Le motivazioni della sentenza

Giuseppe Caporale (“Repubblica”, 18 gennaio 2013) riferisce delle motivazioni della sentenza che condannò i sette esperti della Commissione Grandi Rischi, la quale «rassicurò parte della popolazione» dell’Aquila prima del terremoto del 2009: «Gli esperti lasciarono il loro sapere in un cassetto e si prestarono a un’operazione mediatica». E, inoltre, il giudice specifica che: «I terremoti non si possono prevedere». Tutto l’articolo è  QUI.

Ne scrive anche Virginia Piccolillo sul “CorSera” (18 gennaio 2013): Chiusero i loro saperi in un cassetto. E rassicurarono gli aquilani sulla base di valutazioni «approssimative, generiche e inefficaci». Mentre con una corretta analisi del rischio «si sarebbero potute salvare vite». Eccola la motivazione del processo contro i vertici della Commissione Grandi Rischi. «L’informazione corretta poteva salvare vite», «Si minimizzò lo sciame sismico in corso, inducendo alcune delle vittime a rimanere a casa anche dopo la prima scossa» [QUI].

Alcune reazioni:
Enzo Boschi: «Io non ho dato alcuna rassicurazione, non mi sento colpevole».
Giulio Selvaggi: «Si getta alle ortiche il lavoro di generazioni di sismologi e ingegneri sismici in quanto viene oscurato il valore, cui abbiamo sempre creduto, della prevenzione come strumento fondamentale per difendersi dai terremoti».

Inserirò ulteriori articoli tra i commenti. Altri riflessioni sono qui.

PS: il blog dell’INGV sul processo è QUESTO.

AGGIORNAMENTO del 9 agosto 2013: «Sisma L’Aquila, ricerca Università: “Nessun segno premonitore da radon”. Lo studio mostra che non ci fu aumento della concentrazione di gas rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Boschi: “È la fine delle polemiche sulla prevedibilità del terremoto”» (“Repubblica“).
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AGGIORNAMENTO del 20 novembre 2013: il 25 luglio 2013 Marco Cattaneo ha pubblicato sul suo blog le riflessioni di Enzo Boschi sul processo dell’Aquila, cui è seguito uno scambio molto interessante tra i commenti (ed io continuo a domandarmi quale sia il ruolo dell’antropologia culturale in questa storia).
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AGGIORNAMENTO del 9 dicembre 2013: è uscito il libro “Il terremoto tra scienza e diritto“, a cura del giurista Fabrizio Marinelli, che affronta il tema della responsabilità dello scienziato, fra funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale (“Il giornale della protezione civile”, 9 dicembre 2013, QUI o tra i commenti).
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AGGIORNAMENTO del 20 marzo 2014: il blog dell’INGV su “Il terremoto a L’Aquila” ha pubblicato il 20 marzo 2014, (QUI e in basso tra i commenti) il post “Un’analisi della sentenza” scritto dall’astrofisico Giacomo Cavallo, «che ha approfondito la lettura dei documenti processuali e ci ha inviato il suo punto di vista, molto lucido e ben dettagliato. Pubblichiamo nel seguito la sua premessa, a seguire il sommario della sua analisi e rendiamo disponibile il testo integrale dei commenti alla sentenza in formato pdf scaricabile qui».

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16 thoughts on “Le motivazioni della sentenza

  1. “Il Sole 24 Ore”, 18 gennaio 2013, QUI

    Terremoto L’Aquila, «la Commissione Grandi Rischi fornì valutazioni inefficaci, si potevano salvare vite»
    di Redazione

    Affermazioni «assolutamente approssimative, generiche e inefficaci in relazione ai doveri di previsione e prevenzione»: lo afferma il giudice del tribunale dell’Aquila Marco Billi nelle motivazioni della sentenza che nell’ottobre scorso ha condannato i componenti della Commissione Grandi Rischi in relazione al sisma del 2009.
    Il documento di 940 pagine è stato depositato due giorni prima del termine previsto. Ai 7 componenti della Grandi Rischi che si riunì all’Aquila pochi giorni prima del 6 aprile 2009 è stata inflitta una condanna a 6 anni per omicidio colposo e lesioni colpose.
    Dalla riunione della Commissione Grandi Rischi, secondo il giudice, emerse una mancata analisi del rischio e risultanze rassicuratorie che indussero gli aquilani a restare in casa mentre, con una condotta più prudente, si sarebbero potute salvare alcune vite. La riunione fu una “operazione mediatica” tesa a “tranquillizzare” la popolazione, come disse l’allora capo della protezione civile nazionale, Guido Bertolaso.
    La «migliore indicazione» sulle rassicurazioni della commissione Grandi Rischi, si legge nelle motivazioni della sentenza, «si ricava dalla lettura della frase finale della bozza del verbale della riunione, laddove l’assessore alla Protezione civile regionale Daniela Stati, in modo emblematico, dice: “Grazie per queste vostre affermazioni che mi permettono di andare a rassicurare la popolazione attraverso i media che incontreremo in conferenza stampa”».
    Billi sottolinea, nel documento, che «la rassicurazione non costituisce un segmento della condotta che il pm contesta agli imputati, ma costituisce in realtà l’effetto prodotto dalla condotta contestata».
    Le affermazioni emerse nel corso della riunione della Commissione sui temi «della prevedibilità dei terremoti, dei precursori sismici, dell’evoluzione dello sciame in corso, della normalità del fenomeno, dello scarico di energia indotto dallo sciame sismico quale situazione favorevole, che costituiscono il corpo principale del capo di imputazione» hanno una «indubbia valenza rassicurante»
    .

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    COMMENTI:

    CarloP67, 18 gennaio 2013 17.45.04
    Wow 940 pagine ! Non le ho lette per cui dovrei aver più cautela nell’esprimere un giudizio, ma non riesco ancora a credere che il verbale di quella riunione (almeno quello, discusso, che si puo’ reperire in rete) possa far condannare un insieme di persone, per quanto luminari, a sei anni di reclusione. Sembra realmente voler trovare in ogni comportamento (che solo ex-post si scoperto essere erroneo) un capro espiatorio.

  2. Giuseppe Caporale (“HuffPost Italia”, 18 gennaio 2013, QUI) sottolinea un dettaglio che, però, non commenta. In ogni caso, si tratta di un particolare su cui riflettere:

    IL PICCOLO DAVIDE E IL TRAGICO BICCHIERE DI VINO
    di Giuseppe Caporale

    Questa mattina sono state depositate le motivazioni della sentenza di condanna per i sette componenti della commissione “Grandi Rischi” che si riunì all’Aquila cinque giorni prima della scossa devastante.
    Sette scienziati sono stati condannati in primo grado a sei anni per omicidio colposo per aver “rassicurato” la popolazione e “disinnescato” la paura del sisma. Tra le 946 pagine di motivazioni firmate dal giudice Marco Billi c’è un passaggio che mi ha particolarmente colpito.
    Il giudice dedica alcune pagine anche a un’intervista a una televisione locale (Tv1) rilasciata dal vice capo della Protezione Civile, Chicco De Bernardinis qualche minuto prima della riunione della commissione Grandi Rischi all’Aquila.

    Si legge nella sentenza:
    Il riferimento durante l’intervista alle origini aquilane e l’invito a bere un bicchiere di vino rosso rimarrà impresso in maniera indelebile nella memoria della popolazione, come uno slogan particolarmente efficace, di indubbia forza icastica, di immediata percezione e di grande forza simbolica“.

    Continua il giudice:
    A mero titolo esemplificativo circa l’estrema facile lettura della metafora del bicchiere di vino, si richiama la reazione del piccolo Davide Cinque, tragicamente deceduto insieme all’altro fratellino Matteo e alla madre Daniela Visione nel crollo di via Campo di Fossa, come riferito in udienza dalla nonna Bastida Maria Luisa. Vedendo in televisione l’intervista in esame, infatti, il bambino venne colpito dal riferimento al bicchiere di vino rosso e chiese spiegazioni alla nonna (“nonna perché ci dobbiamo bere un bicchiere di vino rosso, dobbiamo brindare?”) cogliendo evidentemente il contrasto tra la trasmissione di notizie sul terremoto che in famiglia venivano seguite con ansia e l’invito rassicurante e distensivo. In tale occasione la nonna spiegò a Davide che l’intervistato voleva intendere che “il terremoto va scemando, per cui dobbiamo stare tranquilli”, articolando sul piano logico un messaggio che anche il piccolo Davide da solo aveva compreso a livello emotivo.

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    [Al link qui sopra è presente il video della famigerata intervista del bicchiere di vino].

    [Che ci sia stata superficialità nel comunicare mi sembra indubbio, ciò che ancora non riesce a convincermi è il legame (certo, provato, indiscutibile) tra quel “rassicurazionismo” (quante interviste del genere sono state effettuate e trasmesse?) e la decisione delle vittime di non trascorrere fuori casa la notte della scossa fatale; inoltre, mi domando, tutti e 7 gli scienziati hanno la medesima responsabilità? in fondo, chi, di fatto, ha rassicurato attraverso un’intervista televisiva (invitando, per di più, a bere un bicchiere di vino) è uno solo, non tutti].

  3. “OggiScienza”, 19 gennaio 2013, QUI

    PROCESSO DELL’AQUILA: LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA CONFERMANO LE ACCUSE AGLI SCIENZIATI
    di Simona Cerrato

    Lascia allibiti il documento del giudice unico Marco Billi, che motiva la sentenza del 22 ottobre scorso, e che va ben al di là delle tesi contenute nella requisitoria dei pubblici ministeri. Nel documento (la versione integrale sul sito dell’INGV) si arriva ad affermare che (pagina 297)

    La tesi secondo la quale l’attività di riduzione del rischio sismico consiste solo nel miglioramento delle norme sismiche, negli interventi di consolidamento strutturale preventivo e nella riduzione della vulnerabilità delle strutture esistenti (“l’unica difesa dai terremoti consiste nel rafforzare le costruzioni e migliorare le loro capacità di resistere al terremoto”), dunque, non costituisce solo oggetto di una eccezione difensiva ma rappresenta, secondo gli imputati, il prevalente, se non addirittura l’unico, strumento di mitigazione del rischio sismico.
    Tale tesi difensiva appare assolutamente infondata. In tema di valutazione e di mitigazione del rischio sismico, l’affermazione secondo la quale “l’unica difesa dai terremoti consiste nel rafforzare le costruzioni e migliorare le loro capacità di resistere al terremoto” appare tanto ovvia quanto inutile.

    Questo perché, continua il giudice:

    I Comuni italiani, quasi tutti caratterizzati da estesi centri storici risalenti nei secoli, richiederebbero, per rafforzare le costruzioni esistenti e migliorare la loro capacità di resistere al terremoto, risorse fnanziarie talmente ingenti da risultare concretamente indisponibili.

    Insomma mancano i soldi… ma non basta. Si afferma anche che “la necessità di rafforzare le costruzioni e migliorare le loro capacità di resistere al terremoto” “ricorda più una clausola di stile che un intento concretamente attuabile”!
    Ricordiamo che il processo a sette dei partecipanti alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009 si è concluso in primo grado con la sentenza a 6 anni di reclusione per omicidio colposo per tutti e sette gli imputati. Per la storia del processo si veda l’articolo Processo L’Aquila: ecco la sentenza di primo grado, pubblicato su
    OggiScienza e i riferimenti in esso contenuti.
    Affermare che sia inutile l’opera di prevenzione dei rischi sismici, attraverso la costruzione e l’adeguamento di edifici che rispettino le norme antisismiche, è semplicemente assurdo. La sentenza e le sue motivazioni spostano l’attenzione e il focus dal punto fondamentale che è proprio quello della prevenzione: si pretende risposte immediate e certe per risolvere in poche ore o pochi giorni una carenza che potrebbe essere risolta solo con anni di impegno. Serve una maggiore conoscenza della pericolosità del territorio, la consapevolezza della vulnerabilità e dell’esposizione al rischio e l’azione congiunta di scienziati, istituzioni, autorità nazionali e locali, operatori dei media e società civile. E naturalmente i necessari investimenti. Si tratta insomma di una scelta politica e sociale di medio e lungo termine, che in Italia non viene però affrontata e che questa sentenza ritiene non rilevante, mettendo così in pericolo milioni di persone. Sappiamo infatti che l’Italia è un paese molto sismico e la maggior parte della popolazione italiana vive in una zona a rischio sismico.
    A pagina 72 del documento del giudice si scrive
    :

    Nel capo di imputazione, infatti, il P.M. non contesta agli imputati la mancata previsione del terremoto, la mancata evacuazione della città di L’Aquila o la mancata promulgazione di uno stato di allarme, ma addebita agli imputati la violazione di specifici obblighi in tema di valutazione, previsione e prevenzione del rischio sismico disciplinati dalla vigente normativa.

    Questo argomento viene ripreso anche altrove (per esempio a pagina 185). Tuttavia a pagina 198 leggo: “Dire che in una zona sismica non si possono escludere terremoti, significa operare una vuota tautologia, in quanto se una zona non fosse interessata da terremoti non sarebbe definita sismica”, indicando così che gli imputati avrebbero dovuto fare una valutazione della probabilità di un evento più forte: ma quanto più forte? quando? dove esattamente?
    Più esplicittamente a pagina 246 il giudice scrive che “
    le conoscenze e i dati (gli indicatori di rischio che verranno di seguito esaminati) a disposizione degli imputati a L’Aquila il 31.3.09 permettevano certamente di poter formulare una fondata valutazione di prevedibilità del rischio”, mentre a pagina 248 “la previsione del rischio è invece la formulazione di un giudizio, di una valutazione prognostica, circa la realizzazione in concreto di una situazione potenziale e circa quelle che potranno essere le possibili conseguenze dannose derivanti da un accadimento non prevedibile quale il terremoto.” Di fatto quindi si addebita agli imputati la colpa di non aver previsto un evento imprevedibile, perché la previsione del rischio del terremoto è inscindibile con quella del terremoto stesso, che come è noto, e dato per scontato anche dal Pubblico Ministero, è imprevedibile… (pagina 256).
    A pagina 264 “
    Gli imputati, alla data del 31.3.09, conoscevano ed avevano a disposizione una serie di indicatori per formulare un adeguato giudizio di prevedibilità del rischio a fini di prevenzione.
    Supponiamo che fosse possibile (cosa che non è e forse non sarà mai) prevedere i terremoti con esattezza a distanza di pochi giorni o ore dal loro verificarsi, individuando ora, luogo e intensità precise. Saremmo probabilmente in grado di salvare molte vite umane (purché capaci di implementare piani di evacuazione efficaci!), e questo sarebbe un risultato indiscutibilmente inestimabile. Tuttavia il terremoto farebbe comunque il suo corso distruggendo case, fabbriche, scuole, monumenti… così come è stato all’Aquila. Ricordiamo che, oltre alle 309 vittime, 65.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case. Ricordiamo che ancora oggi la città è devastata: non solo il centro storico non è stato ricostruito ma nemmeno il tessuto sociale ed economico.
    Nessuna fantascientifica capacità di previsione potrebbe mai evitare questa distruzione. Il terremoto è un evento incontrollabile.
    Che cosa facciamo allora? Aspettiamo e incolpiamo coloro che da anni stanno facendo il proprio lavoro, seriamente e apertamente, per migliorare la conoscenza e le capacità di protezione dai terremoti? Celebriamo un processo dopo l’altro, e nelle aule dei tribunali speriamo di rendere giustizia a chi ha perso famigliari e amici o la propria casa? E nel frattempo lasciamo che la violenza del terremoto (inevitabile in un paese come l’Italia) faccia il suo corso e lasci interi paesi senza passato, presente e futuro?
    Le persone continueranno a morire, e città e territori a essere distrutti. Questa notte stessa, in uno qualunque dei comuni italiani, potrebbe avvenire un terremoto devastante, senza nessun preavviso immediato.
    Morte e distruzione si possono evitare, e si sarebbero potuti evitare anche all’Aquila. Gli strumenti e le conoscenze sufficienti sono a disposizione da molto tempo.
    Innanzitutto esiste la mappa di pericolosità sismica che è stata elaborata dai simologi italiani e messa a disposizione di tutti. Dal 2006 — tre anni anni prima del terremoto dell’Aquila — la mappa è una legge dello Stato e rappresenta uno strumento importantissimo per proteggersi dai terremoti. Questa carta, già nota a tutti gli esperti, è stata mostrata e discussa anche nella riunione della Commissione Grandi Rischi: nella mappa, L’Aquila è segnata come zona ove la pericolosità sismica è massima, indipendentemente dal fatto che ci siano o meno delle sequenze sismiche in atto.
    Dalla bozza di verbale della riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009, e riportato a pagina 87 del documento del giudice, Boschi (allora presidente dell’INGV) dichiara che “
    Gli eventi ricadono nella zona sismica appenninica, indicata da queste due strisce rosse, che è una delle più sismiche d’Italia…” e ancora “In realtà ci preoccupa perché ci sono stati terremoti fortissimi…” Giulio Selvaggi (allora direttore del Centro Nazionale Terremoti dell’INGV) dice anche che: “Quindi non è lo sciame o la sequenza che ci deve allarmare, ma dobbiamo preoccuparci se viviamo in zone sicure o no, sia per le abitazioni, che per gli edifci, come le scuole”, mentre ”Sotto il monte Urano la faglia non dorme. La frattura della crosta terrestre che si credeva silente è attiva: una situazione che può creare terremoti … Faglia che, per la sua lunghezza – precisa telefonicamente Fabrizio Galadini (sismologo dell’INGV)– potrebbe essere potenzialmente responsabile di terremoti di magnitudo tra 6,5 e 7 della Scala Richter.Tutto ciò non viene considerato rilevante, ma lo sono invece solo le dichiarazioni che sono state interpretate come rassicuranti (spesso in modo forzoso dai media), prima fra tutte la famosa intervista a De Bernardinis (pagina 225 e seguenti), che però è avvenuta prima della riunione.
    Insieme alla mappa, come già detto, si deve attuare il rinnovamento del patrimonio edilizio italiano che oggi non è in grado di sopportare scosse che in altri paesi non farebbero cadere neanche un cornicione. È importante sottolineare che non sono i terremoti a uccidere ma gli esseri umani che con negligenze, trascuratezze e interessi illeciti impediscono e ostacolano l’opera di prevenzione: esiste una relazione (dimostrata) tra indice di corruzione e morti nei terremoti (cfr Forti terremoti a confronto).
    Nel documento del giudice, a proposito del patrimonio edilizio aquilano, a pagina 727 si elencano le carenze strutturali degli edifici in cui sono morte le persone a cui si riferisce questo processo: tutte presentano una vulnerabilità sismica alta o medio-alta per errori di progetto, ristrutturazioni sbagliate, carenze costruttive, assenza di interventi di riqualificazione, vetustà… ma a pagina 714: “
    In altri termini, i profili che nel caso di specie si qualificano come “fatto illecito altrui” rientrano certamente nella sfera di prevedibilità degli imputati così da non costituire, nella sequenza concausale, fatto eccezionale.
    Il giudice fa poi riferimento alla cronica mancanza di fondi delle amministrazioni pubbliche! È verissimo che l’adeguamento del patrimonio edilizio (anche storico) implica degli investimenti. Tuttavia è stato dimostrato che interventi di ripristino del costruito non a norma possono essere realizzati a basso costo, e salvare vite umane. Esistono importanti organizzazioni internazionali che svolgono questo lavoro (vedi Geohazard International). Inoltre ci si deve anche chiedere quanto ci costa la devastazione dopo ogni terremoto. Sicuramente molto di più di quanto ci costerebbe una pianificazione sensata, che oltre a evitare tante morti inutili proteggerebbe il tessuto economico e sociale delle zone colpite.
    Il processo dell’Aquila ha altri aspetti che andrebbero approfonditi. Perché tra i sette imputati non si è fatta nessuna distinzione di ruoli? Gli imputati, lo ricordiamo, sono Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi rischi, Bernardo De Bernardinis, vicecapo del settore tecnico del Dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, allora presidente dell’INGV, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto CASE, Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova (tutti componenti della Commissione Grandi Rischi) e inoltre Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico del Dipartimento della Protezione civile e Giulio Selvaggi, allora direttore del Centro nazionale terremoti dell’INGV.
    Perché tra i presenti alla riunione, i responsabili delle autorità locali, in particolare il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente e l’assessore alla Protezione Civile della Regione Abruzzo Daniela Stasi, il dirigente responsabile della Protezione Civile della Regione Abruzzo Altero Leone, non sono tra gli imputati? Proprio loro a cui la legge affida il compito della salute e della salvaguardia dei cittadini?
    Perché il pubblico ministero, e il giudice che appoggia la sua tesi, pur addentrandosi in complesse questioni scientifiche citando ricerche molto specialistiche, non ha ritenuto di dover avvalersi di un consulente sismologo che potesse consigliarlo in questa disciplina, in cui un giurista non ha compentenze, ma si permette poi di motivare la sua richiesta proprio sulla base di elementi scientifici?
    Sono tutti elementi che fanno di questo processo una pessima pagina della storia di questo paese e che invece avrebbe potuto segnare un punto di svolta verso un modo più moderno e civile di affrontare le emergenze. Non credo che il progresso per la mitigazione dei rischi naturali passi attraverso l’aula di un tribunale. La protezione dai terremoti dovrebbe essere una priorità nazionale, migliorando al contempo la catena di responsabilità tra chi, scienziati, protezione civile, amministrazione centrale e locale, si deve occupare per legge di affrontare queste emergenze. Purtroppo dal 2009 a oggi pochissimo è stato fatto anche su questo fronte.
    A questo proposito i sismologi dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), riportano l’attenzione sulla mappa di pericolosità. Secondo Lucia Margheriti e Pio Lucente: “Sapere, attraverso la Mappa di Pericolosità, che un forte terremoto potrà colpire una determinata regione entro un intervallo di tempo più o meno lungo non è cosa da poco conto. Non è una notizia particolarmente “sexy”, di quelle che attirano l’attenzione del pubblico e guadagnano i titoli a tutta pagina sui giornali. Ma è quello che serve agli amministratori per formulare le leggi e delle norme di costruzione adeguate. Questo la sismologia oggi lo può fare, e lo fa.
    Nel tempo in cui viviamo gli investimenti cospicui di denaro pretendono ricavi altrettanto cospicui, certi, e soprattutto a breve termine. Quello che bisogna cominciare a chiedersi, come società e come cittadini, è se siamo finalmente pronti a investire in qualcosa che potrebbe restituire i suoi preziosi frutti solo dopo molto tempo, al di là del termine della nostra vita di singoli individui!
    Siamo convinti che la tragedia dell’Aquila, con tutte le sue contraddizioni, abbia dolorosamente contribuito a far crescere la comunità scientifica sismologica italiana. Vorremmo, come ricercatori sismologi, parte di questa comunità, continuare a crescere insieme alla società che ci è intorno e di cui noi siamo parte. La condanna del Tribunale e le motivazioni presentate a nostro giudizio non vanno in questa direzione.”

    Info
    Per chi volesse approfondire la storia e leggersi i documenti processuali, consigliamo il blog creato da INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia): Il processo a L’Aquila.

  4. Il processo dell’Aquila ha certamente squarciato il velo che da tempo copriva i legami, o meglio, la sottomissione della scienza alla politica e mi auguro che la sentenza permetta di rivedere e di rinnovare tale rapporto. Intanto, però, quella decisione sta già producendo altri effetti, come quelli riscontrabili in Garfagnana, dove un sindaco ha allertato la popolazione via-facebook e via-twitter per un possibile terremoto. In un’intervista, il primo cittadino di Castelnuovo Garfagnana, Gaddo Gaddi, ha dichiarato: «Allarmismo? Ricordiamoci gli arresti dell’Aquila», QUI.

  5. La vicenda della Garfagnana è letta positivamente da Francesco Merlo:

    “La Repubblica”, 2 febbraio 2012, QUI

    IL TWIT DELLA GARFAGNANA: MEGLIO UN ALLARME INUTILE CHE UNA RASSICURAZIONE MORTALE
    di Francesco Merlo

    Meglio passare una notte fuori casa inutilmente, come è accaduto in Garfagnana, che restare in casa e crepare, come successe all’Aquila. Meglio essere allarmati che rassicurati, specie se chi ti rassicura è in malafede. E’ molto probabile che l’inedita e benvenuta cautela sperimentata in Garfagnana sia davvero il frutto della sentenza che all’Aquila ha condannato sette autorevoli scienziati per avere ceduto alle pressioni politiche e alla voglia irresponsabile di Guido Bertolaso di tranquillizzare gli aquilani imbrogliandoli. Ma non c’è nulla di avvelenato in quelle scene di pazienza e di responsabilità dentro i centri di accoglienza, nelle prove collettive di civismo e nelle auto ordinate in fila e con il motore acceso, nei bimbi avvolti nelle coperte e rassicurati da una corale solidarietà, e neppure nel twitter sottratto alla futilità del narcisismo e felicemente usato come il più veloce ed efficace degli ‘s.o.s’. Non è insomma vero che questa inedita consapevolezza di dovere convivere con l’emergenza “è un frutto avvelenato” di quella sentenza dell’Aquila come ha detto, invece di mordersi la lingua, il capo della Protezione civile, il prefetto Franco Gabrielli.
    Al contrario, la sentenza ha insegnato agli scienziati dell’Istituto Nazionale di Geofisica e di Vulcanologia e agli esperti della Protezione Civile che sui terremoti bisogna dire sempre e comunque la verità, anche se problematica. E potrebbe addirittura segnare un cambio di passo nel legame dei sindaci e della popolazione con i loro territori sismici. Potrebbe cominciare ad abituarci tutti ad essere sempre pronti, come sono i giapponesi, ad entrare ed uscire dalle case, e molto spesso inutilmente come appunto giovedì notte quando gli abitanti della Garfagnana si sono mossi come i cittadini di Kobe. Forse, nella storia e nella filosofia del rapporto tra l’Italia e la catastrofe, quella sentenza sta diventando l’evento spartiacque, come la nascita di Cristo nel calendario dell’Occidente: prima e dopo la condanna dell’Aquila.
    E bisogna infatti ricordare che l’Italia non è divisa ma al contrario è unita dal terremoto che azzera la differenza tra la lava siciliana, la terra rossa dell’Umbria, la terra grassa della Toscana e dell’Emilia, la terra carsica, le coste…. Insomma il terremoto lega la Sicilia alla Calabria, la Puglia all’Abbruzzo, passando per la Garfagnana e la Romagna sino al Friuli. E certo è vero che bisognerebbe abitare case sicure, ma è inutile sognare e fare aria fritta sulla friabile edilizia italiana con lo stesso sussiego con cui nei bar si discute di Balotelli e Totti. Chiunque ha vissuto un terremoto sa che la prima precauzione è uscire di casa. Il sisma infatti terremota anche le nostre certezze. E dunque la casa diventa un agguato, una trappola, può trasformarsi in una tomba fatta di macerie. In piazza invece sopra la nostra testa c’è il cielo che ci protegge.
    Una notte in strada non uccide nessuno e le popolazioni della Garfagnana devono essere grate alla sentenza di condanna dell’Aquila anche se il terremoto non c’è stato. Allo stesso modo il passaggio dell’uragano Irene non distrusse New York evacuata nell’agosto del 2011. Ma la prudenza, a New York come in Garfagnana, rimane una virtù anche se l’apocalisse poi non arriva e tutti tirano un sospiro di sollievo. A New York, di nuovo evacuata, un altro uragano, chiamato Sandy, nell’ottobre scorso provocò più di 40 morti e sarebbe meglio dire che l’evacuazione limitò le vittime al numero di 40, proprio il contrario di quello che accadde all’Aquila dove, su più di trecento morti, ventinove, secondo la sentenza di primo grado, rimasero in casa perché tranquillizzati dagli scienziati di Bertolaso. E morirono. Uccisi dal terremoto certo, ma anche buggerati dalla menzogna politica, dalla bugia rassicurante degli scienziati.
    Uragani e terremoti non sono la stessa cosa, è vero. Ma anche i metereologi americani non capirono: Irene non era neppure un uragano, ma solo un ‘Tropical storm’ come precisò il ‘National Hurricane Center’ degli Stati Uniti. E pure Sandy fu derubricato a superstorm. Ebbene nessuno si è mai sognato di rimproverare gli scienziati perché non capiscono un terremoto o un uragano. In nessun posto del mondo, neppure all’Aquila, li hanno processati perché sopravvalutano o sottovalutano la catastrofe. Sono però dei mascalzoni se, credendo di ‘sentirla’, la nascondono per obbedire all’autorità politica.
    Dispiace dunque che ancora oggi scienziati ed esperti, protezione civile e sismologi parlino di frutto avvelenato e facciano spallucce svelando i postumi di una ingiustificata sbornia da persecuzione. Probabilmente in questo primo allarme sismico dopo la sentenza dell’Aquila c’è stata anche l’ansia e la confusione che sempre accompagnano i nuovi inizi, le nuove abitudini, ma questa è una storia finita bene non solo perché non c’è stata la tragedia, ma perché ci siamo messi alla prova ritrovandoci più maturi. E la saggezza antica che si addice alla notte fuori casa dei nostri concittadini toscani non è “al lupo al lupo” della favola di Esopo, ma quella del Vangelo secondo Matteo: “estote parati”, siate sempre pronti, siate sempre preparati. Come si vede, tutto si può dire in pochissime battute, tutto si può dire con un twit
    .

    – – –

    Di altro avviso è invece Federica Sgorbissa su “OggiScienza” (1 febbraio 2013), QUI:

    COSA E’ SUCCESSO IN GARFAGNANA (E COSA NON E’ SUCCESSO)
    di Federica Sgorbissa

    Ieri sera su allerta della Protezione Civile i sindaci della zona della Garfagnana, in provincia di Lucca, hanno “consigliato” i cittadini di dormire fuori da casa, per la possibilità che si verificasse una scossa sismica. I consigli sono arrivati un po’ in ogni modo: su internet, via Tweet, persino fisicamente, con persone che giravano di notte nei paesi suonando ai campanelli dei cittadini invitandoli a uscire, il tutto a partire dalle dieci di ieri sera. Migliaia di persone sono state raggiunte dall’allarme, diverse centinaia hanno dormito all’aperto o in strutture indicate dalle autorità e le scuole per oggi rimarranno chiuse. Al momento non vi è stata nessuna scossa rilevante.
    Cosa è successo? La miccia di questa sequenza di eventi è stato un comunicato stampa inviato da INGV alla Protezione Civile. Ieri mattina, verso le sette e tre quarti del mattino è stato diramato questo testo (firmato da Gianluca Valensise, di INGV)
    :

    Dopo alcuni giorni di lenta decrescita della sismicità, con scosse molto piccole (da M 2.8 in giù) localizzate quasi tutte a NE della scossa principale del 25 gennaio, la scossa di M 3.3 delle 00:42 della notte scorsa segna un punto di svolta nella sequenza. Questa affermazione ha due motivazioni:
    1) si tratta della seconda scossa più forte di una sequenza caratterizzata da una ricchezza di scosse molto piccole e una anomala assenza di scosse di M intermedia (nel range 3.0-4.0);
    2) la nuova scossa della notte scorsa è avvenuta a SW della scossa principale, quindi in posizione opposta rispetto allo sviluppo del resto della sequenza, che come si è detto si concentra a NE della scossa principale.
    Se resta confermata l’ipotesi che la sequenza sia generata da una struttura orientata NE-SW – dunque trasversale alla catena – nelle prossime ore potrebbero avvenire altre scosse a SW della scossa principale, in prossimità dell’abitato di Castelnuovo in Garfagnana e dell’epicentro del terremoto del 23 gennaio 1985 (M 4.2).

    INGV per il momento non rilascia dichiarazioni ufficiali sull’accaduto, anche se in rete si trovano già interviste a vari esponenti. Come si legge nel comunicato, la zona della Garfagnana è attualmente interessata da uno sciame sismico e lo scorso 25 gennaio è stata colpita da una scossa abbastanza importante (4.8). L’altro ieri sera c’è stata una scossa di entità media 3.3. Generalmente a ogni scossa registrata INGV dirama alla Protezione Civile un comunicato scarno in cui si comunicano solamente i dati della scossa (luogo, entità, profondità) senza altro aggiungere. In questo caso il testo è stato argomentato. In queste occasioni è prassi che la protezione civile chiami INGV e chieda chiarimenti, cosi l’Istituto provvede a mandare un testo piu esteso con la spiegazione. Stavolta non è stato chiesto nulla e la Protezione Civile ha diramato senza altri pareri, intorno alle tre del pomeriggio, questo comunicato. Da notare che fra il comunicato originale e i consigli alla cittadinanza sono passate suppergiù 14 ore. Fosse stata un’emergenza vera sarebbe stata una catastrofe.
    Chiariamolo, seppur scritto in un modo che potrebbe trarre in inganno il testo del comunicato di INGV non è una previsione. Ma come è possibile segnalare la possibilità di “altre scosse nelle prossime ore”, se i sismologi – ce l’hanno ripetuto allo sfinimento – insistono che i terremoti non si possono prevedere? “Dipende dal modello teorico,” ci spiega Laura Peruzza, sismologa dell’OGS. “Esistono modelli secondo cui più tempo passa senza una scossa di terremoto in zone soggette a rischio sismico, più si innalza la probabilità di una scossa di una certa entità, probabilità che badate bene non sarà mai pari a 1, cioè certa, ma che a seconda dei calcoli legati al modello tenderà ad avvicinarsi asintoticamente a una certa probabilità stabilita. Altri modelli invece trattano l’evento sismico come un evento catastrofico e al verificarsi di una scossa tendono ad associare altre scosse anche molto intense in qualche modo scatenate dal verificarsi della prima in un arco di tempo anche di poche ore”. Al momento non sappiamo affatto quale dei due approcci sia giusto, o se siano giusti entrambi, o nessuno dei due. “Noi sismologi possiamo solo limitarci a verificare a posteriori se le assunzioni di uno o dell’altro modello vengono verificate o falsificate. Ma con gli strumenti che abbiamo in possesso, sul breve termine, certo non possiamo dire quel che succederà.” In questo caso ci si è limitati a osservare che si era registrata un anomalia e che tale osservazione, in accordo con uno dei modelli teorici, poteva indicare il possibile verificarsi di scosse nelle ore successive.
    Forse un po’ poco per mettere in moto qualche migliaio di persone, già allarmate dalla scossa di giovedì, nel cuore della notte e in montagna in pieno inverno? O vale il principio di precauzione?
    Certo ogni vita salvata è una vita salvata, non dovremmo pentirci, in via di principio, di esserci allarmati troppo. Ma quando si passa dal principio di precauzione all’eccesso della stessa?
    Siamo un paese in cui la sismicità è tutt’altro che un’eccezione, la stragrande maggioranza del nostro territorio è a forte rischio sismico, e più di una zona è in questo momento sottoposta a fenomeni di sciame sismico. Per quanto faremo dormire fuori casa gli abitanti della Garfagnana? Per quanto ancora terremo le scuole chiuse? E faremo lo stesso nel Pollino e in chi sa quanti altri posti?
    Un allarme del genere non sorprende certo all’indomani della sentenza che ha messo alla gogna l’INGV per una mancata allerta nei confronti dei cittadini dell’Aquila. Non sorprende nemmeno che nessuno si sia voluto prendere una responsabilità chiara: la Protezione Civile non ha mai detto “evacuate”, né lo hanno fatto i sindaci o la provincia di Lucca. Ci si è limitati a un perentorio “consiglio” che sa più di uno scaricabarile
    . C’è da credere che questi allarmi vagamente generici si moltiplicheranno diventando sempre più frequenti. Il moltiplicarsi degli allarmi porterebbe però a uno stato di emergenza continua, insomma ad un ossimoro: l’emergenza è per sua stessa definizione “straordinaria”, se è continua invece si tratta di manutenzione ordinaria. E dato che non siamo pellerossa, o beduini del deserto, una tenda per noi non è la dimora abituale. Se l’emergenza diventa un ossimoro, non è forse il caso di rendere strutturali le misure per contrastarla? Certo sto dicendo una banalità ripetuta allo sfinimento: gli edifici vanno messi in sicurezza (checché ne dica il giudice responsabile della sentenza recente).
    Oppure come le donne incinte possiamo vivere con la valigia (e le tenda) pronte nell’armadio (con poche eccezioni: i sardi, e forse anche noi qui a Trieste…)
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  6. “ComUnità”, 7 febbraio 2013, QUI

    IL TERREMOTO CHE NON C’E’ STATO (PER ADESSO)
    di Leonardo Tondelli


    È passata ormai una settimana da quel giovedì sera in cui centinaia di residenti in Garfagnana evacuarono le loro case anche se in realtà non era stata ordinata nessuna evacuazione, a causa di una scossa che – ora possiamo dirlo – non c’è stata. È possibile, perlomeno statisticamente, che qualcuno di loro oltre a un bel po’ di paura si sia preso un accidente, visto che è stata una delle settimane più fredde dell’anno. La cosa non fa notizia: ammalarsi è normale, e il fatto che in Italia le epidemie di influenza facciano più vittime dei terremoti è una semplice curiosità. Mesi fa, quando tremò un po’ più forte la terra nella bassa emiliana, Beppe Grillo scrisse sul suo blog scandalizzandosi che in Italia non si facessero ancora le previsioni dei terremoti, come le previsioni del tempo. “Se il meteo ci dice che domani pioverà, terremo a portata di mano l’ombrello. Ma se viene annunciato il rischio di un forte terremoto, perché il Comune non ci dice come comportarci?” L’esempio della Garfagnana potrebbe spiegarci perché – finché non diventerà la prassi, e allora probabilmente Grillo si metterà a gridare sdegnato contro i Comuni che spingono migliaia di persone a dormire al freddo a causa di vaghe probabilità statistiche. Sarà senz’altro un complotto delle multinazionali che vogliono vendere più paracetamolo. Più probabilmente, al terzo o quarto o dodicesimo allarme di questo tipo la gente smetterà di prendere sul serio chi li dirama, e magari sarà proprio quella l’occasione in cui la terra tremerà davvero.
    A scanso di equivoci, vorrei esprimere la mia solidarietà ai sindaci che nel pomeriggio del 31 gennaio ricevettero un fax dalla Protezione Civile, firmato dal Capo Franco Gabrielli, che confermava “l’ipotesi che la sequenza sia generata da una struttura orientata NE-SW – dunque trasversale alla catena” e che quindi “nelle prossime ore potrebbero avvenire altre scosse a SW della scossa principale, in prossimità dell’abitato di Castelnuovo in Garfagnana e dell’epicentro del terremoto del 23 gennaio 1985″. Come si vede il fax, una comunicazione di emergenza rivolta a sindaci non necessariamente esperti di sismologia, né di abbreviazioni in lingua inglese (SW sta per South-West, in italiano sarebbe SO) risultava piuttosto criptico: non per la difficoltà della materia, ma per la sciatteria di chi anche in una comunicazione di emergenza non rinuncia a usare termini tecnici e abbreviazioni non universalmente intellegibili. Se si voleva dare un forte segnale di allerta, forse Gabrielli avrebbe fatto meglio a scrivere: SCOSSE POSSIBILI IN PROSSIMITA’ DI CASTELNUOVO NELLE PROSSIME 24H. La semplicità, la chiarezza, in queste situazioni dovrebbe essere considerata necessaria.
    Una volta c’era il telegrafo a torcere il collo all’eloquenza dei burocrati; adesso si potrebbe prendere lezioni da twitter, ma forse il problema è un altro: Gabrielli voleva realmente dare un forte segnale di allerta? O voleva semplicemente cautelarsi con un fax in tecnichese? I sindaci che si sono trovati quel foglio in mano hanno dovuto scegliere in pochi minuti tra il rischio di essere condannati per aver minimizzato la situazione (come i membri della Commissione Grandi Rischi dell’Aquila) e quello di essere indagati per procurato allarme. Un’eventualità tutt’altro che remota nel loro caso: è quello che successe al ministro Zamberletti, che proprio in Garfagnana nel 1985 ordinò l’evacuazione di dieci comuni, in attesa di una scossa forte che non si verificò. Il dilemma è stato risolto in modo abbastanza salomonico dai sindaci che hanno scelto di non evacuare, ma di… esortare la popolazione a uscire di casa, quasi la stessa cosa: però ora Gabrielli può difendersi dalle critiche sostenendo di non aver sollecitato nessuna evacuazione. In effetti no. Si è limitato a informare i sindaci via fax dell’eventualità di scosse di entità imprecisata in un intervallo di ore imprecisate. Non ci sarebbe da stupirsi se mentre lo dettava, oltre ai sismologi, il Capo della Protezione Civile avesse consultato qualche avvocato.
    La massima solidarietà anche agli abitanti, che nel frattempo saranno tornati quasi tutti alle loro case, pur sapendo che il rischio non è affatto cessato. Io, se mi fossi trovato nella loro situazione, avrei cercato di allontanare i bambini per qualche giorno; nel frattempo avrei chiesto a un ingegnere, o al limite a un geometra, di controllare la mia abitazione, e l’avrei lasciata soltanto se fossero stati riscontrati dei difetti strutturali, rimandando alla fine dello sciame sismico i lavori di ristrutturazione. Mi è abbastanza facile immaginare la situazione perché ne ho vissuta una simile pochi mesi fa. Ma è assurdo che io dia consigli del genere ai garfagnini, che di queste cose dovrebbero essere esperti più di me. Non c’è una sola regione in Italia in cui ci si possa permettere di trattare i terremoti come degli ospiti improvvisi e sconosciuti. Dovremo cominciare a considerarli per quello che sono: turisti abituali, dai ritmi imprevedibili, ma che prima o poi ritornano. Sempre
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  7. “La Repubblica”, 30 marzo 2013, QUI

    SISMA L’AQUILA, QUEGLI SCIENZIATI CONDANNATI: ANCHE L’ANTROPOLOGIA CULTURALE DIETRO LA SENTENZA
    Antonello Ciccozzi è stato consulente della corte che ha giudicato i componenti della Commissione Grandi rischi. Ora ricostruisce la vicenda in un libro. E spiega perché è sbagliato parlare di “processo alla scienza”
    di Ranieri Salvadorini

    Il mantra del “processo alla scienza” ha fatto il giro del mondo. Tuttavia pochi sanno che la condanna in primo grado a sette esimi scienziati (video) ruota attorno a una consulenza antropologica. Per individuare il nesso causale tra la “diagnosi rassicurante” degli esperti della Commissione Grandi Rischi (Cgr) e le “condotte imprudenti” di molti aquilani, il giudice Marco Billi ha utilizzato, come si dice in gergo, la “legge scientifica di copertura”. E consulente-chiave è stato Antonello Ciccozzi, un giovane ricercatore di antropologia culturale del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila, che ora la riporta per intero, insieme ad approfondimenti su aspetti inediti della vicenda, nel volume Parola di Scienza – Il terremoto e la Commissione Grandi Rischi. Un’analisi antropologica (DeriveApprodi).
    Dottor Ciccozzi, cosa c’entra l’antropologia culturale con una consulenza tecnica in ambito giuridico?
    “In effetti poco, se non nulla. L’antropologia culturale finora non era stata contemplata in questo ruolo, sia per i suoi oggetti d’indagine “abituali”, sia perché si presenta come una disciplina dallo statuto di verità “debole”, specialmente a confronto con discipline “forti”, come le scienze naturali o giuridiche”.
    E allora, perché questa scelta?
    “I pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio hanno deciso che per comprendere questa vicenda era necessario definire come la diagnosi fornita dagli esperti avesse interagito con la cultura antropologica del luogo. E alla fine anche il giudice ha accolto quest’interpretazione. Nessuno si aspettava la condanna, che poi c’è stata”.
    Si è scritto spesso che gli scienziati siano stati condannati per mancato allarme, ossia, in buona sostanza, non aver previsto il terremoto. E’ così?
    “È falso e fuorviante. Il mio lavoro di consulenza si è basato proprio sulla differenza cruciale tra “mancato allarme” e “rassicurazione disastrosa”. Significa che la diagnosi fatta dagli esperti ha avuto effetti disastrosi perché, grazie al potere persuasivo dell’autorità della scienza, ha prodotto una rappresentazione sociale rassicurante che ha pervaso il senso comune, riducendo la percezione del rischio e causando, insieme alla vulnerabilità degli edifici, la perdita di vite umane”.
    Eppure migliaia di scienziati da tutto il mondo hanno firmato un appello a difesa dei membri della Commissione Grandi Rischi, come lo spiega?
    “Altro imbroglio. I cinquemila scienziati hanno firmato un appello contro l’idea che si processassero degli scienziati per non aver previsto un terremoto. Un appello così lo avrei firmato anch’io, ma nella realtà quell’appello è una mistificazione. E’ bene ripeterlo: il processo non era per non aver previsto il terremoto, ma per aver previsto che non ci sarebbe stato nessun terremoto, non per “non aver allarmato” ma per aver rassicurato”.
    Quindi non si è trattato, come è stato detto, di un “nuovo processo a Galileo”?
    “Sono certo che Galileo sarebbe stato dalla parte dell’accusa, ossia contro la pretesa infallibilità di un establishment di sapienti. A voler stare al gioco di certe evocazioni suggestive mi sposterei dalla storia al mito, e chiamerei in causa Davide e Golia: si è trattato di uno scontro tra giovani esordienti di provincia e vecchi giganti al centro del potere, un evento eccezionale in cui lo Stato processa se stesso. E questo non è un atto di barbarie ma un esempio di civiltà, non qualcosa di medievale, come hanno detto vari commentatori stranieri, ma un esempio di pratica democratica”.
    E’ Nature, la rivista di settore più prestigiosa del mondo, che rappresentava un’Italia medievale, ma ora sembra fare un passo indietro, che cosa segnala?
    “È significativo che Nature abbia ammesso di aver frainteso la condanna e in un recente editoriale abbia cambiato opinione. È l’unico atteggiamento scientificamente ammissibile: riconoscere gli errori”.
    Allora come mai si continua a parlare di “processo alla scienza”?
    “Alcuni opinionisti infervorati, anche autorevoli, dopo aver attaccato la sentenza sono spariti dalla circolazione non appena le motivazioni sono state pubblicate. Tuttavia in molti ambiti della comunità scientifica permane questa “resistenza” ad abbandonare una narrazione fraudolenta degli eventi: molti seguitano a dire che la Commissione è stata condannata per non aver previsto il terremoto, che poi vuol dire rappresentare socialmente il processo partendo da una falsa premessa”.
    Come si spiega?
    “Ci sono due ragioni. La prima è culturale, riguarda la tendenza auto-conservativa di qualsiasi comunità. E così anche quella scientifica svela la sua natura tribale e si arrocca in difesa, fino al punto di prescindere dalla verità dei fatti. La seconda ragione è intrinsecamente politica e rivolta all’interno di questi confini istituzionali. E cioè, la possibilità che questi potenti scienziati vengano assolti (nei successivi gradi di giudizio, ndr), fomenta una sorta di corporativismo omertoso: nessuno si espone nel timore di subire poi una rappresaglia da parte della propria autorità di riferimento.
    C’è chi ha sostenuto che con questa sentenza si vogliano scaricare sugli scienziati colpe che vanno invece individuate altrove, a partire dagli errori nella costruzione delle case.
    “Ne parlo alla fine del libro. Le rassicurazioni della Commissione Grandi Rischi non sono state l’unica causa di morte, ma dire che un terremoto non avverrà, per quello che ci riguarda, è proprio come costruire male un pilastro: entrambe le azioni aumentano l’esposizione al rischio. E così i due elementi, rassicurazionismo e malaedilizia, si rafforzano a vicenda. Sulle case fatte male e sulla fatalità la difesa ha puntato tutto, cercando un capro espiatorio che scagionasse dalle proprie responsabilità chi ha persuaso la gente a restarvi dentro, a quelle case”.
    Quindi la tragedia aquilana che lezione/possibilità offre?
    “Ci conferma che il pensiero scientifico è l’unico che nella società occidentale gode di uno statuto di sacralità totale, di immunità assoluta. Caratteristiche che “normalmente” pertengono al pensiero magico-religioso ma che nella nostra società, in un percorso durato tre secoli, sono state incorporate dalla scienza. E cioè la scienza, a livello di senso comune, di cultura antropologica delle masse, più che dissolvere i sistemi di credenze magico-religiose si è andata a sostituire ad essi, acquisendo, nei suoi usi sociali, un’autorità mistico-sacrale”.
    Sembra una conclusione amara …
    “Ci sono dei tratti dell’uomo che non cambiano sotto la superficie dell’evoluzione tecno-culturale: mettere in discussione la divinità, il fondamento trascendente di un ordine mondano, provoca vertigine, smarrimento, che poi questa divinità venga dalla scienza non cambia la sostanza del discorso. Non voglio certo dire che non bisogna avere fiducia nella scienza: bisogna fare attenzione alla sua sacralizzazione. Da qui si capisce che il pensiero scientifico si dispone a funzionare come strumento di legittimazione autoritaria della decisione politica”.

    – – –

    Alcuni miei appunti per riflessioni successive:

    Questa storia è stata fortemente strumentalizzata e mistificata. All’inizio non era chiara l’accusa, poi solo a sentenza pronunciata si è capito (e comunque con lentezza) che la condanna era “per aver rassicurato”. Sono scettico su questo processo per almeno due ragioni: 1. non so cosa avrebbero dovuto dire esattamente i sismologi; 2. non riesco a capire concretamente quale sia (stato) l’apporto dell’antropologia culturale nel dibattimento del processo.
    1. I terremoti, per quanto insistenti possano essere le scosse nel corso dei mesi, non si possono prevedere: il 31 marzo 2009 nessuno sapeva che dopo una settimana (sarebbero potuti essere 3 giorni o 300 o nessuno) ci sarebbe stato un sisma disastroso. Cosa avrebbero dovuto dire gli esperti? “Vivete a tempo indeterminato in auto”?. Non so. La famosa riunione della Commissione Grandi Rischi fu una buffonata e gli scienziati che vi presero parte meritano di essere dimissionati dalle loro cariche pubbliche per essersi prestati ad un siparietto politico voluto dall’allora capo della Protezione Civile. Qualcuno di essi si è ulteriormente ridicolizzato invitando a brindare con un buon vino locale. Ma questo è un conto diverso dall’aver rassicurato. E poi, per quanto tempo avrebbero rassicurato? Una sola intervista ad un solo membro della CGR vale una condanna a 6 anni di reclusione per tutti gli scienziati? E perché tra questi non c’è, ad esempio, il sindaco de L’Aquila che pure era presente a quella riunione?
    2. L’antropologia culturale può e deve intervenire nel dibattito pubblico sui disastri e sul senso del rischio, figuriamoci, ma faccio fatica a considerarla una disciplina che possa dare un contributo in fase d’urgenza (a meno che non ci siano riflessioni antropologiche di lunga data su quel determinato oggetto: nel caso dell’Aquila, c’erano precedenti studi sull’elaborazione del rischio sismico che potessero permettere una comparazione con quanto avvertito – presuntamente – dalla vittime del 6 aprile?). Inoltre, si può fare antropologia supponendo ciò che avranno pensato le persone morte sotto le macerie? In ogni caso, in questa sentenza quale verità ha apportato la mia disciplina? Che gli aquilani sono secoli che quando sentono una scossa tellurica scappano, mentre questa volta non l’hanno fatto perché c’è stato un tizio che in tv ha detto di stare tranquilli? E che verità è? Io lo specifico culturale locale aquilano/abruzzese non l’ho colto. Fino ad ora ho letto stralci della perizia di Ciccozzi sul suo blog, ma quanto prima mi dedicherò al libro che ha appena pubblicato.
    A mio avviso l’antropologia culturale deve stare attenta a non passare per una disciplina che giustifica l’irrazionalità a prescindere. Sappiamo bene che non esiste una razionalità e sappiamo altrettanto bene che non esiste alcun modo per dimostrare l’irrazionalità, ma l’antropologia non deve temere di affermare che certi comportamenti sono – di fatto e, almeno, alla lunga – sbagliati. I popoli possono avere un atteggiamento errato verso il rischio (di sottovalutazione, di ottundimento…), anche se nell’immediato hanno una loro razionalità. Evitare il pensiero dell’apocalisse serve nell’immediato, ma se si vive su un vulcano o su una faglia, prima o poi ce lo si deve porre. L’antropologia culturale (e sociale), dunque, serve a far luce sui meccanismi nascosti dagli stereotipi e dai luoghi comuni e, per questa ragione, trovo ottima l’osservazione di Ciccozzi sul comportamento dei gruppi (la comunità scientifica che si autoprotegge e si arrocca sulle sue verità e sulla sua autorità), così come è preziosa la luce che pone sulla commistione di potere tra scienza e politica (che è il vero nodo della questione). Allo stesso tempo, però, non riesco a capire come si possa fare antropologia in un mese o senza intervistare le persone (nel caso specifico, defunte) e, infine, non considerando questo processo come una particolare forma di “blaming”.

  8. “La Repubblica”, 30 giugno 2013, QUI

    Alluvione, omicidio colposo e disastro: indagata l’ex sindaco Marta Vincenzi
    Si aggrava la posizione del primo cittadino e dell’assessore alla Protezione Civile Scidone, all’epoca dei fatti, e di tre dirigenti comunali nell’indagine sul disastro del 4 novembre 2011 costato la vita a sei persone. L’accusa si aggiunge a quella di avere cambiato gli orari dell’esondazione del torrente Fereggiano. I magistrati vogliono capire se si sarebbe potuto intervenire prima ed evitare la strage

    Non solo per falso: ora, l’ex sindaco di Genova Marta Vincenzi, l’ex assessore alla Protezione Civile Francesco Scidone e tre dirigenti comunali sono indagati anche per omicidio colposo e disastro per l’alluvione che nel 2011 provocò sei morti nel capoluogo ligure. Oltre che nell’inchiesta stralcio, in cui sono indagati da mesi con l’accusa di avere cambiato gli orari dell’esondazione del torrente Fereggiano, i cinque sono stati inseriti infatti anche nel fascicolo principale, quello aperto all’indomani della tragedia contro ignoti.
    La notizia, anticipata oggi da Repubblica, è stata confermata da fonti investigative. Con Vincenzi e Scidone, ci sono i nomi dei dirigenti comunali Gianfranco Delponte, Pierpaolo Cha e Sandro Gambelli. Resta fuori il sesto indagato per falso, Roberto Gabutti, capo dei volontari della Protezione Civile. La tesi su cui indaga la Procura è che probabilmente si sarebbe potuto intervenire prima che le violenti piogge facessero esondare il Fereggiano e il Bisagno ed evitare così la strage.
    Quel 4 novembre 2011 morirono sei persone, comprese anche due bambine: Serena Costa, 19 anni, Evelina Pietranera, Angela Chiaramonte, 40 anni, Djala Shpresa di 28 anni e le sue due piccole, Gioia e Janissa, di 8 anni e di 11 mesi.
    Come altri cittadini, intorno all’ora di pranzo stavano percorrendo via Fereggiano, regolarmente aperta al transito di pedoni e automezzi, senza presagire il dramma. L’esondazione del torrente, avvenuta alcune centinaia di metri a monte, sorprese cinque di loro nei pressi di un portone dove cercarono inutilmente scampo. La sesta vittima, in motorino, fu invece travolta da altri mezzi trascinati dall’acqua.
    Alla fine dello scorso anno, il procuratore aggiunto Vincenzo Scolastico e il sostituto procuratore Luca Scorza Azzarà avevano iscritto sei persone nel registro degli indagati per i falsi verbali nei quali veniva anticipata di 50 minuti l’esondazione del Rio Fereggiano.
    Il falso, secondo l’accusa, era stato creato per fare passare la versione secondo la quale a Genova quel giorno si abbattè una ‘bomba d’acqua’, un evento imprevedibile e particolarmente violento che non permise di mettere in moto tempestivamente la macchina della protezione civile. Quel verbale venne però smentito grazie anche alla collaborazione dei cittadini: foto, filmati e testimonianze avevano raccontato una versione diversa e soprattutto un orario diverso dello straripamento
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  10. «La Repubblica», 9 agosto 2013, QUI

    SISMA L’AQUILA, RICERCA UNIVERSITA’: “NESSUN SEGNO PREMONITORE DA RADON”
    Lo studio mostra che non ci fu aumento della concentrazione di gas rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Boschi: “È la fine delle polemiche sulla prevedibilità del terremoto”
    di Redazione

    Nessun segno premonitore arrivò dal radon prima del sisma che, il 6 aprile 2009, distrusse L’Aquila. Ad affermarlo è una ricerca dell’Università degli Studi de L’Aquila, che pone fine, dati alla mano, alla lunga polemica esplosa sulla presunta previsione del terremoto sulla base di un aumento delle emissioni di gas. Era questa la tesi sostenuta dal tecnico abruzzese, Giampaolo Giuliani, che fu anche denunciato per procurato allarme.
    Lo studio coordinato da Giuseppe Pitari e pubblicato sulla rivista Environmental Earth Sciences mostra che nessun aumento significativo della concentrazione di radon ebbe luogo nel marzo 2009 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Inoltre il confronto diretto fra i dati del marzo 2009 con quelli del marzo 2004 mostra in realtà una diminuzione media del 30% delle emissioni di gas durante il 2009.
    “Che le ‘previsioni’ – ha spiegato l’ex presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica (Ingv), Enzo Boschi – basate sul radon fossero una cosa destituita di ogni fondamento era ben noto, anche se se ne parla inutilmente dagli Anni ’40. Il nuovo studio mette fine alle polemiche sulla possibile prevedibilità del terremoto che sarebbe stato anticipato da emissioni di radon nel territorio. Nonostante numerosi studi scientifici abbiano dimostrato nel tempo che non esista nessun nesso tra le emissioni di radon dal terreno ed eventi sismici, ottenne grande eco mediatica la voce secondo cui il terremoto era in qualche modo prevedibile. Nessuno è mai riuscito a capire come venivano fatte le misure a L’Aquila – ha proseguito Boschi – il problema vero è che furono prese in considerazione da tutta l’informazione nazionale e internazionale”.
    Analizzando le emissioni di radon della zona di L’Aquila per un lungo periodo, i ricercatori abruzzesi hanno messo a punto un modello per prevedere la variabilità del gas rilasciato a livello giornaliero. Lo studio dimostra inoltre che le misurazioni dei livelli di radon registrato nei mesi di marzo e aprile del 2009, che avrebbe dovuto subire grandi trasformazioni rispetto ai mesi precedenti, avrebbe anzi avuto un calo rispetto alla media degli altri anni di circa il 30%.
    “Questi 4 giovani ricercatori aquilani hanno fatto una cosa importante perché hanno dimostrato ancora una volta che il metodo scientifico da Galileo in poi, benché lento e faticoso, consente sempre progressi (anche minimi, ma positivi) nella conoscenza del mondo che ci circonda e nella chiarezza dei nostri convincimenti”, ha concluso Boschi
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  11. “Made in Italy”, blog di Marco Cattaneo in “Le Scienze”, 25 luglio 2013, QUI

    LE RIFLESSIONI DI BOSCHI SUL PROCESSO DELL’AQUILA

    A più di quattro anni dal sisma che ha colpito il capoluogo abruzzese, e nove mesi dalla sentenza di primo grado che lo condanna a sei anni di reclusione insieme agli altri componenti della Commissione grandi rischi, Enzo Boschi, già presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, espone per la prima volta le sue impressioni sul processo.
    Per quanto mi riguarda, ho già espresso le mie perplessità su quella sentenza, e molti si sono schierati, più o meno apertamente, nei confronti della condanna.
    Pubblico il pensiero di uno degli imputati perché ritengo sia un documento importante, una base di riflessione, e vi prego – una volta tanto – di mantenere un minimo di contegno nel tenore dei commenti. Al di là delle opinioni di ciascuno, si tratta di una questione di rispetto sia nei confronti di qualcuno che è sottoposto a un processo delicato sia nei confronti di chi, nel terremoto dell’Aquila, ha perso amici e familiari. Perciò questa volta i commenti che a mio giudizio superano i limiti di un confronto civile o vanno completamente fuori tema saranno cancellati.
    Eccovi le parole di Enzo Boschi.

    IL PROCESSO ALLA COMMISSIONE GRANDI RISCHI

    Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.
    Da “Il Processo” di Kafka.

    Sono stato condannato a sei anni di reclusione per non aver comunicato bene il rischio sismico cui erano sottoposti gli abitanti de L’Aquila nel 2009. È quanto ho capito dalla lettura delle 946 pagine della sentenza. Vi è scritto che gli Aquilani, quando avvertivano una scossa sismica, avevano l’abitudine di uscire di casa. Nel terremoto del 6 Aprile 2009 un certo numero non l’avrebbe fatto proprio quella notte perché rassicurati dalla Commissione Grandi Rischi (CGR) riunitasi all’Aquila una settimana prima. Testimoniato, questo, dai parenti delle vittime, considerati depositari del loro pensiero. Le rassicurazioni, secondo i testimoni, erano giunte attraverso i normali mezzi di comunicazione: giornali, radio e televisione. È assodato che non ho mai parlato con giornali, radio e televisioni della sismicità aquilana.
    Dopo la riunione della CGR ci fu una conferenza stampa organizzata dall’Assessore regionale alla Protezione Civile (PC) e dal ViceCapo della PC nazionale. Non fui invitato e non vi partecipai. Non è dato sapere cosa vi fu detto. Non esiste una registrazione dell’evento. Sembra incredibile ma esistono solo immagini senza audio. Immagini dove non appaio.
    Non esiste assolutamente alcun nesso fra la scelta degli Aquilani che quella notte non abbandonarono le abitazioni e quanto discusso durante la riunione della CGR benché il Giudice abbia utilizzato quasi mille pagine per cercare di dimostrarlo. Ma per arrivare alla sentenza storica, di cui si è cominciato a favoleggiare ben prima dell’inizio del processo, si è passati sopra le più banali questioni di buonsenso.
    L’accordo ufficiale tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e la PC prevedeva che esclusivamente a quest’ultima spettasse ogni tipo di comunicazione del rischio. Ed è normale che sia così: la PC è un organo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il potere esecutivo più elevato. A questa disposizione tutto l’Istituto si è sempre attenuto.
    La “prova” usata dal Pubblico Ministero (PM) è il verbale della riunione della CGR. Scritto, senza che noi ne venissimo informati, da una funzionaria della PC e corretto dal Capo dell’Ufficio Rischio Sismico della PC . Vidi il verbale dopo il terremoto e lo firmai come atto dovuto. Gli Aquilani hanno potuto leggerlo solo successivamente, sul quotidiano “la Repubblica”.
    Il contenuto è sostanzialmente corretto. Si divide in due parti. Nella prima, succinta, dopo aver ricordato le caratteristiche della sequenza in atto, si ribadisce che l’Abruzzo e in particolare L’Aquila è fra le zone a maggior pericolosità sismica in Italia. Nella seconda si risponde a un quesito sulla prevedibilità dei terremoti. A questa parte viene dedicata molta più attenzione. Si afferma che i terremoti non sono prevedibili spiegandone il perché su basi scientifiche. Spiego la difficoltà di capire fino in fondo la meccanica della sorgente sismica, quindi l’impossibilità di arrivare alla previsione, visto che terremoti forti su una stessa faglia sono rarissimi: possono passare anche migliaia di anni affinché si ricreino le condizioni per avere un altro terremoto forte sulla stessa faglia. Sulla stessa faglia, non nella stessa regione come ha voluto intendere il PM ironizzando sulla mia affermazione. È evidente che se si amplia la regione che si considera si troverà un maggior numero di faglie e quindi un maggior numero d scosse e quindi periodi di ritorno molto più brevi. Se consideriamo tutto il territorio nazionale abbiamo un evento importante ogni 4 o 5 anni. Il ripetersi del temuto terremoto del 1703 appariva quindi poco probabile non solo perché riguarda una struttura diversa da quelle dove si stava sviluppando lo sciame ma anche perché è da considerarsi troppo recente; la stessa affermazione vale per la terribile scossa del 1915.
    All’inizio della riunione della CGR fu fatto l’elenco dei partecipanti: circolò un foglio che tutti firmammo. Al processo questo foglio comparve cucito a una versione del verbale ben diversa da quello ufficiale, versione che il Giudice ha utilizzato nella sua sentenza.
    Per dimostrare la mia colpevolezza il PM si è servito di un mio lavoro, pubblicato nel 1995 su una prestigiosa rivista di Sismologia, stravolgendone completamente il significato. Ha di fatto processato i metodi della Ricerca. Rivendico la validità del metodo scientific e sono pronto a sostenere le mie affermazioni fino a subirne anche pesanti conseguenze, come di fatto già mi sta accadendo. Intendo difendere un principio per me e per qualunque Scienziato non negoziabile: quello della assoluta indipendenza della Ricerca, sopratutto dalla Magistratura Il lavoro del 1995 evidenzia l’importanza nelle trattazioni statistiche del cosiddetto “clustering” temporale: cioè un certo numero di forti terremoti in un breve, in senso geologico, intervallo di tempo Il lavoro si conclude avvertendo che l’elevata probabilità calcolata per l’Aquilano è da considerare non significativa, come è chiaramente scritto nelle conclusioni, perché basata solo su tre eventi verificatisi tra il ‘600 e il ‘700 che non possono costituire una base sufficiente per descrivere quello che succederà nei secoli successivi. Comunque si tratta di considerazioni specialistiche che non riguardano direttamente la difesa dei cittadini dai terremoti. Nel 2003, sei anni prima del terremoto, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la Mappa Sismica che contiene tutte le necessarie indicazioni per conseguire un adeguato livello di sicurezza, se presa nella dovuta considerazione.
    Le interpretazioni superficiali date dal PM di valutazioni e risultati scientifici per sostenere le sue tesi costituiscono un precedente gravissimo non solo per la Sismologia ma per molte altre discipline. Si pensi solo alla Biologia e alla Medicina! La Scienza è in continua evoluzione: risultati, validi nel passato, possono venir considerati del tutto obsoleti o errati alla luce di nuove evidenze. Ma gli autori di quei risultati non possono certo essere perseguiti dalla Legge. La Ricerca progredisce anche con tentativi che si rivelano, con il procedere delle conoscenze, inappropriati. Quando nel 1995 scrissi in lingua inglese il lavoro “incriminato” mi rivolgevo ai colleghi di tutto il mondo affinché ne potessero eventualmente verificare i risultati come deve avvenire nella moderna Ricerca Scientifica se non si vuol tornare all’”ipse dixit” pre-galileiano.
    Il PM mi ha interrogato due volte chiedendomi alcune spiegazioni senza contestarmi alcunché non dandomi perciò la possibilità di spiegare le mie ragioni. Ho interpretato erroneamente questo suo comportamento tanto da rinunciare ingenuamente a tutti i miei testimoni, convinto di essere assolto e di esserlo, così facendo, più rapidamente.
    Il Sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha testimoniato con decisione che era rimasto talmente impressionato dalle mie dichiarazioni sul rischio sismico della sua città, fatte durante la riunione della CGR, che decise di chiudere alcune scuole e di chiedere lo stato di emergenza. Questa testimonianza è stata ignorata dal PM e dal Giudice. Allora o Cialente ha commesso falsa testimonianza o io non posso essere accusato di aver tranquillizzato. Non vi è una terza possibilità. Non ho tranquillizzato durante la riunione, non ho tranquillizzato prima della riunione non ho tranquillizzato dopo. Normalmente non tranquillizzo mai se non altro perché in Italia gli edifici crollano anche senza scosse sismiche. Figurarsi con un terremoto! Potrei inoltre dimostrare che ho ricordato pubblicamente e frequentemente il rischio sismico abruzzese e aquilano per almeno 30 anni, senza venir mai considerato.
    Come già accennato, nel 2003 fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in cui venne ufficializzata la Mappa Sismica prodotta principalmente dall’INGV di cui ero allora Presidente. Si vede chiaramente che l’Abruzzo è la zona a massima pericolosità. Uno degli scopi della pubblicazione era informare gli Amministratori delle azioni da intraprendere per ridurre il rischio sismico nelle regioni, province o comuni di loro competenza. Agli Amministratori era stata precedentemente fornita dalla PC anche una poderosa pubblicazione in tre volumi con la lista degli edifici pubblici a rischio, Comune per Comune, di tutte le regioni più sismiche, Abruzzo compreso. Questo perché l’unico modo per difendersi dai terremoti è vivere in edifici sicuri: non vi e’ altra strada.
    Con la pubblicazione ufficiale della Mappa si giunge, allo stato attuale delle conoscenze, al massimo contributo possibile che la Sismologia possa fornire alla Società per la difesa dai terremoti. Essa e altre mappe molto dettagliate, ove appare con grande evidenza la pericolosità dell’Aquila, vennero mostrate e fornite durante la riunione della CGR ma, come scoprii successivamente, non furono annesse al verbale della riunione. Furono mostrate al PM che, però, le ha ignorate come ha ignorato la testimonianza di Cialente. Queste dimenticanze insieme al tentativo di utilizzare un mio lavoro scientifico per arrivare a un verdetto di colpevolezza dimostrano l’insostenibilità della formulazione dell’accusa: una totale mancanza di argomenti!
    Infine ricordo che quella che il PM considera tranquillizzazione è riconducibile esclusivamente a una dichiarazione del ViceCapo della PC fatta prima della riunione della CGR ed estratta da un’intervista da lui rilasciata a una TV e poi riportata da tutti gli organi di informazione locali. Vi si affermerebbe che tanti piccoli terremoti impediscono il verificarsi di scosse più forti. Cosa che ovviamente nessuno può prendere seriamente in considerazione visto che in Italia abbiamo ogni anno migliaia e migliaia di piccole scosse e quindi non avremmo mai dovuto avere scosse forti nel passato. Ebbene il PM ha stabilito che questa affermazione fatta PRIMA della riunione della CGR fu una conseguenza di quanto dichiarato DOPO, durante la riunione stessa!
    Il PM e il Giudice hanno insistito nel dire che NON sono stato condannato per una “mancata previsione”. E allora, per quale ragione sono stato condannato? Non mi si può imputare la pessima qualità delle costruzioni: non le ho certo progettate e costruite io! Non mi si può imputare il mancato controllo del rispetto delle leggi antisismiche: compito che spetta a ben altra Autorità. Non mi si può imputare la mancanza di un’efficace organizzazione per la gestione di situazioni di emergenza: compito delle strutture di PC locali. Non mi si può imputare un’ errata comunicazione del rischio: compito della PC, come già ricordato. Non mi si può imputare di aver diffuso informazioni sbagliate o imprudenti perché ne sarebbe rimasta traccia… Mi domando: che cosa avrei dovuto fare per non incorrere nella severità della Giustizia? A questa domanda ho trovato soltanto una risposta ragionevole: avrei dovuto prevedere il terremoto.
    Posso quindi concludere che sono stato condannato per la”mancata previsione” del terremoto dell’Aquila del 2009.

    “Come un cane” disse e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere.
    Da Il Processo di Kafka.

    Ringraziamenti
    Alcuni colleghi, amici a me cari, hanno letto e contribuito a un netto miglioramento del testo:
    Alessandro Amato, Simone Atzori, Paolo Baldi, Maria Elina Belardinelli, Sandro Bonaccorso, Maurizio Bonafede, Giorgio Cassiani, Massimo Cocco, Sonia Calvari, Giovanna Cultrera, Raffaele DiStefano, Michele Dragoni, Fabrizio Galadini, Paolo Gasperini, Augusto Neri, Daniela Pantosti, Tullio Pepe, Davide Piccinini, Fedora Quattrocchi, Antonio Rovelli, Quintilio Taccetti

    Dedicato al mio amico e fratello (minore) di sventura che un giorno accettò serenamente un mio invito… a Giulio Selvaggi.

  12. “Il giornale della protezione civile”, 9 dicembre 2013, QUI

    “IL TERREMOTO TRA SCIENZA E DIRITTO”: LA SENTENZA CGR FRA RESPONSABILITA’ DEGLI SCIENZIATI E MEDIA
    Domani a L’Aquila la presentazione del libro “Il terremoto tra scienza e diritto” che affronta il tema della responsabilità dello scienziato, fra funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale
    di Redazione

    Si terrà domani, martedì 10 dicembre 2013, alle ore 15.00, presso l’Auditorium dell’Università degli Studi dell’Aquila la presentazione del volume “Il terremoto tra scienza e diritto“, a cura di Fabrizio Marinelli. Il libro contiene, fra le altre cose, la requisitoria del Pubblico Ministero e la sentenza del Tribunale dell’Aquila di condanna della Commissione “Grandi Rischi”, tema che sarà il focus della giornata e costituirà momento di approfondimento sul rapporto fra ruolo e responsabilità dello scienziato, funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale.
    “Il volume – ha dichiarato Fabrizio Marinelli – intende essere una testimonianza documentale di un evento giuridico (la sentenza di condanna) che si innesta su evento storico quale il sisma del 2009. Le problematiche giuridiche affrontate in occasione di tale processo pongono interrogativi importanti sulla responsabilità dello scienziato e degli organismi tecnici”.
    Il Convegno inoltre, come sottolineato dal prof. Fabrizio Politi, Presidente della Edizioni L’Una: “intende approfondire il complesso tema dei confini della responsabilità dello scienziato, sempre più stretto fra funzioni delle previsioni scientifiche, modalità di comunicazione delle stesse e responsabilità penale. Per questa ragione le relazioni sono tenute da tre altissimi esperti nel campo scientifico, penalistico e della comunicazione di massa. Partendo dagli esiti della sentenza del Tribunale dell’Aquila, la presentazione del volume intende costituire un momento di approfondimento di queste attualissime problematiche”.
    L’incontro è organizzato dalla University Press dell’Ateneo aquilano (Edizioni L’Una) in collaborazione con l’Università dell’Aquila e l’Ordine degli Avvocati dell’Aquila
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    Presentazione del volume “IL TERREMOTO TRA SCIENZA E DIRITTO” a cura di Fabrizio Marinelli
    Edizioni L’Una, 2013 L’Aquila University Press-
    Martedì 10 Dicembre 2013 , h. 15.00 – Università degli studi dell’Aquila- Via G. Falcone n. 25, L’Aquila – Auditorium Reiss Romol

    Programma:

    Saluti:
    Prof.ssa Paola Inverardi (Rettrice Università dell’Aquila)
    Avv. Carlo Peretti
    (Presidente Ordine degli Avvocati dell’Aquila)

    Presiede
    Prof. Fabrizio Politi
    (Presid. Edizioni L’Una, ord. Dir.cost. Univ. L’Aquila)

    Relazioni
    Prof. Guido Visconti (ordinario di Fisica del Sistema Terra, Univ. L’Aquila):
    Previsioni scientifiche e impatto mediatico:la difficoltà di essere scienziati oggi

    Prof. Mauro Catenacci (ordinario di diritto penale, Università di Roma Tre):
    La responsabilità degli organismi tecnico-scientifici fra reato colposo omissivo e commissivo

    Dott. Giustino Parisse (Resp. Redazione “Il Centro”, L’Aquila)
    Previsioni scientifiche, emergenze e processi penali: il ruolo dei mass-media

    Conclusioni
    Prof. Fabrizio Marinelli (ordinario di diritto privato, Univ. L’Aquila)

  13. “INGV Terremoti”, 20 marzo 2014, QUI

    UN’ANALISI DELLA SENTENZA DEL PROCESSO A L’AQUILA
    di Giacomo Cavallo

    Giacomo Cavallo è un ricercatore astrofisico, oggi in pensione, che si è interessato alla vicenda del processo “Grandi Rischi” e ha dedicato molto tempo all’analisi del testo della sentenza. Ha poi deciso di scrivere un saggio sulla sentenza stessa, diviso in 8 capitoli, nel quale percorre le parti in cui è divisa la sentenza. L’autore evita di fare ricorso ai “Grandi Principi”, alla “Sacralità della Scienza” o al processo a Galileo, ma si limita ad analizzare le numerose incongruenze ivi contenute, a partire dalla composizione della riunione del 31 marzo 2009 fino al problema della comunicazione.
    Su quest’ultimo aspetto si sofferma con molta lucidità, spiegando come, delle nove frasi che il Giudice utilizza per sostenere che la “Commissione” fornì “informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell’attività sismica in esame”, sette affermazioni erano ignote alla popolazione e alle future vittime, perché contenute nel verbale della riunione della Commissione Grandi Rischi del 30/3/2009, che fu reso pubblico solo dopo il terremoto; le due rimanenti risalivano a un’intervista rilasciata prima della riunione (il Giudice preferisce dire e ripetere che fu rilasciata “a margine” della riunione), ma malauguratamente mandata in onda dopo.
    L’analisi viene presentata sul blog dell’INGV che si occupa del processo
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    “Il terremoto a L’Aquila”, 20 marzo 2014, QUI

    UN’ANALISI DELLA SENTENZA (di G. Cavallo)

    Abbiamo ricevuto un’interessante analisi della sentenza fatta dal collega astrofisico Giacomo Cavallo che ha approfondito la lettura dei documenti processuali e ci ha inviato il suo punto di vista, molto lucido e ben dettagliato. Pubblichiamo nel seguito la sua premessa, a seguire il sommario della sua analisi e rendiamo disponibile il testo integrale dei commenti alla sentenza in formato pdf scaricabile qui.

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    COMMENTO ALLA SENTENZA “GRANDI RISCHI”, LETTA ALLA LUCE DELLA MOTIVAZIONE
    di Giacomo Cavallo

    Non appena fu promulgata la sentenza dell’Aquila, nell’ottobre 2012, furono dette molte cose, e ci fu (almeno fuori dall’Abruzzo e soprattutto nella comunità scientifica, anche internazionale) un moto di simpatia a favore degli imputati. Poi, grazie all’azione di alcuni “opinion maker” e di articoli, siti, blog, in taluni dei quali la violenza delle argomentazioni ne sostituiva la lucidità, ci fu una netta inversione delle simpatie.
    Ora, a parer mio, anche gli imputati hanno diritto a che la loro non facile posizione sia presa in considerazione quanto meno con equanimità. Credo di potermi sobbarcare questo compito, non conoscendo personalmente alcun imputato né alcuno tra i parenti delle vittime, ai quali ultimi peraltro va la mia simpatia. Essa però non arriva al punto di approvare una punizione che mi pare eccessiva e quindi ingiusta, creando così altre vittime. Non è così che si rispetta la memoria dei defunti.
    Nel testo da me scritto commento il Capo di Imputazione (cioè in sostanza l’accusa), fatto proprio dal Giudice, quale esso risulta dalla Motivazione della Sentenza Grandi Rischi (pagine I-VIII), pubblicata il 18 gennaio 2013, alla luce della Motivazione stessa. Non sono un esperto di Diritto, ma mi sembra che svariati difetti nell’Accusa siano evidenti anche a un non esperto, almeno quanto i concetti della Sismologia appaiono essere evidenti al Giudice nella Motivazione.
    Non commento invece la totalità della Sentenza, in particolare non ne commento il Dispositivo. Se le argomentazioni verranno recepite da un lettore esperto, i commenti alla Sentenza intera li potrà fare lui stesso.
    Taluni fra gli imputati e i loro avvocati possono temere che, come sovente avviene, un maldestro tentativo di difesa si riveli controproducente. Posso solo dire che spero che ciò non avvenga, e che, alla fine, la civiltà nella discussione, e il buonsenso in Appello, prevarranno.
    Qui di seguito si potrà trovare un sommario del mio saggio, che è disponibile in forma completa qui. Mi scuso per la sua lunghezza.

    NOTA: Si noti che in quanto segue DPC significa Dipartimento Protezione Civile e CGR Commissione Grandi Rischi.

    SOMMARIO
    L’obbiettivo del saggio è dimostrare come il Capo di Imputazione, pedissequamente seguito dal Giudice nella Sentenza dell’Aquila, non contenga in pratica un solo elemento valido.
    Nel saggio non si farà ricorso né ai “Grandi Principi”, né alla “Sacralità della Scienza”, né al processo a Galileo. Non si ricercheranno neppure i motivi che possono aver spinto il Giudice a quella che sembra essere una deliberata persecuzione della CGR, aumentando la pena richiesta dal PM e negando agli imputati anche le più ovvie attenuanti e l’esistenza dei più ovvi concorsi di colpa. Invece si utilizzerà unicamente la Motivazione della Sentenza (pubblicata il 18 gennaio 2013), che si rivelerà essere lo strumento più letale per distruggere l’Accusa stessa.
    A tale scopo lo studio è presentato in due colonne (a sinistra il testo dell’Accusa, a destra la confutazione) e in otto parti, indicate con i numeri romani da I a VIII, nelle quali può essere sezionata l’Accusa, senza ometterne alcun elemento.

    Le otto parti sono trattate come segue:

    I. Titolo della Sentenza: È l’unica parte a cui non si obbietta.

    II. Si mette in luce come il Giudice inventi una CGR composta di dieci membri, mentre i membri presenti alla riunione dell’Aquila il 31/3/2009, base dell’Accusa, sono solo quattro. La trasparente strategia del Giudice è quella di riuscire a mettere insieme dieci membri, perché per legge la CGR non può “operare” ove siano presenti meno di dieci membri. Inventando sei membri, la riunione avrà valore legale e il Giudice potrà condannare in blocco tutti i membri (veri e fittizi) alla stessa pena per “cooperazione in omicidio colposo”. Non si può neppure sfuggire all’impressione che il Giudice voglia a tutti i costi includere il Prof. De Bernardinis nella CGR, perché dalla sua intervista tenuta subito prima della riunione provengono le frasi più incriminanti attribuite alla CGR.
    Ma il meccanismo inventato dal Giudice per accrescere il numero di membri non è accettabile, perché non è previsto dalla legge, si scontra con esempi di organismi insigni dello Stato Italiano, crea confusione in alcuni punti della Motivazione e, portato al limite, condurrebbe a situazioni assurde.
    Inoltre, dei dieci membri, veri e fittizi, il Giudice ne escluderà tre dal processo. Si dimostra come anche quest’ultimo procedimento sia infondato, contraddittorio e arbitrario.
    Essendo i membri della CGR solo quattro, la riunione della CGR – che i partecipanti se ne rendessero conto oppure no – non era valida a rigore di legge, e di conseguenza alla riunione del 31/3/2009 non si potevano applicare né gli statuti né il regolamento della CGR.
    Questa sola argomentazione dovrebbe essere sufficiente a invalidare la Sentenza.

    III. L’Obbiettivo della riunione del 31/3/2009, “di fornire ai cittadini abruzzesi tutte le informazioni disponibili “, citato di seguito dal Giudice, non era l’obbiettivo reale della riunione. Esso viene però introdotto in questa forma erronea, perché il Giudice affermerà che una delle due colpe della “CGR” (le virgolette indicano che non se ne condivide la composizione e quindi la validità) è appunto quella di essersi assunta, “consciamente e volontariamente”, l’onere della comunicazione alla cittadinanza senza il “filtro” del DPC, compito a lei non spettante. La Motivazione stessa mostra come tale onere non fosse noto a tutti i membri nominativi della CGR e come al tempo della riunione non esistesse alcun obbligo o restrizione alla comunicazione diretta della CGR “verso l’esterno”. Inoltre, per controbattere l’argomentazione del Giudice, si può leggere nella Motivazione come la riunione sia stata seguita da una conferenza stampa (la cui trascrizione non è disponibile) organizzata dal DPC (il “filtro”!) con lo scopo preciso di informare la Popolazione.
    Erroneo dunque l’obbiettivo citato, ed erronee e contraddette dai fatti e dalla Motivazione le argomentazioni del Giudice per dimostrare come questo obbiettivo sia stato colpevolmente perseguito.

    IV. Si osserva come l’obbiettivo del Giudice di dimostrare che la valutazione dei rischi da parte della “CGR” fu “approssimativa, generica ed inefficace” sia basato su due fatti: (i) era in corso uno sciame sismico; (ii) avvenne un terremoto per il quale, a parere del Giudice, erano ormai maturi i tempi. Di qui il Giudice vorrebbe condurre il pubblico a concludere che lo sciame fu sottovalutato come precursore del terremoto. Tuttavia il Giudice non esplicita (perché non lo può fare) l’argomento principale che congiungerebbe i due eventi, cioè che la comunità scientifica – post factum – concordi oltre ogni ragionevole dubbio sulla conclusione che lo sciame e il terremoto abbiano avuto tra loro una relazione causale, e la loro concomitanza non sia stata invece dovuta ad una fatale coincidenza. In effetti, se il Giudice dicesse questo, ne risulterebbe che i terremoti possono essere predetti, ciò che la Motivazione si affretta a ripetere a ogni piè sospinto essere impossibile. In mancanza di questa certezza, e questo anche dopo che il fatto è avvenuto, la severa condanna sarebbe stata inflitta in sostanza perché la CGR non impiegò maggior tempo in un’analisi che i membri della CGR concordemente pensavano che non avrebbe portato a nulla, in particolare che non avrebbe potuto portare a concludere se esistesse un rischio di terremoto significativamente superiore a quello consueto in un contesto sismico come quello Aquilano.
    Tuttavia, come si vedrà di seguito, l’analisi fatta dalla “CGR”, anche se insoddisfacente per il Giudice e per il pubblico, non poté avere effetto sul comportamento delle vittime.

    V. L’affermazione da parte del Giudice, che la “CGR” fornì, in occasione della detta riunione, sia con dichiarazioni agli organi di informazione sia con redazione di un verbale, al Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, all’Assessore Regione Abruzzo alla Protezione Civile, al Sindaco dell’Aquila, alla cittadinanza aquilana, informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell’attività sismica in esame, rasenta l’assurdo in quanto:
    – non è chiaro a quali dichiarazioni dei membri nominativi della CGR si riferisca il Giudice;
    – il Verbale fu reso pubblico solo dopo il terremoto del 6/4/2009;
    – il Giudice sembra dimenticare di avere già incluso nella “sua” CGR anche i rappresentanti del DPC, dell’Assessorato, e il Sindaco, che quindi sarebbero responsabili delle informazioni incomplete, imprecise ecc. fornite a se stessi.

    VI. Questa Sezione è di minore importanza, e serve solo a evidenziare come il Giudice scriva la sentenza in modo che sembrino specifici della CGR determinati obblighi che la legge assegnò genericamente alla Protezione Civile, ben prima dell’istituzione della CGR.

    VII. Il Giudice sceglie nove affermazioni attribuite alla CGR per dimostrare il punto V. Nessuna di esse è pertinente, in quanto sette erano ignote alla popolazione e alle future vittime, perché contenute in un verbale della riunione del 31/3, che fu reso pubblico solo dopo il terremoto; le due rimanenti risalivano ad un’intervista rilasciata da un non-membro della CGR prima della riunione (il Giudice preferisce dire e ripetere che fu rilasciata “a margine” della riunione) – ma malauguratamente mandata in onda dopo.
    A questa intervista, che non poteva quindi esprimere le risultanze della riunione della “CGR”, possono essere riferite tutte le frasi che, secondo le testimonianze dei superstiti, più rimasero impresse nella mente delle vittime cioè: “Non c’è pericolo”, “situazione normale”, lo sciame “scarica energia” e quindi rende impossibile un grande terremoto, ci si può bere “un bicchiere di vino”. Tanto i media quanto la cittadinanza stessa applicarono evidentemente un filtro tranquillizzante alle informazioni ricevute, e il messaggio risultante non può essere attribuito alla “CGR”. Che la cittadinanza abbia messo in opera questo filtro viene dimostrato prendendo come esempio quanto scrive al riguardo il Giudice stesso nella Motivazione.
    La tesi del Giudice, che si basa su frasi opportunamente scelte dal verbale e dall’intervista, e citate fuori del contesto, è che se l’intervista fosse stata fatta dopo la riunione, vi si sarebbero dette le stesse cose. Tale tesi è controbattuta dai fatti, è dubbia in teoria, e appare essere comunque un assai tenue argomento per una così grave condanna.
    In margine, suggerisco a chi voglia fare l’avvocato del diavolo, di prendere lo stesso verbale e la stessa intervista e raccogliere una “contro-antologia” di nove frasi che invece dimostrino l’innocenza della CGR. E’ possibile farlo, e io stesso l’ho fatto senza difficoltà, per esercizio.
    Bisognerebbe chiedersi invece perché non si sia identificato un concorso di colpa da parte dei media.
    E parimenti ci si dovrebbe chiedere perché sia stato completamente ignorato in sede di sentenza come il clima di nervosismo vigente all’Aquila fosse anche dovuto agli allarmi ingiustificati diffusi nella popolazione prima della riunione della CGR, in parallelo con le rassicurazioni, ingiustificate e “demenziali”, della Protezione Civile Regionale (p. 152). Tale clima fu una delle cause principali della convocazione della riunione all’Aquila, e della sua tanto deprecata funzione “mediatica”.

    VIII. Non si possano addossare alla CGR, organo consultivo e propositivo, tutte le colpe del decesso e ferimento di un certo numero di vittime, scagionando con ciò tutti coloro che non avevano provveduto a mettere a norma gli edifici pubblici e privati.
    Si riporta a questo proposito l’affermazione del Giudice, che appare “assolutamente infondata” la tesi della Difesa, che l’unica difesa dai terremoti consista nel rafforzare le costruzioni e migliorare la loro capacita di resistere al terremoto. La netta affermazione del Giudice è erronea e potenzialmente pericolosa per il Paese, oltre che non condivisa da alcun altro Paese esposto a rischio sismico.
    A riprova si osserva che un terremoto della stessa Magnitudo, in Paesi come la California o il Giappone avrebbe quasi certamente prodotto meno di cinque vittime in tutto.
    La conclusione del saggio è lasciata al lettore. Il Capo di Imputazione termina a pag. 8 della Motivazione (versione ufficiale) con le parole “In L’Aquila tra il 31.03.2009, data della riunione della Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi e il 06.04.2009, data dell’evento”, e qui si arresta anche il mio commento.

    Sulla base di questo a mio parere assai discutibile Capo d’Imputazione, il Giudice costruirà poi una pena severissima, concedendo attenuanti generiche, il che suona quasi derisorio, visto che il Giudice nel contempo alza di due anni la richiesta del PM ed interdice “in perpetuo” i pubblici uffici agli imputati (pena – se ho ben capito – non applicabile a casi come questo).

    Posso solo sperare che alla fine il buonsenso prevalga.

    Giacomo Cavallo.

    Marzo 2014

  14. “L’Angolo di Boschi”, blog su “Uni Ricerca – Il Foglietto”, 18 marzo 2014, QUI

    WE SHALL OVERCOME!
    di Enzo Boschi*

    Il prestigioso giornale abruzzese Il Centro ha pubblicato il 14 marzo un articolo dal titolo “Lo sciame sismico fu sottovalutato”, affermazione di uno dei testimoni del processo che si è svolto a L’Aquila per il terremoto del 6 aprile 2009, che si concluse con una sentenza di quasi mille pagine e una condanna a sei anni di reclusione e ad altro per i sette imputati.
    L’articolo citato non rivela niente di nuovo. Il titolo, correttamente virgolettato dal giornale, rappresenta un’ulteriore evidenza che un gruppo eterogeneo di persone sta cercando, con finalità e interessi anche diversissimi, di far sedimentare l’idea della nostra colpevolezza in vista dell’Appello, che probabilmente si celebrerà in ottobre.
    E’ comunque ben noto e facilmente verificabile che non abbiamo mai sottovalutato neanche la scossa più piccola, non solo in Abruzzo ma in tutto il territorio nazionale.
    Abbiamo costruito un’estesa rete sismica al massimo della tecnologie disponibili, in grado di registrare eventi talmente lievi che neanche le persone più sensibili riescono ad avvertire, pur trovandosi in prossimità dell’epicentro.
    Tutto può essere utile per capire la dinamica delle zone sismiche peraltro monitorate 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’anno ormai da una trentina d’anni. E tutto viene registrato, analizzato e archiviato, in maniera adeguata e rigorosa. Quest’attività ha portato a un grande sviluppo nella conoscenza della sismicità italiana e a quantificare in modo rigoroso la pericolosità sismica del nostro Paese.
    Una decina di anni fa si è arrivati alla redazione di una mappa sismica di tutto il territorio nazionale. La mappa e’ stata ufficializzata dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. In essa l’elevata pericolosità sismica dell’Aquilano appare in tutta evidenza.
    La nostra attenzione alla sequenza aquilana, che cominciò nel gennaio 2009 (non nel giugno 2008, come più volte è riportato nella sentenza e dai media) e che culminò nel terremoto del 6 aprile, è verificabile per esempio dai due comunicati (non rituali e non richiesti) inviati dall’Ingv alla Protezione Civile il 17 febbraio e il 12 marzo 2009. Non solo: alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009 fu presentata una relazione dettagliata sulle sequenze sismiche di L’Aquila e di Sulmona che all’epoca erano in atto e una serie di mappe sulla pericolosità sismica e sulle faglie attive nelle zone interessate dalle scosse.
    Relazione e mappe preparate appositamente per quella riunione.
    Per essere sicuro di rispondere completamente ad ogni eventuale domanda, mi feci accompagnare da Giulio Selvaggi, che allora dirigeva il Centro Nazionale Terremoti dell’Ingv e che considero uno dei migliori sismologi sperimentali al mondo.
    Da coloro che presiedevano la riunione ci fu chiesto esclusivamente se i terremoti sono prevedibili. Rispondemmo decisamente di no e cercammo anche di spiegare il perché.
    Se avessi voluto “sottovalutare lo sciame sismico” non sarei andato a L’Aquila il 31 marzo 2009, visto che assolutamente nessuno poteva obbligarmi** e che le riunioni della Grandi Rischi tradizionalmente si tengono a Roma per ragioni di ovvia opportunità. Oppure me ne sarei andato subito dopo aver scoperto che inspiegabilmente non era presente chi aveva indetto la riunione. Addirittura mancava il numero legale previsto dal regolamento della Commissione.
    Sono rimasto per spirito di servizio e per rispetto ai numerosi personaggi presenti, molti dei quali incontrati per la prima volta in quell’occasione.
    Non determinai certo io gli argomenti, lo svolgimento e la durata della riunione, che fu interrotta per tenere una conferenza stampa alla quale non fummo invitati e non partecipammo.
    Conferenza stampa di cui seppi casualmente solo molti giorni dopo il terremoto!
    Durante il processo, il Sindaco Cialente testimoniò che in seguito al mio intervento si preoccupò tanto da prendere misure importanti: chiusura di scuole e richiesta dello stato di emergenza, come riportato a piena pagina da Il Centro del 2 aprile 2009.
    Mesi dopo il terremoto, Selvaggi ed io fornimmo tutte le informazioni in nostro possesso sulla vicenda ai due gentilissimi poliziotti che svolgevano le indagini. E rispondemmo in maniera esaustiva a tutte le richieste di spiegazioni, come gli stessi poliziotti riconobbero.
    La lettura dell’articolo del 14 marzo scorso apparso su Il Centro ha ancora una volta evidenziato che dopo il terremoto del 2009, come sempre succede dopo un terremoto importante, molti sono diventati sismologi bravissimi: avrebbero saputo cosa fare e cosa dire se si fossero trovati al nostro posto! Addirittura c’è chi è arrivato a sostenere che la mancata utilizzazione di strumenti da lui stesso prodotti è stata causa della tragedia!
    I dati misurati e registrati dalla rete, per impedire vergognose speculazioni di questo tipo e per consentire la partecipazione più ampia possibile agli studi sulla sismicità italiana, erano e sono accessibili a tutti i ricercatori ed esperti in tempo reale. Tutti sono pertanto in grado di seguire l’attività sismica (esattamente come la seguono gli operatori Ingv) dell’intero territorio nazionale: chi è pagato dallo Stato per occuparsi di terremoti lo dovrebbe fare sistematicamente.
    Perché allora questi esperti non hanno mostrato le loro “eccezionali” capacità post-sisma PRIMA del terremoto, avvertendoci e consigliandoci opportunamente? Ci chiamavano continuamente per i motivi più disparati … che poco avevano a che fare con la scienza.
    Ribaltare in prospettiva rassicurante verità scientifiche, come l’imprevedibilità dei terremoti e la scarsa probabilità del verificarsi di eventi di un certa entità, presuppone scarsissima competenza di chi lo propone e mostra propositi inconfessabili, visto che spesso la narrazione dei fatti varia secondo le circostanze.
    Ricordo, non incidentalmente, che si può verificare se chi si propone come esperto lo sia veramente o se banalmente ci si trovi di fronte a un millantatore in cerca di visibilità e magari di combinare qualche affare lucroso, anche se di basso livello. Esistono numerosi episodi che dimostrano l’asserto.
    Se comunque si ritiene che siano state fatte sottovalutazioni, si dica chi le ha fatte, come sono state fatte, in quale circostanza sono state fatte e in che cosa consistono. È un dovere ineludibile!
    In una vicenda così delicata, non si può procedere per antipatie, per acrimonie personali, per dedicarsi a piccole vendette sulla base di teoremi senza fondamento.
    Sfido chiunque a trovare nella stampa, in archivi di qualunque mezzo di informazione o in qualunque altro luogo o circostanza, mie parole rassicuranti o di sottovalutazione della pericolosità sismica abruzzese.
    Inoltre, nella circostanza della riunione del 31 marzo 2009, come peraltro in nessun’altra circostanza, nessuno fu autorizzato a riportare o a interpretare il nostro pensiero. Si tenga a mente, al riguardo, che nessuna deliberazione venne presa alla fine della riunione.
    Il terremoto del 6 aprile ha provocato un dolore immenso in tanta gente. È doveroso con serenità arrivare alla comprensione di ciò che è veramente successo, analizzando con cura avvenimenti e responsabilità, senza preconcetti per il bene di tutti.
    Creare dal niente mostri o capri espiatori non serve certo a fare giustizia. Spero si sia notato, specialmente negli ultimi due o tre anni, che alcune decine di sciami sismici si sono verificati sulle zone più pericolose del nostro Paese. Per fortuna in nessuno di essi si è manifestata una scossa disastrosa.
    Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che una sequenza sismica non consente di prevedere terremoti, di fare valutazioni statistiche utilizzabili in termini di Protezione Civile e nemmeno di esprimere un qualunque parere sulle possibili evoluzioni della zona in esame. E tutti si guardano bene, dopo la sentenza aquilana, dal fare affermazioni di sorta!
    L’unica difesa possibile è mettersi nelle condizioni di vivere in edifici in grado di sostenere le scosse, come si è fatto in tutti i Paesi sismici sviluppati. Ma costruire case sicure, imporre il rispetto delle leggi e fare adeguati e continui controlli non è certo compito dei sismologi.
    Il dovere dei sismologi nei confronti della società si è di fatto compiuto con la pubblicazione della Mappa di pericolosità sismica sulla Gazzetta Ufficiale e con la diffusione della stessa fra gli addetti ai lavori e i comuni cittadini.
    Adesso sono altri che devono intervenire affinché per ogni scossa, anche modesta, non si creino situazioni indegne di un Paese civile
    .

    *Geofisico

    **Nessuno poteva obbligarmi perché ero solo un volontario per la Protezione Civile: dalla Protezione Civile non ho mai ricevuto un compenso e nemmeno un rimborso spese. La mia carriera si è completamene sviluppata indipendentemente dalla Protezione Civile. Quando cominciai a collaborare, nel 1982, ero già da anni professore ordinario e membro di prestigiose accademie. Lo stesso può dirsi per Selvaggi. Degli altri non so.

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