L’emergenza permanente

In un celebre aforisma, Carl Schmitt spiega che «sovrano è chi decide dello stato di eccezione». La filosofia che circonda il sintagma stato di eccezione – inteso come una sospensione legalizzata dell’ordine costituzionale – è stata ampiamente analizzata ed ulteriormente elaborata da Giorgio Agamben (Stato di eccezione, 2003). Costui, osservando il mondo post-11 settembre 2001, sostiene che lo stato di eccezione ha assunto il suo «massimo dispiegamento planetario» (grazie innanzitutto all’emanazione negli USA del “military order”, una sorta di decreto che autorizza la “indefinite detention” e il giudizio dei detenuti davanti a delle “military commissions”). Nello stato di eccezione – prosegue Agamben – «l’aspetto normativo del diritto può essere così impunemente obliterato e contraddetto da una violenza governamentale che, ignorando all’esterno, il diritto internazionale e producendo all’interno, uno stato di eccezione permanente, pretende tuttavia di stare ancora applicando il diritto». Evidentemente, da questa situazione degenerata non è possibile tornare ad uno stato di diritto perché i concetti stessi di stato e di diritto sarebbero ormai vuoti.
Ora, perché mi è venuta in mente questa pagina di filosofia del diritto? Beh, innanzitutto perché penso che si possa accostare lo stato di eccezione allo stato di emergenza (cioè alle emergenze più o meno naturali, cui personalmente presto maggiore attenzione). E, inoltre, perché ho il sospetto che attraverso questa particolare variante, anche in Italia spesso si eluda il diritto costituito per esercitare un potere sostanzialmente arbitrario che, a sua volta, tende a ridefinire il rapporto tra diritto e violenza. (Le new town aquilane sono un chiaro esempio di come l’emergenza ignori deliberatamente la legge preesistente, nel caso specifico il piano regolatore cittadino approvato nel 2004 e, al momento del terremoto del 6 aprile 2009, in attesa di attuazione: quiqui e qui; documenti: quiqui).
Per fare un esempio, ci sarebbe da riflettere sull’esponenziale crescita – politica, decisionale, economica, militare: sostanzialmente, di potere – che la Protezione Civile ha avuto negli ultimi anni. Ormai questo dipartimento si occupa di qualsiasi cosa: dall’organizzazione di eventi sportivi ai summit internazionali, dalla gestione post-sismica in Abruzzo alla crisi dei rifiuti in Campania, dai ciclici nubifragi autunnali al recupero delle navi incagliate tra gli scogli. Interviene dopo l’evento, ma già prima è in grado di sancire uno stato di emergenza, appunto.
Cautelarsi contro una catastrofe naturale significa scongiurare uno stato di eccezione. Simmetricamente, non prevenirla – dunque: non informare, non compiere esercitazioni, non educare, non controllare l’uso del territorio – vuol dire preparare uno stato di emergenza in cui il diritto sarà messo tra parentesi. E di questa responsabilità sono investite tutte le istituzioni, ad ogni livello.
Mi domando se sia legittimo avanzare questo rischio per la democrazia in caso di eruzione del Vesuvio o se finisco per passare anche io per un “apocalittico”. Un serio e preventivo Piano d’emergenza (partecipato, condiviso, conosciuto dagli abitanti, messo in pratica attraverso periodiche esercitazioni, differenziato a seconda degli scenari e così via) potrebbe scongiurare il possibile annullamento del diritto che generalmente si verifica nelle zone disastrate, ovvero la militarizzazione del territorio e la riduzione degli abitanti a meri corpi. Il problema, però, è che questo auspicabile Piano non c’è. Non c’è perché non è conosciuto, perché è confuso, perché è calato dall’alto, perché non è fatto “vivere” tra la gente, perché non lo si discute con gli interessati e perché non lo si adatta e aggiorna alla mutevole realtà sociale e ambientale locale.
Ho avuto consapevolezza di questa situazione quando a SSV, chiedendo un parere sulla preparazione giapponese ai terremoti, ho ricevuto la seguente risposta: «In Paesi in cui fenomeni di questo tipo avvengono con una frequenza molto più alta è più facile che ci sia questa preparazione. Considera che lì almeno un paio di volte al mese c’è un terremoto». In altre parole, i giapponesi sono pronti e disciplinati perché avvezzi ai terremoti.
Ho ripensato a questa frase nei giorni scorsi, durante lo snowmageddon del 3 febbraio 2012 a Roma, quando di fronte alla palese impreparazione e inefficienza delle autorità sentivo spesso giustificazioni di questo tipo: «I romani non sono abituati alla neve, a Roma nevica ogni 25-30 anni». Inutile ricordare che si tratta della capitale di uno dei Paesi più ricchi e industrializzati del mondo (per adesso), inutile sottolineare che non si è trattato di un fenomeno improvviso e imprevisto, inutile specificare che gli Appennini sono a poche decine di chilometri dalla città e che, dunque, gli spazzaneve dovrebbero essere immediatamente a disposizione. In casi come questi il pensiero localistico è quanto mai inopportuno: in Italia i terremoti sono frequentissimi e i nubifragi (e le copiose nevicate) accadono con annuale regolarità, pertanto sarebbe auspicabile un allargamento del pensiero da una dimensione paesana o cittadina ad un’altra quantomeno nazionale. In questo modo ci si accorgerebbe che è l’Italia intera ad essere un Paese costantemente a rischio (rischi d’ogni tipo: sismico, idrogeologico, vulcanico, energetico, ecologico…), a cui bisogna aggiungere un rischio particolare, quello della sospensione del diritto (un rischio politico, per la democrazia) che i continui stati di emergenza rendono ogni giorno sempre più “regola” durevole e ordinaria. (Lo stesso governo Monti, ad esempio, ci è stato fatto accettare per senso di responsabilità verso una profonda crisi economica che minaccia di farci saltare come Stato).
Il rischio permanente conduce all’emergenza permanente, dunque all’eccezione permanente. Tutto questo può essere scongiurato investendo sulla sicurezza ambientale, ovvero sulla conoscenza del territorio, sul rispetto delle sue caratteristiche, sulla lotta all’abusivismo e al consumo di suolo, sull’applicazione della legge, sulla periodica educazione alla gestione delle situazioni di pericolo, sulla cura e sulla prevenzione. In ultima analisi, sul ribaltamento del concetto di sviluppo, sganciandolo finalmente dall’idea che esso coincida con “crescita”.

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L’emergenza “conviene” (a qualcuno).
«L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”. (L’articolo è anche tra i commenti qui sotto).

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AGGIORNAMENTO del 3 febbraio 2014
Il Dipartimento di Protezione Civile ha diramato una nota in cui sottolinea la differenza tra le definizioni di “stato di emergenza” e di “stato di calamità naturale“. Come viene spiegato, «essi non sono affatto strumenti equivalenti o interscambiabili» e, inoltre, tra loro «non c’è alcun rapporto di dipendenza»:
1) Lo “stato di emergenza” è un istituto previsto dall’art. 5 della legge 225 del 1992, «può avere una durata di 180 giorni prorogabili per altrettanti una sola volta» e consiste nell’insieme dei «primi interventi di emergenza: assistenza alla popolazione, ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture di reti strategiche, interventi per ridurre il rischio residuo, ovviamente nel limite delle risorse messe a disposizione»; va aggiunta, inoltre, «una ricognizione dei danni, pubblici e privati [da portare] all’attenzione del Consiglio dei Ministri che valuta se e quante ulteriori risorse stanziare proprio per il ristoro dei danni».
2) Lo “stato di calamità naturale“, invece, «è uno strumento legato esclusivamente al settore agricolo: il suo riconoscimento, infatti, avviene per mezzo di un decreto del Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, su proposta della Regione coinvolta».

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9 thoughts on “L’emergenza permanente

  1. A proposito di esercitazioni, il 1° febbraio 2012 “Il Post” ha pubblicato un estratto di “Playground“, una galleria fotografica di Jeroen Hofman. L’autore olandese documenta “messe in scena di azioni di emergenza, salvataggi, incursioni dove nemmeno il paesaggio di sfondo è reale: tutti gli scenari vengono costruiti appositamente per permettere ai militari di calarsi in situazioni il più possibile vicine alla realtà. Nelle foto sembrano quasi modellini da collezionare, invece sono esercitazioni militari in piena regola.
    I personaggi di questo spettacolo, membri di corpi speciali di polizia, vigili del fuoco e marina militare si preparano così per guerra, scontri e reali emergenze.
    Alcune di queste foto sono state scattate in una “città” olandese, Marnehuizen, destinata a questo scopo, corredata di negozi, banche, scuole, case e una stazione.
    Jeroen Hofman ha raccolto le foto in un libro, la cui prefazione è firmata dal professor Dr. Pieter van Vollenhoven, membro della Casa Reale Tedesca ed ex militare che si è interessato personalmente alle simulazioni di situazioni di emergenza ed è stato presidente, fino allo scorso anno, del Consiglio di sicurezza olandese
    “.
    FOTOGRAFIE

  2. Quando ti leggo mi vergogno per quello che scrivo!
    La tua analisi è lucidamente razionale e la indirizzerei a molte persone di mia conoscenza.
    A proposito di esercitazioni, sai che per almeno due anni consecutivi, a Ercolano, hanno fatto un esercitazione antiterrorismo? Se il fatto non fosse comico ci sarebbe da dare le capate nel muro dalla disperazione!

    http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=6069
    http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=10292

    • Noi siamo una squadra. Anzi una rock band. Ognuno ha un ruolo. L’importante è il risultato complessivo. Senza i tuoi articoli, senza le nostre chiacchierate, senza le passeggiate in montagna tutto questo sarebbe diverso, senza dubbio molto più scarno.
      Ieri sono stato ad un convegno a Genova sulla “percezione del rischio”. Oggi spero di scriverne un resoconto. C’è un sacco di lavoro da fare nel nostro Paese, a cominciare proprio dalla comunicazione…

    • Caro Ciro, queste due notizie sono davvero interessanti. Da un lato mi sembrano surreali e non posso che aprire le braccia, dall’altro però mi fanno venire in mente che utilizzando la cronaca (cioè usando il timore terroristico che nell’ultimo decennio è stato avvertito – a torto o a ragione – come più urgente rispetto a quello vulcanico) si può comunque raggiungere uno scopo positivo, cioè educare alla gestione di un’emergenza. Insomma, sono confuso e condivido le perplessità dell’Iberista… (ed è indicativo che sia il solo ad aver lasciato un commento, da un anno all’altro)
      Tuttavia, voglio continuare a rifletterci e per avere più immediatamente a disposizione questi due articoli, li copio qui sotto.
      (Todà rabbà)

      “Il mediano”, 19 giugno 2009, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=6069

      ERCOLANO, SIMULAZIONE DI ATTENTATO TERRORISTICO
      La Croce Rossa ha organizzato in piazza Trieste una finta esplosione con tanto di feriti e macerie; impegnate in tutto circa 150 persone. Scognamiglio: “Pronti a fronteggiare l’emergenza vera”.

      di Rachele Tarantino

      Ore 10:30. Piazza Trieste è nel mirino dei terroristi. Un ordigno esplode, provocando il crollo di un palazzo. Quattro sono i feriti da codice rosso, e una ventina, solo sfiorati dalle macerie, sono meno gravi. Tutti ricoverati dall’ospedale da campo. Gli uomini della croce rossa hanno estratto un corpo senza vita. Una seconda autobomba era pronta ad esplodere, quando l’attentatore è stato colto in flagrante e immobilizzato dai carabinieri.
      Grazie all’intervento degli artificieri, la bomba è stata fatta brillare, senza ulteriori problemi. Sono state impiegate anche unità cinofile per il recupero delle vittime. Niente paura, non si tratta né di realtà né di un set cinematografico, ma di una simulazione di un attentato terroristico. Tra lo stupore e l’iniziale terrore dei passanti, 83 sono stati gli uomini della Croce Rossa Italiana, affiancati da 40 volontari della protezione civile e dagli uomini delle forze dell’ordine, carabinieri, poliziotti, vigili urbani e vigile del fuoco.
      Si è trattata di una delle attività della VI edizione di “Plinio 2009, il campo Scuola Interforze per attività connesse alle emergenze internazionali e alle catastrofi psico-sociali“. L’iniziativa voluta dal Comitato Regionale Croce Rossa Italiana Campania e dal Comitato Locale Croce rossa Italiana di Ercolano, gode del patrocinio della Regione Campania, della Provincia di Napoli e del Comune di Napoli e di quello Ercolano. L’obiettivo è quello di essere pronti a qualsiasi calamità naturale o attacco esterno. Attraverso una sinergia fra forze dell’ordine e volontari, si cerca di garantire il massimo della sicurezza per gli ercolanesi.
      Si è detto molto soddisfatto per la riuscita dell’esercitazione, il presidente della CRI locale, Ciro Scognamiglio, che ha commentato: «Ad Ercolano siamo pronti a fronteggiare nel migliore dei modi una vera emergenza».

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      “Il mediano”, 25 giugno 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=10292

      ERCOLANO COLPITA DAI TERRORISTI, MA E’ UNA SIMULAZIONE
      Il Mav di Ercolano devastato da un ordigno, scattano i soccorsi della Croce rossa e della Protezione civile. La prova rientra nell’ambito del VII Campo Scuola interforze di difesa, Plinio 2010.

      di Rachele Tarantino

      Alle ore 10 di questa mattina scoppierà una bomba sul tetto del Museo archeologico virtuale (Mav). L’intera struttura sarà danneggiata e cinquanta saranno i feriti, tra turisti e visitatori.
      Niente paura. Non è una minaccia di un gruppo terroristico e l’ordigno, in realtà è un fumogeno. Si tratta, infatti, della simulazione del VII Campo Scuola interforze di difesa e Protezione Civile ’Plinio 2010’, in programma ad Ercolano dal 18 al 27 giugno e organizzato dal comitato regionale della Croce Rossa Italiana con la collaborazione del comitato locale. Il tema di quest’anno è, appunto “Emergenze Nazionali e Internazionali con riferimento alle catastrofi naturali“. Alle esercitazioni partecipano i Volontari della Croce Rossa provenienti anche da altre regioni, il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco, Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Polizia Locale.
      “Gli scenari degli addestramenti pratici e delle simulazioni – si legge in una nota – rappresenteranno un’esperienza a diretto contatto con la realtà operativa della Protezione Civile in un ambito complesso e atipico”.
      Come in uno scenario di guerra, scatteranno immediate le ricerche delle forze dell’ordine con l’ausilio di unità cinofile che a pochi metri rinverranno un pacco-bomba inesploso. Gli attentatori, spietati assassini, saranno subito rintracciati e arrestati dalla polizia e dai carabinieri. Un gruppo di artificieri, coadiuvati dai Vigili del Fuoco, invece, disinnescherà l’ordigno appena ritrovato.
      Immediati saranno i soccorsi dei volontari della Croce Rossa con l’ausilio della Protezione Civile per i 10 feriti in codice rosso, 15 in codice verde e la restante parte in codice giallo (stati di ansia e tremori). Solo in tre non ce la faranno. Al posto medico avanzato, gruppi di sanitari e infermieri daranno le prime cure ai feriti: i 3 in codice rosso saranno ospedalizzati mentre i 15 in codice verde dislocati nei vari nosocomi della zona napoletana. Un elicottero del sesto reparto volo della Polizia di Stato sorvolerà la zona, che fino al termine della simulazione sarà chiusa al traffico automobilistico.
      “L’operazione- ha affermato il responsabile della Croce Rossa locale, Ciro Scognamiglio- rispetterà fedelmente tutti i canoni di un attentato terroristico”. Tutta una simulazione, dunque, speriamo solo che tra il caos e l’andirivieni generali, i disagi non siano reali
      .

      • Sull’educazione all’emergenza sarei anche d’accordo ma sfruttare quella modereccia del terrorismo, stavolta all’ombra del Vesuvio, se non fa ridere ci sarebbe da piangere al pensiero di chi la gestisce. Stiamo sempre là, il Vulcano non c’è, o meglio, c’è ma non si deve vedere, nessuno se ne deve accorgere che sta là!
        Quale miglior tipo di esercitazione nella città degli Scavi se non quello per un emergenza vulcanica o sismica? E invece no, si pensa all’allora vivo Bin Laden e soci.

  3. “La Repubblica”, 9 febbraio 2012 (via-“Eddyburg”: http://eddyburg.it/article/view/18496/)

    EMERGENZA, SINDROME DELL’8 SETTEMBRE
    Da noi sarebbero molto più necessarie che altrove misure di prevenzione, cure costanti e interventi metodici nei confronti dei territori a rischio

    di Guido Crainz

    Nelle emergenze nazionali l’evento storico più frequentemente evocato dai commenti è forse l’8 settembre del ’43 (immediatamente seguito da Caporetto), e non è del tutto sbagliato. Richiama incapacità – o non volontà – di previsione e di decisione, vergogne dei pubblici poteri, dissolvimento delle istituzioni, affannarsi generoso ma impotente di alcune parti, almeno, della società civile.
    È parte anch’esso di una storia nazionale, e meno di tre anni fa a L’Aquila abbiamo fatto i conti di nuovo con la nostra difficoltà ad imparare dalle esperienze del passato: sia da quelle positive che da quelle negative. Furono allora ignorati e osteggiati quel decentramento e quella capacità di preservare identità e memoria collettiva che erano stati centrali nel Friuli del 1976, e poi nelle Marche e nell’Umbria del 1997. E “scoprimmo” allora che era stata invece riproposta negli anni una scelta già compiuta in precedenza con conseguenze pesantissime: la Protezione civile di Guido Bertolaso aveva infatti ampliato il proprio raggio d’azione ben al di là delle emergenze. Si era fatta carico dei più diversi “grandi eventi”, e sin di quelli più estranei alla propria ragion d’essere. Esattamente come era successo con esiti disastrosi nella ricostruzione dell’Irpina, con l’allargarsi degli interventi (e degli sperperi, e degli intrecci fra corruzione, politica e cosche) sino ad aree e a questioni che con il sisma non avevano nulla a che fare. Quella deformazione stava per esser resa definitiva, estendendo a dismisura l’assenza di controlli e vincoli: quell’esito fu impedito all’ultimo istante non da un ripensamento del governo ma dalla provvidenziale pubblicazione di intercettazioni che rivelavano verminai.
    Di scelte, di decisioni soggettive stiamo dunque parlando. Non di un’eterna indole degli italiani ma di responsabilità politiche: o meglio, di una irresponsabilità della politica che ha lasciato segni profondi.
    Talora anche denunce di altissimo profilo rimasero inascoltate. Così fu proprio all’indomani del dramma irpino, quando il Presidente della Repubblica Pertini irruppe dai teleschermi nelle case degli italiani per denunciare carenze gravi dei soccorsi e per condannare al tempo stesso vergogne del passato. Disse con forza che non avrebbe dovuto ripetersi un altro Belice ma non ebbe ascolto. Pochi mesi dopo si svolse ancora sotto i suoi occhi, davanti al pozzo di Vermicino e nell’agonia di Alfredino Rampi, una rappresentazione della nostra impreparazione, inefficienza e improvvisazione. Era al tempo stesso l’annuncio di quanto i media stavano invadendo e trasformando il nostro vivere anche su questo terreno. La Protezione civile ebbe origine allora: era l’impegno ad un mutamento radicale, non più rinviabile.
    Certo, nel paralizzarsi delle città e delle vie di comunicazione dopo nevicate molto meno drammatiche che in altri Paesi tutto sembra ripetersi negli anni, con poche variazioni. Nel gennaio del 1985, ad esempio, non si erano ancora spente le polemiche sull’imprevidenza di Roma che Milano veniva bloccata dalla “nevicata del secolo” (termine già coniato in precedenti occasioni, per la verità): e l’immagine inquietante di un’efficienza perduta veniva a turbare per un attimo il frenetico ottimismo della “Milano da bere”.
    In realtà da noi sarebbero molto più necessarie che altrove misure di prevenzione, cure costanti e interventi metodici nei confronti dei territori a rischio: basti pensare allo “sfasciume pendulo sul mare” di cui parlava Giustino Fortunato più di un secolo fa per certe parti del Mezzogiorno. O alle basse terre gravitanti sul Delta del Po, bonificate da un lavoro plurisecolare ma inevitabilmente esposte alle insidie del grande fiume: dalle alluvioni ottocentesche raccontate da Riccardo Bacchelli ne Il Mulino del Po a quella del 1951, che diede una potente spinta all’esodo. Sino alla piena del 1994, ancora nella memoria. E naturalmente si pensi, per altri versi, alle aree devastate dalla speculazione o a quelle degradate dallo spopolamento. Eppure l’incuria è diventata col tempo quasi la regola: e troppo tardi e fugacemente ci interroghiamo su quel che avremmo potuto e dovuto fare. Come nella Sarno del 1998 o nella Valtellina del 1987 e molte altre volte ancora. L’elenco sarebbe davvero lungo e in molti casi il disastro, ben lungi dall’essere dovuto solo alla natura, è stato favorito o provocato da responsabilità dirette e gravissime, come nel Vajont del 1963.
    Spesso, va aggiunto, le carenze istituzionali sono state parzialmente compensate grazie a un volontariato appassionato e generoso: è un termometro del Paese e c’è da allarmarsi se si allenta, se ci appare meno diffuso e vigile. E certo ha dato il meglio di sé quando ha potuto incontrarsi con istituzioni all’altezza dei loro compiti e con una più ampia partecipazione delle popolazioni. Non è accaduto spesso ma è accaduto: dalla Firenze invasa dalle acque del 1966 al Friuli di dieci anni dopo, e sino a tempi recenti.
    La nostra storia ha dunque molti volti ma ci dice anche che la “sindrome dell’8 settembre” può essere sconfitta. La capacità o l’incapacità del Paese di attrezzarsi per far fronte alle emergenze è dunque un aspetto centrale. O meglio: è un elemento decisivo per una rifondazione della politica che abbia nel suo orizzonte non le prossime elezioni ma le prossime generazioni.

  4. A proposito dello “stato di eccezione”, il film-documentario Draquila. L’Italia che trema (2010) di Sabina Guzzanti, dando voce ai terremotati, è un buon esempio di come possano essere sospesi i diritti degli abitanti e delle amministrazioni locali in caso di emergenza.
    Il film completo è visibile in streaming (98′) su YouTube, che ho già inserito al link seguente:
    https://giogg.wordpress.com/2011/07/08/tra-new-orleans-e-nea-polis/#comment-390
    (in particolare da 27’40” a 33’30”, ma anche prima e oltre).

  5. L’emergenza “conviene” (a qualcuno).

    A fine gennaio 2014 Roma e buona parte del centro Italia sono state interessate da una “bomba d’acqua” che ha sommerso molte località. Il problema è nel mutamento climatico, ma anche nel fatto che «L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante» (Guglielmo Pepe). Ecco perché bisognerebbe bandire locuzioni tipo “cultura dell’emergenza”.

    Blog “Qui Italia”, in “National Geographic”, 3 febbraio 2014, QUI

    PERCHE’ L’ITALIA “AFFOGA”
    di Guglielmo Pepe

    Il Tevere gonfio e largo come la Senna è diventato un’attrattiva per romani e turisti. Ma dietro lo spettacolo c’è il disastro, perché diverse zone della capitale d’Italia sono rimaste ”affogate” dall’incessante pioggia di questi giorni. Ora l’emergenza forse è finita. Però restano i danni. Ai quali si porrà rimedio temporaneo, perché per mettere in sicurezza ciò che non è sicuro, servirebbero somme enormi e anni di lavoro. E questo vale per Roma come per il resto del Paese dove è piovuto a cascate d’acqua causando allagamenti, distruzioni, smottamenti.
    L’abbiamo scritto più volte: l’Italia è un paese fragilissimo. In parte per la conformazione del territorio, ma in larghissima parte perché è stato – ed è ancora – violentato da sfruttamento, speculazione, incuria, disinteresse. E la terra mangiata dal cemento ad un certo punto di ribella, si rivolta, contro l’uomo che continua ad abusarne.
    Adesso si cerca di mettere in sesto l’economia nazionale e questo è l’impegno prioritario del governo. Eppure la più grande operazione economica, il più grande investimento che si potrebbe fare, è il risanamento del territorio. Però non si fa, perché costa molto, troppo. Senza rendersi conto che i continui disastri ambientali – ormai sempre più frequenti – fanno spendere parecchio di più di una lungimirante prevenzione.
    Così si va avanti alla giornata e si mettono delle “toppe”. Come quelle che si fanno sulle strade di Roma per tappare le buche stradali, che in questi giorni si sono moltiplicate a dismisura. Ma rifare per bene il manto stradale, e una volta per tutte, non permetterebbe di moltiplicare, appunto, all’infinito gli appalti.
    L’Italia viene continuamente rattoppata perché c’è anche chi lucra e specula sull’emergenza. Che verificandosi a ripetizione, garantisce guadagni vita natural durante ad un numero enorme di piccole aziende dedite alla manutenzione edilizia e stradale. Quando si riuscirà a rompere questo “ingranaggio” succhia soldi pubblici, probabilmente saremo più vicini a quella parte di Europa che ammiriamo (e un po’ invidiamo)
    .

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