Tra New Orleans e Nea Polis

Tra alieni e vampiri, serial killer e scrittori nichilisti, professori di chimica e detective problematici, nerd geniali e pubblicitari rampanti raccontati dalle serie-tv americane (in questo sono onnivoro e trovo estremamente interessante i linguaggi visivi e narrativi che questo genere sta sviluppando) c’è una storia che viaggia ad un ritmo molto diverso dal consueto e senza alcuna trama particolarmente avvincente o dominante. Si tratta di “Treme“, che non ho timore a definire “capolavoro”. E’ una serie-tv ancora inedita in Italia e narra la vita di un quartiere di New Orleans alcuni mesi dopo l’uragano Katrina dell’agosto 2005. La sceneggiatura, i dialoghi, la recitazione, le ambientazioni, la fotografia, l’esplorazione di temi sociali e politici, la considerazione antropologica della cultura, l’importanza identitaria della musica, del suono… tutto gira in maniera perfettamente accordata, con delicatezza e decisione.
Se volete saperne di più, rimando alle approfondite recensioni di Serialmente.

Nelle ultime settimane sono tornato su “Treme” per un paio di ragioni: innanzitutto perché sulla HBO è in onda la seconda stagione (ambientata 14 mesi dopo l’inondazione, mentre la prima stagione si svolgeva 3 mesi dopo Katrina) e in secondo luogo perché sto studiando quel disastro come caso di catastrofe “natural-sociale”.
Per due secoli e mezzo siamo stati abituati a distinguere tra disastri di origine naturale (imprevedibili e indiscriminati) e disastri riconducibili a responsabilità umane (talvolta spaventose come la Shoah e i bombardamenti nucleari in Giappone). Se il devastante terremoto di Lisbona del 1755 sconvolse uomini come Rousseau, Voltaire e Kant perché si accorsero con drammatica evidenza che Dio non era responsabile dell’entità della sciagura portoghese (fino ad allora si era parlato di “castighi divini”), oggi, dopo 250 anni, le due categorie di catastrofe naturale e catastrofe sociale sono tornate ad avvicinarsi, anzi a fondersi l’una nell’altra: le conseguenze delle azioni umane sono ormai altrettanto imprevedibili e indiscriminate quanto quelle naturali (e questo ci scombussola profondamente, tant’è vero che ogni volta ci ripetiamo che “poteva essere evitato”). Ad esplicitare questa (nuova) condizione nella maniera più eclatante e dolorosa è stata proprio la devastazione di New Orleans di sei anni fa.
Si tratta di una lettura che sto approfondendo, ma che trovo già molto utile e stimolante perché per certi versi ricalca e rafforza la mia interpretazione del rischio in area vesuviana: la distinzione tra pericoli vulcanico ed ecologico ha forse un senso per gli accademici, ma localmente ne ha molto meno perché si vive indistintamente una più complessa e complessiva “condizione di rischio”. Come ho accennato in un post precedente, rischio ecologico e rischio vulcanico si alimentano e condizionano vicendevolmente; anzi direi addirittura che l’uno è funzionale all’altro.
Bene, tornerò spesso su questo tema, ma ora il focus di queste righe è un altro.
Ho continuato a pensare alle scempiaggini pronunciate da Oscar Giannino qualche giorno fa, a cui ho dedicato il post precedente. Ebbene, immaginate che succeda realmente quel che ha detto, immaginate l’area napoletana e noi tutti tre mesi dopo l’eruzione del nostro vulcano (senza tralasciare che ne abbiamo altri due “col colpo in canna“, come ha ricordato l’indimenticabile Guido Bertolaso: i Campi Flegrei e l’Epomeo). Immaginate cosa dire a personaggi simili e/o ai politici locali e nazionali degli ultimi cinquant’anni (specificherei “politici capital-leghisti”, ma mi tengo sul generale). Ecco, io userei le parole che pronuncia il professor Creighton Bernette (interpretato dal grande John Goodman) ad un impertinente giornalista inglese nella prima puntata della prima stagione di “Treme”:

Giornalista: Sta dicendo che è stato un disastro naturale puro e semplice?

Creighton Bernette: Un disastro naturale? Quello che ha colpito la costa del golfo del Mississippi era un disastro naturale? Un uragano, puro e semplice? L’allagamento di New Orleans è stata una catastrofe causata dall’uomo! Un casino federale di proporzioni epiche e realizzato in decine di anni! Le dighe non sono state fatte esplodere. Non nel ’65 e non tre mesi fa. Il sistema di protezione dagli allagamenti costruito dagli ingegneri dell’esercito, alias il governo federale, ha fallito. E negli ultimi quarant’anni, dopo Betsy, si è detto che avrebbe fallito nuovamente, a meno che si facesse qualcosa. E indovina un po’? Non è stato fatto nulla. Le dighe non sono state fatte saltare, le chiuse hanno fallito, le pareti del canale hanno fallito, le pompe hanno fallito: tutto ciò che pareva essere stato costruito per resistere ad una tempesta molto più grossa.

G: Sta suggerendo una responsabilità criminale?

CB: Assolutamente. Trovare le parti responsabili e metterle sotto processo… Il corpo degli ingegneri, i federali, lo stato, il governo locale, gli appaltatori che hanno usato materiali inferiori allo standard e i dannati politici corrotti che tengono nel taschino.

G: Quindi, dato che tutto è andato in malora, perché i contribuenti americani dovrebbero pagare il conto per mettere a posto New Orleans? Costerà miliardi.

CB: Beh, da quando le nazioni non ricostruiscono le loro grandi città?

G: Ammesso e non concesso che New Orleans fosse una grande città.

CB: Sta dicendo che New Orleans non è una grande città? Una città che vive nell’immaginario collettivo mondiale?

G: Immagino… se uno è un fan della musica… che ha avuto giorni migliori, siamo onesti. Oppure del cibo: una cucina provinciale che molti direbbero essere tipicamente americana: troppo grassa, troppo ricca… Allora sì, naturalmente, New Orleans ha i suoi sostenitori, ma che mi dice del resto del Paese?

CB: Provinciale… passé… Odia il cibo, odia la musica, odia la città… Cosa cazzo state facendo qui? Cazzo di avvoltoi inglesi figli di puttana!

A parte l’incredibile coincidenza di quest’ultima battuta con quanto bisognerebbe dire agli inglesi della BP responsabili dell’altra immensa sciagura ecologica che ha colpito le coste di New Orleans e della Louisiana, cioè l’esplosione di una piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico nel 2010, ma voi non sentite un’inquietante analogia con Napoli?
Senza necessariamente arrivare alla più temuta, scegliete a piacimento una delle sue (nostre) innumerevoli emergenze e riadattate il dialogo che ho citato. Non cambierà nulla: la catastrofe (annunciata) non sarà per niente naturale, ma sarà del tutto (im)morale.

PS: su YouTube la sequenza citata è riprodotta in un montaggio che mischia il brano di “Treme” con alcune riprese effettuate in un bar della città durante la messa in onda della puntata. Guardatelo, è da non perdere!

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AGGIORNAMENTO del 4 gennaio 2014:
Sulla stampa italiana è arrivata la notizia che a New Orleans “Marciscono le case donate da Brad Pitt alla popolazione colpita dall’uragano Katrina. Trenta abitazioni su 100 hanno bisogno di lavori di ristrutturazione all’esterno e all’interno. E piovono accuse alla Fondazione “Make it Right” creata dall’attore“. (Anche QUI).

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31 thoughts on “Tra New Orleans e Nea Polis

  1. La prima parte dello spezzone originale che ho citato nel post è questa:

    (tratto da: “Do You Know What It Means”, prima puntata della prima stagione di “Treme”, minuto 16’00” ca)

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    Un’altra scena indelebile dell’agguerrito e indignato prof. Bernette/Goodman è quella del suo primo videomessaggio su YouTube (il personaggio è ispirato al blogger di New Orleans Ashley Morris, deceduto nel 2008)

    Salve YouTube.
    Sono Creighton Bernette da New Orleans. Già, siamo ancora qui.
    Volevo solo dire qualcosa a tutti voi che cercate di capire cosa fare della nostra città. Succhiatemelo.
    Voi dite: “Perché ricostruirla?”. Io rispondo: “Fanculo”.
    Avete ricostruito Chicago dopo l’incendio, avete ricostruito San Francisco dopo il terremoto. Lasciate che vi dica una cosa: qualsiasi cazzo di buono ci sia a Chicago arriva da qualche altra parte. E San Francisco è un pozzo nero sopravvalutato con le colline.
    A Houston e Atlanta posso dire: “leccate le mie palle pelose”. Avete accolto migliaia dei nostri, ma indovinate un po’? Fate ancora cagare. Noi abbiamo più cultura in uno dei nostri quartieri di quanto ne abbiate voi in tutte le vostre schifose periferie messe assieme.
    A New York: “Fanculo anche voi”. Siete stati attaccati da qualche cazzo di stronzo fondamentalista e i soldi federali sono piovuti come petali di rosa. La nostra costa del cazzo è stata distrutta e stiamo ancora aspettando che qualcuno ci dia qualcosa.
    Ma volete cancellare New Orleans, cancellare il Carnevale. Lasciate che vi dica una cosa: martedì 28 febbraio, dovunque cazzo siate, sarà solo un altro grigio, triste schifoso fottuto martedì. Ma quaggiù, sarà Mardì Gras.
    Fanculo, fottuti cazzoni!

    (tratto da: “Meet De Boys on the Battlefront”, seconda puntata della prima stagione di “Treme”, minuto 22’00” ca.)

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    Le traduzioni nel post e nel commento sono di Obsidian e di effemmeffe.

    • Sostituisco New Orleans con Napoli, le altre citta con le linde e pinte urbanizzazioni del centro-nord e rinvio a chi di dovere, ovvero a tutti coloro che non sanno, non vivono e soprattutto non vogliono vedere, perché cosi gli fa più comodo. Approfittate di questo mio sfogo filo partenopeo/vesuviano, anche perché non sono ancora sceso per strada.
      Stateve buono!

      • E’ un onore averti su questo blog-taccuino, caro Iberista Partenopeo.
        “Quel vagare [con te] per il nostro “Maiuscolo Vesuvio” mi ha cambiato più di quanto credessi”.
        Hasta siempre.

  2. Ecco quest’espressione a me non piace, non mi piace per nulla!
    Anche perché sono in pochi a potersela permettere.
    Le catastrofi, “antroponaturali”, piovono quasi sempre all’improvviso, perché l’occhio di chi informa, parallelamente a quello di chi ci governa, è volto sempre dall’altra parte!
    Vedi Sarno, vedi Ischia con le sue frane; ma i camping costruiti negli alvei dei torrenti stagionali in Calabria, chi se li ricorda più?! E la frana di pozzano e la Valtellina, il Vajont, la Val di Stava, la Sicilia, la Costiera e tanti e tanti e tanti altri ancora.
    L’unica differenza con noi regnicoli è quella che mentre al nord del Garigliano si parla di tremenda e imprevedibile sciagura, qui da noi, la catastrofe è annunciata, ma da chi? E quando?!
    Certo col Vesuvio è diverso, o meglio dovrebbe esserlo!
    Tutti sanno e dicono che è un Vulcanao attivo, anzi lo dicono quasi con vanto, che sia il più pericoloso al mondo! Il che non si discosta, stavolta più di tanto dalla realtà. Ma, cosa si fa per informare la gente, niente!
    Si dice che esista un piano d’emergenza, ma qualcuno lo ha analizzato per bene? Ha verificato la sua attuabilità? Qualcuno ha cercato di mettere a paragone le varie criticità del territorio, dove ad esempio coesistono tranquillamente sovrappopolazione, rischio vulcanico (in tutta la sua eterogeneità) e un innato e irrefrenabile impulso edilizio?
    Pochi, quasi nessuno, però, ogni qualvolta esce un articolo che non sia d’analisi, si urla alla catastrofe apocalittica imminente, certo per vendere giornali ma poi?

    • Si, Ciro, sono molto d’accordo, “poteva essere evitato” è un’espressione irritante. E’ il pianto del coccodrillo: inutile e patetico.
      Quell’espressione rivela l’ennesimo, colpevole obnubilamento: ci diciamo che “poteva essere evitato” per convincerci di avere ancora un minimo di controllo, per illuderci di avere uno spicchio di fiducia nelle capacità umane, ma in realtà NON poteva essere evitato perché le logiche del profitto-ad-ogni-costo dominano il governo del territorio, oltre che le vite di molti. L’egoismo, la noncuranza, il disprezzo, il calcolo interessato sono purtroppo ancora (e forse lo saranno a lungo) sovrastanti.
      Immagino gli avvoltoi del giorno dopo: “Poteva essere evitato, se solo i napoletani-vesuviani avessero fatto… si fossero preparati… avessero avuto più senso civico…“. Li sento già tronfi e sentenziatori, sebbene sotto il tavolo si stiano sfregando le mani al pensiero della ricostruzione (le telefonate notturne per il terremoto de L’Aquila saranno solo un ricordo sbiadito).
      Invece adesso – adesso che siamo ancora in tempo – non c’è nessuno che dia voce e sostenga quanti (e sono tanti) che chiedono rispetto del territorio, vie di fuga efficienti e funzionali, legalità, riqualificazione e restauro dell’esistente (ambientale o edilizio che sia), informazione, conoscenza.
      “Potrà essere evitato”, bisognerebbe cominciare a dire. Se solo, però, iniziassimo davvero a darci da fare. Tutti.

  3. Dopo anni, ho ritrovato su un mio vecchio blog un pezzo di Michael Moore indirizzato all’allora Presidente Bush sulla devastante inondazione di New Orleans. La versione originale è QUI (2 settembre 2005), mentre la traduzione in italiano (pubblicata da “il manifesto” il 3 settembre 2005) è on-line grazie a floreana2:

    Caro Bush, la vacanza è finita

    di Michael Moore

    Caro signor Bush,
    Ha per caso idea di dove siano tutti i nostri elicotteri? E’ il quinto giorno dell’uragano Katrina, migliaia di persone sono ancora bloccate a New Orleans e hanno bisogno di essere salvate dal cielo. Dove diavolo possono essere finiti tutti i nostri veivoli militari? Le serve aiuto per trovarli? Una volta ho smarrito la macchina in un parcheggio di Sears. Caspita che seccatura!
    A proposito, sa per caso dove si trovano tutti i soldati della nostra guardia nazionale? Per il tipo di impegno che hanno sottoscritto, come aiutare in caso di disastro nazionale, adesso potremmo proprio usarli. Tanto per cominciare, come mai non erano sul posto?
    Giovedì scorso mi trovavo nel sud della Florida e mi sono seduto fuori mentre l’occhio dell’uragano Katrina mi passava sopra la testa.
    Allore era solo “categoria 1”, ma è stato piuttosto sgradevole. Undici persone sono morte e, ad oggi, ci sono ancora case senza energia elettrica. Quella sera il metereologo ha detto che la tempesta era diretta a New Orleans. E’ successo giovedì! Qualcuno l’ha informata? So che non voleva proprio interrompere la sua vacanza, e so quanto le dispiaccia ricevere brutte notizie. Inoltre, aveva dei fundraisers da raggiungere e le madri dei soldati americani morti da ignorare e offendere.
    Di certo quella donna ha avuto il fatto suo!
    Mi è piaciuto soprattutto come, il giorno dopo l’uragano, invece di volare in Lousiana lei è andato a San Diego per partecipare ad un party con i suoi compagni di affari. Non permetta che la gente la critichi per questo: dopo tutto, l’uragano era finito e lei che diavolo poteva fare, turare la diga con un dito?
    E non dia ascolto a quelli che nei prossimi giorni riveleranno come lei quest’estate ha specificamente ridotto il budget del corpo dei genieri di New Orleans per il terzo anno consecutivo.
    Gli spieghi che anche se non avesse tagliato i fondi per la manutenzione di quegli argini, comunque non ci sarebbero stati i genieri per aggiustarli, visto che aveva in serbo per loro un lavoro di costruzione ben più importante: costruire la democrazia in Iraq!
    Il terzo giorno, quando alla fine lei ha interrotto le vacanze, devo dire che mi ha commosso il modo in cui ha fatto scendere dalle nuvole il pilota dell’Air Force One per poter dare un’occhiatina al disastro mentre volavate su New Orleans. Hey, lo so che non poteva certo fermarsi, prendere un megafono, salire su un mucchio di macerie e comportarsi come un comandante in campo. E’ ovvio!
    Ci saranno quelli che cercheranno di politicizzare questa tragedia per usarla contro di lei. Lasci che a dirlo siano solo i suoi uomini. Non risponda a nessuno. Neanche a quei noiosi scienziati, che avevano previsto quanto è successo perché nel Golfo del Messico l’acqua sta diventando sempre più calda e una tempesta come questa diventa inevitabile. Li ignori, ignori i loro allarmismi sul riscaldamento globale. Non c’è niente di insolito in un uragano talmente grande che è come un tornado forza quattro che vada da New York a Cleveland.
    No, signor Bush, tenga duro. Non è colpa sua se il 30% degli abitanti di New Orleans vive in povertà o se decine di migliaia di loro vive in povertà, o se decine di migliaia di loro non avevano a disposizione un mezzo di trasporto per lasciare la città. Insomma, sono neri! Voglio dire, non è come se fosse successo a Kennebunkport.
    Se lo immagina lasciare dei bianchi lì sui tetti per cinque giorni? Non mi faccia ridere! La razza non ha niente – niente – a che fare con tutto questo.
    Resti dov’è, signor Bush. Soltanto, cerchi di trovare qualcuno dei nostri elicotteri militari per mandarli là. Faccia conto che la popolazione di New Orleans e della Gulf Coast si trovino vicino a Tikrit.

    P.S. Quella madre scocciatrice, Cindy Sheehan, non è più al suo ranch. Lei e dozzine di altri parenti dei morti nella guerra in Iraq adesso stanno attraversando il paese, fermandosi in molte città lungo la strada. Forse riuscirà a raggiungerli prima che arrivino a Washington il 21 settembre.

  4. Tra 24h, il 28 agosto 2011, New York sarà nell’occhio del ciclone Irene.
    Stasera i website dei principali giornali del mondo (soprattutto USA e UE) aprivano con la notizia dell’evacuazione di 250mila persone dalla Grande Mela. Ne ho salvato gli screenshot (The New York Times, The Washington Post, Los Angeles Times, Le Monde, El Pais, The Times, New Zealand Herald, The New Yorker, La Repubblica, Corriere della Sera) (Facevano eccezione – nel senso che non avevano la notizia in particolare evidenza – CNN, Al Jazeera, The Australian).

    Clicca sull’immagine per ingrandire.

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    Il titolo (anzi, il sottotitolo) più appropriato è quello del “New Yorker”: “President Obama warns that this hurricane is “historic”, and that we should take it seriously. Will we?“.

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    Lo stesso giornale pubblica un interessante articolo di John Seabrook a due giorni da una scossa sismica in città (i grassetti sono miei):

    IRENE, FLOYD, KATRINA, 9/11
    The last hurricane to strike New York City with any force was Floyd, on September 16, 1999. A far greater disaster has befallen the city since then, on September 11, 2001, at the peak of hurricane season, on a day so beautiful a hurricane was the furthest thing from your mind.
    It’s interesting to think about how that day has changed the mentality of virtually every New Yorker when it comes to disasters, and whether it has made us more or less prepared for them. Shortly before nine on the morning of 9/11, I was among the pedestrians standing out on Greenwich Street, looking up at the fresh hole in the north tower, calmly speculating with friends about what kind of pilot error must have occurred to cause such an accident, and wondering how the firemen were going to get up there to put out the fire. The idea that the event was caused by terrorists never occurred to me, or anyone else around me—a state of innocence that lasted until 9:02 A.M., when the second plane struck. And then it vanished forever.
    On Tuesday, when an earthquake caused buildings in Manhattan to shake, many people briefly believed another terrorist attack was underway. After a few moments, the trembling subsided, and one could almost feel the collective sigh of relief: Oh, it’s only an earthquake.
    I covered Floyd for The New Yorker, and in 2000 I wrote a short piece about what might happen if a powerful hurricane struck New York City. A direct hit at high tide, I concluded, would have devastating consequences—falling glass from high rises would drive people to seek shelter in the subways, where they would be drowned in the storm surge—yet New Yorkers didn’t seem particularly concerned about the possibility.
    Are they more concerned now? Didn’t Hurricane Katrina or the tsunami-in-your-living-room effect of those YouTube videos after the disaster in northern Japan teach us anything about the potential destructiveness of natural disasters? (On YouTube’s search results for “Irene,” the hurricane has surpassed Irene Cara performing “What a Feeling,” but TobyMac, the Christian Eminem, is still holding down the top spot with his song “Irene.”) Will New Yorkers actually follow Mayor Bloomberg’s advice and prepare? Buy new batteries, canned food, extra water, duct tape; pack a “go bag” and leave it by the door?
    Somehow, that doesn’t seem likely. As blue staters, we have come to associate the death and devastation caused by Katrina more with failed political leadership than with the fury of a big storm. And since 9/11, hurricanes seem less threatening precisely because you can prepare for them. You can study their projected track, clock their wind speed, and predict the time of landfall—all from the comfort of your den. In an age of sudden events that change the world in an instant, the approach of a hurricane seems old-world stately, like a transatlantic crossing on an ocean liner. We prepare for the unthinkable (or think we do); and blithely shrug off the known. One day, although maybe not this Sunday, we’ll learn
    .

    Tra i commenti, segnalo i seguenti:

    Hurricane Katrina is easy to dismiss as an anomaly resulting from political incompetence and terrible flooding. A better example to look at might be Hurricane Ike. Since it received a fraction of the media attention that Katrina did (it was right after Sarah Palin was picked, so the media had other concerns), few people realize that despite knowing days in advance that it was coming for Galveston/Houston, over a hundred people were still killed by the storm and the entire area was devastated. Don’t take Irene lightly. Hurricanes still can and do kill people even with all the advanced tracking data.
    POSTED 8/26/2011, 6:08:08PM BY KANSASOWL

    Some tips from a Katrina/levee survivor: Keep open communications, that is don’t trust or spread false rumors. Don’t let fear control you! Do the right thing by taking leadership and sharing if things get bad. Remain as calm as possible and your kids and pets may respond in kind. If possible keep a week’s worth of provisions, not just 72 hours. And don’t have Nagin and your Mayor and especially don’t have George Bush as your President! Paul Harris Author, “Diary From the Dome, Reflections on Fear and Privilege During Katrina”
    POSTED 8/27/2011, 12:57:52AM BY PATRIOTPAUL

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    Di altri uragani che hanno colpito NY nel passato scrive Jon Michaud, sempre sul “New Yorker”: EAST COAST HURRICANES OF YESTERYEAR

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    Se siete a NYC, ecco alcuni articoli tratti dal “New York Times” che forse possono esservi utili:

    City Orders Evacuation of Coastal Areas, by James Barron
    New York City Hurricane Evacuation Zones, by Matthew Bloch
    Hurricane Irene: What You Need to Know, by David M. Halbfinger

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    Degli articoli usciti sulla stampa italiana, segnalo i seguenti (i grassetti sono miei):

    “Corriere della Sera”, 27 agosto 2011, http://www.corriere.it/esteri/11_agosto_27/caretto-spettro-katrina-sulla-casa-bianca_544caf86-d07b-11e0-9089-e017081fffa0.shtml

    Lo Spettro di Katrina sulla Casa Bianca
    «Nell’era di Internet e tv le catastrofi naturali vengono vissute in diretta. E i leader vengono giudicati»
    di Ennio Caretto

    Per la seconda volta in tre giorni New York e Washington, messe a così dura prova dalle stragi delle Torri Gemelle e del Pentagono il 9/11 del 2001, affrontano un’emergenza che potrebbe costare loro altre vite umane. La prima volta, martedì scorso, il terremoto in Virginia le colse di sorpresa, ma non senza difese.
    Le esercitazioni condotte in un decennio contro nuovi attentati hanno dato il frutto sperato. Pur temendo un altro attacco terroristico, newyorchesi e washingtoniani sono scesi ordinatamente nelle strade, senza cedere al panico. E questa volta l’uragano Irene, che ne spazza la costa orientale, troverà l’America ancora più preparata. Sempre più vicina al decennale del trauma più grave patito nella sua storia, l’America è decisa ad evitare la tragedia umanitaria dell’uragano Katrina di sei anni fa, il 29 agosto del 2005, quando New Orleans fu devastata e nel giorno successivo quasi 1.800 persone morirono in Louisiana, nel Mississippi e in Alabama.
    È lo spettro di Katrina che ha spinto il presidente Obama ad abbreviare le vacanze e a ritornare alla Casa Bianca per assumere, in caso di necessità, il comando dei soccorsi. L’uragano da lui definito «storico» minaccia oltre 50 milioni di persone, e potrebbe svuotare New York e causare la massima evacuazione a memoria d’uomo. Obama non ha dimenticato che Katrina fu un uragano anche politico, e che segnò l’inizio del declino di George W. Bush, il quale in vacanza nel suo ranch di Crawford nel Texas ignorò l’allarme, sebbene il dicembre precedente lo tsunami in Asia avesse fatto 225 mila vittime. Katrina fu un disastro preannunciato, tra il 25 e il 28 agosto era salito da uragano a forza 1, la forza minima, a uragano a forza 5, la forza massima.
    Ma quando si abbatté su New Orleans, nessun provvedimento era ancora stato preso. Come le stragi delle Torri Gemelle e del Pentagono, Katrina dimostrò che l’unica superpotenza era vulnerabile. Ma a differenza di quattro anni prima, l’America ne attribuì la responsabilità a Bush. L’uragano demolì il suo mito di superbo manager della sicurezza nazionale, di «commander in chief» come amava essere chiamato. E mise in dubbio le sue credenziali di «conservatore compassionevole», il suo primo slogan elettorale. Un anno dopo alle elezioni del mid term Bush, indebolito anche dalla guerra dell’Iraq, perse il controllo del Congresso.
    Obama, indebolito da una crisi economica che non accenna a finire, non intende permettere che New York o Washington diventino un’altra New Orleans. La lezione politica di Katrina non vale solo per l’America, vale per tutte le nazioni. Nell’età di Internet, dei cellulari, delle radio tv, le catastrofi naturali vengono vissute in diretta dal mondo intero, come ha dimostrato all’inizio dell’anno Fukushima in Giappone. La qualità di un presidente o un premier viene così misurata con il modo in cui riesce a prevenirle o, se impossibile, almeno a porvi rimedio o a lenirne gli effetti. Sono il banco di prova della sua leadership e della sua umanità
    .

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    “La Stampa”, 27 agosto 2011, http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9133

    Consigli per resistere all’emergenza
    di Luca Mercalli

    Costa Est degli Stati Uniti: prima un improbabile terremoto, poi l’attesa per l’arrivo di Irene fino a New York, un uragano poco consueto fino a queste latitudini, il tutto a dieci anni da quel drammatico undici settembre. Cosa si accanisce sull’America? Le tempeste naturali dopo quelle finanziarie hanno almeno un vantaggio: sono un fenomeno fisico potente, pericoloso ma ben identificabile, contro cui ci si può organizzare e preparare. E proprio una concreta e pragmatica «preparedness» formicola febbrile su una striscia di territorio che va dalla South Carolina al New England, un concetto intraducibile in italiano, un misto di prevenzione e prontezza operativa di fronte a un disastro annunciato, sotto il motto «Sperare in bene, prepararsi al peggio». Nulla a che vedere con il catastrofismo né con il fatalismo. Qui sono le immagini satellitari e i modelli di simulazione dell’atmosfera a fornire i dati su cui costruire una strategia delle istituzioni ma soprattutto del popolo. Dopo Katrina nel 2005 gli Stati del Sud hanno metabolizzato questa lezione, per New York è invece meno scontato dover mettere in atto un piano di emergenza uragani, ma c’è sempre una prima volta, vuoi perché la statistica dei fenomeni meteorologici ha sempre nuove sorprese in serbo, vuoi perché i cambiamenti climatici cominciano a truccare le carte delle frequenze di eventi estremi.
    Così, allertata dal National Hurricane Center (www.nhc.noaa.gov), la municipalità newyorkese non ha esitato da un lato a pulire i tombini da foglie e detriti, dall’altro a informare con ogni mezzo i propri cittadini su cosa fare di fronte al ciclone tropicale che potrebbe portare piogge torrenziali fino a 380 millimetri, raffiche tempestose di vento fino a 100 km/h e onde di marea alte fino a un paio di metri in grado di allagare vaste aree costiere e urbane. Le istruzioni sono semplici e chiare, stampate fin dal 2006 in undici lingue, italiano incluso (www.nyc.gov). Preparatevi a resistere fino a tre giorni di isolamento in casa con un «emergency kit»: quattro litri d’acqua potabile al giorno per persona, cibo in scatola e ovviamente l’apriscatole, materiale di pronto soccorso, lampada di emergenza con lampeggiante, radio a batterie o meglio con generatore manuale a molla, materiale per igiene personale maschile e femminile, varechina e contagocce per disinfezione acqua, provviste per bambini piccoli o anziani. Poi, in caso di evacuazione, tenete pronto uno zainetto d’emergenza («go bag») contenente: copia dei documenti importanti in busta impermeabile, secondo mazzo di chiavi di casa e dell’auto, bancomat, carta di credito e 50-100 dollari in biglietti di piccolo taglio, acqua in bottiglia e cibi non deperibili come barrette ai cereali o ad alto contenuto energetico, torcia elettrica, radio con pile di riserva, informazioni mediche aggiornate, elenco farmaci assunti e altri oggetti personali essenziali, nomi e numeri di telefono dei medici di famiglia, cassetta di pronto soccorso, informazioni su contatti e luogo di incontro per i membri della famiglia, unitamente a una mappa della zona, provviste per i bambini piccoli e altri oggetti per familiari bisognosi di speciali attenzioni. Ho voluto riportare anche solo una parte di questo elenco che sembra (a noi) ridicolo e banale, ma è fondamentale per difendere la propria vita e garantire un minimo di comfort durante i momenti critici. In Italia ve lo ha mai dato qualcuno? L’avete sentito declamare alla tv? Qui ci si vergogna quasi a dire alla gente di tener pronto un paio di stivali in caso di alluvione e un cambio di mutande pulite, paura di creare panico, di portare sgarro, meglio incrociare le dita, toccare ferro o altro, e poi sperare sui vigili del fuoco e i volontari della protezione civile, loro sì preparatissimi, ma che tuttavia intervengono solo a tragedia compiuta.
    La Grande Mela tecnologica e glamour non si è vergognata, per bocca dello stesso sindaco Bloomberg, di ricordare di prendere portafoglio e dentifricio, di consultare la mappa su web dei rifugi collettivi più vicini (lo sapete dov’è il vostro?) e di scendere sotto il decimo piano dei grattacieli, che più in alto il pericolo è maggiore, e senza dimenticare cani e gatti! E’ proprio questa composta e operosa solerzia di tutti, dai politici ai portinai, che stupisce noi latini: qui siam stati rapidi a copiare i mutui subprime, mentre la preparedness è sconosciuta. Ne avremmo tanto bisogno, come patrimonio personale diffuso, non solo degli addetti ai lavori. Vi si sopperisce spesso con una tardiva pietas, da parte dei soccorritori, dei medici, ma più spesso nei cimiteri
    .

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    AGGIORNAMENTO (30 agosto 2011):

    Un servizio del CorriereTV rende note le posizioni di Michele Bachmann (candidata alla primarie repubblicane per le Elezioni presidenziali USA) a proposito dell’uragano Irene: «E’ stata una punizione divina contro i politici di Washington; per di più subito dopo un terremoto: cos’altro deve fare Dio per farsi sentire dai nostri politici?». VIDEO (1’12”)

    Ulteriori info su “America24“, 29 agosto 2011, h13:19:

    BACHMANN: TERREMOTO E IRENE SONO SEGNI DIVINI
    La portavoce: ma in realtà scherzava
    di Alberto Riva

    Il terremoto di magnitudo 5.8 che ha colpito la costa est degli Usa la settimana scorsa e l’uragano Irene che è arrivato pochi giorni dopo sono segni dell’ira divina contro gli eccessi di spesa del governo di Washington. L’interpretazione è della candidata presidenziale repubblicana Michele Bachmann, che durante un evento elettorale ha detto: “Non so che cosa deve fare Dio per avere l’attenzione dei politici. Abbiamo avuto un terremoto e un uragano. E ha detto: ‘Volete cominciare ad ascoltarmi?’ Ascoltate il popolo americano perché ora sta ruggendo. Sa che il governo è obeso e che dobbiamo limitare la spesa”. Di fronte alle domande dei giornalisti che seguono la campagna, la portavoce Alice Stewart ha precisato che “naturalmente parlava per scherzo”. E in effetti Bachmann sorrideva mentre pronunciava quelle parole. Ma non è nuova a pronunciamenti assai controversi, e non fa mistero della sua fervente religiosità evangelica. Né peraltro è la prima conservatrice a leggere i recenti disastri naturali in chiave divina: il predicatore Pat Robertson ha citato il terremoto della settimana scorsa come esempio della furia di Dio, scontento dell’allontanamento dell’America dai valori religiosi. Gli uragani sono un tema gettonato per la destra evangelica: nel 2008 il pastore John Hagee aveva provocato furore dicendo che l’uragano Katrina di tre anni prima era la punizione divina su New Orleans colpevole di aver ospitato una parata del Gay Pride.

  5. Che c’avessero la coscienza sporca ‘sti ‘mericani!? S’aspettano sempre che qualche cataclisma li spazzi via, proprio come è successo coi dinosauri. Sembra però che ci prendano gusto alle emergenze, ma con quel gusto sadomasochista di rintanarsi in casa e attendere l’improbabile catastrofe e sentirsi una volta tanto vivi. Sì perchè la catastrofe è veramente tale quando non la si aspetta o ti coglie impreparato e in questo Obama non vuole fare la fine di Bush, visti i problemi (ben più gravi!) che c’ha da risolvere; o lo fa apposta per distrarre tutti e fuorviare l’attenzione verso l’ennesima fine del mondo (americano!) annunciata? Ad ogni modo, chi ci guadagna sono gli esercenti degli alimentari; tutti a far scorta e incetta di beni commestibili per celebrare, con un po’ di brivido, il panico nazionale e di alzare di qualche punto il PIL. Credo sia comunque emblematica la foto de El País, dove si coniugano perfettamente emergenza e marketing.

    • Quella foto ha colpito molto anche me, semplicissima eppure altamente simbolica.

      L’ha scattata ieri Cristina Fernández-Pereda, giornalista de “El Pais”, a Washington DC e l’ha pubblicata sul suo spazio “Eskup“, precisamente QUI.
      Secondo me risponde bene alla domanda che si poneva ieri sera il “New Yorker”: “Prenderemo sul serio questo uragano di proporzioni “storiche” come raccomanda il presidente Obama?“.

  6. Oggi, dopo aver riletto alcune parti di “Storia del camminare” di Rebecca Solint, ho cercato altre informazioni bibliografiche relative alla scrittrice californiana. Oltre ad un paio di libri che ho subito acquistato, ho trovato l’articolo seguente su quanto fenomeni come il panico e lo sciacallaggio che si diffonderebbero in seguito ad un disastro siano delle preoccupazioni più politiche che sociali (cioè più ideologiche che reali perché, appunto, vengono/verrebbero enfatizzate e strumentalizzate dalla politica); al termine c’è una postfazione relativa al recentissimo uragano Katrina (l’articolo fu redatto l’8 settembre 2005). Naturalmente, i grassetti sono miei:

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    “Harper’s Magazine”, ottobre 2005, http://harpers.org/archive/2005/10/0080774

    THE USES OF DISASTERS: NOTES ON BAD WEATHER AND GOOD GOVERNMENT
    by Rebecca Solnit (September 8, 2005)

    This essay on the relationship between disasters, authority, and our understanding of human nature went to press as Hurricane Katrina hit the Gulf Coast. The excerpt below is followed by a postscript, available only on the Web, that specifically addresses the disaster in New Orleans.

    In his 1961 study, “Disasters and Mental Health: Therapeutic Principles Drawn from Disaster Studies” [pdf], sociologist Charles Fritz asks an interesting question: “Why do large-scale disasters produce such mentally healthy conditions?” One of the answers is that a disaster shakes us loose of ordinary time. “In everyday life many human problems stem from people’s preoccupation with the past and the future, rather than the present,” Fritz wrote. “Disasters provide a temporary liberation from the worries, inhibitions, and anxieties associated with the past and the future because they force people to concentrate their full attention on immediate moment-to-moment, day-to-day needs.” This shift in awareness, he added, “speeds the process of decision-making” and “facilitates the acceptance of change.”
    The state of mind Fritz describes resembles those sought in various spiritual traditions. It recalls Buddhism’s emphasis on being in the moment, nonattachment, and compassion for all beings, and the Christian monastic tradition’s emphasis on awareness of mortality and ephemerality. From this perspective, disaster can be understood as a crash course in consciousness.
    We should not be surprised, then, that what transpires in the immediate aftermath of a disaster is nothing like the popular version. People rarely panic or stampede, nor do they often immediately engage in looting or other acts of opportunism. The Scottish-born mathematician Eric Temple Bell, who witnessed the 1906 San Francisco earthquake and fire, saw “no running around the streets, or shrieking, or anything of that sort” but instead people who “walked calmly from place to place, and watched the fire with almost indifference, and then with jokes, that were not forced either, but wholly spontaneous.” Another survivor, San Francisco editor Charles B. Sedgwick, noted-perhaps somewhat hyperbolically-that “even the selfish, the sordid and the greedy became transformed that day-and, indeed, throughout that trying period-and true humanity reigned.” This phenomenon of “surprising” human kindness and good sense is replicated time and again.
    Many official disaster-preparedness scenarios nonetheless presume that human beings are prone to panic and in need of policing. A sort of Hobbesian true human nature emerges, according to this version, and people trample one another to flee, or loot and pillage, or they haplessly await rescue. In the movie version, this is the necessary precondition for John Wayne, Harrison Ford, or one of their shovel-jawed brethren to save the day and focus the narrative. In the government version, this is why we need the government. In 1906, for example, no one quite declared martial law, but soldiers, policemen, and some armed college students patrolled the streets of San Francisco looking for looters, with orders to shoot on sight. Even taking food from buildings about to burn down was treated as a crime: property and order were prized above survival or even reason. But “the authorities” are too few and too centralized to respond to the dispersed and numerous emergencies of a disaster. Instead, the people classified as victims generally do what can be done to save themselves and one another. In doing so, they discover not only the potential power of civil society but also the fragility of existing structures of authority.
    The events of September 11, 2001, though entirely unnatural, shed light on the nature of all disasters. That day saw the near-total failure of centralized authority. The United States has the largest and most technologically advanced military in the world, but the only successful effort to stop the commandeered planes from becoming bombs was staged by the unarmed passengers inside United Airlines Flight 93. They pieced together what was going on by cell-phone conversations with family members and organized themselves to hijack their hijackers, forcing the plane to crash in that Pennsylvania field.
    The police and fire departments responded valiantly to the bombings of the World Trade Center towers and the Pentagon, but most of the people there who survived did so because they rescued themselves and one another. An armada of sailboats, barges, and ferries arrived in lower Manhattan to see who needed rescuing, and hundreds of thousands were evacuated by these volunteers, whose self-interest, it is reasonable to assume, would have steered them away from, not toward, a disaster. In fact, coping with the swarm of volunteers who, along with sightseers, converge on a disaster is part of the real task of disaster management.
    The days after 9/11 constituted a tremendous national opening, as if a door had been unlocked. The aftermath of disaster is often peculiarly hopeful, and in the rupture of the ordinary, real change often emerges. But this means that disaster threatens not only bodies, buildings, and property but also the status quo. Disaster recovery is not just a rescue of the needy but also a scramble for power and legitimacy, one that the status quo usually-but not always-wins. The Bush Administration’s response after 9/11 was a desperate and extreme version of this race to extinguish too vital a civil society and reestablish the authority that claims it alone can do what civil society has just done-and, alas, an extremely successful one. For the administration, the crisis wasn’t primarily one of death and destruction but one of power. The door had been opened and an anxious administration hastened to slam it shut.
    You can see the grounds for that anxiety in the aftermath of the 1985 Mexico City earthquake, which was the beginning of the end for the one-party rule of the PRI over Mexico. The earthquake, measuring 8.0 on the Richter scale, hit Mexico City early on the morning of September 19 and devastated the central city, the symbolic heart of the nation. An aftershock nearly as large hit the next evening. About ten thousand people died, and as many as a quarter of a million became homeless.
    The initial response made it clear that the government cared a lot more about the material city of buildings and wealth than the social city of human beings. In one notorious case, local sweatshop owners paid the police to salvage equipment from their destroyed factories. No effort was made to search for survivors or retrieve the corpses of the night-shift seamstresses. It was as though the earthquake had ripped away a veil concealing the corruption and callousness of the government. International rescue teams were rebuffed, aid money was spent on other programs, supplies were stolen by the police and army, and, in the end, a huge population of the displaced poor was obliged to go on living in tents for many years.
    That was how the government of Mexico reacted. The people of Mexico, however, had a different reaction. “Not even the power of the state,” wrote political commentator Carlos Monsivás, “managed to wipe out the cultural, political, and psychic consequences of the four or five days in which the brigades and aid workers, in the midst of rubble and desolation, felt themselves in charge of their own behavior and responsible for the other city that rose into view.” As in San Francisco in 1906, in the ruins of the city of architecture and property, another city came into being made of nothing more than the people and their senses of solidarity and possibility. Citizens began to demand justice, accountability, and respect. They fought to keep the sites of their rent-controlled homes from being redeveloped as more lucrative projects. They organized neighborhood groups. And eventually they elected a left-wing mayor-a key step in breaking the PRI’s monopoly on power in Mexico.
    Americans work more hours now than anyone else in the industrialized world. They also work far more than they themselves did as recently as a few decades ago. This shift is economic—call it Reaganomics or Chicago-style “liberalism” or “globalization”—but it is cultural too, part of an odd backlash against unions, social safety nets, the New Deal and the Great Society, against the idea that we should take care of one another, against the idea of community. The proponents of this shift celebrate the frontier ideals of “independence” and the Protestant work ethic and the Horatio Alger notion that it’s all up to you.
    In this light, we can regard the notion of “privatization” as a social phenomenon far broader than a process by which government contracts are granted. Citizens are redefined as consumers. Public participation in electoral politics falters, and with it any sense of collective or individual political power. Public space itself—the site for the First Amendment’s “right of the people peaceably to assemble”—withers away. Free association is aptly termed, for there is no profit in it. And since there is no profit in it, we are instead encouraged by our great media and advertising id to fear one another and regard public life as a danger and a nuisance, to live in secured spaces, communicate by electronic means, and acquire our information from that self-same media rather than from one another. The barkers touting our disastrous “ownership society” refuse to acknowledge that it is what we own in common that makes us strong. But disaster makes it clear that our interdependence is not only an inescapable fact but a fact worth celebrating—that the production of civil society is a work of love, indeed the work that many of us desire most
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    POSTSCRIPT
    At stake in stories of disaster is what version of human nature we will accept, and at stake in that choice is how will we govern, and how we will cope with future disasters. By now, more than a week after New Orleans has been destroyed, we have heard the stories of poor, mostly black people who were “out of control.” We were told of “riots” and babies being murdered, of instances of cannibalism. And we were provided an image of authority, of control—of power as a necessary counter not to threats to human life but to unauthorized shopping, as though free TVs were the core of the crisis. “This place is going to look like Little Somalia,” Brigadier General Gary Jones, commander of the Louisiana National Guard’s Joint Task Force told the Army Times. “We’re going to go out and take this city back. This will be a combat operation to get this city under control.”
    New Orleans, of course, has long been a violent place. Its homicide rate is among the highest in the nation. The Associated Press reports that last year “university researchers conducted an experiment in which police fired 700 blank rounds in a New Orleans neighborhood in a single afternoon. No one called to report the gunfire.” That is a real disaster. As I write this, however, it is becoming clear that many of the stories of post-disaster Hobbesian carnage were little more than rumor. “I live in the N.O. area and got back into my house on Saturday,” one resident wrote to Harry Shearer’s website. “We know that the looting was blown out of proportion and that much of it was just people getting food and water, or batteries and other emergency supplies. That is not to say that some actual looting did not go on. There was, indeed, some of that. But it was pretty isolated. As was the shooting and other violence in the streets.”
    As the water subsides and the truth filters out, we may be left with another version of human nature. I have heard innumerable stories of rescue, aid, and care by doctors, neighbors, strangers, and volunteers who arrived on their own boats, and in helicopters, buses, and trucks—stories substantiated by real names and real faces. So far, citizens across the country have offered at least 200,000 beds in their homes to refugees from Katrina’s chaos on hurricanehousing.org, and unprecedented amounts have been donated to the Red Cross and other charities for hurricane victims. The greatest looter in this crisis may be twenty-year-old Jabbar Gibson, who appropriated a school bus and evacuated about seventy of his New Orleans neighbors to Houston.
    Disasters are almost by definition about the failure of authority, in part because the powers that be are supposed to protect us from them, in part also because the thousand dispersed needs of a disaster overwhelm even the best governments, and because the government version of governing often arrives at the point of a gun. But the authorities don’t usually fail so spectacularly. Failure at this level requires sustained effort. The deepening of the divide between the haves and have nots, the stripping away of social services, the defunding of the infrastructure, mean that this disaster—not of weather but of policy—has been more or less what was intended to happen, if not so starkly in plain sight.
    The most hellish image in New Orleans was not the battering waves of Lake Pontchartrain or even the homeless children wandering on raised highways. It was the forgotten thousands crammed into the fetid depths of the Superdome. And what most news outlets failed to report was that those infernos were not designed by the people within, nor did they represent the spontaneous eruption of nature red in tooth and claw. They were created by the authorities. The people within were not allowed to leave. The Convention Center and the Superdome became open prisons. “They won’t let them walk out,” reported Fox News anchor Shepard Smith, in a radical departure from the script. “They got locked in there. And anyone who walks up out of that city now is turned around. You are not allowed to go to Gretna, Louisiana, from New Orleans, Louisiana. Over there, there’s hope. Over there, there’s electricity. Over there, there is food and water. But you cannot go from here to there. The government will not allow you to do it. It’s a fact.” Jesse Jackson compared the Superdome to the hull of a slave ship. People were turned back at the Gretna bridge by armed authorities, men who fired warning shots over the growing crowd. Men in control. Lorrie Beth Slonsky and Larry Bradshaw, paramedics in New Orleans for a conference, wrote in an email report (now posted at CounterPunch) that they saw hundreds of stranded tourists thus turned back. “All day long, we saw other families, individuals and groups make the same trip up the incline in an attempt to cross the bridge, only to be turned away. Some chased away with gunfire, others simply told no, others to be verbally berated and humiliated. Thousands of New Orleaners were prevented and prohibited from self-evacuating the city on foot.” That was not anarchy, nor was it civil society.
    This is the disaster our society has been working to realize for a quarter century, ever since Ronald Reagan rode into town on promises of massive tax cuts. Many of the stories we hear about sudden natural disasters are about the brutally selfish human nature of the survivors, predicated on the notion that survival is, like the marketplace, a matter of competition, not cooperation. Cooperation flourishes anyway. (Slonsky and Bradshaw were part of a large group that had set up a civilized, independent camp.) And when we look back at Katrina, we may see that the greatest savagery was that of our public officials, who not only failed to provide the infrastructure, social services, and opportunities that would have significantly decreased the vulnerability of pre-hurricane New Orleans but who also, when disaster did occur, put their ideology before their people
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  7. Pausa musicale.

    Su “America24” ho appena letto un post di Pier Paolo Bozzano del 28 agosto scorso che elencava le 10 migliori canzoni in attesa dell’arrivo dell’uragano Irene su NY.
    A sua volta, la playlist era tratta da Gothamist.

    Earl Bostic: “Hurricane Blues” (3’17”)
    Etta James: “Stormy Weather” (3’06”)
    Jimi Hendrix: “The Wind Cried Mary” (3’20”)
    The Doors: “Riders On The Storm” (6’37”)
    Bob Dylan: “Shelter From The Storm” (5’10”)
    Neil Young: “Like A Hurricane” (10’15”)
    Rolling Stones: “Gimme Shelter” (8’48”)
    The Pixies: “Stormy Weather” (3’27”)
    R.E.M.: “It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine)” (4’04”)
    Super Furry Animals: “It’s Not The End Of The World” (3’11”)

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    Aggiungo quelle ritenute troppo “ovvie”, che però a me piacciono eccome:

    Scorpions: “Rock You Like A Hurricane” (4’13”)
    Lead Belly: “Irene (Goodnight Irene)” (3’04”)

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    E altre ancora indicate tra i commenti:

    Bob Dylan: “Hurricane” (8’34”)
    Rose Royce: “Car Wash” (3’16”)
    Chaka Khan: “Clouds” (4’30”)
    Johnny Cash: “Five feet high and rising” (2’28”)

  8. L’Economist ha elaborato una mappa che classifica gli uragani più potenti degli ultimi due decenni:

    Per una lettura del grafico, rimando ad un articolo del Post.
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    Altre informazioni sull’attuale New Orleans:
    – La popolazione di New Orleans si è ridotta del 29 percento rispetto all’ultimo censimento del 2000 (6 febbraio 2011)
    – Sapete cosa significa la nostalgia di New Orleans? È il titolo di una canzone resa famosa nel 1947 da Louis Armstrong e Billie Holliday. Com’è la situazione dopo cinque anni (27 agosto 2010)
    – I tre disastri che hanno travolto la Louisiana negli ultimi sei anni: uragano Katrina, agosto 2005; Deepwater Horizon, aprile 2010; Mississippi River, maggio 2011 (19 maggio 2011).

  9. Sull’ultimo numero di “Nature” (20 ottobre 2011) c’è un articolo che analizza la messa a processo (il mese scorso) di alcuni scienziati italiani per la mancata previsione del terremoto de L’Aquila nel 2009.
    Di seguito l’abstract di “Nature” ed alcune cronache di un mese fa (della stampa nazionale, locale e specializzata):

    “Nature” 478, 324 (20 October 2011), http://www.nature.com/nature/journal/v478/n7369/full/478324b.html

    Italian quake: critics’ logic is questionable
    John E. Vidale

    The manslaughter case against Italian scientists for inadequately warning local residents before the April 2009 earthquake in L’Aquila, Italy (Nature 477, 264–269; 2011), is not justified.

    At the heart of this case lies one fact — the danger to L’Aquila residents at the time of the earthquake. More precisely, what was the chance that a particular individual would be killed in the subsequent 24 hours, given the frequency of low-magnitude tremors around that time and the best available science? That probability, even in L’Aquila’s weakest class of building, was estimated at less than 1 in 100,000 on the night of the earthquake (T. van Stiphout et al. Geophys. Res. Lett. 37, L06306; 2010). The occurrence of many little earthquakes does not make the chance of a big earthquake very high.

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    Come dicevo, qui sotto recupero alcuni articoli del mese scorso che davano la notizia del processo ai sismologi:

    Marta Buonadonna, Terremoto dell’Aquila, scienziati a processo, “Panorama”, 16 settembre 2011, http://blog.panorama.it/hitechescienza/2011/09/16/terremoto-dellaquila-scienziati-a-processo/

    Marirosa Barbieri, Terremoto L’Aquila, la stampa internazionale accende i riflettori sull’Abruzzo, “Prima da noi”, 21 settembre 2011, http://www.primadanoi.it/modules/articolo/article.php?storyid=8632

    Cristian Fuschetto, Terremoto de L’Aquila: NewScientist difende gli scienziati italiani accusati, “Terra Scienza”, 21 settembre 2011, http://www.terrascienza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=277:terremoto-de-laquila-newscientist-difende-gli-scienziati-italiani-accusati-&catid=2:sismologia&Itemid=9

    Emanuele Perugini, Terremoto dell’Aquila: la scienza in tribunale, “Wired”, 15 settembre 2011, http://daily.wired.it/news/scienza/2011/09/15/processo-terremoto-aquila-scienziati-14457.html

    Matteo Marini, Terremoto, comincia il processo, “l’Espresso”, 19 settembre 2011, http://espresso.repubblica.it/dettaglio/terremoto-comincia-il-processo/2161623

    Giovanni Caprara, Scienziati sotto Processo all’ Aquila si Confonde Previsione con Prevenzione, “Corriere della Sera”, 21 settembre 2011, http://archiviostorico.corriere.it/2011/settembre/21/Scienziati_sotto_Processo_all_Aquila_co_9_110921043.shtml

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    “Panorama”, 16 settembre 2011, http://blog.panorama.it/hitechescienza/2011/09/16/terremoto-dellaquila-scienziati-a-processo/

    Terremoto dell’Aquila, scienziati a processo
    di Marta Buonadonna

    Si apre il 20 settembre il processo per strage in cui sono imputati 6 scienziati e un esponente della Protezione Civile colpevoli, secondo la magistratura, di non aver dato il giusto peso allo sciame sismico che ha preceduto il terremoto, e di aver invitato i cittadini dell’Aquila a stare tranquilli, spingendoli di fatto a non abbandonare le loro case. Come sappiamo 309 di loro sarebbero morti in seguito alla scossa di magnitudo 6.3 che colpì la città il 6 aprile 2009.
    Il processo è l’argomento di copertina dell’ultimo numero della rivista scientifica Nature e del settimanale di attualità politica The Economist. Entrambi si chiedono se i 7 membri della Commissione Grandi Rischi alla sbarra (Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Franco Barberi, presidente vicario della Commissione grandi rischi, Bernardo De Bernardinis, vice capo del settore tecnico operativo del dipartimento nazionale di Protezione civile, Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Gian Michele Calvi, direttore della fondazione Eucentre e responsabile del Progetto case, Claudio Eva ordinario di Fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio Rischio sismico del dipartimento di Protezione civile) possano o meno essere considerati colpevoli, e soprattutto di cosa.
    La comunità scientifica italiana e internazionale si è stretta intorno ai colleghi sismologi sostenendo che l’accusa di omicidio loro rivolta non sta in piedi e costituisce anzi un’offesa alla scienza tutta. Sarebbe bello prevedere i terremoti ma questo semplicemente non è possibile. E l’impossibilità di prevederli non può essere considerata al pari dell’averli causati.
    In realtà ciò che viene contestato agli imputati è di aver fatto una valutazione “approssimativa, generica ed inefficace in relazione all’attività della Commissione e ai doveri di prevenzione e previsione del rischio sismico”. La Commissione Grandi Rischi si riunì all’Aquila il 31 marzo del 2009. I commenti rilasciati da alcuni dei partecipanti alla conferenza stampa alla fine dell’incontro furono improntati alla rassicurazione.
    Per i giudici in questo sta la negligenza: gli esperti non avrebbero preso sufficientemente sul serio i rischi di un terremoto, il loro approccio alla questione sarebbe stato troppo generico e assolutamente non adeguato alla situazione.
    Ma c’è anche chi sostiene che oltre alla scorretta comunicazione di rischio fatta ai cittadini ci sia stato un problema di mancata prevenzione non solo nei giorni ma anche negli anni precedenti il terremoto. Uno di questi è Gaetano De Luca, oggi sismologo presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia presso la Rete sismica Abruzzo, che dal 1999 sostiene che la conformazione geologica del terreno, una sorta di altopiano, su cui sorge la città, amplifica la vibrazione in presenza di scosse sismiche.
    Negli anni De Luca ha effettuatro numerose rilevazioni, che hanno mostrato come gli stessi terremoti registrati in stazioni equidistanti dall’epicentro, all’Aquila avevano una risonanza ben maggiore che, per esempi0, in altri punti dell’Abruzzo.
    “A ogni scossa tra l’altro, negli anni, le telefonate di allarme ricevute al centro sismico provenivano molto più spesso da persone che stavano nel centro storico dell’Aquila che da altre località della zona”, racconta il sismologo a Panorama.it.
    “L’amplificazione”, spiega De Luca, “è legata alla geologia di quello che c’è sotto l’Aquila, che non è costruita su roccia. La roccia è stata la salvezza per molti paesini che si trovano in zona sismica. Quello che avviene all’Aquila è che l’onda sismica venendo in superficie invece di roccia trova sedimenti. Nel passaggio dalla roccia alla terra ci sono effetti di rifrazione e riflessione che amplificano la scossa“.
    De Luca presentò invano i risultati di queste sue misurazioni. Quello che ci guadagnò fu di essere messo da parte e fu poi in pratica costretto ad andarsene dal Centro Sismico Nazionale, che faceva capo alla Protezione Civile, nel 2003. Il suo parere di tecnico è stato di recente richiesto dalla polizia giudiziaria in vista del processo sul terremoto.
    “Ho ascoltato le registrazioni delle interviste di De Bernardinis (Protezione Civile, n.d.R.) che mi hanno sconvolto per la leggerezza di alcune dichiarazioni“. Per esempio quella che lo sciame sismico costituisca una “situazione favorevole, perché c’è uno scarico di energia continuo”, citando le dichiarazioni di De Bernardinis a una tv locale.
    “In una faglia come quella dell’Aquila”, racconta il tecnico, “che storicamente sappiamo può generare terremoti vicino a magnitudo 7, visto che si tratta di una scala logaritmica sappiamo che per ogni grado in più c’è un fattore circa 30. Per raggiungere magnitudo 7 ci vogliono 30 eventi di magnitudo 6. Le scosse registrate nei giorni precedenti al 6 aprile erano di magnitudo massima pari a 4.2, assolutamente insufficienti a “scaricare” l’energia potenziale della faglia. Sarebbe come svuotare una piscina olimpionica con un cucchiaino”.
    “Mi ha stupito”, racconta De Luca, “anche l’uso dell’aggettivo ‘normale’, che non vuol dire niente. Conosciamo così poco della storia sismica della Terra, giusto gli ultimi 2000 anni. Non ne sappiamo abbastanza per dire cosa è normale”.
    Quel che è certo è che “il rischio sismico è uguale alla vulnerabilità dell’edificio moltiplicato per la pericolosità della zona”, spiega il sismologo. “Un edificio vulnerabile in zona non sismica presenta un rischio nullo. Un edificio super-sicuro, anche in presenza di pericolosità molto alta, raggiunge una categoria di rischio molto bassa. Visto che la pericolosità non si può cambiare, se una zona è sismica c’è poco da fare, l’unica cosa su cui si può intervenire sono gli edifici“.
    Se qualcuno avesse dato ascolto a De Luca quando più di 10 anni prima del sisma aveva avvertito della presenza all’Aquila di questo fattore di amplificazione, legato alla composizione del terreno, proponendo di cominciare a mettere in sicurezza gli edifici più deboli, uno alla volta, forse molte vite sarebbero state salvate.
    Ed è per questo che De Luca ripete a noi ciò che ha già dichiarato all’Economist: “Perché sul banco degli imputati non ci sono i sindaci, gli assessori, i presidenti delle Province e delle Regioni, che rivestono ruoli che gli assegnano responsabilità notevoli di protezione civile? Avrebbero potuto prendere decisioni precauzionali. Perché invece di chiudere la scuola per tre giorni in presenza di uno sciame sismico, pur non sapendo se il terremoto potrà arrivare al quarto giorno, non ti preoccupi che la scuola dove va tuo figlio e dove vanno i figli dei tuoi concittadini sia sicura?”
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    “Prima da noi”, 21 settembre 2011, http://www.primadanoi.it/modules/articolo/article.php?storyid=8632

    Terremoto L’Aquila, la stampa internazionale accende i riflettori sull’Abruzzo
    di Marirosa Barbieri

    L’AQUILA. «La stampa internazionale e’ l’unica che da tutto il mondo è venuta a chiedere a noi perche’ abbiamo fatto l’esposto».
    Sono le parole a caldo di Vincenzo Vittorini del Comitato cittadino “309 Vittime”, che a seguito del sisma del 6 aprile del 2009 ha perso moglie e figlia nel crollo del proprio edificio, all’indomani della prima udienza dibattimentale a L’Aquila che vede sul banco degli imputati sette membri della Commissione Grandi Rischi, accusati di aver lanciato, cinque giorni prima del terremoto, messaggi rassicuranti che hanno indotto le persone a non prendere le dovute precauzioni. Vittorini ora punta il dito contro la stampa italiana «foriera di interessi di parte» ed esalta i media stranieri che avrebbero mostrato maggiore interesse e attenzione alla tragedia de L’Aquila.
    «Trovo assurdo», dice, « che in America di sappia tutto mentre a Milano, a Torino no. I giornalisti stranieri si sono mossi per far sentire la nostra voce che in Italia e’ censurata e vorrei capire tanto perché. Eppure nei mesi scorsi il caso ha attirato l’attenzione della comunità scientifica. Più di 5.000 scienziati hanno firmato una lettera aperta al presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano a sostegno degli imputati, mentre l’associazione 309 Martiri dell’Aquila si è scagliata più volte chiedendone le dimissioni, mai arrivate. Noi chiediamo giustizia e verita’. Penso che in Italia per la prima volta, in considerazione di un evento tragico, si possa arrivare alla verita’ di come e’ stato o non e’ stato gestito bene un lungo periodo che poi ha portato alla tragedia di quella notte».
    Ma in che modo la stampa estera ha commentato la prima udienza dibattimentale che si è svolta a L’Aquila?
    L’americano International Business Times esce con un titolo amletico: «il terremoto in Italia: gli scienziati (della Commissione) sono realmente responsabili delle morti?». Dopo aver introdotto il punto cruciale e cioè l’accusa alla Commissione rea di «aver dato una valutazione del rischio sismico approssimativa, generica e inefficace», il giornale seguita :«con alcuni precisi avvertimenti 308 persone potrebbero essere ancora in vita. Le famiglie dei 55 studenti che hanno perso la vita nel crollo della casa dello studente, hanno animato pesanti proteste, anche a Roma, davanti al Parlamento».
    Poi, i toni si riscaldano e viene posto l’accento sull’impegno politico dimostrato. L’Internetional Business Times bacchetta Berlusconi perché aveva promesso di intervenire subito per la città in sei mesi ma dopo due anni era ancora tutto al punto di partenza. «Il governo ha costruito una serie di case rapidamente ma poi tutto si è rallentato segno che il primo ministro era più interessato all’attenzione mediatica che alla ricostruzione. Nessuno poi ha dato ascolto alle previsioni di Giampaolo Giuliani che aveva annunciato in base ad alcuni campanelli d’allarme che ci sarebbe stato un grande terremoto al centro Italia. Il governo disse che il test di Giuliani non era affidabile e mancava di preziose informazioni. In risposta a Giuliani inoltre la Commissione Grandi Rischi formulò una dichiarazione rassicurante: un terremoto è improbabile».
    E l’International Business Times conclude con una frase: «non dimentichiamo che questo processo sta succedendo a L’Aquila dove la popolazione è stata personalmente colpita e aspetta una sentenza che non dovrebbe esserci ma potrebbe esserci».
    Anche se dai toni più contenuti e meno provocatori, anche il quotidiano francese Le Monde non si lascia scappare la notizia e se ne esce col titolo «Séisme de L’Aquila : des scientifiques sur le banc des accusés» (terremoto a L’Aquila: scienziati sul banco degli imputati).
    «La giustizia li accusa», si legge, «di aver dato informazioni troppo rassicuranti alla popolazione (trop rassurantes à la population) che altrimenti avrebbe potuto prendere misure per proteggersi se correttamente informata, (qui aurait pu prendre des mesures pour se protéger si elle avait été correctement informée)».
    Senza mezzi termini è invece la BBC News che, oltre ad analizzare per filo e per segno la tragedia de L’Aquila, fa un vero e proprio reportage nella terra del disastro. E infatti la sua inviata Susan Watts, il 16 settembre scorso, intervista Giustino Parisse, aquilano i cui figlio, figlia e padre persero la vita quella notte.
    Ed è proprio lui a parlare alle telecamere della BBC delle rassicurazioni che la Commissione rivolse alla popolazione pochi giorni prima della catastrofe. La BBC parla delle vittime aquilane dicendo che «sono state uccise dentro casa (Killed in homes), che Boschi e Barberi, della Commissione, avevano detto che non c’era nulla da temere e che piccole scosse non significavano nulla».
    E riporta le dichiarazioni dell’ispettore Lorenzo Cavallo che aveva detto: «la commissione tranquillizzò la popolazione locale. Dopo il terremoto abbiamo ascoltato i racconti della gente e ci ha detto di essersi tranquillizzata dopo le rassicurazioni ricevute».
    L’emittente inglese conclude: «le persone de L’Aquila hanno diritto di sapere che cosa è successo. Loro non vogliono mettere la scienza sotto processo ma sapere se è stato davvero fatto di tutto per limitare la portata di una catastrofe simile. Molti sperano che il processo restituisca un po’ di pace (many hope the trial will bring some peace of mind)».
    Anche il NewYork Times accende i riflettori sul processo:«Sette gli imputati per la tragedia de L’Aquila, ora sul banco degli imputati» e gli fa l’eco il Daily Talegraph che sottolinea come le persone de L’Aquila che chiedono giustizia nel processo dicono che «gli esperti non avrebbero dovuto dire l’ora esatta ed il momento preciso in cui potesse manifestarsi il terremoto ma almeno mettere in guardia la gente sulla precarietà dei vecchi edifici del centro storico della città (the experts should have at the very least warned L’Aquila’s population of the fragility of many of the city’s centuries-old buildings), e ricordare loro le misure di emergenza per affrontare un’ eventuale scossa».
    Per il The Guardian «gli scienziati italiani della Commissione Grandi Rischi sono sotto accusa per aver fallito nel loro impegno di predire il terremoto ( for failing to predict earthquake)».
    Anche la Cnn commenta il processo ricordando oltre agli antefatti, la frase di De Bernardinis durante un’intervista.
    «Lui disse», recita la Cnn, « che la comunità scientifica non solo lo aveva rassicurato sullo sciame sismico che si stava verificando ma gli aveva anche detto che era una cosa positive visto che si trattava di scosse che rilasciavano energia sismica. Ed Eugenio Carlomagno, uno dei cittadini aquilani disse che nessuno li aveva allertati e che non c’era alcun piano di evacuazione in caso di emergenza».
    Non meno attenta alla questione è la Germania. Uno dei suoi principali quotidiani Die Zeit, solleva un pesante interrogativo:
    «All’indomani del processo c’è chi si chiede: “il costo per un’evacuazione era forse troppo alto per le autorità?” (Waren den Behörden die Kosten für eine Evakuierung zu hoch)».
    La testate tedesca continua: «sette membri della Commissione Grandi Rischi sono sotto accusa per omicidio plurimo colposo, dato che hanno fornito ai cittadini informazioni superficiali e fuorvianti circa il pericolo imminente. Così avevano e quindi ostacolato l’assunzione di precauzioni e comportamenti appropriati. E Bernardo De Bernardinis, un membro della protezione civile avrebbe invitato la gente a calmarsi bevendo un buon bicchiere di Montepulciano. Il problema è un altro», conclude Die Zeit, «l’Italia forse non poteva permettersi economicamente di evacuare un’ intera città. Forse è per questo che si è preferito rassicurare i cittadini».
    Der Spiegel invece ricorda che le famiglie delle vittime del terremoto chiedono un risarcimento di 50.000.000. di euro e che «sebbene non si possa prevedere con certezza un sisma, esistono tuttavia della mappe di rischio che evidenziano le regioni fortemente vulnerabili e l’Abruzzo è segnalato proprio come area rossa. Perciò lo sciame sismico precedente la tragedia e l’alta pericolosità della zona avrebbero dovuto generare più attenzione da parte delle autorità»
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    “Terra Scienza”, 21 settembre 2011, http://www.terrascienza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=277:terremoto-de-laquila-newscientist-difende-gli-scienziati-italiani-accusati-&catid=2:sismologia&Itemid=9

    Terremoto de L’Aquila: NewScientist difende gli scienziati italiani accusati
    di Cristian Fuschetto

    Washington – Anche la rivista NewScientist assolve i sei scienziati italiani accusati di omicidio colposo per il mancato allarme del terremoto dell’Aquila del 6 aprile del 2009. Thomas H. Jordan, professore di Scienze della Terra presso la University of Southern California nonche’ presidente del panel internazionale di esperti chiamati dal Governo italiano per stabilire le linee guida per migliorare la previsione dei terremoti in Italia, scrive sulle colonne del giornale americano per ribadire l’impossibilita’ di previsione degli eventi sismici. ”Col senno di poi – scrive Jordan – la loro incapacita’ di evidenziare il pericolo imminente puo’ essere spiacevole, ma non si puo’ certo interpretare come un atto criminale il fatto che non sia stata allarmata la popolazione circa il rischio imminente”.
    L’inchiesta e’ stata aperta dopo la denuncia presentata da una trentina di cittadini secondo i quali la riunione della commissione Grandi Rischi fatta all’Aquila cinque giorni prima del tragico sisma aveva diffuso ottimismo e false rassicurazioni a proposito dello sciame sismico da mesi rilevato dagli stessi cittadini. Tra gli indagati alcuni vertici della Protezione Civile, dell’Ingv, sismologi di fama mondiale e tecnici del settore.
    ”Forse gli scienziati fanno qualcosa di sbagliato?”, chiede Jordan. ”I fatti sono complessi. L’attivita’ sismica nella zona de L’Aquila e’ cresciuta nel gennaio 2009. La copertura mediatica e’ stata infiammata da una serie di previsioni di terremoto rilasciate da Gioacchino Giuliani, un uomo del posto che ha lavorato come tecnico in un laboratorio di fisica ma le cui affermazioni non avevano alcun fondamento. Tant’e’ che due delle sue previsioni si sono rivelate dei falsi allarmi”.
    ”Da quello che si sapeva una settimana prima del terremoto – continua – non era affatto probabile un grande shock: la probabilita’ di un falso allarme superava la probabilita’ di una mancata previsione di un fattore di oltre 100”.
    ”La lezione de L’Aquila – conclude Jordan – e’ la necessita’ di separare il ruolo di advisor scientifico, il cui compito e’ quello di fornire informazioni obiettive sulle calamita’ naturali, con quella dei decisori politici, chiamati a valutare i benefici delle azioni di protezione contro i costi di falsi allarmi. La procura de L’Aquila ha frainteso questi ruoli e cio’ porta a seri problemi”
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    “Wired”, 15 settembre 2011, http://daily.wired.it/news/scienza/2011/09/15/processo-terremoto-aquila-scienziati-14457.html

    Terremoto dell’Aquila: la scienza in tribunale
    di Emanuele Perugini

    A breve riparte il processo per la Commissione Grandi Rischi. L’accusa per gli scienziati è omicidio colposo plurimo. Perché non sono stati in grado di comunicare i rischi reali. Un reportage su Nature

    All’Aquila non va sotto processo la scienza. Ma la comunicazione della scienza. La differenza sembra piccola, ma è molto rilevante. Al punto che a riconoscerla è la principale rivista scientifica mondiale, Nature, che, al processo aperto dalla Procura della Repubblica dell’Aquila contro la Commissione Grandi Rischi, dedica la copertina del numero di questa settimana e un ampio reportage.
    Non è la prima volta che la rivista britannica si occupa della questione. Lo aveva fatto già in passato con un’interessante inchiesta di Nicola Nosengo, che, proprio all’indomani del rinvio a giudizio dei sei membri della Commissione Grandi Rischi che saranno ascoltati il prossimo 20 settembre, aveva deciso di aprire un varco di dubbio nella questione spinosa del processo. Fino ad allora, infatti, la decisione di aprire un procedimento giudiziario contro gli scienziati era sembrata alla stragrande maggioranza della comunità scientifica internazionale un vero e proprio atto di prevaricazione. Appelli sostenuti dalle principali istituzioni di ricerca internazionali, tra cui anche l’ American Association for the Advancement of the Science (Aaas), e inviati al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per ribadire l’ assurdità della decisione della Procura della Repubblica aquilana.
    In calce a quell’appello, più di 5mila scienziati si sono mossi a difesa dei loro colleghi italiani, che pure hanno un peso nell’accademia internazionale. I nomi coinvolti sono di altissimo livello: Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’ Istituto nazionale di geofisica e di vulcanologia, Franco Barberi, università Roma Tre, Mauro Dolce, responsabile dell’ufficio rischio sismico della Protezione Civile, Claudio Eva dell’Università di Genova, Giulio Selvaggi (Ingv), Gian Michele Calvi, presidente dello European Centre for Training and Research in Earthquake Engineering di Pavia e Bernardo De Bernardinis numero due della Protezione Civile.
    Agli occhi della comunità internazionale, la decisione di aprire un’inchiesta è sembrata una vera e propria caccia alle streghe. Qualcosa che, nel paese di Galileo Galilei e delle leggi contro la ricerca sulle cellule staminali, rischiava di riaprire una nuova e dolorosa pagina nera per la scienza. Come si fa a mandare sottoprocesso uno scienziato per il semplice motivo che non ha saputo prevedere un terremoto? Messa in questi termini, la questione era davvero assurda. I terremoti non si possono prevedere e al mondo non esiste una persona che sia in grado di farlo: dunque dove è il fondamento dell’iniziativa giudiziaria promossa dai giudici dell’Aquila? La questione, però, rileva ora Nature, non è questa.
    La Procura infatti non ha voluto portare avanti la sua azione penale – l’accusa è di omicidio colposo plurimo e lesioni – fino al rinvio a giudizio, non perché non hanno saputo prevedere l’arrivo di una scossa, ma perché non hanno saputo comunicare alla popolazione il rischio reale che si correva, nel caso in cui una scossa di forte intensità fosse arrivata. Nelle cinque pagine del servizio, l’inviato di Nature Stephen S. Hall, che oltre a scrivere per la rivista insegna comunicazione della scienza alla New York University, ricostruisce e ripercorre tutti gli eventi che portarono alla famosa riunione della Commissione Grandi Rischi all’Aquila del 31 marzo 2009, attraverso la testimonianza diretta degli imputati e dei loro avvocati, dei familiari delle vittime – costituiti in parte civile al processo – e della Procura. Tutto viene preso in esame, persino il clima di panico messo in atto dalle previsioni errate del tecnico Giampaolo Giuliani e delle conseguenti denunce da parte del numero uno della Protezione civile Guido Bertolaso per procurato allarme.
    Ed ecco che sembra di rivivere quei giorni. Dal servizio emerge tutta la delicatezza della questione e si sgombra il campo su una questione estremamente rilevante, e cioè che non è in atto alcuna caccia alle streghe. La procura infatti, sta lavorando su un tema che interessa, scrive Nature, ogni scienziato che si trova a dover lavorare nel campo dei disastri naturali, dove le previsioni in merito a un eventuale rischio, quando sono possibili, sono solo di ordine probabilistico. Elemento, questo, che cozza contro le esigenze dei decisori politici e dell’opinione pubblica, che invece ha bisogno di informazioni nette e chiare e di decisioni. Non di vaghe rassicurazioni, come invece accusa la Procura, che, rincarando la dose, non hanno tenuto nel debito conto neanche la presenza di un elevato numero di edifici ad alto rischio di crollo.
    Così, spiega Nature, le parole pronunciate da Bernardo De Bernardinis al termine di quella riunione, convocata in fretta e furia all’Aquila e non a Roma, per rassicurare la popolazione stremata dallo sciame sismico e dai falsi allarmi, sono state sufficienti a decretare l’apertura del Procedimento Giudiziario. A Pesare più di tutti la frase “ lo sciame sismico farebbe scaricare energia”, che è stata presa come un invito a tornare a casa. Gli abitanti del centro storico del capoluogo abruzzese così almeno l’hanno intesa quella frase e sono tornati a casa. Dopo sei giorni, però, il terremoto ha distrutto quelle loro case e la vita di molti dei loro familiari. Il processo dell’Aquila, spiega Nature, è destinato a fare scuola in tutto il mondo perché tocca davvero l’efficace della strategia di comunicazione del rischio e dell’emergenza
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    “l’Espresso”, 19 settembre 2011, http://espresso.repubblica.it/dettaglio/terremoto-comincia-il-processo/2161623

    Terremoto, comincia il processo
    di Matteo Marini

    Omicidio colposo: questa l’accusa per la Commissione grandi rischi. Secondo i Pm i membri del dipartimento della Protezione civile hannno fornito “informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica vanificando le attività di tutela della popolazione”

    Hanno tolto agli abruzzesi la paura del terremoto, hanno rassicurato. Hanno sottovalutato la situazione. Così andranno alla sbarra per le vittime del 6 aprile 2009. Comincia il 20 settembre, il processo per omicidio colposo plurimo alla Commissione grandi rischi, che fa tremare i polsi non solo ai sette imputati, i componenti “tecnici” della riunione che ebbe luogo il 31 marzo 2009. Fu un summit con “l’obbiettivo di fornire ai cittadini abruzzesi tutte le informazioni disponibili alla comunità scientifica sull’attività sismica delle ultime settimane” in Abruzzo. Quella che ebbe il suo apice alle 3 e 32 del 6 aprile, con la scossa in seguito alla quale morirono 309 persone. Anche la comunità scientifica guarda con apprensione alla sentenza di un processo che si annuncia lungo. E la sentenza è delicata perché potrebbe influenzare parecchio le valutazioni degli stessi scienziati su rischi simili in futuro.
    Non si tratta di prevedere i terremoti. Nelle 224 pagine a firma del pm Fabio Picuti questo concetto è ribadito diverse volte. La commissione, a suo giudizio, ha fallito sotto molti aspetti che non riguardano la previsione di data, ora e luogo di una scossa. I terremoti non si possono prevedere: questo è un assioma sul quale sono tutti d’accordo. Cosa ha sbagliato quindi la Commissione?
    Gli imputati: Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione Civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.
    Imprudenza, negligenza e imperizia, sono le condotte che definiscono la colpa secondo il nostro codice penale. I componenti della Commissione sono accusati di aver fornito “informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica vanificando le attività di tutela della popolazione”. Il discrimine tra loro e gli altri, come il sindaco Massimo Cialente o l’assessore regionale Daniela Stati, è il ruolo ricoperto. Tutti hanno rassicurato la popolazione. Gli imputati non sono semplici politici però, ma consulenti della Protezione civile. Massimi esperti di terremoti in Italia.
    La valutazione del rischio: la statica degli edifici. E’ noto che diversi rapporti, nel corso di più di un decennio, avevano dato un quadro molto chiaro e desolante, non solo della situazione a L’Aquila ma in tutto il Centro-Sud. Il “Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici”, più noto come rapporto Barberi; il rapporto stilato da Abruzzo Engineering nel 2006 e le denunce di diversi sismologi tra cui Gateano De Luca, apparso sul Bulletin of the Seysmological society of America nel 2005.
    A L’Aquila possibili 14.000 morti. Picuti nella sue memoria riporta anche l’estratto di un articolo a firma di Guido Bertolaso, Franco Boschi e lo stesso Francesco Barberi, nella quale c’è una previsione, è davvero allarmante: “Nella sola città di Catania, ad esempio, uno studio del 2002 del Servizio Sismico Nazionale stima in 20.000 – 70.000 il numero delle possibili vittime se si verificasse oggi un terremoto pari al massimo storico occorso nell’area (con il numero più alto in caso di terremoto notturno). Nella città di L’Aquila, per citare un altro esempio, il numero delle vittime in caso di ripetizione del massimo terremoto storico sarebbe di 4000 – 14.500”. Il 6 aprile il terremoto è arrivato di notte, di domenica sera. Molti edifici pubblici sono crollati alle 3 e 32. Quelle cifre sarebbero state una previsione avverata in un altro giorno od ora.
    “Beviamoci un bicchiere di Montepulciano”. Nella conferenza stampa seguita alla riunione della Commissione grandi rischi questa è forse, in assoluto, l’immagine più rassicurante. A pronunciarla è Bernardo De Bernardinis, all’epoca vice capo del settore tecnico operativo della Protezione civile e ora al vertice del dipartimento. Parla dello sciame sismico in corso nella provincia da ottobre: “Una fenomenologia senz’altro normale dal punto di vista dei fenomeni sismici che ci si aspetta in questa tipologia di territori”. Poi ammonendo che chi vive in questo territorio deve essere “preparato a convivere con questa situazione” chiosa “non c’è pericolo io. L’ho detto al Sindaco di Sulmona, la comunità scientifica mi continua a confermare che anzi è una situazione favorevole perché consente uno scarico di energia continuo”.
    Bernardo De Bernardinis è un ingegnere idraulico e davanti alle telecamere non può far altro, da “politico” che ripetere quello che ha sentito, o pensa di aver capito, uscito dalla riunione con i massimi esperti sismologi d’Italia. Lui però ha una responsabilità maggiore rispetto agli altri “semplici” politici. Lui rappresenta la Protezione civile e la Commissione ne è l’organo di consulenza. Nessuno lo smentisce, né quella sera né nei giorni successivi, quando queste parole vengono riprese da televisioni e giornali. La Protezione civile però non ha rilasciato alcun comunicato stampa quella sera né il giorno dopo. Solo Franco Barberi, vero esperto di terremoti, si limita a un “non è possibile fare previsioni” (qui) senza spingersi oltre.
    La scienza rassicura gli aquilani. In procura si presentano, uno dopo l’altro, i parenti di 32 delle vittime del sisma: “Saremmo usciti di casa subito se non ci fossero state le rassicurazioni della Commissione Grandi Rischi”. Perché era uso fare così, soprattutto dopo due scosse forti, una attorno alle 23 della sera prima e una attorno all’una di notte (di magnitudo 3.9 e 3.5). Ognuno di loro denuncia come quella sera le parole sentite all’emittente locale TvUno, al Tg3 regionale e lette su internet siano state confortanti. “Ognuno di noi, alla fine – ha raccontato al magistrato, Vincenzo Vittorini, che nel terremoto ha perso la moglie Claudia Spaziani e la figlia Fabrizia di nove anni – concludeva dicendo “Comunque hanno detto che più scarica e meglio è! Scosse più forti di quelle che abbiamo già sentito non ce ne potranno essere”.
    Le testimonianze dei parenti che hanno raccontato alla Procura quegli ultimi giorni sono importanti per stabilire come le rassicurazioni abbiano rubato loro “la paura del terremoto”. Gianfranco Di Marco, fratello di Stefania che a Onna è rimasta sepolta sotto le macerie assieme alla madre Ada Emma e al figlio Paolo, descrive la scena poco dopo le scosse che hanno preceduto quella devastante. Le sue parole sono significative: “Il 30 marzo, lunedì, c’erano in piazza moltissime persone fino a notte fonda, mentre il 5 sera, probabilmente a causa delle rassicurazioni degli esperti, c’erano solo pochissime persone. Ciò mi tranquillizzò ulteriormente”. “Informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie, quindi, – secondo il pm – sulla pericolosità dell’attività sismica hanno vanificato le attività di tutela della popolazione”.
    Sul piano più strettamente tecnico c’è una valutazione che lascia non pochi dubbi. Christian Del Pinto è un giovane fisico Responsabile scientifico del Centro funzionale del servizio per la Protezione Civile Molise. Era presente come auditore alla riunione, quindi senza la possibilità di prendere la parola, e ora è testimone dell’accusa: “Definire normale lo sciame sismico in corso era, a mio giudizio, un azzardo ed un errore concettuale – ha spiegato al pm – La parola “normale” in sismologia indica solo un certo di tipo di faglia; con riferimento alla sismicità la parola da utilizzarsi non è normale bensì ordinario” ma “non era un fenomeno né normale né ordinario”. E nel giudizio complessivo della riunione confessa: “mi era sembrata una “grottesca pantomima”.
    Una grottesca pantomima perché? Forse l’obiettivo era quello semplicemente di rassicurare la popolazione senza però analizzare nel dettaglio e tenere in considerazione i dati scientifici sul terremoto e sugli edifici. A prova di questo il verbale del 31 marzo fu scritto e firmato molti giorni dopo: proprio il 6 aprile a disastro ormai avvenuto. La colpa sta tutta qui.
    L’allarme della comunità scientifica. Due istituti americani di sismologia hanno sottoscritto un appello contro l’opportunità di processare scienziati per le morti avvenute nel sisma. La American geophysical union e la American association for the advancement of science, entrambe di Washington, hanno definito “ingiusto” e “ingenuo” procedere con l’inchiesta. Questo perché un’eventuale condanna potrebbe “scoraggiare in futuro scienziati e funzionari dal produrre consulenze o comunque lavorare nel settore della sismologia e del rischio sismico” (il documento)
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    “Corriere della Sera”, 21 settembre 2011, http://archiviostorico.corriere.it/2011/settembre/21/Scienziati_sotto_Processo_all_Aquila_co_9_110921043.shtml

    Scienziati sotto Processo all’ Aquila si Confonde Previsione con Prevenzione
    di Giovanni Caprara

    Un singolare processo che deve far riflettere si è aperto ieri a L’Aquila contro i sette componenti la Commissione Grandi Rischi, quasi tutti scienziati, accusati addirittura del reato di omicidio colposo. L’imputazione è di «una valutazione del rischio sismico approssimativa, generica e inefficace in relazione all’attività della Commissione e ai doveri di prevenzione e previsione del rischio simico» e di aver divulgato «informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica» per il terremoto all’Aquila nell’aprile 2009. Ovviamente l’attenzione internazionale si è focalizzata sull’evento perché occorre coraggio ad imbastire un processo con simili premesse. I geofisici di ogni Paese del mondo sono impegnati in ricerche di svariata natura per arrivare a cogliere indizi capaci di aiutare a prevedere i terremoti e la potenza con cui si manifestano. In California, temendo il famoso «Big One», un potente sisma distruttivo, hanno scavato un pozzo profondissimo immaginando di cogliere nelle viscere della Terra qualche traccia segnalatrice. Nei prossimi mesi si lancerà persino un satellite per vedere se alcuni segnali elettromagnetici vengono emessi prima di questi eventi. Sono tentativi, ma di fatto la scienza è disarmata come davanti ad uno tsunami o a un uragano e la prevedibilità rimane un obiettivo lontano. Senza queste conoscenze indispensabili, come si può esprimere una valutazione del rischio precisa e diffondere notizie altrettanto precise e addirittura complete? Qui non si tratta di difendere gli scienziati ma una dignità culturale e anche giuridica. Tutti piangiamo le vittime ma, forse, per rendere loro giustizia l’ attenzione andrebbe rivolta semmai alle amministrazioni locali o regionali per accertare se avevano fatto rispettare nelle costruzioni i criteri per fronteggiare rischi, questi sì ben noti, della terra che trema. A meno che non si voglia imporre come assoluto un principio di precauzione e allora buona parte della Penisola dovrebbe essere immediatamente evacuata perché quasi l’intero territorio è soggetto a sisma.

    • “Il Centro”, 26 novembre 2011, http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2011/11/26/news/terremoto-l-aquila-processo-grandi-rischi-parisse-in-aula-mi-fidai-e-ho-perso-due-figli-5335932 (da qui si può accedere a molti altri link come, ad esempio: 1- La rabbia degli studenti: “Traditi dalle rassicurazioni”, 2- L’accusa dei superstiti: “Un errore fidarsi degli esperti”, 3- I parenti delle vittime: rassicurazioni fatali)

      TERREMOTO L’AQUILA, PROCESSO “GRANDI RISCHI”. PARISSE IN AULA: “MI FIDAI E HO PERSO DUE FIGLI”
      La testimonianza del caporedattore del Centro nel processo per le presunte rassicurazioni fornite dagli esperti prima del terremoto del 6 aprile 2009. “Mi sono sentito rassicurato ed ero certo che non ci sarebbero state scosse più forti. Quella notte non invitai né me stesso né i miei familiari a uscire di casa”

      L’Aquila. “Dalla riunione della commissione ebbi la certezza, che mi veniva dal fatto che fosse composta da scienziati, che avevano comunicato all’esterno una rassicurazione alla popolazione: lo sciame c’è, L’Aquila è zona sismica, però non c’è nessun elemento che ci possa fare pensare a una scossa forte”. Lo ha affermato il caporedattore del Centro, Giustino Parisse, ascoltato oggi come testimone nel processo alla commissione Grandi rischi, accusata di avere fornito false rassicurazioni agli aquilani. Parisse nel sisma ha perso il padre e i due figli adolescenti.
      Quello alla commissione Grandi rischi è uno dei principali processi legati al sisma del 6 aprile 2009 che ha distrutto L’Aquila. Sotto accusa per omicidio colposo plurimo ci sono i componenti della commissione. Gli imputati sono sette: Franco Barberi, Bernardo De Bernardinis, Enzo Boschi, Giulio Selvaggi, Gian Michele Calvi, Mauro Dolce e Claudio Eva. Secondo l’accusa, rappresentata dal pm Fabio Picuti, nella riunione del 31 aprile 2009 gli esperti rassicurarono gli aquilani con messaggi tranquillizzanti sull’ipotesi di un forte terremoto. Poi, invece, fu la catastrofe.
      Tutto il processo è partito dall’avvocato Antonio Valentini che in una denuncia ha posto un quesito: “visto che i terremoti non sono prevedibili su quali presupposti si è detto che il terremoto all’Aquila non ci sarebbe stato? “. I testimoni sono stati chiamati a deporre da Picuti per dimostrare che prima della riunione essi e i loro parenti morti sotto le macerie fossero soliti uscire dalle loro abitazioni in caso di scosse mentre dopo le esternazioni delle commissione le abitudini cambiarono arrivando a sottovalutare i rischi. L’accusa ruota tutta lì.
      Invitato dal pubblico ministero Fabio Picuti a precisare cosa fosse cambiato in lui dopo la riunione della Cgr, Parisse ha spiegato: “Mi sono sentito rassicurato ed ero certo che non ci sarebbero state scosse più forti, tanto da arrivare a una catastrofe. Di questo rassicuravo la mia famiglia”, ha concluso con amarezza. Quanto ai mutamenti del suo comportamento dopo la riunione ha aggiunto: “Il 30 marzo (scossa prima della riunione, ndr) uscii di casa e rimanemmo fuori. Quella notte, invece non invitai nè me stesso nè i miei familiari a uscire perché ero sicuro che non potessero accadere altre scosse catastrofiche”.
      “Personalmente non ho nulla contro i componenti di quella commissione”, ha concluso Parisse, “qualcuno di loro l’ho anche conosciuto dopo, ma mi interessa dal punto di vista storico che questa vicenda venga chiarita fino in fondo anche dal punto di vista della responsabilità penale. Da questo processo non mi aspetto nulla, quello che ho perso l’ho perso il 6 aprile e nessuno me lo ridarà”.
      Il processo alla commissione Grandi rischi riprenderà al 30 novembre prossimo
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  10. Dalle nostre parti non arrivano cicloni ed uragani, eppure a far morire la gente basta un acquazzone autunnale. Ogni anno, alle prime piogge, una gran parte d’Italia cade in ginocchio. Quest’anno (fino ad ora) la tragedia si è concentrata a Roma (19 settembre e 21 ottobre, un morto) e in Liguria tra le Cinque Terre (25 ottobre, 8 morti) e Genova (4 novembre, 6 morti). Purtroppo è accaduto anche nell’area vesuviana: il 21 ottobre Valeria Sodano, una ragazza di 23 anni che stava rientrando a casa, è stata travolta da un fiume di pioggia e fango a Pollena Trocchia ed è morta annegata sotto la sua auto.
    In ognuno di questi casi gli amministratori si sono affrettati a dare la colpa all’evento di “eccezionale portata” e al fatto di essere stato “improvviso” e “imprevedibile”. Tutto vero. Eppure tutto dannatamente falso. E’ vero che siamo di fronte a fenomeni nuovi (i climatologi parlano di “flash flood”, di alluvioni lampo) e ad una tropicalizzazione del clima, ma ben prima del cambiamento climatico (da sempre, da quando ho memoria) durante l’autunno in Italia si muore per colate di fango, per annegamenti e per smottamenti dovuti alle piogge. Non c’è nulla di imprevisto: sappiamo fin troppo bene che cosa accade al nostro territorio e conosciamo benissimo anche le cause (o, se si preferisce, le concause).
    Cementificazione selvaggia e occlusione degli alvei pluviali.
    C’è bisogno di smuovere i massimi sistemi? C’è bisogno di ricorrere alla mitologia classica?
    Direi di no, quanto meno per rispetto alle vittime.
    Se alla tropicalizzazione non possiamo che opporci cambiando o razionalizzando a livello globale il nostro modo di vivere (di consumare e di inquinare) [ricordo che il Protocollo di Kyoto è stato sottoscritto nel 1997], alla cura del territorio (pulizia degli alvei e dei tombini) possiamo e dobbiamo occuparcene subito, e continuamente.
    Ma il nostro Paese agisce sempre in maniera doppia e ambigua. Se da un lato istituisce la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dei disastri ambientali e industriali causati dall’incuria dell’uomo” (la prima si è tenuta proprio il 9 ottobre scorso), dall’altro vengono costantemente e brutalmente tagliati i fondi a disposizione del Ministero dell’Ambiente (negli ultimi 4 anni sono passati da 1,3 miliardi a 120 milioni di euro: -90%).
    Bisogna prendersi cura del territorio, e questo lo si può fare solo percorrendolo e conoscendolo. Ciro Teodonno ha fatto una semplice passeggiata in alcune strade di Pollena e di SSV e ha documentato lo stato degli scoli piovani. Tantissimi, troppi, sono tappati. E preparano la prossima tragedia.
    Questa sì che è rimozione (da parte di tutti: politici e cittadini): guardare e non vedere lo stato di abbandono e di incuria, sentire e non ascoltare le flebili voci di chi tenta di richiamare i cervelli e le coscienze.
    Ecco i suoi due articoli dopo la terribile morte di Valeria.
    Segue un comunicato stampa del Movimento “Cittadini per il Parco”.

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    “Il mediano”, 25 ottobre 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=15127

    ANNEGARE SUL VESUVIO
    Gli ultimi tragici eventi di Pollena Trocchia ci impongono una riflessione: è possibile morire per un acquazzone autunnale?
    di Ciro Teodonno

    Nel corso degli anni ce ne sono stati tanti di eventi simili, come ad esempio a Torre del Greco e a Torre Annunziata, dove una coppietta venne travolta dalle acque piovane di un alveo in piena e dove una persona annegò nel sottopassaggio dell’autostrada appena terminato. Abbiamo fatto appello esclusivamente ai nostri ricordi ma ce ne saranno state sicuramente tante altre di queste tragedie, per non parlare poi di quelle sfiorate che, come quelle avvenute, purtroppo, non hanno ancora insegnato nulla a chi ci governa.
    L’imponderabile e l’imprevedibile! Sono stati loro ad uccidere Valeria Sodano, in Via Cimitero, a Pollena Trocchia; questo secondo gli amministratori locali, che definiscono il temporale “un evento meteorologico di proporzioni eccezionali e del tutto imprevedibile”. Solo poche ore prima, Roma era rimasta letteralmente sotto l’acqua di un nubifragio e il sindaco Alemanno, anch’egli, si appellava alla straordinarietà dell’evento. Eppure tutto ciò avviene ogni anno e le previsioni avvertivano di uno spostamento a sud del maltempo; e poi, cosa c’è di straordinario nell’acqua che cade dal cielo, se non l’impreparazione di chi vive a valle? La nostra scarsa memoria relega altrove il pensiero, salvo risvegliarsi con la solita litania della tragedia annunciata, ma da chi?
    Come e quando? Il dissesto idrogeologico del nostro paese non è una novità, miete vittime ogni anno: Pozzano, Ischia, Atrani, Sarno! Ma anche Messina, le Marche, solo per citarne qualcuno degli eventi più recenti, ma cosa si fa per evitarli? Basta passeggiare per le vie di Pollena, così come per quelle di ognuno dei 13 comuni del Parco nazionale per rendersi conto della situazione. Le caditoie, ‘e saittelle come qualcuno le chiama ancora, sono quasi tutte occluse. Siamo stati in Via Cimitero (mai nome fu più triste ed emblematico), dove si pensava di trovare un segno della tragedia accaduta giovedì sera. Chiediamo informazioni a un anziano signore che lavora nel cortile di casa; con gli occhi inumiditi d’emozione l’uomo ci indica il luogo preciso, è all’incrocio di Via Cimitero con Via Apicella.
    Non un fiore per quella povera ragazza, non un segno di quel che è successo. Sembra quasi che si voglia dimenticare del tutto quel che è successo solo pochi giorni fa; dimenticarlo come un qualcosa voluto dal fato e di inevitabile. Quante volte è successo e si è sperato che non accadesse più, si è sperato che non toccasse a uno di noi, a un parente stretto; e poi l’oblio! Finché un nuovo fatto non squarciasse temporaneamente le coscienze, giusto il tempo di un accusa faziosa e di una scusa insostenibile e poi la vita ricomincia, ma non per Valeria. Delle 57 caditoie di Via Cimitero (saittella più, saittella meno) 10 erano occluse da terreno e detriti di vario genere. In via Apicella invece, delle 29 grate contate, sei erano coperte di detriti, terreno, asfalto, foglie e plastica.
    La strada, dal lato dei lavori, freschi d’asfalto, ha ceduto in più punti, segno della cattiva opera. Le cunette per la confluenza delle acque verso la circumvallazione sono coperte da spazzatura e vegetazione spontanea. Una volta c’erano i lagni, quei canali che convogliano le acque del Vesuvio a valle, nella piana campana, fino al Casertano, nel sistema di irreggimentazione delle acque di quello che era il fiume Clanio, quello che dà appunto il nome alla parola lagno
    . Queste opere borboniche, allo stesso tempo storiche e pratiche, sarebbero state funzionali all’occorrenza, se fossero state ripulite e liberate delle strutture abusive che le bloccano in più parti, come platealmente accade in via Grottole ma tutto ciò non succede e campa cavallo che l’erba cresce e a ventitré anni si affoga in città
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    COMMENTI:

    Autore: Carlo Silvano | Data: 25/10/2011 | Ora: 17.03.12
    E’ questo il risultato della politica del consorzio di bonifica?
    Anche se adesso vivo a circa 800 km da Pollena, leggere notizie del genere mi fa male perché non posso non ricordare le tante battaglie che l’allora parroco di Pollena, don Mimmo Noviello, fece per tentare di impedire la distruzione del territorio, soprattutto nell’area del Carcavone dove operava una ditta per l’estrazione della sabbia ad uso edile. Sempre negli anni Ottanta, e così anche negli anni Novanta, a Pollena diversi soggetti – come il partito dei verdi e alcuni semplici cittadini – criticarono pubblicamente la politica del Consorzio di bonifica intento a cementificare e a coprire i Regi lagni. Ricordo soprattutto le battaglie dell’allora sindaco di Volla, Guido Navarra, preoccupato per la rapidità delle acque piovane, incanalate nelle condotte, che potevano giungere nel suo comune provenendo dal monte Somma. Insomma, si sapeva, allora, che prima o poi la cattiva irregimentazione delle acque reflue avrebbe causato qualcosa di brutto. Ma le opere pubbliche andavano fatte perché… perché solo così si gestiscono tanti soldi! Carlo Silvano (Villorba)

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    “SSVnews”, 25 ottobre 2011, http://sansebastianonews.blogspot.com/2011/10/piove-sul-bagnato.html

    PIOVE SUL BAGNATO
    di Ciro Teodonno

    I tragici fatti di Pollena non fanno che risollevare l’atavico problema del dissesto idrogeologico del nostro paese. Proprio lo scorso settembre una delegazione di geologi in audizione alla 13ª commissione “Territorio, ambiente, beni ambientali” del Senato aveva reso noti gli spaventosi dati del nostro paese. Negli ultimi ottant’anni si sono verificate in Italia 11.000 frane e 5.400 alluvioni che, nei soli ultimi vent’anni, hanno coinvolto 100.000 persone e provocato danni per 30 miliardi. Davanti a tutto ciò come possiamo giustificare le affermazioni del sindaco di Pollena che parimenti a quello di Roma se la prende con giove e pluvio, dichiarando testualmente: “quanto avvenuto è frutto di una tragica fatalità, provocata da un evento meteorologico di proporzioni eccezionali e del tutto imprevedibile”. Tutti quanti eravamo sotto quella pioggia giovedì sera e come a Sarno nel ’98 non c’è voluto un monsone per far andare in tilt le nostre fognature e allagare le strade e creare quello che è stato.
    Per un mio recente articolo mi sono recato sul posto e ho verificato lo stato delle caditoie di Via Cimitero, là dove ha perso la vita la sventurata Valeria Sodano.
    Allo stesso modo mi sono impegnato nel verificare lo stato delle caditoie sebastianesi e, soprattutto nei suoi punti più critici, proprio dove le pendenze sono più forti come in Via degli Astronauti, risultano in buona parte occluse, da terra e detriti di ogni genere. Sarà stato forse questo dato di fatto ovvero, quello della loro inutilità che ha spinto qualcuno a rimuoverle, portandosele via, proprio come a Viale dello Zodiaco e Via Selene, facendone un uso senz’altro più lucrativo?
    Mi riprometto di monitorare tutto il territorio comunale
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    Infine, copio e incollo un comunicato stampa del Movimento “Cittadini per il Parco” che ho ricevuto via-mail (5 novembre 2011):

    Comunicato stampa
    Dedicato alla tragedia di Pollena
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    PER NON DIMENTICARE VALERIA

    Le notizie che si sono susseguite negli ultimi giorni sugli effetti di temporali e nubifragi in diverse regioni italiane dimostrano ancora una volta i rischi a cui è sottoposto il nostro Paese.
    Eventi naturali di grande portata, qualche volta eccezionali, ma non imprevedibili, finiscono spesso per trasformarsi in tragedie, provocando un carico di distruzione e di morte.
    Le analisi e le proposte di provvedimenti avanzate negli anni dagli esperti sono rimaste puntualmente inascoltate.
    Noi crediamo che sia urgente e necessario mettere la massima attenzione alla conoscenza ed allo studio del territorio, al rispetto delle leggi naturali che lo regolano al fine di tutelare le persone che quel territorio abitano e di salvaguardare i loro ambienti di vita.
    E’ possibile morire per un acquazzone autunnale, anche se di proporzioni eccezionali?
    Esprimiamo il nostro cordoglio per le vittime e la nostra solidarietà per coloro che sono stati colpiti nei beni materiali. Tuttavia questi fatti non possono farci inorridire nell’immediato e cadere nel dimenticatoio poco dopo; ma richiedono, ci chiedono, atti conseguenti e prese di posizione nette.
    Basta passeggiare per le vie di ognuno dei 13 comuni del Parco nazionale del Vesuvio per rendersi conto del pericolo che tragedie simili possono nascondersi dietro l’angolo!
    Le cause principali: il dissesto idrogeologico dell’intero territorio vesuviano ed in particolar modo del sistema di imbrigliamento delle acque e della mancata manutenzione del sistema fognario dei comuni pedemontani associato all’abusivismo e all’abbandono dei terreni.
    Le tragedie possono diventare un momento di riscatto per questo territorio e per i suoi abitanti. Oppure no. Noi non vogliamo dimenticare. Non vogliano ritrovarci tra un anno o due a compiangere altri morti, altri disastri.
    Per fare il punto sul rischio idrogeologico sul Vesuvio e nelle aree contigue, è indispensabile mettere intorno ad un tavolo gli esperti e coloro che hanno responsabilità istituzionali. Questo sarà il nostro impegno.
    Per capire, per decidere, per agire
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  11. Il problema è nazionale, naturalmente. Ed è antico.
    Oggi, in giro per il web e sulla stampa ho incontrato molti commenti stupiti e increduli. Faccio due esempi: l’intensa prima pagina de “La Stampa” odierna si domanda “Che cosa ci sta succedendo?“; una signora bolognese, invece, commenta un post di Peppe Civati con queste parole: “ho memoria delle leggi virtuose della Regione. Cosa è successo? Quando è cominciato?“.
    Bene ha fatto, dunque, il CorSera che oggi ha pubblicato un grafico con le principali alluvioni degli ultimi 60 anni in Italia (per la verità è un grafico piuttosto lacunoso: ad esempio, Sarno 1998 non c’è):
    alluvioni in italia dal 1951 al 2011

    (Restiamo in attesa del bollettino delle altre alluvioni, che sono “minori” solo quantitativamente, ma complessivamente?)

    [Fonte: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2011/11/06/pop_alluvioni.shtml, 6 novembre 2011]

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    AGGIORNAMENTO:

    Tratto da: “Disastro ambientale”, di Giovanna Ricoveri, in “Micromega”, n. 2/2011, http://eddyburg.it/article/articleview/16947/1/27 (01.05.2011)

    L’ultimo rapporto del Consiglio nazionale dell’ordine dei geologi informa che in Italia, nel periodo 2002-2010, la mancata cura del territorio ha provocato 37 frane e 72 alluvioni con 219 vittime pari a 30 morti all’anno, e un costo economico crescente nel tempo, pari a 1,2 miliardi di euro all’anno nel periodo che va dal 1990 ad oggi. Le infrastrutture di cui ci sarebbe bisogno per prevenire le frane e le alluvioni sono altre (rispetto alle infrastrutture previste dal famigerato Patto con gli Italiani stipulato da Berlusconi a Porta a Porta anni fa, cardine del programma elettorale del Pdl e parte del “capitalismo delle cricche” sostenuto dal governo Berlusconi), come ad esempio la manutenzione degli argini e la costituzione delle casse di espansione lungo le sponde dei fiumi, che impediscano alle acque di esondare quando la pressione dell’acqua aumenta a causa delle piogge. La prevenzione dei danni da frane e alluvioni costerebbe il 10 per cento di quel che costa riparare i danni a posteriori, senza contare le vite umane che si perdono in queste occasioni“.

  12. La nostra è effettivamente una società del rischio, come ci ha chiaramente spiegato Ulrich Beck (ormai un quarto di secolo fa): ne produce in quantità enormi (sia nel concreto che nell’immaginario, attraverso allarmi e allarmismi), passa da un rischio all’altro (un giorno si tratta di quello terroristico, quello dopo del rischio ecologico, quello dopo ancora del clima impazzito, poi della crisi economica, delle pandemie alimentari, dell’invasione dei “diversi” e così via); la nostra società necessita sempre più di prevenzione e cautela, di preparazione e informazione, e non disdegna riformulazioni dei diritti (spesso un loro restringimento) per questioni di “sicurezza” e di “emergenza nazionale”. La nostra società (occidentale avanzata, ma la questione è globale) deve (e sottolineo “deve”) produrre rischi: lo impone il suo sistema economico e politico. Se si manifesta un rischio (anzi, se viene “prodotto”), esso si trasforma in una fonte di reddito perché alimenta altre forme di produzione, come ad esempio la prevenzione: che si tratti di esercitazioni (fonte di reddito per chi le organizza e le gestisce) o di merci (ad esempio: maschere antigas, farmaci preventivi, airbag per le auto…). Ma il rischio è fonte di grandi guadagni anche per quanto riguarda le ricostruzioni post-evento o gli adeguamenti strutturali pre-evento: chi, oggi, ne possiede il know-how e gli strumenti tecnici, è nel business più redditizio.
    Tuttavia, sempre da una prospettiva economica (con entrate meno immediate e cospicue, ma in forte aumento) può essere allettante anche il cambiamento della angosciosa situazione attuale, se solo si cominciasse ad utilizzare risorse rinnovabili, razionalizzando i consumi, ricercando e usando energie alternative.
    A mio avviso, però, questa opzione (comunque imprescindibile) è solo parziale: ritengo, infatti che solo recuperando un rapporto più equilibrato con la natura si tornerà “a quote più normali” (come canta Battiato). Mi riferisco ad una vera e propria “rivoluzione verde” che, in quanto tale, non riguardi esclusivamente le strutture economiche e politiche (quelle saranno interessate dopo), ma soprattutto quelle morali e culturali: va cambiato il nostro sguardo sul mondo, il nostro modo di vivere, la nostra maniera di essere società.
    Semplice? No. Utopico? Forse. Indispensabile? Si.

    “La Repubblica”, 7 novembre 2011, http://www.repubblica.it/ambiente/2011/11/07/news/disastri_del_clima-24564477/?ref=HRER3-1

    Allarme dell’Onu sul clima. “I disastri aumenteranno”
    Il nuovo rapporto della task force: “Alluvioni e tempeste sempre più violente. Eventi estremi destinati a crescere”. Gli esperti dell’Ipcc: caldo e piogge tropicali in Europa diventeranno la norma

    di Antonio Cianciullo

    ROMA – Roma, Cinque Terre, Genova, Napoli. Eccola qui, concentrata in pochi giorni, l’anticipazione del clima che verrà. La rabbia del vento che spazza via tutto, i muri d’acqua che si trasformano in bombe idriche, le tempeste di lampi che riempiono il cielo: fenomeni che chiamiamo estremi perché fino a ieri rappresentavano il limite dell’orizzonte conosciuto, oggi si ripetono con frequenza devastante. Domani potrebbero diventare routine.
    L’allarme viene dal quinto rapporto sul cambiamento climatico che l’Ipcc, il panel di oltre 2 mila scienziati messo in piedi dalle Nazioni Unite, sta mettendo a punto. A Kampala, in Uganda, dal 14 al 19 novembre si riuniranno gli esperti di eventi estremi e dalla loro analisi (Special report on managing the risk of estreme events and disasters) emerge un quadro drammatico del caos climatico prodotto dall’uso di carbone e petrolio e dalla deforestazione: è “praticamente certo”, dicono gli esperti, che aumenteranno le ondate di gelo e di calore estremo, le inondazioni, i cicloni tropicali ed extratropicali. E a pagare lo scotto maggiore saranno i tropici e l’artico, ma anche le aree temperate più vicine alla fascia in forte riscaldamento.
    Munich Re, uno dei colossi di un settore assicurativo sempre più allarmato, ha fatto i conti del 2010: ci sono stati 950 disastri, legati per il 90 per cento a fattori meteo, che hanno prodotto danni per 130 miliardi di dollari“, racconta Mariagrazia Midulla, responsabile clima del Wwf. “Dal 1990 il prezzo pagato al cambiamento climatico continua a crescere. È ora che a Durban, dove tra un mese si incontreranno i governi di tutto il mondo per stabilire una strategia sulla difesa del clima, si decida uno stop rapido alle emissioni serra”.
    Anche i numeri dei climatologi sottolineano come il 2010 sia stato un anno che ha accelerato il trend di crescita dei disastri climatici: le temperature globali hanno segnato un nuovo record, ondate di incendi hanno messo in ginocchio la Russia, alluvioni record hanno ucciso 2 mila persone in Pakistan e sconvolto l’India, una tempesta di polvere ha soffocato Pechino e ha colpito 250 milioni di persone. Non basta. Quest’anno Bangkok è finita sott’acqua, la siccità e la carestia devastano il Corno d’Africa, l’uragano Irene ha seguito una rotta impazzita arrivando a far tremare New York.
    Secondo l’Ipcc l’aumento dell’energia in gioco in atmosfera prodotto dalla crescita delle emissioni serra aggraverà tutti questi problemi. In assenza di un alt ai combustibili fossili e alla deforestazione, le ondate di calore che nel 2003 hanno fatto 70 mila morti aggiuntivi in Europa diventeranno più frequenti; entro il 2050 i massimi di temperatura saranno di almeno 3 gradi superiori ai massimi di temperatura del secolo scorso ed entro il 2010 di 5 gradi superiori; le aree aride e semiaride in Africa si espanderanno almeno del 5-8 per cento; si perderà fino all’80 per cento della foresta pluviale amazzonica; la taiga cinese, la tundra siberiana e la tundra canadese saranno seriamente colpite; il Polo Nord diventerà presto navigabile d’estate; la popolazione mondiale sottoposta a un crescente stress idrico passerà dal miliardo attuale a 3 miliardi.
    Lo scenario devastante indicato dall’Ipcc può ancora essere evitato se si puntano con decisione sulle energie rinnovabili e sull’efficienza energetica“, precisa Vincenzo Ferrara, il climatologo dell’Enea. “È un passaggio complesso ma si può avviare subito a costo zero: basterebbe chiudere il rubinetto degli incentivi che, a livello globale, finanziano con circa 400 miliardi di dollari l’anno i combustibili fossili che minano la stabilità climatica e usare questi fondi per rilanciare le energie pulite”.
    “Non abbiamo scelta: il fatto che in pianura padana le piogge siano complessivamente diminuite mentre le alluvioni aumentano mostra in modo inequivocabile che il clima italiano si è tropicalizzato“, aggiunge Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace. “Non possiamo limitarci a contare le vittime del caos climatico senza reagire”
    .

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    A proposito di Ulrich Beck e di rischio, la mia amica Monica mi ha segnalato questo articolo di qualche giorno fa:

    “La Repubblica”, 1 novembre 2011, http://eddyburg.it/article/articleview/17924/0/283/

    Il movimento del 99 per cento può cambiare il mondo
    «Non i “superflui” (Zygmunt Bauman), non gli esclusi, non il proletariato, ma il centro della società protesta nelle pubbliche piazze». La Repubblica, 1° novembre 2011

    di Ulrich Beck

    Com’è possibile che un caldo autunno americano, sul modello della primavera araba, distrugga il credo dell’Occidente, cioè la visione economica dell´american way? Com´è possibile che il grido “Occupy Wall Street” raggiunga e trascini nelle piazze non soltanto i ragazzi di altre città americane, ma anche quelli di Londra, Vancouver, Bruxelles, Roma, Francoforte e Tokio? I contestatori non sono andati soltanto a far sentire la loro voce contro una cattiva legge o a sostenere qualche causa particolare: sono scesi in piazza a protestare contro “il sistema”. Ciò che fino a non molto tempo fa veniva chiamato “libera economia di mercato” e che ora ricomincia a essere chiamato “capitalismo” viene portato sul banco degli accusati e sottoposto a una critica radicale. Perché il mondo è improvvisamente disposto a prestare ascolto, quando Occupy Wall Street rivendica di parlare a nome del 99% dei travolti contro l´1% dei profittatori?
    Sul sito web “WeAreThe99Percent” si possono leggere le esperienze personali di quel 99%: quelli che hanno perduto la casa nella crisi del settore immobiliare; quelli che costituiscono il nuovo precariato; quelli che non possono permettersi nessuna assicurazione contro le malattie; quelli che devono indebitarsi per poter studiare. Non i “superflui” (Zygmunt Bauman), non gli esclusi, non il proletariato, ma il centro della società protesta nelle pubbliche piazze. Questo delegittima e destabilizza “il sistema”.
    Certo, il rischio finanziario globale non è (ancora) una catastrofe finanziaria globale. Ma potrebbe diventarlo. Questo condizionale catastrofico è l´uragano abbattutosi nel mezzo delle istituzioni sociali e della vita quotidiana delle persone sotto forma di crisi finanziaria. È irregolare, non si muove sul terreno della costituzione e della democrazia, reca in sé la carica esplosiva di un fenomeno ancora in gran parte sconosciuto, anche se stentiamo ad ammetterlo, e che spazza via le nostre consuete coordinate orientative. Nello stesso tempo, in questo modo una sorta di comunità di destino diventa un´esperienza condivisa dal 99%. Ne possiamo cogliere il segno nei saliscendi repentini delle curve finanziarie, che con le loro montagne russe rendono immediatamente percepibile il legame tra i mondi. Se la Grecia affonda, è un nuovo segnale del fatto che la mia pensione in Germania non è più sicura? Cosa significa “bancarotta di Stato”, per me? Chi avrebbe immaginato che proprio le banche, così altezzose, avrebbero chiesto aiuto agli Stati squattrinati e che questi Stati dalle casse cronicamente vuote avrebbero messo in un batter d´occhio somme astronomiche a disposizione delle cattedrali del capitalismo? Oggi tutti pensano più o meno così. Ma questo non significa che qualcuno lo capisca.
    Questa anticipazione del rischio finanziario globale, che si fa sentire fin nei capillari della vita quotidiana, è una delle grandi forme di mobilitazione del XXI secolo. Infatti, questo genere di minaccia è ovunque percepito localmente come un evento cosmopolitico che produce un cortocircuito esistenziale tra la propria vita e la vita di tutti. Simili eventi collidono con la cornice concettuale e istituzionale entro cui abbiamo finora pensato la società e la politica, mettono in questione questa cornice dall´interno, ma nello stesso tempo chiamano in causa sfondi e presupposti culturali, economici e politici assai differenti; analogamente, la protesta globale si differenzia a livello locale.
    Sotto il diktat dell´emergenza le persone fanno una specie di corso accelerato sulle contraddizioni del capitalismo finanziario nella società mondiale del rischio. I resoconti dei media fanno emergere la separazione radicale tra coloro che generano i rischi e ne traggono profitto e coloro che ne devono scontare le conseguenze.
    Nel Paese del capitalismo da predoni, gli Stati Uniti, sta prendendo forma un movimento di critica del capitalismo – ancora una volta, si tratta di un evento imprevedibile. Abbiamo detto “follia” quando è crollato il muro di Berlino. Abbiamo detto “follia” quando, il 9 l’11 settembre del 2001, le Twin Towers di New York si sono disfatte nella polvere. E abbiamo detto “follia” quando, con il fallimento di Lehman Brothers, è scoppiata la crisi finanziaria globale. Cosa significa “follia”? Anzitutto una conversione spettacolare: banchieri e manager, i fondamentalisti del mercato per antonomasia, fanno appello allo Stato. I politici, come in Germania Angela Merkel e Peer Steinbrück, che fino a non molto tempo fa esaltavano il capitalismo deregolato, dal giorno alla notte cambiano opinione e bandiera, e diventano fautori di una sorta di socialismo di Stato per ricchi. E ovunque regna il non-sapere. Nessuno sa cosa sia e quali effetti possa realmente produrre la terapia prescritta nella vertigine degli zeri. Tutti noi – vale a dire il 99% – siamo parte di un esperimento economico in grande, che da un lato si muove nello spazio fittizio di un non-sapere più o meno inconfessato (si sa solo che, quali che siano i mezzi adottati e gli obiettivi perseguiti, bisogna impedire qualcosa che non deve in nessun modo accadere), ma, dall´altro, ha conseguenze durissime per tutti.
    Si possono distinguere diverse forme di rivoluzione: colpo di Stato, lotta di classe, resistenza civile ecc. I pericoli finanziari globali non sono nulla di tutto ciò, ma incarnano in modo politicamente esplosivo gli errori del capitalismo finanziario neoliberista che è stato ritenuto valido fino a ieri e che, con la violenza del suo trionfo e della catastrofe ora incombente, esige la loro presa d´atto e la loro correzione. Essi sono una sorta di ritorno collettivo del rimosso: alla sicurezza di sé neoliberista vengono rinfacciati i suoi errori di partenza.
    Le crisi finanziarie globali, che minacciano in tutto il mondo le condizioni di vita delle persone, producono un nuovo genere di politicizzazioni “involontarie”. Qui sta il loro bello – in senso politico e intellettuale. Globalità significa che tutti sono colpiti da questi rischi, e tutti si ritengono colpiti. Non si può dire che ciò abbia già dato origine a un agire comunitario; sarebbe una conclusione affrettata. Ma c´è qualcosa come una coscienza della crisi, che si nutre del rischio e rappresenta proprio questo tipo di minaccia comune, un nuovo genere di destino comune. La società mondiale del rischio – questo mostra il grido del “99%” – può acquisire una consapevolezza matura di sé in un impulso cosmopolitico. Ciò sarebbe possibile se si riuscisse a trasformare la dimostrazione oggettiva di condizioni che si rivolgono contro sé stesse in un impegno politico, in un movimento Occupy globale, nel quale i travolti, i frustrati e gli affascinati, ossia tendenzialmente tutti, scendono in piazza, virtualmente o effettivamente.
    Ma da dove nasce la forza o l´impotenza del movimento Occupy? Non può trattarsi soltanto del fatto che perfino gli squali di Borsa si dichiarano solidali. Il rischio finanziario globale e le sue conseguenze politiche e sociali hanno tolto legittimità al capitalismo neoliberista. La conseguenza è che c´è un paradosso tra potere e legittimità. Grande potere e scarsa legittimità da parte del capitale e degli Stati, e scarso potere ed alta legittimità da parte di quelli che protestano in modo pittoresco. È uno squilibrio che il movimento Occupy potrebbe sfruttare per avanzare alcune richieste basilari – come ad esempio una tassa globale sulle transazioni finanziarie – nell´interesse correttamente inteso degli Stati nazionali e contro le loro ottusità. Per applicare questa “Robin Hood Tax” si dovrebbe dar vita in modo esemplare ad un´alleanza legittima e potente tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale. Quest´ultima potrebbe così compiere il salto quantico consistente nella capacità degli attori statali di agire in una dimensione trans-statale, cioè al di qua e al di là delle frontiere nazionali. Se questa esigenza viene espressa perfino dalla cancelliera federale tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Sarkozy perlomeno nella forma di un bello slogan, allora si può senz´altro accreditare a questo obiettivo una possibilità di realizzazione.
    In termini generali, nella consapevolezza globale del rischio, nell´anticipazione della catastrofe che occorre impedire ad ogni costo, si apre un nuovo spazio politico. Nell´alleanza tra i movimenti di protesta globali e la politica nazional-statale ora si potrebbe ottenere, alla lunga, che non sia l´economia a dominare la democrazia, ma sia, al contrario, la democrazia a dominare l´economia.
    Contro la percezione – che sta diffondendosi rapidamente – di una mancanza di prospettive forse può aiutare la consapevolezza del fatto che i principali avversari dell´economia finanziaria globale non sono quelli che ora piantano le loro tende nelle pubbliche piazze di tutto il mondo, davanti alle cattedrali bancarie (per quanto importanti, anzi indispensabili siano le iniziative di questi contestatori); l´avversario più convincente e tenace dell´economia finanziaria globale è la stessa economia finanziaria globale
    .

    (Traduzione di Carlo Sandrelli)

    • L’Onu avverte che i disastri aumenteranno a causa del cambiamento climatico (vedi il commento precedente qui sopra), ma in realtà il futuro è già presente, e lo è da ben dieci anni. In queste ore è in atto una conferenza su questo tema a Durban, che purtroppo sarà un enorme fallimento.

      “Eco-logica”, blog di “Repubblica.it”, 29 novembre 2011, http://cianciullo.blogautore.repubblica.it/2011/11/29/raddoppiano-le-vittime-del-caos-climatico/

      RADDOPPIANO LE VITTIME DEL CAOS CLIMATICO

      di Antonio Cianciullo

      In dieci anni il conto dei morti è raddoppiato. Tra il 2000 e il 2010 le vittime dei cambiamenti climatici sono passate da 150 mila a circa 300 mila all’anno. Lo afferma la responsabile del programma Cambiamento climatico, sviluppo sostenibile e salute dell’Oms Europa, Bettina Menne. E il futuro, secondo l’Oms, è in ulteriore peggioramento: “E’ necessario che i sistemi sanitari si preparino, con maggiori investimenti, ad affrontare gli effetti che i cambiamenti climatici stanno portando, dagli eventi estremi a nuove emergenze sanitarie. Un problema da valutare anche alla conferenza sul clima a Durban”.
      Nella stessa direzione va anche un secondo rapporto reso noto oggi alla Conferenza Onu sul clima, dall’organizzazione non governativa tedesca Germanwatch e basato su uno studio realizzato dalla compagnia assicurativa Munich Re: negli ultimi 10 anni 710 mila persone sono morte in conseguenza dei 14 mila disastri climatici che hanno afflitto il pianeta. Il rapporto presenta un Indice Globale di Rischio Climatico che vede il Guatemala e la Colombia tra i Paesi più colpiti dalle devastazioni climatiche nel 2010, superati solo dal Pakistan. Tra i dieci Paesi con il più alto rischio compresi della lista Germanwatch ci sono Russia, Polonia e Portogallo
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  13. “Il mediano”, 12 novembre 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=15325

    I FIUMI VESUVIANI
    Un approfondimento sullo stato degli alvei vesuviani e la loro ragion d’essere. L’intervista a Eugenio Frollo, autore di numerosi lavori sulle opere idrauliche del Somma/Vesuvio.

    di Ciro Teodonno

    La vulgata è ormai questa! Anche se soffia un vento di tramontana siamo sottoposti a una tropicalizzazione del clima e quindi c’amma stà! Ci si deve rassegnare al fatto che se si annega in pieno centro cittadino o ci si ritrova allagati in montagna, lontano da mari, laghi e fiumi, la colpa è solo nostra; o meglio, in assenza di responsabilità, perché l’acclamata fatalità non ne contempla, paradossalmente non resta che un sol colpevole, colui che s’è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato!
    Ad acque ritirate, ma con il fango ancora lì, a seccare al sole, abbiamo deciso di non rassegnarci e di interpellare qualcuno che faccia chiarezza sulla situazione delle opere idrauliche del Somma/Vesuvio, al cui stato d’abbandono è da imputare buona parte dei disastri a valle del Vulcano. Il nostro interlocutore è Eugenio Frollo, architetto e restauratore, nonché autore di numerosi lavori sulle opere idrauliche del Somma e i Regi Lagni, persona dalla profonda conoscenza dei vari sistemi di irreggimentazione della acque sommane e dell’Ager Campanus ma soprattutto, cosa non scontata affatto, amante della sua terra.

    «Le opere per la bonifica idrogeologica, che oggi sono quasi del tutto sconosciute, servono per salvare vite umane! Gli ultimi eventi di Genova ma non solo, ci dimostrano la terribile attualità del tema delle acque vesuviane. Quando poi, succedono cose come quelle di Pollena, una decina di giorni fa, si viene a scoprire che quelli che conoscevano meglio questo tema e sapevano anche come risolverlo erano i Borbone. Le loro opere di imbrigliamento le si possono trovare quasi dappertutto, le trovi manomesse, senza manutenzione ma le ritrovi a Sarno, sul Monte Alvano, ne ritrovi tantissime sul Monte Somma e sarebbero anche dei pezzi eccezionali di archeologia idraulica! Anche soltanto da visitare! Perché sono opere meravigliose. Le trovi in Calabria e così via. Questi lagni servono, come servono i Regi Lagni con tutti i loro fossi, controfossi e ramificazioni!».

    Ma partiamo dall’inizio, come nascono i lagni?
    «Dobbiamo risalire a un periodo, l’inizio dell’ottocento, in cui la difesa del suolo e la bonifica delle paludi era vista come un’opera di civiltà! I Borbone, ripeto, avevano capito benissimo come risolvere il problema. È adesso che non lo si capisce! Per molti, la sola cosa importante è il cemento. L’ingegnere Carlo Afán de Rivera girò per tutta l’Italia per conto del governo borbonico, per studiare la situazione dei bacini idrografici e sempre a lui dobbiamo l’attuale suddivisione dei bacini dell’Italia Meridionale.
    Le opere vennero intraprese dall’Amministrazione Generale delle Bonificazioni dei Domini Continentali del Regno delle Due Sicilie, nel 1855 ad opera degli ingegneri del Corpo Ponti e Strade, seguendo le indicazioni di Afán de Rivera, ormai scomparso. Nel 1912 le opere furono portate definitivamente a termine sotto la direzione dell’ingegnere del Genio Civile postunitario Carlo Simonetti, che completò le opere borboniche».

    Possiamo dire quindi che quelle opere erano sostanzialmente complete e funzionali …
    «Sì ma è stata poi la mano dell’uomo a mutilarle e offenderle!».

    Qual è l’uso che possiamo ancora farne?
    «L’uso è quello per il quale sono stati creati, l’irregimentazione delle acque meteoriche e delle modeste colate di lava. Così come accadde nel 1906, quando la lava fu contenuta dai canali e in più, l’anno dopo, lo stato cacciò i fondi necessari per riparare i canali. Pronti per altri eventi calamitosi, il problema fu risolto. L’opera di difesa più comune che troviamo sul Somma è la briglia. Di briglie ne esistono sei o sette tipi, da uno a cinque salti ad esempio, affiancate a una vasca e così via; senza scendere troppo nel tecnico, basti sapere che erano sempre individuate nella giusta tipologia rispetto al quel preciso punto, di quel terreno, insomma non erano fatte in serie.
    Ma non solo, si attuavano anche interventi di riforestazione, si conosceva già quella che oggi chiamiamo ingegneria naturalistica! Infatti, sui suoli antistanti gli assi idraulici venivano fatte sistemazioni di bonifica montana molto simili a quelle odierne. Oggi invece, con la cementificazione dei suoli aumentano le superfici non drenanti, questo causa una diversa velocità di scorrimento delle acque e fin qui ci arriva anche chi non è un ingegnere idraulico! Questa maggiore velocità causa maggiore erosione, che dall’oggi al domani può creare i danni che facilmente immaginiamo».

    Il passo alla politica è breve …
    «Certo! Ci sono alcune correnti politiche che non ammettono proprio questo tipo di tutela dell’ambiente, non è nella loro cultura, che è quella di costruire col cemento! Altri invece dicono no! La difesa del suolo è la prima opera pubblica e che viene prima della TAV e del ponte sullo Stretto! Mi si darà poi del nostalgico quando dico che queste opere andrebbero fatte con la pietra vesuviana. Studi approfonditi hanno acclarato che il cemento, in queste situazioni, non serve a niente è come un corpo estraneo. Le opere in pietra lavica hanno invece una vita, anche rispetto all’evento meteorico; in parole povere, una briglia, se viene seppellita dal fango, un tecnico può anche ricalcolarne la posizione, a quota superiore».

    Qual è lo stato attuale del Vesuviano?
    «L’incuria su queste opere è piombata negli anni settanta! Non solo con la pressione edilizia, ma anche con i passaggi di competenza! A un certo punto il Genio Civile regionale non sapendo come intervenire, lo ha fatto con il cemento armato. Ci vogliono tecnici competenti in queste cose … comunque, con gli anni settanta, arrivano anche i tombamenti! I tratti di alveo che attraversano i centri abitati vengono ricoperti per creare delle strade. A Pollena Trocchia, Massa di Somma, Cercola, la sezione idraulica del canale sotterraneo è inferiore a quella del canale in superficie, a cielo aperto.
    Me la spiegate la logica? Conosco personalmente gli ingegneri che hanno progettato questi tombamenti, ho più di una volta polemizzato con loro, mi hanno detto che quello era pane, nel senso che gli venivano commissionate quelle opere e loro le progettavano per la parcella».

    E con la coscienza come stanno messi?
    «Con la coscienza? Non bene, gliel’ho chiesto».

    Almeno ne hanno una!
    «In passato mi sono rivolto anche alla sovrintendenza, che mi ha consigliato di convincere i sindaci a “stombare”… sì e vaglielo a dire a un sindaco: rinuncia a una strada e porta un alveo a cielo aperto!».

    Perché, cos’ha di particolare un alveo a cielo aperto?
    «È più sicuro, un alveo intombato può invece essere occluso facilmente. Poi c’è l’esondazione, quando si crea un tappo, tutto quello che sta a monte esce fuori dagli argini. Ma c’è anche l’effetto proiettile. Nel momento in cui il tappo viene via per la pressione, il canale coperto spara dei proiettili verso la popolazione della fascia pedemontana. Andai dal sindaco di Pollena Trocchia, l’attuale, per proporgli una serie di opere, tra cui anche il museo della bonifica vesuviana, mi rispose: “ma che dobbiamo fare dei canali, sono in disuso!” Come dire: ora non c’è l’emergenza; il canale non serve! Allora mando a casa tutti quelli del 118, perché sto bene di salute! Ma quando ne avrò bisogno non ci sarà nessuno. “Ho cose più importanti da fare, c’ho le scuole, il cimitero …”».

    Come si arriva ai nostri giorni?
    «Alla fine degli anni novanta, un gruppo di tecnici, di cui mi onoro di aver fatto parte, ragiona su queste strutture e parallelamente si preoccupa di creare lavoro per quei lavoratori in mobilità e li si mette a ripulire questi canali».

    Dal Genio Civile fino agli anni novanta chi gestiva la rete degli alvei?
    «Teoricamente il Consorzio di Bonifica. Un’emanazione della regione (Esiste anche l’Autorità di Bacino che ha però solo compiti di studio e programmazione, ndr.). Si chiama consorzio perché costituito dai proprietari dei suoli, appunto consorziati tra loro per amministrare i suoli e le irrigazioni. Non ha senso però che il consorzio lo faccia un ente sovraordinato come la Regione, per farti pagare lo stesso tributo. I consorzi divengono dei veri e propri enti pubblici. Ed è ancora meno giusto quando da quel tributo non ne viene fuori nessun beneficio cioè non viene fatta la manutenzione delle opere idrauliche».

    I consorzi di bonifica si affidavano poi a delle società speciali per i lavori di manutenzione come in passato la RECAM …
    «C’è stato solo un periodo nel quale hanno delegato, perché i consorzi hanno le loro squadre di operai, anche se pochi e malpagati e che intervengono solo in caso di necessità».

    Qual è la situazione attuale del consorzio di bonifica?
    «Sono in attesa di un nuovo consiglio di amministrazione da un bel po’ di tempo».

    Sono praticamente paralizzati …
    «Allo stato attuale sì!».

    Praticamente da un bel po’, visto il diffuso abusivismo negli alvei …
    «Un alveo può avere un’occupazione naturale, occupato da tutto ciò che normalmente deve percorrerlo e da un’occupazione antropica del tutto innaturale, la casetta abusiva, il deposito di materiale tossico. E pensare che si valutava un uso escursionistico di questi canali!»
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  14. Ancora un articolo di Ciro Teodonno in collaborazione con Eugenio Frollo, esperto di irregimentazione idrica.

    “Il mediano”, 25 novembre 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=15451

    I REGI LAGNI
    La vera storia di un fiume che da fonte di ricchezza e prosperità diviene una fogna a cielo aperto.

    di Ciro Teodonno

    La cronaca è fatta così, le notizie hanno bisogno d’essere fresche e per lo più originali per essere vendute. Per questo vengono proposte e riproposte finché non diventano stantie e passano in secondo piano, per poi sparire del tutto fino alla prossima ondata emozionale.
    Così accade nel nostro paese per quel che concerne il dissesto idrogeologico. Ormai le vittime settimanali per lo straripamento di un alveo o, come si dice oggi, per l’esondazione, di un fiume stagionale, quasi non fanno più notizia, in particolare se queste sono del sud, dove la tragedia ce la portiamo nei cromosomi e lambisce appena la cronaca nazionale. Così come i morti sulle strade e quelli sul lavoro anche le vittime della natura martoriata passano in secondo ordine, quasi che il ciclico riproporsi di quelle morti non faccia più notizia, la tedia enumerazione di quelle anime, per il mercato della notizia e forse per quello della politica non fanno più testo ed è meglio accantonarle, a meno che non sia un ecatombe e in particolar modo nel ricco e avanzato nord!
    Per dimostrare che non si è facili agli etnici piagnistei facciamo quello che ci compete come informatori e cerchiamo di capire e trasmettere la nostra realtà territoriale e le vicende che l’assillano, per cui continuiamo il nostro viaggio lungo le acque campane per scendere a valle dei lagni vesuviani e conoscere la grande opera di irreggimentazione delle acque, meglio conosciuta come Regi Lagni. Anche stavolta il nostro interlocutore è l’esperto Eugenio Frollo che ci guida in un excursus storico, geografico e politico di questo vero e proprio fiume dell’ager campanus.

    Cominciamo a parlare dei Regi Lagni dal punto di vista tecnico.
    «I Regi Lagni non sono altro che un’enorme, grandissima linea di compluvio dei suoli della Pianura Campana. Ha origine nella zona di Nola, più precisamente nei monti di Avella, poi, con un percorso dettato dalle caratteristiche naturali del territorio, percorre la piana a sud di Acerra fino al mare nei pressi di Castel Volturno. Il primo intervento, del tipo che oggi definiremmo di messa in sicurezza, fu quello attuato per l’antico fiume Clanio, ad opera di Domenico Fontana, nella seconda meta del XVI secolo (l’opera fu portata a compimento dal figlio di questo, Giulio Cesare Fontana nel 1616, ndr.).
    Era questo purtroppo un fiume che non poteva avere una portata che garantisse un margine di sicurezza, furono così necessari alcuni interventi per trasformarlo in un canale, una modifica rispettosa del corso del fiume. Non solo, ne fu migliorato l’assetto ma furono anche creati dei canali secondari. Innanzitutto, il canale principale aveva un controfosso a destra e uno a sinistra del suo corso, per il contenimento di un’eventuale piena stagionale. Una fittissima rete di canali portava poi l’irrigazione fino ad Acerra, a Frignano e Capua. Per un altro grande intervento dobbiamo attendere gli anni ’70 del secolo scorso con l’intervento della Cassa del Mezzogiorno. Questa, non sapendo che farsene dei soldi, decide di cementificare i Regi Lagni.
    Il canale viene trasformato in una sorta di trapezio rovesciato. Abbiamo già detto che il cemento in questo tipo di opere è un corpo estraneo, non ha un’integrazione molto felice anche se, visti i livelli di inquinamento presenti nella zona negli ultimi anni, forse vi possiamo trovare anche un effetto positivo! L’impermeabilizzazione data dal cemento potrebbe aver evitato un eccesso di penetrazione nel suolo di sostanze tossiche! Negli ultimi anni infine si è risvegliato un certo interesse per i Regi Lagni, con un diverso impegno da parte dell’ente che ne ha la gestione, il Consorzio Generale di Bonifica del Volturno Inferiore, ma anche da una serie di figure della politica che hanno deciso di collaborare e mettere nel bilancio regionale una serie di somme finalizzate al ripristino dei Regi Lagni.
    Dopodiché s’è formata l’Agenda 21, il contratto di fiume per i Regi Lagni e che raccoglie oltre cento associazioni dette portatori di interesse. Questo confronto continuo ha portato avanti il dialogo, con una serie di azioni, idee, proposte che oltre a risvegliare l’interesse, dal punto di vista della comunicazione, cerca di far capire cosa sono e cosa possono diventare i Regi Lagni; si stanno elaborando una serie di proposte».

    Parliamo ora dell’aspetto politico sociale dei Regi Lagni.
    «I Regi Lagni rappresentano la somma di una serie di problemi politico sociali presenti in questa parte della Campania. A monte di tutto questo, io so che lo smaltimento di sostanze tossiche, secondo le norme, costa tantissimo; lo smaltimento illegale costa la decima parte. Se vuoi bloccare l’illegalità devi spezzare il giro economico che c’è dietro! Devi quindi permettere che i costi della legalità siano abbordabili! Il primo passo da fare è quello di rivedere tutte le norme per lo smaltimento dei rifiuti tossici, quelle che ti obbligano a prassi burocratiche lunghissime e costosissime, rendendo complicata quest’operazione. Contrariamente, non ci sarebbe nessun interesse da parte della malavita nel fare azioni parallele illegali».

    Evidentemente non c’è neanche la volontà politica di fare tutto ciò! Perché se un politico non fa una cosa, due sono i motivi, uno è l’ignoranza, che certo onore non gli fa e l’altra è la connivenza con certi poteri …
    «Infatti, secondo me questo sta a monte di tutto, e glielo posso anche confermare! Un mio amico, dirigente ARPAC, decise di investire dei soldi che aveva a disposizione per bonificare un piccolo tratto dei Regi Lagni, per vedere cosa succedeva! Dopo una settimana, tutto era tornato come prima!».

    Un po’ come accade sulla Statale 268 …
    «Sì, praticamente hai fatto solo spazio!».

    Ma torniamo ai Regi Lagni …
    «Sì, parliamo di numeri, che sono alti! Il suo bacino idrografico si estende per circa 300 chilometri quadrati. Se consideriamo l’asse idraulico principale, sono all’incirca 57 chilometri; attraversa 23 comuni …».

    Sono previsti interventi su quest’area?
    «Una volta rimosse le cause dello scempio, un intervento solo di pulizia non basterebbe. In realtà si prevede anche un intervento per facilitare la fruizione antropica, vialetti, staccionate, alberature, piste ciclabili, come se fosse un vero e proprio fiume. Un meraviglioso fiume in una meravigliosa pianura!».

    Quanto costerebbe questo sogno?
    «Ho stimato che, per fare solo questo, i costi si dovrebbero aggirare intorno al milione di euro a chilometro. Moltiplicato per 57, solo la pulizia e la vivibilità costerebbe cinquantasette milioni di euro. Come cifra sarebbe ideale come investimento sull’ambiente, porterebbe un indotto straordinario. Il fatto stesso di intraprendere un discorso serio sull’irrigazione potrebbe favorire le cooperative di agricoltori, quelle bufaline … tutto un indotto che rivivrebbe, ma non a livello assistenziale ma a livello di grande ripresa»
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  15. “Professione antropologo”, blog, 28 gennaio 2012, http://www.professioneantropologo.it/2012/01/28/il-terremoto-dellaquila-tra-processo-in-aula-e-antropologia-del-paesaggio/

    IL TERREMOTO DELL’AQUILA: TRA PROCESSO IN AULA E ANTROPOLOGIA DEL PAESAGGIO

    di Moreno Tiziani

    Ricordo bene la mattina del 6 aprile 2009, erano circa le 3.30 del mattino. Le scosse sismiche mi svegliarono, era la prima volta che sentivo un terremoto così forte. Solo poco ore dopo seppi che L’Aquila era stata rasa al suolo.
    Da allora, per detta di amici che abitano abitavano in quella città, è cambiato ben poco. La popolazione si è stabilita in unità abitative che, da temporanee, sembrano essere divenute stabili, e il centro cittadino appare morto. Si parla di ricostruzione, anche se con convinzione scarsa.
    Intanto il processo contro i sette componenti della Commissione Grandi Rischi continua, e da qualche giorno anche Enrico Guido Bertolaso, ex capo della Protezione Civile, risulta iscritto tra gli indagati.
    L’accusa contro i sette è di aver sottostimato il rischio di sisma e aver fornito alla popolazione dell’Aquila false rassicurazioni, dopo che si riunirono il 31 marzo 2009, proprio nella città, per valutare l’importanza dello sciame sismico che andava avanti ormai da mesi.
    Il 25 gennaio 2012 si è tenuta la dodicesima udienza del processo, in cui ha deposto anche Antonello Ciccozzi, docente di antropologia culturale all’Università degli Studi dell’Aquila e consulente del pubblico ministero Fabio Picuti in fase d’indagine.
    La relazione di Ciccozzi, depositata il 12 gennaio, mirava a stabilire se e quanto le affermazioni della Commissione Grandi Rischi avessero influito sui cittadini. Tuttavia la disamina dell’antropologo è stata rigettata dietro obiezione dei legali della difesa in quanto, per stilarla, si era attinto a tutti gli atti del fascicolo del pubblico ministero (sia dibattimentali che probatori), di cui un capitolo era esclusivamente dedicato alle testimonianze raccolte.

    Secondo l’avvocato Stefano, che rappresenta gli imputati:

    Vi sono frasi estrapolate dai verbali di sommarie informazioni non acquisiti ad accezione di quelle di Ilaria Carosi e Daniela Stati. Tramite la deposizione confluirebbero nel procedimento delle dichiarazioni non inserite nel dibattimento e che, dunque, non potrebbero entrarci.

    A Ciccozzi sono stati dati altri due mesi per rivedere la relazione, in modo di contenere solo testimonianze ascoltate in aula, per poi depositarla il 26 marzo. L’esame della relazione stessa è stato fissato per il giorno 11 aprile.
    Dal punto di vista formale l’obiezione della difesa è nel giusto, considerando che il procedimento giudiziario si basa esclusivamente sulle prove e sulle testimonianze ammesse in sede di dibattimento. In un commento sul suo profilo Facebook, però, Ciccozzi ha voluto sottolineare che

    seguendo le istruzioni del PM ho riportato delle testimonianze che erano state rilasciate in sede d’istruttoria, ma se e solo se confermate durante il processo, quindi la questione che le testimonianze in istruttoria non valgono ma valgono solo quelle del processo è stata sostanzialmente rispettata. Gli avvocati hanno pressato su un formalismo il giudice che ha accettato la loro richiesta. Comunque, ripeto, il mio lavoro non riguarda un discorso sulle testimonianze.

    Sicuramente, una volta che la relazione abbia rispettato i caratteri di forma, sarà ammessa dal giudice. Ma credo che la questione legale, rispetto al discorso che ci interessa fare, sia marginale.
    Ciò che personalmente mi chiedo è se una relazione antropologica che indaghi l’efficacia comunicativa in un contesto così drammatico come un terremoto di grave entità, possa mantenersi entro i confini “ristretti” di un dibattimento penale.
    In altri termini, se consideriamo la relazione di Ciccozzi come un lavoro di campo, come e quali testimonianze dovremmo selezionare? Quali “informatori” scegliere? Quali documenti e fatti vagliare? Non si tratta di una mera questione di antropologia giuridica, ma di capire in che modo l’antropologia possa essere d’aiuto nel dibattimento giudiziario.
    Al di là dell’udienza, c’è da considerare quale sarà il futuro del territorio aquilano e dei suoi abitanti. Antonello Ciccozzi ha dedicato molta parte del suo tempo al problema, insieme al Collettivo 99, un gruppo di giovani esperi afferenti a diverse discipline che ha lo scopo di contribuire alla ricostruzione.
    Il progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) rappresenta un nodo di discussione che si presta a valutazioni antropologiche di un certo spessore.
    Per Ciccozzi, la soluzione abitativa imposta proposta dallo Stato mal si adatta a rispettare la continuità tra tessuto rurale e urbano e la varietà culturale e biologica che vi sottende. A tal proposito, scrive di veri e propri habitat culturali per cui

    […] Spesso non si tratta di demarcazioni nette, e vi sono luoghi in cui si assiste a una mescolanza più o meno contrastiva di questi elementi (ad esempio la zona tra Bazzano e Paganica, in cui, a qualche chilometro dalla città, il nucleo industriale occupa un territorio dove permane una consistente vocazione agricola, oppure verso Sassa, al limite Ovest dell’espansione urbana), altre volte la connotazione rurale dei luoghi appare più netta (come a Roio Piano o a Camarda). Il punto, per quanto ci riguarda, è però che tali peculiarità non possono essere in nessun modo omesse da qualsiasi progetto di pianificazione territoriale che contempli la necessità di preservare la qualità della vita; ignorare questi aspetti è viceversa indice di orientamenti votati unicamente al perseguimento di interessi economici, a discapito del valore della qualità della vita. […]

    Per rafforzare questa posizione, in un altro articolo Ciccozzi richiama la Convenzione Europea del Paesaggio, in cui si esprime una visione di sviluppo sostenibile in armonia con il territorio, in moda da

    […] soddisfare gli auspici delle popolazioni di godere di una geografia di qualità e di svolgere un ruolo attivo nella sua trasformazione; dove “ruolo attivo” significa prevedere il diritto degli abitanti di un luogo di autodeterminazione delle caratteristiche dello stesso, escludendo che i luoghi possano essere progettati unicamente dall’esterno. Nel riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale dell’identità culturale delle popolazioni che lo abitano, tale convenzione prescrive che le autorità pubbliche debbano salvaguardare gestire e pianificare il paesaggio attraverso azioni fortemente lungimiranti, volte alla conservazione e al mantenimento degli aspetti significativi o caratteristici di un paesaggio, alla valorizzazione, al ripristino o alla creazione di paesaggi. […]

    In quest’ottica, il progetto C.A.S.E. sembrerebbe rappresentare l’ennesimo caso di riprogettazione territoriale sulla base dei profitti economici, più che dei bisogni e delle esigenze della popolazione locale.
    E infatti Ciccozzi parla di shock economy, un sistema in cui il terremoto è pretesto per imporre soluzioni studiate a tavolino.
    Bisogna dunque ricostruire in un’ottica di sostenibilità ambientale, partendo non già dalla ricostruzione in sè, ma dalla risistemazione delle aree disastrate e dalla gestione delle macerie:

    […] Con le parole che scegliamo (ri)costruiamo il mondo intorno a noi, e per comprendere le direzioni auspicabili per il nostro futuro occorre scegliere in senso culturale, prima che economico. La sostenibilità è un concetto culturale che richiede scelte e attivazioni tecniche, ma è necessario costruire prima senso comune intorno a ciò che deve essere percepito come un valore necessario. A mio parere le parole di questi giorni dovrebbero essere: riciclaggio delle macerie per una ricostruzione sostenibile. […]

    Quanto espresso da Ciccozzi trova eco negli stessi abitanti, che ho potuto sentire sul posto al fine di rendermi conto dei fattori in gioco. Le persone che ho sentito, anche se non rappresentative della maggioranza della popolazione, mi hanno espresso impotenza e sfiducia davanti a un sistema che sembra non comprenderli.
    La classificazione dei danni delle abitazioni (tipo “A” per i danni più lievi, tipo “B”, “C” e “D” a seguire) è diventata la definizione delle identità delle singole persone. Per quanto riescano a essere ironici su questo punto, si tratta di un particolare che fa riflettere.

    Antonello Ciccozzi è un esempio di come l’antropologia sia necessaria a comprendere i fenomeni del nostro tempo e a delineare eventuali soluzioni. L’antropologia applicata, che sia di tipo biologico o culturale, è ormai un dato di fatto che però stenta a essere riconosciuto nel nostro paese.
    Mi domando, ad esempio, se gli antropologi sono entrati o entreranno a far parte delle commissioni che dovranno giudicare i fatti connessi alle alluvioni e ai disastri successi in questi mesi in Italia. Se l’antropologia indaga anche il rapporto tra l’uomo e il territorio che abita, perchè non servirsi della consulenza di antropologi?

  16. Ispirandosi all’uragano Katrina, a Buster Keaton, al Mago di Oz e all’amore per i libri, William Joyce e Brandon Oldenburg hanno realizzato un poetico e toccante corto animato (di 15 minuti) intitolato “The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore” (“I fantastici libri volanti del signor Morris Lessmore”, 2011).
    Ci si possono trovare vari spunti su cui riflettere, oltre che magnifiche pagine con cui emozionarsi:

    Ulteriori informazioni sono fornite da Ramon su CineMatto.

  17. Inside Hurricane Katrina è un documentario del National Geographic Channel (2005) sull’inondazione che ha devastato New Orleans nell’agosto del 2005. In streaming su YouTube in cinque parti (92′ in totale):

    Altre info: http://movies.nytimes.com/movie/338893/National-Geographic-Inside-Hurricane-Katrina/overview

    – – –

    Sempre sull’uragano di New Orleans, altro documentario molto apprezzato è Trouble the water (2008) di Tia Lessin e Carl Deal. Sul web, al momento, è accessibile solo il trailer:

    Altre info:
    1) http://www.troublethewaterfilm.com/
    2) http://en.wikipedia.org/wiki/Trouble_the_Water
    3) brochure.

  18. Con il terremoto di Lisbona del 1755 andò sviluppandosi la consapevolezza che i disastri non sono un castigo divino, ma opera della natura e che i suoi effetti sull’uomo dipendono essenzialmente dalla società. Con quel drammatico evento, cioè, andarono definendosi le due categorie di “catastrofe naturale” e “catastrofe tecnologica” (o umana). Dopo due secoli, però, questa distinzione ha subito qualche incrinatura (per dimensioni, Auschwitz cos’è? e per effetti sul territorio, cosa sono Hiroshima e Nagasaki?), fino a diventare estremamente complicato distinguere o tenere separate le due definizioni: come si mostra negli articoli e nei video qui sopra, il disastro di New Orleans è (solo) naturale? E, ancora più chiaramente, nel terremoto/tsunami/incidente nucleare in Giappone nel marzo 2011 cosa è naturale e cosa è tecnologico?
    Stamattina il “Corriere della Sera” (5 luglio 2012) riporta la notizia che il Parlamento giapponese ha riconosciuto che Fukushima non fu (non è) solo un disastro naturale, ma vi sono state delle importanti responsabilità umane:

    “Corriere della Sera”, 5 luglio 2012, http://www.corriere.it/esteri/12_luglio_05/fukushima-fu-errore-umano_7741589a-c669-11e1-8ab7-67e552429064.shtml
    FUKUSHIMA: «FU ERRORE UMANO»
    Secondo il rapporto il disastro «è stato il risultato di una collusione tra governo, supervisori, Tepco, e la mancanza di governance»
    L’incidente nucleare di Fukushima, che ebbe luogo dopo il devastante terremoto dell’11 marzo 2011, fu «un incidente provocato dall’uomo» e non solo l’effetto dello tsunami che seguì il sisma: sono queste le conclusioni di un’inchiesta della Commissione parlamentare giapponese sulla catastrofe.
    «CHIAREZZA» – «È ormai chiaro che questo incidente è stato un disastro provocato dall’uomo. I governi, le autorità di controllo e la Tokyo Electric Power hanno mancato di senso di responsabilità nella protezione della vita delle persone e della società», si legge nel rapporto finale della commissione. Secondo il rapporto il disastro «è stato il risultato di una collusione tra governo, supervisori e il gestore dell’impianto, la Tepco, e la mancanza di governance delle suddette parti». Il rapporto accusa i responsabili di aver «di fatto tradito il diritto della nazione alla sicurezza rispetto agli incidenti nucleari». Per questo «concludiamo che il disastro è stato frutto dell’azione dell’uomo». Dopo sei mesi di indagine, il panel investigativo ha quindi concluso che la peggiore emergenza atomica dopo Cernobyl è stata «chiaramente» provocata dall’uomo. Le parti in causa, sottolinea la relazione, «hanno effettivamente tradito il diritto della nazione a essere al sicuro da incidenti nucleari». Il rapporto sarà discusso dal Parlamento
    .
    – – –
    Ne scrive anche “La Repubblica”: http://www.repubblica.it/esteri/2012/07/05/news/fukushima_disastro_colpa_dell_uomo-38546128/?ref=HREC1-6
    E “Il Post”:
    http://www.ilpost.it/2012/07/05/rapporto-parlamentare-fukushima/
    – – –
    Il report originale della Commissione d’Inchiesta giapponese è qui: http://naiic.go.jp/wp-content/uploads/2012/07/NAIIC_report_lo_res.pdf (english).

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