Camorra vesuviana

Ne ho accennato in qualche post precedente, soprattutto in merito alla gestione dei rifiuti e delle discariche (abusive e non), ma la presenza della camorra in area vesuviana è molto più estesa e pervasiva.
In particolare, a SSV la presenza camorristica è ben visibile nella megavilla appartenuta al boss Luigi Vollaro, detto ‘o Califfo, confiscata da decenni e non ancora convertita ad usi sociali.

In questo post raccolgo le notizie riguardanti le commistioni tra politica, economia e camorra in area vesuviana. Comincio con la storia del clan Vollaro, disponibile su una pagina di wikipedia in italiano:

«Il clan Vollaro è un clan camorristico operante nella zona est di Napoli, più precisamente nell’area del Comune di Portici, zona completamente messa a tappeto dalle estorsioni, l’organizzazione è stata definita dalle autorità competenti clan di accattoni, infatti per la venalità dei suoi affiliati non vengono risparmiati alla richiesta di pizzo anche modesti ambulanti che in prevalenza sono cittadini extracomunitari.
Fondato da Luigi Vollaro, detto ‘o califfo, per la sua grande fecondità: 27 figli avuti da una decina di relazioni. Il clan ha combattuto due guerre di camorra: la prima, tra il 1977 ed il 1997, fu una guerra intestina scandita da una ventina di omicidi e l’altra, negli ultimi mesi del 2001 ed i primi del 2002, contro il clan Cozzolino.
Uno dei primi clan a schierarsi con Carmine Alfieri ora pentito, nella lotta alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo ed è all’interno della Nuova Famiglia, che i Vollaro stringono le proprie alleanze.
Nel 1982 ‘o califfo viene arrestato dopo tre anni di latitanza, sospettato dell’omicidio di un suo affiliato, il ventiquattrenne Giuseppe Mutillo ucciso nel 1980. Omicidio per il quale Luigi Vollaro riceve la condanna per ergastolo, condanna passata in definitiva. A questa si affiancherà, nel 2003, il secondo ergastolo per l’omicidio di Carlo Lardone, altro gregario dei Vollaro.
Nel 1992 Luigi Vollaro viene sottoposto al regime del carcere duro, uno dei primi boss di camorra per il quale si dispone il 41 bis. Da questo momento la gestione degli affari illeciti passa ai suoi figli Pietro, Giuseppe e Raffaele [fonte]. Antonio Vollaro (altro figlio del Califfo) è sempre stato estraneo agli affari di famiglia, è stato ingiustamente detenuto per anni per un omicidio commesso dal fratello Ciro, ora collaboratore di giustizia che, con le sue confessioni ha contribuito a dare un duro colpo alla famiglia.
I continui arresti operati dagli agenti agli affiliati delle cosche locali rischia di rompere gli equilibri della criminalità organizzata locale. L’indebolimento delle famiglie locali rischia di aprire la strada al clan Sarno.
Il 10 giugno 2009 vengono arrestati 5 dei 27 figli del califfo, tra cui anche il reggente Antonio Vollaro. Utilizzati anche due plotoni dell’esercito nell’operazione [fonte]».

AGGIORNAMENTO del 29 gennaio 2014
“Napoli Today” riferisce di due arresti in area vesuviana per spaccio di stupefacenti: “Droga, in manette affiliati al clan Abate. I due arrestati sono accusati di detenzione di droga ai fini di spaccio. Sono un 45enne di San Giorgio a Cremano ed un 35enne di San Sebastiano al Vesuvio“.

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6 thoughts on “Camorra vesuviana

  1. La pagina inglese di wikipedia dedicata al clan Vollaro ha qualche notizia e fonte in più:

    The Vollaro clan is a Neapolitan Camorra clan operating in the area east of Naples, more specifically in the town of Portici and San Sebastiano al Vesuvio, a small village in the Vesuvius area.
    The Vollaro clan was founded in the mid-seventies by Luigi Vollaro nicknamed “‘o Califfo” (The Caliph) for his alleged unlimited sexual potency. When he eventually was arrested in 1982, the police found that Vollaro was living in a concubinage with 17 women and had 27 children. When asked by the judge whether he belonged to the Camorra, he replied: “What is the Camorra? A criminal organization, they say. I belong only to my family. I mate only with my women.”[1]
    The Vollaro clan has fought two Cammora wars. The first between 1977 and 1997, was an internal war plagued by a score of murders and the other, in late 2001 and early 2002, was with the Cozzilino clan.[citation needed]
    The Vollaro clan was one of the first clans to take sides with the powerful Alfieri clan from Piazzolla di Nola, led by Carmine Alfieri against the Nuova Camorra Organizzata (NCO) which was led by Raffaele Cutolo. It was also one of the first clans to join the Nuova Famiglia (NF), a coalition of anti-Cutolo clans which was formed to contrast the growing power of the NCO.[citation needed]
    In 1982, Luigi Vollaro was arrested after spending three years on the run and was charged with the murder of Giuseppe Mutillo in 1980. Vollaro was later sentenced to life imprisonment for this murder. In 2003, Vollaro received a second life sentence for the murder of Carlo Lardone.[citation needed]
    In 1992, Vollaro was subjected to the harsh Article 41-bis prison regime, thus having the distinction of being one of the first Camorra bosses to be subjected to this regime. For a short period after his arrest, the management of his illegal businesses went to his sons Pietro, Giuseppe and Raffaele. Another son, Antonio who had dissociated from the family business early on, was wrongly detained years for a murder committed by his brother Ciro. Ciro admitted to the murder after becoming a pentito (collaborator with Italian Justice) and with his confessions, dealt a massive blow to the clan’s activities.[2]
    Five sons of the “Caliph” were arrested on June 10, 2009, including the regent of the clan, Antonio Vollaro. The investigation leading to the arrests showed that nearly the entire town of Portici paid extortion money (the pizzo) to the clan, from the shops in the center to ambulant street sellers. The more affluent shops in the center of town had to pay between 500 and 2,000 euros a month, while the street sellers had to pay 30-40 euro a week. At Christmas, Easter and the holiday season extras had to be paid.[3]
    The continuing arrests of the Vollaro clan’s members is likely to break the balance of local organized crime. Its weaking is likely to pave the way for the more powerful Sarno clan.[citation needed]

    References
    [1] Jacquemet, Marco (1996). Credibility in Court: Communicative Practices in the Camorra Trials, Cambridge University Press ISBN 0-521-55251-6, pp. 48
    [2] La Storia della famiglia Vollaro di Portici, Cronache Di Camorra blogspot, July 7, 2008
    [3] Colpito il clan Vollaro: 32 arresti Imponevano il pizzo a tutta Portici, Corriere del Mezzogiorno, June 10, 2009

  2. Blog “Cronache di camorra”, 7 luglio 2008, QUI

    LA STORIA DELLA FAMIGLIA VOLLARO DI PORTICI

    Solo due guerre di camorra. L’una tra il 1977 ed il 1997, l’altra che ha interessato gli ultimi mesi del 2001 ed i primi del2002. Una guerra intestina la prima, che avrà fatto poco più di venti omicidi. Una faida tra due gruppi opposti (Vollaro e Cozzolino) la seconda. Questa è Portici, una sorta di isola ‘felice’, perché qui il peso della camorra non è oppressivo come nella vicina Ercolano, contesa da anni tra due cosche. La contesa genera tensioni, e a Portici le tensioni non ci sono. Un solo territorio per un solo clan. Che gestisce ogni tipo di affare. Dalle estorsioni alla droga. Tutto nelle mani di una sola famiglia, i Vollaro, la famiglia fondata da Luigi Vollaro, soprannominato il ‘califfo’ per le sue doti di latin lover: 27 figli avuti da una decina di relazioni. Luigi Vollaro, originario di San Sebastiano, nasce il 18 dicembre nel 1932. Entra a far parte della Nuova Famiglia del boss, pentito, Carmine Alfieri. Uno dei primi capiclan a schierarsi con il signore di Piazzolla di Nola nella lotta alla Nuova Camorra Organizzata del professore di Ottaviano Raffaele Cutolo. Ed è all’interno di questo cartello, che i Vollaro stringono le proprie alleanze, con i Birra-Iacomino di Ercolano (alleanza ancora tuttora forte, tanto quanto le ostilità con gli Ascione), con gli Abate detti “dei Cavallari” di San Giorgio a Cremano, gli Anastasio di Sant’Anastasia, i De Luca Bossa di Ponticelli, i Marfella del quartiere Pianura, i Veneruso di Volla e gli Sparandeo di Benevento. Vollaro viene arrestato dopo tre anni di latitanza nel 1982, sospettato dell’omicidio di un suo gregario, il 24enne Giuseppe Mutillo ucciso nel 1980. Omicidio per il quale Luigi Vollaro incasserà il primo ergastolo, condanna diventata definitiva. A questo si affiancherà nel 2003 la condanna al carcere a vita per l’omicidio di Carlo Lardone, altro gregario dei Vollaro. Nel 1992 Luigi Vollaro viene sottoposto al regime del carcere duro, uno dei primi boss di camorra nei confronti del quale il Dap dispone il 41 bis, regime sempre prorogato, mai revocato (attualmente è detenuto presso la casa circondariale di massima sicurezza di Parma). E’ a questo punto che la gestione degli affari illeciti passa ai suoi figli: c’era bisogno di uomini in grado di muoversi sul territorio, di uomini che potessero intervenire in prima persona nel caso in cui si verificassero problemi. E allora ecco che Pietro e Giuseppe, i più grandi tra gli eredi, vengono investiti del potere, affiancati da un altro fratello Raffaele, che finisce in prigione nel 2001, accusato e condannato per aver intascato tangenti da Carmela Licenziato al fine di consentire a lei, che non era organicamente inserita nel sodalizio, di vendere droga in città. Fuori dagli affari di famiglia è invece Antonio Vollaro (altro figlio del Califfo), ingiustamente detenuto per anni per un omicidio commesso dal fratello pentito Ciro, che, con le sue confessioni, unitamente a quelle dei pentiti Francesco Di Pierno e Francesco Pariota, ha contribuito ad assestare un duro colpo alla famiglia.

  3. «La Repubblica», 11 maggio 2013, QUI

    PORTICI, IN LISTA LA NIPOTE DEL BOSS. IMBARAZZO DEL GIUDICE CANDIDATO SINDACO
    Nascita e tramonto in poche ore della corsa elettorale della giovane imparentata a Luigi Vollaro, detto o’ Califfo. E il magistrato: forse una leggerezza

    di Conchita Sannino

    Psicodramma preelettorale a Portici. Una farsa, grave, a più voci. Basta bussare a una porta del centro storico per scoprire che la nipote ventenne del boss di camorra Luigi Vollaro, ergastolano noto come ‘o Califfo, ovvero Jessica Provisiero, è inserita in lista con l’Udc, all’insaputa – ovvio – di tutti. “Sì, ce la voglio fare, io sono pulita, magari comincia una bella carriera”, dice Jessica. Un’ora più tardi: il terremoto. Si fa viva la mamma della candidata: “Perché non parlate con me?”. Due ore dopo: il candidato sindaco della stessa compagine, Nicola Marrone, per inciso giudice a Torre Annunziata, confessa di aver appreso “la grave circostanza” solo ieri, appena dopo la visita di “Repubblica” alla signorina gravata – senza colpa – dal legame di sangue con il nonno ras (detenuto da 30 anni). E alla fine, dopo febbrili contatti, è lo stesso Marrone a pretendere “il ritiro immediato” di Jessica. Ma questo si vedrà dopo. Benvenuti nella città dove esplodono i veleni nel centrosinistra. “La colpa è tutta dell’ex sindaco e attuale senatore Pd, Cuomo”, tuonano adesso dall’Udc.
    La cittadina che fino a ieri piangeva i morti e i feriti del balcone crollato, domenica scorsa, alla processione del patrono San Ciro, relega ormai il cordoglio ai parenti e alle parrocchie, archivia i funerali e si rituffa nel clima preelettorale. Compresi sgambetti, imboscate e gravi sorprese.
    Quella della candidatura di Jessica Provisiero – classe 1991, ragazza incensurata, senza alcun peso se non la parentela col nonno che fu il sanguinario Califfo di camorra – è una storia in linea con lo scollamento tra etica e politica, perfino tra evidenza e logica. Lei, la ragazza, ha una faccia pulita e racconta: “Non mi chiedete se mi piace destra o sinistra, non saprei, ma ci provo”. Invece lo psicodramma di Portici, di cui è stata testimone ieri “Repubblica”, racconta nell’ordine: una precipitosa fuga a minimizzare prima di capire che cosa fosse successo e chi avesse operato, anche illudendo una ragazza; un’alta concentrazione di veleni nel campo lasciato libero dal sindaco uscente Pd; e una grave defaillance di (mezzo) centrosinistra, visto che a sostenere Marrone ci sono anche Sel e Verdi. Nessuno si era accorto di chi c’era in lista?
    Uno psicodramma lungo un pomeriggio. In tre tempi.

    Ore 15, Jessica spera. “Con la politica va via il marchio”

    I vicoli che si allungano nell’antico mercato di Portici, alle spalle del santuario di San Ciro, evocano immagini che hanno attraversato le faide dei tremendi anni Settanta. Guerre di scafi blu, di ricchezze, di omicidi. A Portici imperava un boss che si faceva chiamare ‘o Califfo, aveva troppi figli e molti vizi. Luigi Vollaro è rinchiuso da tre decenni. Da anni al regime 41 bis, carcere duro per i mafiosi, al Nord. In questi vicoli, ora più silenziosi e sereni, vive Jessica, diplomata in Ragioneria, con le sorelle, la madre che lavora in una ditta di pulizie e il padre che si occupa di sfilate di ragazzi e bambini. Lei è candidata Udc, la lista sostiene il giudice Nicola Marrone. Jessica apre il portone. “Qui siamo onesti lavoratori – comincia – mio nonno è mio nonno ma noi siamo noi”. La ragazza si lascia fotografare, ribadisce di volersi impegnare al Comune: “Magari comincio una carriera, ci voglio provare”. Ma da quando la appassiona la politica: quale leader, quale schieramento? Jessica indugia. Poi recupera due bigliettini elettorali: “Non saprei. Me lo hanno proposto e ho detto sì. Leggete qui, questo signore mi ha spinta per coinvolgere i giovani”. È il candidato Felice Calise dell’Udc, ha fatto stampare i cartoncini che ora le inondano casa con la doppia preferenza: “Vota con Marrone sindaco: Calise e Provisiero”. Jessica sorride. “Lo so, qualcuno farà polemiche, che devo fare? Magari mi libero del marchio. Ora scusate, sto raggiungendo mamma sul lavoro. Non ho esperienza, ma vorrei fare qualcosa per il paese”. Accanto a lei c’è la sorella maggiore, Loredana: “Guardi che i miei genitori sono onesti lavoratori e siamo felici per mia sorella, ce la farà. Perché non ci possiamo togliere di dosso questa schiavitù? Nostro nonno ce lo dice quando lo andiamo a trovare: “Fate altre scelte nella vita”. Ecco tutto”. Saluto cordiale. Sono fiduciose.

    Ore 16.30, lo stop di una madre. “Lo ha deciso chi di dovere”

    Una voce gentile ma preoccupata, al telefono. È Teresa Vollaro, la madre di Jessica. “Scusi, che servizio volete fare? Invece di chiamare Jessica dovevate chiamare me”. Ma la candidata è adulta e sa che cosa vuole. Replica della signora Teresa: “Ma quando mai. Cancellate tutto. Sono tanto delusa dalla giustizia divina e umana…”. Si riferisce all’ergastolo per suo padre? “Che c’entra? Perché lo nomina? Non lo nomini”. La nipote del boss in lista apre polemiche. “Ma Jessica si ritira, basta!”. Jessica sembrava molto contenta di farlo. “No. Abbiamo parlato con chi di dovere. Meglio di no. Arrivederci”.

    Ore 19. L’anatema di Marrone. “Jessica si ritira, basta”.

    Il candidato sindaco Marrone è in bilico tra amarezza e imbarazzo. E ira. “Certamente quello che è accaduto è grave, e provvederemo a fare ritirare la ragazza, che non ha alcuna colpa. Ma lei e la sua famiglia sono già d’accordo a non entrare in Comune, si ritira”. Resta il dubbio: si è trattato di un’imboscata, di una clamorosa “leggerezza” o di un’operazione fallita per un’intervista? “Sono un pragmatico e voglio ritenere che ci sia stata una leggerezza, nel mettere in lista una giovane che peraltro porta un cognome diverso da quello del nonno, ben noto. Ma io non ne sapevo nulla”. Non si chiede chi abbia condotto questa operazione nell’Udc? “Invece penso a chi possa aver usato strumentalmente questa leggerezza di altri… Penso ci sia lo zampino dell’ex sindaco e senatore Pd Cuomo: guarda le parentele degli altri, spiffera. Proprio lui che si dispiacque quando qualcuno parlò di parentele per lui”. Veleni. Mentre Marrone si divide tra il ruolo di aspirante sindaco e quello di giudice.
    Si scopre, infatti, che Marrone è in piena campagna elettorale a una manciata di chilometri dal suo collegio giudicante, ma non è in aspettativa. Così come la legge (poco etica) gli consente. Era accaduto ad altri magistrati, accadrà ancora. “Mi adeguo alla legge”, spiega cortese l’aspirante sindaco. Mentre Jessica scompare sullo sfondo
    .

  4. Camorra nei cantieri del sito archeologico di Pompei:

    «Corriere della Sera», 12 settembre 2013, QUI

    Controllate due società e venti persone
    POMPEI, ISPEZIONE DELLA DIA NEI CANTIERI CONTRO IL PERICOLO CAMORRA
    Al setaccio le aziende che si occupano della Casa delle Pareti Rosse, di Sirico e del Marinaio. Lavori finanziati dall’Ue per 105 milioni
    di Carla Mondino

    La Dia (Direzione Investigativa Antimafia) di Napoli, con Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, ha compiuto un «accesso ispettivo» in alcuni cantieri di Pompei contro eventuali tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata. Sono state controllate due società e venti persone.
    FINANZIAMENTO – Il blitz ha riguardato in particolare i cantieri presenti nella Casa delle Pareti Rosse, di Sirico e del Marinaio: fanno parte del Grande Progetto Pompei, per il quale l’Ue ha disposto un finanziamento di 105 milioni di euro per la tutela e la valorizzazione dell’area archeologica e delle opere che vi sono conservate
    .

    – – – – –

    «Repubblica», 12 settembre 2013, QUI

    POMPEI, DIA ISPEZIONA I CANTIERI CONTRO IL PERICOLO CAMORRA
    Controllate due società e venti persone. Al setaccio le aziende che si occupano di tre domus mai aperte al pubblico: la Casa delle Pareti Rosse, di Sirico e del Marinaio, interessate da lavori finanziati dall’Ue per 105 milioni di euro
    di Redazione

    Accesso ispettivo della Dia nei cantieri degli scavi di Pompei contro eventuali tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata. Sono state controllate due società e venti persone.
    Si tratta di cantieri di restauro di tre domus mai aperte al pubblico che fanno parte del Grande Progetto Pompei per il quale l’Unione Europea ha disposto un finanziamento di 105 milioni di euro per la tutela e la valorizzazione dell’area archeologica e delle opere che vi sono conservate.
    Il blitz ha riguardato in particolare quelli presenti nella Casa delle Pareti Rosse, di Sirico e del Marinaio. Il gruppo interforze, istituito presso la Prefettura di Napoli, sta svolgendo particolare attenzione alle opere di restauro per scongiurare possibili condizionamenti da parte della criminalità organizzata e agisce in virtù di un decreto emesso dal prefetto partenopeo, Francesco Musolino, proprio per evitare eventuali tentativi di infiltrazione di stampo camorristico. I controlli erano previsti in un accordo siglato anche dal Viminale.
    Le tre domus ispezionate dalla Dia. La prima delle stanze sulla sinistra della Casa delle Pareti Rosse conserva ancora delle splendide pitture su fondo rosso. Al centro di una delle pareti sono raffigurati Polifemo e Galatea, in un’altra Phrixus e l’ariete e su un’altra ancora Marte e Venere. La casa delle Pareti Rosse, chiamata anche Casa della Famiglia Fabia, presenta alcune iscrizioni elettorali sulla facciata. E’ la parte centrale ad essere ancora affrescata in diversi ambienti con decorazioni alcune delle quali dalla caratteristica colorazione in rosso pompeiano. Prima dell’avvio dell’intervento di restauro era stato segnalato il pericolo di crollo del larario e la presenza di problemi di umidità per le decorazioni.
    La casa di Sirico è una grande abitazione che occupa in senso est-ovest la parte centrale dell’insula 1 della Regio VII. L’identificazione del proprietario si deve alla scoperta di un sigillo in bronzo in uno degli ambienti della Domus con tale nome. Sirico apparteneva alla classe politica e commerciale di Pompei e riceveva quotidianamente i suoi clientes nella domus con la beneaugurante iscrizione su cocciopesto ‘Salve Lucru’, cioè ‘Benvenuto guadagno’ che si poteva leggere sul pavimento. La casa fu scavata nella seconda metà dell’800 e vi furono rinvenute cinque persone morte.
    La casa del Marinaio, chiamata anche Casa di Niobe o Casa del Gallo conserva resti di mosaico pavimentale nel corridoio d’ingresso, nell’atrio, in una camera da letto, con disegni geometrici, e nel tablino: il giardino è stato devastato da alcune bombe che sono state lanciate durante la seconda guerra mondiale, mentre altra particolarità era la presenza di un piccolo quartiere termale con calidarium e tepidarium, oltre ad uno spogliatoio
    .

  5. Pingback: Il rischio è un tutto | Paesaggi vulcanici

  6. “Napoli Today”, 29 gennaio 2014, QUI

    DROGA, IN MANETTE AFFILIATI AL CLAN ABATE
    I due arrestati sono accusati di detenzione di droga ai fini di spaccio. Sono un 45enne di San Giorgio a Cremano ed un 35enne di San Sebastiano al Vesuvio
    di Redazione

    A San Giorgio a Cremano i carabinieri hanno arrestato per detenzione di droga un 45enne ed un 35enne, entrambi già noti alle forze dell’ordine e ritenuti affiliati al clan Abate.
    Nel corso di controlli in piazza Giordano Bruno, i militari hanno perquisito il 45enne trovandolo in possesso di 22 grammi di marijuana. L’azione si è quindi estesa ad altri affiliati al clan, con una perquisizione nell’appartamento – a San Sebastiano al Vesuvio – del secondo, dove i militari hanno trovato altri 303 grammi di marijuana, un bilancino di precisione, materiale utile al confezionamento della droga e 500 euro. I due sono stati sottoposti ai domiciliari
    .

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