La camorra è una montagna di monnezza

La storia della monnezza sul Vesuvio si intreccia spesso con gli interessi della camorra: è una storia di illegalità e di battaglie per ristabilire il diritto. A volte la criminalità non si è fermata dinnanzi a nulla e ha sparato. Così sono state dilapidate delle vite, come quella di Mimmo Beneventano.

“Vita”, 28 marzo 2001, QUI

PER RICORDARE MIMMO DIFENDO IL VESUVIO DAGLI ECOCAMORRISTI
Pasquale Raia, volontario di Ottaviano rifà la storia dell’emergenza e racconta le ragioni del suo impegno ambientalista
di Giampaolo Cerri

Loro le discariche dell’area vesuviana non le hanno scoperte oggi. Ma non erano loro a fare i blocchi stradali contro i camion di spazzatura, a scontrarsi con la polizia. Sono i volontari di Legambiente, i primi a denunciare gli scempi, gli affari, le intimidazioni. E’ dal 1980 che se ne occupano. Sfidando i clan camorristici che, in quella zona, prosperano su discariche legali e abusive e per i quali, la soluzione del problema rifiuti, si prospetta come un’opportunità di business in meno. Pasquale Raia, 42 anni di Ottaviano (Napoli), medico veterinario, è la memoria storica di questa emergenza.

Vita: Fare gli ambientalisti dalle vostre parti non dev’essere facile…
Raia: No, non lo è. Qua l’ecomafia è una realtà concretissima: spesso l’abuso è legato agli affari di pochi, spesso illegali.

Vita: E chi ve lo fa fare?
Raia: La memoria di un amico. Si chiamava Mimmo Beneventano ed era consigliere comunale ad Ottaviano. Faceva le battaglie contro le discariche e l’abusivismo per questo nel 1980 la camorra di Cutolo l’ha ammazzato. Quell’assassinio ha spinto molti giovani come me verso il lavoro ambientalista. A Mimmo è dedicato il circolo di Legambiente che abbiamo fondato nel 1989, proprio ad Ottaviano, dove l’avevano ucciso.

Vita: A che cosa si rinuncia?
Raia: Io alla libera professione, mi sono messo a fare il veterinario in una Asl a Napoli per avere più tempo da dedicarmi a queste battaglie.

Vita: Minacce?
Raia: Qualche volta, spesso indirette, spesso telefoniche. Sono le peggiori. Qualche volta abbiamo proprio dovuto abbandonare il campo: c’erano in giro dei tipi che sembravano disposti a tutto… Nel 1999 il circolo è stato assalito e devastato: ci ritenevano responsabili degli abbattimenti delle case abusive, un’ottantina in tutto, che l’Ente Parco del Vesuvio aveva ordinato. Per noi il Parco era ed è un momento di sviluppo importante: ha già creato 100 posti di lavoro, ma valorizzando il territorio e i suoi prodotti, può dare un impulso forte all’economia di queste zone.

Vita: Quando è iniziata l’emergenza?
Raia: Ma qui non è mai finita. Alla fine degli anni ’80, nella sola zona di Napoli c’erano una ventina di discariche autorizzate. Il Vesuvio era uno grande discarica a cielo aperto. Le zone da dove arrivava il 75% delle albicocche d’Italia, dove si producevano vini pregiati come il Lacrima Christi di Terzigno, assediate da montagne di rifiuti. Cave riempite di rifiuti, cave abusive realizzate allo scopo, un business miliardario. Accanto alle discariche, i gestori acquistavano terreni enormi, li scavavano e li riempivano. La realizzazione del Parco del Vesuvio ha posto le basi per bloccarle.

Vita: E’ successo?
Raia: Molto lentamente. Noi, nel 1989, abbiamo fatto una battaglia per chiudere quella di Fungaia Montesomma e ci siamo riusciti denunciando proprio la tattica degli ampliamenti abusivi: dimostrammo che i gestori avevano arbitrariamente allargato la discarica ad alcuni terreni vicini.

Vita: L’ultima denuncia?
Raia: L’abbiamo fatta l’altra sera: contro alcune persone che incendiavano i cumuli di rifiuti ad Ottaviano ma già l’indomani abbiamo cominciato a ricevere pressioni per ritirarla. I siti Internet delle associazioni ambientaliste sono una miniera di informazioni e di riferimenti. Ecco gli indirizzi dei gruppi d’impegno ecologico che abbiamo interpellato nell’inchiesta:
http://www.amicidellaterra.it –
http://www.legambiente.com –
http://www.wwf.it –
http://www.ecoistituto.veneto.it –
http://www.verdiambientesocieta.it
.

 

PS: “La mafia è una montagna di merda” (Peppino Impastato)

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11 thoughts on “La camorra è una montagna di monnezza

  1. “L’Ora Vesuviana”, 5 novembre 2008, http://www.loravesuviana.it/news/7-novembre-la-camorra-di-ottaviano-ammazzo-mimmo-ma-non-le-sue-idee-la-citta-nel-giorno-dellanniversario-ricorda-mimmo-beneventano.html

    7 novembre: la camorra di Ottaviano ammazzo’ Mimmo, ma non le sue idee.
    La città nel giorno dell’anniversario ricorda Mimmo Beneventano
    di Paolo Perrotta

    OTTAVIANO – Venerdì 7 novembre, ad Ottaviano, in via Mimmo Beneventano, alle ore 20,00. Insieme per rinnovare il ricordo dell’impegno civile del consigliere comunale ucciso dalla camorra e per lanciare “La Giornata della Memoria”, dedicata a tutte le vittime innocenti uccise delle mafie, che, organizzata dall’Associazione “Libera”, si svolgerà il 21 marzo prossimo. Legambiente “Mimmo Beneventano” di Ottaviano organizza, venerdì 7 novembre, “la giornata del ricordo” in memoria di Mimmo Beneventano: una serie di iniziative prenderanno vita sul territorio per ricordare la figura, l’impegno civile e il sacrificio del medico e consigliere comunale ucciso dalla camorra il 7 novembre del 1980 per aver contrastato la criminalità organizzata e non essersi piegato al terrore camorristico imperante negli anni ’80. La mattina del 7 novembre, i volontari di Legambiente saranno presenti nelle scuole di Ottaviano per ricordare la figura e la storia di Mimmo Beneventano: durante gli incontri si leggeranno le sue poesie, si parlerà del suo impegno di medico a fianco dei più deboli e della passione politica volta a rigettare ogni forma di compromesso. La sera, alle ore 20,00, in quella stessa strada nella quale la mattina di 28 anni fa Mimmo Beneventano veniva brutalmente trucidato sull’uscio di casa e che ora porta il suo nome, Legambiente darà vita ad un momento di ricordo e riflessione, al quale sono invitati a partecipare la cittadinanza tutta e tutte le cariche istituzionali. La commemorazione di quest’anno ha un ulteriore importante significato. Attraverso il ricordo di Mimmo Beneventano si lancerà “la Giornata della Memoria”, in ricordo di tutte le vittime innocenti uccise dalle mafie, che, organizzata dall’Associazione Libera, prenderà vita il 21 marzo prossimo. Ogni giorno in Italia la criminalità organizzata uccide quattro persone, ci sono intere regioni controllate dalle mafie che stanno esportando in tutto il mondo le proprie attività criminali mettendo in serio pericolo la convivenza civile e democratica. Il 7 novembre, il ricordo di Mimmo Beneventano si unirà a quello di tutte le vittime di camorra d’Italia, come lo stesso avvocato Pasquale Capuccio, altro consigliere comunale di Ottaviano assassinato dalla camorra, per un’unica grande manifestazione di impegno civile e memoria che si concluderà il 21 marzo prossimo.

    Per info http://www.mimmobeneventano.it

  2. Qualche sera fa la Rai ha trasmesso un servizio dedicato al Vesuvio all’interno della rubrica giornalistica TV7. Il filmato, realizzato da Alessandro Gaeta, è disponibile su YouTube ed è molto interessante. Si intitola “Monnezza sotto il vulcano” (12’41”). Lo ha postato lo stesso Gaeta, presentandolo sul suo blog con queste parole:

    Questo nuovo viaggio nel Parco del Vesuvio affogato dai rifiuti mi ha permesso di mettere meglio a fuoco la protesta degli abitanti di Terzigno e Boscoreale di nuovo sotto accusa per non aver voluto l’apertura di una nuova discarica nel cuore di questa riserva naturale meta, ogni anno, di ottocentomila turisti da tutto il mondo. Una delle tante decisioni folli all’italiana che rischia di far fare a questo polmone verde così ricco di storia un passo indietro di oltre quindici anni. E mentre la camorra continua a guadagnare sul disordine organizzativo e sulla filosofia di discariche e termovalorizzatori che puntualmente entra in crisi, sui cittadini che protestano pesa anche l’accusa di essere malati della “sindrome Nimby” (not in my backyard, non nel mio giardino) come se riempire di immondizia una riserva naturale sia una cosa normale e rispetto alla quale la popolazione che ci vive attorno non avrebbe, secondo alcuni, nemmeno il diritto di parlare . Realizzato per Tv7 (Raiuno) dal 5 al 7 luglio 2011 (proprietà Rai)

    (Grazie a FrancoM)

    ————

    Tra le testimonianze raccolte dal servizio, segnalo la seguente:

    Ma io nun aggio capito, ma nuje pe’ quant’anni dobbiamo morire dint’a ‘sta spazzatura? Io tenevo 18 anni, ne tengo 72 e vengono ancora a scaricare ‘a spazzatura ccà ‘ngopp’. (al netto: 54 anni) (al minuto 2’20”)

    • Interessante ma m’è sembrato un po’ troppo politicamente corretto, nel senso che s’è parlato della camorra, quella purtroppo c’è, è la nostra palla al piede ma è il punto d’arrivo di questa filiera viziosa. Non s’è parlato purtroppo di provincia e regione, che c’entrano e come!
      Si parla sempre di camorra, secondo me, non solo perché effettivamente ha le mani in pasta ma perché è più facile parlare di un qualcosa di amebico, proteiforme e di non “tangibile” anche se pur sempre complementare con le nostre azioni.
      La cosa giusta la dice Franco Matrone e quel signore credo di C. di S., la colpa è anche dei cittadini, punto di partenza della suddetta filiera che, senza alcun controllo sversano di tutto, amianto compreso, quell’amianto che gli ritornerà indietro sotto forma di acqua, pomodorino o vino! Dove sono però vigili urbani? Forse scaricano lì anche loro? O si trattengono dal rilevare e denunciare, in nome di una pax che reggerà fino alla prossima “emergenza” o magari alla prossima amministrazione?
      Credo che l’informazione abbia fatto di tutto di più, credo ce ne sia stata anche di corretta, vedi “Presa diretta” e di tanto in tanto “Report” ma la nostra monnezza è stata ormai seppellita da una coltre di monnezza mediatica che, in virtù di quel consumismo che le accomuna, ha nascosto i reali problemi di questa crisi infinita.
      Problemi di per sé alquanto chiari, la crisi c’è perché Napoli è da sempre stata terra di conquista e sfruttamento e così seguiterà ad essere, una sorta di Mururoa italiana, dove puoi farci di tutto senza grandi problemi, tanto c’è l’oceano attorno, solo che, il nostro oceano, con i suoi abissi si chiama mafia!
      Il cittadino, spesso, non è virtuoso, non per “antropologica rissosità”, qui s’andrebbe, come spesso s’è fatto, nel razzismo nudo e crudo ma perché non è controllato. Il controllo non avviene, non solo perché il cittadino è pur sempre un elettore da tenere a bada ma anche e soprattutto perché, provincia e regione, spesso “amiche” di quelle amministrazioni e che devono gestire il ciclo dei rifiuti non vogliono una differenziata spinta. Non la si vuole perché ci sono i contratti da rispettare, effettivi e futuri, per gli inceneritori che senza spazzatura non avrebbero ragione d’esistere e non si potrebbe lucrare con la vendita d’energia elettrica a prezzo maggiorato, grazie al CIP6.
      Ovviamente ci sono le inevitabili discariche, inevitabili perché il ciclo attuale non permette il loro abbandono, non esistendo ancora un’industria tale da rigenerare il rifiuto o le stesse ceneri dei cosiddetti termovalorizzatori ed è qui, che, in maniera più subdola, agisce la camorra, con vendita e affitto dei suoli, comprati a poco prezzo dai contadini in fallimento e ovviamente lucrando col trasporto e la sistemazione della monnezza nelle cave di cui spesso è proprietaria. Probabilmente la delinquenza organizzata agisce anche a livelli più alti, partecipando agli appalti di cui sopra, grazie alle chiare referenze politiche che offre il territorio.
      Si moltiplichi poi tutto questo per i 3.080.873 di abitanti della provincia di Napoli e i suoi soli 1.171 km² con una densità da record di 2.629,35 ab./km² e il gioco è fatto.

      • Si, la camorra c’è ed è senza dubbio la piaga peggiore della nostra terra. In questa dannata storia della monnezza la camorra gestisce i trasporti, i terreni, lo smaltimento… Ma, come giustamente osservi tu, Ciro, la camorra è anche la “soluzione perfetta” a ogni problema del nostro territorio, la “giustificazione ideale” di ogni degenerazione che emerge nella nostra società. E’, in buona sostanza, la risposta-mantra preferita da politici e da mass-media: la causa ultima di ogni perché. Ma questo non è che uno spauracchio, vuoto e convenzionale, che non spiega nulla. O, comunque, non tutto.
        La camorra c’è e ci divora dall’interno, ma può prosperare solo su una base di consenso (in minima parte diretto, molto più spesso indiretto grazie alla passività, all’omertà, alla testa sotto la sabbia e – certo – anche alla paura).

        I Casinò Royale negli anni ’90 cantavano “comincia da te stesso, poi rivoluzioni“.
        Il riscatto inizia in ognuno di noi.

        ——————-

        Casinò Royale, “Ogni singolo giorno”, dal cd “Sempre più vicini”, 1995:

  3. “Il Mattino”, 4 giugno 2008, http://campania.peacelink.net/rifiuti/articles/art_904.html

    Dietro le cave l’ombra del clan Fabbrocino
    Il caso Terzigno nel mirino degli investigatori: «I proprietari delle aree sono parenti dei boss»

    di Daniela de Crescenzo

    Le cave di Terzigno, quelle che secondo il piano Berlusconi ospiteranno due discariche, appartengono a imprenditori vicini al clan Fabbrocino. È quanto emerge da un’indagine della prefettura. Perciò il prefetto Gianni De Gennaro, dopo aver varato un provvedimento di occupazione, avrebbe scritto al procuratore Roberti informandolo che potrebbe rendersi necessario il trasferimento coattivo dei beni, corrispondendo, comunque, un indennizzo, seppur minimo, al proprietario. Se, invece, il bene venisse confiscato dalla magistratura, non si dovrebbe pagare nulla, come è già accaduto a Ferrandella. Le cave Pozzelle 1,2,3 e 5 sono state oggetto, dunque, di un’approfondita verifica da parte della prefettura di Napoli. I risultati sono a dir poco inquietanti: i proprietari sono tutti imparentati con il boss di San Gennaro Vesuviano, Mario Fabbrocino. L’area è di proprietà di due ditte, la Sari srl (cave 1,2,3) e Vitiello (cava 5). Della prima azienda sono soci: Giuseppe De Gennaro, Aniello Amendola, Aniello Picariello, Aniello La Marca e Salvatore La Marca. De Gennaro è cognato di Antonio Massa, consuocero di Fabbrocino. Massa, infatti, è padre di Giuseppe, genero del boss. Le indagini della prefettura erano state avviate quando il Comune di Terzigno aveva dato un appalto alla società Sorrentino Linda e Nuova Spra. Era risultato che Giuseppe De Gennaro era socio occulto dell’impresa Sorrentino, visto che nella composizione societaria risultavano la moglie e il figlio. L’impresa era stata perciò colpita da un’interdittiva antimafia. Anche Aniello e Salvatore La Marca sono stati giudicati degni di attenzione: un’altra loro impresa (La Elektrica, proprietaria tra l’altro dell’area dove doveva nascere a Pianura la discarica di contrada Pisani) è gravata da interdittiva antimafia. Già in passato, parlando davanti alla commissione antimafia della XI legislatura, il boss pentito Pasquale Galasso aveva tirato in ballo i fratelli La Marca. Ecco come risponde a una domanda dei parlamentari sul coinvolgimento dei clan nel business dei rifiuti: «I camorristi collusi, gli ex camorristi appartententi a una nota banda campana del dopoguerra… sono i fratelli La Marca (principalmente La Marca Salvatore e tutti i fratelli, e oggi tutti i nipoti e l’intera famiglia). Salvatore La Marca è il padrino di Mario Fabbrocino». Anche Gennaro Vitiello, proprietario della cava 5 dello stesso sito di Terzigno, è stato segnalato dalla prefettura. In passato, infatti, Vitiello era stato arrestato per usura ed era stato fermato dalle forze dell’ordine in compagnia di pregiudicati del clan Pesacane. Come se non bastasse, in passato l’area della discarica era stata sequestrata dal pm Federico Bisceglie della procura di Nola dopo un incendio: nell’ex discarica Sari, infatti, erano state sistemate 740 balle provenienti dai Cdr. I nodi da sciogliere, insomma, non sono pochi.

  4. Associazione culturale “IL CONFRONTO”, Ottaviano (NA), senza data, http://www.ottavianoilconfronto.it/_la_lotta_di_un_uomo_contro_un_sistema_corrotto_.html

    Pasquale Cappuccio: la lotta di un uomo contro un sistema corrotto
    L’eredità di un uomo che ha provato a scalfire la struttura dell’epoca

    di Gennaro Di Gennaro

    Sarà capitato spesso di porci una domanda: cos’è un’idea? A tale quesito riteniamo sia possibile rispondere in molteplici modi, analizzando le più ampie sfaccettature del termine, ma siamo dell’avviso che la soluzione corretta sia intendere la parola “idea” come “tensione morale”. La gente, a questo punto, ci potrebbe guardare sbalordita ma siamo pronti a spiegare la nostra affermazione. Costanza e fermezza nel difendere le proprie convinzioni fino all’estremo, capacità di sostenere le linee del proprio pensiero: tutto questo è credere in un’idea, tutto questo è tensione morale. Forse la tensione morale inquadrata in tali termini poco si addice al mondo della politica. Siamo franchi, la politica è e sarà sempre un mondo fatto di compromessi, logiche di partito, di interessi che trascendono la singola volontà dell’essere umano.Troppe volte purtroppo ciò che è morale non ha che fare con la politica. Forse in questo senso sia Mimmo Beneventano che Pasquale Cappuccio non furono dei grandi politici. Furono molto di più. Questo è il problema. Furono grandi uomini. Pasquale Cappuccio lo era.
    Correva l’anno 1978 e Pasquale Cappuccio era consigliere comunale del P.S.I, in un’epoca in cui non era affatto facile guidare l’opposizione contro le forze della D.C e contro quella dei socialdemocratici che dominavano la scena. Il consigliere, oltre che noto penalista dell’area vesuviana, venne a conoscenza del fatto che il servizio di nettezza urbana del Comune era in procinto di essere privatizzato. Era già pronta la delibera di giunta, una giunta guidata dal Sindaco di allora Salvatore La Marca, che concedeva l’appalto alla società “Il Rinnovamento”, il cui maggior azionista era Pasquale Cutolo, fratello di Raffaele Cutolo. Pasquale Cappuccio tra i banchi dell’opposizione iniziò una lunga battaglia, scagliandosi sia contro il Sindaco di allora, sia contro il principale azionista della società appaltatrice. Quell’affare da 500 milioni come base di partenza, saltò e la delibera fu ritirata. Pasquale Cappuccio vinse la battaglia ma perse la guerra. Dopo pochi giorni, un killer a bordo di una 128 blu iniziò a seguirlo dal Circolo Scudieri di cui era socio, lungo il percorso che avrebbe riportato lui e sua moglie, Maria Grazia Iannitti, presso la casa di Napoli in Via Pacuvio. Il loro viaggio di ritorno si arrestò a Via Pentelete. Cinque colpi di pistola e la vita di Pasquale Cappuccio finì. All’indomani dell’omicidio, iniziarono a farsi largo i vari moventi: dall’ambito professionale, a quello politico, passando addirittura per il gioco d’azzardo, donne ed estorsione. Ma il buio di quella vicenda è piuttosto fitto, avvolto da un’ombra nera che si intreccia strettamente con il fenomeno camorristico che in quel periodo nell’area vesuviana era in piena espansione.
    Pasquale Cappuccio dimostrò di non essere un bravo politico, ma semplicemente un uomo comune, un uomo giusto. Egli scoprì l’illegalità di un fenomeno e lo denunciò. Sapeva cosa rischiava, sapeva a cosa andava incontro eppure non si sottrasse al suo dovere: quello di sostenere la giustizia, una giustizia che forse lo ha abbandonato troppo presto. La gente oggi parla di Pasquale Cappuccio come un eroe, ma di eroico nel suo gesto c’è stato ben poco: egli si è comportato semplicemente da uomo seguendo i principi di quella tensione morale di cui abbiamo parlato in precedenza. Più che altro, a nostro avviso, oggi come oggi la figura di Pasquale Cappuccio assurge a modello comportamentale in un mondo in cui l’ipocrisia e l’interesse hanno sempre il sopravvento, in un’epoca in cui si bada poco a ciò che giusto e si dà più peso a ciò che conviene. I tempi francamente non sono più quelli di allora, in cui uscire di casa era un rischio costante e perenne; riteniamo tuttavia che certi fenomeni non siano scomparsi ma si siano semplicemente trasformati. Il clientelismo, la politica di basso borgo, la concezione del potere: non sarà mafia, non sarà camorra, chiamatele come volete, non saranno forme di criminalità organizzata, ma sono sicuramente qualcosa di ben lontano da ciò che abbiamo definito “morale”.
    E allora una morte come quella di Pasquale Cappuccio cosa ci ha lasciato? Un monito, un messaggio, un’eredità alla quale aggrapparsi, alla quale sostenersi con forza, sperando che qualcosa cambi, che la società cambi. Definitivamente. Non sarà un semplice e generico appello alla legalità a far mutare il quadro odierno: occorre una volontà concreta, una volontà che si manifesti nell’agire quotidiano, una volontà che neghi ogni forma di illegalità, anche a quella che può sembrare più banale.
    Solo così “sacrifici” come quelli di Pasquale potranno avere un senso
    .

  5. Il tragico elenco delle vittime della criminalità lungo le pendici del nostro vulcano è lungo, purtroppo.
    Oggi Ciro Teodonno ha scritto un ricordo delicato e deciso di Angelo Prisco, il giovane agente della Guardia di Finanza ammazzato nel 1995 lungo un sentiero del parco. Un prezioso contributo contro l’oblio e l’indifferenza.

    “Il mediano”, 3 gennaio 2012, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=15857

    ANGELO PRISCO, UN EROE DIMENTICATO
    Come si muore a ventisette anni uccisi dalla barbarie e dall’indifferenza.

    di Ciro Teodonno

    Sventurato quel paese che ha bisogno d’eroi sosteneva Bertolt Brecht ma ancor più sventurato chi se ne dimentica!
    Senza entrare in disquisizioni sull’opportunità o meno di eroi, a coprire le mancanze di uno stato debole o assente, c’è da chiedersi come mai talune figure, spesso esemplari, vengano poi dimenticate tanto rapidamente, e se questo lo si faccia consapevolmente o meno.
    Nella mie passeggiate vesuviane mi sono spesso imbattuto, lungo il sentiero che porta alla Valle dell’Inferno, nella lapide dedicata ad Angelo Prisco e ogni volta che la vedevo mi veniva voglia di toccarla, a mo’ di saluto. Non facevo questo come spesso si fa, in maniera un po’ scaramantica, con le immagini sacre, ma cercavo un contatto con chi per me, pur non avendolo mai conosciuto, era stato sempre una figura presente nelle mie escursioni lungo i sentieri vesuviani.
    L’immagine astratta di quel giovane finanziere che diciassette anni fa trovava barbaramente la morte in quei luoghi e che era stato sempre un esempio di vivida coerenza, quella di chi amando la Montagna la difendeva, senza schierarsi dietro le ipocrite giustificazioni di rito.
    Per anni ho seguito le tracce di Angelo Prisco, da quell’inverno del ’95, quando, lontano da casa, ascoltando la radio, seppi della notizia della sua uccisione. Per anni ho avuto l’impressione che Angelo fosse stato inghiottito nel nulla, come se persino la sua immagine di giovane cristallino, che solo ora concretizzo in una foto sbiadita, nella sua divisa della Guardia di Finanza, fosse stata assorbita dalle sabbie mobili dell’oblio.
    Solo casualmente, chiacchierando giorni fa con dei conoscenti, sono riuscito ad avere un contatto, il quale decide e non senza timori, di parlarmi del tragico destino di quel giovane.
    A farlo è come sempre una donna, quasi a sancire il fatto che in questo mondo di uomini solo loro sanno dare un senso alle cose; e lo fa con passione, con gli occhi umidi di rabbia e commozione così come la scansione della sua voce.
    Mi racconta di quando Angelo Prisco, a San Giuseppe Vesuviano, era uno di quei ragazzi che si fanno voler bene da tutti, perché il suo attivismo ben si sposava con la sua umana simpatia; era attivo nel sociale ma questo non gli bastava, voleva esserlo di più e probabilmente anche per questo entrò a far parte della Guardia di Finanza.
    Questa svolta lo portò al nord, a Chiavenna da dove spesso tornava per rivedere la famiglia, ma anche per ripercorrere i sentieri della sua Montagna così diversa da quella del Passo Rolle che l’attendeva dopo le feste. Quel dicembre del ’95 accadde però qualcosa che non c’è dato sapere appieno ma che facilmente possiamo immaginare.
    All’epoca, il Parco Nazionale del Vesuvio era da poco stato costituito, con la legge 394 del 1991, tutt’ora fragile barriera, che stenta a evitare lo scempio del nostro territorio. C’erano però già i divieti, che impedivano la caccia in quei luoghi tanto preziosi; ed è probabile che Angelo si sia imbattuto in attività illecite come la caccia di frodo alle lepri o che queste attività nascondessero ben altri reati o che semplicemente ne fossero complementari.
    Attività purtroppo omogenee a una cultura camorristica che feudalmente pretendeva di fare quel che si voleva di quel patrimonio comune. Le cose, almeno fin qui, non sono più di tanto cambiate, se si pensa agli abusi d’ogni genere, agli sversamenti illegali o sanciti da una legge patrigna, e che tutt’oggi deturpano paesaggio e coscienze.
    La mattina del 19 dicembre 1995 Angelo Prisco lasciò la sua auto a Terzigno e salì verso la Valle dell’Inferno, il fondo dell’antico, grande vulcano anteriore alla nascita del Vesuvio. Salì col timore di dover affrontare qualcuno poiché, pur essendo in borghese, aveva con sé la sua pistola d’ordinanza, ma sapeva che rischiava, perché aveva ricevuto delle minacce e in molti di questo già ne erano al corrente, ma quella mattina Angelo era solo, solo con la sua voglia di vederci chiaro e solo purtroppo fu trovato, tra il lapillo vesuviano, con due pallettoni conficcati nel petto.
    Il tempo passa e le immagini sbiadiscono come le poche foto di quel ragazzo dallo sguardo sereno e lineare, forse anche il dolore s’affievolisce, magari distratto dalle cose della vita, ma stranamente, la figura di quell’aitante ragazzo di San Giuseppe, diplomato ISEF e dall’amore sviscerato per la natura sembra condannata a esser dimenticata. Forse perché la coerenza non è bene comune o forse perché, persone di questo tipo, evidenziano la nostra ignavia, forse ancor di più perché si ha paura di qualcuno, o tutt’e tre le cose messe assieme. Sicuramente Angelo Prisco aveva intuito che in quei luoghi di nessuno, quelli che sono tutt’ora le pendici del Vulcano, nascondevano molto più delle scorribande di semplici bracconieri. Oppure la sua lucidità aveva cozzato contro la tracotanza di chi ritiene suo quello che invece è di tutti, ipotesi tanto assurda quanto realistica dalle nostre parti, là dove si muore ancora di ripicca per una mancata precedenza a un incrocio.
    Fatto sta che il tempo è passato, le amministrazioni si sono succedute nel comune di San Giuseppe ma nessuno mai ha preso posizione, neanche semplicemente per commemorare la figura del giovane, solo gli amici, i parenti stretti, timidamente, talvolta con difficoltà, hanno portato avanti il suo ricordo. Per quell’omicidio furono indagate due persone di Somma Vesuviana; una addirittura, identificata come l’assassino di Angelo, che ha scontato due anni di carcere, uscendo per un alibi tanto tardivo quanto opinabile. Contrariamente ad altri martiri della coerenza, quel ragazzo di San Giuseppe Vesuviano è stato dimenticato da tutti o quasi; di tanto in tanto ricordato da chi lo ha amato o da chi, indicandolo ad esempio didattico, sostiene ancora che a questo mondo è meglio farsi i fatti propri, per continuare nella loro lenta, inesorabile, lunga morte quotidiana.

    Chi ha paura muore tutti i giorni, chi non ha paura muore una sola volta! (William Shakespeare attraverso Paolo Borsellino)

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