Il rischio vulcanico e quello ecologico

SSV – cittadina definita dai suoi stessi abitanti ordinata e pulita, almeno rispetto ai comuni confinanti – è sovrastata non solo dal cratere del vulcano, ma a partire dalla seconda metà del Novecento anche da una enorme discarica di immondizia, la “Ammendola-Formisano”; una volta colmatasi l’omonima cava della zona alta del comune di Ercolano, con il progressivo accumulo di rifiuti è andata formandosi una vera e propria collina, la cui crescita è stata arrestata solo alla fine degli anni ’90. Sebbene la discarica sia ufficialmente dismessa, gli abitanti della zona ritengono che rappresenti ancora una minaccia alla salute, sia perché non è mai stata bonificata, sia perché è (stata) oggetto di continue deroghe: nel primo decennio degli anni Duemila, infatti, è stata riaperta ben due volte per far fronte all’emergenza napoletana e campana.
Il riferimento alla “Ammendola-Formisano” e ai suoi effetti (fetore, malattie, inquinamento) è emerso in molte delle interviste raccolte, spesso accompagnato dal contrasto con la virtuosità della raccolta differenziata sansebastianese (una delle più efficienti della provincia). Il frequente affiorare di tale argomento dai discorsi dei miei interlocutori, chiamati ad esporre il loro personale rapporto con il territorio, sembra concentrarsi in un luogo specifico dalle valenze simboliche (per di più vi si è sviluppato un piccolo culto popolare per la presenza di statuine, rosari e santini depositati in un incavo della roccia). Si tratta di una controversa fumarola, la “più bassa” del Vesuvio, a circa 1,5 km dal centro abitato di SSV. Sulle sue origini non c’è unanimità di pareri né tra i geologi, né tra gli amministratori: per qualcuno è un residuo del calore magmatico del 1944, per altri lo sfogo dei gas prodotti dalla discarica che dista poche centinaia di metri in linea d’aria.
Personalmente ritengo che, al di là della sua natura, la presunta fumarola rappresenti in maniera paradigmatica la compresenza – forse la commistione – tra due dimensioni del rischio, vulcanico ed ecologico, entrambi effetti di una modernità che in area vesuviana “esplode” dopo l’ultima eruzione del 1944. Il rischio è una condizione della società contemporanea (Beck, Giddens, Bauman) e, nel caso specifico vesuviano, è frutto di una rapida urbanizzazione lungo le falde del vulcano e di un aggressivo sfruttamento del territorio, prima con le cave estrattive, poi con il loro riempimento di rifiuti. A “certificare” l’esistenza di questa doppia insidia, nel 1995 sono stati istituiti due strumenti legislativi che potrebbero essere definiti come volti a difendere rispettivamente l’uomo dal vulcano (la Zona Rossa) e il vulcano dall’uomo (il Parco Nazionale del Vesuvio).
Al processo di scotomizzazione con cui gli abitanti rispondono al discorso sulla catastrofe annunciata (che altrimenti schiaccerebbe le loro vite in un angoscioso “non-esserci”), interviene principalmente l’ambiguità tra allarmismo e rassicurazione («il Vesuvio è il vulcano più pericoloso del mondo», ma è anche «il più monitorato sul pianeta»), supportata dalle nuove perimetrazioni del territorio, dai discorsi scientifici e mediatici, dalle scelte urbanistiche, da eventi storici particolari e da dinamiche politiche ed economiche.
L’aria pulita di SSV, che un tempo veniva raccomandata dai medici napoletani come cura ai propri pazienti, oggi è una preoccupazione: se la brezza spira in senso sfavorevole, il lezzo della «collina del disonore» (la discarica “Ammendola-Formisano”) o anche di altre realtà industriali («ieri ci siamo dovuti chiudere dentro per il fumo delle caldaie che il vento soffiava verso di noi», mi ha detto recentemente un testimone) costringe a ritirarsi in casa e a (pre)occuparsi della più imminente e quotidiana questione ecologica, rispetto al rischio vulcanico, ritenuto invece invisibile (le fumarole sono residuali e, comunque, osservabili esclusivamente in cima al cratere in giornate piuttosto fredde), impercettibile (se non alle sensibili strumentazioni scientifiche) e prodotto solo in termini di sapere (scientifico o anti-scientifico).
Come osserva Françoise Zonabend a proposito degli abitanti di La Hague – la “penisola nucleare” della Normandia –, «in questo contesto di modernità, […] gli stretti rapporti che la gente aveva con la natura si stanno rompendo. Il tempo, il vento, la pioggia e la nebbia, le nubi, le tempeste e i temporali, tutti questi fenomeni naturali di cui si lamentano rivelano, di fatto, che una civiltà, la loro civiltà, sta morendo».

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Queste sono riflessioni in itinere e da affinare, quindi da considerare assolutamente provvisorie e parziali.

Ma ho deciso di inserirle qui sul blog per le suggestioni ricevute da un articolo – pubblicato ieri da Ciro Teodonno sul “Mediano” – relativo alla voce che circola a SSV in questo periodo: una nuova presunta (e anche questa controversa) fumarola sarebbe emersa nella stessa zona di quella cui ho fatto riferimento: «ci siamo recati sul posto, che per altro conosciamo molto bene, per verificare di persona se ci fossero nuovi vapori all’orizzonte ma nulla di tutto ciò, solo una fessura incrostata e dal chiaro segno di una recente visitazione di qualche curioso, il tutto, a poca distanza dalla fumarola ufficiale, adibita ad edicola sacra da alcuni devoti del luogo». [Continua tra i commenti].

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AGGIORNAMENTO del 9 novembre 2013:
Antonello Caporale ha pubblicato un reportage (“Il Fatto Quotidiano”, 9 novembre, 2013, QUI) intitolato: Napoli, la Terra dei Fuochi: aria infetta, rifiuti e tumori attorno al Vesuvio. Viaggio nel cuore di una Campania alla ricerca di un riscatto impossibile tra edilizia selvaggia, criminalità e camorra. “Sono scappata da Afragola, non riuscivo a respirare”, spiega una giovane. Il geologo Benedetto De Vivo: “Stanno costruendo l’ospedale del mare dove, nel caso dovesse esserci l’eruzione, il flusso piroclastico, queste tremende bombe di terra e cenere, si riverserà. Si può essere più sciagurati?”.
Tra le altre testimonianze, il giornalista inserisce una battuta dell’antropologo Marino Niola.

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ALTRI AGGIORNAMENTI:

  • 26 ottobre 2013: manifestazione a Napoli contro la “Terra dei fuochi” (locandina) (“Il mediano”, 27 ottobre 2013, qui).
  • 9 novembre 2013: conferenza a Massa di Somma sull’incidenza di tumori nell’area vesuviana, promossa dal comitato di cittadini “Liberiamoci dal male” (“Il Mattino”, 5 novembre 2013, qui; “Il mediano”, 10 novembre 2013, qui [QUI].
  • 16 novembre 2013: manifestazione a Napoli (titolo: #fiumeinpiena) [Copia del comunicato di alcune associazioni che vi hanno partecipato: QUI].
  • 10 dicembre 2013: scoperte esalazioni tossiche a ridosso del PNV (“La Repubblica“).
  • 21 settembre 2014: raccolta di firme ad Ercolano contro la discarica Ammendola-Formisano [QUI, col testo della petizione].

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AGGIORNAMENTO del 23 febbraio 2014:
Il telegiornale regionale della Campania del 23 febbraio 2014, delle ore 19.00, ha trasmesso un servizio sulla discarica Ammendola-Formisano di Ercolano. Questo è il video:


Di questa situazione ne ha scritto anche l’Ansa (23 febbraio 2014) e Il Mediano (24 febbraio 2014).

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Anche oggi, 24 febbraio 2014 (h14), il TGR Campania ha dedicato un servizio (1’19”) alla discarica Ammendola Formisano, in pieno Parco Nazionale del Vesuvio:

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AGGIORNAMENTO del 24 marzo 2014
Ciro Teodonno riferisce di un convegno indetto due giorni fa da PD di Ercolano per affrontare il problema delle discariche: «molti dubbi e poche certezze» (QUI).

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14 thoughts on “Il rischio vulcanico e quello ecologico

  1. “Il mediano”, 21 giugno 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=13966

    SSV: DOVE C’È FUMO C’È ANCHE FUOCO
    di Ciro Teodonno
    Ma quel vapore in Via Panoramica, cos’è? Abbiamo interpellato alcuni esperti, che ci hanno chiarito la situazione e permesso di ragionare su un argomento tutt’altro che scontato.

    In questi primi decenni del nuovo millennio si riaffacciano paure ancestrali che ci dimostrano ancora una volta, nonostante l’avanzare della tecnologia, nonostante la diffusione e la rapidità dell’informazione, che taluni timori permangono e radicano più che mai nella nostra incertezza di uomini. Allo stesso tempo però si riscontra una tendenza opposta e che annulla o cerca di farlo, quelle immagini che tanto ci spaventano. È il caso del nostro Vulcano, c’è, esiste ed è attivo ma nessuno sembra rammentarlo, eccetto quando Questi non dia segni della sua assopita vitalità. Allo stesso tempo scatta, in chi ci vive sotto, l’ottimistica tendenza a minimizzare, a mistificare tutto ciò che è pertinente alla sua vulcanicità. Sta di fatto verificare se tutto ciò scaturisca da una naturale necessità di sopravvivenza o dai secondi fini di chi, imperterrito, è disposto a puntare il tutto per tutto sulla buona sorte e sulla quiescenza del Vulcano.
    Di recente a SSV corre voce dell’apertura di una nuova fumarola a monte di via Panoramica, verso l’imboccatura del sentiero n°8 dell’Ente Parco. In effetti la fumarola, perché sia ben chiaro, di questo si tratta, c’è, ed è lì da molto tempo. Per apprezzarne la “fumosità”, bisogna andarci quando il contrasto termico è più forte, soprattutto in inverno o, di questi tempi, di primo mattino. Anche noi del Mediano ci siamo recati sul posto, che per altro conosciamo molto bene, per verificare di persona se ci fossero nuovi vapori all’orizzonte ma nulla di tutto ciò, solo una fessura incrostata e dal chiaro segno di una recente visitazione di qualche curioso, il tutto, a poca distanza dalla fumarola ufficiale, adibita ad edicola sacra da alcuni devoti del luogo.
    Sulla fumarola in questione è in atto da tempo una diatriba e che vede due tesi contrapposte, quella della scienza e quella che definirei della fantascienza. In effetti abbiamo più volte sentito persone che sostenevano che, il vapore, in Via Panoramica Fellapane fosse nient’altro che uno sfogo della vicina e ormai mitica discarica Ammendola-Formisano; il problema maggiore però è che a sostenerlo sono stati anche alcuni geologi, basatisi su non si sa quali e non meglio definite analisi chimiche di quei vapori.
    Ora non vorremmo peccare di presunzione, visti anche i nostri studi prettamente umanistici ma, le nostre frequentazioni vulcaniche ci hanno permesso di acquisire un certo occhio clinico e c’è sembrato proprio che la tesi della discarica fosse quanto meno azzardata anche perché vicina non è, e da anni non emette più esalazioni mefitiche evidenti.
    Il nostro scetticismo non ci ha mai plagiato e abbiamo contattato prima il Professor Giuseppe Luongo, della Federico II (si veda l’articolo http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=12466), sia il Geochimico Stefano Caliro, dell’Osservatorio Vesuviano ed entrambi ci hanno confermato, con un buon margine di certezza, la natura non antropica di quel vapore acqueo che scaturisce in quel di San Sebastiano e dovuto solo al calore della terra che lentamente si raffredda.
    Sull’Ammendola-Formisano quindi andrebbe aperto un discorso a parte e rimane pur sempre una bomba ecologica, tanto più pericolosa quanto sconosciuta. È opportuno dunque soffermarsi al momento sulla nostra fumarola e su quello che vuol significare ai più.
    È certo che, per chi non vuol vedere il Vulcano e la sua pericolosità incombente è molto più facile e opportuno vederla come propaggine di una discarica, che memorandum di una latente attività vulcanica, quasi come un male minore! Un po’ come i sindaci di Sant’Anastasia e Somma Vesuviana, che per ridurre l’areale della Zona Rossa e riattivare, secondo loro, un certo tipo di edilizia, si sono appellati alle fonti storiche, che non registravano, sempre a loro dire o chi per loro, flussi lavici in quei luoghi da epoche immemorabili. Si dice che non ci sia peggior cieco di chi non vuol vedere o peggior sordo di chi non vuol sentire ma è palese che, in un’eruzione vulcanica, il male minore è proprio la colata lavica che con la sua lentezza ha permesso addirittura il fiorire di estemporanee attività turistiche con i souvenir che se ne facevano col magma fuoriuscito.
    Ben altra cosa lahar, surge e flussi piroclastici che hanno seminato e potrebbero seminare distruzione ovunque e nel raggio di svariati chilometri. Così, allo stesso modo, chi non vuol vedere la fumarola non vuol vedere il vulcano, chi non lo vuol vedere, spesso vuole speculare, in una zona che sarebbe bene lasciare tranquilla e vincolarla a ben altra tipologia di industria.
    Il Nostro è uno dei vulcano più famosi e più studiati al mondo ma sembra che tanta scienza non tocchi proprio per nulla chi vive alle sue falde e che trascorre la sua esistenza nella più completa ignoranza del luogo e del Cratere che lo rappresenta.

    Il video: http://www.facebook.com/cteodonno?ref=name#!/video/video.php?v=1748614125753

  2. Ciro Teodonno ha trovato un altro punto in cui la terra vesuviana respira.
    “Fumarola di vapore acqueo in Via San Vito, Ercolano – 14/02/2012”
    http://youtu.be/V48ndrHsvj0

    Anche su: http://fairbanks-142.blogspot.com/2012/02/fumarola-imov.html

    AGGIORNAMENTO: Ciro mi ha spiegato che “Un’analisi non l’ho fatta ma dall’olfatto e dal tatto non mi sembrava altro. E’ poi un fenomeno che ho notato solo col grande freddo di quei giorni. Il bed & breakfast lì vicino si chiama proprio Le Fumarole! Quindi un nesso tra il fenomeno e il luogo ci deve essere”.

  3. “Rete dei Comitati Vesuviani”, 9 settembre 2013, QUI

    Comuniato stampa
    AREA VESUVIANA E PATOLOGIE TUMORALI

    Ancora dati allarmanti che confermano il rischio ambientale nell’area vesuviana. Il rapporto, per ora ancora non ufficializzato dal Ministero della Salute (chissà quando avverrà trattandosi di dati epidemiologici relativi al 2012), ma riportato da blog indipendenti, confermano, purtroppo, quanto rilevato nell’ultimo studio SENTIERI e precedenti: i Comuni dell’area vesuviana di Boscoreale, Boscotrecase, Castellammare di Stabia, Ercolano, Napoli, Pompei, Portici, San Giorgio a Cremano, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco e Trecase compresi nel SIN area del litorale vesuviano e sue sub-perimetrazioni, declassato di recente dall’ex Ministro dell’Ambiente Clini a Sito di Interesse Regionale, causa la presenza delle fonti di esposizione (amianto e discariche), evidenziano dati di mortalità in eccesso per le malattie degli apparati digerente e genitourinario negli uomini e nelle donne. In assenza di correzione per indice di deprivazione (vale a dire la valutazione della condizione socio economica, ecc.), nelle donne vi è un eccesso per tutte le cause e per tutti i tumori. Negli uomini tantissimi i casi di tumore alla pleura. Per tutti un’incremento delle malformazioni genito-urinarie. Da tempo sono tante le denuncie a tutte i livelli per le tante discariche abusive di cui è pieno il Parco nazionale del Vesuvio. Soprattutto discariche di amianto, a seguito della dismissione dei tanti capannoni industriali del litorale e contenuto nelle lastre di Ethernit, responsabile delle patologie pleuriche. Le stesse falde acquifere risultano, da più rilievi, inquinate da percolati e metalli pesante dovute alle tante discariche vecchie e nuove non ultima la stessa ex Sari di Terzigno col suo milione e passa di tonnellate di rifiuti tal quale e speciali. Gli stessi dati dell’AslNa3sud relativi all’incremento delle certificazioni di esenzione per patologie tumorali, marcano un costante aumento negli anni, soprattutto nei distretti sanitari che fanno capo ai comuni dell’area SIN. Dato questo non utilizzabile per valutazioni epidemiologiche ma indicatore satellite dell’incremento esponenziale dei malati di tumore nell’Asl di riferimento. Per questo abbiamo chiesto conferme al Registro tumori di popolazione che l’Asl Na3 sud ha attivato da tempo. Per questo insistiamo affinchè la Regione Campania riapprovi la legge istitutiva del Registro dei tumori regionale accogliendo le motivazioni della Corte Costituzionale che ha bocciato la precedente normativa. Per questo saremo in audizione, in lista tra i tanti soggetti convocati, presso la XII Commissione Sanità del Senato per l’indagine conoscitiva sugli effetti dell’inquinamento ambientale sull’incidenza dei tumori, delle malformazioni feto-neonatali ed epigenetica a spiegare il nostro punto di vista sullo stato del disastro ambientale in Campania e in particolare quello che viviamo quotidianamente nell’area vesuviana. Per questo, con forza, chiediamo alle istituzioni regionali e ministeriali di attuare da subito le indagini tossicologiche sulle matrici ambientali e sui campioni di popolazione, per determinare la noxa responsabile delle patologie rilevate. Per questo infine chiediamo di mettere in pratica da subito le azioni di messa in sicurezza dei siti localizzati e programmare e finanziare le bonifiche. Non c’è più tempo per le chiacchiere e le polemiche. E’ necessario agire e subito per tentare di arginare un disastro che si preannuncia di proporzioni bibliche. Poi accertare e punire i responsabili di tale scempio.

  4. Pingback: Area vesuviana e patologie tumorali | Paesaggi vulcanici

  5. «Il Mediano», 14 settembre 2013, QUI

    SAN SEBASTIANO: LA DISCARICA NASCOSTA
    Nel mese di agosto prese fuoco un appezzamento di terra, in via Panoramica Fellapane. La qual cosa, di per sé, non è una notizia eclatante ma quello che le fiamme alla fine ci hanno svelato è un qualcosa da non sottovalutare. Foto da Google Earth
    di Ciro Teodonno

    A poco più di un mese di distanza ci siamo recati in via Panoramica Fellapane, per vedere il risultato di quell’incendio ma soprattutto per constatare quello che le fiamme avevano messo in luce, e dobbiamo dire che lo spettacolo è stato dei più indegni. Il fuoco, consumando la sterpaglia, i rovi, gli ailanti e le altre piante infestanti caratteristiche dei nostri luoghi, ha liberato uno spesso strato di rifiuto indifferenziato.
    Ci muoviamo tra la cenere, in certi casi anche recente, indice che in quei luoghi si reitera il dolo dei roghi tossici, e riscontriamo subito la presenza di eternit e copertoni, tanto rifiuto “talquale”, da poco scaricato, sfalci domestici e l’immancabile materiale di risulta edilizio. Una cosa su tutte ci colpisce ed è quella della presenza di resti di ossa animali, soprattutto di bovini, ma non solo; il pensiero che ci sovviene è stato quello che qualcuno c’abbia smaltito i residui di una macellazione e forse, vista la facile putrescenza di questi, qualcun altro, se non lo stesso, gli abbia dato fuoco. Ma è solo un’ipotesi, una delle tante in questa terra martoriata, perché sono tante le ragioni per dar fuoco a un rifiuto e tanti i misteri del luogo che vi stiamo descrivendo.
    L’incendio, sviluppatosi lo scorso 8 agosto, fu prontamente domato dalla protezione civile di Massa, San Sebastiano e dai Vigili del Fuoco di Sorrento, i quali, costatavano quanto segue: “presenza di materiali di risulta (eternit, stracci, vernici, spazzatura, pneumatici)” e chiedevano l’intervento del nucleo NBCR (Nucleare, Biologico, Chimico, Radiologico ndr.) dei VV.F, al fine di verificare l’eventuale presenza di agenti tossici e nocivi per la salute umana.
    Sappiamo che il sindaco del comune vesuviano aveva prontamente stabilito (come da normativa) che i proprietari del fondo smaltissero a proprie spese i rifiuti ivi presenti (o nell’eventualità avrebbe dovuto smaltirli a spese del comune e in danno del proprietario) e il tutto doveva essere espletato entro 20 giorni, cosa che ovviamente non è accaduta. Sembra inoltre, per le fonti in nostro possesso che “il rilevamento strumentale forniva indicazioni rientranti nell’ordinaria fluttuazione del fondo naturale, sia in riferimento ad agenti chimici che a sostanze radioattive denotando assenza di pericolo immediato” ma la nostra costatazione di tanto materiale pericoloso quale l’amianto e il singolare incendio ci ha incuriositi e abbiamo deciso di approfondire la questione.
    In realtà non è stato così difficile vederci più chiaro, smanettando su Google Earth ci si è resi conto della strana evoluzione che quel podere di 2.000 metri quadri ha subito nel corso degli anni della cosiddetta crisi dei rifiuti. Infatti, le foto storiche di G.E. almeno quelle tra il 2007 e il 2008, mostrano la presenza, in quel luogo specifico, di accumuli di materiale. Certo non sembrava essere sterpaglia o alberi da frutta, il tutto però scompare nell’immagine satellitare del 2010. Abbiamo quindi verificato se quel luogo fosse stato oggetto di indagini specifiche in quegli anni bui e di sospensione del diritto, dove la spazzatura ci arrivava fin sotto il naso e, meraviglia delle meraviglie, scopriamo che il Corpo Forestale dello Stato, proprio nel 2010, aveva sequestrato proprio il fondo in questione perché, l’area, era stata adibita a discarica dallo stesso comune di San Sebastiano al Vesuvio, ed era priva di ogni autorizzazione, e di conseguenza, era in difformità con le leggi in materia di rifiuti e delle regole dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio.
    Hai capito San Sebastiano! E grazie che la crisi dei rifiuti da noi è durata poco, la spazzatura la mettevano tutta lì, in quella terra circondata da vigneti e albicocchi! I proprietari avevano dato disposizione di depositare temporaneamente in quel sito privato materiali di risulta e altri provenienti dalla pulizia del territorio cittadino e dalla potatura degli alberi. Questo, fino a una denuncia anonima che faceva intervenire i militari per constatare il reato, cogliendo, letteralmente con le mani nel sacco (o meglio, nel sacchetto!), i dipendenti comunali che assieme a una ditta del posto scaricavano i loro camion di immondizia e smuovevano il terreno.
    È lecito ora pensare che quel terreno, evidentemente in dislivello rispetto alla campagna circostante, possa essere pieno di rifiuti e che l’incendio non abbia fatto altro che esporre la punta dell’iceberg, dove quello che abbiamo visto non è altro che lo sversamento più recente. Oppure, la differenza d’altezza, è dovuta soltanto al pendio, ma comunque, la zona va bonificata e al più presto, poiché il comune è in buona parte responsabile di quello scempio.
    I dubbi restano comunque tanti, ma una cosa è certa, San Sebastiano non è diverso dagli altri paesi, ha anche lui le sue discariche e sicuramente, se qualcuno avrà la bontà e la pazienza di leggerci, non ci dica ancora una volta che, all’epoca, non si poteva fare altrimenti, e che non si poteva lasciare la spazzatura per strada, perché la scusa è vecchia!

    IL VIDEO

    CARRELLATA FOTOGRAFICA

  6. “Il Mattino”, 5 novembre 2013, QUI

    TERRA DEI FUOCHI, DAL VESUVIANO IL GRIDO DI ALLARME DEI MEDICI: SABATO IL CONVEGNO
    di Mary Liguori

    Massa di Somma. Si terrà sabato 9 novembre a partire dalle ore 18 presso il teatro comunale “Carmela Maddaloni” a Massa di Somma l’incontro dibattito promosso dal neonato comitato “Liberiamoci dal male”, sorto allo scopo di promuovere la difesa e la protezione dell’ambiente del territorio dal rischio di inquinamento ambientale e richiedere con urgenza la bonifica di tutti i siti inquinati.
    “Liberiamoci dal male” ha organizzato l’incontro che intende alzare il velo sulla preoccupante incidenza tumorale nell’area ai piedi del Somma-Vesuvio assieme all’Isde (Associazione Medici per l’Ambiente) e con il patrocinio del comune di Massa di Somma.
    Il convegno dal tema “Ambiente, salute e territorio” vedrà la partecipazione di Mariella Cozzolino, presidente del Comitato “Liberiamoci dal male”, di Antonio Marfella, oncologo dell’ospedale “Pascale”, di Gennaro Esposito, psichiatra asl Napoli 3 sud, e di Filomeno Caruso, medico chirurgo
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  7. “Il Fatto Quotidiano”, 9 novembre, 2013, QUI

    NAPOLI, LA TERRA DEI FUOCHI: ARIA INFETTA, RIFIUTI E TUMORI ATTORNO AL VESUVIO
    Viaggio nel cuore di una Campania alla ricerca di un riscatto impossibile tra edilizia selvaggia, criminalità e camorra. “Sono scappata da Afragola, non riuscivo a respirare”, spiega una giovane. Il geologo Benedetto De Vivo: “Stanno costruendo l’ospedale del mare dove, nel caso dovesse esserci l’eruzione, il flusso piroclastico, queste tremende bombe di terra e cenere, si riverserà. Si può essere più sciagurati?”
    di Antonello Caporale

    Fuma la terra lungo le curve che da Agnano portano a Fuorigrotta. Si alzano colonnine nere come fossero figlie di un arrosto di catrame all’altezza dell’edificio che gli americani hanno abbandonato (era la vecchia sede della Nato). Chi vuole entra nel palazzone e sporca, strazia, struscia, rompe o solo lo sfiora incolonnato in auto nell’attesa di arrivare allo stadio. Il calcio è l’unica impresa che funziona a Napoli e dai tempi di Maradona il catino dove l’allenatore Benitez schiera i suoi uomini non appariva il covo di felicità compulsiva che sazia al punto da arrivare fino alla bocca dello stomaco e poi eruttare. Felicità sgraziata, rumorosa, mediamente eccessiva. Anche il San Paolo, come quasi tutto a Napoli, poggia i piedi sul cratere e sebbene la Protezione civile abbia innalzato il livello di attenzione (secondo dei quattro gradi di pericolo previsti) le caldare dei campi flegrei si trasformano da pericolo immanente a falso storico, fonte di ispirazione creativa per gli ultras.
    Il Vesuvio erutta in curva, fuoco denso e rosso, tra le migliaia di comparse che costruiscono la sceneggiatura perfetta: il fuoco che allaga diviene rappresentazione di gioia pura, distillata, insuperabile. E poi sul fuoco e sui lapilli, sulla brace e sulla cenere, milanisti, interisti, juventini, romanisti quando trovano gli azzurri di fronte impegnano la loro voce: “Vesuvioooo, lavali con il fuocoooo”. I partenopei restituiscono le cortesie: “Alè Vesuvioooo, il Vesuvio è la terraaa che amiamooo, dell’eruzione ce ne freghiamooo”.

    “Sono dovuta scappare da Afragola: non respiravo” – Napoli ha il fuoco nel suo ventre, borbotta, fuma, e sembra sempre pronto a esplodere. A oriente come a occidente. Ma lo custodisce come fosse un tesoro non un pericolo. “L’unica eruzione buona è quella del Vesuvio”, dice Tilde Baldascini, una giovane combattente contro lo schifo, davanti al fondale della monnezza, appena dietro la costruzione svedese e ordinata dell’Ikea, nella grande piana metropolitana a nord della città storica. La piana dei fuochi, della tosse, dei veleni, della puzza di questa terra trasformata dagli uomini in una discarica permanente, in un inferno permanente, in fuoco perenne. Marilù è invece emigrata per non sentirsi parte di quello schifo: “Sono dovuta scappare da Afragola, la mia città. Non riuscivo a respirare, quell’odore fisso prendeva alle narici e non ti lasciava più. Io e Massimo, quando abbiamo deciso che era venuta l’ora di fare un figlio, ci siamo detti: qui no, qui non è possibile farlo nascere. Ora viviamo a Pontedera, in Toscana, e sapessi che pena tornare a casa. Appena imbocchiamo lo svincolo la puzza ci assale. Io penso a mamma e a papà, alle mie sorelle che lì resistono malgrado tutto”. Afragola non è una città ma un’escrescenza edilizia, una somma di abusi all’urbanistica, alla civiltà, alla ragione stessa. Case, casone, casette, tuguri, svincoli intestati al nulla, guard rail rotti, puttane per strada insieme a mamme con la carrozzina, il venditore di patate, il negozio di sposa, il cartello pubblicitario: “Vivi i tuoi giorni felici”. Un unico anello d’asfalto s’incunea nel cordone di cemento. Un paese e l’altro, una città e l’altra, un abuso e l’altro. Un fuoco velenoso e l’altro.
    Villaricca, Qualiano, Giugliano. La mappa della fetenzia è aggiornata sul web grazie al grande lavoro dei volontari che danno vita a terradeifuochi.it. Cliccate, e a vostra scelta vi troverete a selezionare e inquadrare il cimitero dei misteri seppelliti e di quelli rinvenuti: lì una bara collettiva di bidoni tossici, qui l’amianto, lì monnezza varia. Poi percolato, liquami, fogne a cielo aperto o solo materassi, vecchie carcasse di auto, frigo, cucine da campo, tinelli sfondati, cucchiai, farmaci scaduti. Sono efferati testimoni dell’ignavia collettiva, dell’irresponsabilità collettiva. Il tribunale ha appena assolto Antonio Bassolino, ex governatore della Campania, e altri 26 indagati per l’affare discariche. Non c’è condanna e non c’è verità. “Non puoi credere a niente, perché persino la scienza bara, tarocca, tradisce. Con la montagna dei veleni che abbiamo alle spalle puoi pensare che siano sincere le parole della Protezione civile che dicono che qui, ai Campi flegrei, c’è il rischio di un nuovo, catastrofico bradisismo? Fuma la terra, embè? Rispetto a quello che hanno combinato gli uomini questa è l’ultima delle paure possibili”.
    A Licola, ovest di Napoli, il sociologo Sergio Mantile mi conduce a pranzo in campagna. Costantino è il vecchio oste che mentre apparecchia ricorda: “Tranne la scossa di trent’anni fa io non ricordo terremoti qui. Sono altre le paure. L’anno scorso i canali si sono riempiti d’acqua. Telefonavo ogni giorno al Comune: veniteli a pulire che ci allaghiamo. E loro: domani vediamo. E il giorno dopo: stiamo provvedendo. Nessuno è venuto, e le piogge torrenziali ci hanno allagato e affamato. Ho perso tutto il bestiame, solo un cavallo si è salvato: per due giorni è riuscito a tenere la testa fuori dall’acqua. È stato bravo”. In una terra che non conosce verità, ma solo paura, il Vesuvio può essere fonte di disperazione? “Assolutamente no. La paura è polverizzata in mille atti quotidiani, distillata nelle forme consuete della vita familiare”, dice l’antropologo Marino Niola.
    “Un pugno in faccia per uno scambio di persona” – Si ha paura di uscire di casa di sera, paura di parcheggiare e litigare con l’abusivo di turno, paura della fila, paura persino dell’ospedale. Se hai la ventura di capitare al pronto soccorso del Cardarelli chi ti salverà? Paura della vita. “Noi viviamo di piccole ma costanti paure, e di una bugia immensa, tossica, che produce solo fatalismo”, aggiunge Mantile. Succeda quindi quel che deve, siamo sotto il cielo. “Ero al bar a prendere un caffè. D’un tratto arriva un signore che mi sferra un pugno. Non l’avevo mai visto, non sapevo chi fosse né perché avesse fatto quel gesto. Alcuni avventori lo hanno separato da me gridandogli: hai sicuramente sbagliato persona, non è lui, non è lui!”. Ciro Biondi cura l’ufficio stampa della diocesi di Pozzuoli. Mesi fa si trovò il naso sanguinante, la testa tra le mani e lo stupore. “Avevo appena realizzato che ero stato vittima di uno scambio di persona, il tipo era conosciuto e considerato come uno del sistema camorristico. Cosa feci? Volli andare dai carabinieri a sporgere querela, perché non potevo credere che tutto quel che mi era accaduto fosse normale. Volevo difendermi dalla barbarie che avrebbe preso me se non avessi reagito con un atto di civiltà, di rispetto minimo per la mia dignità. Ma non me ne è venuto niente. L’aggressore ha chiesto scusa, alla fine ho rinunciato a proseguire nel processo”.
    Ti può capitare di tutto a Napoli, e devi esserne consapevole. “Siamo i teorici dell’irrilevanza della verità. Persino la scienza nega fatti macroscopici. Qui la discarica di Pianura ci ha lasciato una lunga striscia di morti. Si muore di tumore molto di più che in altri luoghi”. Negli ultimi venti anni in provincia di Napoli (città esclusa) si sono avuti incrementi percentuali del tasso di mortalità per tumori del 47% fra gli uomini e del 40% tra le donne, incrementi che sono stati rispettivamente del 28,4% e del 32,7% anche in provincia di Caserta. Mentre in Italia, negli stessi ultimi venti anni, “i tassi sono viceversa rimasti tendenzialmente stabili” e “al Nord sono addirittura diminuiti”. Annota lo studio sui Comuni campani appena concluso dall’Istituto nazionale per i tumori “Pascale” di Napoli che il lavoro è stato realizzato per “verificare e valutare il fenomeno” attraverso le schede di morte individuale con diagnosi di tumore. “Questo eccesso di mortalità, che riguarda anche altre patologie cronico-degenerative – sottolinea l’Istituto – si configura come un grave problema sociale e ambientale, oltre che sanitario, di vasta dimensione e notevole gravità”, tanto che “richiederebbe maggiore attenzione da parte delle istituzioni”.
    Ecco i livelli raggiunti da alcune singole patologie oncologiche. Tumore del colon retto: “In provincia di Napoli nel triennio 1988/1990 si riscontra negli uomini un tasso del 17,1 (su 100mila abitanti, ndr) negli uomini, che nel periodo 2003/2008 sale al 31,3”, mentre nelle donne gli stessi tassi per gli stessi periodi sono 16,3 e poi 23. Situazione identica a Caserta: 19,3 (sempre per 100mila) per i maschi dal 1988 al 1990 e 30,9 dal 2003 al 2008, con 16,4 e poi 23,8 nelle donne. Al contrario i tassi italiani, per lo stesso tipo di tumore e gli stessi periodi, “sono stabili, passando dal 33 al 35 negli uomini e dal 30,5 al 29,3 nelle donne”. L’aumento del tasso di mortalità femminile per tumore del polmone è il più alto in Italia. Su una base percentuale media di 45 a Caserta è del 68, il tumore alla mammella è balzato dal 21,4 al 31,3. Un altro esempio, stavolta riguardante gli uomini: il tasso di mortalità maschile per tumore al fegato registrato in provincia di Napoli nel 1988/1990 era 22,1 e quello in provincia di Caserta 22,3, livelli cresciuti via via fino al 2003/2008 rispettivamente a quota 38 e 26,4. Nello stesso periodo, al contrario, questo tasso su scala nazionale è diminuito da 12,3 a 10,7 per 100mila. Accostiamo, nel cammino verso oriente, verso il punto g del pericolo massimo, la zona rossa vesuviana, alla Città della Scienza, nella meravigliosa e intossicata baia di Bagnoli. Era il segno della rinascita culturale, una speranza in più. Era terreno bonificato e salvato alla speculazione. Fuoco anche lì. Appiccato dai criminali. Tutto è bruciato e ora? “Napoli è il luogo delle illegalità più acute e della fantasia primordiale. Pensi che avevano delimitato l’area rossa, questa che vede alle pendici del Vesuvio, secondo i confini amministrativi dei Comuni. Avevano sbianchettato per decreto Napoli, immaginando che la lava alle viste dei primi quartieri del capoluogo si fermasse e rispettosamente deviasse”.
    Siamo alla Federico II, facoltà di scienze della terra, nella stanza del geologo Benedetto De Vivo. “Stanno costruendo l’ospedale del mare, quello che dovrebbe dare un po’ di respiro e di salute nel punto esatto dove – nel caso dovesse esserci l’eruzione – il flusso piroclastico, queste tremende bombe di terra e cenere, si riverserà. Noi scienziati sappiamo poco dei tempi di eruzione. Potranno passare secoli e secoli oppure può accadere domani. Ma siamo certi dei danni che la prova del fuoco farebbe. E ce ne freghiamo. Si può essere più sciagurati?”. Le pendici vesuviane sono il set perfetto dell’irragionevolezza: case e vicoli ovunque, ostruzioni ovunque. Qui prende forma planetaria la teoria dell’irrilevanza della verità. C’è il rischio che la tua casa venga mangiata dal fuoco ma tu la edifichi. C’è la zona rossa e nessuno la rispetta. C’era la legge per lo svuotamento di questa enorme sacca umana (si chiamava VesuVia) ma non è stata rifinanziata. L’assessore regionale alla Protezione civile Edoardo Cosenza ha messo in moto piccole pratiche di buon senso. Innanzitutto allargando l’area a rischio. Adesso sono compresi anche i quartieri orientali di Napoli e le persone in pericolo sono passate da 550 mila a 700mila. Una città grande come Bologna e tutta la Romagna, Bari e il Salento. Una massa enorme, una pressione demografica ingestibile come hanno dimostrato due test di evacuazione.
    “Il vulcano ci dà il tempo di prepararci, ma lo ignoriamo” – Nel 2006 fu il Mesimex e doveva testare la capacità di trasporto e svuotamento. Il rischio enorme è che la paura, da sola, mieta vittime in misura catastrofica. Le vie di fuga non esistono. Solo nel 2015, sempre che i finanziamenti esistano, sarà completato con lo svincolo di Angri l’ampliamento dell’autostrada. Tutto qua, o quasi. Al pericolo della lava che inonda si aggiunge un secondo e altrettanto mortale rischio: che migliaia di edifici nelle zone contigue possano collassare per via del peso della cenere che si depositerà sui terrazzi di copertura. Il piano della salvezza è un misterioso mix di buone ma velleitarie intenzioni e cattive pratiche. Ogni regione è gemellata con un Comune e dovrebbe ricevere i suoi abitanti incolonnati su bus e auto (solo le vie autostradali sono ritenute idonee per la fuga). Dovrebbero venirci a salvare dall’Europa (Francia, Spagna, Portogallo e Svezia gli Stati membri impegnati nel primo soccorso). “Il Vesuvio ci dà il tempo di prepararci e noi non lo facciamo”, ricorda il geologo De Vivo. Napoli, scriveva il tedesco Sohnretel, è la capitale della filosofia del rotto. Tutto è ammaccato, il futuro è indefinito e la ragione scriteriata. Si salvi chi può
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  9. “Repubblica”, 10 dicembre 2013, QUI

    SCOPERTE ESALAZIONI TOSSICHE A RIDOSSO DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO
    Gli accertamenti della Forestale: oltre 2500 metri quadrati usati per lo stoccaggio dei rifiuti emanano miasmi velenosi
    di Redazione

    Scoperte esalazioni tossiche a ridosso del Parco nazionale del VesuvioScoperta dal Corpo forestale dello Stato una vasta area di oltre 2.500 metri quadrati utilizzata per lo stoccaggio di rifiuti che emanano esalazioni velenose a San Giuseppe Vesuviano, nel Parco Nazionale del Vesuvio.
    “La discarica a cielo aperto in località Vasca di Pianillo, a ridosso dell’area protetta -riferisce il Corpo Forestale dello Stato- è stata individuata proprio a causa delle forti emissioni tossiche sprigionate dai rifiuti accumulati nel corso del tempo”.
    “Queste esalazioni -afferma la Forestale- non solo mettono in pericolo l’habitat delle specie animali e vegetali del Parco Nazionale del Vesuvio, ma possono causare gravissimi danni alla salute dei cittadini”.
    Le indagini, tuttora in corso, da parte del Corpo forestale dello Stato sono scattate a seguito dell’emergenza dei roghi dei rifiuti tossici in Campania e del gravissimo impatto ambientale che questi hanno sull’intera collettività.
    “A San Giuseppe Vesuviano -prosegue la Forestale- la situazione è ancora più grave in quanto si tratta di un sito di stoccaggio non ancora bonificato”. L’operazione odierna, infatti, rientra tra quelle effettuate dalla Forestale per la tutela ambientale del Parco Nazionale del Vesuvio,per “rendere più vivibile una zona che per anni è stata gravemente danneggiata”.
    L’intervento di oggi, condotto dal personale del Coordinamento Territoriale per l’Ambiente di San Sebastiano al Vesuvio del Corpo forestale dello Stato con l’ausilio dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale in Campania (Arpac), “ha lo scopo di risalire ai responsabili dello scempio ambientale, al motivo della mancata bonifica di tale sito e soprattutto ha l’obiettivo di mettere in atto le necessarie misure per la messa in sicurezza dell’intera area per salvaguardare l’ambiente e la salubrità dell’aria” conclude il Corpo Forestale dello Stato
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  10. “Il mediano”, 16 dicembre 2013, QUI

    SAN SEBASTIANO, LE DISCARICHE DELLE VIE NASCOSTE
    Da qualche mese il paese vesuviano sta cambiando faccia ma restano le criticità. Purtroppo restano alcune realtà periferiche dove il sacchetto selvaggio impera. Questo è quanto accade in Via Alveo Buongiovanni e in Via Flauti.
    di Ciro Teodonno

    Da un paio di mesi a San Sebastiano c’è una nuova ditta (la Sa.Gi. SRL.) che si occupa in buona parte dello spazzamento delle strade locali. Finalmente si incomincia ad avere la visone effettiva e materiale della pulizia del territorio, addirittura le caditoie di alcune strade sono state ripulite dai decennali accumuli di fanghiglia, insomma, un segnale positivo c’è. Purtroppo però esistono alcune zone del paese, per lo più periferiche, che languono nel più totale abbandono. Abbiamo già parlato dello stato infimo di Via Panoramica e probabilmente ci ritorneremo ma è questa la volta di una via sconosciuta ai più, via Alveo Buongiovanni, una viuzza di campagna e come tale nascosta, isolata, poco praticata e per cui, per molti passibile anche di scarico dei rifiuti.
    Chi avesse la bontà di percorrerla si renderà conto che quello che diciamo è cosa veritiera, altrimenti potrà percorrere le strade principali in auto e gratificarsi nella sua beata ignoranza e magari incrementare quei cumuli di cui spesso si nega l’esistenza. Per gli altri invece, quelli senza paraocchi, la stradina in questione è costellata di immondizia varia, frutto del lancio dei sacchetti, che rompendosi, lasciano il loro contenuto dappertutto. Inoltre, e questa è la cosa più grave, nelle rientranze dei cancelli privati, si depositano rifiuti ingombranti come mobili vecchi o elettrodomestici obsoleti, sfalci di giardino, il fai da te delle palme infette dal punteruolo rosso e l’immancabile materiale di risulta edilizio.
    Spesso, al su elencato rifiuto, viene dato fuoco, con grave danno per le persone e le case vicine. Inoltre, più di un mese fa, ci si accorgeva che qualcuno aveva scaricato dei grossi sacconi neri, pieni di calcinacci e ancora lì presenti nel nostro ultimo passaggio di ieri mattina. Sappiamo che esiste una determina (la n°037 del 21/11/2013) che prevede il recupero e lo smaltimento dei sacconi neri ma sottolineiamo che la situazione della viuzza, ben nascosta dai rovi, è più complessa di quel singolo scarico, attende una soluzione radicale.
    Abbiamo deciso solo ora di evidenziare tale fatto poiché, il paese, a fine ottobre, era sotto una specie di attacco vandalistico e ci sembrava quindi opportuno non gettare troppa benzina sul fuoco. Abbiamo anche parlato con un consigliere e col dirigente della nuova ditta che conoscono la realtà del posto. Valga quindi, questo nostro articolo, come un pro-memoria per i loro impegni futuri. Non vorremmo infatti che quei cumuli sparissero sotto i rovi. Non vorremmo che mentre la lenta burocrazia avanza, scomparissero per causa di un rogo nottetempo.
    Risalendo l’Alveo Buongiovanni, si svolta su Via Procolo Di Gennaro, un momento di pausa allo sversamento abusivo, forse per il fatto che risulta essere un luogo più aperto del precedente o per le telecamere delle vicine vasche dell’ARIN o semplicemente perché più abitato. Al termine della via rurale se ne incrocia un’altra ovvero Via Flauti; risalendola a destra, verso Viale della Pace, poco prima dell’incrocio con questa via, giusto di fronte alle nuove palazzine, elegante complesso sansebastianese, c’è una piccola discarica, cumuli di rifiuto eterogeneo sparsi su tutto l’appezzamento limitrofo alla masseria che prende il nome della via, frutto anche questi del lancio del sacchetto, futura disciplina olimpica per la quale potremmo partecipare con buona speranza di medaglia
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    [Al link originale sono disponibili anche una CARRELLATA FOTOGRAFICA e due VIDEO]

  11. “Ansa”, 23 febbraio, QUI

    Pecore al pascolo su discarica Ammendola – Formisano a Ercolano
    RIFIUTI: ALLARME COMITATO PARCO VESUVIO

    Rifiuti: allarme comitato parco Vesuvio (ANSA) – ERCOLANO (NAPOLI), 23 FEB – Le immagini delle pecore al pascolo che brucano l’erba sulla discarica. E ancora, pile di pneumatici, guaine d’asfalto e rifiuti ingombranti, accatastati vicino alle case proprio nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio ad Ercolano (Napoli). A lanciare l’allarme il comitato ‘Liberiamoci dal male’ nato a novembre che chiede che il territorio, per anni infestato dai veleni, venga finalmente liberato. ”L’intera zona – dicono – va tutelata dallo sversamento abusivo”.

    – – –

    “Il mediano”, 24 febbraio 2014, QUI (al link originale anche video e foto)

    LA RAI SULL’AMMENDOLA FORMISANO
    di Ciro Teodonno

    Siamo saliti sulla famigerata discarica dell’Ammendola & Formisano con la troupe del TGR Campania, per accompagnarli nella realizzazione di un servizio. Qualche riflessione a riguardo.
    Sono anni che proviamo a dar risalto alle questioni legate alla discarica dell’Ammendola & Formisano, sono anni che rimbalziamo contro quell’invisibile muro di gomma costituito da omertà e indifferenza. Sono anni che pur ricevendo attestati di stima e riscontri relativi al nostro lavoro, continuiamo a sentirci soli in quell’ardua impresa che è la messa in sicurezza dell’ex cava e delle zone ad essa limitrofe.
    I “mi piace” su facebook lasciano il tempo che trovano, sono graditi, sì ma sono una magra e fugace consolazione e non ti sostengono nel momento dello sconforto e delle difficoltà che si affrontano nella cronaca di questi luoghi. Nelle riunioni di comitato, così come nella rete, incontri chi, dall’alto della sua presunta esperienza, ti dice che è tutto inutile; talvolta con fare paternalistico, altre con sufficienza, saccenza o con disprezzo, sostiene che anche loro hanno lottato contro quel mostro di monnezza che si erge contro il Vulcano. Tutti hanno qualcosa da dire ma nessuno ha un suggerimento per fare; tutti dicono che sono troppi gli interessi, sono troppi i pericoli e che ormai quel che è fatto è fatto.
    È anche a loro che ci rivolgiamo, soprattutto a quelli che hanno visto frustrati i loro tentativi di salvaguardare l’ambiente vesuviano; chiediamo a loro di far fruttare la loro esperienza, di permetterci di far tesoro del loro patrimonio condividendolo con noi e con tutti quelli che hanno deciso di non vegetare più.
    Al cospetto di questo scenario noi non ci arrendiamo e siccome all’ombra di questi mostri, talvolta anche invisibili, ci viviamo, abbiamo deciso di seguire nella nostra lotta e continuare con i nostri mezzi per informare chi non sa ancora o chi, davanti alla realtà dei fatti, finge di non esserne a conoscenza. Siamo, tutto sommato, gente di montagna, sui generis, è vero, ma se la strada non è in salita, a noi, non piace!
    Stavolta però abbiamo avuto un valido aiuto, perché finché non lo dice la TV i fatti sembrano non concretizzarsi. Per cui sono arrivati gli inaspettati e graditi servizi del TGR Campania, tutto sommato dei bei servizi, che hanno saputo concentrare, nel breve tempo che l’edizione gli consentiva, tutto il devastante ma anche grottesco contesto davanti al quale ogni essere razionale dovrebbe quanto meno fermarsi e riflettere. La troupe RAI, benché abituata alla devastazione delle nostre terre, rimane ancora una volta sbalordita davanti a tanta assurdità.
    Veder pascolare le pecore su una discarica, per quanto posta in un parco nazionale, è cosa che dovrebbe far pensare per l’inquinamento di quel luogo, così come l’ormai abitudinaria tracimazione del percolato, quello del sito di stoccaggio del 2008. Chiunque si trovi al cospetto di tale scempio rimane senza parole, eppure, a valle di questa mostruosità, c’è ancora chi nega o fa ben poco rispetto a quanto gli compete e spetta per mandato popolare o per la semplice e umana compassione nei confronti di chi vive sotto lo spettro dell’Ammendola & Formisano.
    Qualcosa comunque si è mosso oggi e speriamo che anche dopo questo servizio le coscienze si mobilitino, per bonificare e sanare quei luoghi dalla potenziale bellezza e rinomata fertilità ma dall’effettiva ed evidente mortalità
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  12. “Il mediano”, 24 marzo 2014, QUI

    MA QUALE BONIFICA PER ERCOLANO?
    Manifestazione pubblica indetta dal PD cittadino per affrontare il problema delle discariche, molti dubbi e poche certezze.
    di Ciro Teodonno

    Sabato sera, a Ercolano, presso la sede della scuola primaria Rodinò il PD locale ha organizzato un incontro sulle possibili bonifiche da attuare sul suo territorio. Sono intervenuti ovviamente i rappresentanti del PD locale, rappresentati dal segretario Antonio Liberti e l’amministrazione comunale nella persona di Antonello Cozzolino, nella doppia veste vice sindaco e assessore all’ecologia ma c’era anche il responsabile del Dipartimento Ambientale della CGIL Campania Giuseppe Brancaccio e soprattutto l’onorevole Massimiliano Manfredi, relatore del Decreto Legge 136/2013, il cosiddetto decreto della Terra dei Fuochi. È presente anche l’attivismo locale col rappresentante del Comitato Civico di Bonifica Luigi Impagliazzo.
    La discussione comincia con il luogo comune, con il moderatore Adalberto Costabile, che accenna a un’inciviltà dei singoli cittadini per la responsabilità dello scempio di alcune aree del territorio; ci verrebbe da chiedere il perché, quando ti eleggono i cittadini sono bravi e quando sporcano e inquinano sono invece incivili e se ne disconosce prontamente la rappresentanza. Ma a questo risponde prontamente Luigi Impagliazzo che critica aspramente l’amministrazione. Chiamato ad aprire gli interventi l’attivista lamenta subito la poca attenzione e il possibile effetto sandwich del suo intervento, temendo un mancato diritto di replica, cosa che però non accade poiché avrà larga opportunità di controbattere e criticare le precedenti amministrazioni nonché l’attuale, senza comunque evitare di subire, in alcuni momenti, commenti poco cortesi da parte di un pubblico tutt’altro che disinteressato.
    In particolare, Impagliazzo, ci elenca, contraddicendo l’incipit del moderatore, le connivenze tra le varie amministrazioni comunali e il malaffare locale, quelle che si sono susseguite nel corso di almeno un trentennio e che hanno portato allo stato dell’arte. L’attivista incalza i presenti senza peli sulla lingua e con dovizia di particolari e, con la forza che lo contraddistingue, fa i nomi di chi in passato ha avuto a che fare con la gestione dei rifiuti nella città di Ercolano, mantenendo stretto il legame con la delinquenza organizzata. Sono i nomi dei Del Prete, Salvatore e Delfino ma anche dell’ex sindaco D’Agostino. Non ultimi sono menzionati i siti di stoccaggio “provvisori” dell’Ammendola Formisano, aperti in giunte affini a quella che oggi amministra la cittadina vesuviana.
    Qualcuno dalla sala annuisce che furono i provvedimenti prefettizi a imporre quei siti ma a onor del vero a noi, questa, risulta una verità parziale e in base a quanto segue: nel 2001 l’area Ammendola & Formisano fu individuata, assieme ad altri sette, quale sito di stoccaggio provvisorio di RR.SS.UU., dal Sindaco p.t., in forza di una nota del Prefetto di Napoli, delegato ex O.P.C.M. del 07.10.1994. Nel 2003, l’area Ammendola & Formisano, assieme all’area della ex discarica “Sari”, fu individuata come sito di stoccaggio provvisorio di balle di CDR in forza dell’Ordinanza del SubCommissario per l’Emergenza Rifiuti in Campania n. 39 del 02.05.2003. Nel 2007 l’area Ammendola & Formisano fu individuata come ulteriore stoccaggio temporaneo dei RR.SS.UU in forza dell’Ordinanza Sindacale n. 16/07 del 21.12.2007 con successiva riapertura sempre su Ordinanza Sindacale nel febbraio e nell’aprile 2008. Ovviamente a tutto ciò non va aggiunto l’obbligo morale che un sindaco dovrebbe avere rispetto a certe questioni ma questa è un’altra storia.
    Dopo un breve intervento moderatore del segretario Liberti, dove si rispolvera il mantra delle barricate, quelle che si fecero un tempo e che, aggiungiamo noi, ora che si è passati all’amministrazione, non si fanno più, interviene il vicesindaco Cozzolino. Questi ribadisce che, anche con il convegno, l’interesse dell’amministrazione per le problematiche del territorio è sempre vivo (è probabile che invece gli ultimi servizi giornalistici e una campagna elettorale ormai vicina abbiano reso necessario un interesse in precedenza assopito) sforando però su temi, tra i quali quello dell’eliminazione della linea ANM, che non capiamo cosa abbiano a che fare con l’argomento in questione.
    Ma è interessante la sua versione dei fatti sull’Ammendola & Formisano, dove dichiara come fatto in alcune interviste lasciate al nostro giornale, che il cosiddetto percolato della discarica, altro non è che acqua sporca e lo dimostrerebbero le analisi della ditta autorizzata ERMETE Srl, da lui presentate e della quale ce ne ha fornito una copia (nel referto il liquido viene definito “speciale non pericoloso”). Alle nostre domande, relative al perché quest’acqua “piovana” venisse prelevata, ci viene risposto perché è comunque sporca e lo impone la legge e allorquando gli si ribatte la tracimazione del percolato, lo stesso riduce a un caso isolato l’evento.
    I casi isolati sono almeno tre, ovvero tre i filmati che dal 2011 al 2014 siamo riusciti a registrare ma a questi aggiungiamo gli altri eventi da noi riscontrati così come da altre persone e associazioni, non dimostrabili come però non è dimostrabile la sicurezza di un contesto SIN, potenzialmente ad alto rischio e frequentato da tutti tranne da chi, nella figura del sindaco o chi ne fa le veci ha l’obbligo legislativo, se non morale, di tutelare la salute dei cittadini di Ercolano.
    È il momento di Brancaccio rappresentante della CGIL il quale sottolinea di come si affronteranno le bonifiche ovvero con i soli fondi comunitari, sottolineando il fatto che non se ne conoscano ancora l’ammontare. Inoltre critica la logica del commissariamento che toglie in pratica ogni voce in capitolo alle amministrazioni locali (e chissà perché!?). Ma soprattutto, aggiunge Brancaccio, esiste la presenza della camorra in ogni passaggio della questione rifiuti auspicando quindi che le bonifiche vengano fatte in house dalle amministrazioni regionali e provinciali per evitare quindi infiltrazioni malavitose.
    È la volta infine dell’On. Manfredi, che ci spiega la duplice strada da seguire per capire il problema della Terra dei fuochi, ovvero quella delle discariche occulte e quella dei roghi. Due strade diverse, una legata alla delinquenza organizzata di stampo mafioso e l’altra al sommerso, al lavoro nero che smaltisce illecitamente i suoi scarti di lavorazione. La mafia ha fatto il suo salto di qualità, continua l’onorevole, in un certo qual modo contraddicendo lo stesso Brancaccio che si chiedeva il perché non vi fossero slogan contro la camorra alla manifestazione del 16/11 a Napoli (in verità ce n’erano e spesso ce n’erano anche contro i politici collusi con la stessa malavita). Su tutto Manfredi sottolinea la forza del decreto Terra dei fuochi, appoggiato dall’ecobonus approvato dal Governo con il decreto legge 63/2013 che favorisce il legale smaltimento dell’amianto con un abbattimento dl 65% delle spesa in favore dei proprietari.
    Sottolinea ancora che il decreto è un punto di inizio e non di arrivo e alle critiche da parte di un’attivista presente, relative alla non partecipazione dei movimenti civici alla discussione della norma, Manfredi ammette solo una parziale e iniziale partecipazione di questi. Domande gli sono state mosse anche per quel che riguarda la zonizzazione delle aree effettivamente inquinate. Il deputato dichiara che il 2% delle aree esaminate ed effettivamente contaminate, non è poco e il lavoro da fare è ancora lungo ma soprattutto bisogna evitare la speculazione che la concorrenza settentrionale sta attuando da tempo contro i prodotti ortofrutticoli del sud.
    Così come è iniziato alla chetichella il convegno si chiude, un po’ alla taralluce e vino e un po’ perché il sabato del villaggio incombe
    .

  13. Pingback: Il rischio e l’assicurazione sui disastri naturali | Paesaggi vulcanici

  14. “Il Mediano”, 21 settembre 2014, QUI

    ERCOLANO, UNA FIRMA CONTRO LE DISCARICHE
    di Ciro Teodonno

    Domenica 21, in piazza Trieste e Trento, un nutrito gruppo di comitati civici avvierà una petizione contro la discarica dell’Ammendola & Formisano.
    Dalle 10.30 in poi, in Piazza Triste e Trento, si raccoglieranno le firme da parte del Comitato Civico di Bonifica, i VAS, l’Altra Ercolano, Allearci per Ercolano e Progetto Ercolano per una petizione da indirizzare al sindaco della città vesuviana Vincenzo Strazzullo.
    Il tema è quello più che noto dell’Ammendola & Formisano, l’ex cava, adibita a discarica per circa trent’anni e almeno da tredici riadattata a “sito di stoccaggio provvisorio”. I comitati lamentano la sordità dell’amministrazione ma anche quella della stessa cittadinanza che sembra ignorare la grave situazione, attestata da una ricerca non ufficiale di altri comitati storici e dove si evince un insistenza delle neoplasie nelle prossimità della discarica, in particolar modo nella zona di San Vito.
    Non resta che sperare che questa sia la volta buona e che il comune passi dalle parole ai fatti e che la cittadinanza tutta dia man forte a questa più che nobile, utile e necessaria causa
    .

    IL TESTO DELLA PETIZIONE (.doc)

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