Le scienze sociali nell’analisi del rischio

Sono stato a Genova, vi mancavo da molti anni; è una città che non conosco, vi ho giusto trascorso una notte di capodanno alcune vite fa, un’altra volta vi ho preso un traghetto per la Sardegna e sporadicamente vi ho effettuato qualche scambio ferroviario.
L’altra mattina, appena sceso alla stazione di Brignole (♪♫♪), ho incontrato la città facendo colazione in un bar; al banco, alle spalle del barista, tra i liquori e la macchina del caffè era appesa una t-shirt bianca con uno slogan scarno ma intrigante: “Non c’è fango che tenga”, firmato: “I genovesi”. Il riferimento è alla drammatica alluvione dello scorso 4 novembre 2011, in seguito alla quale qualcuno ha realizzato decine di migliaia di copie di quel gadget al fine di raccogliere fondi da destinare ai commercianti sinistrati del quartiere maggiormente colpito. Avevo voglia di scattare una foto, ma poi ho rinunciato, pentendomene comunque. Bevevo il cappuccino, fissavo quella semplice frase e per qualche strana sinapsi mi sentivo a SSV. “Non c’è fango che tenga” va ben oltre la reazione collettiva ad una calamità e mi fa presumere che rappresenti anche la caparbietà di chi non intende spostarsi, di chi non concepisce la propria vita in un luogo diverso. Ciò non significa che si tratti di un ragionamento razionale e condivisibile: costruire sulle pendici di un vulcano, così come nell’alveo di un fiume o su una frana in lento movimento ha come conseguenza verosimile quella di trasferirsi, di reimpiantare altrove la propria vita, prima o poi; pertanto sembra del tutto giudizioso colui che chiede di evitare di mettersi in tali situazioni pericolose. L’osservazione razionale, però, è solo idealmente logica e, soprattutto, è anche la più facile, la più carica di (pre)giudizi quando si guarda a distanza.
Quella maglietta, dunque, mi è sembrata la premessa perfetta della giornata che stavo per cominciare nel vicino Teatro della Gioventù, essa ha rappresentato una sorta di parola-chiave del workshop che mi accingevo a seguire: “Pericoli naturali e percezione del rischio”, organizzato dalle regioni transfrontaliere italo-francesi e da altri enti pubblici dell’area.
Dopo il drammatico autunno vissuto dal capoluogo ligure e dai paesini dello spezzino e della Versilia, un “laboratorio” come questo non poteva che essere svolto a Genova. Ed è per tale ragione che mercoledì 8 febbraio 2012 mi ci sono recato per ascoltare ingegneri, geologi, economisti e funzionari di vari enti, in quello che intendeva essere innanzitutto un workshop divulgativo.
La formula, in effetti, è stata molto efficace: un presentatore ha introdotto cinque temi, ciascuno dei quali esposto da tre o quattro relatori attraverso slide e fotografie, con una durata massima di quattro minuti per ogni intervento. Questo modello, per quanto veloce e “televisivo”, ha favorito la chiarezza e la comprensione; con un unico limite rappresentato dalla impossibilità di porre delle domande (i tempi dell’intera mattinata erano tutti rigorosamente stabiliti da una scaletta molto serrata). Dopo la pausa pranzo immaginavo che potesse esserci maggior spazio per l’interazione con il pubblico intervenuto (piuttosto numeroso, considerato il tema “scientifico”), invece la tavola rotonda pomeridiana si è rivelata anch’essa una discussione a numero chiuso tra otto specialisti ed un moderatore, il quale – di tanto in tanto – ha chiesto qualche breve intervento a due o tre esperti di sua conoscenza (essenzialmente professori d’ingegneria e politici) che aveva riconosciuto in sala.
La sessione mattutina è stata più densa e interessante, snocciolata attraverso i seguenti cinque argomenti: 1) Rischio e pericolo; 2) Chi gestisce il rischio?; 3) Come ridurre i rischi?; 4) Rischi naturali e sistemi socio-economici; 5) Le attività sviluppate dal Progetto RiskNat.
Al di là di una certa “passerella” per ciascun ente chiamato a relazionare (sono andato via con la sensazione che tutti facciano molto e che, anzi, vorrebbero fare ancora di più, se solo ci fossero fondi sufficienti e maggior fiducia da parte dei politici e delle popolazioni), io ho scorto tre momenti particolari che mi avrebbe fatto piacere evidenziare pubblicamente per impostare in maniera diversa e, a mio avviso, ancor più costruttiva la giornata di studio.
Il primo riguarda il caso di Entrèves e La Palud, due frazioni del comune di Courmayeur interessate da una frana di 18 milioni di metri cubi di montagna che rischiano di staccarsi dal Mont de La Saxe (qui e qui). Gli abitanti implicati sono 500, che possono arrivare a 2500 con i turisti. L’attinenza con l’incubo eruttivo (repentinità del cataclisma) e lavico (stravolgimento del territorio) mi ha spinto a chiedere maggiori informazioni alla relatrice che aveva citato questo caso. Durante la pausa, costei mi ha presentato l’assessore alla protezione civile del comune valdostano, che gentilmente si è intrattenuta a spiegarmi la situazione. Con mia sorpresa, ho ascoltato le medesime parole che generalmente vengono pronunciate in area vesuviana: gli abitanti non hanno intenzione di allontanarsi per varie ragioni: perché lì sono nati e dunque hanno un legame molto stretto col territorio, perché il paesaggio è indubbiamente affascinante e, non da ultimo, perché le abitazioni hanno un valore molto alto. Sebbene la frana sia attentamente monitorata con sofisticati strumenti scientifici, la preoccupazione dell’amministrazione è duplice: da una parte, tenere informata la cittadinanza (è stata effettuata un’esercitazione di evacuazione e la comunicazione dei rischi è formulata per target sociali) e, dall’altra parte, non creare allarmismo (innanzitutto per difendere l’economia locale: nella frazione più esposta vi sono ben 12 alberghi). Su quest’ultimo punto mi sembra particolarmente importante il modo in cui l’assessore ha concluso la spiegazione che mi ha concesso: «Siamo attenti a come questa storia viene raccontata sulla stampa: vogliamo un’informazione seria e che non si faccia terrorismo». Mi sembra comprensibile e capisco bene l’angoscia della situazione, ma mi domando quale sia l’informazione seria. Forse quella sottovoce che non allarma i turisti? Non saprei e non voglio avanzare dubbi sulla buona fede e sull’impegno dell’amministrazione, d’altra parte l’assessore mi ha anche riferito che gli hotel sono obbligati ad informare i propri clienti sul rischio della frana. Certo, è un’affermazione piuttosto difficile da credere e meriterebbe una verifica diretta, ma comunque sia la situazione, ritengo che questo caso sia molto utile per inquadrare il primo assunto che ho elaborato durante la giornata: lungi dall’essere un mero calcolo probabilistico, l’analisi del rischio non può non tener conto delle ragioni degli abitanti locali, ovvero della specifica elaborazione storica che costoro hanno del proprio luogo e del rischio che vi è connesso.
Il secondo momento di particolare interesse è stato l’intervento dell’economista, il quale ha spiegato le modalità di un possibile mercato assicurativo sugli immobili in caso di calamità naturali e le ragioni per cui, secondo la sua analisi, fino ad ora tale sistema non si è sviluppato nel nostro Paese. Quello sull’opportunità di introdurre in Italia «un sistema di coperture assicurative contro le catastrofi naturali per il patrimonio abitativo civile» è un dibattito che va avanti da molti anni e governi d’ogni colore hanno provato – invano – a legiferare in tal senso. Considerando che da due decenni il danno economico globale da disastri naturali è in costante aumento, il relatore ha spiegato che economicamente una calamità ha tre tipi di conseguenze: provoca danni alla ricchezza personale (gli immobili in rovina, ad esempio), danni alla produzione (ovvero la perdita economica sopportata dagli imprenditori) e danni sistemici (un disastro impone il dislocamento di ingenti risorse). Tutto lascerebbe intuire, dunque, che il ricorso ad una pratica assicurativa sia urgente e ampiamente richiesta, ma invece questa azione non riesce a decollare e il sistema resta un puro esercizio di ipotesi. Perché? Per varie ragioni, è stato spiegato, strettamente intrecciate tra loro:
  • in primo luogo, l’offerta soffre di due ostacoli: dell’elevata rischiosità (vulnerabilità, direi più esattamente) del territorio italiano (per cui le coperture assicurative risultano particolarmente impegnative) e della varietà di cause possibili (vulcanismo, frane, flash floods, maremoti, mareggiate, acqua alta, terremoti, alluvioni e così via), ovvero della mancanza di modellistica predittiva e di dati attendibili;
  • in secondo luogo, la domanda è condizionata da svariati fattori: dai “limiti di opzione” (cioè, se i cittadini ritengono che la prevenzione costerà meno in futuro, tendono a rinviarla), dalle complicazioni relative ai titoli di proprietà (raramente si interviene su un immobile di cui non si detiene il titolo di proprietà), dalle difficoltà di accesso ai mercati e alla tecnologia che permetterebbero la prevenzione (a causa di costi elevati, tasse, burocrazia, tempi lunghi…) e, infine, dalla convinzione che comunque vada i danni verranno pagati dallo Stato (un’indolenza, verrebbe da dire, dovuta ad una sorta di “assistenzialismo degenerato”).
Anche altri fattori influenzano negativamente lo sviluppo di questo sistema assicurativo, come ad esempio le annose questioni fiscali per le aree sinistrate e i problemi nel definire da un lato gli eventi dannosi (cosa significano esattamente le parole disastro, catastrofe, calamità, incidente…?) e dall’altro l’entità del danno (cioè, implicitamente, il valore della ricostruzione). Come si intuisce, dei sistemi legislativi ed economici di livello macro influenzano fortemente la capacità locale di cautelarsi nei confronti di un possibile disastro naturale. Ma tale dimensione coinvolge anche altri settori, come ad esempio la comunità scientifica che con la sempre più accurata monitorizzazione del territorio può, paradossalmente, rassicurare al punto di indurre gli abitanti di una zona pericolosa ad abbassare la soglia di attenzione.
Anche in questo caso ho chiesto maggiori dettagli ed ho ricevuto un interessante documento dell’Ania (pdf) in cui due specifici passaggi sembrano confermare la necessità di una lettura sociologica del fenomeno: «In generale, nel nostro Paese non esiste alcun diritto al risarcimento dei danni causati ai beni dalle catastrofi naturali, tuttavia si può dire che, sulla base dell’esperienza, i vari Governi  sono  intervenuti con provvedimenti ad hoc per erogare finanziamenti ai cittadini per il ristoro, almeno parziale, dei danni patiti a seguito delle maggiori catastrofi accadute» [p.19]; «lo status quo non rappresenta una situazione ottimale per il fatto che disincentiva la responsabilizzazione individuale, non fornisce i giusti stimoli alle politiche di prevenzione e alle buone pratiche costruttive per limitare gli eventuali danni» [p.21].
Pertanto, il secondo assunto della giornata è il seguente: per quanto il rischio sia sempre culturalmente localizzato, la sua elaborazione da parte del gruppo sociale interessato dipende anche da condizioni di ordine macroscopico: nazionale, sovranazionale o addirittura sistemico.
Infine, il terzo momento della giornata che mi ha indotto a compiere delle riflessioni è stato l’intervento dell’ospite principale, il prof. Mario Tozzi. Il geologo ha detto molte cose condivisibili e, da qualcuno, ritenute addirittura “forti”: non esiste alcuna “frana assassina” o “valanga killer” (la natura non è cattiva, al massimo è indifferente alla sorte degli esseri umani: quindi, giornalisti fate attenzione a come raccontate gli eventi); non c’è nessuna “catastrofe naturale”, ma solo uomini che si mettono in condizioni di pericolo (l’unica catastrofe davvero naturale potrebbe essere la caduta di un meteorite); non abbiamo una classe dirigente preparata (pochi giorni prima il sindaco di Roma aveva dato ampia prova di non saper leggere un bollettino meteorologico; e sull’ignoranza dei politici ne aveva scritto già nel novembre scorso Giuseppina Ciuffreda: qui). Insomma, «siamo impreparati culturalmente e disorganizzati tecnicamente». Eccola, la parola magica ha finalmente fatto capolino! È una questione culturale. Personalmente non so che cosa voglia dire, ma per fortuna il professore ha fatto degli esempi. Anzi, un solo esempio: il Vesuvio.
Nel 1944, ha spiegato Tozzi, durante l’eruzione del vulcano napoletano i soldati americani sapevano benissimo cosa fare, mentre la popolazione locale portava in processione la statua di San Giorgio, tenendo pronta anche quella di San Gennaro, ma bendata, cosicché non si offendesse della preferenza accordata all’altra divinità. Oppure, ha esemplificato ancora Tozzi, l’Italia è il Paese in cui quando si effettua una (rara) esercitazione di evacuazione, molti fanno gli scongiuri e cacciano il cornetto, come è successo a Somma Vesuviana qualche anno fa. Noi italiani, ha concluso Tozzi (ma ha parlato solo di vesuviani), non siamo come i giapponesi: loro, anche se si spiegano i terremoti con il mito di Namazu – l’enorme pescegatto che, vivendo al di sotto della terra, dà origine ai terremoti – sono preparatissimi e, in caso di emergenza, sanno esattamente cosa fare.
Ora, fermo restando che in Italia (e, a maggior ragione, nei comuni della zona rossa vesuviana) non si effettua praticamente mai alcuna esercitazione e che il rigore giapponese è un modello da imitare urgentemente, gli episodi citati dal geologo sono una banalizzazione della realtà, oltre che una forma di paternalismo scientifico. In particolare, per quanto riguarda il caso del 1944, le testimonianze che ho raccolto a SSV trasmettono una consapevolezza molto più spiccata di quel che appare dal racconto di Norman Lewis, un inglese che non è detto che abbia capito davvero ciò di cui era testimone. La famosa processione di San Giorgio raccontataci dall’ex-soldato britannico, infatti, fu effettuata quando la colata lavica si era già fermata, cioè dopo aver messo in sicurezza se stessi e i propri beni, per quanto possibile (del San Gennaro bendato, invece, non ho trovato alcuna traccia attendibile). La questione non è di poco conto perché la cultura tradizionale e la religiosità popolare non sono saperi secondari o, addirittura, degli ostacoli alla prevenzione del rischio. Al contrario, possono essere il fattore coagulante di una consapevolezza locale, il motore di una partecipazione assolutamente necessaria per prepararsi opportunamente ad affrontare il pericolo incombente. Per spiegarmi meglio e per stare alla leggenda citata dallo stesso Tozzi, i giapponesi sono ammirevoli per il loro grado di preparazione e di disciplina nelle esercitazioni non “malgrado” il mito di Namazu, ma “grazie” ad esso: è proprio per mezzo della rappresentazione del pescegatto che si mantiene la memoria del terremoto e si favorisce la presa di coscienza individuale e collettiva, dunque l’attivazione e la partecipazione alle esercitazioni. Il problema, dunque, va completamente ribaltato, per cui diventa necessario domandarsi che fine abbia fatto, in Italia (e intorno al Vesuvio), il legame culturale col territorio: in che modo le comunità locali raccontano se stesse e il proprio spazio? cosa viene trasmesso da una generazione all’altra? Con ogni evidenza, nel secondo dopoguerra la cultura popolare italiana (mi verrebbe da scrivere: le culture subalterne legate ai luoghi) ha subìto parecchi traumi, numerose fratture. A mio avviso è proprio in questo sfilacciamento dei saperi locali e della memoria (minuta ed emozionale) che può individuarsi la difficoltà attuale a recepire adeguatamente l’invito (sempre che venisse realmente formulato, sempre che fosse preso seriamente in considerazione già dall’alto) ad aumentare la consapevolezza del rischio e a prepararsi in maniera appropriata ad esso.
Il terzo assunto emerso dalle relazioni del workshop genovese, dunque, è il seguente: per la formulazione di un piano di emergenza efficace è necessaria una relativizzazione dei saperi, ovvero un dialogo che favorisca la partecipazione e l’incontro tra sguardi e logiche diversificate, ciascuna per la quota di conoscenza che le è propria (conoscenza del fenomeno: prospettiva scientifica; conoscenza delle modalità del soccorso: prospettiva dell’early warning; conoscenza della reazione sociale: prospettiva antropologica e folklorica; conoscenza del contesto generale: prospettiva socio-economica…).
Si tratta di spunti di riflessione in divenire, semplici occasioni e parziali argomentazioni per ribadire la necessità di approcci antropologici, sociologici e folklorici anche in quello che appare – e, ad oggi, è trattato – come un tema puramente “tecnico” (nell’accezione di tecnologico). Studiare il rischio ed elaborare adeguati modelli di risposta è sì una questione culturale, ma a patto che venga declinata al plurale e che vengano coinvolti quanti più sguardi possibile.
PS: l’altro ieri all’università di Nizza ho seguito una conferenza per il “grand public” intitolata “Prédire les catastrophes?”. Al di là del titolo sbagliato (o forse era volutamente eclatante: catastrofe è un termine troppo ampio e generico, se non lo si accompagna ad una tipologia precisa), la relazione è stata molto numerica (piena di grafici, calcoli e rimandi a modelli fisici e matematici), ma una cosa l’ho imparata (e riguarda l’etologia): gli elefanti comunicano tramite delle vibrazioni nel terreno assimilabili alle onde sismiche, pertanto è forse per questa ragione che sono in grado di predire un terremoto (qui, qui e qui).
PPS: aggiornamento (18 maggio 2012): Una calamità distrugge la casa? Da oggi lo Stato non paga i danni: QUI.
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AGGIORNAMENTO
: A proposito di valutazioni (economiche) del rischio, nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». (Mount Vesuvius eruption could cause 21,000 casualties. Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous, in «WRN News», 15 aprile 2010, QUI; un estratto in italiano è QUI).
Il paper originale dello studio – effettuato da ricercatori delle Università di Cambridge e “Federico II” di Napoli, oltre che dalla società Willis Re – è disponibile online in pdf: “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe” (questo studio prende in considerazione i 10 vulcani europei (non tutti in Europa) intorno ai quali vivono più di 10mila persone e che hanno un valore economico esposto al rischio di complessivi 85 miliardi di dollari. «Over 87% of this property value in concentrated in the Neapolitan region, around Vesuvius and Campi Flegrei»).

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AGGIORNAMENTO del 27 marzo 2014:
Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.

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AGGIORNAMENTO del 19 aprile 2014:
Come ad Entreves, in Valle d’Aosta, anche in Liguria c’è una località a rischio frana. Si tratta di Castagnola, nel comune di Framura, nei pressi delle Cinque Terre, dove un radar – recentemente finanziato dalla Regione – monitorerà costantemente, e per tre anni, la frana che minaccia l’abitato. Ne ha scritto “Il Giornale della Protezione Civile“.

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AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
La frana del monte La Saxe, ad Entrèves e La Palud, nel comune di Courmayeur in Valle d’Aosta, si sta muovendo: “L’aumento delle temperatura ha accelerato l’andamento: per venti minuti è stato chiuso il traforo del Monte Bianco. Il sindaco rassicura: nessuna persona può essere coinvolta nel crollo, attendiamo l’evento naturale con tranquillità“. Più in particolare, “dallo scorso 8 aprile gli 80 residenti di La Palud sono stati evacuati per il “probabile crollo imminente” della frana, che viene monitorata dal 2009” (“Repubblica“, “CorSera“).
VIDEO della frana (1’35”) e testimonianza AUDIO di una sfollata (1’35”).
Il 22 aprile 2014 il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, ha rilasciato un’intervista a “La Repubblica” sullo stato della frana: “è una brutta besta” (QUI) e il ricercatore Daniele Giordan ha spiegato che “è figlia dell’evoluzione naturale del dissesto” (QUI) (entrambi i testi sono anche qui). Inoltre, qui ci sono 10 FOTO della frana.

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16 thoughts on “Le scienze sociali nell’analisi del rischio

  1. A proposito di previsioni di catastrofi, il “National Geographic” di febbraio 2012 si domanda se è possibile predire un maremoto:

    IL PROSSIMO TSUNAMI. QUANDO E DOVE COLPIRA’?
    Quasi tutti gli anni, almeno una regione del mondo viene colpita da uno tsunami. Da quello in Giappone all’onda più alta mai registrata in Alaska nel 1958, gli scienziati cercano di imparare dalle esperienze passate.

    GALLERIA FOTOGRAFICA di alcune delle aree più a rischio

    Quasi tutti gli anni gli tsunami colpiscono almeno una regione del mondo; secondo molti studiosi, quelli più grandi avrebbero cambiato il corso della storia.
    Alcuni archeologi, per esempio, ritengono che poco più di 3.500 anni fa uno tsunami si abbatté sulla costa settentrionale di Creta, facendo precipitare nel caos la civiltà minoica che poi finì per soccombere ai Micenei. Il terremoto e lo tsunami che nel 1755 uccisero decine di migliaia di persone a Lisbona ebbero un impatto duraturo sul pensiero occidentale, contribuendo a demolire il compiaciuto ottimismo dell’epoca.
    Secondo Kerry Sieh, direttore dell’Earth Observatory della Nanyang Technological University di Singapore, ogni zona di subduzione è un’ area a rischio tsunami: la Fossa di Manila nelle Filippine che potrebbe avere ripercussioni anche su Hong Kong e Macao; la faglia di Cascadia, dalla California alla Columbia Britannica e infine la faglia più pericolosa, quella della Sonda, a largo dell’isola di Sumatra in Indonesia, una faglia che si estende dal Myanmar all’Australia.

    L’articolo integrale di Tim Folger è pubblicato su National Geographic Italia febbraio 2012.

    • – “una distesa tranquilla … come ha potuto fare una cosa così orribile”, risponde fissando la superficie calma. “Probabilmente non mi capiterà più nella vita di assistere a uno tsunami simile”. Ecco dove sta il pericolo.

      da “Perché corri?” di Marie Mutsuki Mockett, National Geographic Italia febbraio 2012, pagg. 42-43

  2. Ho trovato un lungo e interessante articolo (maggio 2011) del prof. Shunji Murai (Università di Tokyo) che la rivista “GeoMedia” ha tradotto in italiano (il grassetto corsivo è mio):

    “GEOmedia”, 7 maggio 2011, http://www.rivistageomedia.it/Approfondimento/lezioni-dal-disastro-del-grande-terremoto-e-tsunami-del-giappone-est-311.html

    LEZIONI DAL DISASTRO DEL GRANDE TERREMOTO E TSUNAMI DEL GIAPPONE EST 311
    di Shunji Murai

    Questo rapporto riassume ciò che abbiamo imparato dal disastro del Gran Terremoto e Maremoto nell’Est del Giappone che avvenne l’11 Marzo 2011 su una vasta area. Include le descrizioni delle perdite dovute al disastro, le lezioni dai disastri passati e presenti, un focus su ciò che è stato fatto correttamente e cosa è andato storto, l’incidente nucleare della Centrale Nucleare di Fukushima (NPS, Nuclear Power Station) e le mie opinioni.

    Introduzione

    Il Giappone non sta ancora gestendo il disastro, ma soffrendo i disagi connessi, in particolare nella lotta per la stabilizzazione della Centrale di Fukushima. Ancora un mese dopo l’evento, il disastro conseguente, compresa la mancanza di elementi vitali, come la fornitura di acqua, gas, elettricità, petrolio, trasporti e così via è ancora in corso. Anche se tutti i giapponesi sono in lutto per l’orrore di questo evento, ritengo sia mio dovere come vecchio studioso di riferire al resto del mondo sul peggior terremoto e tsunami a memoria d’uomo che ha colpito il Giappone. Spero che questo mio report sarà utile per prevenire una tale miseria agli altri.

    Che cosa è successo e quali sono le perdite?

    Alle 14:46 dell’11 marzo 2011, un profondo terremoto di Magnitudo 9.0 si è verificato al largo di Sanriku (nord-est del Giappone) con un epicentro che copre una regione lunga 500 km (nord-sud) e larga 200 chilometri (est-ovest) nell’Oceano Pacifico (vedi Fig.1). Di conseguenza le aree danneggiate coprono un’area di 500 chilometri delimitata da una parte da Hokkaido (l’isola a Nord del Giappone) dall’altra fino al nord di Tokyo nel sud. Abbiamo avuto molti grandi terremoti in passato, ad esempio il grande terremoto di Kobe nel 1995 con 6.000 vittime ed un ‘area danneggiata limitata a molte decine di chilometri.

    fig01

    Un punto di controllo nel fondo del mare, gestito dalla Guardia Costiera del Giappone a una profondità di 1700 m ha registrato un movimento di 24 m verso Est e 5 m verticalmente. La stazione GPS della Geospatial Information Authority (GSI) che si trova sulla Penisola Oga ha mostrato un movimento di 5,3 m verso Est. È il più grande movimento crostale mai registrato in Giappone. Più di 300 scosse di assestamento sono seguite. È abbastanza inusuale per 77 scosse di assestamento manifestarsi con una magnitudo più forte di M6. La scossa di assestamento più forte si è verificata il 7 aprile con una magnitudo M7.1 che ha provocato la morte di 4 persone e dei tagli di energia elettrica in Aomori, Iwate, Akita e nella Prefettura di Miyagi a causa di danni alla sottostazione Miyagi, e alle Centrali Nucleari di Onagawa e Higashidori e alle Centrali termoelettiche di Hachinohe, Akita e Noshiro. Le scosse di assestamento hanno causato ulteriori danni a città e industrie già in sofferenza per il terremoto iniziale.
    Ero nella mia casa situata nella zona ovest di Tokyo, al momento del terremoto. Quando ho sentito che era pericoloso rimanere nella mia stanza mi precipitai fuori di casa assieme a mia moglie. L’agitazione continuò per quasi 3 minuti (di norma al più i terremoti durano solo un minuto circa, anche se molto grandi). Dopo che il terremoto si era manifestato ho acceso la televisione, non mi ero reso conto che danni molto gravi si erano verificati nella zona di Tohoku (a nord est del Giappone) e che uno tsunami era in arrivo.
    I danni, alla data del 9 aprile, circa un mese dopo il terremoto, sono i seguenti: 12.915 morti (finora confermati); 14.921 dispersi (solo riferito), 153.680 sfollati, 219.555 case distrutte, 2.200 strade danneggiate, 56 ponti crollati, 6 centrale elettriche a carburante distrutte. Le autostrade per Tohoku, sono state gravemente danneggiate. L’autostrada per Tohoku è stata riparata circa dopo due settimane, mentre la Tohoku Shinkansen non è ancora pienamente operativa, ma dovrebbe essere riportata all’operatività per la metà di aprile. Il danno principale è stato causato dal maremoto che ha spazzato via un numero enorme di persone, automobili, case, barche da pesca, porti e porticcioli (vedi Fig.2a e 2b).

    fig02a

    L’altezza dello tsunami è stata misurata come segue dal nord (altezza sulla costa/altezza raggiunta all’interno): Miyako (12,1m/37,8m), Kamaishi (9,3m/21,4m), Ofunado (11,8m / 23,6 m), Kesennuma (12,8m/19,6m), Minami Sanriku (dati 15,8m/non disponibile), Onagawa (dati 18,3m/nd), Ishinomaki (dati 10,3m/nd), Sendai (dati 9,3m/nd), Natori (Dati 9.0m/nd), Fukushima NPS (15m/nd), ecc. Il punto più alto dello tsunami è stato di 37,8 m sopra il livello del mare nel distretto di Taro, Miyako City, Prefettura di Miyagi, secondo l ‘indagine dell’Università di Tokyo. Lo tsunami ha colpito piccole città costiere cinque chilometri a monte lungo il fiume nel zona di Sanriku, dove la baia ha una forma topografica a V che ha accentuato l’altezza dello Tsunami. Lungo il fiume Kitagami, lo tsunami di 5m ha colpito la bocca in cui ha spazzato via tutte le strutture portuali e le barche, a 4 km all’interno lungo il fiume, un ponte è crollato, a 6 chilometri i villaggi sono stati inondati, a 14 km i campi agricoli sono stati inondati e a 49 km il livello dell’acqua della boa in una stazione di misura è improvvisamente salita di 10cm ad un ora dal terremoto. Perfino a Toda, 28 chilometri a monte del fiume Arakawa, allagando la Baia di Tokyo, il livello dell’acqua è salito 1 metro e 20 centimetri dopo il terremoto. Tale propagazione dello tsunami era normalmente inaspettata.

    fig02b

    Lo tsunami ha spazzato via 18.800 barche da pesca distruggendo 326 porti di pescatori e inondato 23.600 ettari di campi coltivati ​​con acqua di mare. Molte industrie quali le raffinerie di petrolio e gli impianti di alimentazione, elettrici ed elettronici e produzione di parti di automobile, impianti per alloggio materiale, pesci e altri centri di alimentazione, trasporti e così via sono stati distrutti, portando, ad esempio, l’arresto della produzione di auto Toyota e Nissan non solo in Giappone ma anche negli Stati Uniti. Lo tsunami ha gravemente danneggiato 43 linee ferroviarie, di cui sono stati distrutti 6.000 punti. Un totale di 22 chilometri di ferrovia sono stati spazzati via o sommersi dallo tsunami. Lo stato della linea JR Joban entro 20 km da Fukushima non è stato ancora studiato a causa dei rischi di radiazioni atomiche.
    Una quantità enorme di detriti e spazzatura, tra cui auto schiantate, sono state spazzate via dallo Tsunami con una stima di circa 25 milioni di tonnellate che richiederanno da tre a cinque anni per essere eliminate. Come prova necessaria per il risarcimento da parte delle assicurazioni auto, le vetture incidentate non potevano essere trattate come spazzatura fino a quando il proprietario o la targa dell’auto è stata confermata entro un certo periodo. L’immondizia è difficile da classificare e riciclare in quanto è completamente mista e può contenere elementi chimicamente pericolosi.
    L’incidente più grave è stato la distruzione della Centrale Nucleare di Fukushima laddove il sistema di raffreddamento e gli impianti elettrici ed elettronici sono stati gravemente danneggiati dallo tsunami (vedi Fig.3), con il conseguente straordinario riscaldamento dei reattori nucleari e delle strutture protettive. Di conseguenza, una esplosione di gas idrogeno è avvenuta nel reattore n° 1 alle 15:36 del 12 marzo e nel reattore N° 3 alle 11:01 il 14 marzo. Al fine di ridurre la pressione dei reattori, le valvole sono state aperte al reattore N°1 alle 10:17 del 12 marzo, alle 20:41 del 12 marzo al reattore n.3 e al reattore n.2 alle 11:00 del 13 marzo. Come risultato, le radiazioni atomiche fuoriuscirono inquinando l’aria, l’acqua e il suolo e, di conseguenza le verdure e il latte. L’acqua inquinata fuoriuscita è stata scaricata in mare, i pesci pescati a Ibaragi e nella prefettura di Fukushima furono contaminati da radiazioni Atomiche, e quindi rifiutati per la vendita al mercato. Questo è stato un grande shock per i Giapponesi che sono una nazione che si nutre di pesci, e consumano regolarmente Sashimi e Sushi.
    Nel raggio di 20 km 68.000 persone hanno dovuto spostarsi dalle loro abitazioni e 140.000 persone nel raggio tra 20 ~ 30 km hanno dovuto rimanere nelle loro case o evacuare. Il numero totale delle persone evacuate è stato di 450.000 come risultato non solo del terremoto e dello tsunami, ma anche dell’incidente alla centrale elettrica nucleare. I sopravvissuti e gli sfollati hanno dovuto soggiornare in case congestionate senza illuminazione, riscaldamento, acqua, cibo, coperte, ecc, nonostante le temperature sotto lo zero, fino a che il materiale di soccorso è arrivato. Gli sfollati stanno gradualmente tornando alle loro terre o in posti in cui i soccorritori possono offrire loro strutture vitali. Gli sfollati che si trovano ancora nei campi profughi sono soprattutto persone anziane di età superiore ai 60 anni. Due terzi delle vittime sono sessantenni ed oltre. Uno dei grattacapi è il danno alle scuole e al sistema di istruzione. 155 scuole che normalmente educavano 27.600 bambini non potevano aprire nel mese di aprile, un nuovo semestre nel sistema educativo giapponese.
    Le persone nell’area metropolitana di Tokyo sono state in preda al panico, in quanto tutti i treni e le metropolitane sono state interrotte rendendo impossibile per diversi milioni di persone di tornare a casa e difficile qualsiasi spostamento per andare in giro. Entro 30 minuti dal terremoto, tutte le bevande e alimenti registravano il tutto esaurito nei negozi. Dal giorno successivo, acqua, cibo, carta igienica e altri articoli sono stati venduti anche presso supermercati, grandi magazzini, negozi normali e così via. Stop di energia elettrica si sono avuti appena alcune centrali hanno fermato l’attività portando ad una mancanza generale di elettricità. La Tokyo Electric e Power Supply Company (TEPCO) aveva una capacità di 52 milioni di KW prima del terremoto ed è stata ridotta a 31 milioni di KW dopo il disastro, è tornata a produrre 40 milioni di KW un mese dopo il terremoto. Ma questo non è sufficiente a sostenere la richiesta industriale e domestica, che ha dei picchi di 60 milioni di KW nella stagione estiva. La Centrale Nucleare di Fukushima stava fornendo circa 9 milioni di KW. Ci sono state gravi carenze di benzina in quanto le raffinerie di petrolio sono state danneggiate. Quasi tutte le stazioni di gas e serbatoi sono stati spazzati via nelle zone costiere. Ciò ha causato problemi nel trasporto dei soccorsi per le zone danneggiate a causa della mancanza di carburanti. Anche a Tokyo due settimane dopo la catastrofe, abbiamo dovuto fare la fila di un’ora per le forniture di benzina che erano limitate a soli 10 litri per autovettura (dopo un mese il problema è stato risolto). Inoltre, quasi tutti i porti sono stati danneggiati dallo tsunami, mentre le strade e le ferrovie erano inutilizzabili. Solo gli elicotteri della difesa erano a disposizione delle squadre di soccorso. I telefoni cellulari e Internet non sono stati disponibili per molti giorni, il che ha reso le comunicazioni tra le zone sicure e quelle danneggiate, così come tra familiari e parenti, molto difficili. Parecchi sopravvissuti hanno perso i loro telefoni cellulari, ma anche se avessero avuto i loro telefoni cellulari, non avrebbero potuto usarli perché non c’erano servizi di energia elettrica.

    Lezioni dai disastri passati in Giappone

    I giapponesi sono ben istruiti sulle procedure di evacuazione in caso di terremoti e Tsunami, in quanto catastrofi terribili si sono già verificate in passato. In particolare la zona di Sanriku è stata pesantemente danneggiata dal grande tsunami del 1896 che uccise quasi 22.000 persone, tra cui il mio bisnonno. A seguito di questa terribile lezione, molte città costiere costruirono dighe per proteggersi dai futuri maremoti. Ad esempio, Kamaishi City, Prefettura di Iwate, ha costruito enormi frangiflutti lungo due chilometri di costa, con 20 metri di spessore, 8 m di altezza sul livello del mare e 65 m di profondità, annoverati come i più grandi frangiflutti nel Guinness dei Primati Mondiali (vedi Fig.4a e 4b). Il villaggio di pescatori Taro, Distretto Miyako, Prefettura di Iwate ha costruito frangiflutti alti 10 m di lunghezza totale 2,4 km contro gli Tsunami, in quanto il villaggio è stato già gravemente danneggiato dal maremoto del 1896 (con una altezza di 38.2m) e da quello del 1933. Ma questo frangiflutti, chiamato Muraglia Taro Grande è stato completamente distrutto dallo tsunami di questa volta, che era alto 14 metri, molto più elevato rispetto a quanto le autorità avevano previsto. Un solo villaggio, di nome Fudai Village, Prefettura di Iwate, ha resistito allo tsunami di 12m con una diga alta 15,5 metri. Il capo villaggio aveva costruito questa diga alta anche se molta gente lo aveva criticato per aver speso un budget enorme su questa struttura. Il capo precedente del villaggio era stato informato da un suo antenato che lo Tsunami del 1896 è stato alto 15 m, e una diga inferiore non avrebbe potuto resistere contro futuri maremoti. Nessuno degli abitanti del villaggio è morto.

    fig03

    Molta gente dice che lo tsunami è stato maggiore del previsto, ma lo Tsunami nel 1896 ha raggiunto un’altezza di 38m!
    Dovremmo avere imparato la lezione che l’ “hardware” che include frangiflutti molto alti, non può garantire di salvare la gente, mentre abbiamo bisogno di “software” e quindi di procedure per la fornitura di sistemi di allerta e di evacuazione
    .

    fig04a

    C’era un piccolo villaggio nel distretto di Aneyoshi, Miyako City, Prefettura di Iwate che è stato completamente danneggiato dagli tsunami del 1896 e del 1933 con soli 2 e 4 sopravvissuti, rispettivamente. Un antenato aveva costruito una lapide su cui era scritta una cosa importante: “non costruire alcuna casa al di sotto di questo punto”. La pietra si trova 60 metri sul livello del mare. Gli abitanti del villaggio hanno seguito questa lezione e costruivano le case nell’area superiore. Quando è arrivato lo tsunami tutti i paesani sono corsi su per il pendio fino a 800m e si sono rifugiati nelle loro case costruite sulla collina. Lo tsunami si fermò a 50 m di fronte alla Collina e tutti gli abitanti del villaggio si sono salvati.

    fig04b

    Nel caso del terremoto di Kobe del 1995, che ha ucciso oltre 6.000 persone l’istituzione di una banca dati geografica fu così importante per il recupero dei danni che molte amministrazioni locali hanno iniziato a dotarsi di una banca dati GIS, ma tutto, compreso il computer, il database, i backup, e anche gli stessi uffici sono stati spazzati via. La maggior parte delle persone ha perso le carte d’identità e i passaporti, il che ha reso difficile la loro identificazione con prove documentali. In diverse città, sono andati perduti tutti i database degli archivi anagrafici ufficiali come pure gli uffici stessi della città. E’ stato difficile contare le persone scomparse. Tali danni non erano previsti dalle esperienze dai disastri del passato.

    Lezioni dal disastro, giudizi sbagliati ed errori

    – L’incidente alla Centrale Nucleare di Fukushima

    Prima di tutto devo dire che non c’è nulla di assolutamente sicuro. Anche se molti giapponesi dubitano sulla sicurezza di una centrale nucleare, il governo giapponese e l’industria del settore ha convinto la popolazione a sostenere la costruzione di centrali nucleari, ritenendole assolutamente sicure. Nonostante la loro avversione per le questioni nucleari, in quanto i giapponesi sono stati l’unica nazione a sperimentare le bombe atomiche, la maggior parte della popolazione locale ha accettato la costruzione di centrali nucleari attraverso un referendum. Le società di energia elettrica e i loro consulenti hanno sempre detto che l’energia sarebbe stata più economica, se prodotta da centrali nucleari. Ma ora noi Giapponesi ci rendiamo conto che il costo è stato tremendamente alto e in aggiunta l’incidente è li a derubarli della loro vita e dell’uso dei terreni per un area vasta fino 250 chilometri (Tokyo è 250 km di distanza dalla centrale nucleare di Fukushima e la sua acqua potabile è in pericolo di contaminazione da radiazioni atomiche). Stiamo imparando quanto sia difficile, complicato e lungo il controllo di una centrale nucleare dopo un incidente.
    Ci sono stati molti errori di diverso tipo nella gestione del rischio della Tokyo Electric Power Company (TEPCO). Mi permetto di elencare questi sbagli ed errori di valutazione. I fondamentali errori di valutazione sono stati:

    1) l’altezza prevista nell’ipotesi di uno tsunami era di 5,7 metri, mentre l’attuale tsunami è stato alto 15 m, e i generatori esterni di energia per l’emergenza erano situati al piano terra o inferiore,
    2) un generatore supplementare per le emergenze, come suggerito anche da autorità USA, è stato trascurato,
    3) TEPCO non ha considerato le possibili esplosioni di gas Idrogeno e
    4) il rivestimento di protezione per il recipiente a pressione del reattore con uno spessore di 16 centimetri di acciaio e lo spessore di 3 centimetri di acciaio del contenitore del reattore e 2 metri di calcestruzzo erano stati reputati in grado di resistere a qualsiasi forza.

    Gli sbagli effettuati e la cattiva gestione seguono questi punti. Per primo non c’era nessun direttore che poteva prendere decisioni rapide per dare seguito con azioni. Inoltre, furono stabilite precarie comunicazioni tra la centrale di Fukushina e il quartier generale della TEPCO. All’inizio la TEPCO esitava a raffreddare il reattore nucleare con l’acqua di mare in quanto così la centrale nucleare sarebbe diventata inutilizzabile in futuro. Poi la riduzione della pressione con l’apertura delle valvole è stata troppo lenta ed è stata permessa dal Governo solo dopo che la popolazione residente in un raggio di 10 km era stata evacuata a causa del rischio di radiazioni atomiche. Come risultato si è avuta una esplosione di gas Idrogeno che ha dato origine ad una tremenda fuoriuscita di radiazioni atomiche nella atmosfera e sui terreni (vedi fig. 5) [mancante]. La TEPCO ha continuato a spiegare che le centrali nucleari sono ritenute sicure per il fatto che tutte le radiazioni rischiose gassose e liquide erano racchiuse in contenitori per evitare qualsiasi sversamento all’esterno, anche dopo l’esplosione di gas Idrogeno avvenuta il giorno dopo, il 12 Marzo. Ad un mese dall’incidente, ora prendiamo atto che il mito della sicurezza assoluta dell’energia nucleare si è dimostrata sbagliata e la maggioranza dei giapponesi è ora al grido di “non più centrali nucleari”. Abbiamo imparato che le operazioni di arresto e la stabilizzazione delle centrali nucleari danneggiate richiederanno 20 o 30 anni. Un lungo cammino verso la meta finale. Sappiamo anche che non avremo un obiettivo finale da raggiungere, in quanto il problema delle barre di combustibile atomico spente rimarrà in quanto devono essere trattate in Francia e non in Giappone.

    – Giudizi sbagliati ed errori nella evacuazione

    Molti locali hanno commesso degli errori e valutazioni errate sebbene avessero avuto lezioni dai loro antenati su come evacuare da uno tsunami. Ma alcune persone non conoscevano abbastanza il comportamento dello tsunami. Per esempio Asahi City, nella Prefettura di Chiba, situata sulla costa del mare, è stata colpita dal primo Tsunami alle 15:45, un’ora dopo il terremoto, quando la popolazione locale era riuscita ad evacuare su una collina. Dopo che lo tsunami si ritirò, alcune persone scesero alle loro case sulla costa, e alcune persone hanno anche tentato di rifornire la propria auto di carburante. Ma un secondo tsunami arrivò a 16:20, 35 minuti dopo il primo tsunami e queste persone sono state spazzate via e morirono. Dopo il ritiro del secondo Tsunami, i sopravvissuti si sono dispiegati a cercare le vittime nella zona della città vicino alla costa in quanto non credevano che lo tsunami sarebbe tornato. Purtroppo un terzo Tsunami, ancora più grande, ha colpito la costa alle 17:26, un’ora dopo il secondo tsunami uccidendo le persone rimanenti. Uno dei sopravvissuti ha detto che non ci sarebbe più stato più nessuno tsunami dopo il secondo.
    Il verificarsi degli tsunami e la loro ricorrenza sono stati diversi da luogo a luogo. Il primo tsunami si è verificato 15 minuti dopo il terremoto, mentre lo tsunami maggiore arrivò 30 minuti dopo. Ma noi giapponesi sapevamo che gli tsunami a volte ci mettono molto tempo ad arrivare. Un esempio fu il grande tsunami alto 6m che ha colpito la zona Sanriku 22 ore dopo il Grande Terremoto avvenuto in Cile nel 1960, uccidendo 142 persone. Questa volta uno tsunami alto 2,5m ha colpito Cristo City, California USA, a 6.000 km di distanza dal Giappone dopo 10 ore. La nostra TV NHK annuncia immediatamente se dobbiamo prepararci per uno tsunami dopo ogni grande terremoto. In forza di ciò molte persone evacuarono al secondo o terzo piano di edifici in cemento armato. Avrebbero dovuto essere al sicuro, ma lo tsunami arrivò fino al quinto piano di alcuni edifici per i quali il tetto è stato l’unico posto al riparo.
    In Giappone, tutti i governi locali devono produrre mappe del rischio, che mostrano i luoghi di rifugio o bunker e le strade che vi ci conducono. Alcuni abitanti del villaggio seguirono queste mappe e sono riusciti a raggiungere il rifugio, ma in altri casi, non si salvarono in quanto l’altezza stimata degli tsunami era più bassa di quanto si sia verificato. Va detto che noi abbiamo commesso gravi errori nella produzione di tali mappe del rischio. 123 rifugi su 959 autorizzati da 9 città sono stati spazzati via, anche se molte persone vi si erano rifugiate in base alle mappe. In particolare, in Minami Sanriku City, 31 dei 78 rifugi sono stati spazzati via! Il centro di prevenzione delle catastrofi in Kamaishi City che era previsto per il salvataggio dei profughi è stato spazzato via e 54 su 200 sfollati morirono..
    C’è stato un interessante rapporto in cui a Sumo Hama, Distretto Miyako, Prefettura di Iwate, sono riusciti ad evacuare 109 persone su 110 abitanti di un villaggio su una collina di sicurezza, anche se il villaggio non aveva frangiflutti contro lo Tsunami. Gli abitanti di questo villaggio provavano le procedure di evacuazione per tsunami ogni anno, tra queste anche la comunicazione tra gli abitanti dei villaggio e le strade di evacuazione.
    Nella Scuola Primaria Funakoshi che si trova nella città di Yamada, prefettura di Iwate, la scuola stessa è stata designata come luogo di rifugio in quanto si trova 13 metri sopra il livello del mare. 176 bambini della scuola sono stati evacuati e portati in questa scuola ma il signor Shuzo Tashiro (55), un aiutante della scuola ha ritenuto che il ricovero non era abbastanza alto quando ha visto l’onda dello tsunami sulla costa. Egli ha invitato tutti i bambini e gli insegnanti a fuggire fino a una collina 40m più alta. Poi arrivò lo tsunami e inghiottì la scuola. Se egli non li avesse guidati alla collina più alta, tutte le persone sarebbero morte.
    C’è stata un’altra storia di successo nella città di O-Arai, prefettura di Ibaraki, che è stata colpita da uno Tsunami di 5m. Un giovane vigile del fuoco di 19 anni ha continuato a gridare di fronte al disastro con un microfono senza fili che mette in guardia le persone attraverso 45 altoparlanti: “Fuggite su una collina più alta immediatamente” anche se lo tsunami è arrivato fino all’altezza delle sue gambe, ha continuato a urlare anche dopo che lo tsunami si allontanava “Restate lì e non vi muovete” per due ore e mezza. Come risultato tutti i locali, tra cui una vecchia signora all’età di 91 anni sono stati perfettamente salvati. La lezione fu che era ovvio che il “software”, in particolare i sistemi di comunicazione, sono più efficaci dell’ “hardware” rappresentato dai super alti frangiflutti. Posso dire che il software è molto più redditizio rispetto al costoso hardware.

    Chi è sopravvissuto e chi no

    Oltre alle storie di cui sopra, vorrei introdurre diverse storie felici e infelici come segue.

    Quando una signora anziana di 60 anni è stata inghiottita dallo tsunami e stava saltando su e giù in acqua, cercando di raggiungere la superficie, per fortuna un “Tatami”, la stuoia giapponese, galleggiava davanti a lei. Ha saltato sul Tatami ma era in un vortice rotante ad alta velocità. Di nuovo per fortuna una casa di legno a galla le passo a fianco così saltò sul suo tetto. Alla fine è stata salvata da un elicottero.
    Una giovane madre con due figli ha cercato di rifugiarsi verso la sua macchina, ma lei non poteva muoversi a causa di un ingorgo di traffico. Ha deciso di tornare indietro ma non riuscì a fare un’inversione a U, andò sulla corsia opposta e accelerò in retromarcia. Finalmente poté sfuggire allo tsunami, ma molte auto davanti a lei sono state spazzate via.
    Un’altra giovane madre ha cercato di evacuare in un rifugio su una collina in auto insieme alla madre e ai figli. Ha ascoltato la voce di un poliziotto al grido di “Lo Tsunami sta arrivando”. Ha deciso di uscire dalla macchina e ha portato la madre con i suoi bambini in un bosco collinare nelle vicinanze. In pochi secondi, lo tsunami è venuto e ha spazzato via la sua auto insieme ad altre auto di fronte a lei. Cinque giorni dopo ha ritrovato la sua macchina rovesciata e schiacciata.
    Il Sindaco della Città di Otsuchi Town, prefettura di Iwate, ha organizzato una festa di soccorso subito dopo il terremoto insieme ad altri Agenti, all’esterno del Municipio. Il vice Sindaco della Città ha realizzato che stava arrivando lo tsunami e ha gridato di scappare al quinto piano in cima al palazzo per Uffici della Città. Quando il vice Sindaco ha raggiunto il tetto dell’edificio, il Sindaco stava correndo dietro di lui ma è stato spazzato dallo tsunami. Non c’era una differenza maggiore ai 30 secondi tra la sicurezza e la morte. Allo stesso modo nella città di Onagawa, un signore corse al piano quinto (alto 15 m) sicuro, ma ha detto che nessuno poteva credere che lo tsunami sarebbe arrivato sino a questa altezza (vedi fig. 6).
    Un giornalista dell’Iwate Tohoku Newspaper ha cercato di guidare la sua macchina per raccogliere informazioni sui danni. Ha portato il suo personal computer dall’ufficio del secondo piano alla macchina. Anche sua moglie lo ha aiutato ma ha capito che lo tsunami stava arrivando. Ha urlato al marito di fuggire al secondo piano subito, ma era troppo tardi per lui, sebbene sua moglie potesse sfuggire. Ella vide il volto del marito nell’onda dello tsunami.
    Una donna fuggì al secondo piano della sua casa, dove lo tsunami arrivò fino quasi al soffitto. C’era solo un piccolo spazio, circa 20 cm per poter respirare. Aggrappata ad una guida della tenda per impedire di essere spazzata via per più di 30 minuti fino a quando lo tsunami si allontanò. Ha avuto la fortuna di essere soccorsa la mattina successiva, ma ha dovuto passare una notte molto fredda tutta bagnata con temperature al di sotto sotto dello zero.
    Una nonna di 80 anni e un nipote di 16 anni, sono stati salvati 9 giorni dopo il terremoto. La loro casa è stata spazzata via per circa 100 metri rispetto alla sua posizione originale nella direzione verso la costa a Ishinomaki City, Prefettura di Miyagi. La casa è crollata, ma per fortuna la cucina galleggiava in acqua e sono stati costretti a rimanere dentro la stanza per diversi giorni poiché la nonna non poteva muoversi per fuggire. Il nipote poteva muoversi verso la cucina vicina, ha trovato l’acqua, dolci e yogurt in frigo, che dava a sua nonna. Infine, il nipote è riuscito a fuggire nove giorni dopo e allertando una pattuglia di soccorso. Casi come questo sono stati molto rari.
    In un ospedale situato a Rikuzen Takada City, Prefettura di Iwate, il segretario generale della struttura ospedaliera ha cercato di portare un dispositivo di comunicazione satellitare collocato al piano terra fino al quinto piano. Lo ha consegnato ad uno dei suoi collaboratori e ha cercato di salire al quinto piano, ma era troppo tardi. Il personale poté sfuggire sul tetto della struttura ospedaliera con il dispositivo di comunicazione satellitare ed è così sopravvissuto. Lo tsunami arrivò fino al quarto piano e uccise tutti i pazienti che soggiornavano nel terzo e quarto piano, e anche nel quinto piano.
    La velocità dello Tsunami si dice essere stata di 800 km all’ora in oceano e da 40 a 60 chilometri all’ora sulla costa e sulla terraferma.
    E’ stato molto più veloce di quanto si fosse previsto.
    Mr. Ohtomo, Wakabayashi District, Sendai City, Prefettura di Miyagi aveva capito molto tempo prima del terremoto che non era opportuno per la città di Sendai designare una scuola elementare come ricovero per uno Tsunami e ha chiesto a Sendai City nel settembre 2010 di cambiare la mappa del rischio con un rifugio in un altro luogo. Quando lo tsunami ha colpito il distretto di Mr. Ohtomo, egli non andò verso la scuola, bensì su una strada più alta dove vide in basso la scuola inghiottita dallo Tsunami fino al livello del secondo piano. La strada che ha scelto era al sicuro, trovandosi al confine della zona dove è arrivato lo Tsunami. 300 persone avrebbero potuto sopravvivere sulla strada, ma molte altre persone che hanno seguito la mappa dei rischi sono morti a scuola.
    Un figlio di Mr. Shigeatu Hatakeyama, un proprietario di cultura di ostriche in Kesennuma, Prefettura di Miyagi, ha tentato di fuggire in mare aperto nella sua barca da pesca, ma la prima ondata dello tsunami ha colpito subito la barca e quasi si rovesciò. Egli si gettò in mare, ma è stato spazzato rapidamente in mare aperto verso una vicina isola di nome Oshima. Riuscì a nuotare verso l’isola, ma il suo punto d’arrivo fu il giardino di una casa situata a 20 metri sul livello del mare. Fu salvato da un elicottero di soccorso della Navy Patrol e poté tornare a casa sua dopo tre giorni.
    Mr. Jun-nosuke Oikawa, un vigile del fuoco a Minami Sanriku Town, prefettura di Iwate, stava guardando lo Tsunami attraverso un monitor nel suo ufficio. Poiché i suoi colleghi stavano lavorando nei pressi della costa per evacuare le persone, è andato fuori dell’ufficio per dire loro di fuggire. Ma in quel momento lo tsunami era appena arrivato ​​e così è tornato nel suo ufficio al secondo piano. Lo tsunami, alto quasi 20 metri ha colpito il suo ufficio e l’acqua sommerse la sua stanza. Egli è stato sbattuto fuori per circa 500 metri verso monte. Si è aggrappato a un tronco ma la velocità era di circa 30 km all’ora che non gli consentiva di tenersi saldamente. Poi la Tsunami ha cominciato a retrocedere, e rapidamente lo ha trasportato a 1 o 2 km in mare aperto. Poi il secondo tsunami è arrivato e lo ha respinto in su di nuovo. A causa della spazzatura galleggiante, non poteva raggiungere la superficie dell’acqua. Nevicava e in acqua molto fredda, egli ricorda di aver visto terra prima che cadesse inconscio. Quando si svegliò alle ore 0:00 del 12 marzo, è stato salvato in una fabbrica che si trovava a 5 km dal centro di prevenzione incendi del suo ufficio. E ‘stato veramente fortunato.

    fig06

    Predizione dei terremoti

    Nessuno è riuscito finora a prevedere i terremoti. E’ una delle scienze e delle tecniche più difficili del mondo. Neanche gli scienziati e gli ingegneri sismici giapponesi ci sono ancora riusciti. Ho provato a fare una previsione utilizzando stazioni GPS fisse situate in tutto il Giappone, che sono state costruite dalla Geo-Spatial Information Authority (GSI). Il Dr. Harumi e io abbiamo sviluppato un metodo per la previsione controllando se i cambiamenti nelle dimensioni dei triangoli tra le stazioni GPS superano una certa soglia. Ho già presentato un documento sulla “previsione dei terremoti con dati GPS” a GIM-international, a Coordinates e al Journal of Digital Earth. Purtroppo il dottor Araki e io siamo pensionati che non hanno assistenti ne fondi di ricerca. Potremmo confermare che tutti i terremoti in passato hanno mostrato segnali prima che si siano verificati, ma non potevamo prevedere esattamente in quale giorno il terremoto si sarebbe verificato. Il periodo più lungo tra i cambiamenti rilevati e il verificarsi del terremoto era di due mesi e il più breve caso è stato di un solo giorno. Purtroppo molte persone non hanno mostrato interesse per la nostra ricerca e il metodo è stato trascurato, anche se siamo riusciti a brevettarlo nel 2006 come brevetto giapponese.
    Il Dr. Araki e io non siamo interessati a attività economiche, ma a dare contributi per aiutare le persone. Spero che qualcuno possa seguire il nostro metodo di previsione in futuro.

    Ruolo delle Tecnologie geo-Spaziali per la Gestione dei Disastri

    RS (Remote Sensing) e GIS sono utili per la valutazione dei danni per confrontare le situazioni prima e dopo il terremoto e lo tsunami. Ci sono due argomenti rimarcabili in questa occasione. Uno che le immagini satellitari ad alta risoluzione hanno mostrato chiaramente i danni e gli infortuni sulla Centrale Nucleare di Fukushima. Il rilevamento aereo era non disponibile a causa del livello elevato delle radiazioni atomiche in aria, e anche per la distruzione degli aeroporti locali. Le immagini satellitari hanno mostrato i danni agli edifici della Centrale Nucleare causata dall’esplosione di gas idrogeno, che sono state utili per la pianificazione degli interventi. Un altro argomento è la valutazione dei danni mettendo a confronto le immagini prima e dopo il terremoto e lo tsunami. Dato che l’area danneggiata è stata così grande, gli elicotteri erano inadeguati. Immagini satellitari ad alta risoluzione e anche di tipo SAR sono state veramente utili per capire l’entità del danno (cfr. fig. 7).

    fig07

    Pasco analizzò immagini satellitari ad alta risoluzione e ha riferito che il 70% delle aree danneggiate dallo tsunami erano inondate ancora il 24 Marzo, quasi due settimane dopo il terremoto. Le compagnie di assicurazione in giappone hanno annunciato che provvederanno al risarcimento per un’assicurazione contro i terremoti valutando immagini satellitari ad alta risoluzione o fotografie aeree, senza indagini in sito, in quanto l’accesso alle zone danneggiate è difficile e, quindi, gli edifici non possono essere localizzati o valutati.
    Un registratore di onda GPS a 20 km al largo di Kamaishi city ha mostrato un’onda alta 6.6m (il primo tsunami) che generalmente dovrebbe essere raddoppiata in funzione della profondità del mare e delle condizioni topografiche a terra. Il registratore ha mostrato che vi sono state 7 onde per tsunami in circa 6 ore (vedi fig. 8). Un registratore GPS di questo tipo non può essere considerato come un sistema di allarme precoce, in quanto la velocità degli tsunami raggiunge 800 km/h in tratti di mare profondo e si riduce a 60 ~ 100 chilometri all’ora sulla costa e sul territorio. Questo significa che le città in un raggio di 10 chilometri saranno inondate dalle onde dello tsunami in soli 10 minuti.
    Gli UAV sono stati molto utili per fotografare la centrale di Fukushima per analizzare nel dettaglio i danni e l’azione di pianificazione successiva, essendo in pratica impossibili gli ordinari rilievi aerei per via del rischio delle radiazioni atomiche, mentre le immagini satellitari ad alta risoluzione sono state utili anche nelle fasi iniziali.

    fig08

    Ringraziamo Digital Globe, Google, JAXA, RESTEC e molte altre organizzazioni per il rilascio delle immagini satellitari per scopi di confronto su Internet. Ringrazio anche YouTube per la diffusione delle immagini video dello tsunami e altre scene. Molti giapponesi hanno ripreso video e immagini del terremoto e i danni dello tsunami giapponese usando macchine fotografiche digitali e videocamere che sarebbero ottimi riferimenti, in futuro, per stabilire le contromisure su come prevenire, ridurre o attenuare gli effetti del disastro.

    Considerazioni conclusive

    Anche se la mia famiglia e la mia casa a Tokyo sono al sicuro senza alcun danno, non potevo stare a guardare le scene TV in quanto la situazione reale era veramente triste. Ho simpatizzato con le persone colpite e con coloro che hanno perso la vita, ma come un vecchio uomo che vive a Tokyo non posso aiutare direttamente le persone se non tramite donazioni. Quello che posso fare è quello di informare i miei amici e i colleghi in tutto il mondo sulle reali storie e situazioni. Questo potrà essere in qualche modo utile per la nostra società per aiutare a salvare vite umane in futuro.
    In conclusione, il Giappone ha commesso un grave errore nel programmare le Centrali Nucleari come sviluppo sostenibile che si è rivelato invece non sostenibile.
    Vorrei dire che le catastrofi naturali e di origine antropica possono essere molto più grandi di quanto possiamo immaginare.
    Il cosiddetto mito della sicurezza non può essere invocato.
    Un evento con una probabilità di uno su migliaia di anni potrebbe verificarsi domani, ovunque e in qualsiasi momento.
    Sarei lieto di sapere se sei diventato più saggio leggendo il mio articolo.
    Infine, porgo le mie condoglianze a quelle vittime e ai loro familiari che sono persi a causa del Grande Terremoto del Giappone Est 311. Ringrazio tanti amici provenienti da paesi stranieri e delle regioni che mi hanno inviato parole gentili per incoraggiare me così come il popolo giapponese.

    Shunji Murai

    (Traduzione di Renzo Carlucci)

    La versione originale in inglese ricevuta dal prof. Shunji Murai è a questo link.

    • Al disastro naturale può aggiungersene un altro culturale. Aggrapparsi ai propri luoghi e alla propria storia è un modo per scongiurarlo. Una galleria fotografica su “Repubblica” (21 febbraio 2012, http://www.repubblica.it/esteri/2012/02/21/foto/tsunami-30240426/1/?ref=HRESS-5) testimonia quest’attenzione giapponese a recuperare i propri ricordi.

      TSUNAMI, IL MUSEO DELLE FOTO SCOMPARSE
      Una stanza dei ricordi dove raccogliere tutte quelle fotografie spazzate via dalla violenza dello tsunami dello scorso 11 marzo è stata allestita a Ofunato, nella prefettura di Iwate. Qui i volontari si occupano della pulizia e dell’archiviazione delle immagini ritrovate e gli abitanti di Ofunato possono andare a caccia delle loro memorie scomparse.

  3. “Il fenomeno dei terremoti e tsunami” (12’33”)

    Un servizio andato in onda nella trasmissione di divulgazione scientifica “Passaggio a Nord-Ovest” (anno 2011?):
    “Sono ancora tanti gli aspetti che non conosciamo dei terremoti, ma di una cosa siamo certi: l’unico modo per evitare il disastro è farsi trovare preparati; se non c’è sorpresa, non c’è disastro” (Cinna Lomnitz, sismologo).

  4. “Corriere della Sera”, venerdì 18 maggio 2012, http://www.assinews.it/articolo_stampa_oggi.aspx?art_id=9312

    UNA CALAMITA’ DISTRUGGE LA CASA? DA OGGI LO STATO NON PAGA I DANNI
    Giovanna Cavalli
    ROMA — La calamità naturale sarà a carico del cittadino. In caso di terremoto, alluvione, tsunami e qualsivoglia altra catastrofe, non sarà più lo Stato a pagare i danni. A ricostruire l’edificio crollato o pieno di crepe, casa o azienda che sia, dovrà provvedere il proprietario. A sue spese. O stipulando, previdente, una relativa polizza di assicurazione.
    La novità, enunciata chiaramente, si trova nel decreto legge n.59 sulla riforma della Protezione Civile pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale. In cui si afferma che «al fine di consentire l’avvio di un regime assicurativo per la copertura dei rischi derivanti da calamità naturali sui fabbricati a qualunque uso destinati, possono essere estese tutte le polizze assicurative contro qualsiasi tipo di fabbricato appartenente a privati». E questo per poter «garantire adeguati, tempestivi ed uniformi livelli di soddisfacimento delle esigenze di riparazione e ricostruzione». Cosa che lo Stato non può più permettersi per cronica carenza di fondi.
    La normativa non ha effetto immediato: il decreto legge prevede infatti «un regime transitorio anche a fini sperimentali». Entro 90 giorni dovrà essere emanato un regolamento che stabilisca modalità a termini per l’avvio del regime assicurativo. Ed è poi probabile che i tempi si allunghino. O che si trovino dei correttivi. Ma la tendenza è quella.
    Confermata dalle parole di Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile: «Quella sull’Aquila è stata l’ultima azione di intervento sulla popolazione» ha detto ieri ai Giovani imprenditori di Confindustria. «Purtroppo per il futuro dovremo pensare alle assicurazioni perché lo Stato non è più in grado di fare investimenti sulle calamità: gli aquilani sono stati gli ultimi a ricevere assistenza». Su questa linea procede anche la norma che riduce la durata dello stato di emergenza, ossia del periodo in cui lo Stato si accolla le spese: 60 giorni, con un’unica proroga di altri 40. Fine delle emergenze pluriennali.
    Per adesso l’assicurazione sarà soltanto di tipo volontario (con agevolazioni fiscali). E già questo principio potrebbe porre dei problemi giuridici in quanto sancisce la disparità tra cittadini che vivono in zone a rischio e quelli che hanno la fortuna di abitare in aree sismiche o soggette a pericoli idrogeologici. Senza contare che le compagnie di assicurazioni, nel primo caso, pretenderebbero premi molto costosi. La soluzione potrebbe essere rendere l’assicurazione obbligatoria per tutti. Con un costo calcolato in circa 100 euro per abitazione.
    Secondo Adolfo Bertani, presidente del Cineas (Consorzio universitario specializzato nella cultura del rischio), questa «è una svolta epocale perché si introduce anche in Italia la responsabilità diretta del cittadino nella tutela dei propri beni e di una nuova cultura di rispetto del territorio. Si passa da welfare state alla welfare community»
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  5. Ricostruire sugli stessi luoghi è irrazionale? Certo, eppure no. In questi giorni si legge su tutti i giornali che anche gli emiliani terremotati ribadiscono che «Non vogliamo lasciare le nostre case». Contrariamente a quel che può sembrare, si tratta di un comportamento estremamente razionale perché, come spiega Amalia Signorelli, tende ad evitare, dopo la catastrofe naturale, un secondo tipo di catastrofe, quella culturale. Restare dove si è sempre stati è un modo per mantenere il controllo (soprattutto su se stessi) ed evitare quella che Ernesto de Martino chiamava “angoscia territoriale”.
    Evidentemente nessuna “new town” sarà in grado di preservare la comunità sinistrata dal rischio di una crisi profonda – culturale, sociale, esistenziale – perché la casa e il paese non sono semplici tane o spazi interscambiabili: solo la “propria” casa, solo il “proprio” paese sono quelli in cui è inscritta la nostra storia e in cui troviamo e riconosciamo un senso, il senso del nostro esserci.
    Dunque dove e come ricostruire?
    Possibilmente sugli stessi luoghi, ma facendo tesoro dell’esperienza: ridurre l’impatto antropico, rispettare la natura del territorio, razionalizzare le risorse.
    Si, ma con quali priorità?
    Stamattina (1 giugno 2012) Vittorio Emiliani cita il motto che nel 1976, all’indomani del terremoto, i vescovi friulani fecero proprio: «Prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese». E’ fondamentale, spiega Emiliani, «Non far sfibrare il tessuto produttivo […] perché il lavoro è una delle formidabili risorse in questa crisi planetaria e nessuno può permettersi di indebolirlo. Rispettando, certo, le misure di sicurezza, non esponendo al pericolo altre vite di operai, italiani e immigrati […], ma ridando vita e operatività, appena possibile, a filiere produttive di eccellenza internazionale: l’agro-alimentare, la meccanica di precisione, il biomedicale e in genere la sanità, il benessere, la ceramica, le nano-tecnologie, la carpenteria, le imprese per il recupero e il restauro dell’antico e altro ancora»: QUI.
    Siamo sempre lì: il lavoro è innanzitutto dignità.

  6. Nell’articolo che vi segnalo qui in basso troverete parole e frasi di questo tipo: «apocalisse», «da brividi», «guardano il vulcano, sospirano e fanno spallucce».
    Gian Antonio Stella ha questo stile, è il giornalista documentato che ricorda l’Orda, che smaschera la Casta, che denuncia i Vandali, e lo fa con quella che si suole definire “la forza della ragione”. E’ razionale: confronta cifre, costi, dati. Fa bene, penso che sia necessario un approccio solido. Però, nonostante l’evidenza delle sue ragioni, talvolta il suo discorso non è immune da una certa quota di genericità.
    L’articolo qui sotto parte da una denuncia sacrosanta: l’attuale Giunta della Regione Campania (berluscon-cosentinoide) ha appena varato una legge che favorisce l’edificazione nella “zona rossa” del Vesuvio. E’ uno schifo, oltre che un atto criminoso. Ciò che però mi irrita dell’articolo è il dipingere tutti i vesuviani come degli incoscienti, dei negazionisti, degli smemorati, dei devoti fanatici e interessati (quella solita e opinabile storia di San Gennaro e San Giorgio…), degli abusivisti, degli speculatori.
    Checché se ne dica, la scienza è ambigua: a volte allarma (“è il vulcano più pericoloso del mondo”), altre rassicura (“è il vulcano più monitorato del mondo”). In questo articolo Stella cita un saggio di Ricciardi che descrive uno scenario spaventoso, per quanto realistico, ma omette un particolare: il tempo umano non è quello geologico. E questo la gente lo sa.
    Un altro aspetto è quello economico: un terreno edificabile è ancora e ovunque molto più redditizio (purtroppo) di qualsiasi bosco. E lo è comunque, nonostante possa rivelarsi un terreno “a tempo”: non importa, cioè, che fra “x” anni venga distrutto da un terremoto o sepolto dalla lava, fino ad allora produrrà ricchezza, pertanto se vi si può costruire lo si farà.
    Infine c’è il fondamentale e, nell’articolo, solo accennato livello politico: nessun amministratore ha il coraggio o l’altezza di affrontare seriamente la questione. Le preoccupazioni dei nostri amministratori sono di vario tipo: innanzitutto elettorali, poi sociali. I primi cittadini vesuviani, così come i loro superiori regionali (ma non vedo perché non si possano coinvolgere anche quelli nazionali, visto che il rischio vesuviano rientra tra le “emergenze nazionali”), non hanno la preparazione, la lungimiranza, la forza per immaginare, organizzare, mettere in atto e, soprattutto, continuare nel tempo una seria opera di informazione, di educazione, di esercitazione rispetto alla particolare natura del territorio di cui stiamo parlando. Temono un crollo del mercato immobiliare, conseguentemente hanno paura di essere cancellati alle elezioni successive.
    Se rimozione del rischio c’è, dunque, è nei politici a caccia di voti (se non di altri tipi di guadagno) e negli speculatori (innanzitutto edilizi, quelli che realizzano – sempre e ovunque – i profitti più rapidi e più alti). Tutto il resto viene a cascata. E non ci vuole poi molto a distrarre un’intera popolazione con miraggi cementizi e, talvolta, con paure varie, soprattutto se l’alternativa (un’area protetta) non decolla e non fa decollare (il Parco Nazionale del Vesuvio esiste dal 1995 e se ne sono accorti in pochi).
    Tuttavia non voglio ridurre i vesuviani ad una comunità inconsapevole e “vittima del sistema”, a mio avviso si tratta di gente molto più sveglia di quanto si pensi (e questo nel bene e nel male): perché credere in uno Stato che mi vieta una casa (dicendo che è pericoloso), ma mi inquina con le discariche (che sul Vesuvio sono decine ed esistono da 50 anni e non sono per niente un’eccezione emergenziale)? Perché credere agli allarmi se poi nessuno (innanzitutto politici e protezione civile, ma vi farei rientrare anche altre categorie) provvede ad allargare le vie di fuga e a organizzare esercitazioni? Che credibilità ha l’ex-assessore che offriva 30mila euro (massimo) a famiglia perché si trasferisse fuori dalla zona rossa quando poi le case liberate non sono state mai abbattute, ma addirittura sono state riaffittate? Che serietà mostra una politica che non ha la forza di alimentare il cambiamento? Le sono bastati due soli anni di scialbi risultati per sgonfiare tutti gli straordinari entusiasmi iniziali? Eppure, intendiamoci, “VesuVia” fino ad ora è stato il più ambizioso (e serio, siccome è stato l’unico) piano urbanistico vesuviano che intendesse affrontare in qualche modo l’eccesso di densità demografica. Ma se questo progetto (accolto come “una svolta”), che doveva far diminuire gli abitanti vesuviani di almeno 100mila unità in 15-20 anni, tramonta dopo pochi mesi, cosa devono pensare quelle persone? Probabilmente che c’è tempo, che non è urgente, che tanto poi ci avvertono, che se ci fosse davvero un pericolo le autorità organizzerebbero qualcosa di più efficace…
    E intanto i decenni passano, le generazioni cambiano, gli interessi aumentano.
    Si, è vero, sotto il Vesuvio non ci vogliono pensare all’apocalisse di cui tutti parlano. Anzi, non ci devono pensare, altrimenti la loro non sarebbe vita. D’altra parte, chi riuscirebbe a vivere pensando continuamente alla propria morte?
    E allora si, bisogna essere “irrazionali” per non farsi schiacciare dalla razionalità spaventosa di quel che “prima o poi” accadrà.
    Prima o poi, appunto. Dunque: poi.
    Ma questo vuol dire che i vesuviani sono pazzi? E chi decide com’è l’altro? Chi definisce chi? Solita vecchia storia…
    Insomma, grazie a Gian Antonio Stella per il suo preciso articolo contro questa indegna legge regionale, ma per favore basta dipingere la gente vesuviana come non è, cioè come un tutto indistinto di beoti colpevoli e tendenzialmente suicidi. Anche perché mi sorge il dubbio che sia proprio questa immagine pregiudizievole a tenere in piedi quell’assenza di responsabilità politica di cui parlavo.

    Ecco l’articolo, finalmente:

    “Corriere della Sera”, 2 giugno 2012, via-Eddyburg: http://eddyburg.it/article/view/19089/

    UNA LEGGINA SALVA GLI ABUSI ALLE FALDE DEL VESUVIO
    Proprio in contemporanea con gli eventi sismici in Emilia, una incredibile iniziativa salva (?) abusivi
    di Gian Antonio Stella

    Sotto il Vesuvio non ci vogliono pensare, agli scenari da incubo disegnati dagli esperti e a tutti i discorsi di questi giorni sulla prevenzione contro i disastri. Peggio: in Regione stanno discutendo su come rimuovere un po’ di vincoli nella «zona rossa». Bollata da qualche sindaco come «una legge criminale che ha ucciso l’economia».È dal 19 marzo 1944 che il vulcano appare a riposo. Quando la statua di San Gennaro, racconta l’ufficiale inglese Norman Lewis nel libro «Napoli 1944», fu portata nella cittadina di San Sebastiano al Vesuvio nascosta sotto un lenzuolo, di riserva, pronta a fermare la lava, come avvenne, nel caso non fosse bastato l’intervento del santo patrono ufficiale, appunto San Sebastiano.
    Fino ad allora, dall’Unità d’Italia il Vesuvio aveva già brontolato più o meno spaventosamente nel 1861, 1867, 1872 (quando era stato distrutto lo stesso paese di San Sebastiano), 1891-95, (quando si era formato il colle Margherita, 1895-99 (quando era nato il colle Umberto) e poi ancora nel 1906, quando era stata devastata Boscotrecase e infine nel 1929. Quelli che nel 1944 erano bambini, se lo ricordano bene, l’incubo. Ma lo hanno rimosso. E nonostante gli spaventi del sisma in Irpinia e del bradisismo a Pozzuoli, troppa gente vive da decenni il Vesuvio come se non fosse un vulcano, ma una montagna.
    E vive dunque i vincoli imposti ai 18 comuni della «zona rossa» come un’angheria imposta alla povera gente dalla «politica». C’è un condono? Non si può usare. Ne arriva un altro? Non si può usare. Col risultato che un pò di politici ha individuato nella guerra alle regole antisismiche una strategia per andare a batter cassa dagli elettori. Come il sindaco di Sant’Anastasia, Carmine Esposito, che da anni si è auto-nominato nemico numero uno della «truffa confutabile a livello scientifico» e qualche settimana fa si è spinto ad affiggere manifesti che dicevano: «Zona rossa, finalmente si cambia». Posizione condivisa da qualche parlamentare come il senatore pidiellino Carlo Sarro che a fine marzo tuonò: «Quello che si sta consumando in Campania è un dramma culturale, una vicenda segnata da una profonda ingiustizia. Ci sono 67.000 sentenze di demolizione e questo fa capire come sia drammatica la situazione».
    Tutte case abusive. Ma «le associazioni spesso continuano a diffondere l’idea che l’abusivismo è uguale a criminalità, ma è una mistificazione gigantesca. Dietro la scelta forzata di costruire case abusive ci sono sacrifici, investimenti frutto del lavoro di famiglie». Sono in zone ad altissimo rischio sismico? E vabbè… Ed ecco che proprio in questi giorni, come denuncia l’ex l’assessore Marco Di Lello, autore del progetto «Vesu-via» che dava 30mila euro a chi se ne andava comprando casa fuori dalla «zona rossa» e tolse tutti i benefici fiscali così da rendere più cari gli affitti e fare invecchiare il patrimonio edilizio e buttò giù qualcuna delle migliaia di opere abusive dentro il parco, in Regione discutono di un disegno di legge che spazzerebbe via una serie di vincoli.
    Una leggina stupefacente. Soprattutto di questi tempi di lutti e macerie in Emilia. Non solo rimuove il vincolo di inedificabilità assoluta nella fascia di rispetto di un chilometro intorno all’antica Velia, nel parco del Cilento. Non solo stravolge il Piano Urbanistico Territoriale della penisola sorrentina limitando i vincoli alle spalle della Costiera Amalfitana nonostante sia un’area a forte rischio idrogeologico teatro di tragedie come qualche anno fa la frana di Nocera Inferiore. Ma, accusa Di Lello, deforma pesantemente «la legge regionale 21 del 2003 che sancisce il divieto assoluto di rilascio di titoli abilitativi (permessi a costruire, Scia e Dia) a fini abitativi nella zona rossa vesuviana così come perimetrata dalla Pianificazione d’emergenza della Protezione Civile». Per capirci, prendiamo le parole proprio di Carmine Esposito che si vanta del successo: «Non vogliamo aumentare il carico abitativo. Questo però non vieta la possibilità di fare nuove abitazioni nel rispetto idrogeologico del territorio» Sic… Di che genere di territorio si tratti lo lasciamo dire al vulcanologo Franco Barberi: «Non esiste al mondo una località a più alto rischio vulcanico, considerando l’abnorme concentrazione edilizia spintasi fino a poche centinaia di metri dal cratere».
    Sostengono gli scienziati che da molti anni il vulcano è «tranquillissimo» ma «prima o poi dovremo fare i conti con una nuova eruzione». Il materiale incandescente se ne sta pressato a una profondità di otto chilometri. Questo sarebbe un bene e un male: prima di spingere forsennatamente verso l’alto per cercarsi una via d’uscita il magma dovrebbe dare dei segnali via via più chiari dando qualche tempo per l’evacuazione che, stando al piano della protezione civile del 2004, dovrebbe portar via 12 giorni. Basteranno? Erosa la spinta, lo strato di lava «salterebbe come un tappo di champagne».«Una volta aperto il condotto», scrive il vulcanologo Gianni Ricciardi dell’Osservatorio Vesuviano in un saggio che sta per essere pubblicato, «si formerà una colonna eruttiva che potrà raggiungere un’altezza di oltre dieci chilometri. La parte alta della colonna pliniana, meno densa, sarà spinta secondo la direzione dei venti prevalenti d’alta quota e da essa si avrà caduta di particelle al suolo. La parte bassa della colonna, più densa, collasserà generando correnti piroclastiche, che scorreranno, seguendo la morfologia, lungo i fianchi del vulcano, a grande velocità e con elevato potere distruttivo.
    Probabili piogge indotte dalle perturbazioni delle condizioni atmosferiche causate dall’eruzione, potranno mobilizzare il materiale piroclastico depositato lungo le pendici del vulcano, provocando colate di fango e alluvionamenti durante e anche a eruzione finita».Un’apocalisse. La «zona rossa» dei 18 comuni circumvesuviani «è soggetta a distruzione pressoché totale, a causa dello scorrimento di correnti piroclastiche, colate di fango e alla ricaduta imponente di ceneri, bombe e lapilli». La «zona gialla», un migliaio di chilometri quadrati comprendenti 96 comuni di cui 34 della provincia di Napoli, 40 di quella di Avellino, 21 di quella di Salerno ed 1 della provincia di Benevento «potrebbe essere interessata da un’importante ricaduta di cenere e lapilli, con carichi superiori a 200 kg/m2». Da brividi.
    Eppure, spiega lo scienziato nel suo lavoro intitolato «Le eruzioni del Vesuvio dal 1861 al 1944. Cosa ci aspetta?», quella «zona rossa» così pericolosa ha visto aumentare, incredibilmente, la sua popolazione. Lo scriveva già lo storico vesuviano Silvio Cola nel 1958: «Dopo l’ultima eruzione del 1944, il Vesuvio non ha dato più segno di attività, lasciando in una perfetta calma gli abitanti dei Paesi nascenti alle sue falde, i quali, per nulla preoccupati delle sorprese che potrebbe dare il terribile vulcano, quasi dappertutto, fanno sorgere, continuamente, grandi fabbricati e magnifiche ville».
    Al primo censimento del 1861 la popolazione vesuviana era di 107.255 persone, concentrate quasi tutta sulla costa. Dieci anni fa, al censimento del 2001, erano 530.849. Oggi, secondo Ricciardi (anche se i dati provvisori dell’Istat non concordano) sarebbero 580.913. Hanno sotto gli occhi le rovine di Pompei, Ercolano, Oplontis. Hanno conosciuto dai nonni i racconti delle grandi paure di qualche decennio fa.Guardano il vulcano, sospirano e fanno spallucce
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  7. Sul nuovo decreto che introduce l’obligatorietà dell’assicurazione dell’abitazione contro le calamità naturali, oggi Gian Antonio Stella scrive un articolo che fa un po’ di luce sulla situazione.

    “Corriere della Sera”, 7 giugno 2012, http://www.corriere.it/cronache/12_giugno_07/polizza-disastri-non-tassa_06e4390e-b067-11e1-b62b-59c957015e36.shtml

    LA POLIZZA SUI DISASTRI NON E’ UNA TASSA
    Se fatta nel modo giusto, può dimostrarsi indispensabile. In Francia se crolla una casa abusiva non c’è risarcimento
    di Gian Antonio Stella

    C’è un diluvio, on line, contro «la tassa sulla iella». Insulti, invettive, rivolte. Ma la spinta all’assicurazione contro i disastri naturali è davvero, come scrive qualcuno, «l’ultima porcheria della Casta»? Mah… Se fatta nel modo giusto, la svolta potrebbe dimostrarsi indispensabile. Non solo per sgravare un po’ lo Stato da un peso ormai insopportabile ma anche per battere l’abusivismo e, soprattutto, salvare la vita delle persone.
    Partiamo da qui: ce lo possiamo permettere ancora, noi italiani, dato che le pubbliche finanze sono la nostra «cassa comune» e non un’entità astratta, di pagare i danni di ogni calamità? Anche di quelli magari aggravati dalla stoltezza di chi ha consapevolmente costruito la sua casa senza rispettare le norme antisismiche? Anche di chi l’ha tirata su più o meno abusivamente, nell’alveo di un torrente che una o due volte al secolo straripa o sui sedimenti di una vecchia frana o sulle pendici del Vesuvio?
    No: abbiamo un problema. E la Casta stavolta non c’entra. Anzi, la distribuzione di soldi pubblici dopo le calamità è stata per decenni un affarone dei politici più spregiudicati, corrotti e clientelari. Che sarebbero i primi a perderci in un sistema misto che funzionasse bene.
    Quanto siano costati nei decenni gli interventi dello Stato per le ricostruzioni di case, fabbriche, laboratori privati (quelle delle strutture pubbliche è un’altra faccenda, ovvio) non è chiaro. «Il danno medio annuo stimato al patrimonio abitativo da eventi sismici e alluvionali», dice un «Working papers» di Deloitte Consulting, «ammonta a circa 2,8 miliardi di euro». Ma la stessa Protezione civile pare non essere d’accordo. E scrive in un rapporto del 2010 di «un valore orientativo complessivo dei danni causati da eventi sismici in Italia pari a circa 147 miliardi e, di conseguenza, un valore medio annuo pari a 3.672 milioni». Solo per i terremoti. Poi ci sono le frane, le alluvioni… Franco Gabrielli lo ha detto: «Purtroppo, per il futuro dovremo pensare alle assicurazioni perché lo Stato non è più in grado di fare investimenti sulle calamità». Di qui il contestatissimo decreto legge 59. Dove si dice che, dopo l’avvio di un percorso, la definizione di regole e «un regime transitorio» si dovrà arrivare all’«esclusione anche parziale dell’intervento statale per i danni subiti da fabbricati».
    «Mostruoso», strillano sul web. E sono in tanti ad affilare i coltelli per fare a pezzi il progetto governativo. Chi con la speranza di incassare voti, chi con motivazioni più serie come Salvatore Settis che scrive d’una «abdicazione dello Stato al suo compito istituzionale primario, la messa in sicurezza del territorio (…) Il teatrino dell’assicurazione obbligatoria pretende di archiviare decenni di inadempienze dietro uno scaricabarile indegno». E si chiede: «Che farà chi è troppo povero per pagare le alte tariffe che verrebbero richieste? E chi pagherà l’assicurazione degli edifici abusivi o fabbricati con materiali scadenti, il costruttore (colpevole) o il proprietario (spesso innocente)? Quale stato di polizia va instaurato per obbligare i riluttanti a pagare, anche se disoccupati, il dovuto balzello alle imprese private?» Messa così, non fa una piega. E la stessa Legambiente, pur ammettendo che «in linea di principio l’assicurazione obbligatoria è corretta», ha dei dubbi: «Potrebbe forse aver senso in un Paese con standard di sicurezza antisismica già elevati e una attività di prevenzione seria e avanzata. Da noi si rischia l’effetto opposto: lo Stato metterebbe un balzello in più sulla casa, non spingerebbe i privati ad adeguare le costruzioni agli standard antisismici e si sentirebbe anzi deresponsabilizzato rispetto ai suoi compiti di messa in sicurezza del territorio».
    Ma l’esperienza di altri Paesi dice che oltre ai contro ci sono anche dei pro. In Francia, spiega la Deloitte Consulting, «i privati che stipulano una polizza incendio obbligatoriamente devono sottoscrivere una clausola di garanzia contro le catastrofi naturali». Premio fisso: il 12% del contratto base. E se arriva una catastrofe troppo grave per un’assicurazione privata? Subentra la Caisse Centrale de Reinsurance (CCR), pubblica. Per capirci: non sono le assicurazioni a scegliersi il cliente (tu sì, tu no, a seconda dei rischi e di quanto paga il cittadino) e lo Stato «fornisce garanzia illimitata».
    Insomma, dice il Cineas, il Consorzio universitario del Politecnico di Milano che promuove la cultura del rischio, «un sistema ibrido: da una parte si rinvia al meccanismo classico dell’assicurazione, per cui i risarcimenti vengono erogati direttamente dalle compagnie; dall’altra è lo Stato che interviene in maniera significativa stabilendo l’obbligatorietà dell’assicurazione, la definizione di un premio unico per tutti gli assicurati e una specifica garanzia». E qui viene l’aspetto più interessante.
    Nel 1995 il governo francese ha imposto agli enti locali l’obbligo di darsi dei «Piani di prevenzione del rischio naturale». E dal 1997 «le compagnie assicurative possono rifiutare la speciale copertura ai beni situati in aree definite ad alto rischio, nel caso gli insediamenti risalgano a epoca successiva all’approvazione dei Piani». Più semplice: chi «dopo» quei piani di prevenzione che lo hanno messo in guardia ha costruito senza rispettare le regole non può assicurarsi. Quindi se la sua casa fuorilegge casca, affari suoi. L’assicuratore non paga e lo Stato non mette un quattrino. È un sopruso? Difficile da sostenere.
    Anche in Spagna, grosso modo, va così. E «l’obbligatorietà di questa copertura assicurativa è presente fin dall’epoca della guerra civile». E così altrove. Negli Stati Uniti, dove «i premi per catastrofe naturale vengono stabiliti secondo le normali regole del mercato assicurativo» com’è ovvio date le tradizioni, «il programma sulle inondazioni garantisce ai cittadini delle aree a maggior rischio l’accesso a condizioni di favore (fino al 45% di sconto sulla polizza), purché il governo locale abbia aderito agli standard indicati dal programma di prevenzione».
    In sintesi: dove le cose sono fatte bene lo Stato usa questo sistema per imporre alle assicurazioni (vuoi entrare nel business? Accetti, a patti chiari, anche i clienti a rischio) e agli enti locali un sistema di regole. Sistema che innesca una spirale virtuosa spingendo i cittadini, gli amministratori e le compagnie a studiare meglio il territorio, prendere atto dei pericoli sismici o idrogeologici, fissare norme precise e rispettarle risanando via via ciò che può essere risanato. Insomma: fermi restando i doveri dello Stato nei soccorsi e nel ripristino delle opere di tutti, privati e enti locali sono chiamati ad assumersi più responsabilità. Un’indagine del Cineas afferma che gli italiani non sono contrari a priori: «Il 54% si dichiara propenso a sottoscrivere una polizza contro i rischi da calamità naturali per assicurare l’abitazione. Tale percentuale, se lo Stato si facesse carico di prevedere una defiscalizzazione dell’importo, crescerebbe fino al 72%».
    Certo, non è un percorso facile. E il progetto governativo, con l’assicurazione «su base volontaria» non convince. «Non risolverebbe nulla», polemizza il presidente del Cineas Adolfo Bertani, «anzi, metterebbe le compagnie assicuratrici nella condizione di prendersi i rischi migliori, scegliendo chi e come assicurare e incrinando il basilare “principio di mutualità” delle assicurazioni».
    «Le aree a elevato rischio sismico sono il 50% del territorio nazionale e il 38% dei Comuni; quelle a elevata criticità idrogeologica il 10% del territorio e l’82% dei Comuni. Nelle prime risiedono 24 milioni e 147 mila persone, nelle seconde 5 milioni e 772 mila persone; 6 milioni e 267 mila edifici risiedono in area sismica, 1 milione e 259 mila in area a rischio idrogeologico», scrive al Parlamento il presidente nazionale degli architetti Leopoldo Freyrie.
    E spiega che «è perciò evidente che, come peraltro ammesso da Ania nella trasmissione Skytg24 Economia, nessuna compagnia di assicurazione stipulerà una polizza su un edificio in zona sismica che non sia stato edificato secondo i criteri di legge. Il risultato sarà che coloro che hanno a subire gli effetti devastanti di un terremoto non potranno assicurarsi e tanto meno i più poveri, che abitano in case che hanno avuto minor manutenzione e nelle zone più depresse del Paese, che sono proprio quelle più esposte al rischio sismico e idrogeologico». Servono le pinze.
    E si torna sempre lì: allora è lo Stato che deve farsi carico di tutto? Anche se, come è sotto gli occhi di tutti, non ce la fa? La soluzione è il buon senso. Da una parte, come sostiene Lorenzo Pallesi già presidente dell’Ina, «bisogna evitare che i cittadini vivano quest’obbligo come una ulteriore forma di tassazione» cominciando con l’abolire o almeno ridurre l’imposta sui premi assicurativi del ramo incendio ed eventi catastrofali «attualmente del 22,25%: una delle più alte d’Europa». Poi consentendo ai cittadini di scaricare la polizza dalle tasse. E ripetendo, suggerisce Ermete Realacci, l’esperimento delle energie alternative con incentivi che incoraggino le famiglie a mettere in sicurezza la loro casa. E tante altre cose ancora, come appunto il sistema francese, da definire. Ma un punto deve essere chiaro a tutti: le distribuzioni di pubblico denaro di una volta, visti i conti, sono diventate impossibili
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  8. “La Repubblica”, 30 giugno 2013, QUI

    Alluvione, omicidio colposo e disastro: indagata l’ex sindaco Marta Vincenzi
    Si aggrava la posizione del primo cittadino e dell’assessore alla Protezione Civile Scidone, all’epoca dei fatti, e di tre dirigenti comunali nell’indagine sul disastro del 4 novembre 2011 costato la vita a sei persone. L’accusa si aggiunge a quella di avere cambiato gli orari dell’esondazione del torrente Fereggiano. I magistrati vogliono capire se si sarebbe potuto intervenire prima ed evitare la strage

    Non solo per falso: ora, l’ex sindaco di Genova Marta Vincenzi, l’ex assessore alla Protezione Civile Francesco Scidone e tre dirigenti comunali sono indagati anche per omicidio colposo e disastro per l’alluvione che nel 2011 provocò sei morti nel capoluogo ligure. Oltre che nell’inchiesta stralcio, in cui sono indagati da mesi con l’accusa di avere cambiato gli orari dell’esondazione del torrente Fereggiano, i cinque sono stati inseriti infatti anche nel fascicolo principale, quello aperto all’indomani della tragedia contro ignoti.
    La notizia, anticipata oggi da Repubblica, è stata confermata da fonti investigative. Con Vincenzi e Scidone, ci sono i nomi dei dirigenti comunali Gianfranco Delponte, Pierpaolo Cha e Sandro Gambelli. Resta fuori il sesto indagato per falso, Roberto Gabutti, capo dei volontari della Protezione Civile. La tesi su cui indaga la Procura è che probabilmente si sarebbe potuto intervenire prima che le violenti piogge facessero esondare il Fereggiano e il Bisagno ed evitare così la strage.
    Quel 4 novembre 2011 morirono sei persone, comprese anche due bambine: Serena Costa, 19 anni, Evelina Pietranera, Angela Chiaramonte, 40 anni, Djala Shpresa di 28 anni e le sue due piccole, Gioia e Janissa, di 8 anni e di 11 mesi.
    Come altri cittadini, intorno all’ora di pranzo stavano percorrendo via Fereggiano, regolarmente aperta al transito di pedoni e automezzi, senza presagire il dramma. L’esondazione del torrente, avvenuta alcune centinaia di metri a monte, sorprese cinque di loro nei pressi di un portone dove cercarono inutilmente scampo. La sesta vittima, in motorino, fu invece travolta da altri mezzi trascinati dall’acqua.
    Alla fine dello scorso anno, il procuratore aggiunto Vincenzo Scolastico e il sostituto procuratore Luca Scorza Azzarà avevano iscritto sei persone nel registro degli indagati per i falsi verbali nei quali veniva anticipata di 50 minuti l’esondazione del Rio Fereggiano.
    Il falso, secondo l’accusa, era stato creato per fare passare la versione secondo la quale a Genova quel giorno si abbattè una ‘bomba d’acqua’, un evento imprevedibile e particolarmente violento che non permise di mettere in moto tempestivamente la macchina della protezione civile. Quel verbale venne però smentito grazie anche alla collaborazione dei cittadini: foto, filmati e testimonianze avevano raccontato una versione diversa e soprattutto un orario diverso dello straripamento
    .

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  11. A proposito di valutazioni (economiche) del rischio, nel 2010 WRN (Willis Research Network) – una società di Willis Group Holdings, uno dei broker assicurativi mondiali – effettuò una “previsione” delle conseguenze di un’eruzione vesuviana, la quale «potrebbe causare 8.000 vittime, 13.000 feriti gravi e danni totali per oltre 24 miliardi di dollari». In tale studio, «il Vesuvio appare al primo posto nell’elenco dei 10 vulcani più pericolosi del nostro continente». Altre info: QUI (19 aprile 2010).

    L’articolo originale in inglese è questo:

    «WRN News», 15 aprile 2010, QUI

    MOUNT VESUVIUS ERUPTION COULD CAUSE 21,000 CASUALTIES
    Volcano Ranks Number One on Willis List of Europe’s 10 Most Dangerous.

    A major eruption of Italy’s Mount Vesuvius could result in 8,000 fatalities, 13,000 serious injuries and total economic losses of more than $24 billion, according to a new study supported by the Willis Research Network (WRN) that puts Vesuvius at the top of the list of Europe’s 10 most dangerous volcanoes.
    The WRN, funded by Willis Group Holdings (NYSE: WSH), the global insurance broker, is an industry-leading public-private partnership between Willis and many of the top scientific research institutions in the world.
    The WRN volcano risk ranking, which examines European volcanoes with potentially affected populations of greater than 10,000, was developed by researchers from the University of Cambridge, the University of Naples Federico II and Willis Re, Willis’ reinsurance broking arm.
    In the paper titled, “Insurance Risks From Volcanic Eruptions in Europe” [pdf], the researchers propose that the ranking be used as the basis for developing the first detailed insurance risk models for volcanoes in Europe and various European overseas territories. At present, no such models exist.
    The WRN team identified the 10 most dangerous European volcanoes based on the size of a potential eruption, the number of people potentially at risk, and the value of property in the area surrounding each volcano. The study found that, together, the 10 volcanoes could affect almost 2.1 million people with an aggregated exposed residential property value of US $85 billion. The Eyjafjallajökull volcano in Iceland that erupted yesterday was not on the list, but the Hekla volcano, Iceland’s most active, was ranked as the ninth most dangerous volcano in Europe.
    Vesuvius poses the greatest risk to life and property, the study found, because it has the highest exposed population (1.7 million people), the highest exposed residential property value (US $66.1 billion), and the greatest potential for a seriously damaging eruption among the top 10 volcanoes. The study noted that more than 87 percent of the aggregated exposed property value for the 10 volcanoes is concentrated in the Neapolitan region near Vesuvius and Campi Flegrei.
    The WRN European volcano risk ranking below shows the number of people living in the area that could be affected by 25 cm of ash fall in the assumed greatest eruption.
    It also shows the total residential property value exposed to severe damage or destruction in that eruption, taking into account the total number of dwellings within possible reach of pyroclastic flows or 25 cm ash fall and their full current reconstruction cost. While the Caribbean volcano of Soufrière Saint Vincent is not on European soil, it has been included in the top 10 due to the significant impact that an eruption would have on European territory.

    Volcano – Country – Affected population – Values of residences at risk (US $ billion)
    1. Vesuvius – Italy – 1,651,950 – 66.1
    2. Campi Flegrei – Italy – 144,144 – 7.8
    3. La Soufrière – Guadeloupe (France) – 94,037 – 3.8
    4. Etna – Italy – 70,819 – 2.8
    5. Agua de Pau – Azores (Portugal) – 34,307 – 1.4
    6. Soufrière Saint Vincent – Saint Vincent (Caribbean) – 24,493 – 1.0
    7. Furnas – Azores (Portugal) – 19,862 – 0.8
    8. Sete Cidades – Azores (Portugal) – 17,889 – 0.7
    9. Hekla – Iceland – 10,024 – 0.4
    10. Mt Pelée – Martinique (France) – 10,002 – 0.4

    Dr. Rashmin Gunasekera, a Catastrophe Risk Analyst at Willis Re and one of the authors of the paper, said, “There are significant numbers of highly active volcanoes in the wider European region, taking into account those in Iceland, the Spanish Canary Islands, the Portuguese Azores and the French islands of the Lesser Antilles. These are all major tourist destinations, and while property values drive our loss estimates, it should be noted that aviation, agriculture, motor and business interruption policies also will be affected.”
    WRN member Prof. Robin Spence, CURBE, University of Cambridge & CAR Ltd., and an author of the study, said, “Large explosive volcanic eruptions are rare events, but when they do occur, they have the potential to cause huge economic and human losses. In 2002, for example, rain combined with ash fall alone caused economic losses of around US $960 million after the eruption of Mount Etna in Sicily. In principle, however volcanic eruption is an insurable risk and our study concludes that the time has come for the development of an insurance risk model for European volcanoes to identify the scale of potential future impacts.”
    The WRN team was made up of Dr. Gunasekera, Prof. Robin Spence and Prof. Giulio Zuccaro, Scientific Director, Plinius Centre, University of Naples Federico II. Volcanic risk affects major metropolitan areas worldwide, including Tokyo (Mt. Fuji), Mexico City (Popocatépetl) and Auckland (Auckland Field). WRN officials said they expect their volcano risk methodology will prove to be valuable in assessing risk in these other areas beyond Europe and its territories
    .

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  13. Il 27 marzo 2014 il “Corriere della Sera” ha pubblicato una galleria fotografica (testi a cura di Alessandro Filippelli) sulle 10 città più a rischio di catastrofi naturali del mondo, elenco stilato dalla compagnia riassicurativa “Swiss-Re” nel 2013 con il paper “Mind the risk. A global ranking of cities under threat from natural disasters” (pdf). La notizia è ripresa dal sito web del “Guardian”.
    Di seguito riporto testi e fotografie rispettivamente del “CorSera” e del “Guardian”:

    Ecco le 10 città più pericolose al mondo secondo una classifica pubblicata sul sito web del «The Guardian» sulla base di un rapporto reso noto da una società assicurativa (Swiss Re) che ha valutato 616 città di tutto il mondo a rischio terremoti, uragani e cicloni, tempesta, inondazioni e tsunami. Al primo posto è la regione di Tokyo-Yokohama. Si stima che l’80% degli abitanti di Tokyo, 29 milioni circa, sono continuamente esposti al pericolo di terremoti. Il Giappone è tra i primi Paesi al mondo ad alto rischio sismico perché situato nel cosiddetto “Anello di fuoco”, un’area dall’attività vulcanica molto intensa. Da ricordare è il grande terremoto di Kanto del 1923 che devastò sia Tokyo che Yokohama, uccidendo circa 142.800 persone.

    Earthquakes, hurricanes, cyclones and tsunamis: the world’s 10 riskiest cities. What are the world’s riskiest cities when it comes to natural disasters? A reinsurance company set out to assess 616 cities around the world for their risk of earthquake, hurricanes and cyclones, storm surge, river flooding and tsunami. Here are Swiss Re’s overall top 10 most risky cities.

    1)

    Nella foto la città di Tomioka devastata dallo tsunami del marzo 2011 (foto Epa).


    Tokyo-Yokohama, Japan: With 37 million inhabitants living under the threat of earthquakes, monsoons, river floods and tsunami, the Tokyo-Yokohama region is by far the riskiest in the world: an estimated 80% of Tokyoites, or 29 million, are potentially exposed at any one time to a very large earthquake. Japan is also the country most exposed to tsunami risk, as the country’s urban centres are dotted with an almost perverse accuracy along the Ring of Fire, the active faults of the western Pacific. The Great Kanto Earthquake of 1923 devastated both Tokyo and Yokohama, killing an estimated 142,800 people.

    – – –

    2)

    Seconda in classifica è la città di Manila, capitale delle Filippine, con 1,6 milioni di abitanti dove il rischio sismico e il pericolo dei tifoni è molto alto. L’ultimo tifone in ordine di tempo, Haiyan, con una tempesta che viaggiava a 300 chilometri all’ora, ha provocato più di tremila seicento vittime e distrutto diverse isole centrali, rovinando la città costiera di Tacloban (Reuters)


    Manila, Philippines: Built just off the Philippines trench, Manila is one of the most risk-plagued cities you can possibly live in. As well as the substantial earthquake risk, high wind speeds are a severe threat: the powerful typhoon Haiyan that swept the country last year was one of the strongest ever to make landfall. It destroyed several central islands, ruined the coastal city of Tacloban and killed thousands. Photograph: Francis R Malasig/EPA

    – – –

    3)

    Terza è l’area del delta del fiume delle Perle in Cina, un agglomerato urbano con più di 42 milioni di abitanti che si sviluppa in una pianura alluvionale minacciata da ogni sorta di calamità naturale (Ap).


    Pearl River Delta, China: This near-unbroken urban conglomeration, including Hong Kong, Shenzhen, Dongguan, Macau and Ghangzhou, is home to more than 42 million people. One of China’s economic jewels (estimated GDP: $690bn) is spread across a flood plain threatened by all manner of natural disasters: it is the number one metropolitan area for storm surge, with 5.3 million people affected, the third-highest for cyclonic wind damage (17.2 million), and the fifth riskiest city for river floods. Pictured is Victoria harbour in Hong Kong. Photograph: Philippe Lopez/AFP/Getty Images.

    – – –

    4)

    Al quarto posto Osaka, in Giappone, dove 14,6 milioni di persone vivono sotto la minaccia di terremoti come quello che ha ucciso migliaia di persone nel 1995. Kobe, Giappone (Reuters).


    Osaka-Kobe, Japan: Osaka-Kobe is home to 14.6 million people living under the threat of earthquakes such as the one that killed thousands of people in 1995. It also suffers from brutal storms and the risk of river flooding. And then there are the storm surges, in which heavy winds from typhoons of the kind that hit east Asia whip up gigantic waves: the metropolitan area’s location on a large coastal plain means three million people are at risk. It is also the third-most tsunami-prone city in the world. Photograph: Kimimasa Mayama/Reuters.

    – – –

    5)

    Quarta [sic] è la capitale dell’Indonesia, Jakarta. Situata sotto il livello del mare, si trova in un’area pianeggiante, in prossimità di una faglia. Questo significa che i terremoti possono essere particolarmente pericolosi per i 17,7 milioni di abitanti. Al rischio sismico bisogna poi aggiungere il pericolo alluvioni (Reuters).


    Jakarta, Indonesia: Fully 40% of Jakarta is below sea level; it lies in a flat basin with soft soil near a fault line. This means earthquakes can be particularly dangerous to its 17.7 million inhabitants, as the soft soil can magnify the intensity of the tremors. Quakes can also liquify Jakarta’s poorly drained soil, causing the ground to lose its structural integrity and react like a liquid. Add to that Jakarta’s risk of river flood and it becomes one of the most exposed cities on the planet. Photograph: Adek Berry/AFP/Getty Images.

    – – –

    6)

    Quinta [sic] è la città di Nagoya in Giappone, che si affaccia nel Pacifico ed è a forte rischio tsunami. Giappone, Iwate (Epa).


    Nagoya, Japan: Tsunami risk dominates in the Pacific. The most exposed cities, dotted along the active faults of the western ocean, are in Japan – led by Tokyo-Yokohama and Nagoya, each with around 2.4 million people potentially affected. With 12 million people in total at great risk, tsunamis affect by far the fewest people of the great five natural disasters analysed here – but the death tolls can be enormous. Photograph: Japan Ground Self-Defence Force 10th Division/Reuters.

    – – –

    7)

    Inondazioni e uragani minacciano la città di Calcutta, India. Al sesto posto [sic] delle città più rischiose con i suoi 10,5 milioni di abitanti (Reuters).


    Kolkata, India: River floods also affect Kolkata, with 10.5 million people at risk – but the eastern Indian city is also fifth in terms of tsunami risk, with more than half a million people exposed. It is also threatened by hurricanes. Photograph: Dibyangshu Sarkar/AFP/Getty Images.

    – – –

    8)

    A rischio alluvione sono le aree che sorgono sui fiumi di Shanghai in Cina, all’ottava posizione della classifica (Ansa).


    Shanghai River, China: With so many cities built on flood plains and river deltas, flooding is the most common risk they face. India and China face the most significant risks; with 11.7 million residents directly threatened, Shanghai is a particular hot spot for flooding, but other such risky cities include Bangkok, Mexico City, Baghdad, Paris and Doha. Photograph: Mark Ralston/AFP/Getty Images.

    – – –

    9)

    Al nono posto Los Angeles, California. La sua posizione sulla faglia di Sant’Andrea la rende una delle città a più alto rischio sismico del mondo (Reuters).


    Los Angeles, United States: Its location on the San Andreas Fault makes Los Angeles one of the most earthquake-prone cities – although not as vulnerable to tsunami as might be expected. Subduction zones, where oceanic plates dive underneath the continental crust, generally create much larger tsunamis than so-called “strike-slip” faults such as the San Andreas and Northern Anatolian faults. Small comfort to the 14.7 million inhabitants of the area threatened by earthquake. Photograph: Timothy A Clary/AFP/Getty Images.

    – – –

    10)

    Al decimo posto Teheran, ad alto rischio terremoti. L’ultimo, il più violento, è stato il 9 aprile 2013, di magnitudo fra 6,2 e 6,3. Nella foto Bushehr, Iran. (Reuters).


    Tehran, Iran: We generally think of the San Andreas fault or the Pacific Ring of Fire as being the riskiest zones for earthquakes, but not everyone is immediately aware that the Northern Anatolian fault is one of the most dangerous in the world. The entire 13.6 million population of Tehran is exposed, as are the residents of Bucharest, Tashkent, the capital of Uzbekistan, and much of Turkey. The last quake in Tehran was in 1830, and its building regulations are shakily followed at best – making it a city living on borrowed time. Photograph: Behrouz Mehri/AFP/Getty Images.

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