La soluzione finale

La “soluzione finale” viene evocata spesso e nei contesti più diversi. Se la urla un tifoso di calcio dagli spalti di uno stadio (“Vesuvio pensaci tu“) è intolleranza e violenza, ma se la invoca un intellettuale (“I problemi di Napoli li risolve il Vesuvio“) è una provocazione che dovrebbe stimolare il riscatto.
Mi viene in mente un episodio personale vissuto durante un seminario sul razzismo; nella discussione avevo notato un sottofondo ideologico per il quale tale fenomeno veniva considerato come una sorta di esclusiva destroide. Al fine di smontare e allontanare questa sensazione (purtroppo il razzismo è una malattia molto più democratica di quel che appare) portai un esempio che accostava la propaganda antiebraica e le critiche ad Israele: la medesima violentissima vignetta era usata sia da gruppi neonazisti, sia da movimenti neo/postcomunisti. Con un sorriso (che non capii se imbarazzato o di compassione nei miei confronti) mi fu risposto che nel primo caso era senza dubbio razzismo, nel secondo invece era (legittima) polemica politico-economico-sociale. Quest’ultima, inoltre, sarebbe ancor più legittima perché costretta a passare attraverso l’onta delle accuse di razzismo, costruite ad arte da una sorta di spectre mediatico-politico globale filoisraeliana (una tesi che però a me fa pensare solo ad una versione contemporanea di quella immane bufala criminale che furono i Protocolli dei savi anziani di Sion).
Lasciai perdere la questione, evidentemente la si era voluta avvitare su se stessa. Ma la mia considerazione della capacità di osservazione della realtà da parte del relatore crollò.

Relativamente a Napoli (e al Vesuvio) siamo su un piano attiguo: il rozzo tifoso da stadio e il raffinato economista per radio avranno anche due finalità diverse, ma evocano la medesima immagine e a mio avviso dimostrano entrambi la capacità argomentativa di un troglodita (spesso con la solita disgustosa e patetica aggiunta: “mia madre è napoletana, ti pare che non ami quella città?“).
Ascoltate i 3’16” di teoria da elettroshock con cui Oscar Giannino spiega ai microfoni di Radio24 (ieri, 1 luglio 2011) come sia auspicabile una immane tragedia per rifondare il senso della legalità a Napoli (“Ritualmente nella storia di quella città c’è sempre voluto e temo che ci risiamo“) (ritualmente?).

—>  ASCOLTA L’AUDIO  <—

Tutta la conurbazione partenopea e i suoi abitanti soffrono mali endemici di cui sono responsabili e non hanno in se stessi la forza e le qualità per riscattarsi, dice Giannino. Ecco, dunque, la necessità di un evento esterno (l’esercito non è stato sufficiente) che azzeri l’esistente (bello o brutto, buono o cattivo: tutto, evidentemente, a Napoli è scarso e sacrificabile) per illudersi di poter ricominciare in maniera diversa.

E’ la semplificazione biblica di Gomorra, della città colma di peccatori distrutta dal Dio Onnipotente, sia per punirla che per rimediare all’errore d’averla creata.
E’, in altre parole, la resa degli intellettuali di questo Paese, è la fuga dello Stato, oltre che l’evaporazione del rispetto.

PS: con uno sguardo più attento e delle parole più avvedute, Oscar Giannino si sarebbe accorto che a Napoli c’è una grandissima voglia di fare “Piazza pulita“.

Annunci

4 thoughts on “La soluzione finale

  1. Se si auspicasse una soluzione finale anche per Oscar Giannino mi si considererebbe truce e violento o un economista? Come giustamente hai sottolineato caro amico, gli intellettuali si sono arresi, o meglio, si sono arresi ancor prima di incominciare, quando hanno ceduto scienza e coscienza ai loro padroni.

  2. Nel dire “i problemi di Napoli li risolve il Vesuvio” è racchiuso un modo di vedere il mondo, oltre che un rapporto di potere storicamente determinatosi. Nell’ultimo secolo e mezzo Napoli è stata declassata, marginalizzata, ignorata: un cancro la divora e la rende a brandelli dal proprio interno (criminalità, corruzione, illegalità, disoccupazione, gattopardismo…), ma allo stesso tempo lo Stato unitario si gira dall’altra parte e la ignora (anche oggi, durante i festeggiamenti del suo 150° anniversario, al di là di frasi di circostanza, il Paese celebra se stesso altrove). Non è una scelta di questo o quel governo, è un processo che dura dal 1861 e nessuno l’ha fermato, sebbene qualche raro tentativo qua e là.
    Questa indifferenza nazionale – a mio avviso alimentata anche dalla spiccata “personalità” napoletana: inquietante e altra rispetto ad una modernità che prometteva il raggiungimento della felicità grazie al perseguimento dell’ordine e del progresso – ha reso sempre più “incomprensibile” questa città e questa popolazione agli occhi dei nuovi centri politici ed economici.
    Napoli è sconosciuta e inconoscibile, quindi è misteriosa e allarmante. E forse proprio per questo è sulla bocca di tutti senza essere approfondita, ascoltata, osservata, rispettata.
    Evocare una tragedia come fa Oscar Giannino (e tengo a sottolineare che non l’ha fatto metaforicamente perché ha detto in maniera chiara che storicamente la città è soggetta ad una sorta di ciclica “purificazione” vulcanica) significa esprimere tutto il proprio disagio e la propria inadeguatezza dinnanzi ad una realtà sociale e culturale che non si conosce e non si comprende, probabilmente che si rifiuta.
    Ma c’è anche un altro aspetto, particolarmente raccapricciante: il riferimento ad una catastrofe e il parlare delle vittime e dei danni che verranno come se si trattasse di formiche mi ha ricordato l’uragano Katrina, l’immane disastro abbattutosi su New Orleans. Come scrive Bauman in “Paura liquida”, “le vittime colpite più duramente da quella catastrofe naturale sono stati coloro che, molto prima che Katrina colpisse, erano già gli scarti dell’ordine e della modernizzazione, le vittime del mantenimento dell’ordine e del progresso economico: due attività eminentemente umane“. Quella tragedia ha riunito in sé i concetti di “catastrofe naturale” e di “catastrofe sociale”: era ampiamente attesa e ha colpito tutti, eppure la sua “naturalità” non è stata avvertita come tale da tutti. Ed è qui che Bauman avanza una domanda agghiacciante: “Katrina non ha forse, inavvertitamente, favorito gli sforzi dell’industria dello smaltimento degli scarti umani?“.
    Dunque, i problemi di Napoli li risolve il Vesuvio o, con l’eruzione, ad essere risolto è il problema italiano chiamato “Napoli”?

    PS: “L’eruzione del Vesuvio? Mi è mancata solo quella, ma non sarebbe una grande disgrazia” (Guido Bertolaso)

  3. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”…scriveva Dante secoli fa.
    Facciamo in modo che i fatti parlino e riportiamo la nostra città all’antico splendore.
    Ricordiamo che in Viaggio in italia, Goethe descrive Napoli e la sua raccolta differenziata preunitaria…Il resto che parla è la voce dell’ignoranza.
    «Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.»

    Berthold Brecht

  4. Mi fa pensare a quello che diceva Calvino nelle città invisibili: “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

    Basta dunque saper porre le giuste domande.

    Un bacio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...