Una nuova zona rossa. Forse.

ImmagineFino ad ora uno dei criteri di perimetrazione della zona rossa (che, come ogni perimetrazione del rischio, è sempre frutto di una negoziazione e, pertanto, non coincide mai con i confini “scientifici”) è stato quello di coincidere con i confini amministrativi dei comuni interessati. Per questa ragione (e scandalosamente) si sono tenuti fuori alcuni quartieri di Napoli (Ponticelli, Barra e San Giovanni) o altri comuni (Pomigliano d’Arco, ad esempio) perché altrimenti tutto il territorio comunale sarebbe stato dichiarato “zona rossa” (e si provi ad immaginare il colpo che ne avrebbero avuto gli appalti cementizi) (ecco l’aspetto pratico della negoziazione di cui parlavo poco fa).
Ora, che questo principio valga ancora o che si scelga di perimetrare secondo altri confini (ad esempio quelli dei quartieri: è quanto chiedono, ad esempio, i sindaci di alcuni dei “nuovi” comuni a rischio, come Scafati), gli ospedali ponticellesi (esistenti e in costruzione) saranno comunque tutti all’interno della zona di maggior rischio (e dunque anche i reparti di pediatria: nasceranno solo bimbi “esplosivi”). Nel concreto, tuttavia, non cambierà nulla: quelle strutture ormai esistono e non si può abbatterle e trasferirle. Tutt’al più dovranno organizzare delle periodiche esercitazioni di evacuazione (che sarebbero obbligatorie ovunque in Italia, al di là di zone rosse gialle e blu, ma non lo sa e non lo fa quasi nessuno).
Comunque sia, l’allargamento della zona rossa da 18 a 24 comuni è una proposta avanzata in queste settimane dalla Protezione Civile, nell’ambito dei periodici aggiornamenti del Piano di Evacuazione Nazionale per il Vesuvio. Era ora che si avanzasse qualche idea più stringente, a maggior ragione dopo la proposta della Giunta della Regione Campania di far tornare il cemento nella zona rossa (così, di fatto, annullandone ogni principio precauzionale) (a proposito, quello scandaloso Piano Paesistico dorme ancora? Speriamo).

– – –

AGGIORNAMENTO del 15 maggio 2014:
Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara: Rischio Vesuvio e la teoria del cigno nero (13 maggio 2014) (e lo aveva preannunciato già un anno prima, in questo post del 28 maggio 2013).

Annunci

19 thoughts on “Una nuova zona rossa. Forse.

  1. Un paio di mappe della nuova perimetrazione proposta e, a seguire, alcuni articoli:

    “Il Mattino”:

    “Corriere della Sera”:

    “Corriere della Sera”, 12 gennaio 2013, QUI

    Protezione Civile: Allargata la zona rossa. Coinvolti tre quartieri della città
    ANCHE NAPOLI NELL’AREA A RISCHIO IN CASO DI ERUZIONE DEL VESUVIO
    Aggiornamento del piano nazionale di emergenza: 600 mila persone sarebbero evacuate
    di Alessandra Arachi

    ROMA – La premessa è d’obbligo: il vulcano Vesuvio è tranquillo, adesso. Ma specificare è necessario: il vulcano alle pendici di Napoli che seppellì Pompei è attivo, ancora oggi. Attivissimo. Per questo non ha mai smesso di essere un sorvegliato speciale.
    Per questo ieri Franco Gabrielli, capo della Protezione civile, ha presentato, insieme all’assessore regionale Edoardo Cosenza, la nuova mappa che allarga la cosidetta «zona rossa», ovvero il numero dei comuni considerati a rischio in caso di eruzione.
    Sono 24 i comuni coinvolti ora, invece dei precedenti 18 previsti dal piano di emergenza del 2001. E sono entrati nella zona a rischio anche tre comuni di Napoli: San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli. Il resto sono i comuni dei Campi Flegrei. In tutto circa 800 mila persone.
    Non tutti gli 800 mila abitanti dovrebbero essere evacuati in caso di allarme rosso, in ogni caso. Il prefetto Gabrielli ieri ha spiegato che la zona rossa è a sua volta divisa in due parti: la zona rossa 1, ovvero l’area semplicemente esposta all’invasione di flussi dei materiali derivati dalle eruzioni; la zona rossa 2, ovvero l’area soggetta a elevato pericolo di crollo delle coperture degli edifici per l’accumulo di depositi di lapilli e ceneri vulcaniche.
    Potrebbero essere quindi circa 600 mila in tutto, alla fine, le persone da evacuare in caso di rischio. E il rischio nel piano definito dal dipartimento della Protezione civile ha un colore ben definito, sempre lo stesso: il rosso.
    Adesso, ripetiamo, si può stare tranquilli: il Vesuvio è al livello di allerta base, ovvero verde. E cioè, sono decenni che nel vulcano non viene registrato alcun fenomeno anomalo rispetto all’ordinaria attività. E prima di arrivare a raggiungere l’allarme rosso c’è tempo per intervenire. Il Vesuvio deve infatti attraversare il livello di attenzione (giallo) e il livello di pre-allarme (arancione). Sono livelli che scandiscono la ripresa dell’attività del vulcano.
    E non ci sono dubbi sulla valutazione dei passaggi di parametri. Esistono regole internazionali che stabiliscono il passaggio da un livello di allerta all’altro. Si devono verificare la variazioni di alcuni parametri ben definiti: ovviamente la misura della sismicità, prima di tutto. Ma anche la deformazione del suolo e la composizione dei gas nelle fumarole. Sono piani e regole dettagliate e precise. Ma non bastano.
    Avverte il prefetto Franco Gabrielli: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone». Il capo della Protezione civile ha fatto dei conti con preoccupazione: «Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini»
    .

    [Insomma, è colpa degli abitanti, della loro natura (quale sia, però, non viene mai detto esplicitamente), non delle istituzioni, le quali vorrebbero, ma evidentemente non possono “rendere consapevoli i cittadini”. Schifo.]

  2. Considerazioni che ho scritto su FB:

    E’ stata presentata la nuova perimetrazione della zona rossa vesuviana, che è stata allargata da 18 a 24 comuni. In un articolo del CorSera vengono riportate le parole di Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile: «C’è un’eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone». E ancora, spostando l’oggetto dal Vesuvio all’area flegrea, ha aggiunto: «Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini» [QUI].
    Cioè, detto altrimenti, gli abitanti vesuviani (e flegrei) non sanno niente e sono insensibili, per cui le istituzioni (che vorrebbero e si sforzano tantissimo) non riescono a renderli consapevoli del rischio che corrono. Insomma, dev’esserci qualcosa nella natura di questa strana popolazione votata al suicidio di massa. Saranno i troppi caffè che circolano in città e in provincia? Applausi. D’altra parte Gabrielli non è nuovo a queste perle socioantropologiche: qualche mese fa disse che gli aquilani avevano reagito peggio degli emiliani perché “C’è in alcune comunità un attivismo, una voglia di fare, che sono insiti. La differenza, storicamente, in Italia, non la fa la quantità di denaro destinato agli aiuti ma la capacità di progettualità di ogni singolo territorio” [QUI]. Ancora applausi.
    E poi un’altra considerazione. Questa nuova perimetrazione della zona rossa è stata presentata insieme all’assessore regionale Edoardo Cosenza, che fa parte della Giunta che intende reintrodurre il cemento nella zona rossa attraverso un Piano Paesaggistico Regionale che il ministro Passera ha definito «una vera follia» [QUI]. C’è qualche problema di coerenza o sono io che non capisco bene?

  3. Un’esauriente spiegazione di Malko.

    “Hyde Park”, 18 gennaio 2013, QUI

    RISCHIO VESUVIO: NUOVI SCENARI E NUOVA ZONA ROSSA…
    di Malko

    Sono stati aggiornati i piani d’emergenza! Con l’ennesima confusione che caratterizza sempre la disquisizione di argomenti tecnici che si mescolano a quelli scientifici, fa titolo di testa questa notizia. In realtà l’aggiornamento riguarda solo gli scenari eruttivi con riclassificazione delle zone a maggior rischio.
    Nelle passate edizioni, la relazione finale prodotta a proposito dello “Scenario eruttivo dell’eruzione massima attesa al Vesuvio” (E.M.A.), individuava le fenomenologie da attendersi nell’area vesuviana, qualora il vulcano avesse posto fine alla sua annosa quiescenza. Secondo i ricercatori, nel breve medio termine la massima manifestazione possibile al Vesuvio non dovrebbe superare in termini d’intensità eruttiva le energie e le superfici della plaga vesuviana coinvolte durante l’eruzione del 1631. L’evento fu riportato negli annali come una sub pliniana e nelle premesse del piano d’emergenza come evento di riferimento.
    I ricercatori di ieri e di oggi indicano in un rischio statisticamente accettabile questa determinazione, anche se poi precisano che allo stato attuale delle conoscenze non è possibile prevedere che tipo di eruzione il vulcano abbia in serbo. Non si capisce se al ribasso rispetto alle loro stime o al rialzo.
    I dati attuali poggiano tutti sulla pubblicazione del ricercatore L. Gurioli e altri, dal titolo “Pyroclastic flow hazard assessment at Somma-Vesuvius based on the geological record”.
    Questa ricerca ha introdotto più che nuovi scenari nuovi limiti per quanto riguarda la zona rossa, includendo ai diciotto comuni già conosciuti, pure quelli di Scafati (SA), Pomigliano d’Arco, Nola, San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Poggiomarino e i tre quartieri napoletani: Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio. I nuovi scenari quindi, hanno evidenziato una superficie territoriale definibile macro zona rossa (vedi figura A>), con una perimetrazione delimitata dalla black line
    .

    All’interno di questa traccia, chiamata zona rosso 1 in direzione del Vesuvio, potrebbero abbattersi i fenomeni più distruttivi come i temibili flussi piroclastici. La linea nera è stata tracciata tenendo conto di indagini sul campo, analizzando eventi passati a media e alta probabilità di accadimento, dove le nubi ardenti possono dilagare, secondo le previsioni, dal cono vulcanico fino alla linea nera (black line) segnata in figura. Nell’area pedemontana e montana così delimitata (R1), oltre alle colate bisognerà tenere in debito conto anche il problema della massiccia ricaduta di materiale piroclastico: una somma di effetti molto distruttivi.
    Oltre la black line si estende la zona rossa 2 (R2), comprendente porzioni di territorio sia dei 18 comuni in precedenza già classificati a rischio che quelli di fresca nomina. L’area a valle della black line potrebbe essere interessata, dicono, solo dalla ricaduta di materiale piroclastico in una misura tale da rendere probabile il cedimento strutturale dei tetti per accumulo di materiale, soprattutto nei settori quadrettati a tinte scure (fig.B)
    .

    La black line ha alcune caratteristiche. Intanto segna l’entrata nella zona rossa a maggiore pericolosità (R1), anche se per piccole porzioni di territorio, dei comuni di Poggiomarino, Palma Campania, San Gennaro Vesuviano, Nola e i quartieri napoletani di Barra, San Giovanni a Teduccio e Ponticelli.
    La line poi, risulta sostanzialmente tangente ai comuni di Scafati e Volla che sarebbero solo lambiti dai possibili flussi, mentre “taglia” letteralmente (fig.B) alcuni territori della tradizionale zona rossa. Questi sono: Torre Annunziata, Pompei, Boscoreale, Somma Vesuviana, Sant’Anastasia e minimamente Cercola.
    Questa riproposizione dei limiti rispetto ai due temibilissimi fenomeni vulcanici, innescherà polemiche e guazzabugli che finiranno probabilmente con ricorsi ai tribunali amministrativi. In effetti, sussistono dinieghi e possibilità che hanno operato, di fatto, una suddivisione della plaga vesuviana addirittura in tre zone (fig.B). Una è la R1 il cui margine è la black line. La zona che noi abbiamo chiamato R invece, fa capo ai territori oltre linea facenti parte della vecchia zona rossa. Con R2 indichiamo la nuova zona rossa, al di là della oramai famosa linea. In realtà c’è una differenza tra i differenti settori rossi appena indicati: i nuovi comuni e i tre quartieri partenopei possono rivedere e modificare il percorso della linea rossa evidenziata in grassetto, con un andamento diverso dal profilo amministrativo. Questa possibilità è invece negata ad alcuni dei diciotto comuni della vecchia perimetrazione. Una disparità di trattamento probabilmente causata dai vincoli legislativi della legge regionale 21/2003 che stabilisce l’inedificabilità assoluta nell’area rossa per scopi residenziali.
    Guardando la propaggine di Nola si capisce che un rimaneggiamento della linea rossa è comunque auspicabile per quel comune
    .

    La postilla che consente alle municipalità in ingresso di riscrivere i confini del pericolo (zona rossa), premette come condizione di fattibilità esecutiva la redazione di un piano d’evacuazione a gestione parziale della popolazione (???) e applicazione di tecniche di difesa passiva degli edifici segnalati a maggior rischio di crollo dai quadretti colorati.
    La nota recita inoltre, che questo rifacimento della mappa può avvenire previo accordo con la Regione Campania ma con una precisazione: la linea rossa rimaneggiata non può andare oltre la linea nera.
    Guardando la figura a lato
    [inserita qui sopra], noterete una certa incongruenza: al comune di Scafati potrebbe essere consentito di riportare la linea rossa contigua a quella nera scorporando così un po’ di problemi al catasto, mentre ai limitrofi comuni di Pompei e Boscoreale questa possibilità è da escludere. L’eventuale territorio scafatese liberato dai laccioli di zona rossa, presumibilmente riacquisterebbe il titolo di zona gialla: in concreto priva di regole particolari. Boscoreale e Pompei invece non potranno liberarsi dalla demarcazione dei vecchi confini a rischio. O forse sì… se, rivisitando il tutto, attraverso corsi e ricorsi, si dichiarerà zona rossa quella circoscritta dalla black line e zona gialla le restanti appendici. Bisognerà poi riparlare della tradizionale zona gialla che può essere a questo punto assottigliata e qualche parola bisognerà spenderla pure per l’obliata zona blu soggetta ad allagamenti.
    Ritornando agli aspetti di tutela, siamo ancora una volta costretti a ripetere che il piano di evacuazione non esiste. Per impostare una tale futura e faraonica pianificazione, bisognerà attendere intanto la rimodulazione della nuova zona rossa secondo accordi che si stipuleranno tra comuni e regione. L’Ing. Edoardo Cosenza fa sapere che già sono in corso accordi con il comune di Napoli, che dalla sua ha la delicata situazione dell’ospedale del mare. Non sappiamo se il pregevole nosocomio ricada all’interno della black line o fuori. La differenza consisterebbe, nella peggiore delle ipotesi, in una diversa destinazione d’uso della struttura. Nella migliore, cioè oltre line, occorrerebbe un adeguamento strutturale a fronte delle ricadute di materiali vulcanici e un piano di evacuazione a gestione parziale della popolazione (???).
    Per quanto riguarda le difese passive degli edifici, i famosi spioventi di cui dovrebbero essere dotati i tetti indicati a maggiore accumulo di cenere e lapillo, consigliamo una valutazione sull’utilizzo di strutture prefabbricate. A nostro giudizio andrebbero bene quelle a lamelle, senza ricorrere alle murature, che appesantirebbero strutture non collaudate per pesi maggiori. Le opere metalliche prefabbricate in molti casi potrebbero semplificare gli interventi di prevenzione con una riduzione dei costi scacciando il rischio di un aumento del numero di abitanti.
    Summit si stanno svolgendo intanto nei comuni dalla line modificabile con qualche partecipazione dell’assessore regionale Taglialatela. Tra questi Poggiomarino. Nessuno vuole la mannaia della legge regionale 21/2003 che impedisce di edificare.
    Il sindaco di Sant’Anastasia, Carmine Esposito, farà sentire probabilmente la sua voce, e questa volta giustamente, a proposito della discriminazione che si perpetua in danno della vecchia zona rossa. Come si farà a dargli torto con questa linea rossa rigida da una parte e elastica dall’altra? Due pesi e due misure… I comuni tagliati in due dalla black line riscopriranno un nuovo mercato delle case che saliranno di numero e di prezzo dal lato a valle della linea nera. Ritornerà poi in auge il problema condoni che sarà alla fine riproposto oltre la frontiera di demarcazione del pericolo principale
    .

    Consigliamo agli organi preposti al soccorso, in questo marasma, di mettere nel frattempo mano a un piano d’evacuazione d’emergenza per operare in caso di necessità in surroga al piano d’emergenza che è in alto mare. Qualcosa si può fare…
    Questi nuovi scenari, che in realtà sono solo dei limiti, provengono da summit scientifici, cui converrebbe assicurare la partecipazione pure di un politico di lungo corso fuori ruolo e di provata capacità, che spieghi cosa significhino certe decisioni e quali stravolgimenti portano al famelico territorio.
    Per completezza informativa riportiamo di fianco
    [qui sopra] la mappa estratta dalla pubblicazione del ricercatore L. Gurioli e altri, dal titolo “Pyroclastic flow hazard assessment at Somma-Vesuvius based on the geological record”.
    Si notino, per avere un’idea globale del rischio, le linee di demarcazione delle aree soggette ai flussi, in seno ad eruzioni stimate a media e ad alta probabilità di accadimento. In caso di eruzione, se il pronostico statistico dovesse fallire, la black line sarebbe sostituita dalla green line che si evince bene in figura.
    Sempre per completezza informativa, è necessario precisare che le mappe in precedenza visualizzate sono state estrapolate dal sito del Dipartimento della Protezione Civile e modificate (fig.B) per motivazioni prettamente giornalistiche. Ritorneremo sull’argomento… Intanto e tra l’altro stiamo aspettando gli scenari eruttivi proposti per i Campi Flegrei, per avere un quadro completo della pericolosità vulcanica nel napoletano che, necessariamente, dovrà alla fine arricchirsi anche degli scenari probabilistici che riguardano l’isola d’Ischia
    .

  4. Ancora un’analisi di Malko.

    “Hyde Park”, 27 gennaio 2013, QUI

    RISCHIO VESUVIO: LA BLACK LINE SEGNA LA NUOVA ZONA ROSSA
    di Malko

    La black line riportata dagli scienziati sulla mappa della macro zona rossa Vesuvio, dovrà alla fine e in ogni comune a rischio tradursi in qualcosa di necessariamente operativo, nel senso che dovrà avere una sua posizione georeferenziata sul territorio, senza alcuna lacuna o titubanza interpretativa.
    Potrebbero usarsi pietre miliari, capisaldi, obelischi, oppure paletti o addirittura stele a confine, o altri strumenti ancora che in modo visivo e speditivo lascino capire il settore dove è possibile l’invasione delle colate piroclastiche in caso di eruzione.
    Per fare questo probabilmente bisognerà assicurare agli uffici tecnici comunali un largo numero di coordinate geografiche, assolute o UTM, in modo che si possa tracciare con certezza la linea nera di demarcazione del pericolo. Altrimenti bisognerà dare ai medesimi direttamente le mappe comunali con il predetto limite già tracciato nei dettagli.
    Per i comuni di fresca nomina il segmento nero che s’insinua sul loro territorio, rappresenta per i settori comunali ubicati a monte della line, una vera iattura perché segna o dovrebbe segnare la fine del provvido cemento. Occorre anche dire che dall’analisi delle mappe tali porzioni di territorio sono sostanzialmente residuali. Il problema principale probabilmente riguarda la città di Napoli, perché la black line passa in alcuni punti dei quartieri di Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio. Zone notoriamente con un notevole indice di affollamento comprendenti strutture importanti e forse anche qualche impianto con un rischio industriale che dovrebbe essere oggetto di attente valutazioni.
    Intanto invitiamo il ricercatore L. Gurioli, autore del testo “Pyroclastic flow hazard assessment at Somma–Vesuvius based on the geological record” a tracciare la black line anche sul mare pur se a poca distanza dal litorale. Infatti, la linea nera che delimita la zona a maggiore rischio chiamata R1, sarà assunta, anzi è già stata assunta dagli abitanti del vesuviano, come una sorta di confine da tenere in debito conto (l’asimmetricità la rende importante e referenziata) e da superare, ovviamente nel senso diametralmente opposto al Vesuvio in caso di eruzione.
    Chi abita in uno dei paesi costieri invece, potrebbe fare lo stesso ragionamento, individuando nella black line on the sea, il traguardo per mettersi al riparo dai flussi piroclastici, che sono il pericolo principale di cui tener conto nelle eruzioni esplosive.
    D’altra parte la linea nera che si dovrà tracciare sul mare dovrebbe avere un’importanza anche strategica per i nuclei operativi preposti al soccorso.
    I sindaci e gli abitanti delle zone rosse di recente individuazione, hanno avuto momenti di panico all’uscita della nuova demarcazione pubblicata dal Dipartimento della Protezione Civile. Per capire il dramma già accennato in precedenza, è utile riprendere una dichiarazione del sindaco di Palma Campania a proposito dei nuovi scenari: “… sembra che abbiano creato un falso allarmismo sull’argomento, in quanto si tratta di adeguare i piani comunali di protezione civile o di crearli nei comuni dove non ci sono e non di limitazioni sul piano dell’urbanistica”.
    Sulla scorta di un contributo alla chiarezza offerto dall’assessore regionale all’urbanistica Marcello Taglialatela, il sindaco di Poggiomarino pure rassicura i propri cittadini: “il Comune verrà suddiviso in due zone rosse e la seconda non sarà soggetta ai vincoli previsti dalla legge regionale n. 21 del 2003”.
    Il polso della situazione è esattamente questo. Nessun dramma. A far paura non sono le nubi ardenti o la rovinosa pioggia di cenere e lapilli, ma l’impossibilità di mettere mano al cemento intorno al “placido” monte…
    Questi nuovi limiti hanno portato una sperequazione in termini territoriali evincibili dalla figura in basso, in cui abbiamo simulato l’arretramento della linea rossa a ridosso di quella nera (possibilità prevista dal disposto del DPC) per i comuni di Scafati, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano, Nola, Palma Campania e Napoli. Per i restanti comuni della vecchia zona rossa, questa chiamiamola opportunità non è concessa. Ergo, si è ricreata un’incongruenza territoriale in termini di esposizione al pericolo, con anse e penisole, alla stregua delle vecchie demarcazioni oggetto di vecchie polemiche.

    Non escludiamo che comitati e associazioni e partiti politici dei comuni di Torre Annunziata, Pompei, Boscoreale, Somma Vesuviana e Sant’Anastasia, faranno sentire la loro voce per la palese discriminazione subita. Se non lo fanno sbagliano! L’elasticità della linea rossa deve essere una possibilità per tutti come fatto di principio, di serietà, ancorché come concreta possibilità di interventi nella direzione dello sviluppo. Siamo sicuri che un ricorso al tribunale amministrativo darebbe ragione agli esclusi.
    Secondo la vecchia classificazione, nella zona rossa possono abbattersi flussi piroclastici oltre che prodotti di ricaduta. La mappa di L. Gurioli accettata dalla Commissione Grandi Rischi, sancisce quindi una diversa rideterminazione dei settori a rischio, stabilendo un perimetro per la parte ad altissimo pericolo (nube ardente), evincibile appunto dalla Black line. Nell’insieme allora, si rideterminino i confini con la linea di pericolo e non con i limiti amministrativi secondo una logica che deve valere per tutti i comuni esposti senza differenziazioni alcuna tra i nuovi e i vecchi classificati. Se occorrerà modificare leggi regionali come quella 21/2003 sul divieto di edificare per scopi residenziali, si proceda pure in tal senso senza esitazione.
    Molte sono le perplessità circa i nuovi limiti assegnati alle aree esposte al rischio Vesuvio; intanto, però, sta ritornando in auge il progetto di geotermia per la spianata di Bagnoli. Il Deep Drilling Project (CFDDP), non sappiamo quanto sia correlato alla fame di energia e alla vocazione industriale della classe politica locale.

    Agli amministratori della metropoli ma anche alla comunità scientifica partenopea, suggeriamo di evitare assunzioni di impegni e di decisioni in merito a scavi profondi e a insediamenti residenziali e industriali, fino a quando non siano stati presentati gli scenari eruttivi per i Campi Flegrei: la pianificazione del territorio infatti, dovrà avere quel documento come nastro di partenza. Sarà quel documento ufficiale a definire e a quantificare il pericolo. Sarà quel documento a tracciare una linea nera, una rossa e una gialla, secondo ipotesi che saranno interessantissime da consultare, visto che parliamo di area calderica e supervulcano con annesso bradisismo. Solo in seguito, il sindaco Luigi De Magistris o anche il suo vice Tommaso Sodano che non ci sembra marginale al discorso, sommando altri elementi ai dati che gli saranno consegnati dalla Commissione Grandi Rischi (CGR), valuterà in che modo bisognerà pianificare lo sviluppo sostenibile nell’area flegrea, ovviamente con una particolare propensione alla prevenzione che non può in alcun caso essere subalterna alle pur comprensibili necessità di battere cassa.

  5. I nuovi confini della zona rossa vesuviana dovranno essere ridefiniti ufficialmente entro il prossimo 31 marzo 2013 dalla Regione Campania.

    “Il Fatto Vesuviano”, 6 febbraio 2013, QUI

    RISCHIO VESUVIO, TRA ZONA ROSSA E PIANO D’EMERGENZA
    di Redazione

    POGGIOMARINO – Entro il 31 marzo 2013 la Regione Campania, dovrà delimitare nuovamente la “zona rossa” e calcolare il numero di residenti da evacuare in caso di eruzione del Vesuvio. Poggiomarino è al centro della questione, l’ipotesi più plausibile al momento è che il comune venga suddiviso in due zone rosse, la seconda delle quali comprenderà gran parte del territorio cittadino e non sarà soggetta ai vincoli previsti dalla legge regionale n. 21 del 2003 (“Norme urbanistiche per i comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’area vesuviana”) e all’interno di essa potrà essere applicato il “Piano Casa”, proprio come avviene adesso.
    Ma la preoccupazione, com’è ovvio, non va solo alle infrastrutture ma sopratutto alle persone potenzialmente a rischio in caso di un’eruzione esplosiva.
    Per il capo del dipartimento della Protezione civile, Franco Gabrielli, non sarebbe da escludere neanche un’evacuazione via mare. “Il piano d’emergenza sino ad ora ha pensato solo al trasporto su gomma, ma è un’ipotesi che non mi sento di escludere in partenza”.
    Si parla di piano d’emergenza, anche se sul sito della Protezione Civile l’ultimo aggiornamento dello stesso risale al 2006, e prevede i seguenti fenomeni e conseguenti rischi associati
    :

    «Nella fase iniziale dell’eruzione si solleva fino a 15-20 chilometri di altezza una colonna eruttiva composta di gas e frammenti piroclastici, seguita dalla ricaduta a terra di pomici, lapilli e ceneri trasportati dal vento. Il rischio è correlato al carico esercitato dalla coltre piroclastica sui tetti degli edifici di cui provoca eventualmente il crollo, nonché alle difficoltà respiratorie, alla contaminazione delle colture e dell’acqua, alle difficoltà di autorizzare vie di fuga e agli ingorghi stradali. Il territorio che può subire questi fenomeni è indicato come zona gialla. Questa zona comprende 96 comuni delle province di Napoli, Avellino, Benevento e Salerno per un totale di circa 1.100 chilometri quadrati e 1.100.000 abitanti.
    Nella fase successiva, la colonna eruttiva collassa producendo colate piroclastiche che possono raggiungere velocità dell’ordine di 100 km/h e un enorme potere distruttivo. I modelli fisico-numerici indicano che dal momento del collasso della colonna eruttiva, le colate piroclastiche impiegheranno 5-10 minuti per raggiungere la costa. Il territorio esposto a questo rischio è definito zona rossa, comprende 18 comuni è per un totale di circa 200 chilometri quadrati di estensione e poco meno 600.000 abitanti. Nella terza fase si possono generare colate di fango anche a distanza di giorni dall’eruzione. I territori soggetti a questo rischio sono indicati come zona blu che include 14 comuni della provincia di Napoli per un totale di 180.000 abitanti. Inoltre, i comuni di Torre del Greco e Trecase, presentano un’elevata pericolosità da invasione di lave pur trovandosi ad una certa distanza dal cratere sommitale».

    Intanto, si continua ad edificare e la popolazione continua a crescere nei territori interni alle fasce a rischio. Secondo degli studi recenti dal 1951 al 2001 nell’insieme dei 18 comuni considerati “zona rossa” vi è stato un sensibile incremento demografico, pari al 56,3 per cento, da 353.172 a 551.837 abitanti. Questo dato ha ovviamente causato una crescita della densità abitativa, nonché una moltiplicazione esponenziale del numero di abitazioni, da 73.141 a 187.407 edifici.
    L’ultima eruzione risale al 1944, e da allora [PRIMA DI ALLORA, IN REALTA’, n.d.G.] sono stati riconosciuti 18 cicli eruttivi separati da brevi intervalli di stasi inferiori a 7 anni. Gli studi scientifici hanno consentito di accertare che nei periodi di quiescenza, il magma si è accumulato in una camera posta a 5-7 chilometri di profondità.
    La riuscita del cosiddetto “piano di emergenza” dipende dalla capacità di prevedere l’eruzione del Vesuvio con sufficiente anticipo. In ogni caso, allo stato attuale delle cose, vi sarebbe una difficoltà oggettiva, anche se la popolazione fosse adeguatamente pronta e preparata, nell’evacuare una zona densamente abitata come quella vesuviana
    .

  6. “Hyde Park”, 16 febbraio 2013, QUI

    RISCHIO VESUVIO, ZONE E PERICOLI
    di MalKo

    null
    Ad analizzare con attenzione la nuova “scenografia” dell’area vesuviana, si capisce che non c’è stata alcuna rivoluzione copernicana su quello che già si sapeva a proposito del rischio Vesuvio e dei suoi fenomeni. La vera novità è l’introduzione della black line che ha delimitato, bisogna rilevare con grande assunzione di responsabilità, due confini ovvero due zone a diversa pericolosità:
    R1 – si estende dal cono vulcanico fino alla linea nera. Il territorio così classificato è quello esposto ai temibili e distruttivi flussi piroclastici con annessa massiccia ricaduta di cenere, lapilli e bombe vulcaniche;
    R2 – corona non circolare che si estende oltre la black line e fino ai confini amministrativi dei comuni periferici della nuova zona rossa. Quest’area è soggetta al fenomeno di ricaduta dei prodotti piroclastici in una quantità tale, che in alcuni punti può causare problemi statici alla tenuta dei tetti che potrebbero sprofondare sotto il peso dei materiali accumulati. Il sovraccarico sulle coperture potrebbe rendere le strutture particolarmente vulnerabili alle sollecitazioni sismiche.
    Nella zona rossa (R1+R2), ai problemi già accennati in precedenza a proposito delle nubi ardenti, bisognerà tenere in debito conto anche il problema di ripararsi il capo dai proietti e, a causa di ceneri e polveri in sospensione, affrontare le difficoltà di respirazione e di avanzamento a piedi tra gli ammassi di cenere e lapilli, perché i motori e anche le apparecchiature elettriche ed elettroniche andrebbero molto probabilmente in tilt.
    La pioggia di piroclastiti oltre il confine della R2, cioè in zona gialla (ZG), in figura non definita, pur in una quantità minore rispetto alla zona rossa, potrebbe creare comunque disagi anche di una certa importanza alla popolazione, in una misura però, dipendente dalla distanza dal vulcano e dalla posizione geografica che potrebbe essere in linea con i venti dominanti e sottovento al centro eruttivo.
    null
    La zona gialla comprende, stornando le municipalità passate in zona rossa, 89 comuni: 28 della provincia di Napoli; 40 della provincia di Avellino; 20 del salernitano e 1 della provincia di Benevento, esattamente Pannarano.
    A nord del Vesuvio, al di là della zona rossa e comunque in zona gialla, abbiamo anche la zona blu, che si riconosce nella cosiddetta conca di Nola, composta da quattordici comuni esposti al rischio non trascurabile di inondazioni e alluvionamenti (ZB).
    E’ possibile già da questi scenari proposti e relativa mappatura dei territori, procedere con delle riflessioni. Innanzitutto è del tutto evidente che alcuni comuni come quello di Portici, Ercolano e Torre del Greco, tanto per focalizzare l’attenzione sulla fascia costiera, a prescindere dal tipo di evento eruttivo, sia esso ad altissima, media o bassa frequenza di accadimento, rientrano comunque e pienamente nel settore a rischio principale (entro la black line). Quindi, non c’è un solo angolo di questi comuni che possa ritenersi al sicuro dalle colate piroclastiche. Queste cittadine poi, hanno dalla loro la caratteristica di essere strette tra mare e vulcano e di avere territori affollatissimi. Torre del greco a guardare le cifre ha più abitanti di Caserta. Le città di Portici ed Ercolano inoltre, annoverano ognuna quasi lo stesso numero di residenti di Avellino che è un capoluogo di provincia. Portici ha anche il record della densità abitativa che raggiunge le dodicimila unità a chilometro quadrato, costituendo un vero guinness da primato in Italia e piazzandosi tra i primi posti anche nella classifica Europea, seguita subito dopo da San Giorgio a Cremano.
    Senza entrare nella paccottiglia di studi accademici sulla viabilità che trovano scarsi riscontri pratici, da notare che in caso di emergenza vulcanica i cittadini di Portici e quelli di Ercolano, dovranno allontanarsi dal vesuviano in contemporanea e attraverso un unico casello disponibile per l’ingresso sull’autostrada A3 Napoli-Salerno. Fino a un anno fa ne erano due e indipendenti. Immaginate quindi due città come Avellino che imboccano una rotatoria attraverso una carreggiata a due corsie a doppio senso di circolazione con tutta l’adrenalina disponibile in circolo nel corpo …perché in questi casi non contano i tre giorni a disposizione come recitano e assicurano i previsori, ci si muoverà contando i minuti nella gara del chi fa prima a mettersi in salvo.
    null
    Il Prefetto Pasquale Manzo, commissario prefettizio di Portici, potrebbe farsi promotore di un appello verso i vertici di Autostrade Meridionali, acchè lascino usufruibile per i soli fini di emergenza il vecchio casello d’ingresso A3 in direzione Napoli, se non già eliminato. Sarebbe un grande passo in avanti verso l’exit strategy dall’agglomerato ultra urbanizzato in favore di una popolazione stipata come sardine.
    Altri comuni ancora sono tagliuzzati dalla linea nera con differenziazione del pericolo nello stesso ambito comunale; succede principalmente a Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Boscoreale, Pompei e Torre Annunziata.
    Napoli, Scafati, Poggiomarino,Palma Campania, San Gennaro Vesuviano e Nola invece, in via del tutto eccezionale e con placet regionale, possono rimaneggiare la linea rossa, cioè spostarla dai confini amministrativi…passarsela sul capo e riportarla addirittura a ridosso della black line. Entro il 31 marzo2013 queste amministrazioni new entry per chiedere la riperimetrazione della zona rossa dovranno dimostrare di avere tetti rinforzati o a spiovente nei settori indicati a rischio di accumulo dei prodotti eruttati. Dovranno pure presentare un piano di evacuazione zonale per far scavalcare a un po’ di residenti la linea nera e rossa così modificata. Almeno così ci è sembrato di capire dall’escamotage tutto politico e poco tecnico messo in campo dagli esperti riuniti in conclave.
    Che succederà se non saranno dimostrati e rispettate entro tale data le due clausole per la ridefinizione della linea rossa? L’Ing. Edoardo Cosenza consentirà a questi comuni lo spostamento della perimetrazione sulla parola? E i cittadini che hanno i tetti resistenti o a spiovente in zona R2, che dovranno fare con precisione: spostarsi un po’ più lontano in caso di eruzione o andare via dall’area vulcanica? Lo sapremo presto… Intanto e per inciso, dai cassetti del dipartimento della protezione civile ancora non salta fuori il piano d’emergenza Vesuvio che tutti cercano ma nessuno trova.
    Nella conta dei problemi bisogna annoverare pure quattordici comuni dell’hinterland partenopeo, a iniziare da Nola e Acerra che dovrebbero organizzarsi soprattutto in termini di prevenzione, per adeguare il loro territorio al rischio non solo di precipitazioni piroclastiche, ma anche a quello di alluvionamento, per le copiose piogge che potrebbero scatenarsi in seno all’eruzione, con possibili formazioni di torrenti di fango. Narrano le cronache, che nel corso dell’eruzione del 1631 (EMA), in quel di Marigliano, Cicciano e Cisterna, le acque dilagarono oltre i tre metri d’altezza…non senza danno per la vita umana.
    Tra le curiosità di questa mappatura risalta il comune di Nola, che dalla sua ha la caratteristica di presentare un territorio flagellabile da tutti e quattro i rischi legati alle fenomenologie eruttive del Vesuvio. Infatti, i suoli comunali si dividono e si classificano in termini di rischio in zone R1, R2, Zona Gialla e Zona Blu. Quest’ultima, nota nella nota, con il “vulcano buono” (centro commerciale in foto d’apertura), che pare segni la massima depressione della fossa nolana.
    La nostra impressione è sempre la stessa, cioè che si voglia quadrare il cerchio dell’edilizia e del piano casa regionale, trascurando le regole della sicurezza viste come un freno allo sviluppo e non come una forma di tutela per l’imponderabile. Il problema che si pongono taluni amministratori è solo quello di non far trasparire il loro bisogno viscerale di cemento, seguendo alcune regole: «non bisogna dare l’impressione di sottostimare il pericolo vulcanico, perché a tratti torna utile e fa tanto fashion. …»

  7. Prime considerazione sulla “nuova” zona rossa da parte degli amministratori interessati.
    Di seguito, l’opinione di uno dei più fermi sostenitori di una revisione dei precedenti criteri di perimetrazione del rischio, il sindaco di Sant’Anastasia, Carmine Esposito.

    “Italia News”, 20 marzo 2013, qui

    SANT’ANASTASIA. FONDI PER MESSA IN SICUREZZA VESUVIANO DOVE SONO FINITI? RISPONDE IL SINDACO
    di Redazione

    Sant’Anastasia (NA) – Nell’ambito del convegno odierno “Intervista al Vesuvio”, in programma alle ore 17,00 presso il Tennis Hotel di Agnano, al sindaco Carmine Esposito verrà posta la domanda: ”Dove sono finiti i fondi per la messa in sicurezza dei paesi vesuviani?” Riportiamo, di seguito, la risposta (linea guida, salvo modifiche e/o integrazioni a braccio) che il sindaco darà.

    Il pericolo rappresentato dal Vesuvio è naturalmente intrinseco nel contesto fisico della nostra regione così come, potremo dire, l’acqua è bagnata o il sole è caldo! Cosa diversa è la valutazione del rischio. È infatti il caso di precisare che “per pericolo si intende una proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni. Invece, il rischio riguarda la probabilità che sia raggiunto il limite potenziale di danno nelle condizioni di impiego, o di esposizione, di un determinato fattore. Quindi, il pericolo implica una condizione oggettiva e la certezza che si verifichi un evento avverso, mentre il rischio implica solo la possibilità che si verifichi tale evento avverso. Non è ovviamente possibile affermare che il Vesuvio non costituisca alcun pericolo. Prima o poi, e noi tutti speriamo POI, il Vesuvio tornerà a far sentire la sua forza naturale ed ineludibile. Solo quando ciò accadrà potremo sapere se la sua manifestazione sarà stata più o meno distruttiva. Ciò che noi abbiamo il dovere di fare, in attesa del probabile evento dannoso, è mettere in campo tutti gli strumenti per abbattere i gradi di rischio del territorio. In questo scenario non c’è provvedimento che tenga, a meno che, infatti, non si abbia la forza di proporre per legge una radicale deportazione dei residenti che, nonostante la ciclicità distruttiva manifestata nei secoli dal vulcano campano, sono sempre ritornati alle falde del complesso Somma-Vesuvio. La famigerata legge regionale n°21/03, nota come legge sulla cosiddetta “zona rossa” è stata emanata nel dicembre 2003. Da allora solo nel 2011 sono state apportate alcune leggere modifiche. Tuttavia, la filosofia della legge non cambia. Da un lato non si ha la forza di imporre un allontanamento dai luoghi pericolosi di tutti i residenti, dall’altro non si realizzano le opere necessarie ad aumentare i livelli di sicurezza del territorio. È indubbio riscontrare ad oggi che, ben 10 anni dopo la sue emanazione, la legge regionale 21/03 ha clamorosamente fallito i suoi principali obiettivi: mettere al sicuro i territori e salvaguardare vite umane. Se è vero, infatti, che non sono state realizzate opere infrastrutturali che avrebbero dovuto innalzare i gradi di sicurezza del territorio, è anche vero che non sono stati attivati tutti quei procedimenti per avviare un sistema virtuoso per coinvolgere risorse private finalizzate alla rigenerazione edilizia ed urbanistica che avrebbe potuto, realmente e non solo sulla carta, portare i nostri territori ad un livello di sicurezza ambientale più accettabile. Per quanto riguarda le opere pubbliche è incredibile il ritardo operativo con cui, in maniera assolutamente criminale, si sta procedendo (o meglio sarebbe dire non si sta procedendo!). Dall’emanazione della legge non è stata approvata, finanziata od eseguita un sola opera infrastrutturale, in tutti i nostri territori, che potesse permettere un ragionevole esodo in caso di emergenza. Emblematico potrebbe essere il citare la problematica connessa al cosiddetto intervento per il “raddoppio” della S.S. 268, progetto nato a metà degli anni ’80 che avrebbe potuto trovare nuova linfa ed immediata forza nella emanazione della legge per le zone rosse e che, invece, giace fermo per mancanza di fondi! Se a questo si aggiunge che, di recente a causa di un tragico incidente, l’altra via d’esodo dei nostri territori, la strada provinciale “162”, è stata per parecchi mesi chiusa, allora si percepisce perfettamente quale assurdo disagio e diseguaglianza vivano i nostri luoghi. Se, Dio non voglia, accadesse una eruzione in caso di blocco di una delle due vie di esodo per il nostro comune cosa accadrebbe ai miei cittadini? Sul versante delle opere private non siamo messi meglio, con l’approvazione della legge, infatti, non si è avviato nessun “volano” virtuoso per la rigenerazione dei luoghi. È il caso di sorvolare sulla assurda previsione di contributo erogato per la trasformazione delle abitazioni in attività ricettive, perché certamente non è questo sperpero di fondi pubblici che aiuta ad innalzare i livelli di sicurezza del territorio. Una casa vecchia e non antica va solo demolita e ricostruita, con tecniche antisismiche e moderne. Per fare ciò bisogne rendere agevole e conveniente tale tipologia di intervento. Nella redazione del Piano Strategico Operativo, previsto dalla L.R. 21/03, erano indicati esattamente tutti questi concetti ed era esplicitamente indicata anche la possibilità di ricorrere alla “premialità” volumetrica che avrebbe reso più conveniente anche per i privati questo tipo di intervento, che come ricaduta avrebbe avviato notevoli vantaggi: case più solide, razionali (anche dal punto di vista urbanistico, prevedendo una diversa disposizione sul territorio), efficienti ed, inoltre, messo in moto realmente l’economia locale. Purtroppo dopo anni di colpevole blocco del settore edile, peraltro una volta trainante per le economie locali, si è generata una radicale crisi che ha coinvolto tutta la società civile anastasiana, ma certamente estendibile a tutti i residenti nella zona rossa. In più, la crisi, o meglio il blocco totale dell’edilizia privata, rende assolutamente prossimi allo zero i possibili introiti da oneri con cui l’amministrazione potrebbe finanziare eventuali opere pubbliche quali interventi esiziali per dare legittime risposte alle attese della collettività. Non possono incassarsi soldi per la non esecuzione di opere private, non vengono approvati i condoni perché la soprintendenza attende l’approvazione del PSO, sono stati ridotti a zero i trasferimenti dagli enti sovraordinati, vengono imposti limiti da parte del cosiddetto “patto di stabilità” interno, beh in queste condizioni è assolutamente impossibile amministrare gli enti locali, peraltro, anche in un momento di grande difficoltà economica nazionale ed internazionale per la carenza di prospettive e lavoro. Nell’introduzione delle specifiche economiche del PSO si legge: “La prospettiva economico-finanziaria del PSO si pone in stretta coerenza con gli obiettivi di fondo del PSO stesso, primariamente qualificati nella razionalizzazione e potenziamento delle vie di fuga, nella messa in sicurezza del territorio e nella sua decompressione.” Nessuna attività è stata messa in essere, anche se qualcosa era stato avviato ma, poi, inspiegabilmente bloccato! Gli indirizzi programmatici alla base del dimensionamento finanziario del PSO, infatti, trovavano ampia rispondenza nella “Premessa al Documento Strategico Regionale 2007-2013”, come da D.G.R.C. n. 1809 del 06.12.2005, che individuava tra le linee strategiche di sviluppo: la tutela del territorio dai rischi idrogeologici, vulcanici e sismici; la valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico; lo sviluppo sostenibile dei sistemi di trasporto; la riqualificazione ed il recupero urbano e lo sviluppo territoriale e produttivo equilibrato e policentrico. Nello specifico per il comune di Sant’Anastasia erano stati previsti interventi di natura pubblica pari a circa 11.000.000,00 di EURO per opere di mitigazione ambientali specificamente connesse al rischio idrogeologico, un 1.000.000,00 di € per il rischio idraulico, in ordine al rischio per la tutela, messa in sicurezza e riqualificazione del patrimonio storico altri 3.600.000,00 €. Per quanto concerne, ancora, gli interventi di razionalizzazione, adeguamento e messa in sicurezza delle infrastrutture ai fini del potenziamento delle vie di fuga, la stima del relativo fabbisogno finanziario prevedeva per il comune di Sant’Anastasia un contributo pubblico di 14.000.000,00 €. Mentre per le opere di interventi programmati di tipo puntuale per la rigenerazione e lo sviluppo di elementi caratterizzanti il territorio si prevedeva un contributo pubblico di oltre 18.900.000,00 €. Inoltre, si prevedevano incentivi per la mobilità abitativa, finalizzati al sostegno delle fasce sociali più deboli all’interno dei programmi di tipo diffuso e puntuale, finalizzati a mitigare l’impatto delle operazioni di riconversione del patrimonio abitativo e ad accompagnare i processi di rilocalizzazione all’esterno della Zona Rossa in una prospettiva di esclusiva integrazione con i suddetti programmi. Per questa azione erano previsti 5.330.000,00 €. Riassumendo per la cosiddetta “prima fase” di attuazione del piano strategico operativo per la sola comunità di Sant’Anastasia erano previsti circa 64 milioni di EURO!! A fronte degli oltre 800 milioni previsti per tutti i diciotto comuni della zona rossa. Ad oggi, non è stato neanche approvato dalla regione il PSO che la provincia ha adottato con delibera di consiglio n° 99 del 29 ottobre 2007. Per questo come Sindaco della mia comunità ho diffidato l’allora Governatore della Regione, e per continuità nell’inadempienza, anche l’attuale. Di recente, lo scorso dicembre 2012, è stato aggiornato il piano di sicurezza derivante dal rischio vulcanico introducendo alcune sostanziali modifiche. Alcune da me sempre sostenute, in ordine al ridisegno dei confini della zona rossa. Le modifiche al nuovo piano in sintesi possono riassumersi nell’inserimento dell’enclave di Pomigliano all’interno del territorio di Sant’Anastasia, vengono poi aggiunti altri sei comuni (Nola, Palma Campania, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano, Scafati e Pomigliano) e tre quartieri di Napoli (Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio). La grande novità che finalmente viene introdotta dalle nuove perimetrazioni del zona rossa è costituita dal fatto che le amministrazioni locali possono richiedere di rivedere i confini della stessa anche diversamente dai confini amministrativi. I singoli Comuni, d’intesa con la Regione Campania, potranno proporre per i propri territori confini della nuova “zona rossa” diversi dai limiti amministrativi – mai, però, inferiori rispetto alla delimitazione prevista per la zona esposta all’invasione di flussi piroclastici. Per fare questo dovranno dimostrare di essere in grado di gestire evacuazioni parziali delle proprie comunità e, nelle aree a rischio crolli, di aver rafforzato le coperture degli edifici vulnerabili esposti alla ricaduta di ceneri e lapilli. Ora però, per poter gestire al meglio le evacuazioni delle proprie comunità e per poter rafforzare le coperture degli edifici vulnerabili, è necessario prevedere idonee risorse da parte degli organismi sovra-ordinati che possano permettere la esecuzione, da un lato, delle infrastrutture e, dall’altro, per fornire contributi ai soggetti che decidano di intervenire sui propri immobili. Senza risorse pubbliche certe, ma anche senza definizioni chiare in ordine alle possibilità operative nelle aree vesuviane, la redazione degli strumenti urbanistici comunali è praticamente impossibile, o quantomeno inutile!! Per questo assume vitale importanza accelerare, per la definizione di chiare azioni di sviluppo per i territori soggetti al pericolo del Vesuvio”.

    Giuseppe Piscopo

    – – –

    Il testo è presente anche su “Il fatto vesuviano”, qui.

  8. Un resoconto del convengo “Intervista al Vesuvio”, di cui già al commento precedente è stato scritto da Fabrizio Ferrante per il blog “Per la grande Napoli” (21 marzo 2013):

    “Per la grande Napoli”, 21 marzo 2013, QUI

    RISCHIO VULCANICO A NAPOLI. CONVEGNO CON ALDO LORIS ROSSI E MARCO PANNELLA
    di Fabrizio Ferrante (già in http://www.epressonline.net e disponibile anche qui)

    Ieri, 20 marzo 2013, si è tenuto a Pozzuoli presso il Tennis Hotel un convegno inerente il rischio sismico e vulcanico nella zona di Napoli e Provincia. “Intervista al Vesuvio. Vulcano o ‘montagna’?” questo il titolo di una tavola rotonda che ha visto la presenza di geologi, urbanisti, ricercatori ed esponenti del mondo politico e istituzionale. Organizzatori dell’evento, tre organi d’informazione che per l’occasione hanno scelto di cooperare: si tratta de “Il fiore uomo solidale”, periodico di informazione e tutela dei diritti umani, Radio Radicale (clicca QUI per il video integrale dell’evento) e “La libera informazione flegrea”. Ospiti intervenuti, Marco Pannella, ovvero l’uomo che da decenni lotta inascoltato per segnalare l’imminenza del rischio vulcanico, Giuseppe Mastrolorenzo, ricercatore presso l’Osservatorio Vesuviano, l’urbanista Aldo Loris Rossi e Benedetto De Vivo, docente di geofisica all’università Federico II.
    Presenti anche alcuni sindaci di comuni della zona rossa, come quello di San Giorgio a Cremano e quello di Sant’Anastasia – Domenico Giorgiano e Carmine Esposito – oltre all’esponente dei Verdi, Francesco Borrelli. Sono intervenuti anche l’avvocato Michele Brandi e l’architetto Francesco Santoianni mentre sono risultati assenti, seppur invitati, i sindaci di Napoli e di Pozzuoli, Luigi de Magistris e Vincenzo Figliolia.
    Apertura riservata all’introduzione a cura dei due moderatori, Doriana Vriale ed Emiliano Dario Esposito, rispettivamente direttori de “Il fiore uomo solidale” e “La libera informazione flegrea”. Le due testate, di concerto con Radio Radicale, hanno cooperato partendo dall’intuizione della Vriale di rilanciare la lotta di Pannella sul rischio Vesuvio – che sfocerà nella denuncia alla Cedu – perfezionata dal contributo importante offerto dalla “Libera informazione flegrea” soprattutto per la parte del dibattito riguardante i Campi Flegrei. Proprio dalla caldera dei Campi Flegrei è necessario partire, per spiegare attraverso le parole degli studiosi la gravità della situazione e il pericolo incombente sull’area circostante. Il principio base, come più volte evocato da Pannella in relazione alle eruzioni vulcaniche sul nostro territorio non è “se si verificheranno ma quando si verificheranno” e il pericolo non è costituito dai fenomeni naturali ma dalla impreparazione della cittadinanza a fronteggiare eventuali eruzioni.

    “40 mila anni fa – ha spiegato Mastrolorenzo – un’eruzione dei Campi Flegrei fu tra le più potenti mai registrate nel mondo e 40 mila anni sono uno spazio di tempo minimo, in geologia. Si può vivere benissimo in presenza di un vulcano solo se si è in grado di evacuare le zone a rischio e vivere in altre aree. Da vent’anni è finanziato ma non esiste ancora un piano d’emergenza per i Campi Flegrei.
    Temiamo sia per la super eruzione ma anche per quelle minori, vista la zona molto popolata. Napoli sarebbe travolta dalla cenere dei Campi Flegrei a ovest e del Vesuvio a est ma a Napoli non c’è un piano di emergenza. La zona rossa è stata estesa a tre municipalità di Napoli e l’Ospedale del mare è finito nella zona rossa a seguito dell’estensione”. E ancora: “La Zona rossa era sbagliata ma si è realizzata lo stesso in quel modo. Tre milioni di napoletani sono a rischio, cosa da non sottovalutare”.

    Secondo Aldo Loris Rossi – uno degli padri della Città Metropolitana, con Francesco Compagna – invece, “le zone un tempo a maggior densità abitativa a Napoli – in prossimità o sulle pendici del Vesuvio e nella zona dei Campi Flegrei – sono state oggetto di un enorme calo di questo parametro negli ultimi decenni. Un quinto di napoletani ‘se n’è fuiut’. La Provincia di Napoli è epicentro del malessere campano, del Mezzogiorno e in generale dell’Italia. È la Provincia coi peggiori indicatori, ultima delle 107 d’Italia e pur essendo per estensione tra le più piccole al punto da entrare per superficie nel raccordo anulare di Roma, ospita due vulcani”. Senza interventi immediati, insomma, “la tragedia incombe” secondo l’urbanista che ha ricordato numerose interrogazioni parlamentari rimaste inevase sul tema, oltre alla necessità di un piano di evacuazione, in ogni momento pronto e applicabile.

    Affare complicato, a sentire il sindaco di San Giorgio a Cremano, Domenico Giorgiano. Questi ha denunciato non solo l’assenza del piano d’emergenza ma anche i continui condoni e la conseguente ostruzione totale delle vie di fuga. “Dal 1944 a oggi l’urbanizzazione a San Giorgio è quadruplicata”, ha dichiarato Giorgiano.

    Di tutt’altro tenore le argomentazioni del sindaco di Sant’Anastasia, Carmine Esposito. Secondo Esposito “la zona rossa è una stronzata scientifica rispetto a quanto previsto dalla legge 21 che prevede il piano strategico operativo, accompagnato da centinaia di milioni di euro per bonifiche e quant’altro ma nulla è stato fatto. Ho denunciato Antonio Bassolino e credo che sindaci come de Magistris sono insensibili e irresponsabili. La prima messa in sicurezza è partita solo nel 2007 dalla Provincia”.

    Attacchi rivolti anche a chi si è opposto a continui condoni e all’urbanizzazione selvaggia, che non sono piaciuti a Francesco Borrelli, coordinatore dei Verdi nonché ex assessore provinciale alla Protezione Civile.
    Duro l’affondo di Borrelli, che dapprima rivendicato di aver “capito tutto” sulla Protezione Civile di Guido Bertolaso, prestando i primi soccorsi a L’Aquila. Poi ha accusato i sindaci come quello di Sant’Anastasia di avere agito avvantaggiando la camorra e la speculazione edilizia, anche attraverso i ripetuti condoni nel tempo succedutisi. Il tutto in risposta ad attacchi che l’esponente ambientalista riteneva di aver subito pochi minuti prima da Esposito.

    Nella circostanza non sono mancati momenti di tensione, fino alla cacciata di Borrelli dopo un virulento faccia a faccia col sindaco del comune vesuviano.

    Tornando ai temi del dibattito, merita una citazione anche il ragionamento del Professore De Vivo, circa la prevedibilità delle eruzioni: “il rischio evidenziato da Mastrolorenzo è reale, ma dopo ricerche con Steve Sparks, primo vulcanologo al mondo, ho verificato che le eruzioni si potranno anche prevedere al 99% ma c’è sempre un minimo di imprevedibilità. I vulcani non conoscono algoritmi o matematica. Dire che si possono prevedere le eruzioni è, dunque, una parziale verità. Le eruzioni possono anche verificarsi con un preavviso bassissimo o inesistente”.

    Nota a parte per l’intervento forse più atteso, ovvero quello di Marco Pannella. Il leader radicale ha intrattenuto il pubblico e i giornalisti prima del convegno e durante la discussione, con voli pindarici che hanno spaziato dall’internazionale liberale del 1947 fino a Benedetto Croce, il diamat e il materialismo storico. Il tutto senza tralasciare lodi per Francesco I – ma anche per Benedetto XVI – né tanto meno la lotta per la giustizia e la prepotente urgenza delle carceri. Ciò evidenziato, soffermiamoci su alcuni concetti espressi da Pannella che ha esordito in modo sibillino approcciandosi al tema oggetto del convegno. Dopo aver ringraziato gli organizzatori, Pannella ha dichiarato che “la conoscenza è salvifica, dialogica e dialettica e le cose che discutevamo in consiglio comunale – riferendosi alla sua presenza in quell’assemblea a metà anni’80 – continuano. È un dibattito appassionante che riguarda la vita del ‘guaglione’ che capisce ed è sensibile a ciò che è vietato. Una volta si dibatteva per faziosità, oggi neanche più per quello” ha chiosato Pannella riferendosi alla sparizione del rischio vulcanico dai temi al centro del dibattito pubblico e annunciando che i firmatari di oggi – alcune centinaia – per la denuncia alla Cedu di Strasburgo sul rischio Vesuvio, dovranno diventare 3 milioni. Ovvero il numero di napoletani a rischio.

    – – –

    Un articolo che tratta di questo convegno è stato scritto da Umberto Ciarlo su “Cronache di Napoli”, 22-03-2013: “Rischio vulcanico nel napoletano, a rischio tre milioni di persone”, QUI.

  9. Intanto, nei “nuovi” comuni della rinnovata “zona rossa” continuano i dibattiti su come gestire le conseguenze della perimetrazione del rischio. Nel seguente comunicato stampa si parla di Nola:

    “Caserta News”, 26 marzo 2013, QUI

    RISCHIO VULCANICO: INCONTRO IN MUNICIPIO CON L’ASSESSORE REGIONALE ALLA PROTEZIONE CIVILE

    Nola – Un incontro informativo sull’aggiornamento del Piano di emergenza per il rischio vulcanico dell’Area Vesuviana che coinvolgerà tecnici e Consiglieri Comunali, si terrà alle 19.00 di oggi ed è stato promosso dal Sindaco Geremia Biancardi. Al confronto parteciperà l’Assessore Regionale ai Lavori Pubblici, alla Protezione Civile ed alla Difesa del territorio Edoardo Cosenza. L’incontro è propedeutico al Consiglio Comunale che sarà convocato entro la fine del mese per approvare la proposta del Comune di Nola sul perimetro della “zona rossa” che ricade sul proprio territorio. “Abbiamo lavorato per ridurre i confini del territorio che rientra nella zona rossa – dichiara il Sindaco Geremia Biancardi –. Grazie ai continui incontri con i rappresentanti del Dipartimento di Protezione Civile siamo riusciti ad evitare che il vincolo fosse esteso all’intero territorio, riducendolo fin dove è stato possibile e, soprattutto, considerando prioritaria la tutela e la sicurezza dei nostri cittadini. In futuro, nel corso della definizione dell’assetto urbanistico della città, l’area che rientra nei confini della “zona rossa” sarà privilegiata con interventi che miglioreranno il contesto economico e sociale, come la realizzazione di impianti sportivi e produttivi”.

    – – –

    Ne scrive anche Pasquale Napolitano su “Il Mediano”, 27 marzo 2013: “Nola nella zona rossa: consiglio comunale ad hoc. Dopo l’incontro con l’assessore alla Protezione Civile, Edoardo Cosenza, il sindaco Biancardi presenta il nuovo piano di sicurezza all’assemblea cittadina“, QUI.

  10. Non ho ben capito: ogni comune delimita da sé i confini della zona rossa che interessano il proprio territorio? Oh my God!

    “Il Nolano”, 29 marzo 2013, QUI (Anno VI, Numero 88)

    ZONA ROSSA, FISSATI I CONFINI
    di Redazione

    NOLA – Con 23 voti favorevoli e 4 astenuti il Consiglio Comunale approva la delibera che fissa i limiti della Zona Rossa per il rischio Vesuvio, una deliberazione, come ha spiegato il Sindaco Geremia Biancardi, frutto di una serie di incontri con gli enti sovracomunali, in particolare la Regione, durante i quali si è cercato con grande impegno di contemperare le esigenze di sviluppo con quelle di sicurezza. Il punto da cui si partiva era la valutazione della Commissione Nazionale “Gravi rischi”, che ha fissato per il territorio di Nola il limite invalicabile del pericolo in caso di eruzione del Vesuvio in località Villa Alberini a Piazzolla. Da questo presupposto è stato concesso ai comuni di proporre limiti morfologici ben individuabili, entro il 31 marzo. La proposta, sottoposta al Consiglio Comunale, è quella che delimita la zona individuando il confine in Via XX Settembre. “Si tratta di un provvedimento imposto dall’alto – ha sottolineato il Sindaco Geremia Biancardi – che serve a tutelare le comunità comprese in queste zone di rischio, individuate attraverso criteri rigidamente scientifici. In queste aree, che sono prevalentemente agricole, si potranno comunque costruire insediamenti produttivi ed avranno incentivi dal governo centrale per quanto concerne le vie di fuga e tutto quanto attiene alla sicurezza”. Nel corso della seduta si è evidenziata la necessità di interventi compensativi sui territori compresi nella “Zona rossa”, ma anche di tutela per il resto della città. “Appare chiaro – ha dichiarato il capogruppo della lista Democratici e Cristiani, Raffaele Casilli – che il territorio di Piazzolla va incontro ad un ulteriore sacrificio. Nel prossimo Puc sarà opportuno prevedere elementi di salvaguardia per gli equilibri del territorio”. “Spalle al muro – ha dichiarato il capogruppo di Città Viva, Chiara Ruocco – voto a favore della delibera. In effetti il limite proposto non sappiamo se realmente rappresenta il reale margine di sicurezza. Poteva esserlo anche quello dell’A30. Quanto accadrà in caso di eruzione vulcanica nessuno lo sa, proprio per questo occorre che il margine sia quanto più alto possibile”. Il Partito Democratico da parte sua ha presentato una mozione d’ordine, poi tramutata in emendamento alla delibera sottoposta al consiglio. Un documento in cui si chiede una disponibilità per interventi compensativi sul territorio di Piazzolla, in particolare quelli compresi nella “Zona rossa”. Tra le proposte, anche la riduzione dell’Imu e della Tarsu per queste aree. Il documento, però, è stato ritenuto non ammissibile perché non legato alla delibera al vaglio del Consiglio e perché necessita di un impegno di carattere economico da prevedere in bilancio. “Il gruppo consiliare del Pdl – ha dichiarato a tal proposito il neo capogruppo del partito, Franco Nappi – voterà la deliberà così com’è giunta in consiglio. Siamo aperti e disponibili a discutere la proposta del Pd, sin dal prossimo consiglio comunale, magari apportando alla stessa anche il nostro contributo”. Prima dell’inizio dei lavori, il gruppo del Pdl ha annunciato il cambio del capogruppo. Al posto del consigliere Michele Cutolo, subentra il consigliere Franco Nappi. “Per me è un grande onore poter rappresentare il gruppo del Pdl in Consiglio Comunale – ha dichiarato Nappi –. Ringrazio il mio predecessore, Michele Cutolo, per il lavoro sin qui svolto. Il mio impegno sarà quello di continuare il proficuo confronto con tutti i gruppi consiliari, al fine di raggiungere ulteriori importanti risultanti in questa ultima parte della consiliatura. Annuncio, tra l’altro, le dimissioni da presidente della commissione Annona, visto che non ho mai creduto nella sovrapposizione dei ruoli. Naturalmente continuerò a presiedere la commissione fino a quando non sarà nominato il nuovo presidente”.

  11. Entro il 31 marzo 2013 si sarebbe dovuta definire la “nuova zona rossa”, ma il lavoro è ancora “in progress”.
    La consueta, puntuale analisi di MalKo:

    “Hyde Park”, 6 aprile 2013, QUI

    RISCHIO VESUVIO? WORK IN PROGRESS
    di MalKo

    Il Dipartimento della Protezione Civile (DPC) ha reso noto i territori dell’area vesuviana che potrebbero essere colpiti dagli effetti più deleteri di un’eruzione esplosiva dell’arcinoto Vesuvio. In tal caso sono state definite delle aree che abbiamo schematizzato concettualmente nel disegno di figura 1.

    Zona nera (R1) : Interessa la parte montana e pedemontana del Vesuvio con un limite verso il basso segnato sulle mappe ufficiali da una linea nera asimmetrica (black line). In questa zona il pericolo maggiore è dettato dai flussi piroclastici che potrebbero interessare qualsiasi versante del vulcano. Entro tale circonferenza, oltre alle nubi ardenti il pericolo potrebbe provenire anche dalla copiosa caduta di cenere, lapilli e bombe vulcaniche.

    Zona rossa (R2): in quest’area la pioggia di materiale piroclastico potrebbe assumere intensità tale da costituire comunque un problema per le persone e per la statica delle coperture in piano dei palazzi, che potrebbero sprofondare sotto il peso di cenere e lapillo. Gli accumuli dei prodotti eruttati renderebbe i fabbricati più vulnerabili anche alle scosse sismiche che, probabilmente, accompagnerebbero le fenomenologie vulcaniche durante le varie fasi parossistiche.

    I nuovi scenari pubblicati dal dipartimento della protezione civile, contengono alcune note per consentire ai comuni di fresca nomina (Scafati, Poggiomarino, Nola, San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Pomigliano d’Arco e Napoli con i quartieri di Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio), di modificare il tracciato della linea rossa portandola a ridosso della linea nera.

    Per operare in tal senso, i comuni indicati dovranno dimostrare che i tetti sono stati rinforzati e possono reggere al sovrappeso dei prodotti piroclastici, e ancora che sono stati predisposti piani zonali intercomunali di evacuazione (???). I sindaci interessati dovranno quindi dimostrare carte (calcoli) alla mano, il requisito di resistenza statica delle coperture, e non il “basta la parola!” come recitava una famosa e storica propaganda del “Carosello” televisivo.

    Il comune di Poggiomarino evidentemente questi calcoli li ha già fatti. Infatti, qualche giorno fa ha licenziato un documento contenente la nuova perimetrazione. Il consiglio comunale all’unanimità ha proposto di spostare i confini della zona rossa ai limiti della linea nera. Gli amministratori poggiomarinesi hanno varato la loro idea di demarcazione, precisando che hanno dovuto lavorare non poco per estrapolare quanta più terra possibile dalla tenaglia della legge regionale 21 del 2003, che proibisce l’edificazione residenziale nella zona rossa e nera. Il risultato è stato ottenuto non sposando la tesi di assumere strade e canali come cippi di confine, ma molto più proficuamente con i segmenti delle particelle catastali… si è operato al metro se non al centimetro insomma.

    Per capire in pratica cosa significa l’addossamento della linea rossa alla black line, dobbiamo tener conto che, se tutti i comuni della zona rossa (R1 – R2) applicassero il modello Poggiomarino, nella figura 1 scomparirebbe la zona rossa (R2) e rimarrebbe solo quella nera, blu e una gialla; quest’ultima molto più vasta, ma svincolata dai disposti di assoluta inedificabilità residenziale.

    La Zona gialla è da ridefinire completamente anche sulla scorta del rimodellamento perimetrale della linea rossa tuttora in corso. Il settore ha un indice di pericolosità non valutabile puntualmente e a priori, perché legato alla caduta di materiale piroclastico un po’ più leggero rispetto alle zone interne (nera e rossa). Il pericolo maggiore in questo caso sarebbe a carico degli agglomerati urbani posti sottovento e in linea col centro eruttivo e con la direzione dei refoli. La fig. 2 rende bene l’idea. E’ ovvio poi, che l’ellisse gialla sarà proporzionalmente più allungata e più stretta in ragione dell’intensità del vento. Un effetto similare ma più contenuto si riscontrerebbe pure nella zona rossa per i proietti più piccoli espulsi dal vulcano. In caso di eruzione possono riscontrarsi sostanziali variazioni della protuberanza gialla, il cui orientamento sarà dettato dalla direzione di provenienza dei venti stratosferici dominanti. Statisticamente però, pare che questi il più delle volte provengono da occidente. Nulla cambierebbe invece per le zone nera e rossa che mantengono intatto il loro indice di massima pericolosità, a prescindere dai fattori esterni all’area… escamotage amministrativi compresi.

    La Zona blu è legata in termini di pericolosità alle curve di livello del terreno. Le copiose acque piovane che caratterizzano spesso le eruzioni, scorrerebbero in direzione della Conca di Nola allagandola. Problemi anche molto seri si riscontrerebbero in modo direttamente proporzionale alla quantità d’acqua che precipiterebbe e si riverserebbe dai rilievi circostanti, e dai suoli la cui permeabilità potrebbe essere compromessa dall’effetto sigillante delle ceneri sottili asperse dal vulcano. La zona blu non dovrebbe subire modifiche particolari per il futuro, se non alla luce d’importanti opere artificiali di drenaggio delle acque superficiali.

    Il Dipartimento della Protezione Civile, sulla scorta del parere favorevole della commissione grandi rischi (CGR), ha ritenuto il lavoro della ricercatrice Lucia Gurioli valido per la definizione della zona rossa 1, adottando la black line ivi riportata sulla carta a tema, per delimitare l’area (nera) a maggior pericolo.

    Fra un po’ di tempo, comuni permettendo, avremo un quadro preciso delle zone su cui potrebbero abbattersi gli effetti dirompenti di un’eruzione sub pliniana, che è quella massima attesa (E.M.A.) e assunta come intensità di riferimento dagli esperti.
    Stabilito l’evento eruttivo da tenere in debito conto e le aree a differente pericolosità, bisognerà poi modulare la strategia operativa e poi quella organizzativa e poi attendere che i 25 comuni dell’area rossa elaborino i loro piani di evacuazione che, messi insieme come un enorme puzzle, daranno origine a un unicum che si chiamerà piano d’emergenza Vesuvio, contenente in allegato e in primogenitura il piano d’evacuazione areale.
    Indi, a ogni singola famiglia del vesuviano dovrà essere consegnato un vademecum contenente poche note introduttive e organizzative del piano, per dare spazio alle istruzioni sui modi di sfollamento, arricchite da cartine con i percorsi da impegnare all’occorrenza, in ragione dei vettori pubblici o privati previsti o disponibili. Anni di lavoro…
    Stampa e televisioni solo di recente e in assenza del “rischio di querela per procurato allarme”, hanno un po’ invertito la tendenza ottimistica sul problema Vesuvio, iniziando a profferire timidamente parole come piano d’emergenza sottostimato. In realtà, e come più volte è stato scritto, la bozza di piano esistente come anche l’attuale revisione degli scenari, non tratta in alcun modo i “sentieri” da percorrere per mettersi in salvo. Quindi, questo famoso piano Vesuvio in passato iperpubblicizzato, in termini di salvaguardia non è inadeguato, bensì semplicemente inesistente… Confondere le due cose non aiuta a inquadrare i due problemi che sono scientifici per gli aspetti attinenti gli scenari eruttivi e i livelli di allarme, e tecnici per quanto riguarda i piani d’evacuazione. Però, giacché la scienza, quella di ogni ordine e grado, dipartimentale, istituzionale e universitaria, asserisce in modo sostanzialmente concordante che non è possibile prevedere quando un’eruzione accadrà e di che tipo sarà, le istituzioni che hanno competenze per il soccorso tecnico urgente, dovranno ad un certo punto prendere atto di questo limite, uscendo dall’empasse in cui si trovano, e muoversi anche con motu proprio per mettere in campo tutte le iniziative possibili a tutela della distratta popolazione vesuviana.
    L’organizzazione operativa dei soccorsi dovrà evolversi: occorre un salto di qualità, perché altrimenti i Vigili del Fuoco corrono il rischio d’intervenire alla cieca in caso di eruzione, senza produrre un’efficace azione di protezione. Si pensi al massimo operativo e non all’intervento da tarare sulla media statistica e probabilistica eruttiva. Un’eruzione tipo 1944 sarebbe già sufficientemente drammatica e sarebbe già un successo operativo possedere un piano per fronteggiarla.
    Riesce difficile far comprendere ai non tecnici che il rischio è una cosa che va al di là del pericolo, superandolo… Se in uno stadio di calcio qualcuno lancia l’allarme bomba, ci saranno grossi problemi e danni alle persone per la fuga disordinata a cui si aggiungeranno quelli meccanici letali provocati dallo scoppio. Se l’allarme bomba è infondato, ci saranno solo danni alle persone per la fuga disordinata… in entrambi i casi però, pericolo o non pericolo, nelle prime file ci saranno problemi… Necessita architettare quindi un piano d’evacuazione semplice ma efficace, in surroga a quello d’emergenza che è ancora in una fase iniziale di concepimento.
    La più protettiva delle formule di tutela consisterebbe nel prendere a riferimento l’evento eruttivo massimo conosciuto (E.M.C.) che, nel nostro caso, è assimilabile a un’eruzione pliniana di tipo Avellino. Questa scelta implicherebbe probabilmente e indirettamente una conclamata impossibilità di mettere a punto un piano di evacuazione per tre milioni di persone: i numeri in gioco che superano il concetto di esodo biblico, farebbero decadere immediatamente l’attenzione al problema.
    Quando il cataclisma ipotizzato nella sua forma massima lascia poco spazio alla tutela per una complessità di fattori geografici e antropici, lo stratega opererà al massimo delle possibilità che gli sono offerte, senza “consumarsi” nell’attesa di risposte previsionali attualmente impossibili e controverse. Pianificherà il soccorso come detto, sfruttando tutte le risorse umane e materiali e infrastrutturali disponibili sul territorio che va coinvolto in primis, rimandando alla politica il compito di far quadrare i conti che non tornano in termini di numero di abitanti esposti al pericolo.
    Questi nuovi scenari made in DPC, hanno introdotto limiti ma anche possibilità. Non è da escludere che ci sarà baraonda nel prossimo futuro. Perché Pompei e Torre Annunziata e Boscoreale e Somma Vesuviana e Sant’Anastasia, probabilmente qualche discriminazione la lamenteranno quando capiranno la sperequazione che è stata attuata in loro danno da scenari contenenti alchimie che rischiano addirittura di restringere (amministrativamente) la zona rossa (R1+R2) piuttosto che allargarla…

    I pompeiani non sapevano che il Vesuvio era un vulcano e in tanti perirono per la novità. I vesuviani sanno perfettamente cos’è quel monte grigio, eppure ne affollano anche i più piccoli meandri e anfratti montani e pedemontani, lasciando alle pratiche scongiuristiche (corna) e poi religiose (San Gennaro), il compito di proteggerli.
    In questa plaga sussistono troppe commistioni pubbliche e private deleterie per la sicurezza. Il fatto che i palazzi in R1 freneranno le colate piroclastiche, non dovrebbe essere motivo per autorizzare deregolamentazioni edilizie nelle zone contigue a quella nera.
    La nostra impressione è che nel vesuviano ci sia un Work in Progress, ma in direzione del caos

  12. Il 15 aprile 2013 l’Amministrazione Comunale di San Gennaro Vesuviano ha deliberato in merito alla nuova perimetrazione del rischio vesuviano (“Rischio Vesuvio – Ampliamento Zona Rossa“): «Con Delibera del CC n° 6 del 29/03/2013, è stata approvato l’ampliamento della Zona Rossa e i relativi provvedimenti. Di seguito si riporta la delibera del CC ed il grafico di riperimetrazione dei limiti della Zona Rossa R1 e R2 da rischio vulcanico.
    – Scarica Delibera CC n° 6 del 29/03/2013: QUI;
    – Scarica Riperimetrazione dei limiti della zona Rossa R1 E R2 da rischio vulcanico: QUI».

  13. Le campagne elettorali sono sempre molto interessanti.
    A Somma Vesuviana un candidato sindaco ha inaugurato la sua corsa con queste parole: «Lotteremo perché la zona rossa del rischio Vesuvio sia ridotta, il vulcano non ha un’ora precisa per scoppiare, vogliamo che questo territorio si sviluppi».
    Fonte: Pasquale Piccolo apre la sua campagna elettorale e promette: «Lotteremo per ridurre la zona rossa», 10 maggio 2013, «Il mediano».

    Altri casi interessanti, mi segnala un’amica, sono quelli dei candidati al consiglio comunale. Alcuni presentano degli slogan davvero singolari: “Perchè Madonn sta vicin a’ gente”, QUI.

  14. Pingback: Napoli nella zona rossa | Paesaggi vulcanici

  15. «Il fatto vesuviano», 29 luglio 2013, QUI

    RISCHIO VESUVIO, OK AL NUOVO PIANO: 700MILA PERSONE DA EVACUARE
    di Redazione

    È stata pubblicata questa mattina sul Bollettino ufficiale della Regione Campania la delibera con la quale si delimitano la nuova zona rossa 1 e la nuova zona rossa 2 del Piano di emergenza del Vesuvio. «La Regione – spiega l’assessore Edoardo Cosenza – ha preso atto dei nuovi “confini” della zona rossa 1 e della zona rossa 2 del Piano di emergenza dell’area vesuviana, così come derivano dalle decisioni dei singoli Comuni interessati (Napoli, Palma Campania, Nola, San Gennaro Vesuviano e Poggiomarino) che hanno approvato apposite delibere consiliari. L’atto conclusivo, quello di definitiva approvazione della nuova perimetrazione, spetta al Dipartimento nazionale della Protezione civile e avverrà nei prossimi giorni. Con la definizione delle nuove zone rosse 1 e 2 si passa da 550mila persone da evacuare del vecchio piano a 700mila persone, con uno scenario di riferimento più cautelativo per la popolazione».
    Per quanto riguarda la città di Napoli, in base ai dati ufficiali forniti dal Comune, emerge che i tre quartieri inseriti nel nuovo Piano, San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli, sono coinvolti nella zona rossa 1 per il 15% del territorio per complessivi 38.401 abitanti. «È stato poi definito – aggiunge Cosenza – anche lo scenario della zona rossa 2, quella in cui è probabile che avvenga il crollo dei tetti a causa dell’arrivo delle ceneri nel caso dell’eruzione di scenario. Studiando la statistica dei venti in quota e la conseguente caduta di ceneri, i comuni individuati sono Palma Campania, San Gennaro Vesuviano, Poggiomarino, e Scafati». Per quanto riguarda gli aspetti logistici connessi all’evacuazione, la Regione attraverso l’Agenzia campana mobilità, l’Acam sta sviluppando il Piano di mobilità in caso di evacuazione: la stessa dovrà essere garantita in 72 ore. «Inoltre – precisa l’assessore – puntiamo entro il 2015 a saldare il grande anello intorno al Vesuvio con lo svincolo di Angri che appunto “salda” la Statale 268 del Vesuvio con l’autostrada: il progetto è finanziato con fondi europei per 54 milioni di euro.
    L’appalto è già completato e l’esecuzione dei lavori partirà entro settembre. Il Dipartimento si sta interessando, in sede di Conferenza delle Regioni, alla stipula di appositi accordi per i gemellaggi fra Comuni da evacuare e altre regioni italiane. Al momento non c’è alcun segnale che possa indicare eruzioni imminenti, né ci sono nuovi ritrovamenti di tracce di flussi piroclastici. È cambiata la filosofia: prima si considerava solo uno scenario da eruzione subpliniana e, quindi, direttamente i confini amministrativi; adesso, anche su richiesta della Regione Campania – conclude Cosenza – si è considerata una linea “scientifica” che non coincide necessariamente con confini amministrativi dei Comuni»
    .

  16. Pingback: La nuova zona rossa vesuviana | Paesaggi vulcanici

  17. Ne ho accennato ieri sera in un incontro dedicato al rischio Vesuvio a Torre del Greco: la nuova zona rossa vesuviana tracciata in base alla cosiddetta “linea Gurioli” crea delle disparità tra i comuni alle pendici del vulcano perché distingue tra “zona rossa 1” e “zona rossa 2”. Il comune di Boscoreale ha fatto ricorso e il TAR della Campania gli ha dato ragione: il suo territorio è solo parzialmente soggetto ai massimi vincoli della perimetrazione del rischio. Viene da domandarsi, dunque, cosa si voglia fare nella parte esterna alla “black line” (e temo che le betoniere stiano scaldando i motori). A questo punto è facile aspettarsi ricorsi simili da parte degli altri comuni che si trovano nella medesima situazione: Cercola, Pompei, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Torre Annunziata. Lo spiega Malko, come sempre in maniera molto chiara:

    Blog “Rischio Vesuvio”, 13 maggio 2014, QUI

    RISCHIO VESUVIO E LA TEORIA DEL CIGNO NERO
    di MalKo

    Come avevamo ipotizzato nell’articolo del 28 maggio 2013 [che, in realtà, è addirittura del 18 gennaio 2014: QUI e QUI], il comune di Boscoreale ha fatto ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR), a proposito della difformità di trattamento scaturita dalla nuova rivisitazione della zona rossa Vesuvio, dettata dall’introduzione della linea nera Gurioli. La sentenza dell’8 maggio 2014 non poteva avere esito diverso, visto l’incredibile pastrocchio combinato dalla Regione Campania con la delibera che varava i nuovi scenari che avrebbero a loro dire addirittura allargato la zona rossa in favore di una maggiore tutela delle popolazioni esposte al rischio Vesuvio. Il TAR, per farla breve, ha dovuto dare ragione al comune vesuviano ricorrente…

    Spaccato che evidenzia l'incongruenza dei settori a rischio

    Il territorio di pertinenza di Boscoreale, infatti, insieme con altri 17 comuni, era storicamente inserito e per l’intero limite amministrativo nel perimetro a maggior rischio vulcanico (zona rossa R). Ora, con la nuova classificazione (R1 e R2) adottata dal Dipartimento della Protezione Civile, il territorio di Boscoreale è stato sostanzialmente spaccato in due dalla Linea nera Gurioli, che segna un limite di massimo pericolo introdotto dalla commissione grandi rischi. Quindi, mentre da un lato la Regione Campania e il Dipartimento della Protezione Civile hanno offerto ai nuovi comuni entrati a far parte della nuova zona rossa, escamotage utili per suddividere i loro territori in R1 e R2, ai vecchi 18 comuni questa possibilità è stata negata, e i loro tenimenti dovevano considerarsi per intero in R1, anche se in parte gravavano, come nel caso di Boscoreale, a valle della linea Gurioli. A essere chiari, una vera assurdità giuridica…
    Questo modo di operare che non si capisce se è frutto di dabbenaggine o malizia, ha creato un grosso pateracchio burocratico, perché era logico aspettarsi un ricorso da parte dei comuni diversamente inquadrati rispetto alla nuova zona rossa. Boscoreale ha aperto la strada: siamo sicuri però, che anche altri comuni percorsi in senso secante dalla linea Gurioli ne seguiranno le orme. La figura sottostante ci aiuta a individuarli…
    I motivi del ricorso al TAR, instradato dal Comune di Boscoreale, convergono e vertono tutti sul fatto che la zona rossa 1 (R1) è soggetta ai limiti di inedificabilità totale per scopi residenziali, sanciti dalla invisa legge regionale Campania n° 21 del 2003, che individua nella zona a maggior rischio vulcanico il divieto di costruire per scopi abitativi: tentativo ultimo per sperare di contenere il valore esposto (vita umana) al pericolo eruttivo.

    Veduta d'insieme della nuova classificazione della zona rossa Vesuvio

    La zona rossa 2 (R2) invece, è esclusa da questa legge, e anzi consentirà pure ai proprietari degli immobili già esistenti di realizzare ampliamenti e mansarde a spiovente, quale strumento di difesa passiva degli edifici, a fronte del pericolo rappresentato dalla ricaduta di cenere e lapillo. Da qui la corsa dei comuni di fresca nomina a cavalcare la provvida possibilità offertagli dalla Regione Campania, per estrapolare quanta più terra possibile dalla tenaglia edilizia dettata dalle rigide norme vigenti nei settori R1. In questa folle corsa il primo classificato risulta essere il Comune di Poggiomarino…
    Molto probabilmente la stessa cittadina di Boscoreale e altre municipalità che ne percorreranno le orme, utilizzeranno l’esito favorevole del ricorso al TAR, per raggiungere pure il mai sottaciuto e ambitissimo obiettivo di un condono edilizio largheggiante da estendere nei settori R2. Un doppio risultato insomma… Come sempre però, il business creerà malumori politici e bagarre in questi consigli comunali che, probabilmente, sono già in una fase di fibrillazione.
    Con siffatte e risibili strategie, stiamo facendo grossi passi in avanti nella direzione di un disastro futuribile assimilabile per portata alle famigerate teorie del cigno nero. Un concetto evocato sulla base delle sottovalutazioni che si fanno su eventi rari, anche vulcanici ad altissima energia, che potrebbero flagellare nel nostro caso tutta l’area metropolitana di Napoli e anche oltre, lasciando esterrefatti e impotenti gli abitanti e quanti ne hanno sancito, senza dati incontrovertibili, l’invulnerabilità statistica del territorio. Gli scavi di Pompei prima di essere uno spaccato di storia, dovrebbero essere innanzitutto un monito…
    Secondo alcuni esperti che hanno tirato in ballo addirittura asteroidi e realpolitik, la possibilità che avvenga un’eruzione pliniana è talmente bassa da non richiedere sacrifici per stilare un piano d’emergenza di vasta portata e per questo irrealizzabile. La gravità di certe affermazioni risiede nella incapacità di chi le pronuncia, nel capire che le parole vengono esaltate o ignorate da terzi, a seconda della convenienza, per giustificare politiche di sopraffazione del territorio anche nelle aree cosiddette a rischio estremo.
    Il latore della realpolitik, avrebbe dovuto aggiungere: “…utilizziamo tutti gli anni di clemenza geologica che abbiamo ancora a disposizione, per operare soprattutto nel campo della prevenzione, in un’area dove per rimettere ordine urbanistico, occorrono appunto i secoli”.
    Nell’immagine in basso si notano casette in rosso e in verde. Quelle rosse indicano i comuni (vecchia zona rossa o in R1) dove il giro di vite all’edilizia prevede l’inedificabilità residenziale assoluta. Quelle verdi invece, indicano i territori dove è ancora possibile edificare e adeguare e ampliare i fabbricati esistenti con tecniche di difesa passiva consistenti soprattutto nella realizzazione di mansarde con tetti spioventi.

    Il Vesuvio accerchiato dalla conurbazione. La zona d'inedificabilità assoluta potrebbe rimanere, in assenza d'interventi legislativi, la sola zona R1

    Con la sentenza del TAR, le casette rosse a iniziare da Boscoreale, potrebbero diventare tutte verdi. Tale decisione comporterebbe che il Vesuvio sarà sempre più accerchiato da un edificato asfissiante, che si svilupperà anche a distanza dal cratere secondo uno scalare che sarà dato dall’occupazione metodica degli spazi liberi a iniziare dalla linea nera Gurioli. Ci si allontanerà anche dalla bocca eruttiva, ma non tanto da potersi ritenere al sicuro dagli effetti di un’eruzione pliniana, le cui colate piroclastiche possono espandersi in una misura ben più dilagante di quelle rappresentata dalla linea Gurioli che, lo ricordiamo, indica un limite campale dei depositi derivanti dai flussi di eruzioni di portata inferiore.
    Secondo le statistiche, fra 130 anni passeremo all’11% di possibilità che avvenga un’eruzione pliniana. Questi anni dovremmo utilizzarli per pianificare uno sviluppo sostenibile in area vulcanica, magari lanciando un concorso mondiale fra gli architetti per il miglior progetto possibile di riordino territoriale in linea con le esigenze di tutela di un’ignara popolazione, che non sa di andare incontro magari in danno alle generazioni future, ai grandi disastri dettati dalle logiche alla base delle teorie del cigno nero.
    Bisognerebbe puntare il dito contro quelli che sono inchiodati immeritatamente sulle poltrone di comando o di gestione, mettendo a rischio con la loro miope mediocrità le generazioni future… personaggi che minano il futuro, in danno di alcuni milioni di persone che sono e saranno lasciate in balia di assurdi giochi di potere, favoriti dalle istituzioni troppo spesso girate dall’altra parte

  18. Pingback: Incongruenze della nuova zona rossa: il ricorso di Boscoreale | Paesaggi vulcanici

  19. Pingback: La doppia illusione della nuova zona rossa vesuviana | Paesaggi vulcanici

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...