sanframondi e che provocò enormi danni anche nelle città di Napoli, Avellino e, soprattutto, Benevento. Le vittime furono almeno 10mila. [Si veda anche su Wikipedia].
In particolare, il vecchio abitato di Cerreto Sannita, totalmente distrutto dalla scossa, fu abbandonato e il conte Marzio Carafa, feudatario del paese, «decise di ricostruire la nuova cittadina più a valle, su un terreno considerato più stabile e seguendo criteri di costruzione considerati all’epoca moderni e antisismici: una pianta con strade larghe, isolati squadrati, edifici di 1 o 2 piani, muri di pietre squadrate, ecc.)».

Una veduta odierna dei resti del vecchio abitato di Cerreto Sannita,
raso al suolo dal terremoto del 1688 e successivamente abbandonato (QUI)
.

Sulla ricostruzione del paese sannita segnalo un testo di Billy Nuzzolillo, disponibile online in pdf, intitolato: Cerreto Sannita, un modello di ricostruzione post-sismica (Sannio Press, 2002): «All’indomani del terribile terremoto del 1688 a Cerreto Sannita fu realizzata una delle più belle pagine della storia dell’architettura meridionale».
Dopo circa un secolo, in occasione del terremoto del 1783, i Borbone applicarono ulteriori criteri antisismici che recentemente sono stati considerati ancora validi da uno studio ingegneristico/storico: «Corriere della Sera», 9 settembre 2013, QUI.
(Di prevenzione e misure antisismiche ho scritto e scrivo anche in questo post).

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AGGIORNAMENTO del 21 novembre 2014:
Galleria fotografica di “Repubblica”, 21 novembre 2014, QUI
Sono definiti “villaggi fantasma” perché della vita che un tempo li animava è rimasto solo il segno dei ruderi. Dall’Italia all’America, passando per la Turchia, ecco un viaggio attraverso una piccola parte delle migliaia di luoghi ormai deserti in Italia e nel mondo, disabitati perché colpiti da catastrofi naturali o dimenticati a seguito di guerre. Spesso rivalutati dalle amministrazioni locali, diventano sede di attrazioni e iniziative per i turisti affascinati dalla decadenza e dai segni del tempo. Ma spesso, purtroppo, restano immobili nel loro abbandono, sullo sfondo di altre città, come ricordo delle origini di transfughi costretti a lasciare le loro case. (A cura di Virginia Della Sala)

Le località fotografate, ordinate per Paese:

ITALIA:

  • Craco, provincia di Matera, Basilicata. Il centro storico fu abbandonato intorno agli anni Sessanta a causa di una frana (e completamente svuotato in seguito per un alluvione e il terremoto del 1980). Oggi, completamente abbandonato, è definito una città fantasma.
  • Pentedattilo, Calabria. Adiacente alla Rupe del Monte Calvario, si è spopolato nell’ultimo decennio e la popolazione ha formato un nuovo piccolo centro più a valle. Il borgo ha ripreso vita grazie ai commercianti e gli artigiani locali che vi hanno aperto alcune botteghe.
  • Curon, Bolzano. Più che una città, a Curon (nella provincia autonoma di Bolzano), di fantasma c’è il vecchio campanile sommerso del Lago di Resia. Risalente al 1357, una leggenda vuole che d’inverno si sentano suonare le campane, rimosse intorno al 1950.
  • Valle Piola, Torricella Sicura, Teramo. E’ un paese disabitato dal 1977. Lo spopolamento fu dovuto all’eccessivo isolamento del paese.
  • Roghudi vecchio, Reggio Calabria. Fu abitato fino al 1950. Poi, dopo due alluvioni, fu dichiarata inagibile.
  • Romagnano al Monte, Campania. Abbandonata dopo il terremoto del 1980.
  • Monterano, Lazio. Città fiorente fino al XVIII secolo fu pian piano abbandonata con la perdita della sua importanza commerciale e per diverse dispute e saccheggi. Il castello, fu riprogettato da Gian Lorenzo Bernini nel 1679.

ARGENTINA:

  • Villa Epecuén, Buenos Aires, Argentina. Fu un importante villaggio turistico, ma nel 1985 il vicino Lago Epecuén sommerse l’abitato che iniziò a riemergere solo nel 2009.

FRANCIA:

  • Occi, Corsica. L’ultimo abitante dell’antico villaggio morì nel 1927 e le rovine del paese sono oggi un perfetto punto panoramico sul mare.

GIAPPONE:

  • L’isola giapponese abbandonata Hashima. Dal 1887 al 1974 è stata una base per l’estrazione del carbone sottomarino.

IRAN:

  • Ghalat, Iran. Il villaggio è stato distrutto da un terremoto.

NAMIBIA:

  • Kolmanskop, in Namibia, fu una città mineraria fondata dai tedeschi nei primi anni del XX secolo e poi abbandonata. Oggi è invasa dalla sabbia.

OMAN:

  • Villaggio di Jebel Akhdar, Oman. Un villaggio di montagna abbandonato intorno al 1960 dopo l’omonima guerra.

PORTOGALLO:

  • Indefinito villaggio abbandonato, Portogallo

REGNO UNITO, CARAIBI:

  • La città abbandonata di Plymouth, UK. Situata sulle isole Leeward, fu abbandonata per le eruzioni vulcaniche nel 1997.

SPAGNA:

  • Gallicant, Tarragona, Spagna. Villaggio montano abbandonato.
  • Ochate, Spagna. Fu abbandonato intorno agli anni ’20 e oggi è famoso per presunti fenomeni paranormali legati agli UFO.
  • Villaggio di Peguera, Catalogna.
  • Rodén, Saragozza. Il villaggio fu distrutto durante la guerra civile spagnola (1936-1939).

TURCHIA:

  • Kayaköy, in Turchia. Era abitato da cristiani ortodossi di lingua greca che abbandonarono il villaggio dopo la guerra Greco-turca e il trattato di Losanna del 1923. Oggi è un museo all’aperto con circa 500 case in rovina e chiese da visitare. L’UNESCO ha dichiarato Kadiköy un “villaggio dell’amicizia e della pace nel mondo”.

USA:

  • Frisco, Beaver County, Utah. E ‘stato un campo di minatori attivo dal 1879 al 1929.
  • Orla, Texas. Fu fondata nel 1890, durante la costruzione della Ferrovia della Valle del Pecos. Ha registrato al massimo 250 abitanti e oggi ne restano solo due.

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INTEGRAZIONE del 7 marzo 2015:
Cento anni fa nella Marsica ci fu uno dei più gravi terremoti della storia italiana (oltre 30 mila vittime e ingenti danni in numerosi centri abitati dell’Abruzzo).
Tra le iniziative di questo anniversario c’è la pubblicazione di “Le Radici Spezzate, Marsica 1915 – 2015“, un documentario di Lucrezia Lo Bianco ed Agostino Pozzi, finanziato dall’INGV. La prima parte (di tre) è disponibile da ieri su YouTube e vi sono raccolte memorie – del sisma e, soprattutto, del dopo-sisma – legate al borgo di Frattura, frazione di Scanno (AQ), la cui popolazione, delocalizzata in un nuovo centro, ancora oggi mantiene un forte legame col paese abbandonato (fb e web):

A metà marzo 2015 sono uscite anche le altre due parti de “Le Radici Spezzate”: QUI.

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INTEGRAZIONE del 22 marzo 2015:
Non in seguito ad un disastro naturale, né in conseguenza d’una guerra, ma per un processo di pace e per un ritiro militare, il caso della cittadina israeliana di Yamit, nella parte settentrionale della penisola del Sinai (Egitto), è comunque piuttosto interessante ai fini archivistici di questo post. Aveva circa 2500 abitanti e fu costruita durante l’occupazione israeliana di quel territorio, dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, ma fu evacuata nell’aprile 1982 quando l’area fu consegnata all’Egitto in base al Trattato di Pace tra i due Paesi siglato nel 1979. L’insediamento di Yamit fu anche distrutto coi bulldozer perché l’accordo prevedeva che il territorio venisse reso nelle medesime condizioni in cui si trovava prima dell’occupazione. Ulteriori informazioni sono su Wikipedia: english e français. E qui, invece, un video dell’epoca:

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INTEGRAZIONE del 24 maggio 2015:
“Il Post” ha pubblicato un articolo sul libro “North Brother Island: The Last Unknown Place in New York City”, del fotografo americano Chris Payne, dedicato all’isola abbandonata di North Brother, nei pressi del Bronx a New York. L’isola è disabitata da circa cinquant’anni, ma non in seguito ad una calamità, bensì ad una sorta di decadimento progressivo della sua funzione di luogo d’isolamento (per pazienti affetti da malattie infettive).

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7 thoughts on “Località abbandonate dopo una catastrofe

  1. «La Repubblica», 28 settembre 2013, QUI (galleria di 22 fotografie)

    VIAGGIO NEL PAESE FANTASMA ALLE PORTE DI PARIGI

    Fino a quarant’anni fa Goussainville-Vieux Pays era un villaggio agricolo a 20 chilometri da Parigi. Quando negli anni ’60 iniziò la costruzione dell’aeroporto Charles De Gaulle gli abitanti, a causa del rumore e della vicinanza, iniziarono ad abbandonare la zona. Come se non bastasse nel 1973 ci fu un incidente aereo durante un air show che distrusse 15 case e una scuola. Da quel momento il paese si svuotò e iniziò il suo decadimento. Ora il fotografo della Reuters Charles Platiau ha voluto immortalare quello che resta del villaggio-fantasma, facendone conoscere anche l’ultimo ‘eroe’: Nicolas Mahieu che ha aperto una libreria nel paese che non c’è.

  2. “La Repubblica”, 17 novembre 1985, QUI

    ARMERO, UN’IMMENSA PALUDE DI MORTE
    di Lucia Annunziata

    ARMERO (Colombia) – Il disastro che mercoledì notte ha colpito la Colombia sarà ricordato per l’ abbandono in cui si stanno lasciando morire migliaia di vittime. Venerdì, terzo giorno dopo l’ eruzione del vulcano Nevado del Ruiz, siamo riusciti ad atterrare nelle zone “emerse” di Armero, la città completamente inghiottita dalla valanga di fango e pietre. Nella profonda palude intorno è possibile vedere cadaveri e alcuni vivi chiedere aiuto, a volte solo con la testa fuori del fango. I soccorsi che abbiamo trovato sono: ventidue elicotteri, 14 dottori, 80 volontari della Croce Rossa. Non c’ è da mangiare, non ci sono medicine, non c’ è acqua in sufficienza. Mentre a Città del Messico, due mesi fa, tre giorni dopo il terremoto, le operazioni di soccorso avevano già portato a termine la gran parte del lavoro, in Colombia i soccorsi non sono nemmeno sul posto. Gli aerei atterrano a Mariquita, o a Palanchero, dove sono stati creati due punti di coordinamento. In altri due villaggi, Guayabal e Lerida, sono stati installati due piccoli ospedali per i casi più gravi. Armero è raggiungibile a piedi con due ore di cammino per una strada coperta di fango, ma non al punto da essere impraticabile. Tuttavia il collegamento non è stato ristabilito. I ventidue elicotteri di soccorso sono così ancora l’ unica via di comunicazione. Con uno di questi elicotteri arriviamo sul luogo. Con pietre bianche, su una collina, i sopravvissuti hanno scritto “SOS”. Raccolti in differenti gruppi, si sono rifugiati sulle parti più alte di una zona collinosa rimasta emersa. Molti sono ancora completamente isolati, su alcuni tetti di case. Ciascuno di questi gruppi, si vede, ha feriti, e lotta per attirare l’ attenzione degli elicotteri sventolando camicie. In una insenatura di fronte al lago di fango una ex tenda da piscina, gialla con festoni bianchi, è la base della Croce Rossa. Su un telone di plastica vengono allineati i feriti. Per i morti nessuno si danna, per il momento. Ai margini del prato ce ne sono due, un uomo e una donna, ma non una coppia. Sono capitati insieme quando li hanno tolti di mezzo per non impacciare l’ atterraggio degli elicotteri. Una capra gli pascola vicino. Altri due corpi spuntano da un cespuglio. “Dantesco” è il termine che stanno usando per descrivere il paesaggio lasciato dietro dalla grande onda. La laguna è un nodo di alberi, pezzi di casa e corpi umani, con impressi, nell’ ultimo movimento, l’ andamento dell’ inondazione. Alcune centinaia di sacchi di caffè, solo una piccola parte della produzione della zona, hanno formato in un punto di questo lago, una base precaria ma praticabile per potersi inoltrare alcuni metri dentro il fango. E raggiungere alcuni dei morti, alcuni dei vivi o, per qualcuno dei sopravvissuti, cercare di recuperare alcune cose. Passo dopo passo, cautamente, si avanza sui sacchi. Il peso delle persone muove il fango, il movimento si comunica intorno e fa emergere corpi. Camminiamo di fatto sui cadaveri. Una spalla sale a galla tra due sacchi provocando un grido di orrore in uno dei soccorritori; si vede una mano; una donna a pancia in giù, la testa nel fango. Un grido: “Via, via di qui Da sotto un sacco si raccoglie in una pozzetta una sostanza rossa, sangue. Sul prato è freddissimo. Qui sulla palude, fa un caldo che prende alla gola e al viso. C’ è un puzzo intenso di zolfo e di altro. Un umido che fa sudare. A sera tutti avremo il viso bruciato e gonfio come da scottatura da sole. E tra l’ altro ci sono persone vive in questa melma. Superati i sacchi di caffè, in una zona non lontana dalla riva, dove alcune macerie edilizie creano una piattaforma solida, ci sono intrappolati vivi (due metri l’ uno dall’ altro) il signor Efrain Gomez, quarantatrè anni e Omaira Sanchez, dodici anni. All’ alba uno dei soccorritori sente le grida. Viene scoperto prima Efrain, poi Omaira. Entrambi erano nascosti da tavole di legno e fogli di zinco, su cui il soccorritore stava passando. Entrambi sono con la testa fuori. Alle 9 e mezza del mattino Efrain Gomez è libero a malapena solo fino alla cintura. Intorno a lui ci sono un dottore e tre persone che manovrano rispettivamente un machete e due ciotole di plastica con cui scavano. Le sue gambe sono fratturate, una barra di ferro ne intrappola una. Efrain piange con voce acuta o tace e muove il capo da una parte all’ altra. “Sono un po’ contento di essere vivo”, dice. Basterebbero una pompa o una pala e sarebbe libero quasi subito. Ma il suo riscatto procede per ore. Quando le ciotole di plastica diventano troppo grandi per il buco un volontario si stende a pancia in giù sulla piattaforma di materiale e comincia a scavare con le mani. “Non farti entrare in bocca il fango”, gli raccomanda il dottore. Il fango è infetto. Due metri più in là, in una pozza d’ acqua in una situazione ben più orribile, dalla bocca in su si vede la testa di una bambina di tredici anni. Il suo volto è sfiorato dal movimento continuo che fanno nell’ acqua i capelli di sua zia, morta abbracciandola, a faccia in giù su di lei. E non si riesce a scioglierla da questo abbraccio, perchè sulla zia è caduta una lastra di cemento che ora tiene bloccate entrambe. Anche in questo caso basterebbe una gru. Ma non c’ è. Omaira Sanchez, la bambina, alterna stati di completa lucidità a momenti di isteria. Ricorda come tutto è successo. La zia ha cercato di afferrare il suo bambino di diciotto mesi, ma l’ acqua l’ ha trascinata via. Allora si è girata e ha abbracciato la nipote, mentre la casa crollava su di loro e veniva invasa dall’ acqua. Ferita, la zia non muore subito, e fa in tempo a rendersi conto di aver intrappolato la nipote. Ripete: “E’ colpa mia”. “Mi sono agitata tanto da poter mettere la bocca fuori e poi la testa”, dice Omaira, livida e con problemi di vista perchè c’ è stato un versamento di sangue negli occhi. Tre soccorritori, con lei nell’ acqua, cercano di tirarla ma è impossibile. Da un elicottero passano una fune intorno ai polsi del cadavere della zia e cominciano a tirare, ma la corda si spezza. “Fatemi uscire e rimettetemi nella mia culla”, grida Omaira. Viene presa dalla sete, ma nessuno porta acqua. C’ è soltanto uno yogurt alla fragola che una giornalista ha portato con sp, e che Omaira rifiuta. L’ ostacolo che intrappola una gamba di Efrain risulta essere il contatore della luce e col machete tagliano i fili elettrici che impedivano di rimuoverlo. “Per favore”, dice un dottore presente, Alejandro Jimenez, “fate almeno voi pressione perchè domani arrivi del siero per il tetano. Abbiamo feriti gravi che sono stati a lungo nel fango infetto. Abbiamo bisogno di questa medicina”. Al punto di raccolta della Croce rossa, sul prato, i volontari che aspettano e quelli che recuperano i feriti dagli elicotteri, agiscono in preda a una terribile tensione nervosa. “Stiamo lavorando con le unghie”, dice Marta Cruz, 23 anni, volontaria di Bogotà. “Avremmo dovuto avere qui un gruppo autosufficiente di pronto soccorso. E invece abbiamo solo elicotteri che portano via i feriti e alcuni che cercano di tirare dal fango i sopravvissuti”. Vladimiro Pinilla, 19 anni, anche lui un volontario, aggiunge “E anche gli elicotteri sono arrivati in realtà solo stamattina”. Il dottor Jimenez, ci dà in un momento di calma i dati della situazione. “Tutti quelli che vedete qui sono volontari. Ce ne sono circa ottanta, abbiamo 14 dottori e operano ventidue elicotteri. Il cibo non è sufficiente, non ci sono coperte nè barelle. Abbiamo avuto molte difficoltà persino ad arrivare fin qui”. Il dottore è prima reticente, poi però dice: “Il governo avrebbe potuto aiutarci di più, almeno sui trasporti”. Julian Ramirez, ingegnere meccanico, abitante di Armero, è molto più amaro. “Non ci hanno dato l’ aiuto di cui davvero avevamo bisogno. Lì ci sono migliaia di morti e migliaia di sopravvissuti che moriranno perchè nessuno se ne preoccupa”. Non esiste infatti una squadra speciale di soccorso, nè strumenti per individuare chi è vivo. I volontari, aggrappati ai lati degli elicotteri, quando vedono qualcuno nel fango si sporgono o calano una fune. Le fratture vengono fasciate con cartone e spago. Un ferito appena recuperato dice: “Ho fame” e il dottor Jimenez apre una scatola di wurstel. Alle tre del pomeriggio portano due bambini. Un maschio di dieci anni che muore quasi appena a terra, e una bambina di tre anni che il giovane soccorritore cerca di rianimare. Con un filo d’ acqua si cerca di disincrostarle il viso. Ma la bocca e le narici sono piene di fango. Un giornalista è l’ unico ad avere in tasca un kleenex, che inumidisce e usa per pulire la bambina. Dalla crosta di fango emerge un viso stupendo. “Mi chiamo Sandra”, dice educatamente, “voglio mio padre”. A quell’ ora del pomeriggio non è rimasta per coprirla neppure uno straccio. La avvolgiamo nella mia giacca a vento. Il soccorritore piange. Piangono uno alla volta, quasi tutti. Un altro bambino arriva. E chi lo salva se lo tiene sul petto sotto la sua giacca e, senza depositarlo a terra, cambia elicottero e lo porta direttamente all’ ospedale. Quando andiamo via, dopo circa dodici ore, i soccorsi stanno per essere sospesi per il buio. Efrain Gomez ce l’ ha fatta. Ma per la piccola Omeira è troppo tardi: il freddo l’ ha uccisa, senza che nessuno riuscisse a far qualcosa per lei. Sessantacinque persone vive sono state recuperate. All’ aeroporto di Mariquita il nostro aereo è stato requisito per trasportare i feriti più gravi a Bogotà. Un aereo che trasportava cibo per animali ci riporta in città. Ieri mattina abbiamo cercato di capire qual è esattamente la situazione dei soccorsi. Al di là dei molti annunci di aiuti internazionali, per ora invisibili, e la solidarietà del popolo colombiano, la realtà è che i due principali punti di raccolta sono organizzati dalle televisioni locali, e sono in preda all’ assoluta improvvisazione. Ci sono quintali di vestiti, ad esempio, ma poche medicine. E non si sa come trasportare il tutto. Il governo ha costituito un “Comitato di emergenza nazionale”, che finora si è limitato ad emettere un comunicato. La mancanza di organizzazione è confermata, ufficiosamente, per evitare di danneggiare le relazioni diplomatiche, da un alto ufficiale dei soccorsi statunitensi. Gli Usa hanno inviato da Panama dodici elicotteri, di cui dieci da trasporto e due attrezzati con unità mediche, portando tende, acqua potabile e medicine. Arrivati a Palanchero, venerdì pomeriggio, racconta l’ ufficiale Usa, sono rimasti bloccati perchè nessuno sapeva come e dove impiegarli. Un comitato nazionale di emergenza per fatti come questi venne sollecitato mesi fa a seguito delle ricerche geologiche. Ma non venne mai costituito “per una situazione alla colombiana”, dice un rappresentante della Croce rossa, anche lui anonimo. Cinquantotto milioni di galloni d’ acqua sono stati usati dieci giorni fa per ripulire il palazzo di giustizia di Bogotà dopo lo scontro con la guerriglia. E tuttavia questo stesso governo non sembra abbia trovato ancora il modo per far arrivare acqua a sufficienza alla gente di Armero.
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    Omayra Sanchez, foto di Frank Fournier

    • “Huffington Post Italia”, 14 novembre 2014, QUI

      LA TRAGEDIA DOPO LA TRAGEDIA: COSA RESTA DEL DISASTRO VULCANICO DI ARMERO
      di Fosco d’Amelio

      Il 13 novembre del 1985 l’eruzione del vulcano colombiano Nevado del Ruiz e le conseguenti colate di fango prodotte dallo scioglimento delle nevi perenni sulla cima del vulcano causarono la morte di circa 26.000 persone. La quasi totalità delle vittime si concentrò nella cittadina di Armero (la cui popolazione era stimata intorno ai 30.000 abitanti), che rimase completamente distrutta.
      Per raccontare questa storia, tra gennaio e marzo di quest’anno sono andato in Colombia con l’intenzione di produrre un audio-documentario perché il disastro di Armero, oltre a rappresentare la più grande catastrofe di origine vulcanica del ventesimo secolo in quanto a numero di vittime, è emblematico in quanto raccoglie in tutte le sue fasi le problematiche connesse con la gestione di un fenomeno naturale, dalla previsione e prevenzione all’informazione pre-eruzione, passando per la gestione dell’emergenza, fino ad arrivare alla questione della condizione dei sopravvissuti.
      Mesi prima del 13 novembre del 1985 si iniziano a osservare fenomeni anomali che possono essere interpretati come precursori di un’eventuale eruzione. Quando l’11 settembre il vulcano produce una prima eruzione di debole entità (essenzialmente freatica) che non genera colate di fango, lo studio del Nevado del Ruiz si intensifica, coinvolgendo i migliori scienziati del mondo che accorrono in sostegno della comunità scientifica locale. In particolare, tre scienziati italiani (tra gli altri Franco Barberi e Mauro Rosi) collaborano attivamente nella produzione di una carta del rischio che viene ufficialmente comunicata al governo colombiano il 22 ottobre. Secondo la carta, in caso di un’eruzione di intensità medio-alta, Armero avrebbe avuto il 100% di probabilità di essere colpita da una colata di fango di dimensioni notevoli e ci sarebbero state 2 ore di tempo dall’inizio dell’eruzione per evacuare.
      Con i tempi burocratici necessari e l’incertezza che caratterizza i governi nella decisione di evacuare migliaia di persone senza la sicurezza del quando e il come avvenga il fenomeno, si arriva a stabilire una riunione per il 13 novembre al fine di comunicare alle istituzioni locali, e quindi alla popolazione, i piani di emergenza e illustrare la carta del rischio. La riunione viene però rimandata al 15 novembre perché il governo è alle prese con uno degli eventi più drammatici della recente storia colombiana: la presa del Palazzo di Giustizia (6 novembre).
      Il 13 novembre, alle ore 15, una prima eruzione viene avvertita, non attraverso lo scarso e obsoleto monitoraggio, ma da scosse più intense e da una sottile pioggia di cenere. Armero dista circa 70 chilometri dal cratere, e il vulcano è alto più di 5.000 metri. Troppo lontani per percepire il pericolo e ancora non informati dalle istituzioni che per motivi soprattutto economici hanno aspettato a diffondere i particolari della carta del rischio.
      Alle ore 21 inizia l’eruzione vera e propria, il calore prodotto dalla nube ardente scioglie le nevi, l’acqua si mescola alle ceneri e alle pomici prodotte dall’esplosione, e una colata di fango di dimensioni incalcolabili raggiunge Armero nelle due ore previste dagli scienziati. In quelle due ore gli abitanti di Armero avrebbero potuto salire su una collina, allontanarsi dal centro del paese, scappare in qualche modo. Ma senza informazione previa da parte delle istituzioni sia del pericolo sia del modo in cui limitarlo, furono in pochi a farlo.
      Le scene raccontate dai sopravvissuti sono purtroppo la parte più nota della storia di Armero, perché quando si tratta di catastrofi, la cruenza delle immagini è ciò che più attrae l’occhio morboso della stampa e dell’opinione pubblica. Poco si parla invece di ciò che avvenne dopo i giorni dei soccorsi male organizzati e spesso insufficienti di fronte alla grandezza dell’evento. I superstiti la definiscono “la tragedia dopo la tragedia”: sopravvivere a un disastro del genere, in cui la tua città scompare letteralmente dalla faccia della terra, vuol dire perdere in pochi secondi molti familiari, amici e conoscenti, la casa, la terra, il bar all’angolo, il cinema, l’ospedale, le foto d’infanzia. Vuol dire continuare a vivere malgrado tutto.
      Nei mesi seguenti, la ricostruzione è gestita in parte da enti internazionali che riescono spesso a favorire l’insediamento dei sopravvissuti in nuove aree vicine ad Armero; in gran parte, invece, a gestire fondi e ricostruzione è Resurgir, una società legata a un costruttore, Pedro Gómez, vicino all’allora presidente colombiano Belisario Betancur. Resurgir dimostra dall’inizio un misto tra incapacità di gestione e modalità palesemente corrotta. Il risultato è che fino a oggi i sopravvissuti al disastro non hanno avuto un luogo dove ricostruire la loro comunità, hanno dovuto combattere, e ancora lo fanno, con un lutto indefinito e perenne, affrontato senza alcun aiuto da parte delle istituzioni. Quartieri chiamati “Nuova Armero” sono dispersi nelle periferie di molte città della Colombia senza alcun progetto o pianificazione che eviti ai sopravvissuti l’ulteriore sofferenza di non avere un luogo in cui ripartire da zero.
      Tanto per capirci, in uno degli articoli commemorativi usciti sulla stampa colombiana nel giorno del ventinovesimo anniversario, si annuncia che il catasto ha aperto un registro in cui i sopravvissuti potranno, dopo quasi 30 anni, rientrare in possesso delle terre rimaste senza proprietario perché per molti dispersi non è stato possibile accertare la morte e di conseguenza avviare le procedure per la successione. Nell’articolo, si invitano i sopravvissuti a portare documentazione del tempo che certifichi il possesso. Nel disastro andarono distrutti naturalmente anche tutti i documenti, i registri municipali, gli archivi. Sembra un aspetto meramente pratico, ma per loro non potersi riappropriare di ciò che restava della loro terra era come perderla una seconda volta.
      Armero dovrebbe essere per il mondo un esempio non solo di come una catastrofe naturale possa costringere l’uomo a cambiare completamente la propria vita, ma anche di come l’aspetto di previsione scientifica non serva a nulla se non c’è un collegamento con le istituzioni e di conseguenza con la popolazione. Nelle interviste, i testimoni dell’evento mi hanno raccontato tutti la stessa cosa: nessuno aveva la minima idea del rischio a cui erano esposti, malgrado la stessa città fosse stata colpita storicamente due volte dallo stesso tipo di fenomeno. Esiste la memoria individuale, che è responsabilità del singolo, e poi esiste la memoria collettiva, che non si costruisce da sola, ha bisogno del sostegno di una società abbastanza matura da scegliere di prendersi le proprie responsabilità. Responsabilità che non si esauriscono dopo aver contato le vittime e i danni, ma che proseguono anche dopo, quando si tratta di garantire a chi è sopravvissuto un modo e un tempo per ricostruirsi una vita senza doversi sentire in colpa per avercela fatta a differenza di molti altri
      .

  3. Pingback: “Nel sonno del vulcano” | Paesaggi vulcanici

  4. Blog “INGV terremoti”, 26 giugno 2014, QUI (nella versione originale sono presenti immagini e link di approfondimento)

    I terremoti nella storia
    IL GRANDE TERREMOTO DEL SANNIO DEL 5 GIUGNO 1688

    Il 5 giugno 1688 (un sabato, vigilia di Pentecoste), attorno alle ore 20 locali [1], un violento terremoto (Mw 7.0) colpì l’Italia meridionale, provocando estese distruzioni e gravissimi danni in un’area dell’Appennino molisano e campano che dai Monti del Matese si allunga al Beneventano e all’Irpinia.

    Pompeo Sarnelli, all’epoca Abate del collegio di Santo Spirito a Benevento e testimone oculare dell’evento, così racconta i terribili attimi della scossa da lui stesso vissuti:

    Era il quinto giorno di Giugno, Sabato vigilia della SS. Pentecoste, sesta del nostro insigne Collegio di S. Spirito nella Chiesa di S. Maria di Costantinopoli, quando io, Abate del medesimo [Collegio, ndr], preparavami per andarvi à celebrare la solennità de’ primi Vespri. Ed, essendo già hora, pensava d’inviarmi verso colà […]. Ed ecco, che sonate le 20. hore, sentii una grande scossa alla stanza. […] ed in un subito (erano le venti hore, e mezza) senza accorgermi di altra scossa, vidi precipitarmi addosso la soffitta, e tetto della stanza. […] onde cessata la scossa, restai tutto pesto, e contuso sotto le rovine della soffitta, del tetto, e del muro à me vicino… [Sarnelli 1688, pp.70-71]

    I massimi effetti distruttivi si ebbero nel Sannio, a nord-ovest di Benevento e a sud-ovest dei Monti del Matese: i paesi di Cerreto Sannita, Civitella Licinio e Guardia Sanframondi furono completamente rasi al suolo. In questi centri l’intensità macrosismica della scossa arrivò al grado 11 della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS), tra le più alte rilevate nella intera storia sismica italiana. Altri 20 paesi e villaggi situati nelle attuali province di Benevento e di Avellino furono quasi completamente distrutti (I>9 MCS).
    Nell’insieme, circa 120 centri subirono distruzioni più o meno estese, su un’area complessiva di oltre 50.000 kmq. Un’altra quarantina di località subì invece danni diffusi ma di minore entità. Fra i centri gravemente danneggiati ci furono anche le città di Napoli, Avellino e, soprattutto, Benevento. L’abitato di Benevento, infatti, complice anche la scarsa qualità dei materiali edilizi, subì enormi danni: più dell’80% degli edifici della città fu distrutto o gravemente danneggiato.
    Tutti gli edifici pubblici ed ecclesiastici riportarono crolli e danni estesi, alcuni crollarono totalmente. Fra i monumenti gravemente danneggiati c’è la Chiesa di Santa Sofia: crollarono le aggiunte medievali, la cupola centrale e il campanile romanico. Il nuovo campanile che oggi domina su Corso Garibaldi, la strada principale della città, fu ricostruito nel 1703, in una posizione diversa da quella originale, nell’ambito delle mura che allora recingevano il convento e il giardino.
    Molto gravi i danni anche a Napoli, distante circa 50 km dall’area epicentrale in direzione sud-ovest: tutti gli edifici della città subirono lesioni più o meno importanti e i crolli furono diffusi. Dopo la scossa le strade cittadine apparivano ingombre di macerie e di detriti, moltissimi erano gli edifici che dovettero essere puntellati. Una trentina fra chiese e altri edifici religiosi furono gravemente danneggiati.
    I morti furono diverse migliaia. In alcuni dei paesi più devastati la mortalità fu elevatissima: a Cerreto Sannita il terremoto uccise la metà degli abitanti (4000 vittime su 8000 residenti); a Guardia Sanframondi oltre 1000; a Civitella Licinio le uniche persone sopravvissute furono quelle che al momento della scossa si trovavano al lavoro nei campi; a Benevento morirono quasi 1400 dei 7500 abitanti che la città all’epoca contava. Un numero imprecisato di vittime si contarono anche a Napoli e ad Avellino. Si stima che le vittime totali del disastro furono circa 10.000, anche se a questo riguardo le fonti storiche non forniscono un numero preciso. Il numero dei morti fu influenzato dall’ora a cui avvenne la grande scossa, quando gran parte della popolazione rurale si trovava al lavoro nei campi; già all’epoca si ritenne che se il terremoto fosse avvenuto in piena notte avrebbe fatto un numero ancora più elevato di morti.
    La scossa principale fu avvertita in almeno 5 delle attuali regioni italiane: Campania, Molise, Abruzzo, Lazio, Basilicata e Puglia, su un’area di oltre 80.000 kmq. Secondo Sarnelli (1688) già a metà febbraio del 1688 a Benevento erano state avvertite due scosse di terremoto, che non avevano causato danni. Un’altra scossa fu avvertita nella stessa giornata del 5 giugno, circa mezz’ora prima dell’evento principale. A questo poi seguirono repliche almeno fino a dicembre 1688.
    Imponenti furono anche gli effetti causati dalla scossa sull’ambiente naturale e sul territorio. Furono interessati sia i suoli che le acque: grandi spaccature si aprirono nei monti del Sannio, accompagnate in alcuni casi dalla fuoriuscita di gas, nacquero nuove sorgenti, altre già esistenti si intorbidarono. Ci furono frane e cadute di massi dai versanti montani. Un’enorme frana si abbatté sul villaggio di San Lorenzello e uccise centinaia di persone su un migliaio di abitanti. I fiumi Sabato e Volturno subirono deviazioni e intorbidamenti (Boschi et al., 2000).
    Quello del giugno 1688, per estensione dell’area colpita, gravità degli effetti e numero di vittime, è uno dei disastri sismici più importanti della storia italiana. Il terremoto interessò due antichi stati: gran parte dell’area colpita apparteneva infatti al Regno di Napoli (per la geografia politico-amministrativa del Regno di Napoli si veda qui), governato da un viceré spagnolo (all’epoca il re era Carlo II di Spagna); la città di Benevento invece afferiva allo Stato della Chiesa – e dunque costituiva una enclave del papato dentro il Regno di Napoli – e aveva un governatore nominato dal Papa. I villaggi e i castelli della campagna costituivano dei piccoli potentati locali, in parte feudali.
    Per ricostruire la storia di questo catastrofico evento e lo scenario degli effetti sul territorio, i sismologi storici hanno svolto una approfondita ricerca in vari archivi, dislocati tra Italia e Spagna: principalmente l’Archivio di Stato di Napoli, ma anche l’Archivio General di Simancas in Spagna, per quanto riguarda il Regno di Napoli (notizie utili sono state inoltre rintracciate anche nella documentazione diplomatica conservata presso l’Archivio di Stato di Venezia); l’Archivio di Stato di Roma e l’Archivio Segreto Vaticano per quanto riguarda invece il territorio appartenente allo Stato Pontificio (Boschi et al., 2000). Oltre che nelle fonti archivistiche, altre importanti descrizioni degli effetti si trovano in documenti di vario tipo, dalle gazzette del tempo (ad es.
    Bologna, 1688.06.29) alle relazioni a stampa (per un dettagliato elenco di fonti storiche su questo evento si rimanda alla bibliografia presentata da Boschi et al., 2000).
    L’analisi delle fonti ha permesso di ricostruire l’impatto devastante del terremoto sul tessuto sociale e sulla economia della vasta area colpita, che entrambi i governi coinvolti nel disastro tentarono di arginare con politiche di sgravio fiscale e interventi di vario tipo. La popolazione abbandonò gli abitati distrutti e abitò a lungo in baracche e alloggi di fortuna, spesso in condizioni di grande precarietà. Intere infrastrutture – tra cui mulini, forni e frantoi – andarono distrutte, creando enormi disagi anche negli approvvigionamenti alimentari.
    A Napoli, capitale del Regno, ci furono problemi di ordine pubblico e episodi di sciacallaggio e saccheggio; le carceri rimasero gravemente danneggiate e molti detenuti fuggirono o furono lasciati liberi. I rappresentanti del governo e gran parte della aristocrazia napoletana abbandonarono la città e si rifugiarono nelle residenze estive di campagna o di mare, lasciando ancora più nel caos la situazione già difficile in cui versava la capitale. Alla fine di giugno, a oltre tre settimane dall’evento, tutte le attività economiche e di governo risultavano ancora ferme.
    A Benevento la situazione era anche peggiore, con gran parte della città in rovina. L’impatto della notizia del terremoto del 1688 fu così forte che il Papa inviò i suoi esperti della Camera Pontificia per visionare gli edifici distrutti di Benevento. I danni erano enormi e le risorse economiche messe a disposizione dall’amministrazione papale, largamente insufficienti, vennero destinate per lo più alla ricostruzione dell’edilizia pubblica ed ecclesiastica. La conseguenza fu che la ricostruzione nel beneventano fu molto lenta e spesso intralciata da contenziosi che nascevano tra la cittadinanza beneventana e le autorità della Camera Pontificia, e che in alcuni casi andarono avanti anche per decenni (Boschi et al., 2000). Oltre a ciò la ricostruzione fu rallentata anche da un altro violento terremoto che colpì gravemente Benevento e la sua provincia il 14 marzo 1702 (Locati et al., 2011), appena 14 anni dopo la catastrofe del 1688.
    Dalle osservazioni degli esperti della Camera Pontificia scaturirono indicazioni fondamentali per la ricostruzione. In particolare, nelle murature fu riscontrato l’uso di ciottoli di fiume per i quali la calce non rappresentava un buon legante, mentre gli edifici in mattoni, per quanto danneggiati, resistettero meglio. Nella ricostruzione fu quindi consigliato di usare mattoni o pietre squadrate al posto di ciottoli e pietrame, di costruire case basse e usare le macerie per produrre nuova calce.

    Una veduta odierna dei resti del vecchio abitato di Cerreto Sannita, raso al suolo dal terremoto del 1688 e successivamente abbandonato (http://it.wikipedia.org/wiki/Cerreto_antica).

    Il vecchio abitato di Cerreto Sannita, totalmente raso al suolo dalla scossa, fu abbandonato. Il conte Marzio Carafa, feudatario di Cerreto, su consiglio di tecnici e ingegneri decise di ricostruire la nuova cittadina più a valle, su un terreno considerato più stabile e seguendo criteri di costruzione considerati all’epoca moderni e antisismici: una pianta con strade larghe, isolati squadrati, edifici di 1 o 2 piani, muri di pietre squadrate, ecc.).
    Quello di Cerreto è solo uno degli innumerevoli casi, nella storia italiana, di abitati distrutti da eventi naturali (terremoti, frane, alluvioni ecc.) e ricostruiti in una sede diversa, ritenuta più sicura, come nel caso di Gibellina dopo il terremoto del Belice del 1968.
    Il Beneventano, come già accennato, sarà nuovamente colpito da forti terremoti distruttivi nel 1702 e nel 1805 (quest’ultimo in realtà è un grande terremoto con epicentro nell’area del Matese, in Molise), a riprova dell’elevata pericolosità sismica che caratterizza questo settore dell’Appennino meridionale.

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    A cura di Filippo Bernardini (INGV-Bo), Concetta Nostro (INGV-CNT), Maurizio Pignone (INGV-CNT), Carlo Meletti (INGV-Pi).

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    Si ringrazia la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna per i materiali gentilmente concessi.

    1) le ore all’epoca erano espresse nell’antico stile orario “all’italiana”, quando il nuovo giorno iniziava circa un’ora dopo il tramonto (la “prima ora della notte”). Le ore 20 di allora per Napoli e Benevento corrispondono all’incirca alle 16:00 di oggi, ora solare (le 17:00 locali, considerata l’odierna ora “legale”), cioè le 15:00 GMT. L’orario di accadimento della scossa, tuttavia, va preso con cautela: lo stesso Sarnelli (1688) scrive che il terremoto avvenne che erano già “sonate le 20. hore”, ma poco dopo riporta che “erano le venti hore, e mezza” (che sarebbero le attuali 16:30, ora solare); considerata anche la scarsa precisione degli orologi dell’epoca, si può collocare l’ora del terremoto in un momento tra le 16 e le 17, ora solare attuale, cioè tra le 17 e le 18 dell’odierna ora legale italiana.

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    Bibliografia

    Bologna, 1688.06.29, Bologna 1688. Disponibile in formato digitale sul sito web: http://badigit.comune.bologna.it/Gazzette/gazzettedefault.asp

    Boschi E., E. Guidoboni, G. Ferrari, D. Mariotti, G. Valensise, and P. Gasperini (2000), Catalogue of Strong Italian Earthquakes from 461 B.C. to 1997, Introductory texts and CD-ROM, Version 3 of the Catalogo dei Forti Terremoti in Italia, Annali di Geofisica, Vol. 43, n. 4, pp. 609-868.

    Locati M., R. Camassi e M. Stucchi [a cura di] (2011). Database Macrosismico Italiano, versione DBMI11. Milano, Bologna, dicembre 2011. http://emidius.mi.ingv.it/DBMI11/.

    Sarnelli P. (1688). Memorie dell’insigne Collegio di S. Spirito della Città di Benevento dall’anno della fondazione 1177 infino al tremuoto de’ 5 di Giugno 1688, che si descrive. Napoli, 1688. Disponibile in rete: http://books.google.it/books?id=KR80wnduXvoC&pg=PA1&hl=it&source=gbs_selected_pages&cad=3#v=onepage&q&f=false

    V. Vari, I terremoti di Benevento e le loro cause, Coop. Tip. Chiostro di Santa Sofia, Benevento, 1927.

  5. Galleria fotografica di “Repubblica”, 21 novembre 2014, QUI

    Sono definiti “villaggi fantasma” perché della vita che un tempo li animava è rimasto solo il segno dei ruderi. Dall’Italia all’America, passando per la Turchia, ecco un viaggio attraverso una piccola parte delle migliaia di luoghi ormai deserti in Italia e nel mondo, disabitati perché colpiti da catastrofi naturali o dimenticati a seguito di guerre. Spesso rivalutati dalle amministrazioni locali, diventano sede di attrazioni e iniziative per i turisti affascinati dalla decadenza e dai segni del tempo. Ma spesso, purtroppo, restano immobili nel loro abbandono, sullo sfondo di altre città, come ricordo delle origini di transfughi costretti a lasciare le loro case.
    (a cura di Virginia Della Sala)

    Le località fotografate, ordinate per Paese:

    ITALIA:
    Craco, provincia di Matera, Basilicata. Il centro storico fu abbandonato intorno agli anni Sessanta a causa di una frana (e completamente svuotato in seguito per un alluvione e il terremoto del 1980). Oggi, completamente abbandonato, è definito una città fantasma.

    Pentedattilo, Calabria. Adiacente alla Rupe del Monte Calvario, si è spopolato nell’ultimo decennio e la popolazione ha formato un nuovo piccolo centro più a valle. Il borgo ha ripreso vita grazie ai commercianti e gli artigiani locali che vi hanno aperto alcune botteghe.

    Curon, Bolzano. Più che una città, a Curon (nella provincia autonoma di Bolzano), di fantasma c’è il vecchio campanile sommerso del Lago di Resia. Risalente al 1357, una leggenda vuole che d’inverno si sentano suonare le campane, rimosse intorno al 1950.

    Valle Piola, Torricella Sicura, Teramo. E’ un paese disabitato dal 1977. Lo spopolamento fu dovuto all’eccessivo isolamento del paese.

    Roghudi vecchio, Reggio Calabria. Fu abitato fino al 1950. Poi, dopo due alluvioni, fu dichiarata inagibile.

    Romagnano al Monte, Campania. Abbandonata dopo il terremoto del 1980.

    Monterano, Lazio. Città fiorente fino al XVIII secolo fu pian piano abbandonata con la perdita della sua importanza commerciale e per diverse dispute e saccheggi. Il castello, fu riprogettato da Gian Lorenzo Bernini nel 1679.

    ARGENTINA:
    Villa Epecuén, Buenos Aires, Argentina. Fu un importante villaggio turistico, ma nel 1985 il vicino Lago Epecuén sommerse l’abitato che iniziò a riemergere solo nel 2009.

    FRANCIA:
    Occi, Corsica. L’ultimo abitante dell’antico villaggio morì nel 1927 e le rovine del paese sono oggi un perfetto punto panoramico sul mare.

    GIAPPONE:
    L’isola giapponese abbandonata Hashima. Dal 1887 al 1974 è stata una base per l’estrazione del carbone sottomarino.

    IRAN:
    Ghalat, Iran. Il villaggio è stato distrutto da un terremoto.

    NAMIBIA:
    Kolmanskop, in Namibia, fu una città mineraria fondata dai tedeschi nei primi anni del XX secolo e poi abbandonata. Oggi è invasa dalla sabbia.

    OMAN:
    Villaggio di Jebel Akhdar, Oman. Un villaggio di montagna abbandonato intorno al 1960 dopo l’omonima guerra.

    PORTOGALLO:
    Indefinito villaggio abbandonato, Portogallo

    REGNO UNITO, CARAIBI:
    La città abbandonata di Plymouth, UK. Situata sulle isole Leeward, fu abbandonata per le eruzioni vulcaniche nel 1997.

    SPAGNA:
    Gallicant, Tarragona, Spagna. Villaggio montano abbandonato.

    Ochate, Spagna. Fu abbandonato intorno agli anni ’20 e oggi è famoso per presunti fenomeni paranormali legati agli UFO.

    Villaggio di Peguera, Catalogna.

    Rodén, Saragozza. Il villaggio fu distrutto durante la guerra civile spagnola (1936-1939).

    TURCHIA:
    Kayaköy, in Turchia. Era abitato da cristiani ortodossi di lingua greca che abbandonarono il villaggio dopo la guerra Greco-turca e il trattato di Losanna del 1923. Oggi è un museo all’aperto con circa 500 case in rovina e chiese da visitare. L’UNESCO ha dichiarato Kadiköy un “villaggio dell’amicizia e della pace nel mondo”.

    USA:
    Frisco, Beaver County, Utah. E ‘stato un campo di minatori attivo dal 1879 al 1929.

    Orla, Texas. Fu fondata nel 1890, durante la costruzione della Ferrovia della Valle del Pecos. Ha registrato al massimo 250 abitanti e oggi ne restano solo due.

  6. INTEGRAZIONE del 7 marzo 2015:
    Cento anni fa nella Marsica ci fu uno dei più gravi terremoti della storia italiana (oltre 30 mila vittime e ingenti danni in numerosi centri abitati dell’Abruzzo).
    Tra le iniziative di questo anniversario c’è la pubblicazione di “Le Radici Spezzate, Marsica 1915 – 2015“, un documentario di Lucrezia Lo Bianco ed Agostino Pozzi, finanziato dall’INGV. La prima parte (di tre) è disponibile da ieri su YouTube e vi sono raccolte memorie – del sisma e, soprattutto, del dopo-sisma – legate al borgo di Frattura, frazione di Scanno (AQ), la cui popolazione, delocalizzata in un nuovo centro, ancora oggi mantiene un forte legame col paese abbandonato:

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