Il National Geographic e il Vesuvio

Il “National Geographic Magazine” dedica spesso articoli e servizi fotografici al nostro vulcano (cercate all’interno del website la parola “vesuvius“: in questo momento emergono 999 risultati). Tempo fa consultai centinaia di numeri d’epoca nell’incredibile labirinto cartaceo del Cliff’s Books di Pasadena, uno dei luoghi di culto degli appassionati di libri usati; ero all’inizio del mio percorso di ricerca e mi stavo dedicando soprattutto alle modalità di comunicazione del sapere scientifico vesuviano. La rivista della National Geographic Society è sicuramente tra gli organi di divulgazione scientifica più antichi e di successo, soprattutto perché non è chiusa ad un àmbito di specialisti, tuttavia il suo stile giornalistico tendenzialmente sensazionalistico non sempre mi convince.
Comunque sia, ciò che mi interessa maggiormente è la sua edizione italiana, soprattutto a partire da un articolo di Stephen S. Hall del settembre 2007 intitolato “Vesuvio, l’eruzione che verrà” in cui l’autore, tra l’altro, scrive: “All’idea che il Vesuvio è ancora attivo, gli abitanti della zona reagiscono con filosofia, o, in termini psicologici, con la rimozione: ignorano il pericolo e, forse ancor più che in altre parti d’Italia, vivono alla giornata con una sorta di serafico fatalismo“.

In questo post, dunque, intendo raccogliere cronologicamente i principali articoli dedicati al Vesuvio (in italiano o in altre lingue) pubblicati dal NGM o da altre riviste simili. (Gli articoli rimanderanno alle rispettive versioni originali, quando possibile, ma saranno comunque tutti riprodotti tra i commenti qui in basso).

  • Stephen S. Hall, VESUVIO, L’ERUZIONE CHE VERRA’, “National Geographic Italia”, 30 settembre 2007, QUI (#01)
  • Conchita Sannino, RIFIUTI D’ORO, “National Geographic Italia”, 1 aprile 2008, QUI (#09)
  • Michele Gravino, VESUVIO, LA SCOMMESSA, “National Geographic Italia”, 1 febbraio 2009, QUI (#03)
  • Michele Gravino, PERICOLO VESUVIO: NG ITALIA L’HA SCRITTO NEL 2007, “National Geographic Italia”, 29 aprile 2010, QUI (#02)
  • Stefania Martorelli, COME MORIRONO I POMPEIANI? BRUCIATI, “National Geographic Italia”, 15 giugno 2010, QUI (#06)
  • Michele Gravino, I RIFIUTI SOTTO IL VULCANO, “National Geographic Italia”, 22 ottobre 2010, QUI (#07)
  • Katherine Barnes, EUROPE’S TICKING TIME BOMB, “Nature”, 12 maggio 2011 (#05)
  • senza autore, VESUVIO, LA BOMBA AD OROLOGERIA D’EUROPA, “National Geographic Italia”, 13 maggio 2011, QUI (#04)
  • Jacopo Pasotti, L’ULTIMA SORPRESA DEL VESUVIO: SI E’ SOLLEVATO, “La Repubblica”, 24 novembre 2011, QUI (#10)
  • Elena Dusi, L’ALLARME DEI SISMOLOGI: “POTREBBE DURARE ANNI”, «Repubblica.it», 30 maggio 2012, QUI (#11)

– – –

INTEGRAZIONE del 5 agosto 2014:
Le-Scienze_n-552_agosto-2014_COPERTINA Il numero in edicola di “Le Scienze” (agosto 2014) ha la copertina dedicata al “Rischio Vesuvio” e, al suo interno, un articolo di Silvia Bencivelli intitolato “Vesuvio, la nuova zona rossa”, oltre all’editoriale di Marco Cattaneo “Occhio al Vesuvio” (disponibile qui o tra i commenti).
Non abbiamo letto la rivista, se non il suo indice e, appunto, l’editoriale, pertanto non possiamo esprimerci sull’articolo dedicato al nostro vulcano. Il testo di Cattaneo, dal canto suo, è giusto una presentazione e non svela nulla di nuovo, anzi rivela qualche falla: non è vero che c’è un nuovo piano di emergenza (sono stati cambiati i confini della zona rossa e rinnovati i gemellaggi, ma non si è ripensato o definito altro) e, soprattutto, non ci sono i piani di evacuazione dai singoli comuni. Viene detto che in tre giorni dovranno essere evacuate 700mila persone (altro dato incerto: il numero di potenziali sfollati non lo si conosce), ma il punto fondamentale è che non sappiamo con quali mezzi, per quali vie e con quali modalità si dovrà lasciare l’area di maggior pericolo. E infine, questione di non poco conto, l’allarme verrà lanciato con un tweet?

Annunci

12 thoughts on “Il National Geographic e il Vesuvio

  1. “National Geographic Italia”, 30 settembre 2007, http://www.nationalgeographic.it/italia/2007/09/30/news/vesuvio-17517/index.html

    VESUVIO, L’ERUZIONE CHE VERRA’
    Segnato da eruzioni minori, il Vesuvio incombe minaccioso su Napoli, che dista soli 15 km dal cratere. Una grossa esplosione potrebbe disintegrare il cratere, devastando l’intera regione.

    di Stephen S. Hall (fotografie di Robert Clark)

    Il primo assordante boato riecheggiò per la pianura campana, presto seguito da una grandine rovente di roccia vulcanica. L’uomo e la donna abbandonarono in fretta il villaggio e si misero in fuga verso est, risalendo il morbido pendio di una collina verso la vicina foresta, che doveva sembrare loro un possibile rifugio. La donna aveva all’incirca vent’anni, l’uomo era sui 45. Un violento rovescio di pietrisco di pomice misto a sassi incandescenti, capaci di sfondare il cranio e ustionare la pelle, oscurò la loro fuga. Probabilmente i due pensarono che su di loro si stesse abbattendo la fine del mondo.
    Nello stesso istante altre migliaia di persone fuggivano per mettersi in salvo, lasciando sul terreno, morbido per la cenere e il fango vulcanico, le impronte della loro disperazione, che sarebbero state scoperte solo migliaia di anni dopo. Le persone le cui orme portano a nord o nord-ovest scelsero una strada che probabilmente salvò loro la vita; coloro che, come la ragazza e l’uomo, si diressero a est, verso l’odierna Avellino, andarono senza saperlo verso la morte sicura. Per loro sfortuna, infatti, andarono dritti verso il centro di un’area di ricaduta che da lì a poco sarebbe stata sepolta da uno strato di pomice dello spessore di un metro. Flagellati dalla pioggia di ceneri e lapilli, terrorizzati dall’oscurità che era improvvisamente calata intorno a loro, e respirando sempre più a fatica, i due – sicuramente uniti dalla disperazione, se non da qualche antica forma di matrimonio – cominciarono a rallentare. E dopo aver risalito con grande sforzo una parte della collina, caddero infine al suolo, negli ultimi spasimi della morte per asfissia.
    «Probabilmente non riuscivano a vedere a più di un metro», spiega Giuseppe Mastrolorenzo, vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano. In una stanza del Museo di Antropologia dell’Università di Napoli, lo studioso si china su una vetrina che contiene lo scheletro della ragazza, perfettamente conservato, disteso su un letto di pomice proprio come è stato ritrovato.
    «Nell’eruzione che seppellì Pompei ed Ercolano, le morti furono istantanee. La gente non si rese conto di cosa stesse accadendo», aggiunge Pier Paolo Petrone, l’antropologo che ha recuperato e analizzato lo scheletro. «La ragazza ebbe sorte più tragica, perché non morì sul colpo». In un ultimo, inutile gesto di protezione, l’uomo e la donna alzarono le braccia a ripararsi il volto, conservando così per l’eternità l’espressione di quel tormento.
    Le ossa restarono nello stesso punto fino al dicembre del 1995, quando, durante un sopralluogo per la costruzione di un gasdotto, nei dintorni di San Paolo Bel Sito (una cittadina a circa 16 chilometri dal Vesuvio in direzione nord-est), un’équipe di archeologi scoprì lo scheletro della donna, sepolto tra le radici di un nocciolo. Poco dopo, anche i resti dell’uomo furono riportati alla luce. In una terra martoriata dal crimine come l’hinterland napoletano, chi ritrova dei resti umani spesso non sa se chiamare la Soprintendenza archeologica o la squadra omicidi. Ma in questo caso non c’erano dubbi. Gli scheletri erano stesi in un letto irregolare di roccia vulcanica ricoperto di pomice, segno geologico molto preciso del momento della loro morte. Occorreva solo un vulcanologo che leggesse le stratificazioni rocciose. Appena avuta notizia del ritrovamento, Petrone si precipitò sul sito. Le autorità gli diedero esattamente due pomeriggi di tempo per estrarre le ossa. «È stato un miracolo se siamo riusciti a salvarle», commenta lo studioso.
    Gli scheletri di San Paolo Bel Sito sono stati il punto di partenza di un progetto che ha messo insieme vulcanologia, archeologia e antropologia fisica, in una sorta di CSI: Vesuvio. In dieci anni questa ricerca ha permesso di riscrivere la storia del vulcano, alimentando con nuove previsioni pessimistiche il già infuocato dibattito scientifico sui pericoli di un’eventuale eruzione.
    L’uomo e la donna sepolti, infatti, non stavano fuggendo dalla famosa eruzione del 79 d.C., che seppellì Pompei ed Ercolano. Vivevano, invece, in uno dei numerosi villaggi preistorici che durante l’Età del Bronzo costellavano quella bella e fertile pianura. A ucciderli fu dunque un’eruzione più antica, e, a quanto risulta, ancora più violenta. L’eruzione, detta “delle pomici di Avellino”, avvenne intorno a 3.780 anni fa, e secondo alcuni ricercatori rappresenterebbe lo spaventoso prototipo di una calamità che, in futuro, potrebbe devastare la stessa Napoli.
    Dal 1995 Petrone e Mastrolorenzo hanno percorso in lungo e in largo le campagne della regione, precipitandosi sui siti appena scoperti per recuperare i reperti prima che fossero rimossi o coperti nuovamente di terra. Analizzando migliaia di impronte di vittime in fuga rimaste impresse nella cenere vulcanica, o studiando un intero villaggio preistorico, perfettamente conservato (e oggi smantellato), che gli abitanti abbandonarono “con il pranzo ancora in tavola”, i due studiosi hanno ricostruito un quadro antropologico e vulcanologico dell’eruzione di Avellino, gettando nuova luce sulla potenza vulcanica e l’impatto ambientale del Vesuvio. Con la loro ricerca, hanno “dato voce” agli scheletri di San Paolo Bel Sito, e quella voce lancia un duro avvertimento a Napoli e alla sua area metropolitana di oltre tre milioni di abitanti: attenti, perché un’eruzione di potenza simile potrebbe avvenire di nuovo, e forse (in tempi geologici) anche molto presto.

    LA PRIMA POMPEI
    Le antiche popolazioni erano attratte dalla pianura campana per gli stessi motivi che oggi la rendono attraente anche per noi: il clima mite, la vicinanza al mare (e ai prodotti della pesca), il fertile suolo vulcanico, forse anche la bellezza che avrebbe poi conquistato tanti scrittori, da Virgilio a Stendhal. Molto prima del mitico sbarco di Enea in Italia, mille anni prima che i Greci si stabilissero a Cuma e instaurassero il proprio dominio su tutta la pianura, colonizzatori preistorici, discesi dai vicini Appennini, avevano cominciato a prendere possesso di quelle terre, coltivando cereali e allevando greggi.
    In seguito i Greci si spostarono a est, da Cuma a Neapolis, la “città nuova”, situata lungo la costa a poca distanza da dove sorge la Napoli odierna. I resti di Pompei ed Ercolano, preservati in tutto il loro splendore, ci danno un’idea molto precisa di come si vivesse all’epoca dei Romani. Ma la terra campana, benché tanto battuta, continua a svelare i suoi segreti: un frammento per volta, Mastrolorenzo e Petrone, assieme alla loro collega Lucia Pappalardo, sono riusciti a ricostruire un ricco spaccato di un’età ancora più antica.
    Quasi tutto è venuto alla luce per caso. Nel maggio del 2001, vicino a un desolato incrocio invaso da erbacce nell’immediata periferia di Nola, un gruppo di operai dava inizio agli scavi per le fondamenta di un supermercato. Un archeologo della Soprintendenza di Napoli notò diverse tracce di legno bruciato a circa un metro di profondità nel terreno, segno di un precedente insediamento umano. Poi, a circa sei metri di profondità, cominciarono a emergere i resti di un villaggio dell’Età del Bronzo in perfetto stato di conservazione.
    Nei mesi successivi lo scavo ha portato alla luce tre grosse abitazioni preistoriche: capanne a forma di ferro di cavallo, in cui erano nettamente demarcati l’ingresso, la zona giorno e l’equivalente di una cucina. Sono stati trovati decine di vasi, piatti di terracotta e rozzi contenitori a forma di clessidra in cui c’erano ancora tracce fossilizzate di mandorle, farina, frumento, ghiande, noccioli d’oliva, e persino funghi.
    Le stanze erano separate da semplici tramezzi, e una delle capanne presentava qualcosa di simile a un soppalco. Sul cortile esterno erano rimaste impresse le orme di capre, pecore, bovini e maiali, oltre a quelle dei loro proprietari umani. All’interno di un’area recintata, che includeva anche una sorta di ovile, giacevano gli scheletri di nove capre gravide. Un altro scheletro, quello di un cane evidentemente terrorizzato, era accucciato sotto la gronda di un tetto. A conservare questo villaggio preistorico, lasciandone un calco perfetto fino ai minimi dettagli, come le foglie usate per rivestire i tetti o le granaglie contenute nei recipienti delle cucine, furono la ricaduta di ceneri, il flusso piroclastico e l’ondata di fango prodotti dall’eruzione di Avellino. Claude Albore Livadie, l’archeologo francese che ha pubblicato il primo rapporto sul sito di Nola, l’ha ribattezzato “la prima Pompei”.
    Gli archeologi della Soprintendenza effettuarono gli scavi tra maggio e giugno del 2001. Accorsi a Nola, Mastrolorenzo e Pappalardo raccolsero campioni di cenere e di depositi vulcanici da analizzare per ricostruire la portata dell’eruzione. A questo punto però, il racconto della scoperta scientifica si trasforma in una sorta di opera buffa non insolita nel mondo dell’archeologia italiana. Il proprietario del terreno ha cominciato a protestare perché riprendesse la costruzione del supermercato o, in alternativa, gli fosse accordato un risarcimento per il ritardo nei lavori. Gli archeologi della Soprintendenza si sono affrettati a portare a termine gli scavi e a portar via tutti gli oggetti. Alla fine, il supermercato non è stato più costruito, e oggi tutto quel che rimane del sito è una fossa scavata nel terreno, con le fondazioni delle pareti delle capanne appena visibili. Una piccola insegna scolorita che annuncia la “Pompei della preistoria” penzola malinconicamente da un cancello chiuso con un lucchetto.
    Il desolante copione andato in scena a Nola si è ripetuto diverse volte. Nel 2002, durante i lavori per la costruzione di una struttura di supporto per la base di Napoli della Marina americana, un altro villaggio preistorico sepolto dalle ceneri è venuto alla luce nei pressi di Gricignano d’Aversa. Secondo Mastrolorenzo era ancora più esteso del sito di Nola, con tracce di molte capanne delle Età del Rame e del Bronzo. Ma gli archeologi incaricati di sorvegliare i lavori «hanno fatto una rapida “documentazione” del sito», racconta sarcasticamente lo studioso, «e poi tutto è andato distrutto».
    Ancora: nell’estate del 2004, durante la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità tra Roma e Napoli, nei dintorni di Afragola sono state ritrovate migliaia di impronte umane. L’analisi geologica ha stabilito che a lasciarle erano stati uomini dell’Età del Bronzo che scappavano dall’eruzione di Avellino. Mastrolorenzo, Petrone e Pappalardo si sono precipitati sul posto per fotografare i vividi resti di quell’antico terrore.
    Malgrado la perdita di questi siti, nella primavera del 2006 i tre studiosi italiani, coadiuvati dal vulcanologo americano Michael Sheridan, hanno illustrato le loro scoperte sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) suscitando grande interesse nella comunità scientifica mondiale. L’importanza della loro ricerca va ben al di là della semplice documentazione archeologica. L’eruzione delle pomici di Avellino, scrivono gli studiosi, “causò un collasso socio-demografico che portò all’abbandono dell’intera area per secoli”. I nuovi ritrovamenti, corredati da simulazioni al computer, mostrano che un’eruzione della portata di quella di Avellino scatenerebbe un’ondata concentrica di distruzione capace di devastare Napoli e buona parte del suo hinterland.

    1780 A.C.: L’ESPLOSIONE
    Sono molti i modi in cui un essere umano può morire a causa dell’eruzione di un vulcano, e un’esplosione come quella che il Vesuvio scatenò nel 1780 a.C. ne offre un cupo e pressoché completo inventario.
    «Nelle prime ore dell’eruzione di Avellino cadde del materiale come questo», spiega Mastrolorenzo, poggiando due buste trasparenti piene di residui vulcanici sulla scrivania del suo ufficio all’Osservatorio Vesuviano. Una delle buste contiene una sottile polvere bianca, la cenere che ammantò tutta l’area di ricaduta; l’altra è piena di piccole pietre, del diametro di pochi centimetri. Alcune sono pomici, ciottoli porosi, pesanti più o meno come una pallina da ping-pong; altre sono sassi densi e duri: i lapilli. «Queste sono più leggere dell’acqua; galleggiano», dice Mastrolorenzo, prendendo in mano un pezzo di pomice. «Ma queste», continua, sollevando un lapillo, «queste cadevano a una velocità di quasi 145 chilometri l’ora».
    Le prime tracce dell’eruzione di Avellino emersero agli inizi degli anni Settanta, quando i vulcanologi identificarono depositi di pomice al di sotto degli strati lasciati dall’eruzione del 79 d.C.. Ma solo in questi ultimi anni Mastrolorenzo, Pappalardo e i loro colleghi hanno ricostruito quell’evento nel dettaglio, grazie all’analisi scrupolosa di ogni tipo di materiale: dai depositi di cenere, spessi oltre un metro, portati alla luce nel corso dei lavori stradali, a frammenti di cristalli vulcanici dello spessore di pochi micron, esaminati al microscopio elettronico a scansione.
    Ci sono eruzioni nelle quali la lava si riversa in pittoreschi torrenti che scorrono lentamente. Nel caso di un evento come quello di Avellino, invece, il condotto del vulcano è talmente ostruito di roccia solida che per perforare la superficie occorre che più in basso, nella camera magmatica, la pressione cresca fino a livelli altissimi. Quando questo avviene, la violenza dell’esplosione scaraventa la roccia liquida nell’aria a una velocità tale da infrangere la barriera del suono, provocando un gigantesco boato.
    L’eruzione di Avellino scaraventò nella stratosfera quasi 100.000 tonnellate al secondo di roccia surriscaldata, scorie e ceneri. La colonna raggiunse un’altezza di circa 35 mila metri
    , più o meno tre volte la quota di crociera degli aerei di linea. Mentre si innalzava, questa spaventosa nube di materiale andava allargandosi alla sommità, assumendo la classica forma simile alla chioma di un pino mediterraneo. Fu così che Plinio il Giovane per primo la descrisse in una lettera a Tacito, raccontando dell’eruzione che aveva sepolto Pompei: il “pino vulcanico” è, appunto, un tratto distintivo delle cosiddette eruzioni pliniane.
    All’inizio, i venti dominanti che soffiavano da ovest trasportarono gran parte del materiale in direzione nord-est, verso Nola e Avellino: nel giro di alcune ore si accumularono depositi di pomice e lapilli alti fino a due metri e mezzo. La colonna di cenere restò sospesa nell’aria a lungo, forse anche per 12 ore; poi collassò, innescando l’apocalittica sequenza di eventi che rendono l’eruzione pliniana uno dei disastri naturali più letali che possano verificarsi sulla Terra.
    Quando una colonna pliniana ricade su se stessa crea un flusso piroclastico: una rovente e turbinosa valanga di detriti che si rovescia lateralmente dai fianchi del vulcano. Questa nube incandescente può percorrere molti chilometri, inizialmente a grande velocità. Sono pochi gli esseri umani che hanno potuto assistere da vicino a un flusso piroclastico, e ancora meno quelli che sono sopravvissuti, ma molti di noi hanno per sempre impressa nella memoria un’immagine che può dare l’idea della terrificante potenza del fenomeno: il flusso piroclastico, infatti, ha diverse proprietà fisiche in comune con le enormi nuvole di polvere e ceneri prodotte dal crollo delle Torri gemelle, l’11 settembre del 2001.
    In più, il flusso piroclastico trasporta materiale che in precedenza è stato “cotto” all’interno di una camera magmatica sotterranea, fino a raggiungere una temperatura di 900 °C. Nelle fasi iniziali dell’eruzione di Avellino, il flusso era istantaneamente letale, specie nelle aree più vicine al Vesuvio. Un vento arroventato, soffocante, avanzava a circa 385 chilometri orari, toccando temperature non inferiori ai 480 °C e trattenendo abbastanza calore da far bollire l’acqua a 15 chilometri di distanza dalla bocca del vulcano.
    «Forse sotto i 93 gradi si può sopravvivere per qualche secondo, se l’onda passa rapidamente», fa notare Mastrolorenzo. «Ma anche chi resistesse al calore sarebbe destinato a soffocare per le polveri sottili presenti nell’aria. Tutta la campagna intorno al Vesuvio fu sepolta da questa polvere, che raggiunse uno spessore di 20 metri a cinque chilometri dal cratere, e di 25 centimetri in un raggio di 24 chilometri. Bastano 20 centimetri di cenere per far crollare anche il tetto di una casa moderna».
    L’altissima temperatura del flusso piroclastico spiega anche alcuni dettagli della grande eruzione successiva, quella di Pompei ed Ercolano. In uno studio pubblicato nel 2001 sulla rivista Nature, Petrone e Mastrolorenzo, assieme ad altri colleghi italiani e inglesi, illustrano la sorte di centinaia di persone che avevano cercato scampo in 12 “fornici”, ambienti a volta usati come magazzini portuali e rimesse per le imbarcazioni che si aprono sulla spiaggia di Ercolano. I fuggiaschi morirono tutti all’istante, investiti da un flusso che toccava i 500 °C, vaporizzando in pochi secondi gli indumenti e le carni.
    Petrone e Mastrolorenzo hanno tracciato una cruda ricostruzione degli ultimi istanti di vita dei malcapitati accalcati all’interno dei fornici 5, 10 e 12. Con ogni evidenza, il calore portò a ebollizione il tessuto cerebrale, che schizzò fuori in piccole esplosioni, lasciando sulle ossa i segni bluastri tipici delle bruciature. L’umidità prodotta dall’evaporazione della carne e del sangue, unita alla cenere vulcanica, creò poi un materiale protettivo, quasi una specie di intonaco, che ha preservato le ossa: dalla posizione degli scheletri i due ricercatori hanno potuto stabilire che le vittime dei fornici morirono all’istante.
    Ma il flusso piroclastico è solo il primo colpo del tremendo “uno-due” sferrato dal collasso di una colonna pliniana. Quando l’enorme quantità di cenere solida e detriti si mescola al vapore alimentato dalle falde acquifere sotterranee, si scatena un violento microclima: furiosi temporali e piogge torrenziali che producono abbondanti colate di fango. La cenere che ricade nei fiumi crea altre colate di fango, che riempiono le valli fluviali per molto tempo dopo la fine dell’eruzione. «Il fango fa più vittime dell’eruzione», dice Mastrolorenzo. «La colata avanza con una forza tale da spostare le case di centinaia di metri».
    Esplosione, ricaduta, collasso della colonna, flusso piroclastico, colata di fango: in questa classica sequenza di furia pliniana, l’eruzione di Avellino cambiò il volto della pianura campana, come se gli dei avessero deciso di raschiarla, scavarla e rimodellarla con una gigantesca cazzuola. Analizzando la struttura dei depositi e le tracce visibili nel diverso spessore delle stratificazioni, i vulcanologi hanno potuto stabilire che in quella sola eruzione il Vesuvio scatenò almeno sei cicli di flusso e colata: sei scariche di vento infuocato seguite da sei furiosi torrenti di fango, che distrussero qualunque cosa in un raggio di circa 15 chilometri dal cratere del vulcano. Il cataclisma immediato durò probabilmente meno di 24 ore, ma bastò a trasformare un paesaggio idilliaco in un deserto monocromatico, che sarebbe rimasto inabitabile per tre secoli.

    VIVERE SOTTO IL VULCANO
    La strada che si inerpica da Ercolano fino ai 1.281 metri della cima del Vesuvio svela un altro dei modi in cui un essere umano può morire sulle pendici del vulcano: sotto le ruote di uno degli innumerevoli pullman turistici che, tra una sbandata e l’altra, procedono lungo i tornanti. Sono ormai lontani i tempi in cui vigorosi giovanotti napoletani portavano su a forza di braccia personaggi famosi seduti in portantina: come Goethe, che giunto alla fine del ripido sentiero descrisse “una montagna dell’inferno che si innalza in mezzo al paradiso”. Oggi il paradiso è riuscire a trovare posto nell’affollatissimo parcheggio.
    Dopo aver acquistato il biglietto (la cima del vulcano fa parte di un parco nazionale), si procede a piedi lungo un sentiero che serpeggia tra le ceneri del cono vulcanico, ricche di ferro e dal caratteristico color ruggine. Si superano diversi negozi di souvenir, e i piloni di cemento della funicolare oggi abbandonata (la sua inaugurazione, alla fine dell’Ottocento, fu celebrata dalla canzone Funiculì funiculà), e finalmente si raggiunge il bordo del cratere. Da qui, nelle giornate limpide, lo sguardo può spaziare da Capri e la penisola sorrentina a sud, a Napoli a nord-ovest, fino alle stesse Pompei ed Ercolano, vittime della potenza geofisica che per il momento è contenuta sotto i nostri piedi.
    Dopo la devastante eruzione subpliniana del 1631, il Vesuvio ha adottato una condotta più benevola: tra il Settecento e l’inizio del Novecento eruttò più volte, ma producendo soprattutto copiose colate di lava. Mastrolorenzo ricorda i racconti sull’eruzione del 1906, quando, a Napoli, suo nonno dovette spazzare via la cenere dal tetto. L’ultima eruzione risale al 1944: da allora, il condotto è ostruito, e nessuno che abbia meno di 63 anni ha mai visto il vulcano in azione. All’idea che il Vesuvio è ancora attivo, gli abitanti della zona reagiscono con filosofia, o, in termini psicologici, con la rimozione: ignorano il pericolo e, forse ancor più che in altre parti d’Italia, vivono alla giornata con una sorta di serafico fatalismo.
    Gennaro Cardoncello è una delle persone che trascorrono più tempo nelle immediate vicinanze del vulcano. È un giovane affabile e flemmatico che gestisce l’ultimo esercizio commerciale prima del cratere: una stupefacente parata di souvenir di pietra vulcanica (Buddha, la Pietà, le tre Grazie, rane e civette). Avverte mai i piccoli tremori che, secondo gli esperti, segnalano l’imminenza di un’eruzione? «Forse, qualche volta, ma non è poi un gran problema», risponde Gennaro; poi si stringe nelle spalle e cambia argomento, tirando fuori una bottiglia di Lacryma Christi, il vino bianco prodotto con le uve che traggono il loro gusto intenso dal ricco suolo vesuviano.
    Fiumi di turisti si inerpicano sul sentiero, tra “oooh” e “aaah” di ammirazione per il panorama da cartolina o per la vista che si gode affacciandosi dal bordo del cratere: dal fondo, 245 metri più in basso, si leva solo qualche fumarola che manda nell’aria il suo sgradevole odore. Solo in pochi si fermano a pensare all’enorme serbatoio di roccia fusa che ribolle sotto i loro piedi, a quasi 10 mila metri di profondità; o ad osservare quel che resta del Monte Somma, cratere più vasto e più antico, che attira lo sguardo – e, cosa più importante, incanalerebbe eventuali futuri flussi piroclastici – in direzione nord-ovest, verso l’area metropolitana di Napoli. All’epoca dell’ultima eruzione pliniana, la pianura sottostante era abitata da alcune migliaia di Romani gaudenti; oggi la sola Napoli ha più di un milione di abitanti, e altre centinaia di migliaia vivono nei centri che si trovano tra la città e il cratere.
    In una giornata chiara, anche con un modesto binocolo, è possibile distinguere dal bordo del cratere la mole imponente del Maschio Angioino, la fortezza che segna il cuore geografico e simbolico della città. Qualche giorno dopo, Mastrolorenzo mi conduce nei sotterranei del castello, e mi indica un deposito di pomice e ceneri vulcaniche dello spessore di circa 75 centimetri. Proviene dall’eruzione di Avellino, spiega.
    Ne parlo con Michael Sheridan, il vulcanologo della Università di Buffalo che collabora con Mastrolorenzo, è un esperto di eruzioni catastrofiche nelle vicinanze di centri urbani densamente popolati. Ha studiato l’eruzione del 1902 del Monte Pelée, sull’isola della Martinica, che devastò la città di St. Pierre, e tiene sotto controllo il Cotopaxi, un vulcano attivo che minaccia più di un milione di persone sugli altopiani andini dell’Ecuador. Non conosceva quel deposito nei sotterranei del Maschio Angioino: «È davvero allarmante», mi dice. «Bastarono 20 centimetri di quella roba per distruggere St. Pierre e uccidere tutti gli abitanti. In quella parte di Napoli non ci sarebbero superstiti».
    Le testimonianze geologiche mostrano come, in un arco di tempo geologicamente recente, le eruzioni pliniane del Vesuvio si siano susseguite secondo un ritmo irregolare ma allarmante. Le eruzioni maggiori ebbero luogo 25 mila, 17 mila, 15 mila, 11.400 e 8.000 anni fa. Poi è seguita l’eruzione di Avellino, 3.780 anni fa, e infine quella di Pompei, nel 79 d.C., quindi quasi 2.000 anni fa. L’intervallo tra due eruzioni principali, dunque, sarebbe di circa 2.000 anni: basandosi su questo dato, Sheridan e Mastrolorenzo sostengono che ogni anno la probabilità che si scateni un’eruzione maggiore è superiore al 50 per cento, e che le chance aumentano man mano che gli anni passano e ci si allontana dall’ultimo grande evento pliniano.
    Queste previsioni così dirette hanno causato polemiche infuocate, soprattutto perché ipotizzano una minaccia per l’area metropolitana di Napoli. In realtà, Napoli non è contemplata nel piano d’emergenza messo a punto dalle autorità italiane nel 1995 e modificato l’ultima volta nel 2001. Il piano ipotizza un’eruzione subpliniana, quindi di portata minore, e prevede l’evacuazione di “sole” 600 mila persone: gli abitanti dei 18 comuni più vicini al cratere, la cosiddetta “zona rossa”. Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ha definito «allarmista e irresponsabile» l’analisi dei rischi effettuata da Sheridan, e ha annunciato che «i piani d’evacuazione non saranno cambiati».
    «L’articolo pubblicato da Pnas, fin dal titolo, è una descrizione del “peggior caso possibile”», conferma Giovanni Macedonio, studioso ed ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano. «Ma l’intervallo di 2.000 anni non è affatto scontato: tra un’eruzione maggiore e l’altra ne sono passati anche 8.000. Anni di monitoraggio del Vesuvio e di studio delle eruzioni passate ci consentono di fare ipotesi diverse». Secondo i calcoli dell’Osservatorio, la probabilità che nei prossimi 150 anni circa si scateni un’eruzione devastante come quella di Pompei o, peggio, di Avellino, è intorno all’1 per cento; un’eruzione minore è data al 60 per cento, una di gravità media, sul 30. E su quest’ultimo dato si basano i piani della Protezione Civile. «In ogni caso, non abbiamo alcun segnale di imminente risveglio del vulcano», precisa Macedonio.
    La previsione a breve termine delle eruzioni vulcaniche è, nella migliore delle ipotesi, una scienza inesatta. Prima dell’eruzione del 1980, il Monte St. Helens, in Alaska, aveva dato crescenti segni di inquietudine; ma, secondo un rapporto del Servizio Geologico degli Stati Uniti, “nel mese precedente il quadro non si era modificato”. Di più: la stessa mattina del 18 maggio 1980, le apparecchiature di monitoraggio “non registrarono alcun cambiamento insolito che potesse essere interpretato come un segnale d’allarme per la catastrofe che sarebbe avvenuta solo un’ora e mezza più tardi”.
    Se il Vesuvio desse segni di risveglio, i vulcanologi sono convinti di poter prevedere un’eruzione “in breve tempo”. Ma cosa significa, esattamente, “in breve tempo”? «Questo è il problema: non lo sappiamo», risponde Mastrolorenzo. «Non siamo certi di poter prevedere un’eruzione come ora possiamo prevedere un uragano».
    Non è bello spaventare la gente senza motivo, ma è ancora peggio rischiare che migliaia di persone terrorizzate si precipitino a fare la stessa cosa nello stesso momento. Penso a questo scenario un pomeriggio, chiuso in una macchina bloccata da un ingorgo sulla tangenziale di Napoli. Cosa succederebbe se il Vesuvio all’improvviso desse segni di seria agitazione?
    Come sempre accade quando ci si può basare soltanto su previsioni probabilistiche, regnerebbero confusione e incertezza. «È difficile immaginare come sarebbero i giorni prima di un’eruzione», ammette Mastrolorenzo. «Sarebbe peggio dell’eruzione vera e propria». Probabilmente una parte dei napoletani fuggirebbe ai primi cenni di turbolenza sismica, altri deciderebbero di restare, altri ancora potrebbero andarsene, e magari, dopo settimane o mesi di incertezza sismica, decidere di fare ritorno. Nella storia moderna non esistono precedenti di un’evacuazione urbana di tale portata.
    Intanto, sulla tangenziale, le macchine avanzano a passo di lumaca; quattro file di veicoli fanno a gara per infilarsi nelle due corsie dirette a nord. Impiego quasi un’ora per percorrere un chilometro e mezzo, in una giornata in cui per la maggior parte della popolazione l’impegno più urgente è una gita al mare. Con un traffico del genere, qualsiasi piano di evacuazione sembra nulla più che una pia speranza. E infatti, nell’ottobre del 2006, durante un’esercitazione che simulava lo sgombero della zona rossa, il traffico sulla vicina autostrada Napoli-Pompei si è completamente bloccato, e un improvviso temporale ha ulteriormente complicato l’esodo. Le autorità hanno espresso soddisfazione per i risultati, ma i media parlavano di “ritardi e caos”. E si trattava di un’esercitazione ridotta, che coinvolgeva solo un centinaio di abitanti per ognuno dei 18 comuni della zona rossa.
    Comunque sia, qualsiasi evacuazione dovrebbe essere già completata al momento di un’eruzione della portata di quella di Avellino. Il vulcano scaglierebbe nell’aria milioni, forse miliardi di metri cubi di cenere, roccia e detriti, che ricadrebbero a pioggia sul terreno, rendendo del tutto inutile qualsiasi mezzo di trasporto. Gli aerei non potrebbero volare. I treni non viaggerebbero. Macchine, autobus e motorini non riuscirebbero a muoversi sul manto di cenere, anche se fosse spesso soli 10 centimetri.
    Resterebbe un unico mezzo di trasporto, e di fuga: i piedi. Quattromila anni dopo l’evento di Avellino, gli abitanti della Campania sarebbero costretti, ancora una volta, a lasciare le loro impronte nella cenere.

  2. “National Geographic Italia”, 29 aprile 2010, http://www.nationalgeographic.it/italia/2010/04/29/news/pericolo_vesuvio_ng_italia_lha_scritto_nel_2007-17667/index.html

    PERICOLO VESUVIO: NG ITALIA L’HA SCRITTO NEL 2007

    Tre anni fa National Geographic Italia segnalava il rischio di un’eruzione devastante. Oggi la Protezione Civile riconosce che anche Napoli va inclusa nella “zona rossa”. Intervista al vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo.
    Nel 1944, durante la II Guerra mondiale, l’ultima eruzione del Vesuvio sparò nel cielo una vorticosa nube di cenere, mentre i bombardieri americani facevano rotta verso il fronte. Fu un’eruzione minore, ma bastò a devastare diversi paesi, uccidendo 45 persone.

    di Michele Gravino

    Lui l’aveva detto. Da anni Giuseppe Mastrolorenzo, vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano, segnala il rischio di un’eruzione devastante del Vesuvio e l’inadeguatezza dei piani di emergenza approntati dalla Protezione Civile. I suoi studi, condotti assieme all’antropologo Pier Paolo Petrone e ai vulcanologi Lucia Pappalardo e Mike Sheridan, sono alla base dell’articolo di Stephen Hall Vesuvio, l’eruzione che verrà, comparso sul numero di settembre 2007 di “National Geographic Italia”.
    La rivista fu accusata di allarmismo. Oggi Guido Bertolaso, sottosegretario alla Protezione Civile, proclama che il Vesuvio «è il più grande problema che abbiamo» e annuncia che la “zona rossa”, l’area da evacuare in caso di eruzione, va estesa anche a parte del Comune di Napoli. (leggi il nostro articolo del febbraio 2009 sui piani di evacuazione)
    .

    Mastrolorenzo, si sente “vendicato”?
    È curioso che Bertolaso lanci questo allarme solo oggi. Perché non siamo stati ascoltati prima? O gli esperti consultati non sapevano fare il loro mestiere o la Protezione Civile non li stava a sentire. Evidentemente c’erano dei contrasti interni che oggi stanno venendo alla luce.

    I piani di evacuazione adottati finora si basavano sull’idea che la prossima eruzione del Vesuvio sarebbe stata, con una probabilità molto alta, di tipo subpliniano, cioè di intensità medio-bassa.
    Nessuno strumento, nessun segno precursore può dirci quanto sarà forte un’eruzione. In 17mila anni il Vesuvio ha avuto cinque eruzioni pliniane, cioè violente come o più di quella di Pompei del 79 d.C. Le stesse statistiche utilizzate dalla Protezione Civile per l’esercitazione del 2006 davano la probabilità di un’eruzione pliniana all’11 per cento: non è poco. Non ha senso approntare piani di emergenza che non tengano conto delle eventualità più gravi: sarebbe come se su una nave ci fossero solo misure antincendio e non scialuppe di salvataggio, perché si pensa che è improbabile che affondi.

    Oggi però Bertolaso sostiene che un’eruzione potrebbe colpire anche parte del comune di Napoli, e non solo i 18 comuni vesuviani oggi compresi nella “zona rossa”. Andrebbe così evacuato oltre un milione di persone.
    È almeno dal 2006 che la Protezione Civile annuncia un adeguamento dei piani di evacuazione che non viene effettuato. Sarebbe comunque paradossale inserire nella zona rossa solo una parte del comune di Napoli. Lei se l’immagina una famiglia che resta ferma e buona in casa mentre i vicini che abitano dall’altra parte della strada vengono portati via?

    Sempre su National Geographic, lei ha segnalato il rischio di eruzione di un’altra zona vulcanica: i Campi Flegrei.
    È un’altra area a grave rischio. Un’eruzione colpirebbe tutta la zona a ovest di Napoli. Ma per i Campi Flegrei un piano di emergenza non esiste nemmeno.

    Bertolaso ha anche sostenuto che il vulcano più pericoloso sarebbe oggi il Monte Epomeo sull’isola di Ischia: ha parlato di “colpo in canna”. (leggi la risposta del sindaco di Ischia sull’Espresso)
    Questa affermazione non la capisco, mi sembra quasi un “gioco dei tre vulcani”. L’Epomeo dal punto di vista geologico non è neanche un vulcano vero e proprio, ma un horst vulcano-tettonico, un blocco risorgente all’interno del sistema di faglie attorno alla caldera di Ischia. Da millenni c’è un sollevamento regolare e continuo, che può manifestarsi con terremoti, episodi eruttivi e anche frane, come si è visto di recente. Ma il rischio è quello di sempre, non ci sono segnali di un’attività particolare in corso.

  3. “National Geographic Italia”, 1 febbraio 2009, http://www.nationalgeographic.it/italia/2009/02/01/news/vesuvio_la_scommessa-17920/

    Vesuvio, la scommessa
    Prevedere un’eruzione. Mettere in salvo centinaia di migliaia di persone. La Protezione Civile alle prese con la sfida più difficile.

    di Michele Gravino

    Una gigantesca scommessa. Contro il destino, contro il tempo, contro i limiti della scienza. Contro il panico e il suo altrettanto pericoloso contrario, l’indifferenza. E naturalmente contro il Vesuvio, il vulcano più famoso e potenzialmente letale del mondo, addormentato da più di 60 anni ma destinato prima o poi a risvegliarsi.
    La scommessa sta nel riuscire a prevedere per tempo l’eruzione e organizzare lo sgombero di una delle aree più densamente popolate d’Europa. Tra qualche mese dovrebbe essere reso noto un aggiornamento complessivo del piano di emergenza elaborato nel 2001. «Ma gli aggiustamenti sono continui», assicura Titti Postiglione, geologa di formazione e responsabile della Sala situazione italiana del Dipartimento della Protezione Civile.
    La strategia di fondo resta la stessa: il piano prevede l’evacuazione totale dei circa 600 mila abitanti della “zona rossa”, i 18 comuni a ridosso del Vesuvio che rischiano di essere investiti dai flussi piroclastici, le micidiali cascate bollenti di gas, lava e pietre che rotolano sui fianchi del vulcano distruggendo tutto. «Rispetto al passato abbiamo abbreviato i tempi», spiega Postiglione. «Dal momento in cui la commissione di esperti ravviserà i segnali inequivocabili di un’eruzione imminente, lo sgombero dovrà essere completato in 72 ore. Un’altra novità è che gli abitanti si muoveranno con mezzi propri, anche più di un’auto a famiglia; naturalmente ci saranno pullman per chi non può o non vuole usare la macchina».
    Lo sgombero comincerà in tutti i comuni contemporaneamente, secondo un ordine prestabilito: in ciascuna cittadina, quindi, gli abitanti di alcune case potranno muoversi subito, altri dovranno aspettare. «Abbiamo scelto il trasporto su gomma perché è più flessibile», prosegue Postiglione. «I porti della zona sono troppo piccoli per un’evacuazione massiccia via mare, e la ferrovia Circumvesuviana rischia di essere inservibile, sia perché spesso incrocia le strade con dei passaggi a livello – e quindi per far passare i treni bisognerebbe bloccare le macchine – sia perché potrebbe essere già stata danneggiata dagli eventi sismici che precederanno l’eruzione, i cosiddetti precursori. Treni e navi saranno riservati ai soccorsi».
    L’immagine di centinaia di migliaia di auto che si incolonnano in buon ordine sulle strette strade della zona suscita parecchie perplessità. «L’unica soluzione sarebbe aprire nuove vie di fuga, autostrade a dieci corsie, anche perché non è scontato che il vulcano dia un preavviso così lungo», sostiene ad esempio Benedetto De Vivo, docente di Geochimica ambientale all’Università Federico II di Napoli e autore di vari saggi sul Vesuvio. «Nuove autostrade? Sarebbe ideale, ma si tratterebbe di abbattere interi quartieri», risponde Postiglione. «La decisione non può spettare alla Protezione Civile, che in ogni caso deve elaborare i suoi piani basandosi sulla situazione attuale».
    Qualche novità riguarda anche la “zona gialla”, 96 comuni che rischiano di essere investiti dalla caduta di ceneri e lapilli. «Solo una piccola percentuale di quest’area sarà colpita: dipenderà dall’altezza della colonna eruttiva e dalla direzione dei venti», precisa Postiglione. «Abbiamo delineato scenari diversi in modo da individuare già prima dell’eruzione la “sottozona” interessata, e limitare l’intervento a 50-100 mila persone».
    In ogni caso, il piano resta tarato su un’eruzione subpliniana, cioè di potenza inferiore a quella che nel 79 d.C. distrusse Pompei ed Ercolano. Giuseppe Mastrolorenzo, coautore di uno studio che suscitò molte polemiche quando, nel settembre 2007, fu ripreso da National Geographic, ribadisce invece il suo allarme: esiste una probabilità tutt’altro che trascurabile che il risveglio del Vesuvio sia ancora più devastante, come fu l’eruzione di Avellino di 3.800 anni fa, che seppellì l’intera area di Napoli. «La tragedia dell’uragano Katrina avvenne proprio così: si pensava che non potesse accadere il peggio, e invece il peggio accadde», denuncia Mastrolorenzo. «Occorrerebbe pianificare l’evacuazione di tre milioni di persone; oppure, se si pensa che sia impossibile, bisogna avere il coraggio di dirlo».
    Ma la posizione dei vertici dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dell’Osservatorio Vesuviano e della Protezione Civile resta immutata: la possibilità di un’eruzione pliniana nei prossimi 150 anni è ritenuta inferiore all’uno per cento. «Ogni contributo al dibattito è bene accetto, e noi saremmo pronti a rivedere il piano davanti a nuovi dati condivisi dalla maggioranza della comunità scientifica», ribatte Postiglione. «Non possiamo però tenere conto di qualsiasi eventualità: io non ho un piano di emergenza in caso di caduta di un meteorite su Roma, anche se in teoria potrebbe succedere».

  4. “National Geographic Italia”, 13 maggio 2011, http://www.nationalgeographic.it/natura/2011/05/13/foto/vesuvio_tra_paure_e_speranze-332365/1/

    Vesuvio, “la bomba a orologeria d’Europa”
    Così titola la rivista scientifica Nature che con un nuovo articolo rilancia il dibattito sulla pericolosità del Vesuvio e su come prepararsi a un’eventuale eruzione. Vedi anche Vesuvio, L’eruzione che verrà

    l'ultimo botto (di Bettmann-Corbis)
    L’ultimo botto (fotografia Bettmann-Corbis)

    Una rara immagine a colori dell’ultima eruzione del Vesuvio, avvenuta nel marzo 1944. Da allora il vulcano è entrato in uno stato di quiescenza, ma gli scienziati sono unanimi nel ritenere che, prima o poi, è destinato a risvegliarsi. Come, e con che violenza?
    Nel suo ultimo numero, la rivista Nature torna a occuparsi di quella che già dal titolo definisce “La bomba a orologeria d’Europa”. Katherine Barnes, autrice del servizio, racconta come il recente terremoto del Giappone spinga a ripensare alla possibilità dei “cigni neri”, vale a dire eventi poco probabili ma potenzialmente devastanti. Quando si appronta un piano di emergenza, occorre tener conto anche del cosiddetto worst-case scenario?
    Barnes cita gli studi del team di Giuseppe Mastrolorenzo, vulcanologo dell’Osservatorio Vesuviano che assieme ad altri studiosi già nel 2006 indagò sulla cosiddetta eruzione delle Pomici di Avellino, che circa 3.800 fa devastò l’intera Campania, con effetti ancora più disastrosi della successiva eruzione di Pompei del 79 d.C. Secondo Mastrolorenzo, la prossima eruzione del Vesuvio potrebbe essere altrettanto violenta. Al suo allarme la nostra rivista dedicò un servizio nel settembre del 2007 (leggi l’articolo).
    In uno studio più recente, Mastrolorenzo e la sua collega Lucia Pappalardo hanno ipotizzato, sulla base di una serie di indagini sismologiche, l’esistenza di una vasta camera magmatica a circa 8-10 chilometri di profondità sotto il Vesuvio; segno, secondo gli studiosi, che il risveglio del vulcano potrebbe essere particolarmente violento.

  5. “Nature”, vol. 473, 12 maggio 2011

    EUROPE’S TICKING TIME BOMB

    Vesuvius is one of the most dangerous volcanoes in the world — but scientists and the civil authorities can’t agree on how to prepare for a future eruption.

    by Katherine Barnes

    It starts with a blast so strong that a column of ash and stone rockets 40 kilometres up into the stratosphere. The debris then drops to Earth, pelting the surface with boiling hot fragments of pumice and covering the ground with a thick layer of ash. Roofs crumble and vehicles grind to a halt. Yet the worst is still to come. Soon, avalanches of molten ash, pumice and gas roar down the slopes of the volcano, pulverizing buildings and burying everything in their path. Almost overnight, a packed metropolis becomes a volcanic wasteland.
    This is Naples, Italy, in the throes of a cataclysmic eruption of Vesuvius — the volcano that destroyed the city of Pompeii in ad 79.
    The scenario may sound far-fetched, but in the wake of Japan’s recent earthquake and tsunami, many areas are reassessing the risks from their own ‘black swans’, a term used to describe unlikely but potentially devastating disasters. And Naples stands out as particularly vulnerable, with a population of 3 million living in the shadow of Vesuvius.
    The volcano has been eerily dormant since a small eruption in 1944, but recent studies suggest that Vesuvius could be more dangerous than previously assumed, which has prompted a vigorous debate about the risk and scale of future disasters. Local authorities face the difficult task of deciding how to protect a large population in the event of earthquakes and other signs heralding the volcano’s reawakening.
    “There would be no modern precedent for an evacuation of this magnitude,” says Giuseppe Mastrolorenzo at the Vesuvius Volcano Observatory in Naples. “This is why Vesuvius is the most dangerous volcano in the world.”

    RUMBLINGS OF DISSENT
    The slumbering giant won’t stay quiet forever. Seismic imaging studies have detected an unusual layer about 8–10 kilometres deep under the mountain’s surface. Mastrolorenzo and his colleague Lucia Pappalardo interpret this layer as an active magma reservoir [1], which could produce large-scale ‘plinian’-style explosions — named after Pliny the Younger, who described the ad 79 eruption.
    The first rumblings of activity at Vesuvius could come weeks to years before an eruption, but there might be little, if any, warning of the eruption itself. Pappalardo and Mastrolorenzo analysed the geochemistry of rock fragments from past eruptions, and found evidence that magma ascended rapidly — in just a few hours — from its deep chamber to the surface.
    For many years the largest known eruption of Vesuvius was that of ad 79. But in 2006, Mastrolorenzo and Michael Sheridan at the University at Buffalo in New York described geological evidence for a much larger blast, about 3,800 years ago in the Bronze Age [2]. Fiery avalanches of ash and debris called pyroclastic flows travelled 20 kilometres and covered the whole of the area of present-day Naples. “The deposits right in the centre of Naples are 4 metres thick,” says Sheridan. “Even a few inches would be enough to kill everyone.”
    Given these concerns, the Vesuvius observatory team has urged the Neapolitan authorities to base their emergency plan on a worst-case ‘maximum possible’ eruption similar to the Bronze Age blast. “A crisis could start today,” says Mastrolorenzo. “The trouble is that nobody would be able to tell how long it would last, what type of eruption it would be, or how the event would evolve.” The researchers recommend the complete evacuation of an area 20 kilometres around Vesuvius if earthquakes and other signs of unrest hint that it is coming back to life.
    Not all scientists share this doom-laden outlook. Some groups have even proposed that Vesuvius is becoming less explosive. Bruno Scaillet and his colleagues at the University of Orleans in France argue that the eruptive style of Vesuvius has changed as the magma chambers feeding the eruptions have migrated upwards, with the small 1944 eruption coming from a relatively shallow level 3 kilometres below the surface [3]. Evidence suggests the magma stored there is less viscous, so it is less prone to causing large explosions. If the past trend holds, says Scaillet, the next eruption could be similar to the most recent ones.
    Scaillet adds that the seismically unusual layer 10 kilometres below the surface could be magma, but it could also be some other fluid such as water or brine. “These various issues are far from being settled,” he says.

    EMERGENCY PLANNING
    With the size of any future eruption in doubt, and a public more concerned about day-to-day problems such as traffic and crime, mitigating the hazard of Vesuvius is an enormous task shared by researchers and the civil authorities.
    Scientists keep constant tabs on Vesuvius through a network of sensors that monitor for earthquakes, ground deformation and changes in the chemistry of escaping gases.
    And Italy’s Department of Civil Protection (DPC) maintains a National Emergency Plan for Vesuvius. The plan, first developed in 1995, is based on a scenario for an intermediatesized eruption, similar to one that occurred in 1631. That sub-plinian blast killed 6,000 people but affected an area much smaller than the earlier plinian eruptions.
    The plan divides the area around the volcano into three regions according to the type of hazard expected. The red zone, closest to Vesuvius, is deemed most at risk from pyroclastic flows, so the plan calls for the evacuation of all 600,000 residents in this area before an eruption starts (see ‘In the line of fire’). The main danger in the yellow zone comes from falling ash and small rocks. Officials would wait until the eruption starts, and the wind direction is known, before ordering an evacuation of regions in yellow zones downwind of the volcano. The blue zone is at risk from floods and mud flows triggered by the eruption, and would be evacuated according to the same plan.
    The city of Naples was excluded from any of the hazard zones because the prevailing wind typically blows ash to the east, away from the city.
    In 2003, the DPC announced that it would constantly update the emergency plan to take account of new scientific information. The red zone is being expanded to include the eastern districts of Naples and officials reduced the evacuation time from two weeks to 72 hours, recognizing that there may be less of a warning before the eruption.
    Nevertheless, some researchers argue that the plan has ignored important scientific evidence.
    Last year, Mastrolorenzo and Pappalardo [4] and Giuseppe Rolandi [5] of the University of Naples found that even with an intermediate-sized eruption, pyroclastic flows would threaten several municipalities not currently included in the red zone. Mastrolorenzo says that officials should also not wait to evacuate the yellow zone, because fine ash would rapidly fill the air and plunge the area into total darkness. “You have to get people out before it starts,” he says. And the wind does sometimes blow towards Naples, so the authorities cannot rule out heavy ashfall in the city, say both Mastrolorenzo and Rolandi.
    Putting all the evidence together, they and other researchers insist that the emergency plan should correspond to the ‘worst-case scenario’, which means including metropolitan Naples and its 3 million inhabitants.
    That makes sense for planning, says Jonathan Fink, a volcanologist at Portland State University in Oregon. Once the volcano shows signs of unrest, authorities and scientists can re-evaluate. “If there is an error on the high side, there is less lost than would be the case in the opposite situation,” he says.
    In a written response to Nature, the DPC advocates evaluating the eruption risk “on the basis of the present state of the volcano and not simply assuming the largest eruption event that ever occurred in the volcanic history”. Some scientists agree. “You can’t spend [everything] on the absolute worst case. You need to reduce the risk in a rational way,” says Warner Marzocchi at the National Institute for Geophysics and Volcanology (INGV) in Rome. A complete evacuation of Naples’ 3 million residents, he says, “would be impossible to manage”.
    Marzocchi and other researchers are developing modelling tools — based on the probabilities of different scenarios — that could help civil authorities evaluate the evidence during a crisis and choose a course of action.
    Peter Baxter, an expert in emergency planning at the University of Cambridge, UK, specializes in the impacts of volcanic eruptions and used this type of method successfully during the 1997 eruption in Montserrat in the Caribbean to predict which regions would be affected. A complete evacuation of the island was avoided.
    For Vesuvius, Baxter and his colleagues have used geological data and models of eruptive processes to develop an ‘event-tree’ to display the full range of possible eruptions [6]. If sensors on the volcano pick up signs of magmatic unrest, the analysis suggests a 70% probability of an explosive eruption but only a 4% chance of a catastrophic plinian one. The most likely event is a violent but smaller blast, like the one in 1944, with lava flows and moderate ash emissions.
    For now, this kind of probabilistic approach seems the only way forward for volcanologists and disaster planners, as there is no recipe for accurate eruption forecasting on the horizon.
    “It’s an extremely complex problem to solve,” says Augusto Neri of the INGV’s laboratories in Pisa. “We simply do not know how the volcano works.”

    NOTE:
    1. Pappalardo, L. & Mastrolorenzo, G. Earth Planet. Sci. Lett. 296, 133–143 (2010).
    2. Mastrolorenzo, G. et al. Proc. Natl Acad. Sci. USA 103, 4366–4370 (2006).
    3. Scaillet, B., Pichavant, M. & Cioni, R. Nature 455, 216–219 (2008).
    4. Mastrolorenzo, G. & Pappalardo, L. J. Geophys. Res. 115, B12212 (2010).
    5. Rolandi, G. J. Volcanol. Geotherm. Res. 189, 347–362 (2010).
    6. Baxter, P. J. et al. J. Volcanol. Geotherm. Res. 178, 454–473 (2008).

  6. “National Geographic Italia”, 15 giugno 2010, http://www.nationalgeographic.it/scienza/ricerca/2010/06/15/news/come_morirono_davvero_i_pompeiani-43774/

    Come morirono i pompeiani? Bruciati
    Un team di ricercatori italiani rivela che le vittime dell’eruzione, contrariamente a quanto si credeva, non morirono soffocate in seguito a una lunga agonia.

    di Stefania Martorelli

    Chi visita Pompei non può non restarne impressionato: i calchi delle vittime dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. sono l’espressione più umana e la prova tangibile di quell’antica tragedia. Finora si pensava che quei calchi raccontassero l’agonia per soffocamento dei pompeiani. Adesso invece sappiamo che la loro morte fu del tutto diversa: bruciati all’istante.
    Uno studio dei ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano-INGV Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo, e dei biologi dell’Università di Napoli “Federico II” Pierpaolo Petrone e Fabio Guarino, basato su una ricerca interdisciplinare – indagini su depositi vulcanici, struttura della cenere e DNA delle vittime, associate a simulazioni numeriche al computer dell’eruzione – rivela per la prima volta gli effetti della nube vulcanica dell’eruzione del 79 d.C. sugli abitanti di Pompei e degli altri siti dell’area vesuviana.

    La scoperta
    “Contrariamente a quanto fino a oggi ritenuto dai ricercatori, riportato più volte dai mass-media e raccontato da sempre a milioni di turisti in visita ai calchi a Pompei, le vittime non subirono una lunga agonia per soffocamento ma persero la vita all’istante per l’esposizione ad alte temperature, dai 300 ai 600 °C”, spiega Giuseppe Mastrolorenzo, uno degli autori della ricerca. “I nuovi risultati sugli effetti termici e meccanici dell’evento del 79 d.C., rivelano come il rischio connesso a una possibile futura eruzione del Vesuvio potrebbe essere di gran lunga superiore a quanto fino ad oggi ritenuto dai ricercatori e dalla Protezione Civile. Per questo è urgente una drastica modifica dell’attuale Piano di Emergenza”. (Mastrolorenzo fu protagonista di un acceso dibattito in seguito alla pubblicazione del servizio sul rischio Vesuvio pubblicato su National Geographic nel settembre 2007: vai all’articolo e vedi anche il seguito della polemica)

    Una nuova ricerca
    “Abbiamo iniziato studiando i livelli di cenere in vari punti dell’area vesuviana», continua Mastrolorenzo. «E dai profili tracciati abbiamo dedotto dei parametri: l’altezza e la velocità della nube provocata dal collasso della colonna piroclastica, che in questa eruzione raggiunse, come già sapevamo, i 30 chilometri d’altezza. Calcolando velocità e altezza abbiamo potuto definire lo spessore e la densità della nube, e il tempo impiegato a passare su Pompei: poco più di un minuto”.

    Lo studio delle vittime
    “Ci siamo chiesti allora quali effetti avesse prodotto”, continua il vulcanologo, “e siamo giunti alla conclusione che gli effetti meccanici erano stati piuttosto scarsi: si trattava di una nube poco densa. A quel punto abbiamo iniziato a studiare i resti delle vittime”.
    “I calchi dei corpi presentano quello che viene definito cadaveric spasm, una postura assunta solo quando la morte è istantanea. Abbiamo poi analizzato i resti ossei, e anche grazie all’analisi del DNA abbiamo rilevato prove di modifiche causate dall’alta temperatura”, aggiunge Mastrolorenzo.
    “Abbiamo condotto esperimenti in laboratorio su frammenti di ossa, esponendoli a temperature crescenti e osservando le modifiche che si producevano; questi frammenti sono poi stati confrontati con i resti delle vittime di Pompei, e abbiamo capito che quei corpi erano stati esposti a una temperatura di circa 300 °C. A Ercolano si arrivò anche a 600 °C”.
    “Inoltre”, conclude il ricercatore, “neppure il tempo del passaggio della nube – tra 1 e 2 minuti – coincide con una morte per soffocamento, che richiede un tempo più lungo. Quindi, quelle che a lungo sono state ritenute posizioni che riflettevano una lunga agonia, sono invece la prova di una morte istantanea: l’evatissima temperatura”.

    La ricerca, intitolata Lethal Thermal Impact at periphery of Pyroclastic Surges: evidences at Pompeii è pubblicata sulla rivista scientifica PlosOne.

  7. “National Geographic Italia”, 22 ottobre 2010, http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2010/10/22/news/i_rifiuti_sotto_il_vulcano-127715/

    I rifiuti sotto il vulcano
    Discarica di Terzigno, parla il presidente del Parco nazionale del Vesuvio: “Non sarò presidente di un immondezzaio”

    di Michele Gravino

    “Useremo tutti i mezzi a nostra disposizione – naturalmente pacifici e legali – per opporci alla nuova discarica di Terzigno”. Per Ugo Leone, presidente del Parco nazionale del Vesuvio, la decisione di aprire un secondo sversatoio di rifiuti nella cava Vitiello, in pieno territorio del Parco, è stata “una pugnalata alle spalle. Già la prima discarica aveva creato una situazione ‘abominevole’, come l’ha definita la commissione d’indagine dell’Unione Europea“.

    Da cosa nasce la protesta? In fondo le discariche ci sono in tutto il mondo, e il governo assicura che la prossima sarà fatta rispettando criteri di massima sicurezza ambientale.
    Intanto però la discarica di Terzigno è sorvolata da gabbiani giganteschi e la gente di Boscoreale, il paese più vicino, ha passato l’estate chiusa in casa per la puzza. In Campania la raccolta differenziata raggiunge a stento il 20 per cento del totale dei rifiuti. Così, nelle discariche non finisce solo il secco, ma viene sversata la spazzatura “tal quale”, con una percentuale di umido anche del 30 per cento. La putrefazione delle sostanze organiche dà origine a liquami infetti – il cosiddetto percolato – e all’emissione di biogas. E non basta: nell’aprile scorso una delegazione europea è venuta a ispezionare la discarica. Judith Merkies, la deputata olandese che guidava la delegazione, ha frugato a mani nude tra la spazzatura e ha trovato un fusto di rifiuti tossici. Proprio la Merkies ha dichiarato oggi che, in caso di apertura di una seconda discarica l’Italia può scordarsi i 145 milioni di fondi europei stanziati per risolvere l’emergenza Campania.

    Qual è l’impatto dei rifiuti sull’ecosistema del Parco nazionale?
    Il Parco è nato per difendere l’integrità del territorio del Vesuvio e la sua biodiversità, che è fatta anche di prodotti agricoli tipici di queste terre vulcaniche: il vino Lacryma Christi, le quasi 50 varietà di albicocche, il pomodorino ‘del piènnolo’ che proprio un anno fa aveva ottenuto l’Indicazione geografica tipica. È evidente che la presenza di rifiuti può causare degrado del territorio, perdita delle sue particolarità. Ma anche se ciò non avvenisse, basterebbe solo la pessima pubblicità a mettere in crisi l’agricoltura locale.

    Lei era stato presidente del Parco già negli anni Novanta. Com’è cambiata in questi anni la situazione ambientale della zona?
    Il Parco aveva ottenuto risultati molto positivi. Avevamo fermato l’abusivismo edilizio che ha devastato l’area vesuviana negli ultimi decenni. Si cominciavano a bonificare le discariche abusive. Paradossalmente, il Parco non è mai stato tanto amato dalla popolazione come adesso. Prima qualcuno lo vedeva come un impiccio, adesso appare come l’unica difesa contro il degrado.

    E però il problema rifiuti in Campania esiste. Lei è stato a lungo docente di Politica dell’ambiente: quale può essere la soluzione?
    L’unica è il provincialismo solidale. In Campania c’è una provincia piccola e sovrappopolata, quella di Napoli, dove obiettivamente non c’è spazio per altre discariche. Io invoco la solidarietà delle province più vaste e meno popolose perché si offrano di accogliere i rifiuti napoletani, almeno per i due anni necessari a innescare il circolo virtuoso della raccolta differenziata e dei termovalorizzatori. Naturalmente queste province andrebbero incoraggiate: potrebbe andare a loro almeno parte dei fondi che il governo ha promesso ai comuni vesuviani per compensarli del disagio della nuova discarica.

    Cosa farà il Parco per opporsi alle decisioni del governo?
    Intanto abbiamo rinnovato un ricorso al TAR che avevamo già presentato contro l’apertura della prima discarica. I giudici si erano dichiarati incompetenti perché si trattava di un provvedimento dell’amministrazione provinciale. Ora però il governo ha avocato a sé la gestione dei rifiuti, quindi il tribunale torna competente. Naturalmente esploreremo anche ricorsi in sede europea. Altrimenti sono pronto a dimettermi. Non voglio diventare il presidente di un immondezzaio.

  8. Gracias de corazon, mi querido amigo!

    Ho estrapolato la pagina del NG dal post che hai segnalato. Eccola:

    Il tuo contributo sul numero di giugno (?) 2008 del “National Geographic” fa riferimento ad un articolo dedicato ai rifiuti campani che penso sia questo di Conchita Sannino:

    ——-

    “National Geographic Italia”, 1 aprile 2008, http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2008/04/01/news/rifiuti_d_oro-8820/index.html

    Rifiuti d’oro
    L’Italia è “maglia nera” Ue per raccolta e riciclaggio. Ma c’è chi guarda al futuro

    di Conchita Sannino

    Fuori, silenzio e nessun cattivo odore. Neanche il colore dell’immondizia. Ma dentro lo stabilimento un maxi nastro corre a 180 metri al minuto. E trasporta i nostri scarti. È la stessa spazzatura generalista e indifferenziata che nel Sud e nel Centro Italia finisce prevalentemente in discarica, al Nord negli inceneritori.
    E che in Campania dilaga letteralmente, assediando ancora interi paesi. In questo versante di Nord, invece – avamposto mediamente virtuoso del Triveneto, precisamente San Giorgio Nogaro (Ud), nel cuore dell’azienda Ideal Service – viene trattata come risorsa. Anzi, di più. Separata a valle, controcorrente. Come mettere un mega filtro alla bocca della discarica. Per non rinunciare all’obiettivo del futuro: rifiuti zero.
    Vista da qui, non è zavorra, ammasso di merce avariata. Sembra persino leggera. Eppure pesa. E frutta milioni di euro. Conviene a chi la raccoglie, a chi sa estirparne le materie prime, a chi la rivende. Magari, piazzando all’asta le bottigliette di acqua minerale al prezzo record di 350 euro a tonnellata, come è avvenuto di recente, attraverso la vendita all’incanto al consorzio Conai.
    Eccola, la risorsa che il Belpaese continua a ignorare (o quasi). Rifiuti. Alle soglie del 2008 l’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (Apat) avverte che l’Italia economicamente depressa e stabilmente sprecona ne produce 33 milioni di tonnellate l’anno. Sempre in aumento sugli anni precedenti. La gran parte continua a finire in sversatoi, mentre – tranne ristrette eccezioni – la media del paese è ancora molto lontana dall’obiettivo posto per legge nel 2007: il 40 per cento di riciclaggio.
    Tuttavia, l’altro volto di un’Italia sostenibile esiste. Torniamo a quello stabilimento del Nord-Est. Dove c’è un laser a controllare il mega tapis roulant dei rifiuti. L’intelligenza elettronica coglie la presenza di carta, plastica o lattine nel fiume di rifiuti che procede alla velocità di tre metri al secondo. E a ogni rilevazione scattano i lanci: a ripetizione, uno dietro l’altro. I beccucci colorati sparano aria compressa nel punto preciso memorizzato dalla lettura ottica: così parte la bottiglietta verso il nastro della plastica, il giornaletto schizza via nel tunnel della carta; un altro sibilo e il tetrapack vola su un altro piano, tra i suoi simili.
    È il posto in cui, letteralmente, i rifiuti danzano. In tutti i sensi. Non a caso questa azienda leader in Italia sta sbarcando in Cina. In due lustri il suo fatturato è passato dagli 800 milioni di vecchie lire ai 50 milioni di euro di oggi. «Abbiamo contatti importanti con Pechino, Shanghai, Hong Kong», spiega Mirko Bottolo, responsabile del settore riciclo plastica della Ideal Service. «Abbiamo adottato una tecnologia norvegese. Nelle aree meno strutturate socialmente, dove è difficile formare milioni di persone alla raccolta differenziata più rigorosa, dove le case sono sempre più piccole e il tempo sempre più ridotto, l’idea della differenziata a valle può diventare una svolta. O diminuire ulteriormente la quantità di immondizia diretta agli inceneritori. E costa meno che organizzarla a monte».
    La strada del futuro, o solo il male minore? La scommessa potrebbe integrare e rafforzare decenni di politica ambientalista che da noi fatica a radicarsi nelle case. Al punto che l’Italia è “maglia nera” nell’Unione Europea per il suo sventurato rapporto con l’universo rifiuti. Siamo il paese che conta il maggior numero di infrazioni aperte dalla commissione Ue a carico del governo: sia per numero di violazioni in materia di smaltimento e trattamento dell’immondizia, sia per i casi di discariche abusive. Si stima che siano addirittura 4.500 secondo una denuncia consegnata al commissario Ue all’Ambiente Stavros Dimas. Un degrado che colpisce omogeneamente il paese. Dalla virtuosa Lombardia al Lazio.
    E tuttavia crescono le “isole” in cui vincono tecnologia, investimenti, buone prassi. E naturalmente business. Soprattutto privato. Lo dimostrano i volumi di affari di altre esperienze italiane. Pochi, ma esistono. Il consorzio Priula, che gestisce i rifiuti di 23 comuni del Trevigiano, una delle percentuali di raccolta differenziata tra le più alte d’Italia, un sistema capillare porta a porta per oltre 100 mila utenze, un vantaggioso rapporto tra costi sostenuti e servizi erogati. L’esito finale è la materia secca che esce di lì: giallo, rosso, verde, blu, materie prime a tinte accese. Li vedi e sembrano enormi puzzle sbriciolati. Come se l’immondizia riciclata si riprendesse il suo colore, oltre a un pezzo di ambito mercato.
    Oppure: discarica tattica di Sant’Urbano, sempre nel padovano. Gestita dalla holding Green di Milano, ingoia 600 tonnellate al giorno che a sera sono già letteralmente “invisibili”, coperte con terreno, teloni. Come fanno? Gianluca Brevigliero, della Gea srl, sorride e indica la grande distesa di campagna che sembra naturale. «Facile. Rispettiamo la legge. È previsto che a ogni deposito, ogni giorno, si debba schiacciare, comprimere e coprire con terreno questi rifiuti. E noi lo facciamo. Qui abbiamo già sepolto due milioni di tonnellate e abbiamo spazio per un altro milione». Racconta uno dei dipendenti: «Non abbiamo mai sentito il peso di lavorare con i rifiuti, e per fortuna nessuno si è mai ammalato. La sensazione è di dare un contributo a un’idea di sviluppo compatibile». Intorno, distese verdi visitate da decine di scolaresche a settimana.
    Un’altra realtà cui si guarda come a un modello è il polo integrato di Fusina, con un sistema di trasporti su chiatta, nel cuore industriale di Marghera. Oltre a un’efficace separazione tra le materie prime, a Fusina c’è un impianto di compostaggio, un termovalorizzatore che brucia il “tal quale”, mentre le balle da combustibile alimentano un inceneritore dell’Enel. Che “paga” l’elettricità agli abitanti della zona.
    Risorse, certo. Anche se l’unica strada davvero sicura resta quella della differenziata lanciata alla massima potenza. «L’obiettivo rifiuti zero è possibile. L’inceneritore non può essere il futuro. Chi dice il contrario finanzia il cancro», continua a tuonare Beppe Grillo, comico, fustigatore e leader («Ma non sono il leader di niente», sbotta lui) del popolo del riciclaggio salva-salute. A febbraio c’erano 10 mila persone a Napoli ad ascoltarlo. Lui sciorina gli esempi di “quello che non funziona”: «Boiate pazzesche ci fanno bere. Sapete perché si parla tanto del termovalorizzatore di Brescia? Sapete chi lo ha premiato? La stessa società che ha partecipato alla sua realizzazione. Ma questo i cittadini non lo sanno: tenuti in coma farmacologico dai media che dicono mezze verità, facendo due volte danno». Grillo infierisce anche sul consumo irresponsabile: «In discarica all’80 per cento ci vanno i pannolini usa-e-getta dei bimbi, i tampax o gli assorbenti delle donne. Sapete che a Reggio Emilia un imprenditore si è inventato il pannolino riutilizzabile: c’è solo un pezzo di carta di mais che si butta via con la cacca, il resto si lava in lavatrice; e per le donne c’è un minicontenitore che si sterilizza. Non è solo una misura-antirifiuti, è anche economicamente vantaggioso. I conti li conosco, sono padre di sei figli».
    Riciclare conviene, anche se può non piacere alle multinazionali degli inceneritori. Lo sanno le regioni del Nord che la relazione dell’Apat premia come campioni della differenziata: Trentino (50 per cento di raccolta per materiali), Veneto (48,7), Lombardia (43,6), Piemonte (40,8). Qualche virtuosa città però si è sentita dire: “Se riciclate tutto, cosa mandiamo nell’inceneritore?”. Anche la Sardegna nell’ultimo anno ha compiuto un recupero forte: risalendo di 10 punti nella battaglia della separazione degli scarti. Cifre cui fanno da contraltare le posizioni di Messina, Catania e Taranto, fanalini di coda italiani rispettivamente con l’1,9, il 6,3 e il 6,6 per cento. Perché i “giacimenti” di immondizia italiani hanno ancora molto da svelare a generazioni di ceti dirigenti, di imprenditori, di cittadini.
    A rimarcare il gap italiano è Pia Bucella, dirigente del settore Ambiente dell’Esecutivo della Commissione Europea. «Purtroppo i dati parlano da soli», spiega dal suo ufficio di Bruxelles. «Su 130 procedure di infrazione aperte in tutti i paesi membri Ue, 15 riguardano l’Italia, che conta il maggior numero di istruttorie negative. Non abbiamo poteri di polizia né ispettivi. Come Commissione ci muoviamo sulla scorta delle denunce dei cittadini e delle osservazioni delle Ong. Abbiamo osservazioni in corso sul Lazio, sulla Calabria. Oggi la situazione più grave è quella della Campania. Dove auspichiamo che la svolta sia definitiva e che l’intervento del commissario Gianni De Gennaro sappia costruire una compattezza istituzionale e un patto di fiducia con i cittadini che sembra davvero compromesso».
    Una crisi lunga 14 anni e otto miliardi complessivi di euro segnano la storia dei rifuti in Campania, la piaga per eccellenza. E non è ancora finita: gli occhi del mondo restano puntati sul trash che ha soffocato interi territori, lambendo monumenti celebri nel mondo, dagli scavi di Ercolano alla Reggia di Caserta. Fino allo stesso Vesuvio. La Commissione Europea comunicherà solo nei prossimi mesi se portare fino alle estreme conseguenze il dossier sul caso Campania: si rischia una multa che va dai 22 mila ai 700 mila euro al giorno. Per il commissario De Gennaro, l’ex capo della polizia, è una missione quasi impossibile. «Misuro il tempo in rifiuti. Un minuto, cinque tonnellate», sono state le sue prime parole a Napoli. La sfida si gioca sullo smaltimento delle 7.200 tonnellate, produzione giornaliera, a cui si aggiungono le oltre 250 mila tonnellate di arretrato che infestano soprattutto periferie e hinterland tra Napoli e Caserta, dai giorni dell’amaro Natale partenopeo. Tutto in una regione in cui le discariche sono sature, gli impianti di Cdr intasati, e non è attivo un solo termovalorizzatore, mentre la longa manus della camorra ha già lucrato miliardi nell’affare dei trasporti, degli espropri, della gestione di consorzi.
    Una crisi che modifica la vita, cancella pure i colori dell’equinozio. Sono immagini che resteranno scritte “tra i giorni più bui di Napoli”, per restare alle dolorose parole del presidente Giorgio Napolitano.
    Tempo di caccia alle responsabilità. E aspra condanna, come quella dello scrittore Erri De Luca, che sentenzia: «La tragedia dei rifiuti è figlia di una classe dirigente che è la peggiore che abbia mai avuto questa comunità da quando esiste l’antica città di Neapolis». C’è anche chi torna, come Raffaele La Capria, su una piaga endemica: l’autolesionismo vesuviano. “Cari napoletani e campani”, scrive l’autore in una lettera aperta, “come si spiega che abbiate assistito senza batter ciglio e con estrema indifferenza, quasi si trattasse di una nemica da distruggere, a tutti gli scempi che negli anni hanno devastato la nostra terra, fino a renderla irriconoscibile?”. Persino la sulfurea penna di Mina ha tuonato contro l’inerzia di una classe politica: “Ripulite la città, caricate quelle navi di immondizia. Solo dopo faremo i ragionamenti colti sul differenziato riciclabile”.
    Campania ferita a morte. Un dato inoppugnabile se De Gennaro ha annunciato, con un dietrofront coraggioso, di aver rinunciato all’idea di riaprire vecchie discariche dopo avere verificato le “gravi condizioni” ambientali in cui versano, data l’assenza di bonifiche pur promesse e finanziate. «La gente aveva ragione», riconosce. Ma il Piano De Gennaro continua a suscitare guerriglie per la decisione di allestire le discariche provinciali, previste da oltre un anno nella legge dello Stato: una a Savignano, in Irpinia; l’altra a Sant’Arcangelo Trimonte, nel beneventano. Così l’ex capo della polizia che ha stanato la mafia dei Riina e Provenzano rischia l’accerchiamento di una coltre inarginabile di immondizia. Periodicamente gira la “voce” di un De Gennaro sul punto di gettare la spugna. Ma lui ribadisce: «Non mollerò».
    Oltre i devastanti danni che minacciano anche il turismo, è un tema che incrocia fatalmente la campagna elettorale. A cominciare dalla controversa vicenda del Cip 6, l’incentivo ripristinato dal governo Prodi per gli imprenditori che si aggiudicano i completamenti dei termovalorizzatori in corso d’opera in Italia. Un ritorno che non piace al governo europeo, né ai grillini, ai Verdi, alla sinistra radicale. Il ministro dell’Ambiente uscente, Alfonso Pecoraro Scanio, non si sottrae alle critiche. E replica: «Ci si accusa di avere bloccato il termovalorizzatore di Acerra. Ma continuo a pensare che esistano tecnologie e sistemi più avanzati. Il vero scandalo è stato l’atteggiamento di tanti sindaci che non hanno mai davvero lanciato la raccolta differenziata, procurando il disastro di oggi. Quando divenni ministro insediai una commissione che stese un piano eccellente per l’organizzazione del riciclaggio. Disatteso completamente: da Napoli a Salerno».
    Dopo 14 anni di crisi campana e 15 procedure europee per infrazioni, l’Italia non ha ancora affrontato la sfida: ripensare “culturalmente” la zavorra come risorsa. Soprattutto: educare un paese a fare i conti con i rifiuti, e attraverso essi, ripensare il sistema dei consumi, le abitudini quotidiane dello spreco comune. «Il disastro Campania può anche diventare un monito», sottolinea Pia Bucella dell’Esecutivo europeo. Non è un caso che Mirella Barracco, una della attiviste di quello che fu definito il Rinascimento napoletano, abbia aperto una mobilitazione unica in Campania dal titolo significativo: “La scuola adotta la città”, per “plasmare un nuovo modus vivendi e convincere migliaia di bambini già in tenera età a ‘giocare’ con i rifiuti da distinguere”. Come accade in America da decenni; come prescrivono le regole non discutibili di Inghilterra e paesi del Nord Europa; come avviene nel nostro Triveneto, per il quale dividere gli scarti non è più una fatica, ma un dovere civico.
    Differenziare, differenziare. Nelle case, a monte. Oppure a valle, alla foce della discarica come fanno quei tapis roulant, con il laser che pesca bottigliette, negli impianti del Friuli. In quei cumuli è sotterrata anche un’idea di sviluppo e convivenza sostenibile. Persino dalla travagliata Napoli c’è una storiella che fa ben sperare, se solo si elevasse ad esempio: Greenpeace ha “formato” un intero condominio di un quartiere per un esperimento. Dotate di cassonetti ad hoc e di raccolta porta a porta, 50 famiglie hanno raggiunto in meno di 7 giorni il 70 per cento di raccolta differenziata. Testimonial il comico Lello Arena, che ha dispensato a ripetizione slogan come questo: “Non ci facciamo togliere anche questa ricchezza. Chi ha detto che la schifezza è monnezza?”. Prosaico, magari. Ma rischia di diventare ironico epitaffio al Belpaese naufragato nella propria inutile merce
    .

    ———-

    [PS: un abbraccio da Nissa, G&V]

  9. Poco fa in alto sulla colonna di destra dell’home-page di Repubblica.it è apparso un titolo inquietante: “L’ultima sorpresa del Vesuvio: si è sollevato. Recenti studi confermano l’intensa attività del vulcano campano, che risulta essersi alzato di 80 metri in 20mila anni. E rimane il rischio eruzioni“.
    Ho cliccato e letto l’articolo. Alla fine mi sono domandato: e la notizia qual è?

    “La Repubblica”, 24 novembre 2011, http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/24/news/vesuvio_si_abbassa-25471600/?ref=HRERO-1

    VESUVIO, VULCANO TURBOLENTO. SORPRESA: SI E’ SOLLEVATO
    Il Vesuvio si è innalzato di 80 metri negli ultimi ventimila anni. La scoperta migliorerà la comprensione degli eventi passati (e futuri) del vulcano

    di Jacopo Pasotti

    Così vicino, così temuto, e così attentamente sorvegliato da offrire nuove sorprese ai vulcanologi che lo studiano. Ecco come si presenta oggi il Vesuvio. Ora, grazie allo studio di antichi sedimenti marini e vulcanici estratti nei pressi del sito archeologico di Ercolano, i ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano di Napoli hanno capito che il vulcano si è alzato di 80 metri negli ultimi 20.000 anni, un sollevamento pari a circa 4 millimetri all’anno, che apre una nuova prospettiva sulla storia del monte. Gli esperti dell’istituto partenopeo hanno ricostruito le vicissitudini geologiche del monte grazie all’esame di alcune perforazioni nel terreno, e spiegano il perché di questo innalzamento, un fenomeno in controtendenza rispetto alla piana campana che si sta, invece, lentamente abbassando. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Volcanology and Geothermal Research.
    Il geofisico Aldo Marturano e i colleghi dell’Osservatorio Vesuviano (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), della Università Federico II di Napoli e della Sopraintendenza archeologica di Pompei avevano recentemente trovato evidenze di un sollevamento del monte osservando alcune perforazioni presso gli scavi di Pompei. Secondo loro questi mostravano come negli ultimi 10-12000 anni il terreno si era sollevato di circa 30 metri. Lo stesso era accaduto presso la foce del fiume Sarno, dove il sollevamento era stato di ben 75 metri. Fino a qui però poteva trattarsi di fenomeni locali, intermittenti, anche perché i geologi concordano da sempre sul fatto che l’intera piana campana è in generale abbassamento, e non in sollevamento.
    “Non ci convinceva la visione classica che prevedeva per il Somma-Vesuvio solo piccole deformazioni prima dei grandi eventi eruttivi”, spiega però Marturano. Possibile allora che l’immenso vulcano si fosse deformato con continuità nel tempo? Per verificare questa ipotesi i vulcanologi campani hanno deciso di dare uno sguardo anche ai depositi che circondano il sito archeologico di Ercolano, e hanno quindi esaminato con attenzione i sedimenti estratti da una perforazione nel terreno.
    La colonna di terreno studiata mostra un alternarsi di periodi “turbolenti” (pomici, tufi, e altri depositi eruttivi) e di periodi di quiete (sedimentazioni marine e costiere). Da qui i ricercatori hanno ricostruito gli ambienti che si sono susseguiti ai piedi del monte. La presenza di fossili e microfossili indicativi di particolari ambienti costieri, uniti ad analisi petrografiche e chimiche sui depositi vulcanici, sono stati ricomposti come parti di un puzzle dagli esperti dell’Osservatorio. Il quadro che hanno ottenuto mostra, appunto, un innalzamento dell’intero vulcano avvenuto nell’arco di ventimila anni. Un quadro, questo, che cambia le attuali conoscenze sul monte.
    “Ventimila anni fa il Monte Somma era di 80 metri più in basso rispetto alla posizione attuale”, spiega Marturano. In diecimila anni l’edificio si è sollevato di 4 millimetri all’anno, si è insomma espanso come una sorta di bolla che andava formandosi nella crosta terrestre. Il fenomeno è dovuto alla pressione dei gas e dei magmi che si vanno accumulando intorno a 20 chilometri di profondità sotto l’imponente montagna, dice il geofisico.
    Il processo continua fino al momento in cui la pressione riesce a sfogarsi verso l’esterno generando le spaventose eruzioni per cui il Vesuvio è famoso. A partire da circa 10.000 anni fa il fenomeno è infatti cessato, e il Somma non cresce più. Una evidenza, questa, di una raggiunta quiete geologica? Tutt’altro: “Il sollevamento si è stabilizzato per il raggiungimento di un equilibrio precario – spiega Marturano – interrotto dalle eruzioni che, a loro volta, garantiscono la conservazione di questo equilibrio”.
    Il Vesuvio è quiescente dal 1944. In quell’anno avvenne una eruzione esplosiva medio-piccola che ha chiuso l’ultimo ciclo iniziato nel 1631 con un’eruzione sub-pliniana, che privò il panorama del caratteristico pennacchio. Il Monte Somma-Vesuvio, conclude il geofisico napoletano rimane comunque “un vulcano attivissimo, il suo destino è di eruttare ancora”. Quando e come, però, non si sa
    .

    (curioso che il titolo dell’articolo dica che il vulcano si è sollevato, mentre l’url che si è abbassato)

  10. Non si tratta di “allarmismo”, ma potrebbe diventarlo.

    «Repubblica.it», 30 maggio 2012, http://www.repubblica.it/cronaca/2012/05/30/news/sismologi_durata-36195602/

    L’allarme dei sismologi: “Potrebbe durare anni”
    La roccia dell’Appennino preme contro la Pianura Padana: così nasce l’ondata di scosse. Gli esperti: “Mappe inadeguate, servono più studi. Lo sciame durerà a lungo”
    di Elena Dusi

    ROMA – Sopra è una pianura soffice, riempita dai sedimenti del Po e levigata dal passaggio millenario del fiume. Ma basta andare una manciata di chilometri in profondità per trovare una delle strutture geologiche più aggrovigliate che la Terra conosca. Un domino di faglie che si dividono e si ricongiungono. Un incastro di frammenti di roccia dura che si accavallano e cambiano continuamente pendenza. Siamo su un “fronte di guerra”, a sud del quale preme la grande zolla dell’Africa, con l’Europa che a nord oppone tutta la sua resistenza. In mezzo, stretta come in una tenaglia, c’è la Pianura Padana. Tanto placida sopra, quanto tormentata sotto.
    La pressione dell’Africa sull’Europa è diretta verso nord-nordest e fa corrugare la roccia degli Appennini contro la Pianura Padana, come quando spingiamo un tappeto verso una parete. “La linea di faglia corre tra est e ovest in maniera irregolare, suddivisa in tanti pezzetti e pezzettini” – spiega Gianluca Valensise, dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). “Come in un domino, la rottura di un frammento può innescare una tensione nel frammento che si trova accanto. Sarà sufficiente questa tensione a scatenare un’altra scossa, e quando? Questo non lo sappiamo mai in anticipo. Quel che possiamo dire è che un fenomeno sismico su una faglia a volte innesca sulla faglia vicina un conto alla rovescia che può durare giorni, anni, magari millenni. Prima o poi però l’orologio arriva all’ora zero”.
    L’ora zero per la Pianura Padana è scattata già due volte – il 20 e il 29 maggio – con due serie di scosse che hanno ripetutamente superato la magnitudo 5. E che un altro orologio si sia messo a ticchettare per effetto del sisma di ieri non è affatto escluso. Anzi. “Ci sono varie ragioni per dire che quella zona della Pianura era e resta attiva” spiega Carlo Doglioni, sismologo dell’università La Sapienza di Roma. “Oltre alle conoscenze del sottosuolo che abbiamo grazie ai profili sismici, dove è possibile riconoscere le principali faglie, con il Gps è possibile seguire lo spostamento del terreno sia a nord che a sud della linea di faglia. Da tempo ci eravamo accorti che tra Bologna e Padova gli spostamenti avvenivano in alcune zone a un ritmo più lento e in altre a un ritmo più rapido. Segno che delle tensioni si stavano accumulando. Questa discrepanza è stata registrata nelle zone che effettivamente sono state colpite dal sisma. E nelle Alpi venete qualcosa di simile è stato osservato lungo altre faglie”.
    Se l’estremità orientale del “fronte di guerra” ora inquieta i geologi, quella occidentale non li lascia tranquilli. “Il grande terremoto di Ferrara del 1570 ha scaricato buona parte dell’energia accumulata nel sottosuolo” spiega Valensise. “E sappiamo che ci vuole circa un millennio perché la tensione si ricarichi. Anche se allora lo sciame durò alcuni anni e non è escluso che accada altrettanto oggi, non ci aspettiamo altri episodi di particolare violenza. Nell’estremità ovest della faglia invece non abbiamo registrato grandi terremoti in tempi recenti. L’energia da quel lato è probabilmente ancora intatta. E tra il 20 e il 29 maggio gli epicentri hanno effettivamente camminato verso ovest”.
    Una zona corrugata e tormentata, che non lascerà riposare i sismografi ancora per un po’. Ma la Pianura Padana, secondo i geologi, non ha le potenzialità per un terremoto di magnitudo ancora più alte, e resta escluso il collegamento con il contemporaneo sciame del Pollino. “Nelle mappe del rischio sismico – spiega Alberto Marcellini, dirigente di ricerca al Cnr e professore di sismologia alla Statale di Milano – quest’area è classificata come “medio-bassa”. Probabilmente il dato è sottostimato e dovrà essere aggiornato. Ma a differenza di altre zone dell’Italia, nella Pianura Padana i terremoti molto violenti sono estremamente improbabili”.
    Anche se le mappe del rischio sismico questa volta non hanno colto la pericolosità della regione padana, le analisi geologiche che hanno cercato di sbrogliare la matasse delle faglie e degli anticlinali non sono mancate in passato. Sottosuoli così complessi infatti possono nascondere idrocarburi fra le pieghe degli anticlinali, e dalla fine della seconda guerra mondiale l’Eni lavorò molto per “fare l’ecografia” alla pancia della Pianura. Il risultato sono mappe del sottosuolo utili ancora oggi, ottenute con il sistema della “sismica a riflessione”: una carica esplosiva fatta brillare mentre una rete di sismografi registrano come l’energia rimbalza dalle profondità.
    I geologi insomma sanno bene che l’alveo del Po è un cliente difficile. “Già il 20 maggio avevamo avvertito della possibilità di scosse altrettanto violente”, spiega Alessandro Amato, dirigente di ricerca dell’Ingv. “I sismi allora erano localizzati su un asse lungo quasi 40 chilometri: davvero troppo per una magnitudo 5,9. Era il segno che altre faglie erano state probabilmente attivate da quella prima ondata di scosse. Un simile andamento a domino si era registrato in Umbria e nelle Marche nel 1997. Anche il terremoto di Ferrara del 1570 è stato seguito da altri due sismi importanti nel 1572 e nel 1574. Paradossalmente, è molto più facile studiare i cicli sismici di una faglia matura e omogenea come quella di San Andreas che non di quella appenninica“. Mezzo millennio fa lo sciame sismico durò effettivamente diversi anni, anche per colpa dell’andamento complesso del sottosuolo della zona. “Molti ricercatori hanno snobbato la Pianura Padana considerandola più noiosa di un paesaggio dolomitico” spiega Valensise. “Ora invece ci siamo accorti che abbiamo bisogno di una nuova stagione di studi
    .

  11. Le-Scienze_n-552_agosto-2014_COPERTINA Il numero in edicola di “Le Scienze” (agosto 2014) ha la copertina dedicata al “Rischio Vesuvio” e, al suo interno, un articolo di Silvia Bencivelli intitolato “Vesuvio, la nuova zona rossa”, oltre all’editoriale di Marco Cattaneo “Occhio al Vesuvio” (disponibile qui o in basso).
    Non abbiamo letto la rivista, se non il suo indice e, appunto, l’editoriale, pertanto non possiamo esprimerci sull’articolo dedicato al nostro vulcano. Il testo di Cattaneo, dal canto suo, è giusto una presentazione e non svela nulla di nuovo, anzi rivela qualche falla: non è vero che c’è un nuovo piano di emergenza (sono stati cambiati i confini della zona rossa e rinnovati i gemellaggi, ma non si è ripensato o definito altro) e, soprattutto, non ci sono i piani di evacuazione dai singoli comuni. Viene detto che in tre giorni dovranno essere evacuate 700mila persone (altro dato incerto: il numero di potenziali sfollati non lo si conosce), ma il punto fondamentale è che non sappiamo con quali mezzi, per quali vie e con quali modalità si dovrà lasciare l’area di maggior pericolo. E infine, questione di non poco conto, l’allarme verrà lanciato con un tweet?
    – – –
    “Le Scienze”, n. 552, 4 agosto 2014, QUI

    OCCHIO AL VESUVIO
    di Marco Cattaneo

    L’ultimo, in ordine di tempo, è stato nel dicembre 2013. Pochi mesi prima, in settembre, era toccato a un vulcanologo giapponese. E nel 2011 Katherine Barnes su «Nature» lo aveva addirittura definito «la bomba a orologeria d’Europa».
    Periodicamente, insomma, gli organi di stampa rilanciano il grido d’allarme degli esperti sul pericolo che il Vesuvio si risvegli improvvisamente con un’eruzione esplosiva devastante. Non a caso le chiamano eruzioni pliniane. E regolarmente l’allarme è accompagnato dalla granitica certezza che non siamo preparati a far fronte a un simile evento. Ora, vero è che dal dopoguerra, subito dopo l’ultimo avviso del vulcano che sovrasta Napoli, il capoluogo campano e i Comuni vesuviani sono stati protagonisti e complici di uno scempio urbanistico senza precedenti. Ma se dobbiamo stendere una lista delle colpe, gravi e irreparabili, di questi settant’anni si rischia di compilare un elenco telefonico tanto lungo quanto inutile.
    Piuttosto, è vero che siamo così impreparati? No. O almeno, forse no. In verità il Vesuvio è uno dei vulcani più monitorati del mondo, insieme al Mauna Kea e al monte Fuji, di un cui risveglio le cronache hanno parlato di recente, sia pure risparmiandosi l’enfasi vesuviana. In più oggi, a differenza dei terremoti, le eruzioni vulcaniche sono prevedibili, almeno entro certi margini temporali, sebbene non sia possibile quantificarne l’entità. Se il Vesuvio dovesse rientrare in attività, dunque, avremmo il tempo di intervenire, evitando un’ecatombe. Sì, ma i piani di emergenza? Ci sono. Come racconta Silvia Bencivelli nel servizio di copertina di questo numero, sono stati messi a punto con il contributo e la collaborazione dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, della Regione Campania e dei Comuni interessati.
    E il 14 febbraio scorso Enrico Letta, allora presidente del Consiglio, ha firmato il nuovo Piano nazionale di emergenza per il Vesuvio, che ha rivisto i confini delle aree da evacuare in caso si ravvisino i segnali di un’eruzione imminente. Si tratta di circa 700.000 persone, che risiedono in 25 Comuni delle province di Napoli e Salerno, da trasferire nell’arco di tre giorni.
    Ma, si sa, un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce. Così, a parte le polemiche per un ospedale progettato nell’area della nuova zona rossa, alle mappe elaborate non è stata poi data tutta questa visibilità, sui mezzi di comunicazione. E invece l’avrebbe meritata. Un po’ per chiarire che gli strumenti ci sono. Un po’ per spronare le amministrazioni locali a comunicare il rischio, a informare la popolazione, a fare prove di evacuazione. Insomma, a mettere in atto tutte le misure possibili perché quel piano non resti un pezzo di carta. Anzi, per dirla tutta io la mappa della zona rossa la appenderei in tutte le classi delle scuole di ogni ordine e grado, come si diceva una volta. Perché prima o poi un’eruzione del Vesuvio ci sarà, ma noi possiamo almeno fare in modo che non ci siano vittime. E se invece dovessero essercene nessuno deve poter scaricare responsabilità su altri dicendo che non era stato adeguatamente informato. Quando invece, forse, era solo distratto. Indifferente e distratto
    .

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...