Gli abbattimenti sono un “incubo”

Il pericolo è che si «potrebbe scatenare un vero e proprio terremoto, sia in termini sociali sia in termini economici-occupazionali». Ogni società sceglie i suoi rischi, cioè seleziona quelli di cui preoccuparsi. Inquadrato in questi termini, il concetto di rischio si slega dal cosiddetto “agente di impatto” e diventa un oggetto sociale e culturale, ovvero politico. E’ questa la premessa per arrivare a capire la logica di chi ci appare illogico.
Alberto Dortucci (“MetropolisWeb”, 3 marzo 2013) riferisce del «protocollo d’intesa» ipotizzato dai sindaci della zona rossa vesuviana «per scongiurare il pericolo di radere al suolo tutte le case abusive realizzate all’ombra del Vesuvio».

INCUBO ABBATTIMENTI SOTTO IL VESUVIO
UN «PROTOCOLLO» TRA I SINDACI DELLA ZONA ROSSA PER FERMARE LE RUSPE

di Alberto Dortucci

Un «protocollo d’intesa» per scongiurare il pericolo di radere al suolo tutte le case abusive realizzate all’ombra del Vesuvio. E’ l’ipotesi di lavoro su cui stanno lavorando i sindaci della «zona rossa» e le procure del circondario, chiamate a risolvere una questione che potrebbe scatenare un vero e proprio terremoto, sia in termini sociali sia in termini economici-occupazionali. Perché a finire giù sotto i colpi delle ruspe ci potrebbero essere migliaia di abitazioni e attività commerciali realizzate senza alcuna autorizzazione e ora a rischio-demolizione.

CONTINUA AL COMMENTO #01

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AGGIORNAMENTO del 23 giugno 2014:
Il blogger MalKo ha scritto alcune riflessioni in merito ad un decreto legge (“Falanga“) presentato in Senato riguardante l’abusivismo edilizio campano, con particolare riferimento all’area vesuviana. Tra i sindaci più impegnati nel sostenere questo provvedimento c’è quello appena eletto a Torre del Greco. E’ da ricordare, inoltre, che a Terzigno si registra il primo – e finora unico – caso italiano di sindaco rimosso per manifesta incapacità a fronteggiare il fenomeno dell’abusivismo edilizio: Rischio Vesuvio e l’abusivismo edilizo da obliare (blog “Rischio Vesuvio”, 22 giugno 2014).

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AGGIORNAMENTO dell’8 settembre 2014:
Un articolo di MalKo si sofferma sul fenomeno dell’abusivismo in area vesuviana: «[…] l’abusivismo e i condoni, minano immediatamente il territorio e la sicurezza di quelli insediati con le carte in regola, e ancora espongono le generazioni future a un rischio maggiore a causa dell’aumento del pericolo, perché secondo la scienza, con il tempo cresce la possibilità che l’eruzione che verrà abbia un indice energetico decisamente più alto delle stime probabilistiche attuali […]». Nel post è rinnovato, inoltre, l’invito al Presidente del Consiglio Renzi di istituire «una commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sul fenomeno» (invito già espresso in questo post di una settimana prima).

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4 thoughts on “Gli abbattimenti sono un “incubo”

  1. CONTINUAZIONE:

    Un «dramma» partito proprio dalla città del corallo, dove – all’indomani dell’invio da parte della procura generale presso la corte d’appello di Napoli delle prime quindici ordinanze di demolizione – sono cominciati gli abbattimenti «obbligati» dalla legge: interventi che hanno scatenato il caos tra i cittadini, alimentando le proteste dell’opposizione a palazzo Baronale nei confronti dell’inerzia della squadra di governo cittadino guidata dal sindaco Gennaro Malinconico.
    Pronto a rispedire al mittente – in tandem con l’assessore all’urbanistica Patrizia Kivel Mazuy – le accuse in consiglio comunale e a organizzare un incontro con il procuratore aggiunto Raffaele Marino per trovare una soluzione all’emergenza in arrivo in tutta l’area vesuviana. Non a caso, al summit al quarto piano del palazzo di giustizia di Torre Annunziata hanno partecipato i vertici delle amministrazioni comunali di Torre del Greco, Trecase, Boscoreale e Boscotrecase: un summit arrivato a distanza di qualche giorno da un’analoga iniziativa organizzata presso la sede del parco del Vesuvio a Ottaviano, alla presenza del procuratore capo di Nola.
    Il vertice si è concluso con l’adesione a una sorta di «protocollo d’intesa» che dovrebbe ricalcare il cosiddetto modello-Siracusa, suggerito in primis dall’ex sindaco Valerio Ciavolino durante la convention elettorale promossa dal Pdl sul tema del «diritto alla casa». Un modello che – secondo le linee di indirizzo tracciate da enti locali e procure – dovrebbe girare intorno a otto punti, in base a cui stabilire l’ordine degli abbattimenti stabiliti dall’autorità giudiziaria: le prime opere abusive a finire sotto le ruspe dovrebbero essere – secondo la bozza del «patto» per salvare gli abusi di necessità – i fabbricati che costituiscono un pericolo per la pubblica incolumità. In seconda battuta, a essere demoliti toccherebbe agli immobili in qualche modo riconducibili alla criminalità organizzata e alle abitazioni fuorilegge realizzate da esponenti dei clan di camorra che operano sul territorio vesuviano. A scalare, poi, gli interventi di ripristino della legalità interesserebbero i lavori in fase di completamento e gli immobili a forte impatto ambientale e paesaggistico. A concludere, i fabbricati non destinati a residenza abitativa, le attività commerciali e industriali e solo in ultimo le case regolarmente abitate da nuclei familiari.
    Otto punti per guadagnare tempo in vista di iniziative che possano coinvolgere tutte le istituzioni, non solo locali, a cui il sindaco Gennaro Malinconico vorrebbe apportare un’ulteriore aggiunta: l’abbattimento prioritario degli immobili che non hanno possibilità di condono.
    Attualmente, solo a Torre del Greco, sono circa 12.000 le istanze che pendono presso il competente ufficio del Comune: «Nel tempo, la problematica ha assunto a Torre del Greco connotati allarmanti – la riflessione ribadita in diverse occasioni dal sindaco Gennaro Malinconico -. Su questo fronte, i ritardi e gli inadempimenti sono quantificabili in circa una trentina di anni». Ritardi che l’attuale amministrazione comunale sarà costretta a recuperare in tempi record: l’ufficio condono – al momento dotato di un organico composto da tre soli dipendenti comunali – sarà a breve rinforzato per avviare una vera e propria task force in grado di accelerare l’esame di tutte le pratiche. Una disperata corsa contro il tempo per evitare che un’intera «città abusiva» sia rasa al suolo, lasciando centinaia di cittadini senza casa e senza lavoro
    .

    FONTE.

  2. “Italia News”, 20 marzo 2013, qui

    SANT’ANASTASIA. FONDI PER MESSA IN SICUREZZA VESUVIANO DOVE SONO FINITI? RISPONDE IL SINDACO
    di Redazione

    Sant’Anastasia (NA) – Nell’ambito del convegno odierno “Intervista al Vesuvio”, in programma alle ore 17,00 presso il Tennis Hotel di Agnano, al sindaco Carmine Esposito verrà posta la domanda: ”Dove sono finiti i fondi per la messa in sicurezza dei paesi vesuviani?” Riportiamo, di seguito, la risposta (linea guida, salvo modifiche e/o integrazioni a braccio) che il sindaco darà.

    Il pericolo rappresentato dal Vesuvio è naturalmente intrinseco nel contesto fisico della nostra regione così come, potremo dire, l’acqua è bagnata o il sole è caldo! Cosa diversa è la valutazione del rischio. È infatti il caso di precisare che “per pericolo si intende una proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni. Invece, il rischio riguarda la probabilità che sia raggiunto il limite potenziale di danno nelle condizioni di impiego, o di esposizione, di un determinato fattore. Quindi, il pericolo implica una condizione oggettiva e la certezza che si verifichi un evento avverso, mentre il rischio implica solo la possibilità che si verifichi tale evento avverso. Non è ovviamente possibile affermare che il Vesuvio non costituisca alcun pericolo. Prima o poi, e noi tutti speriamo POI, il Vesuvio tornerà a far sentire la sua forza naturale ed ineludibile. Solo quando ciò accadrà potremo sapere se la sua manifestazione sarà stata più o meno distruttiva. Ciò che noi abbiamo il dovere di fare, in attesa del probabile evento dannoso, è mettere in campo tutti gli strumenti per abbattere i gradi di rischio del territorio. In questo scenario non c’è provvedimento che tenga, a meno che, infatti, non si abbia la forza di proporre per legge una radicale deportazione dei residenti che, nonostante la ciclicità distruttiva manifestata nei secoli dal vulcano campano, sono sempre ritornati alle falde del complesso Somma-Vesuvio. La famigerata legge regionale n°21/03, nota come legge sulla cosiddetta “zona rossa” è stata emanata nel dicembre 2003. Da allora solo nel 2011 sono state apportate alcune leggere modifiche. Tuttavia, la filosofia della legge non cambia. Da un lato non si ha la forza di imporre un allontanamento dai luoghi pericolosi di tutti i residenti, dall’altro non si realizzano le opere necessarie ad aumentare i livelli di sicurezza del territorio. È indubbio riscontrare ad oggi che, ben 10 anni dopo la sue emanazione, la legge regionale 21/03 ha clamorosamente fallito i suoi principali obiettivi: mettere al sicuro i territori e salvaguardare vite umane. Se è vero, infatti, che non sono state realizzate opere infrastrutturali che avrebbero dovuto innalzare i gradi di sicurezza del territorio, è anche vero che non sono stati attivati tutti quei procedimenti per avviare un sistema virtuoso per coinvolgere risorse private finalizzate alla rigenerazione edilizia ed urbanistica che avrebbe potuto, realmente e non solo sulla carta, portare i nostri territori ad un livello di sicurezza ambientale più accettabile. Per quanto riguarda le opere pubbliche è incredibile il ritardo operativo con cui, in maniera assolutamente criminale, si sta procedendo (o meglio sarebbe dire non si sta procedendo!). Dall’emanazione della legge non è stata approvata, finanziata od eseguita un sola opera infrastrutturale, in tutti i nostri territori, che potesse permettere un ragionevole esodo in caso di emergenza. Emblematico potrebbe essere il citare la problematica connessa al cosiddetto intervento per il “raddoppio” della S.S. 268, progetto nato a metà degli anni ’80 che avrebbe potuto trovare nuova linfa ed immediata forza nella emanazione della legge per le zone rosse e che, invece, giace fermo per mancanza di fondi! Se a questo si aggiunge che, di recente a causa di un tragico incidente, l’altra via d’esodo dei nostri territori, la strada provinciale “162”, è stata per parecchi mesi chiusa, allora si percepisce perfettamente quale assurdo disagio e diseguaglianza vivano i nostri luoghi. Se, Dio non voglia, accadesse una eruzione in caso di blocco di una delle due vie di esodo per il nostro comune cosa accadrebbe ai miei cittadini? Sul versante delle opere private non siamo messi meglio, con l’approvazione della legge, infatti, non si è avviato nessun “volano” virtuoso per la rigenerazione dei luoghi. È il caso di sorvolare sulla assurda previsione di contributo erogato per la trasformazione delle abitazioni in attività ricettive, perché certamente non è questo sperpero di fondi pubblici che aiuta ad innalzare i livelli di sicurezza del territorio. Una casa vecchia e non antica va solo demolita e ricostruita, con tecniche antisismiche e moderne. Per fare ciò bisogne rendere agevole e conveniente tale tipologia di intervento. Nella redazione del Piano Strategico Operativo, previsto dalla L.R. 21/03, erano indicati esattamente tutti questi concetti ed era esplicitamente indicata anche la possibilità di ricorrere alla “premialità” volumetrica che avrebbe reso più conveniente anche per i privati questo tipo di intervento, che come ricaduta avrebbe avviato notevoli vantaggi: case più solide, razionali (anche dal punto di vista urbanistico, prevedendo una diversa disposizione sul territorio), efficienti ed, inoltre, messo in moto realmente l’economia locale. Purtroppo dopo anni di colpevole blocco del settore edile, peraltro una volta trainante per le economie locali, si è generata una radicale crisi che ha coinvolto tutta la società civile anastasiana, ma certamente estendibile a tutti i residenti nella zona rossa. In più, la crisi, o meglio il blocco totale dell’edilizia privata, rende assolutamente prossimi allo zero i possibili introiti da oneri con cui l’amministrazione potrebbe finanziare eventuali opere pubbliche quali interventi esiziali per dare legittime risposte alle attese della collettività. Non possono incassarsi soldi per la non esecuzione di opere private, non vengono approvati i condoni perché la soprintendenza attende l’approvazione del PSO, sono stati ridotti a zero i trasferimenti dagli enti sovraordinati, vengono imposti limiti da parte del cosiddetto “patto di stabilità” interno, beh in queste condizioni è assolutamente impossibile amministrare gli enti locali, peraltro, anche in un momento di grande difficoltà economica nazionale ed internazionale per la carenza di prospettive e lavoro. Nell’introduzione delle specifiche economiche del PSO si legge: “La prospettiva economico-finanziaria del PSO si pone in stretta coerenza con gli obiettivi di fondo del PSO stesso, primariamente qualificati nella razionalizzazione e potenziamento delle vie di fuga, nella messa in sicurezza del territorio e nella sua decompressione.” Nessuna attività è stata messa in essere, anche se qualcosa era stato avviato ma, poi, inspiegabilmente bloccato! Gli indirizzi programmatici alla base del dimensionamento finanziario del PSO, infatti, trovavano ampia rispondenza nella “Premessa al Documento Strategico Regionale 2007-2013”, come da D.G.R.C. n. 1809 del 06.12.2005, che individuava tra le linee strategiche di sviluppo: la tutela del territorio dai rischi idrogeologici, vulcanici e sismici; la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico; lo sviluppo sostenibile dei sistemi di trasporto; la riqualificazione ed il recupero urbano e lo sviluppo territoriale e produttivo equilibrato e policentrico. Nello specifico per il comune di Sant’Anastasia erano stati previsti interventi di natura pubblica pari a circa 11.000.000,00 di EURO per opere di mitigazione ambientali specificamente connesse al rischio idrogeologico, un 1.000.000,00 di € per il rischio idraulico, in ordine al rischio per la tutela, messa in sicurezza e riqualificazione del patrimonio storico altri 3.600.000,00 €. Per quanto concerne, ancora, gli interventi di razionalizzazione, adeguamento e messa in sicurezza delle infrastrutture ai fini del potenziamento delle vie di fuga, la stima del relativo fabbisogno finanziario prevedeva per il comune di Sant’Anastasia un contributo pubblico di 14.000.000,00 €. Mentre per le opere di interventi programmati di tipo puntuale per la rigenerazione e lo sviluppo di elementi caratterizzanti il territorio si prevedeva un contributo pubblico di oltre 18.900.000,00 €. Inoltre, si prevedevano incentivi per la mobilità abitativa, finalizzati al sostegno delle fasce sociali più deboli all’interno dei programmi di tipo diffuso e puntuale, finalizzati a mitigare l’impatto delle operazioni di riconversione del patrimonio abitativo e ad accompagnare i processi di rilocalizzazione all’esterno della Zona Rossa in una prospettiva di esclusiva integrazione con i suddetti programmi. Per questa azione erano previsti 5.330.000,00 €. Riassumendo per la cosiddetta “prima fase” di attuazione del piano strategico operativo per la sola comunità di Sant’Anastasia erano previsti circa 64 milioni di EURO!! A fronte degli oltre 800 milioni previsti per tutti i diciotto comuni della zona rossa. Ad oggi, non è stato neanche approvato dalla regione il PSO che la provincia ha adottato con delibera di consiglio n° 99 del 29 ottobre 2007. Per questo come Sindaco della mia comunità ho diffidato l’allora Governatore della Regione, e per continuità nell’inadempienza, anche l’attuale. Di recente, lo scorso dicembre 2012, è stato aggiornato il piano di sicurezza derivante dal rischio vulcanico introducendo alcune sostanziali modifiche. Alcune da me sempre sostenute, in ordine al ridisegno dei confini della zona rossa. Le modifiche al nuovo piano in sintesi possono riassumersi nell’inserimento dell’enclave di Pomigliano all’interno del territorio di Sant’Anastasia, vengono poi aggiunti altri sei comuni (Nola, Palma Campania, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano, Scafati e Pomigliano) e tre quartieri di Napoli (Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio). La grande novità che finalmente viene introdotta dalle nuove perimetrazioni del zona rossa è costituita dal fatto che le amministrazioni locali possono richiedere di rivedere i confini della stessa anche diversamente dai confini amministrativi. I singoli Comuni, d’intesa con la Regione Campania, potranno proporre per i propri territori confini della nuova “zona rossa” diversi dai limiti amministrativi – mai, però, inferiori rispetto alla delimitazione prevista per la zona esposta all’invasione di flussi piroclastici. Per fare questo dovranno dimostrare di essere in grado di gestire evacuazioni parziali delle proprie comunità e, nelle aree a rischio crolli, di aver rafforzato le coperture degli edifici vulnerabili esposti alla ricaduta di ceneri e lapilli. Ora però, per poter gestire al meglio le evacuazioni delle proprie comunità e per poter rafforzare le coperture degli edifici vulnerabili, è necessario prevedere idonee risorse da parte degli organismi sovra-ordinati che possano permettere la esecuzione, da un lato, delle infrastrutture e, dall’altro, per fornire contributi ai soggetti che decidano di intervenire sui propri immobili. Senza risorse pubbliche certe, ma anche senza definizioni chiare in ordine alle possibilità operative nelle aree vesuviane, la redazione degli strumenti urbanistici comunali è praticamente impossibile, o quantomeno inutile!! Per questo assume vitale importanza accelerare, per la definizione di chiare azioni di sviluppo per i territori soggetti al pericolo del Vesuvio”.

    Giuseppe Piscopo

    – – –

    Il testo è presente anche su “Il fatto vesuviano”, qui.

  3. Blog “Rischio Vesuvio”, 22 giugno 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO E L’ABUSIVISMO EDILIZIO DA OBLIARE
    Un decreto legge propone l’oblio
    di Malko

    Al senato è stato presentato un Decreto Legge riguardante l’abusivismo edilizio in Campania, che ha nelle sue fondamenta ispiratrici alcune semplici considerazioni così riassumibili. In alcune province campane, tra cui Napoli, si contano ben 270.000 costruzioni abusive. Ci sono soldi per abbatterne appena 1000 all’anno. Il senatore che ha proposto la legge, ha ravvisato nella sua iniziativa parlamentare la necessità di stilare una graduatoria delle priorità di demolizione, che dovranno contemplare primamente quelle pericolanti, e poi quelle realizzate dalle organizzazioni criminali e quindi quelle speculative, e solo in ultimo la scaletta degli abbattimenti potrà annoverare le case abusive realizzate secondo le discutibili logiche della necessità abitativa, considerata un male minore in un contesto territoriale fatto di molti vincoli e poca pianificazione dello sviluppo sostenibile.
    A conti fatti però, il pallottoliere riferisce che gli abusivi potrebbero tranquillamente vivere nei manufatti fuorilegge per decine e decine di anni. Con i numeri in gioco era prevedibile e scontato che le associazioni ambientalistiche avrebbero subito gridato al condono edilizio mascherato… Qualcun altro ancora invece, si chiede se i proprietari degli edifici che si propone di relegare in un limbo amministrativo, hanno pagato e pagheranno le tasse alla stregua di quelli interamente immersi nell’inferno del balzello e senza alcuna scappatoia…
    A ben pensarci è veramente straordinario il concetto contenuto nel decreto proposto, che salva capre e cavoli, cioè legalità e bisogno, prevedendo un congelamento della pratica di abbattimento per decine e decine di anni.
    La strategia consisterebbe nel relegare nel futuro la trattazione della faccenda penale che nel frattempo diventa amministrativa, e che potrebbe consistere in un abbattimento del mattone fuorilegge con un attimo di secolare ritardo, magari rivalendosi sui dolosi del cemento che dovrebbero essere addirittura gli eredi e, quindi, totalmente incolpevoli dei reati ascritti ai loro avi…
    Il primo cittadino di Torre del Greco è anche il primo fan di questa proposta; per sollecitare l’approvazione del DDL Falanga infatti, ha chiesto e ottenuto l’appoggio dei colleghi di Nola, Cercola, Pollena Trocchia, San Giuseppe Vesuviano, Palma Campania, San Giorgio a Cremano, Ottaviano, Terzigno, Massa di Somma, Boscotrecase, Scafati, Trecase, Torre Annunziata, Boscoreale, Ercolano e San Sebastiano al Vesuvio. Tutti comuni in febbrile attesa per raccogliere i frutti di questa geniale proposta di salomonica politica. Municipi accomunati fra loro anche e soprattutto dalla condivisione del rischio vulcanico e dall’assenza di un piano di evacuazione utile per salvaguardare i cittadini amministrati, abusivi compresi. Queste amministrazioni infatti, rientrano tutte nella zona rossa a sfollamento totale in caso di allarme vulcanico. Di seguito un promemoria…

    Boscoreale: Zona rossa 1
    Boscotrecase: Zona rossa 1
    Cercola: Zona rossa 1
    Ercolano: Zona rossa 1
    Massa di somma: Zona rossa 1
    Nola: Zona rossa 1 (parziale), Zona gialla, Zona blu
    Ottaviano: Zona rossa 1
    Palma Campania: Zona rossa 1 (parziale), Zona rossa 2
    Pollena Trocchia: Zona rossa 1
    San Giorgio a Cremano: Zona rossa 1
    San Giuseppe Vesuviano: Zona rossa 1
    San sebastiano al Vesuvio: Zona rossa 1
    Scafati: Zona rossa 2
    Terzigno: Zona rossa 1
    Torre annunziata: Zona rossa 1
    Torre del Greco: Zona rossa 1
    Trecase: Zona rossa 1

    La zona rossa 1 (R1), lo ricordiamo per i nuovi lettori, è quella invadibile, in caso di eruzione sub pliniana o pliniana, dalle colate piroclastiche, cioè qualcosa di molto simile a una valanga di fuoco che, dalla colonna eruttiva che s’innalza per chilometri verso l’alto, si stacca scivolando ad altissima velocità sui fianchi del vulcano distruggendo e bruciando ogni cosa sul suo cammino e nel giro di pochi minuti.
    La zona rossa 2 invece, riguarda quei territori dove è più probabile che la pioggia di cenere e lapillo possa assumere valori di invivibilità già nelle prime fasi dell’eruzione. Si prevedono sommovimenti accentuati degli edifici sovraccaricati; crollo dei solai di copertura; fermo dei motori e difficoltà anche gravi della respirazione. Tant’è che entrambe le zone rosse (R1 e R2), per i motivi suddetti, ricadono nella zona a evacuazione totale e preventiva.

    Secondo l’oramai noto principio di precauzione e alcune logiche legate anche al disposto giuridico di colpa cosciente, ben difficilmente lo Stato potrà dilazionare l’abbattimento di abitazioni costruite in un sedime a rischio. Che sia o meno un abuso di necessità infatti, non risolve la premessa iniziale che trattasi di zone sottoposte a un pericolo immanente.
    Intanto queste notizie relative a una possibile risoluzione del problema abusi edilizi, fosse anche di semplice dilazione dei tempi d’abbattimento, non fanno altro che offrire un input in più alle bitumiere che languono ma insonni all’ombra del vulcano in attesa degli eventi.
    Occorrerebbe poi una commissione d’inchiesta che spieghi com’è possibile che in una zona rossa fortemente a rischio siano stati realizzati migliaia di fabbricati abusivi senza che nessuno si sia accorto sul nascere della pervasività del fenomeno cementizio. Un’accidia incredibile… Tutti orbi sordi e muti?
    Saremmo pronti anche a sostenere le logiche di un condono edilizio nel vesuviano perchè il problema c’è ed è smisuratamente grande, ma solo dopo che siano stati formalizzati alcuni tombali capisaldi regolamentari, tra cui il divieto di vendere la residenza sanata, dando poi forza al principio di destituzione del sindaco per abuso edilizio rapportato all’omessa vigilanza del territorio di pertinenza.
    Molti forse non sanno che uno dei pochi casi in Italia di rimozione del primo cittadino per incapacità nel frenare il fenomeno dell’abusivismo edilizio, si registrò proprio nel tenimento di Terzigno… una cittadina che è stata per anni la vera punta di diamante dell’abusivismo edilizio nella zona rossa Vesuvio
    .

  4. Blog “Rischio Vesuvio – Risk Vesuvius”, 8 settembre 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO: LA PIAGA DEGLI ABUSI EDILIZI
    L’abusivismo edilizio in zona rossa è la vera piaga del vesuviano?
    di MalKo

    Il fenomeno dell’abusivismo edilizio all’ombra del Vesuvio accende sempre vivaci dibattiti perché ci sono molte code di paglia che hanno investito direttamente o indirettamente nel mattone selvaggio. Chi ha profuso soldi nell’abuso, generalmente non trova altra soluzione morale al malfatto, che accodarsi in silenzio alle chiacchiere del politico di turno che sbandiera in tutta libertà il bisogno come motore dell’illegalità perpetrata. A dirla tutta invece, i veri bisognosi non hanno nelle loro possibilità i soldi necessari a mettere su la palazzina abusiva. Infatti, non sfuggirà all’attento lettore, che per la semplice ristrutturazione di un bagno, tra l’altro piccolo, occorrono circa seimila euro… con le dovute proporzioni si facciano un po’ i conti sui costi di un fabbricato, anche di un solo piano. Scavo; piattaforma di base e isolamento; plinti o solaio rovescio; spiccato; solai di piano; copertura; tompagni e divisori; intonaco; impianto fognario; impianti tecnologici (luce, gas e acqua); pavimenti e rivestimenti; pittura ed altro…
    L’abusivismo ha varie sfaccettature che vanno da quelle economiche consistenti nell’assenza di fatture a quelle che riguardano la sicurezza letteralmente obliata dalle ditte che operano notte tempo sovente senza alcun progetto esecutivo affidandosi spesso completamente al capo mastro e una manovalanza non sempre in regola.
    La politica conosce molto bene il problema condoni edilizi e di quanti consensi se ne possono ricavare senza esosi contropartite a danno del “solo” territorio in tutte le sue accezioni. Un conto che in area vesuviana nella migliore delle ipotesi dovrà essere pagato dalle generazioni future, che potrebbero vedersi presentare la ricevuta fiscale sotto forma di un possibile evento da cigno nero, favorito purtroppo dall’inusitato affollamento areale. In realtà la corsa al condono è dettato dall’esigenza di assegnare intanto un valore al manufatto abusivo. Senza accatastamento infatti, il prezzo dell’immobile crolla…
    A dirla tutta la faccenda è grave e bisogna incominciare a connotarla nelle sue giuste dimensioni. L’aumento indiscriminato della popolazione in zona rossa attraverso l’abusivismo edilizio, visto che non si rilasciano più licenze, gridiamolo pure aumenta intanto i fattori di rischio degli abitanti che risiedono nella plaga vesuviana da tempo rispettando le regole. Quindi, l’abusivismo e i condoni, minano immediatamente il territorio e la sicurezza di quelli insediati con le carte in regola, e ancora espongono le generazioni future a un rischio maggiore a causa dell’aumento del pericolo, perché secondo la scienza, con il tempo cresce la possibilità che l’eruzione che verrà abbia un indice energetico decisamente più alto delle stime probabilistiche attuali.
    Come sia possibile che con siffatte premesse lo Stato posso favorire i condoni edilizi in una zona dallo stesso Stato classificato a rischio altissimo è un mistero giuridico. Un altro mistero è come sia stato possibile in alcune cittadine il dilagare del fenomeno abusivismo edilizio a livelli tali da generare un paese nel paese…da qui la richiesta che riproponiamo con forza al premier Matteo Renzi, di una commissione d’inchiesta parlamentare che faccia luce sul fenomeno.
    Se la regione Campania procede con il condono edilizio e la riattazione dei ruderi a scopo abitativo, dovrà sperare per il futuro che la pace vulcanica sia una costante, perché potrebbe rischiare denunce per colpa cosciente, una particolare e grave imputazione giuridica molto concreta e che invitiamo i nostri lettori ad approfondire.
    Il fenomeno dell’abuso edilizio ha assunto dimensioni drammatiche al punto che difficilmente sarà possibile procedere agli abbattimenti di migliaia di edifici. Il dato l’abbiamo recepito, concordiamo e ne discuteremo. Intanto sorge la necessità di porre veramente la parola fine a ulteriori insediamenti residenziali nel settore a rischio vulcanico. Solo dopo aver fissato un inamovibile paletto e aver profferito nei fatti la parola basta! si dovrà procedere sul da farsi degli immobili abusivi. Le istituzioni escano dallo stato di accidia in cui versano…
    Secondo la nostra idea, chi ha costruito abusivamente non può vedersi riconosciuto il diritto al condono, perché non può esserci un passaggio di proprietà di un manufatto localizzato in un settore a rischio vitale formalizzato con atti scritti dall’ex premier Letta come spesso si pubblicizza. Chi ha costruito si assuma la responsabilità della colpa e del bisogno conclamato, abitandoci direttamente e senza lasciti di rischio a chicchessia. Questo deve valere per i soli abusi cosiddetti di necessità che comportano già una situazione di domicilio conclamato. Per tutte le altre costruzioni, spiccati e palazzine e rustici e fabbricati allo stato grezzo o disabitati, tale regola non può valere perché non c’è una situazione di allarme sociale o di emergenza abitativa. All’uopo si vigili attentamente perchè il tamburo del condono genera astuzie.
    La polvere da sparo ha rivoluzionato il modo di colpire da lontano senza neanche guardare negli occhi il colpito: per la coscienza risulta molto più facile e accettabile… figuriamoci quanta coscienza occorre nella tutela di una generazione che ancora deve fare la sua comparsa sul pianeta Terra e che si ritroverà immersa tra cento anni in una calca forse col dubbio amletico se conviene affrontare l’ira del vulcano o la folla impazzita… Il futuro è sempre incerto, ma quello che sarà dipende intanto pure da noi
    .

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