Monnezza: la storia infinita

Una storia delle discariche vesuviane dev’essere ancora scritta. Forse questa assenza è dovuta al peso della cronaca, troppo urgente e drammatica per consentire una qualsiasi riflessione più pacata. Personalmente, però, sento l’esigenza di un’analisi storica del fenomeno; e credo che potrebbe riservare delle sorprese, come ad esempio quella sull’età del problema.
La produzione dei rifiuti e la gravosa questione del loro smaltimento è un effetto della modernità, cioè – nel caso specifico vesuviano – della violenta urbanizzazione subita dal vulcano dopo la sua ultima eruzione. Con tutta evidenza, dunque, non si tratta di un problema degli ultimi 15-20 anni, ma almeno dell’ultimo mezzo secolo.
Nei cataloghi on-line delle biblioteche e delle librerie non ho trovato testi soddisfacenti. Ci sono La casta della monnezza (di De Stefano e Iurillo, 2009), Spazzatura. La prima guida mondiale al trash (di Salza, 1994), Monnezza. Viaggio nella spazzatura campana (di della Ragione, 2006), Il ciclo vizioso dei rifiuti campani (di Gribaudi, 2008) o alcuni testi di Jeremy Rifkin, ma sono tutti troppo generali o lontani dal caso di cui mi occupo.
Sul web l’articolo più vicino alle mie esigenze è di Maurizio Fraissinet (già Presidente del Parco nazionale del Vesuvio e Vicepresidente di Federparchi) pubblicato dal Gazzettino Vesuviano, il 7 novembre 2010:

Le discariche sul Somma-Vesuvio: una lunga storia che parte da lontano
di Maurizio Fraissinet

La vicenda della, ma è meglio dire delle discariche sul Vesuvio e sul Monte Somma prima, e nel Parco nazionale del Vesuvio poi, è una storia lunga che a mio giudizio va assolutamente conosciuta per capire tante cose,ma soprattutto la superficialità e l’ignoranza con cui troppo spesso, per non dire quasi sempre, si agisce nell’approccio ai problemi ambientali e alle conoscenze del territorio. Ne parlo perché di tale vicenda mi sono interessato a lungo negli anni ’80 come militante e dirigente del WWF Campania e della Sezione WWF dei Comuni vesuviani, negli anni ’90 nel mio ruolo di consigliere regionale dei Verdi nel consiglio regionale della Campania prima e di Presidente dell’Ente Parco nazionale del Vesuvio poi, e nel corso del primo decennio del 2000 allorquando ho fornito il mio contributo tecnico (da zoologo) a confutare punto per punto le deliranti valutazioni di incidenza prodotte dal Ministero dell’Ambiente nel tentativo, che spesso è caduto nel ridicolo, di giustificare l’assenza di danni ambientali delle discariche nel territorio del Parco. Mi sento quindi in dovere di manifestare una mia testimonianza su questa triste e “sporca” storia. E’ bene però iniziare capendo come le discariche sono arrivate nel vesuviano. Si perché sul Monte Somma e sul Vesuvio fino alla metà degli anni ’90 erano presenti tre discariche regolarmente autorizzate e in piena attività. La storia di come si sono avviate tali discariche è un po’ fumosa, confusa e incerta in considerazione del fatto che origina nel dopoguerra, e in una maniera probabilmente priva di ogni forma di autorizzazione iniziale e di controllo da parte delle autorità che già allora non mostravano alcun interesse per il territorio. Le discariche del Monte Somma hanno un’origine prevalentemente rurale, nel senso che alcuni allevatori di maiali, nel dopoguerra, iniziarono a raccogliere scarti alimentari (oggi li chiameremmo “umido”) per alimentare i loro maiali. Con l’avanzare del benessere degli italiani, conseguente al boom economico del dopoguerra, aumentò a dismisura la produzione di rifiuti, questa volta non solo di tipo alimentare, ma anche, e soprattutto di materiali nuovi non riutilizzabili: plastiche, vetro, carta, imballaggi vari. Chi raccoglieva rifiuti, come mi è stato riferito, non aveva certo un’anima santa e pia (la camorra, ricordiamolo, nella prima metà del ‘900 e fino al primo dopoguerra era soprattutto rurale), intuì il business che ne poteva derivare e cominciò a mettere a disposizione le ampie “buche” in cui raccoglieva l’”umido” per ospitare quello che oggi chiamiamo il “tal quale”, ovviamente senza alcuna preoccupazione di natura ambientale, sulle sorti del percolato (e che cos’è?) e via dicendo.

[continua al commento #01]

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[Nei commenti successivi altri articoli con qualche spunto storico e con qualche analisi medica]

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21 thoughts on “Monnezza: la storia infinita

  1. [continuazione dell’articolo di Maurizio Fraissinet, Le discariche sul Somma-Vesuvio: una lunga storia che parte da lontano, “Il Gazzettino Vesuviano”, il 7 novembre 2010]


    Le amministrazioni comunali si ritrovarono queste realtà e anziché porsi più di tanto problemi sull’utilizzo del territorio e sulle conseguenze ambientali di questo metodo rozzo e primitivo di smaltimento, approfittarono di tali “realizzazioni” per risolvere i problemi derivanti dai rifiuti, nel frattempo divenuti enormi per le conseguenze del citato boom economico.
    Sul versante vesuviano l’origine è diversa e parte dall’attività estrattiva della pietra lavica. Allorquando la cava si esauriva, diventava (e siamo nel boom economico del dopoguerra) estremamente lucrativo riempirla di rifiuti. Anche in questo caso, e qui forse in maniera ancora più forte, il settore era in mano a soggetti poco avvezzi al rispetto della legge, e del resto già la loro attività estrattiva spesso era priva di qualsiasi forma di autorizzazione e l’utilizzo dei materiali a fini edili rientrava in un’altra attività lucrativa della criminalità organizzata, complice in alcuni casi l’inerzia e l’indifferenza delle amministrazioni locali.
    In entrambi i casi il business dei rifiuti con il passare degli anni divenne enorme. Le discariche attive “autorizzate“ nel territorio vesuviano erano tre: una sul Monte Somma, a Somma Vesuviana, e due sul Vesuvio: una ad Ercolano ed un’altra a Terzigno, e in esse sversavano rifiuti i comuni del territorio vesuviano e non solo; a queste si devono aggiungere altre discariche abusive , diciamo “improvvisate”. I “gestori” delle discariche, assolutamente privi di scrupoli e poco animati da sensibilità ambientale, scoprirono un’altra fonte di guadagno ancora più elevata: in accordo con industrie del Nord-Italia, iniziarono a far sversare in discarica anche rifiuti tossici e nocivi estremamente pericolosi per l’ambiente e la salute dei cittadini.
    Ed è a questo punto che a partire dalla fine degli anni ’80 e nel corso degli anni ’90 iniziò la battaglia ambientalista. Il trasporto e l’accumulo di questi materiali non passò più inosservato, sia per i crescenti disagi cui andavano incontro i residenti, sia per i malori accusati da chi trasportava illegalmente tali materiali o chi li lavorava in discarica (fanno notizia in quegli anni i ricoveri in ospedale di autisti intossicati dal materiale che trasportavano sui loro automezzi). Anche a seguito di ciò nel frattempo entrava in vigore in Italia una normativa che ne disciplinava il trasporto. Il business per la camorra era però davvero molto alto e non lo poteva certo mollare. Gli ambientalisti da parte loro non si fermarono e cominciarono le marce di protesta, i sopralluoghi, le denunce, le inchieste della magistratura, arrivando anche ai primi casi di sequestro (sia nel vesuviano che nel giuglianese).
    La protesta e l’indignazione dell’opinione pubblica ormai dilagava, i gestori delle discariche l’avevano fatta grossa, si parlava di sversamento dei rifiuti dell’ACNA di Cengio, e di tantissimi fusti contenenti schifezze inenarrabili di provenienze ignote. Va aggiunto anche, altrimenti l’analisi non sarebbe né completa né onesta, che nel frattempo l’edilizia abusiva e disordinata avanzava sul territorio e cominciava a costruire case anche in direzione delle discariche, e queste con i loro olezzi sgradevoli rappresentavano un ostacolo ad ulteriori edificazioni sul territorio. In quegli anni commentavo con molta amarezza che le uniche aree rimaste libere da cemento e asfalto sulle pendici del Vesuvio erano quelle sotto l’influenza dei miasmi delle tre discariche.
    Alla metà degli anni ’90 nel Consiglio regionale della Campania le opposizioni (e tra questi consentitemi di citare anche il sottoscritto, all’epoca consigliere dei VERDI) riuscirono a portare all’approvazione del Consiglio regionale un provvedimento legislativo che chiudeva le discariche sul Monte Somma e sul Vesuvio. Ricordo bene quella serata con l’applauso degli ambientalisti e la presenza preoccupata ma composta dei lavoratori delle discariche che temevano per la perdita del posto di lavoro. In ogni caso sembrava la fine di una brutta storia.
    Quella legislatura regionale si concluse nel 1995 con l’approvazione di un piano regionale sui rifiuti nei confronti del quale conservo un giudizio positivo, peccato che poi nell’attuazione abbiano prevalso logiche non in linea con l’esigenza di fornire efficienza e qualità di servizio ai cittadini.
    Nel 1995 si avviò l’Ente Parco nazionale del Vesuvio e nel 1997 ne divenni il Presidente. Passarono solo pochi mesi e il Ministero degli Interni, sollecitato dalla Prefettura di Napoli, emanò un ordinanza nella quale, in considerazione dell’emergenza rifiuti venutasi a creare in Campania (la prima!), derogava dalle leggi in vigore, che prevedevano il divieto di aprire nuove discariche in un Parco nazionale, e ordinava l’apertura della cava ex SARI a Terzigno per conferirvi i rifiuti. Cava, si badi bene, chiusa perché di proprietà di soggetti affiliati a clan della malavita organizzata. Il sottoscritto, con l’Ente Parco, si oppose a tale ordinanza e i legali di fiducia dell’Ente iniziarono a studiare le contromosse giuridiche contro il provvedimento ministeriale. La linea che adottammo fu quella di dimostrare che l’emergenza rifiuti non era assimilabile a un’emergenza derivante da imprevedibili calamità naturali (terremoti, alluvioni, ecc.) per le quali giustamente il Prefetto era autorizzato ad andare in deroga alle leggi ordinarie per far fronte al disastro. Quella dell’immondizia era una questione che atteneva il malgoverno del territorio, l’incapacità amministrativa e non certo le calamità naturali. Su questa linea l’Ente presentò un ricorso dinanzi al TAR Campania che in un primo momento accolse la richiesta di sospensiva. In quel periodo venni fatto oggetto di forti pressioni istituzionali (Prefettura e Ministero dell’Ambiente, si proprio il Ministero dell’Ambiente) perché io rinunciassi alla mia azione oppositoria. Pressioni a volte anche sciocche e ridicole che non facevano altro che rafforzare in me la convinzione di dovermi opporre all’apertura della discarica; nonostante in quel periodo, con l’immondizia che si accumulava drammaticamente nelle strade, si tentasse di farmi passare come il responsabile del disastro. Non potevo accettare. Fu una battaglia in autentica solitudine istituzionale. Avevo tutti contro: Prefettura, Ministero dell’Ambiente. Mi sentivo solo e spaventato, ma anche confortato dalle tante persone che credevano nel principio che in un Parco non si aprono discariche. Andammo avanti, e dopo la bocciatura del TAR Campania alla nostra istanza presentammo un nuovo ricorso al Consiglio di Stato, e alla fine vincemmo la battaglia. Il Consiglio di Stato diede ragione alle nostre tesi: l’emergenza rifiuti non era da considerare una calamità naturale. Alcuni dei funzionari dell’epoca del Ministero dell’Ambiente sono ancora al loro posto! Non potevano sapere o ricordare forse (e questo per loro negligenza) che il Parco era stato voluto con decisione dai cittadini onesti del vesuviano anche per porre la parola fine ad anni di discariche e di rifiuti tossici sul loro territorio, per contrastare le illegalità e che la lotta contro la piaga dell’abusivismo edilizio che l’Ente Parco stava conducendo con la pratica difficile e pericolosa delle demolizioni, sarebbe stata vanificata in un attimo se avessimo detto si.
    L’emergenza rifiuti continuò a ripetersi ciclicamente negli anni ma ogni volta che provavano a parlare di Vesuvio c’era la sentenza del Consiglio di Stato che li azzittiva.
    Poi accadde l’ultima emergenza in ordine di tempo, un’emergenza che, per la prima volta, coincise anche con un’importante tornata elettorale amministrativa. L’occasione era troppo ghiotta per non cavalcare mediaticamente la battaglia e dimostrare che la propria forza politica, a differenza dell’altra, era in grado di togliere i rifiuti dalle strade, dimenticando (e la maggioranza delle persone ha dimostrato di avere la memoria corta) che già altre volte la forza politica ora sugli scudi aveva tolto l’immondizia dalle strade, come prometteva di fare oggi quella all’attacco, ma che poi l’immondizia, puntualmente, era tornata.
    Cosa pensò di fare questa forza politica, ripetendo la superficialità, il disprezzo per il territorio vesuviano (il Vesuvio è il vulcano più visitato del mondo!) e l’ignoranza delle questioni ambientali e territoriali: il problema era la sentenza del Consiglio di Stato? Semplice! Fecero approvare in Parlamento una norma per cui l’area in cui sorge la cava ex SARI e la cave adiacenti non erano più Parco nazionale e il gioco era fatto!
    Non avevano fatto i conti però con il fatto che, nel frattempo, quell’area, oltre ad essere Riserva mondiale della Biosfera dell’UNESCO, era stata anche dichiarata Sito di Importanza Comunitaria – SIC – ai sensi della Direttiva “Uccelli”dell’Unione Europea (la Direttiva 79/409) e Zona di Protezione Speciale – ZPS – ai sensi della Direttiva “Habitat” dell’Unione Europea (la Direttiva 92/43). Anche per queste zone vige il divieto di apertura di nuove discariche, con la differenza che trattandosi di Direttive comunitarie, le leggi di recepimento dei singoli stati sono da considerare a valenza costituzionale, e pertanto non possono essere modificate con un semplice voto parlamentare.
    Su questo l’Ente Parco nazionale Vesuvio ha opposto questioni di merito serie e il Ministero dell’Ambiente, nel tentativo si direbbe a Napoli “di mettere una pezza”, ha dato incarico ad alcuni docenti dell’Università “La Sapienza” di Roma (chissà perché non della Federico II di Napoli!) di produrre una valutazione di incidenza, come previsto dalle succitate Direttive per le opere che potrebbero danneggiare gli habitat e gli uccelli protetti. Si, ma non per tutte le opere, le discariche sono vietate e basta, come avrebbe dovuto sapere e sostenere il Ministero dell’Ambiente. In ogni caso la valutazione di incidenza viene prodotta e la sola lettura suscita in chiunque abbia un minimo di cultura naturalistica e ambientale una forte indignazione, al punto che è palese la volontà di produrla solo come pro-forma e certamente non per volere analizzare i danni ambientali, valutarne le conseguenze, le possibili mitigazioni (peraltro impossibili) e proporre le alternative. Nulla di tutto questo, si pensi che la valutazione di incidenza arriva ad affermare (pagina 21 della relazione) che l’inquinamento atmosferico derivante dal traffico dei mezzi pesanti diretti alla discarica “compensa” quello che nel passato veniva emesso dai mezzi pesanti che servivano le cave (!!).
    Contro queste assurdità e contro il provvedimento un gruppo di avvocati, coadiuvato da alcuni tecnici (tra cui il sottoscritto), e sorretto da Legambiente e dai comitati civici sorti spontaneamente nei comuni più direttamente interessati, si oppone dinanzi al TAR Lazio e avvia una lunga, quanto spesso frustrante battaglia legale. Nel frattempo, però, i lavori alla discarica iniziano e con essi iniziano i lavori di allargamento di una strada (con tanto di vigneti del Lacryma Christi divelti) scortati dalle Forze Armate; si dall’Esercito, perché il Governo ha anche dichiarato tutta l’area zona militare e pertanto sono vietate le riprese fotografiche e filmate, l’accesso ed è perfino vietato protestare. In quale altro paese del primo, del secondo, del terzo e del quarto mondo le discariche si fanno nei Parchi nazionali e per di più vengono tutelate dall’esercito!?
    A dispetto di quanto sostiene la Valutazione d’Incidenza e di quanto dichiarato da Bertolaso in conferenza stampa (c’è il video su Youtube) la discarica, una volta entrata in funzione (nonostante, lo ricordo, sia incostituzionale!), comincia ad emanare miasmi insopportabili che invadono le vie e le case dei centri abitati di Boscoreale, Boscotrecase e Terzigno. La gente comincia a star male (si contano oltre 130 casi di malesseri accertati dai medici) e comincia a protestare e ad essere preoccupata, anche perché nessuno può vedere cosa accade dentro la discarica, essendo fatto divieto di accesso perché zona militare. Un vigile urbano e un tecnico della ASL che riescono ad entrare, descrivono in un verbale redatto per l’occasione una situazione ambientale allucinante e dichiarano di aver dovuto lasciare l’impianto perché avvertivano vari malori.
    La situazione si fa insopportabile in estate quando la puzza è più forte e la gente deve restare chiusa in casa e con le finestre aperte. La rabbia monta, aumentano le manifestazioni di piazza, per lo più ignorate dai mass media. La magistratura nel frattempo comincia a dare ragione alle opposizioni giuridiche degli avvocati, comincia a vacillare giuridicamente il “castello di carte” normative che era stato prodotto.
    Ma quello che dà una certa speranza alle migliaia di cittadini sofferenti è che l’incubo della megadiscarica della cava Vitiello (la più grande discarica d’Europa, e in un Parco nazionale che porta il nome del Vesuvio!) sembra allontanarsi perché il Governo a partire dall’1 gennaio 2010 non ha più la responsabilità dell’emergenza rifiuti in Campania.
    La discarica della cava ex Sari ormai va esaurendosi e, anche se non si sa come verrà bonificata e da chi, si comincia almeno a sperare di poter tornare ad aprire le finestre delle proprie abitazioni, e invece arriva la notizia che ritorna l’emergenza dei rifiuti, l’immondizia è di nuovo nelle strade e “potrebbe” aprire la cava Vitiello. A questo punto è tornata a scoppiare la rabbia dei cittadini, cittadini, si badi bene, già abbondantemente manganellati dalla polizia in questi mesi per le loro civili proteste, già tacciati di essere terroristi (nonostante tra di loro ci siano mamme, bambini, agenti di varie forze dell’ordine residenti nei comuni interessati, docenti universitari, medici, sindaci, consiglieri comunali, ecc.), già fermati e portati in commissariato perché scoperti a fotografare la discarica e a cercare di capire cosa ci veniva sversato, ed ora nuovamente esposti alle cariche delle forze dell’ordine. Cittadini che a queste brutture rispondono con la preghiera delle donne a Pompei.
    Eccola la storia come l’ho vissuta e la vivo io. Una storia che suscita rabbia, indignazione. La stessa che ho provato quando ho visto il premier agitare una scopa nella mano sostenendo di aver pulito Napoli dai rifiuti. Lo ha fatto alzando il tappeto e mettendoci sotto la polvere. Prima o poi tutti se ne sarebbero accorti ed è quello che sta accadendo in questi giorni.
    Un’ultima considerazione mi sento di fare in chiusura. In questi anni tanta gente ha protestato contro la discarica nel proprio territorio, salvo poi azzittirsi quando il pericolo veniva sventato e senza intervenire a tutela e in solidarietà degli abitanti degli altri territori. In alcuni casi, addirittura, è rimasta in silenzio dinanzi a sciagurate scelte di aree industriali, poi rimaste vuote, per le quali il loro territorio veniva devastato dalle ruspe al pari di una discarica. Se ciò è successo, ed è successo, dobbiamo capire che con queste battaglie l’ambientalismo non ha guadagnato consensi o nuovi adepti. In qualcosa abbiamo sbagliato e stiamo sbagliando.

  2. Dodici pagine su “Napoli.com” corrispondono ad altrettanti capitoli del libro (citato nel post) “Monnezza. Viaggio nella spazzatura campana” di Achille Della Ragione (ed. Il brigante, 2006).
    Il primo capitolo si intitola “Il passato” (a seguire, il link ai capitoli successivi)

    Viaggio nella spazzatura campana
    di Achille della Ragione (pubblicato su Napoli.com il 12/9/2006)

    Il passato – 1

    La spazzatura è il segno tangibile e spesso maleodorante dell’esito frenetico di una civiltà consumistica destinata a divorarsi ed a distruggersi. La Campania è la capitale dei rifiuti ed il ricettacolo di tutte le sostanze tossiche e di tutti gli scarti della produzione della nazione.
    Negli ultimi decenni ne sono stati scaricati in quantità vertiginosa, responsabili, non solo la malavita organizzata e la classe politica collusa, ma tutti noi che non abbiamo saputo controllare questo flusso impetuoso, che ha degradato in maniera irrimediabile l’ambiente ed ha compromesso il futuro dei nostri figli, che dovranno scappare o convivere con sostanze velenose di ogni genere, inclusi gli scarti delle centrali nucleari.
    Secondo le stime per difetto delle associazioni ambientaliste, se i rifiuti accumulati negli ultimi anni fossero riuniti a formare una montagna con una base di ben 30.000 metri quadrati, l’Everest con i suoi scarsi 9.000 metri impallidirebbe, perché questa montagnia mostruosa supererebbe i 15.000 metri di altitudine, una massa spaventosa ed inimmaginabile sparpagliata nelle nostre campagne e nelle degradate periferie delle nostre sfortunate città.
    La maggior parte di questa schifezza si trova concentrata in poco più di trecento chilometri quadrati di estensione tra il casertano ed il perimetro urbano napoletano. I comuni più colpiti che gridano vendetta, oramai unicamente al cospetto di Dio, perché hanno perso ogni speranza nella giustizia degli uomini sono: Acerra, Casal di Principe, Castelvolturno, Cancello Arnone, Giuliano, Grazzanise, Marigliano, Nola, Qualiano, Santa Maria la Fossa e Villaricca.
    Questo sporco business ha fruttato alla camorra ed alle ditte interessate in pochi anni circa 50 miliardi di euro, con un incremento annuo del 30%.
    Tre clan sono responsabili dei traffici illeciti ed agiscono, almeno negli ultimi tempi, senza intralciarsi vicendevolmente.
    I rifiuti creano colline artificiali o vengono stipati nella numerose cave abbandonate, che dopo aver sfregiato per decenni il solenne profilo delle montagne, vengono utilizzate per ospitare spazzatura compressa fino all’inverosimile. Alcune di queste cave contengono una quantità di rifiuti paragonabile al carico di 30.000 Tir, per intenderci una fila di autocarri senza soluzione di continuità da Napoli a Milano.
    E quando le discariche sono colme ed andrebbero chiuse, ci pensano dei provvidenziali incendi appiccati da sconosciuti… a ridurre la massa ed a fare spazio a qualche altro migliaio di carichi. Sono incendi spaventosi, alti decine di metri e che durano ininterrottamente per giorni e notti, vomitando nell’aria una quantità impressionante di sostanze tossiche, tra cui la micidiale diossina, che si vanno poi a depositare al suolo, trasformando antiche terre, tra le più fertili d’Europa, in lande desolate.
    Gli agricoltori non potendo proseguire il loro lavoro cedono volentieri a prezzi stracciati le loro proprietà alla malavita, la quale può così aprire nuove discariche e l’infernale processo continua così con rinnovata lena.
    La zona delimitata dalle cittadine di Giugliano, Qualiano e Villaricca contiene 40 discariche, delle quali 30 con rifiuti estremamente tossici, che vengono continuamente incendiate da bande specializzate, a tal punto che la contrada è tristemente conosciuta come la terra dei fuochi e non vi è notte che non sia illuminata dal sinistro bagliore delle fiamme, che si sprigionano, attizzate dall’alcol e dalla benzina, come una micidiale bomba al napalm.
    Scomparsa l’agricoltura sono comparse le malattie genetiche, le affezioni respiratorie, i tumori: una falcidia spaventosa ben più ampia di quella già tragica segnalata dalle Asl locali, che non tengono conto dei pazienti, numerosissimi, che preferiscono rivolgersi agli ospedali del nord.
    Ed anche nel bestiame vi è stata una strage silenziosa ed una serie di malformazioni allucinanti. Per sincerarsene è inutile leggere le catastrofiche relazioni dei veterinari comunali, basta osservate un gregge e notare che più di una pecora presenta due teste.
    Se percorriamo queste lande desolate possiamo identificare con l’ausilio semplicemente dei sensi il tipo di sostanza velenosa depositato.
    A Villaricca da tempo è sorta una cospicua collinetta dall’odore rancido e nauseabondo, ma se tira molto vento, essa si divide in piccoli cloni pronti a ricostituirsi nuovamente. Avvicinandosi il puzzo diviene intollerabile e la sorpresa sbalorditiva: la nuova altura è infatti costituita da un’enormità di carte adoperate per pulire le mammelle delle vacche del regno di Bossi. Centinaia di allevamenti intensivi nei quali per anni vi è stata un’epidemia di mastite, per cui dai capezzoli, tra una mungitura e l’altra, fuoriusciva pus e latte, pus e sangue, oltre naturalmente a miliardi di batteri che trovavano nei fazzolettini un pabulum ideale per prolificare, producendo il classico odore putrefattivo della cangrena.
    Tra Villa Literno e Castelvolturno, località con ambizioni turistiche, l’odore acido e penetrante dell’inchiostro toglie il fiato, soprattutto dopo un acquazzone, quando l’acqua evapora, carica di veleni micidiali di cui è infarcito il terreno, dopo che per anni è stato utilizzato come sversatoio a cielo aperto del toner di tutte le stampanti e fotocopiatrici del laborioso ed alacre nord, le cui industrie, quando devono liberarsi di rifiuti speciali, il cui smaltimento è particolarmente oneroso, trovano più semplice ed ecologico… incaricare quelle solerti ditte casertane con sede a Roma o all’estero che, per un tozzo di pane e con una fattura falsa gonfiata (tanto falliscono e si ricostituiscono periodicamente con insospettabili prestanomi) si incaricano di smaltieri i residui di produzione.
    La terrificante conferma è venuta dalla recente operazione ”Madre Terra” coordinata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. Questo puzzo così patognomonico è provocato dal cromo esavalente, un veleno che se respirato si fissa all’emoglobina dei globuli rossi, producendo difficoltà respiratoria e colpisce cute, polmoni, reni, dando luogo ad un repentino aumento di incidenza del cancro.
    L’aumentata radiottivita di molti terreni richiede viceversa l’ausilio di un contatore geiger, che a volte sembra letteralmente impazzire, segno inequivocabile che in numerose discariche, tra buste di plastica e cartoni o innocenti rifiuti organici, sono state occultate scorie nucleari, provenienti dall’estero. Un allarme rosso, tenendo conto che metà del prezzo dell’energia prodotta da una centrale nucleare è imputabile al corretto stoccaggio dei rifiuti della fissione, ma se di questo problemuccio si fa carico qualche solerte società, napoletanissima, con sede in una capitale dell’Est, il guadagno è ingentissimo.
    Ma ritorniamo alla semplice vista, basta uno sguardo per verificare che le campagne intorno Santa Maria Capua Vetere sono divenute la memoria storica dei nostri antenati.
    Ben prima che i Nas di Caserta lo ufficializzassero, ci voleva attenzione per non inciampare in un femore, o addirittura contro un teschio.
    I cimiteri del Nord, periodicamente, attraverso l’esumazione liberano i terreni dall’ingombro di scheletri oramai dimenticati da anni, senza parenti che possano reclamare, per creare nuove zone di sepoltura, per una clientela che non conosce crisi.
    Il materiale andrebbe smaltito, incluse le bare infradiciate ed i lumini, attraverso costose ditte specializzate, ma anche in questo caso come rifiutare l’offerta di quei signori così eleganti ed educati, che assicurano lo samaltimento con rapidità ed efficienza ad un prezzo stracciato.
    Ben prima della scoperta delle autorità tanti cittadini, indignati e timorati, si facevano il segno della croce, quando passavano accanto a questi terreni divenuti un gigantesco cimitero.
    Se vogliamo entrare in contatto fisico con montagne di monnezza leghista, basta recarsi a Trentola Ducenta, dove grazie alle indagini del pm Donato Ceglie della Procura di Santa Maria Capua Vetere, si è scoperto che, in soli quaranta giorni, dalla Lombardia sono giunte 7000 tonnellate di rifiuti, molti dei quali estremamente pericolosi.
    Per respirare l’aria mefitica delle pattumiere della città di Milano è sufficiente spostarsi a Grazzanise, dove per decenni è stata raccolta la metà della terra di spazzamento della città meneghima, mentre l’altra metà, a prezzi ben più alti, prendeva la via della Germania.
    Ed infine una storiella ai limiti dell’incredibile raccontata da Roberto Saviano in Gomorra, miniera di notizie rese in forma di romanzo.
    Un contadino stava arando il suo terreno quando la lama del vomere cominciò a disotterrare migliaia di banconote sbrindellate. L’anziano agricoltore era certo di essersi imbattuto nel tesoro sepolto della camorra e sorrideva beffardo, ma si era sbagliato, non sulla malavita, che centrava e come, ma su ciò che aveva trovato: si trattava infatti di denaro triturato proveniente dalla Banca d’Italia, tonnellate di banconote usurate e fuori corso, gettate lì a scaricare il micidiale piombo del quale sono intrise nei suoi innocenti cavolfiori
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    (i capitoli successivi sono qui: http://www.napoli.com/speciali.php?speciale=68)

  3. Gli articoli sulle discariche vesuviane e sulle proteste degli abitanti sono numerosi e sarebbe impossibile copiarli tutti.
    In ogni caso, in questo commento provo a tenere memoria almeno dei link
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    l parco dei rifiuti, di Riccardo Bocca, “L’espresso”, 3 giugno 2010: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-parco-dei-rifiuti/2128396

    L’Europa boccia la discarica nel Parco del Vesuvio, di Vera Viola, “Il Sole 24 Ore”, 11 giugno 2010: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-06-11/leuropa-boccia-discarica-parco-193600.shtml?uuid=AYbC1pxB

    – VIDEO, 3’48”: Discarica di Ercolano a quando una bonifica?, a cura del circolo VAS di Ercolano, 16 settembre 2010: http://www.youtube.com/watch?v=nHugO4DinkQ

    Nell’inferno di Terzigno, di Arianna Ciccone, “L’espresso”, 11 ottobre 2010: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/nellinferno-di-terzigno/2136128

    – VIDEO, 16’34”: Discarica Vesuvio (un reportage realizzato dall’Associazione Cittadini Giornalisti e da Valigia Blu finanziato dai cittadini (soprattutto di Terzigno, Boscoreale, Napoli e Caserta) attraverso la piattaforma internet per il finanziamento solidale delle inchieste giornalistiche, YouCapital), “L’espresso”, 12 ottobre 2010: http://espresso.repubblica.it/multimedia/video/26493119

    Il parco nazionale delle discariche. Un’altra lettura di Terzigno, di Antoine Fratini, “Il cambiamento”, 1 novembre 2010: http://www.ilcambiamento.it/territorio/discariche_parco_vesuvio_rivolta_terzigno.html

  4. “Il mediano”, 29 maggio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=13703

    BOSCOREALE, LE MAMME VULCANICHE ORGANIZZANO LA GIORNATA DI SCREENING TUMORALE
    C.S.
    Esiste una correlazione medico-scientifica tra inquinamento e insorgenza di patologie croniche e tumorali? Le Mamme Vulcaniche cercano risposte ed organizzano la giornata di screening tumorale in Piazza Pace.

    Giornata di screening tumorale a Boscoreale, in provincia di Napoli, organizzata dall’Associazione Mamme Vulcaniche Onlus e sostenuta dai Verdi, in occasione della giornata mondiale della tiroide. Presso il punto mobile allestito in Piazza Pace, antistante il palazzo comunale, sono state effettuate, su prenotazione e in forma del tutto gratuita, circa 200 visite mediche, dagli specialisti e i volontari dell’Ame (Associazione medici endocrinologici).
    I risultati dei test preliminari, che si sono svolti essenzialmente tramite ecografie ed esami ormonali approfonditi condotti presso un vicino laboratorio di analisi cliniche, si sono rivelati tutt’altro che confortanti: il 70% della popolazione presa in esame presentava anomalie riconducibili a noduli o tiroiditi croniche, dato che attesterebbe il nesso tra incidenza di tali malattie e la presenza sul territorio di inquinamento da discariche”, spiegano il commissario regionale dei Verdi Francesco Emilio Borrelli ed il responsabile dell’area vesuviana Francesco Servino che hanno sostenuto l’iniziativa.
    Secondo il professor Pietro Lanzetta dell’Ame, la percentuale media di incidenza delle patologie tiroidali in Campania si attesta attorno al 40%, dunque quella rilevata a Boscoreale e’ di molto al di sopra della norma
    . ‘Dalle patologie tumorali alla tiroide si puo’ facilmente guarire, a patto che vengano diagnosticate in tempo’ spiega Lanzetta.
    ‘Per la giornata mondiale della prevenzione – spiega ancora Lanzetta – ho scelto in particolare l’area vesuviana perche’, dagli studi che ho condotto in passato, risulta un nesso tra sostanze inquinati, definite ‘distruttori endocrini’, e l’aumento di patologie tiroidee autoimmunitarie e soprattutto del cancro della tiroide. Per la prima volta abbiamo visitato un campione di persone residenti nei pressi della cava Sari: il 70% della popolazione analizzata presenta patologie autoimmunitarie e tiroidee, percentuale allarmante ma c’e’ da dire che il dato e’ provvisorio in quanto bisogna attendere gli esiti degli esami di laboratorio”, aggiunge.
    “Abbiamo organizzato questa giornata di prevenzione a Boscoreale a causa della presenza di discariche sul territorio, perchè ci preme attestare la correlazione medico-scientifica tra inquinamento e insorgenza di patologie croniche e tumorali’, spiega la presidentessa dell’Associazione Mamme vulcaniche, Venere Stanzione. ‘Stamattina i medici hanno rilevato tantissimi casi di noduli alla tiroide: speriamo che questo screening non risulti grave come sembra. In ogni caso è la dimostrazione che dove c’è una discarica c’è qualcosa che non va, conclude Stanzione.

  5. “Il Mattino”, 11 giugno 2011, http://sfoglia.ilmattino.it/mattino/view.php?data=20110611&ediz=CIRC_SU2&npag=47&file=obj_4750.xml&type=STANDARD

    La Cava Sari andrà in esaurimento tra circa due mesi
    di Mirella D’Ambrosio

    Boscoreale-Terzigno – A lanciare l’allarme è la Rete dei comitati antidiscariche che ha potuto visitare informalmente l’invaso e verificare lo stato della collina di rifiuti realizzata nell’area protetta ai piedi del Vesuvio. «Secondo il registro dei conferimenti, la capienza di Cava Sari è di 680 mila tonnellate – spiega Franco Matrone, portavoce della Rete dei comitati – attualmente per raggiungere tale valore mancano circa 30mila tonnellate e siccome ogni giorno vengono sversate 400tonnellate di rifiuti, tra poco più di 70 giorni i 18 Comuni della “zona rossa” non sapranno più dove smaltire la spazzatura». Un’eventualità molto preoccupante che rischia di far ripiombare nuovamente il territorio nell’emergenza. Infatti, il ciclo integrato dei rifiuti che dovrebbe andare a sostituire il sistema basato su discariche e inceneritori, è tutto ancora da realizzare: piano, finanziamenti e impiantistica. «Il ciclo alternativo è stato proposto da mesi, proprio per far fronte alla saturazione del sito di Terzigno, migliorare le condizioni di salute dei cittadini e tutelare il patrimonio del Parco, tuttavia, nonostante i sindaci dei 18 Comuni abbiano svolto una serie di proficui incontri, non sappiamo ancora quale sia la posizione delle istituzioni rispetto al nostro progetto – dice Matrone – lanciamo, dunque, un appello proprio a tutti i primi cittadini coinvolti, ai quali chiediamo di chiedere presto il placet alla Provincia e i finanziamenti alla Regione per poter realizzare gli impianti necessari all’avvio del piano messo a punto seguendo i dettami della strategia “rifiuti zero” ideata da Paul Connett». In effetti, secondo le stime del direttore tecnico della Sapna Giovanni Perillo, intervenuto nel corso di una riunione con i sindaci al Comune di Terzigno tenutasi a marzo, il sito militarizzato avrebbe dovuto accogliere rifiuti almeno fino alla fine del 2011. Invece, per la delegazione della Rete dei comitati che ha visitato l’invaso appena due giorni fa si è trattato di «un evidente errore di calcolo» che ha improvvisamente ridotto di 6 mesi i tempi che sarebbero stati necessari per avviare il ciclo integrato. Prima che termini l’estate bisognerà, quindi, tracciare un iter vincente per indurre tutti i cittadini ad effettuare una raccolta differenziata con percentuali elevatissime, realizzare impianti intermedi di trattamento della spazzatura (due siti di compostaggio, piattaforme per olii esausti e filiere Conai per plastica, carta, alluminio), scegliere il metodo più innovativo per ridurre il secco indifferenziato all’8%, renderlo inerte e riutilizzarlo. Per quanto concerne i rifiuti speciali, alla Regione è in corso la redazione di una bozza contenente i parametri per selezionare, quantificare e smaltire correttamente i materiali che rappresentano i due terzi della spazzatura, da cui qui nascerà finalmente il piano regionale per i rifiuti speciali. I passi in avanti verso una gestione virtuosa dei rifiuti, dunque, ci sono e i cittadini scartano l’ipotesi che altre cave all’interno del Parco Vesuvio possano ospitare i rifiuti che potrebbero accumularsi lungo le strade alla fine dell’estate. Parte così l’sos rivolto ai sindaci, oltre che a Regione e Provincia, proprio a poche ore dalla riunione tenutasi a Napoli: «Fate presto. Il territorio vesuviano è alla vigilia di una catastrofe ambientale».

  6. Franco Matrone, coordinatore della rete dei movimenti antidiscarica vesuviani, sul suo blog ha pubblicato alcune fotografie della cava Sari (oggi e tre mesi fa) in via di esaurimento:
    cava sari, giugno 2011

    cava sari, giugno 2011

    cava sari, giugno 2011

    cava sari, giugno 2011

    cava sari, giugno 2011

    com’era a marzo 2011::
    cava sari, marzo 2011

    Inoltre, sempre su Vesuvionline c’è la notizia della scoperta di una nuova discarica abusiva all’interno del PNV:

    14 giugno 2011, http://vesuvionline.ilcannocchiale.it/2011/06/14/tonnellate_di_rifiuti_sversati.html
    Tonnellate di rifiuti sversati nelle fogne e nel Parco del Vesuvio

    Decine di tonnellate di rifiuti sversati nelle fogne cittadine di Napoli e altri, speciali, in una discarica abusiva situata nel Parco nazionale del Vesuvio: lo ha scoperto la Guardia di Finanza, che nelle prime ore di questa mattina ha arrestato 7 persone e sequestrato beni per 4 milioni di euro.
    L’operazione è stata eseguita dai finanzieri del comando provinciale di Napoli su delega della Procura della Repubblica, ed è tesa a smantellare un gruppo criminale dedito al traffico illecito di rifiuti con un profitto stimato intorno ai 10 milioni di euro.
    Sequestrate 41 tonnellate di rifiuti speciali, 9 automezzi per il trasporto e un’area di 3000 metri quadrati adibita a discarica, ubicata nel parco nazionale del Vesuvio
    .

  7. “Il Mediano”, 20 giugno 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=13947

    PER CESARO I COMUNI DELLA PROVINCIA DOVRANNO EVITARE CHE NAPOLI AFFOGHI NEI RIFIUTI
    di Carmela D’Avino
    Il Presidente della Provincia ha deciso che dovranno essere attivati impianti di rifiuti biostabilizzato nell’Area nolana, a Somma Vesuviana e a Sant’Anastasia.

    La drammatica emergenza rifiuti che sta interessando in particolare la città di Napoli incomincia a preoccupare anche i comuni virtuosi della provincia, specie quelli vesuviani, in alcuni dei quali la raccolta differenziata sta raggiungendo livelli veramente apprezzabili. I comuni virtuosi temono, infatti, che l’Ente Provincia possa pretendere ospitalità temporanea per depositare i rifiuti di Napoli dove, salvo in poche municipalità campione, la raccolta differenziata non è mai decollata.
    Paradossalmente, proprio i comuni virtuosi, quelli che stanno facendo sforzi straordinari in termini di risorse finanziarie per la corretta differenziazione dei rifiuti, potrebbero “pagare” lo scotto di tutti gli anni di commissariamento e di gestione scellerata dei rifiuti della città capoluogo. Fatto sta che a Caivano, comune a nord di Napoli che già ospita un impianto di tritovagliatura, la Provincia ha individuato, in località Pascarola, un sito di trasferenza per stoccare i rifiuti di Napoli. Un’ordinanza emessa nella tarda mattinata di sabato che – per il primo cittadino di Caivano – è arrivata senza alcun preavviso, “ci è cascata addosso come una tegola”. A nulla o quasi sono valsi infatti i tentavi di protesta: i camion, tra disordini e tafferugli, si sono aperti un varco tra la gente disperata e hanno iniziato a scaricare.
    Altri due siti di trasferenza sono stati individuati in località Pantano ad Acerra, a poca distanza dall’inceneritore più contestato del mondo. Qui, in questo territorio già martoriato dagli sversamenti illeciti, nonostante la protesta dei residenti e del sindaco Esposito, saranno trasferite 7000 tonnellate di frazione umida trattata che giace negli impianti di Tufino e di Giugliano, prossimi al collasso perché troppo saturi. “È un male necessario e solo temporaneo”: questa la risposta dei vertici provinciali e regionali, che sperano di ripulire tutta la città di Napoli in pochi giorni e di avviare così la raccolta differenziata al più presto. Nel frattempo, il Presidente Cesaro, in una intervista rilasciata ieri al Corriere del Mezzogiorno annuncia che entro una decina di giorni chiuderà l’accordo con i sindaci del nolano per utilizzare due cave della zona come siti per il rifiuto biostabilizzato.
    Non solo l’area nolana però. Cesaro volge lo sguardo anche nel vesuviano e aggiunge: ”attendiamo i riscontri tecnici e il responso dei sindaci per recuperare tra Somma Vesuviana e Sant’Anastasia due cave destinate al rifiuto biostabilizzato” (VEDI). Se così fosse, è chiaro che la situazione non sarebbe di facile gestione per i sindaci di questi comuni che, anche se stanno facendo della differenziata il fulcro centrale della loro attività amministrativa, dovranno far capire alla cittadinanza se e quali benefici potrebbe portare un impianto simile sul territorio comunale.
    Intanto, mentre Sant’Anastasia si avvia a compiere i primi importanti passi per la differenziazione dei rifiuti, Somma ha fatto ulteriori passi avanti potenziando il sistema di raccolta differenziata con il metodo porta a porta anche con la raccolta del vetro e della carta, aderendo al protocollo Rifiuti Zero entro il 2020 e, soprattutto, realizzando l’isola ecologia, che oggi sta dando notevoli risultati in termini di introiti, al punto che, finalmente, dovrebbe scattare la tanto annunciata diminuzione della Tarsu e l’avvio delle premialità ai cittadini virtuosi attraverso le card magnetiche.
    Non c’è dubbio che persistono ancora delle criticità nel sistema, specie nei grandi condomini dove non sempre si differenzia in modo corretto e secondo il calendario comunale. Le verifiche effettuate da alcuni dipendenti dello staff dell’ufficio ecologia hanno però consentito di individuare le zone critiche e di ripristinare il sistema; infatti, al 31 maggio 2011, la raccolta differenziata ha raggiunto il 54% dei risultati. Lo scarso controllo è uno degli anelli deboli del sistema, unitamente allo sversamento selvaggio, che continua a interessare alcune zone periferiche e i regi lagni. Ad essere presa particolarmente di mira dagli incivili è via Duca di Salza, strada periferica che collega Somma a Pomigliano e a Brusciano.
    Non è la prima volta che il Comune è dovuto intervenire per la pulizia e la bonifica straordinaria di via Duca di Salza e, proprio pochi giorni fa, di fronte all’ennesimo scempio, a palazzo Torino si è tenuto un incontro, coordinato dal Presidente del Consiglio Comunale, Carmine Di Sarno, tra il sindaco, alcuni consiglieri comunali, l’assessore all’ecologia e all’ambiente, Raffaele Angri, e lo staff dell’ufficio ecologia per cercare di trovare soluzioni definitive.
    A margine dell’incontro, è stato stabilita la pulitura dello spazio circostante il casale abbandonato di proprietà privata, da effettuarsi nell’arco di quindici giorni. Dal confronto è emersa anche la necessità di coinvolgere le associazioni locali di volontariato per monitorare accuratamente l’area e prevenire il rischio di sversamento incontrollato di rifiuti. Ovviamente, una delle priorità sarà l’installazione di telecamere mobili, che saranno acquistate con una apposita variazione di bilancio. Tra gli obiettivi, quello di coinvolgere sempre più i cittadini, proponendo magari una sorta di concorso o progetto volto a raccogliere idee e suggerimenti su come abbellire e salvare via Duca di Salza.

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    COMMENTI:

    STOP IMPIANTI BIOSTABILIZZATO (ABBIAMO GIA’ DATO)
    FACCIO APPELLO ALLA SENSIBILITA’ DEL SINDACO E DEGLI AMMINISTRATORI TUTTI AFFINCHE’ SOMMA VESUVIANA NON VENGA NEMMENO MENZIONATA IN UN IPOTETICO PROGETTO DI IMPIANTI DESTINATI A RIFIUTI BIOSTABILIZZATI. RICORDO A TUTTI CHE ABBIAMO GIA’ DATO IN TERMINE DI RIFIUTI VEDI DISCARICA LA MARCA (PER CIRCA 40 ANNI) VEDI AUMENTI TUMORI, LEUCEMIE ETC… SPERO TANTO CHE IL SINDACO SI APOERI AFFICNHE’ CIO’ NON AVVENGA ANCHE PERCHE’ SI LANCEREBBE UN BRUTTO MESSAGGIO AD UN PAESE QUALE SOMMA VESUVIANA CHE STA DIVENTANDO VIRTUOSO NEL DIFFERENZIARE I RIFIUTI PRIMA DI DEPOSITARLI…. CI AFFIDIAMO ALLA VS. VIGILANZA NEL RISPETTO DEL POPOLO E DELLA TERRA SOMMESE….. ANTONIO
    Autore: TONY | Data: 20/06/2011 | Ora: 10.44.13

    speriamo bene!
    ci auguriamo che il nostro sindaco non lasci che portino la munenzza di napoli nella nostra città. Perchè noi, comune virtuoso, dobbiamo sostenere un comune che se ne è starfregato delle ordiannza governative e dell’obbligo della raccolta differenziata?
    Napoli se la deve risolvere da sola!
    Autore: arrabbiato | Data: 20/06/2011 | Ora: 13.12.59

    coi rifiuti si vince e si perde
    e’innegabile che allocca ha puntato sulla raccolta differenziata e ha garantto un buon sitema di pulizia a somma e questo gli ha dato punti. Ma ora non deve fare nessun passo falso con questo impianto di biostabilizzato. Come facciamo ad essere sicuri che servirà solo la nostra città e non altri comuni?
    Autore: renato | Data: 20/06/2011 | Ora: 13.16.36

    non se ne po’ piu’
    il nostro paese rimane immune dalla munnezza finalmente con tanti sacrifici e tanti intoppi l’amministrazione comunale e’ da elogiare ma non possiamo fare da pattumiera a napoli , i cittadini non rispettano la propria citta’ e noi dobbiamo prenderci la loro munezza perche’ non creare nelle tante zone isolate di napoli il loro sito di stoccaggio munezza?perche’ penalizzare sempre chi cerca tra tante difficolta’ e tanti problemi burocratici di rimanere puliti,i cittadini si impegnano per tenere il loro paese pulito napoletani fatelo anche voi
    Autore: scarpa gennaro | Data: 20/06/2011 | Ora: 19.56.40

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    AGGIORNAMENTO:

    “Vesuvio online”, 22 giugno 2011, http://vesuvionline.ilcannocchiale.it/2011/06/22/santanastasia_il_sindaco_espos.html

    SANT’ANASTASIA. IL SINDACO ESPOSITO: «NO ALLE CAVE SUL NOSTRO TERRITORIO»
    di Rita Terracciano
    Durante la marcia della solidarietà organizzata da Action Trade, il primo cittadino ha anche annunciato l’approvazione del finanziamento di oltre due milioni per la riqualificazione dell’ex mattatoio comunale.

    «A livello provinciale si sta studiando la possibilità di individuare a Sant’Anastasia un eventuale sito per ospitare uno dei passaggi intermedi del ciclo dei rifiuti. Non siamo disponibili ad avere cave sul territorio anche se tutti insieme dobbiamo convincerci che il problema del ciclo dei rifiuti va affrontato».
    È quanto ha dichiarato il sindaco Esposito a conclusione della marcia di solidarietà organizzata ieri sera, da Action Trade, l’associazione dei Commercianti Anastasiani che ha voluto esprimere al primo cittadino la propria solidarietà per l’attentato subito la scorsa settimana. Alla decisione del Presidente della Provincia Luigi Cesaro, che dovranno essere attivati impianti di rifiuti biostabilizzato nell’area nolana, a Somma Vesuviana ed a Sant’Anastasia, il leader del PdL cittadino ha dichiarato che «una possibile zona per ospitare l’eventuale sito dovrebbe essere via Romani, dove c’è il Santuario ma contrasteremo questa decisione con tutte le nostre forze».
    Altra novità resa nota da Carmine Esposito ai diversi cittadini che hanno sfilato da via Roma fino a piazza Siano è l’approvazione del finanziamento di oltre due milioni di euro per riattare l’ex mattatoio comunale «per fondare un centro polivalente da riempire insieme a voi». Oltre queste due comunicazioni, il sindaco anastasiano si è detto commosso per tutti gli attestati di stima e di solidarietà che sta ricevendo ogni giorno a seguito dell’inquietante attentato subìto lo scorso 12 giugno quando ha scoperto che la propria vettura, in sosta nel parcheggio scoperto del complesso condominiale Parco Sant’Antonio, era stata crivellata da dodici colpi di arma da fuoco sparati nella notte da una pistola automatica calibro 9×21.
    Dopo il consiglio comunale straordinario convocato ad hoc, sono state organizzate altre marce cittadine, come quella di venerdì scorso, dove a scendere in strada sono stati i ragazzi delle scuole, mentre domenica mattina è toccato a Giovane Italia (gruppo giovanile del PdL, ndr). Ieri sera, invece, è toccato all’associazione degli operatori economici locali scendere in piazza la quale ha raccolto le adesioni di altre giovani forze politiche locali e di altre associazioni presenti sul territorio. «Sono davvero commosso per il calore che mi dimostrate – ha concluso il sindaco Esposito – A fine luglio farò un bilancio del primo anno di governo insieme a cittadini, politici, associazioni, per capire cosa abbiamo realizzato rispetto alle cose dette in campagna elettorale. E se sarà negativo, allora mi dimetterò da sindaco».

    FRANCO MATRONE AGGIUNGE:
    Come Rete dei Comitati vesuviani stiamo organizzando un’incontro con i comitati spontanei di S Anastasia e Somma vesuviana per alzare il livello di sorveglianza contro qualsivoglia sito di trasferenza nel Parco nazionale del Vesuvio.

  8. Qualche sera fa la Rai ha trasmesso un servizio dedicato al Vesuvio all’interno della rubrica giornalistica TV7. Il filmato, realizzato da Alessandro Gaeta, è disponibile su YouTube ed è molto interessante. Si intitola “Monnezza sotto il vulcano” (12’41”). Lo ha postato lo stesso Gaeta, presentandolo sul suo blog con queste parole:

    Questo nuovo viaggio nel Parco del Vesuvio affogato dai rifiuti mi ha permesso di mettere meglio a fuoco la protesta degli abitanti di Terzigno e Boscoreale di nuovo sotto accusa per non aver voluto l’apertura di una nuova discarica nel cuore di questa riserva naturale meta, ogni anno, di ottocentomila turisti da tutto il mondo. Una delle tante decisioni folli all’italiana che rischia di far fare a questo polmone verde così ricco di storia un passo indietro di oltre quindici anni. E mentre la camorra continua a guadagnare sul disordine organizzativo e sulla filosofia di discariche e termovalorizzatori che puntualmente entra in crisi, sui cittadini che protestano pesa anche l’accusa di essere malati della “sindrome Nimby” (not in my backyard, non nel mio giardino) come se riempire di immondizia una riserva naturale sia una cosa normale e rispetto alla quale la popolazione che ci vive attorno non avrebbe, secondo alcuni, nemmeno il diritto di parlare. Realizzato per Tv7 (Raiuno) dal 5 al 7 luglio 2011 (proprietà Rai)

    (Grazie a FrancoM)

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    Tra le testimonianze raccolte dal servizio, segnalo la seguente:

    Ma io nun aggio capito, ma nuje pe’ quant’anni dobbiamo morire dint’a ‘sta spazzatura? Io tenevo 18 anni, ne tengo 72 e vengono ancora a scaricare ‘a spazzatura ccà ‘ngopp’. (al netto: 54 anni) (al minuto 2’20”)

  9. Sempre dal blog di Franco Matrone, prendo un articolo dedicato al problema sanitario derivante dalle discariche.

    “Il Mattino”, 9 luglio 2011, http://www.ilmattino.it/articolo_app.php?id=39774

    Tumori in aumento, un dossier su trent’anni di veleni
    di Chiara Graziani

    Tre indizi fanno una prova. Un gruppo di scienziati italiani pubblicano oggi sull’autorevole rivista scientifica statunitense Cancer Biology and therapy il caso Campania. Ed esibisce alla comunità scientifica mondiale la prova del disastro sanitario inflitto alla regione da trent’anni di rifiuti di tutta Italia smaltiti con logica criminale in Campania: soprattutto nelle martoriate areee a nord di Napoli e a sud di Caserta, classificate nel rapporto «ad alto indice di pressione ambientale».
    Prova messa insieme dalla lettura rigorosa degli studi condotti finora che richiedevano solo di essere messi in fila e lasciati parlare. E sovrapponendo le mappe degli sversamenti, abusivi e no, a quelle dove tumori e malformazioni crescono. L’area nera, dunque, è quella fra Napoli e Caserta e sul litorale domizio. In queste due zone ad alto rischio – ma altre sono sotto esame come l’agro nocerino – le morti per cause riportabili al bombardamento degli agenti inquinanti da rifiuti sono state più del dovuto. Una morte in più basterebbe.
    Ma il rapporto ci avverte che si tratta del 9,2 per cento di uomini e del 12, 4 di donne in più: dati aggiornati al 2009. Non solo. Anche le malformazioni congenite sono moltissime di più del normale: vengono prese ad esempio quelle urogenitali e quelle al sistema nervoso. Le prime sono addirittura l’82 per cento in più, le seconde quasi l’84 per cento in eccesso rispetto a quanto sarebbe normale. Dati già tremendi ma, avverte il rapporto, ancora distanti dalla realtà.
    «I dati a disposizione sono notevolmente indeboliti», si legge nell’articolo, da come gli studi vengono condotti e dalla qualità dei dati che si ottengono. Occorrebbe mirarli meglio. Ed è questo lo scopo che il team di scienziati si propone. Maddalena Barba, oncologa dell’Human Health foundation di Spoleto, fra le prime firme con quella di Ignazio Marino, medico e parlamentare, Antonio Giordano dell’università di Siena e Alfredo Mazza sottolinea che ora occorre fare di più: «Abbiamo delle evidenze più che suggestive. Il nostro compito di scienziati è sottolineare ora l’esigenza di indagare più e meglio il nesso fra sversamento dei rifiuti e i tumori. Abbiamo, ad esempio, un caso Caserta, dove aumentano i tumori al fegato. Occorre puntare sul territorio ed organizzare studi mirati. Cosa che è anche nei nostri intenti». Finora le evidenze sono gravissime ma sparse. Ad esempio uno studio su muschi esposti ad Acerra per tre mesi in venti siti diversi dall’università Federico II ha dimostrato che le piante si sono imbevute di metalli pesanti (Alluminio, arsenico, cadmio, rame, piombo zinco).
    Un altro indizio sono i risultati dello studio del Dna di venti rane lasciate libere in varie zone. «Quelle dell’area nord della regione hanno riportato seri danni al Dna», dice l’articolo citando uno studio del 2009. Il rapporto, nella sezione affidata ad una napoletana, Carla Guerriero, attualmente a Londra alla School of Hygiene and tropical medecine, si dedica anche ai costi economici del disastro rifiuti. La Guerriero ci dice che le morti «premature», quelle che non avrebbero dovuto verificarsi, sono 848 l’anno e che 403 di queste sono per tumore. Bonificare la Campania costerebbe 143 milioni, secondo stime accettate.
    Spenderli ci frutterebbe un risparmio, avverte la studiosa, di due tipi. Le malformazioni alla nascita calerebbero del 25%, immediatamente. Per i tumori occorrerebbero altri trent’anni per smaltire la sbornia da rifiuti Ma le nuove generazioni ne sarebbero fuori. Questo porterebbe anche risparmi economici. Già nel 2009 erano stimati in 11 miliardi di euro. Nel 2010 sono stati calcolati a 12 i miliardi che la Campania recupererebbe in qualità della vita, minori spese sanitarie, normalizzazione del ciclo dei rifiuti. Liberarsi dal giogo dei rifiuti sarebbe il nostro più grande affare
    .

  10. Come per il rischio vulcanico, anche per quello ecologico derivante dai rifiuti e dalle discariche, localmente i vesuviani dibattono il problema e propongono possibili soluzioni. Questa volta l’hanno fatto istituzionalmente: i 19 comuni dell’area del PNV si sono organizzati a coprire ciascuno una fase del trattamento dei rifiuti:

    “Il Mattino”, 22 luglio 2011, http://vesuvionline.ilcannocchiale.it/2011/07/22/in_dirittura_darrivo.html

    In dirittura d’arrivo
    [questo è il titolo del post di FrancoM, non so se sia anche quello dell’articolo del Mattino]

    di Mary Liguori

    Sono i protagonisti indiscussi della cronache campane ormai da anni, ma nessuno si sarebbe aspettato che sarebbero riusciti in ciò che hanno fallito la sicurezza e le tante altre tematiche importanti che affliggono la regione: i rifiuti uniscono, fanno superare le barriere dei partiti politici in nome di un progetto che dovrebbe salvare, definitivamente, la provincia vesuviana dalle periodiche emergenze. È uno storico accordo quello raggiunto dai sindaci dei Comuni della zona rossa in materia di rifiuti, siglato al di là dell’estrazione politica di ciascuno di loro. I 19 primi cittadini dell’area a ridosso del cono vulcanico si sono incontrati ieri pomeriggio a Cercola per siglare un accordo definitivo da sottoporre il prossimo lunedì alla Provincia di Napoli e alla Regione Campania. Il progetto, stilato dopo due mesi di incontri voluti dal sindaco Pasquale Tammaro mira all’autogestione del ciclo dei rifiuti, con i Comuni pronti a ospitare gli impianti di trattamento per ridurre all’osso la frazione non recuperabile, accanto al potenziamento della già ben avviata raccolta differenziata. I Comuni di Massa di Somma, Ercolano e Somma Vesuviana hanno dato la propria disponibilità a ospitare degli impianti per il trattamento anaerobico con Ercolano che ha anche avanzato la possibilità di realizzare un sito per gli stralci di potatura. Il piano prevede poi che a Torre Del Greco venga collocato un impianto per il trattamento della frazione secca e dei prodotti per il riciclo mentre a San Giuseppe Vesuviano e Striano le aree industriali saranno a servizio del trattamento di multimateriali. San Sebastiano al Vesuvio e Portici avranno, infine, dei centri per il riuso. Questo il progetto condiviso dai 19 sindaci che verrà sottoposto il prossimo lunedì ai delegati di Provincia e Regione, e che se dovesse essere approvato e andare a regime, scongiurerà l’ennesima crisi che verrà dalla paventata chiusura di Cava Sari, prevista per la fine dell’anno. Grande responsabilità, quindi, quella dimostrata dai sindaci, che però hanno posto un unico, insormontabile veto, che va a cozzare in qualche modo con l’appello lanciato dal governatore Caldoro, ovvero quello di mettere a disposizione cave dismesse per la realizzazione di invasi. «Non autorizzeremo mai una discarica sul Vesuvio», ha chiarito Giuseppe Capasso, sindaco di SSV e presidente della Comunità del Parco del Nazionale, a nome di tutti i sindaci. «Crediamo fortemente in questo progetto che andrebbe a realizzarsi attraverso la creazione di due società di scopo e la cessione da parte della Provincia della titolarità a realizzare e a gestire impianti», ha concluso Capasso.

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    FrancoM, tramite il suo amico Galluccio, ha pubblicato anche la bozza dell’Accordo di programma che i Sindaci vesuviani stanno elaborando per l’incontro con Regione e Provincia: QUI (.doc).

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    AGGIORNAMENTO del 27 luglio 2011:
    Il testo definitivo dell’Accordo di Programma sottoscritto tra i 19 Comuni della “zona rossa” vesuviana, la Provincia di Napoli e la Regione Campania è QUI (.pdf).

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    AGGIORNAMENTO del 30 luglio 2011:
    Reazioni (positive) all’accordo tra gli enti vesuviani e campani anche da parte del Ministro dell’Ambiente: “Un accordo che rappresenta una svolta nell’approccio al problema dei rifiuti perché individua una strategia razionale, l’unica possibile, che vede tutte le istituzioni locali impegnate a fare la propria parteper realizzare quel percorso che ci separa dalla definizione finale quando poi avremo tutta l’impiantistica realizzata“.
    Tutto l’articolo è qui: “Gestione rifiuti, il modello Vesuvio fa scuola“.

    Il Presidente della Regione Campania Stefano Caldoro ha aggiunto: «ogni decisione in tema di rifiuti deve essere condivisa con la cittadinanza». «Nel passato – ha concluso – molte cose non sono riuscite perchè non c’è stata un’azione di piena consapevolezza della comunità»: QUI.

  11. Un paio di giorni fa Franco Matrone ha raccolto interviste e articoli relativi agli effetti dell’inquinamento delle discariche sulla salute. Ecco:

    23 luglio 2011, http://vesuvionline.ilcannocchiale.it/2011/07/23/dal_vesuvio_e_dintorni_cronaca.html

    Su diversi giornali si legge di un interessante report di Francesco Servino per il giornale ambientalista Terra su alcuni dati che fanno riferimento a potologie neoplastiche nell’ambito della popolazione di Terzigno e che, oltre ad incutere una legittima preoccupazione, richiedono un minimo di considerazioni di carattere scientifico:

    Terzigno, dossier sui tumori
    Osservando i dati e ascoltando le storie di chi lotta contro il cancro e di chi questa sfida, per fortuna, l’ha vinta, verrebbe da parafrasare una celebre massima di Eduardo De Filippo: “’A Terzigno fuitevenne”. Un censimento delle patologie tumorali, portato avanti da volontari e cittadini, mette in luce una situazione che non rappresenta la norma e che dovrebbe suscitare la dovuta attenzione delle autorità. Partiamo dal 2007, anno in cui cava Sari venne inclusa nel novero delle discariche e a partire dal quale il registro dei tumori di Terzigno, che esiste ed è in mano all’Asl Napoli 3, non è stato più aggiornato: l’intento era quello di fotografare la situazione attuale, tramite una raccolta di schede effettuata presso la sede di una locale associazione, dato che il Comune, neanche per questo tipo di attività, ha voluto mettere a disposizione una stanza. Si tratta di dati frammentari, raccolti da Novembre 2010, che forniscono un quadro parziale delle patologie tumorali, riferibili in molti casi all’inquinamento ambientale. “Quando ti rechi da un oncologo e gli dici che provieni da Terzigno ti risponde che non c’è bisogno di aggiungere altro”, spiega Elena Bianco, malata di cancro che il suo male è riuscita a sconfiggerlo: “Mi ritengo una privilegiata, perchè il tumore che avevo io, se preso in tempo, è curabile”. La cosa impressionante è la velocità con cui si sviluppano i tumori a Terzigno, che nel giro di breve tempo evolvono in metastasi e conducono alla morte. “Non riusciamo a stare appresso alle nuove patologie: è una situazione che sta diventando la norma, si parla di tumori come se niente fosse” continua Elena. 100 i casi censiti, ma sono solo una piccola parte: molti altri non c’è stato il tempo di documentarli. Tutto questo ha radice nell’indifferenza generalizzata, nella complicità criminale di chi ha lasciato che il territorio venisse inquinato e ha continuato a riporre fiducia in una classe politica trasformista che bada a preservare ben altri interessi. L’area più colpita è quella attorno cava Ranieri, discarica “provvisoria” nel Parco Nazionale del Vesuvio in funzione nell’anno 2000: il 41% dei casi censiti si riferisce alle strade che fanno quadrato attorno alla cava. “Ma a Terzigno si verifica un fenomeno particolare, la permanenza della temporaneità” spiega Maria Rosaria Esposito, avvocato che dà battaglia contro le discariche dal 2007. Certo il nesso di causalità è tutto da dimostrare, ma quando in una strada trovi un caso di tumore in ogni famiglia, e quella strada si trova a ridosso di una discarica, il principio di precauzione dovrebbe sempre prevalere. Anche i tre casi recenti di leucemia fulminante si sono verificati nella stessa zona. “E’ partito tutto con un mal di schiena” spiega Annapina Avino, una delle volontarie che hanno condotto il censimento: “un’amica se n’è andata nel giro di due settimane: a Dicembre ha partecipato con me alle proteste, a Febbraio di quest’anno non c’era più”. Cava Sari ha aiutato a focalizzare l’attenzione sul problema, che ha una radice ben più vasta e preoccupante: a Terzigno l’inquinamento è legato all’eternit sparso ovunque, ai roghi tossici di rifiuti che sprigionano diossina, alle acque di falda e alle discariche abusive. “Da ordinanza sindacale, è vietato usufruire delle acque dei pozzi, ma i contadini le utilizzano lo stesso” spiega Maria Rosaria Esposito. Ma provvedimenti per le bonifiche non vengono presi.

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    Intervista all’avv. Maria Rosaria Esposito
    Maria Rosaria Esposito, avvocato sostenitrice della battaglia contro le discariche e il sistema di smaltimento illecito dei rifiuti in Campania, coordinatrice del censimento dei tumori a Terzigno.

    Avvocato, qual’è l’utilità del censimento che avete condotto?
    L’idea era quella di aggiornare il registro dei tumori di Terzigno, che esiste ed è fermo al 2007. Un gruppo di volontarie, a partire dal mese di Novembre dello scorso anno, ha raccolto in forma anonima i dati, contrassegnando le patologie tumorali con dei codici. Abbiamo raccolto un centinaio di schede, senza l’aiuto delle istituzioni, ma i casi di tumore a Terzigno sono molti, molti di più. Molte di queste schede non sono state compilate direttamente dai malati, che nel frattempo sono venuti a mancare, ma dai loro familiari e parenti, e coprono un arco di tempo che va dal 2007 a oggi. Circa la metà dei casi, il 41%, fanno cerchio attorno alla discarica di cava Ranieri. Le istituzioni, l’ASL, l’Arpac e la Procura devono indagare per capire quali sostanze pericolose stanno provocando l’insorgenza di gravi malattie. Malattie che si sviluppano in una forma molto rapida e aggressiva, come confermano i medici. Quando avremo tutti i dati agganciati al registro dei tumori chiederemo alle istituzioni e all’amministrazione comunale che venga bonificato il territorio.

    Cosa l’ha impressionata maggiormente delle testimonianze raccolte?
    La cosa che mi ha colpito è l’incidenza delle malattie in una strada che affaccia su cava Ranieri, in cui in tutte le abitazioni ci sono problemi legati ai tumori, anche all’interno della stessa famiglia, con marito e moglie morti a distanza di appena un mese. Un caso che mi ha sconvolto è la morte di un mio compagno di classe, che ha lottato fino all’ultimo contro la malattia, e di una mamma che ha preso parte con noi ai presidi e che in un paio di mesi si è spenta per leucemia, lasciando soli al mondo due figli piccoli. A Terzigno ammalarsi di tumore è diventato comune come avere l’influenza.

    Il sindaco di Terzigno emise un’ordinanza che vieta l’utilizzo dei pozzi perché le falde acquifere sono inquinante: possono bastare provvedimenti di questo tipo a contenere l’inquinamento?
    Il sindaco, con l’ordinanza che vieta l’uso dei pozzi artesiani, si è semplicemente scrollato di dosso le responsabilità che gli spettano e non ha per niente risolto il problema: ricordo che è lui l’ufficiale di governo rispetto alla salute dei cittadini, e ha il potere e la facoltà di bonifica, non solo delle acque ma anche del suolo. Il punto è sapere che cosa il Comune sta facendo per risolvere la situazione. L’ordinanza non basta, ed è per questo che ho scritto un’istanza che verrà depositata a breve, sottoscritta dai cittadini di Terzigno, in cui richiedo ai sensi dell’articolo 5 della convenzione di Aarhus una serie di atti che il sindaco di Terzigno avrebbe dovuto mettere in esecuzione per la salute dei cittadini.

    Da una conferenza dei servizi saltò fuori la proposta di irrigare le coltivazioni con il percolato depurato proveniente dalla Sari.
    Questa proposta non è passata perché alla conferenza dei servizi erano presenti i comitati e i cittadini di Terzigno che si sono opposti. Non possiamo vivere con l’incubo costante e perenne che ci sia qualcuno che attenti alla nostra salute se ci distraiamo un attimo. Ci dobbiamo mantenere sempre in rete e sempre informati perché temiamo che in qualsiasi momento possa verificarsi una situazione di pericolo.

    Che senso dà alla sua lotta?
    Lottare per i propri diritti e per le cose giuste è un dovere delle persone e un esempio da dare ai propri figli. Solo quando avremo in Campania un ciclo dei rifiuti virtuoso e non criminale la situazione a Terzigno e in tutte le zone martoriate si normalizzerà. Dobbiamo controllare la filiera, da quando il sacchetto esce dalla casa del cittadino fino all’ultimo atto. Tutto quello che lasciamo a terra, tutto quello che bruciamo, lo lasciamo ai nostri figli: gli stiamo regalando un Inferno.

    Come avvocato quali difficoltà incontra?
    L’emergenza continua in Campania ha prodotto una serie di leggi che hanno derogato ai criteri più normali. Data la situazione, è difficile trovare un escamotage che ci consenta di fermare la gestione criminale dei rifiuti. Gli avvocati non ci sono riusciti. Non ci sono riusciti a Serre, non ci sono riusciti a Chiaiano. Pianura sta venendo fuori da un processo terrificante dal quale è emerso che lo sversamento di rifiuti illeciti ha prodotto una serie di morti e una situazione sanitaria disastrosa. Non voglio che Terzigno diventi un’altra Pianura: al di là del dato processuale, al di là del nesso causale rimane un dato fondamentale, rimane la vita delle persone
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    Dossier tumori, intervista al prof. Comella dell’Isde

    Che importanza hanno i dati raccolti?
    Come medici per l’ambiente abbiamo dato indicazioni ai movimenti locali, che hanno iniziato in maniera spontanea a raccogliere i dati. Contemporaneamente, tre mesi fa, una trentina di medici di famiglia della zona, coordinati dal direttore sanitario del distretto, si sono riuniti per organizzare un questionario sulle patologie, comprese quelle neoplastiche e di tipo respiratorio. I quesiti verranno posti esclusivamente ai propri assistiti: calcolando che ogni medico ha circa mille assistiti, nel bacino di riferimento si raggiungeranno circa 30mila persone. Non si tratta di indagini epidemiologiche in senso stretto: personalmente, ho consigliato di “fotografare” le patologie alla fine del 2010, in modo tale da avere un’istantanea dello stato attuale di salute di una buona fetta di popolazione.

    Il censimento ha evidenziato un 41% di casi nelle strade che fanno quadrato attorno a cava Ranieri, una discarica mai bonificata all’interno della quale si trovano rifiuti speciali di ogni tipo. Quanto incide la presenza delle discariche nello sviluppo di determinate patologie e soprattutto in che modo?
    Con questa indagine non è possibile dimostrare il nesso di causalità, è questo il limite di fronte al quale ci si deve fermare. Il nesso di causalità, ovvero il rapporto di dipendenza “inquinamento ambientale – tumori”, si può ottenere solo se viene aggiornato il registro tumori, cioè se si studia l’incidenza e non la mortalità per determinati tipi di patologie. Questo non esclude che ci debba essere un principio di precauzione, specie in zone altamente inquinate per discariche non correttamente gestite negli ultimi anni, come tipo di impianto e come controllo su quello che è stato conferito. L’alta incidenza in una zona ben ristretta fa pensare che la componente ambientale sia fortemente rappresentata.

    E’ possibile che una donna che respira ogni giorno roghi tossici che sprigionano diossina possa dare alla luce una bambina senza tiroide? La risposta della natura all’inquinamento è l’adattamento e la mutazione dell’organismo?
    Lei sfonda una porta aperta: l’inquinamento ambientale, sia esso di aria, acqua o suolo, agisce prevalentemente modificando il DNA che poi viene trasmesso. Non è detto che queste modificazioni determinino nel soggetto per forza un tumore, ma possono generare malformazioni congenite nei figli, perché il DNA si trasmette con i gameti, cioè con gli spermatozoi e le cellule femminili della procreazione. Ai figli e ai nipoti dell’attuale popolazione contaminata da agenti tossici ambientali, possono essere trasmesse alterazioni del DNA che determinano l’insorgere di tumori, anche se i genitori sono in buona salute. Questa è la teoria epigenetica del cancro, ha un nome scientifico ben preciso.

    Un territorio nel quale è stato sversato l’amianto che speranze ha di essere recuperato? Diventa invivibile o esistono misure che consentono in qualche modo di bonificarlo?
    La legislazione vigente riconosce il nesso di causalità amianto-mesoteliomi pleurici. Possiamo intervenire sull’amianto che si trova a terra, abbandonato, e che può frantumandosi, polverizzandosi, andare nell’aria e ricadere sul suolo. Il commissariato delle bonifiche dispone di tutte le normative di legge per procedere al disinquinamento. Se si individuavano terreni che hanno una concentrazione di amianto a rischio si devono bonificare: il problema sono i costi, che sono veramente alti, e non sempre gli investimenti vengono utilizzati in maniera corretta. Ma le leggi vigenti italiane, per quanto riguarda l’amianto, sono chiarissime.

    A Terzigno le falde acquifere sono inquinate da metalli pesanti e da sostanze simili alla diossina, i policlorobifenili: che problemi comporta l’irrigazione con l’acqua di falda inquinata? In che modo si può intervenire sui pozzi?
    La bonifica non si può individuare nei pozzi, la bonifica si deve individuare nei siti che inquinano la falda: se non si bonificano quei siti è chiaro la falda acquifera rimarrà sempre inquinata. Se l’acqua dei pozzi inquinata viene utilizzata nell’agricoltura, le sostanze inquinanti si diffondono nell’ambiente, i vegetali le assorbono ed entrano nel ciclo vitale umano decretando delle mutazioni
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    Questa la doverosa riflessione finale.
    Le dichiarazioni dell’avv. Esposito, che ha più volte collaborato con lo staff scientifico della Rete dei Comitati vesuviani per quanto attiene gli esposti sui danni all’ecosistema vesuviano prodotti dalle discariche del Vesuvio e denunciati alla Procura di Nola, mettono in luce le gravi e giustificate preoccupazioni che ciascuno di noi, in questi mesi di impegno sul campo, ha assimilato.
    Ma non conoscendo il report a cui l’avvocato fa riferimento risulta difficile stabilire un punto di vista scientifico.
    Altre indagini fatte in queste ultime settimane sul territorio, come quella della Giornata della Tiroide, hanno accentuato il fondato sospetto che in questa parte del vesuviano la salute di tutti è un po’ meno sicura.
    E’ anche per questo che il problema della gestione dei rifiuti nella nostra Regione ed in particolare nella zona vesuviana, è diventata la primaria emergenza.
    I medici della Campania e soprattutto quelli dell’area vesuviana che hanno ogni giorno un confronto diretto con i propri Assistiti che pongono sempre più, con insistenza, domande sui rischi alla salute che possono essere prodotti da discariche e quant’altro, hanno deciso di creare le condizioni minime per poter dare, a queste domande, una risposta certa e dimostrabile.
    Come certamente è noto, il “registro Tumori” è stato attivato solo nella ex ASL-Na4 e nella provincia di Salerno (fino al 2007!). Nelle altre zone della Campania è notte fonda, dato che è impossibile non solo attribuire, ma neanche ipotizzare una causa-effetto, tra l’eventuale aumento di patologie tumorali (o mutazioni genetiche) e il disastro ambientale che grava su vaste aree della regione ed in particolare nell’area vesuviana.
    Queste considerazioni associate alla pressante richiesta da parte dei cittadini di questa parte del Vesuvio a far sentire la voce dei Medici per richiamare l’attenzione delle istituzioni a salvaguardia della pubblica salute, ha prodotto l’iniziativa a cui accenna Comella.
    Proprio al fine di sollecitare l’urgenza dell’adozione del Registro regionale dei Tumori, il solo che è in grado di validare il nesso causa-effetto dei danni da inquinamento ambientale, un gruppo di Medici della zona vesuviana, circa 35, hanno deciso di promuovere un censimento tra la popolazione di Boscoreale, Boscotrecase, Trecase e Terzigno finalizzato al rilievo di alcune patologie, neoplastiche e non, probabilmente riferibili a inquinamento ambientale, come ampiamente riportato dalla letteratura nazionale ed internazionale.
    Per questo motivo è stato concepito un file per il rilievo della/e patologia/e contratte e in corso dal 1 gennaio al 31 dicembre 2010.
    I dati che si spera saranno disponibili nel prossimo autunno e verranno formalizzati in un Convegno scientifico di carattere internazionale previsto nell’area vesuviana nel mese di settembre, serviranno a dare un fondamentale impulso all’adozione del Registro tumori che la Commissione regionale del Presidente Schiano ha promesso allo staff scientifico della Rete, a maggio scorso, dovrebbe partire proprio entro la fine di quest’anno.
    L’indagine a cui fa riferimento Comella nella sua intervista e che sta mettendo in rete non senza difficoltà, Medici di Base, Pediatri, Specialisti ambulatoriali, Oncologi, Direttori di distretto, Epidemiologi nonché qualche Direttore di Ospedale, NON E’ e non vuole essere un’indagine epidemiologica, un surrogato del “Registro Tumori” o del “Registro di Mortalità”, un’indagine tendente ad attribuire uno status di causa-effetto tra patologie e discariche.
    Al contrario questa iniziativa questa indagine E’ e vuole ESSERE un rigoroso rilievo di dati che possono rappresentare una base sulla quale l’intera comunità scientifica ed in particolare gli Organi di Competenza delle AA.SS.LL. e della Regione dovranno confrontarsi e avviare quanto loro imposto, in tema di prevenzione. Iniziativa che si avvale del supporto tecnico dell’Ordine dei Medici della Provincia di Napoli e dell’esperienza e delle indicazioni dell’ISDE-Medici per l’Ambiente, di cui Comella presiede la componente campana.
    Un importante rilievo dei tassi grezzi e dei tassi semplici della popolazione della zona vesuviana, quindi.
    Il tasso grezzo descrive un evento che si verifica all’interno di una popolazione (ad esempio la mortalità in una città) mentre il tasso specifico descrive un evento riferito a gruppi omogenei all’interno di un popolazione (ad esempio morti per tumore allo stomaco nella fascia di età 45-64 anni etc.).
    Una fotografia dell’intero anno 2010 che se portata a termine sarà in grado di confermare tutte le preoccupazioni che sottendono i dati campione riportati dall’iniziativa dell’avv. Stanziano e di altre iniziative spontanee analoghe
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    FrancoM

  12. Ciro ha postato una sua fotografia dei primi anni ’90 della “collina del disonore”, ovvero la discarica Ammendola-Formisano: QUI.
    Ho commentato citando un articolo molto toccante: «…E’ una tragedia privata che in Campania e a Napoli ha le dimensioni di un’epidemia dai numeri raccapriccianti. Nessuno ne parla. Nessuno lo dice. Nessuno lo certifica. Almeno una famiglia su due ha un parente con un tumore. C’è ancora chi sostiene che non esiste una correlazione tra patologie, rifiuti tossici e inquinamento…» (Arnaldo Capezzuto, “Campania, intreccio di morti silenziose”, 17 gennaio 2013, QUI).

  13. Dopo il successo dell’operazione “Let do it Vesuvius” (8-9 giugno 2013: qui + video + Teodonno 1 e Teodonno 2), ecco una nuova iniziativa di pulizia del vulcano, ma stavolta promossa da Legambiente, che non aveva partecipato all’esperienza precedente.

    «Corriere del Mezzogiorno», 16 luglio 2013, QUI

    LEGAMBIENTE E CSV, PULIZIA NEL PARCO DEL VESUVIO
    I volontari effettuano una giornata di pulizia nei sentieri a ridosso dell’Osservatorio Vesuviano
    di Walter Medolla – redazioneweb@comunicareilsociale.com

    NAPOLI – L’associazione Legambiente Parco del Vesuvio, insieme ai ragazzi che partecipano ai campi estivi promossi dal CSV Napoli, ha effettuato una giornata di recupero ambientale all’interno del Parco Nazionale. Circa 30 volontari hanno ripulito la strada dove ha sede lo storico Osservatorio Vesuviano di Vulcanologia. I volontari, armati di scope, pale, rastrelli, ma soprattutto tanta buona volontà, hanno iniziato col raccogliere rifiuti di ogni genere depositati sui bordi della strada che conduce all’INGV.
    L’IMPEGNO DEI VOLONTARI- «Queste azioni sono molto utili ed educative– sottolinea Alberto Alba, Presidente di Legambiente Parco del Vesuvio- ma occorre comunque la collaborazione delle Istituzioni preposte al controllo, per evitare che chiunque, impunemente possa scaricare quello che vuole, ed invalidare così gli sforzi fatti per riportare i luoghi ad uno stato decoroso. Infatti, basta vedere i tipi di rifiuti che si ritrovano, per capire che vengono addirittura scaricati con automezzi, nell’indifferenza totale di chi è preposto al controllo e alla repressione dei reati ambientali. Il Parco del Vesuvio, oltre ad essere un ambiente “teoricamente protetto” fa parte del patrimonio mondiale dell’Unesco, ma proprio a causa del pessimo stato in cui spesso versa, l’ente mondiale ha più volte ipotizzato l’eventuale cancellazione da questo elenco. «E’ indispensabile che ognuno si faccia carico delle proprie responsabilità, per poter debellare queste abitudini, che oltre a dare una pessima immagine del Parco, possono essere un vero rischio per la salute pubblica. Se chi è preposto al controllo – conclude Alberto Alba – continua ad ignorare questi fattori, difficilmente si potranno avere risultati duraturi»
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  14. Il Vesuvio è una montagna di fuoco, ma non di queste fiamme. La storia dell’immondizia (e della diossina) sul vulcano è antica e mai risolta. Anzi, ad ogni estate si rinnova il medesimo copione: estesi e ripetuti incendi di boschi e di discariche. “Rischio Vesuvio” è anche questo, come denuncia ancora una volta Ciro Teodonno. Ecco un video di 1’34” girato in Contrada Novelle Castelluccio (Ercolano) il 23 luglio 2013 e pubblicato su facebook e su youtube:

    Ciro Teodonno ne ha scritto anche un articolo:

    «Il mediano», 24 luglio 2013, QUI

    ERCOLANO. NOVELLE CASTELLUCCIO: RITORNANO LE FIAMME E LO SCEMPIO CONTINUA
    Lo scempio infinito della discarica illegale più rilevante a ovest del Vesuvio, un luogo simbolo per l’inquinamento territoriale ma anche per l’ipocrisia locale. La cronaca di una denuncia frustrata e di un incendio divampato.
    di Ciro Teodonno

    Mercoledì scorso mi sono recato dai carabinieri della caserma di San Sebastiano al Vesuvio, per segnalare ed eventualmente denunciare il rinvenimento di un oggetto che, a mio avviso poteva essere una torcia rudimentale, di quelle che si usano per far luce ma anche per appiccare un fuoco. Segnalai il ritrovamento in via Novelle Castelluccio anche con un articolo per questa stessa testata (LEGGI) e con l’amara certezza che prima o poi il fuoco sarebbe divampato.
    La qual cosa fu invece considerata opinabile da parte dei militari, anche se acquisiva la sua importanza per il posto nel quale era stato rinvenuto l’oggetto in questione, luogo di scarichi illegali e soprattutto di incendi dolosi. I carabinieri interpellati in quell’occasione si mostrarono subito scettici e con quel sorriso di sufficienza, quello che ti mette alle corde, perché capisci che dentro di loro, dietro la loro flemma di militari, ti considerano un ingenuo o quanto meno un rompiscatole, uno di quelli che vogliono sostituirsi al loro lavoro, incominciarono a controbattere la mia opinione con le loro ipotesi, forse altrettanto plausibili ma con un inspiegabile assenza di dubbio e ripeto, con la differenza del fatto che il luogo in questione prendeva fuoco ogni anno e in maniera dolosa, un evento che di lì a poco si sarebbe nuovamente verificato.
    Che dire? Sono uscito dalla caserma sconcertato, affranto, frustrato nel mio intento di cittadino volenteroso di fare la sua parte, ho gettato la torcia, quella che per loro altro non era che uno strumento per allenare i cani, l’ho buttata nel cassonetto di quell’edificio e me ne sono andato, sicuro del dover scrivere, prima o poi, quest’articolo. La mia sicurezza era fondata sulla costatazione che oramai i fuochi erano diventati ciclici a valle dell’Ammendola Formisano e sulle Lave Novelle, evidentemente in maniera tanto ripetitiva da non fare più notizia e da non turbare più di tanto chi dovrebbe vigilare sulla pubblica incolumità, non parliamo poi di chi ci amministra! La terra dei fuochi è anche qua, all’ombra del Vesuvio e anche qui si muore dei veleni che la nostra terra sta ormai assorbendo da anni e che ci vomita contro.
    Ieri sera, sul calar del sole, una nuvola nera si levava da via Novelle, così era stato nelle sere precedenti e purtroppo così sarà in futuro; perché il problema c’è ed esiste, perché non lo si vuol risolvere e non per il fatto che sia di per sé insormontabile. Essere una cassandra non giova a nessuno ma allora cosa posso fare? Subire? Patire, oltre al fumo tossico e i miasmi del rifiuto in putrefazione, anche l’irrisoria ipocrisia di chi respira gli stessi veleni che respiro io? No! Non lo farò e fin quando avrò fiato in corpo manifesterò il mio disappunto verso uno stato delle cose che vede tutti colpevoli, cittadini e autorità.
    I primi sversano i loro rifiuti per pigrizia, perché sono lavoratori abusivi, perché sono dei cittadini abusivi o perché sono semplicemente pagati per farlo. Poi gli danno fuoco, per nascondere le loro colpe o per cancellare le tracce del reato o semplicemente per ridurne il volume, non certo la pericolosità, che col fuoco aumenta.
    Colpevoli sono anche le autorità, gli amministratori e le forze dell’ordine, che dietro al dito dell’altrui inciviltà non vigilano sul territorio e non fanno nulla, se non a parole o con cure palliative, non fanno niente per tutelare la salute pubblica e quel minimo di decenza che ognuno di noi meriterebbe per dire di vivere in un paese civile. Le autorità non agiscono e non lo fanno perché o sono incapaci di gestire la cosa pubblica o sono conniventi col sistema, dove chiudono gli occhi sugli scarichi abusivi per ragioni di elettorato, di interessi personali o per manifesta incompetenza in materia di smaltimento dei rifiuti e della raccolta differenziata.
    I vigili del fuoco intervengono subito e mi dicono al cellulare che la strada la conoscono bene è zona conosciuta, il fuoco è divampato in più punti, segno del dolo e non della spontaneità voluta alla calura estiva, e a bruciare è soprattutto la spazzatura, a partire dalla strada verso l’argine che affaccia su Cava Montone. Tutt’attorno la vita scorre normale, come se niente fosse, secondo i dettami di quel fatalismo suicida che ci portiamo nei cromosomi e quella nuvola nera altro non è che una delle tante che scorrono il cielo e sulle vite dei vesuviani
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    Il video è stato diffuso anche dal blog «SSV News» (24 luglio 2013):

    CONTRADA CASTELLUCCIO, LA TERRA DEI FUOCHI E’ QUI!
    Un pezzo di terra, Contrada Castelluccio, ricadente nel territorio di Ercolano, ma distante solo qualche centinaia di metri dal centro di San Sebastiano al Vesuvio, avvelenato da anni, se non decenni, di sversamenti illegali e incendi di natura dolosa. Avventurarsi nella stradina, che attraversa la Contrada, è un’esperienza allucinante! Quintali e quintali di rifiuti costellano entrambi i margini della viuzza. Dai classici rifiuti domestici agli ingombranti, dai copertoni all’amianto. All’appello non manca proprio nulla. E i terrapieni? Altro non sono che rifiuti, anche di natura ospedaliera, accantonati nel corso degli anni e ricoperti di terra. Ma veniamo al capitolo incendi dolosi.
    La terra dei fuochi, è quel triangolo della morte compresa tra i Comuni di Qualiano, Villaricca e Giugliano, caratterizzato dallo sversamenti illegali dei rifiuti, che vengono sistematicamente incendiati dalla criminalità organizzata. Ma siamo proprio sicuri che la zona sia così delimitata e circoscritta? Ogni estate, sopratutto tra luglio ed agosto, gli incendi dolosi avvolgono l’area, nonostante telecamere di sorveglianza (finte?) e relativa segnaletica, spargendo veleni in un’area di dimensioni ben più grandi. Il fetore raggiunge le abitazioni degli ercolanesi e dei sansebastianesi, che sono costretti a tapparsi in casa. Le testimonianze dei cittadini, in tal senso, abbondano. Giornali e telegiornali nazionali non arrivano in Contrada Castelluccio, ma grazie al lavoro di qualche giornalista locale la triste realtà viene sbattuta in faccia a chi crede di vivere in un luogo ameno. Ed è proprio quello che è accaduto ieri, martedì 23 luglio, quando Ciro Teodonno ha documentato l’ennesimo incendio doloso. Quando si metterà la parola fine a tutto ciò?

  15. “Rete dei Comitati Vesuviani”, 9 settembre 2013, QUI

    Comuniato stampa
    AREA VESUVIANA E PATOLOGIE TUMORALI

    Ancora dati allarmanti che confermano il rischio ambientale nell’area vesuviana. Il rapporto, per ora ancora non ufficializzato dal Ministero della Salute (chissà quando avverrà trattandosi di dati epidemiologici relativi al 2012), ma riportato da blog indipendenti, confermano, purtroppo, quanto rilevato nell’ultimo studio SENTIERI e precedenti: i Comuni dell’area vesuviana di Boscoreale, Boscotrecase, Castellammare di Stabia, Ercolano, Napoli, Pompei, Portici, San Giorgio a Cremano, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco e Trecase compresi nel SIN area del litorale vesuviano e sue sub-perimetrazioni, declassato di recente dall’ex Ministro dell’Ambiente Clini a Sito di Interesse Regionale, causa la presenza delle fonti di esposizione (amianto e discariche), evidenziano dati di mortalità in eccesso per le malattie degli apparati digerente e genitourinario negli uomini e nelle donne. In assenza di correzione per indice di deprivazione (vale a dire la valutazione della condizione socio economica, ecc.), nelle donne vi è un eccesso per tutte le cause e per tutti i tumori. Negli uomini tantissimi i casi di tumore alla pleura. Per tutti un’incremento delle malformazioni genito-urinarie. Da tempo sono tante le denuncie a tutte i livelli per le tante discariche abusive di cui è pieno il Parco nazionale del Vesuvio. Soprattutto discariche di amianto, a seguito della dismissione dei tanti capannoni industriali del litorale e contenuto nelle lastre di Ethernit, responsabile delle patologie pleuriche. Le stesse falde acquifere risultano, da più rilievi, inquinate da percolati e metalli pesante dovute alle tante discariche vecchie e nuove non ultima la stessa ex Sari di Terzigno col suo milione e passa di tonnellate di rifiuti tal quale e speciali. Gli stessi dati dell’AslNa3sud relativi all’incremento delle certificazioni di esenzione per patologie tumorali, marcano un costante aumento negli anni, soprattutto nei distretti sanitari che fanno capo ai comuni dell’area SIN. Dato questo non utilizzabile per valutazioni epidemiologiche ma indicatore satellite dell’incremento esponenziale dei malati di tumore nell’Asl di riferimento. Per questo abbiamo chiesto conferme al Registro tumori di popolazione che l’Asl Na3 sud ha attivato da tempo. Per questo insistiamo affinchè la Regione Campania riapprovi la legge istitutiva del Registro dei tumori regionale accogliendo le motivazioni della Corte Costituzionale che ha bocciato la precedente normativa. Per questo saremo in audizione, in lista tra i tanti soggetti convocati, presso la XII Commissione Sanità del Senato per l’indagine conoscitiva sugli effetti dell’inquinamento ambientale sull’incidenza dei tumori, delle malformazioni feto-neonatali ed epigenetica a spiegare il nostro punto di vista sullo stato del disastro ambientale in Campania e in particolare quello che viviamo quotidianamente nell’area vesuviana. Per questo, con forza, chiediamo alle istituzioni regionali e ministeriali di attuare da subito le indagini tossicologiche sulle matrici ambientali e sui campioni di popolazione, per determinare la noxa responsabile delle patologie rilevate. Per questo infine chiediamo di mettere in pratica da subito le azioni di messa in sicurezza dei siti localizzati e programmare e finanziare le bonifiche. Non c’è più tempo per le chiacchiere e le polemiche. E’ necessario agire e subito per tentare di arginare un disastro che si preannuncia di proporzioni bibliche. Poi accertare e punire i responsabili di tale scempio.

  16. Pingback: Area vesuviana e patologie tumorali | Paesaggi vulcanici

  17. «Il Mediano», 14 settembre 2013, QUI

    SAN SEBASTIANO: LA DISCARICA NASCOSTA
    Nel mese di agosto prese fuoco un appezzamento di terra, in via Panoramica Fellapane. La qual cosa, di per sé, non è una notizia eclatante ma quello che le fiamme alla fine ci hanno svelato è un qualcosa da non sottovalutare. Foto da Google Earth
    di Ciro Teodonno

    A poco più di un mese di distanza ci siamo recati in via Panoramica Fellapane, per vedere il risultato di quell’incendio ma soprattutto per constatare quello che le fiamme avevano messo in luce, e dobbiamo dire che lo spettacolo è stato dei più indegni. Il fuoco, consumando la sterpaglia, i rovi, gli ailanti e le altre piante infestanti caratteristiche dei nostri luoghi, ha liberato uno spesso strato di rifiuto indifferenziato.
    Ci muoviamo tra la cenere, in certi casi anche recente, indice che in quei luoghi si reitera il dolo dei roghi tossici, e riscontriamo subito la presenza di eternit e copertoni, tanto rifiuto “talquale”, da poco scaricato, sfalci domestici e l’immancabile materiale di risulta edilizio. Una cosa su tutte ci colpisce ed è quella della presenza di resti di ossa animali, soprattutto di bovini, ma non solo; il pensiero che ci sovviene è stato quello che qualcuno c’abbia smaltito i residui di una macellazione e forse, vista la facile putrescenza di questi, qualcun altro, se non lo stesso, gli abbia dato fuoco. Ma è solo un’ipotesi, una delle tante in questa terra martoriata, perché sono tante le ragioni per dar fuoco a un rifiuto e tanti i misteri del luogo che vi stiamo descrivendo.
    L’incendio, sviluppatosi lo scorso 8 agosto, fu prontamente domato dalla protezione civile di Massa, San Sebastiano e dai Vigili del Fuoco di Sorrento, i quali, costatavano quanto segue: “presenza di materiali di risulta (eternit, stracci, vernici, spazzatura, pneumatici)” e chiedevano l’intervento del nucleo NBCR (Nucleare, Biologico, Chimico, Radiologico ndr.) dei VV.F, al fine di verificare l’eventuale presenza di agenti tossici e nocivi per la salute umana.
    Sappiamo che il sindaco del comune vesuviano aveva prontamente stabilito (come da normativa) che i proprietari del fondo smaltissero a proprie spese i rifiuti ivi presenti (o nell’eventualità avrebbe dovuto smaltirli a spese del comune e in danno del proprietario) e il tutto doveva essere espletato entro 20 giorni, cosa che ovviamente non è accaduta. Sembra inoltre, per le fonti in nostro possesso che “il rilevamento strumentale forniva indicazioni rientranti nell’ordinaria fluttuazione del fondo naturale, sia in riferimento ad agenti chimici che a sostanze radioattive denotando assenza di pericolo immediato” ma la nostra costatazione di tanto materiale pericoloso quale l’amianto e il singolare incendio ci ha incuriositi e abbiamo deciso di approfondire la questione.
    In realtà non è stato così difficile vederci più chiaro, smanettando su Google Earth ci si è resi conto della strana evoluzione che quel podere di 2.000 metri quadri ha subito nel corso degli anni della cosiddetta crisi dei rifiuti. Infatti, le foto storiche di G.E. almeno quelle tra il 2007 e il 2008, mostrano la presenza, in quel luogo specifico, di accumuli di materiale. Certo non sembrava essere sterpaglia o alberi da frutta, il tutto però scompare nell’immagine satellitare del 2010. Abbiamo quindi verificato se quel luogo fosse stato oggetto di indagini specifiche in quegli anni bui e di sospensione del diritto, dove la spazzatura ci arrivava fin sotto il naso e, meraviglia delle meraviglie, scopriamo che il Corpo Forestale dello Stato, proprio nel 2010, aveva sequestrato proprio il fondo in questione perché, l’area, era stata adibita a discarica dallo stesso comune di San Sebastiano al Vesuvio, ed era priva di ogni autorizzazione, e di conseguenza, era in difformità con le leggi in materia di rifiuti e delle regole dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio.
    Hai capito San Sebastiano! E grazie che la crisi dei rifiuti da noi è durata poco, la spazzatura la mettevano tutta lì, in quella terra circondata da vigneti e albicocchi! I proprietari avevano dato disposizione di depositare temporaneamente in quel sito privato materiali di risulta e altri provenienti dalla pulizia del territorio cittadino e dalla potatura degli alberi. Questo, fino a una denuncia anonima che faceva intervenire i militari per constatare il reato, cogliendo, letteralmente con le mani nel sacco (o meglio, nel sacchetto!), i dipendenti comunali che assieme a una ditta del posto scaricavano i loro camion di immondizia e smuovevano il terreno.
    È lecito ora pensare che quel terreno, evidentemente in dislivello rispetto alla campagna circostante, possa essere pieno di rifiuti e che l’incendio non abbia fatto altro che esporre la punta dell’iceberg, dove quello che abbiamo visto non è altro che lo sversamento più recente. Oppure, la differenza d’altezza, è dovuta soltanto al pendio, ma comunque, la zona va bonificata e al più presto, poiché il comune è in buona parte responsabile di quello scempio.
    I dubbi restano comunque tanti, ma una cosa è certa, San Sebastiano non è diverso dagli altri paesi, ha anche lui le sue discariche e sicuramente, se qualcuno avrà la bontà e la pazienza di leggerci, non ci dica ancora una volta che, all’epoca, non si poteva fare altrimenti, e che non si poteva lasciare la spazzatura per strada, perché la scusa è vecchia!

    IL VIDEO

    CARRELLATA FOTOGRAFICA

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  19. “Il mediano”, 16 dicembre 2013, QUI

    SAN SEBASTIANO, LE DISCARICHE DELLE VIE NASCOSTE
    Da qualche mese il paese vesuviano sta cambiando faccia ma restano le criticità. Purtroppo restano alcune realtà periferiche dove il sacchetto selvaggio impera. Questo è quanto accade in Via Alveo Buongiovanni e in Via Flauti.
    di Ciro Teodonno

    Da un paio di mesi a San Sebastiano c’è una nuova ditta (la Sa.Gi. SRL.) che si occupa in buona parte dello spazzamento delle strade locali. Finalmente si incomincia ad avere la visone effettiva e materiale della pulizia del territorio, addirittura le caditoie di alcune strade sono state ripulite dai decennali accumuli di fanghiglia, insomma, un segnale positivo c’è. Purtroppo però esistono alcune zone del paese, per lo più periferiche, che languono nel più totale abbandono. Abbiamo già parlato dello stato infimo di Via Panoramica e probabilmente ci ritorneremo ma è questa la volta di una via sconosciuta ai più, via Alveo Buongiovanni, una viuzza di campagna e come tale nascosta, isolata, poco praticata e per cui, per molti passibile anche di scarico dei rifiuti.
    Chi avesse la bontà di percorrerla si renderà conto che quello che diciamo è cosa veritiera, altrimenti potrà percorrere le strade principali in auto e gratificarsi nella sua beata ignoranza e magari incrementare quei cumuli di cui spesso si nega l’esistenza. Per gli altri invece, quelli senza paraocchi, la stradina in questione è costellata di immondizia varia, frutto del lancio dei sacchetti, che rompendosi, lasciano il loro contenuto dappertutto. Inoltre, e questa è la cosa più grave, nelle rientranze dei cancelli privati, si depositano rifiuti ingombranti come mobili vecchi o elettrodomestici obsoleti, sfalci di giardino, il fai da te delle palme infette dal punteruolo rosso e l’immancabile materiale di risulta edilizio.
    Spesso, al su elencato rifiuto, viene dato fuoco, con grave danno per le persone e le case vicine. Inoltre, più di un mese fa, ci si accorgeva che qualcuno aveva scaricato dei grossi sacconi neri, pieni di calcinacci e ancora lì presenti nel nostro ultimo passaggio di ieri mattina. Sappiamo che esiste una determina (la n°037 del 21/11/2013) che prevede il recupero e lo smaltimento dei sacconi neri ma sottolineiamo che la situazione della viuzza, ben nascosta dai rovi, è più complessa di quel singolo scarico, attende una soluzione radicale.
    Abbiamo deciso solo ora di evidenziare tale fatto poiché, il paese, a fine ottobre, era sotto una specie di attacco vandalistico e ci sembrava quindi opportuno non gettare troppa benzina sul fuoco. Abbiamo anche parlato con un consigliere e col dirigente della nuova ditta che conoscono la realtà del posto. Valga quindi, questo nostro articolo, come un pro-memoria per i loro impegni futuri. Non vorremmo infatti che quei cumuli sparissero sotto i rovi. Non vorremmo che mentre la lenta burocrazia avanza, scomparissero per causa di un rogo nottetempo.
    Risalendo l’Alveo Buongiovanni, si svolta su Via Procolo Di Gennaro, un momento di pausa allo sversamento abusivo, forse per il fatto che risulta essere un luogo più aperto del precedente o per le telecamere delle vicine vasche dell’ARIN o semplicemente perché più abitato. Al termine della via rurale se ne incrocia un’altra ovvero Via Flauti; risalendola a destra, verso Viale della Pace, poco prima dell’incrocio con questa via, giusto di fronte alle nuove palazzine, elegante complesso sansebastianese, c’è una piccola discarica, cumuli di rifiuto eterogeneo sparsi su tutto l’appezzamento limitrofo alla masseria che prende il nome della via, frutto anche questi del lancio del sacchetto, futura disciplina olimpica per la quale potremmo partecipare con buona speranza di medaglia
    .

    [Al link originale sono disponibili anche una CARRELLATA FOTOGRAFICA e due VIDEO]

  20. “Il mediano”, 12 gennaio 2014, QUI

    MASSA DI SOMMA, LA VERGOGNA DELL’ALVEO MOLARO
    di Ciro Teodonno

    Esistono delle ricchezza nei nostri territori che se opportunamente valorizzate, non solo offrirebbero nuove occasioni di lavoro ma garantirebbero, a chi ci vive, stili di vita più salubri e più consoni a un paese civile.
    Il primo dell’anno ci siamo voluti regalare una pedalata sul territorio, cercando di scoprire quei luoghi che nascondono sorprese sbalordenti ma purtroppo non solo dal punto di vista storico e naturalistico. Spinti anche dal cenone di fine anno e dalla bella giornata abbiamo inforcato le nostre due ruote e ci siamo inoltrati lungo le nostre strade rurali. Gioco forza siamo passati anche per l’alveo Molaro, per vedere se le sue vestigia borboniche languivano ancora tra i rifiuti, così come le avevamo lasciate mesi fa. Inutile sottolineare la mancata sorpresa nel ritrovare l’alveo nelle stesse condizioni di sempre e come del resto nello stesso stato di tutti i lagni vesuviani che, se non sono stati pericolosamente e ipocritamente tombati o inglobati in strutture abusive, sono fogne a cielo aperto.
    Decidiamo quindi di andare oltre e con un po’ di fatica raggiungiamo un punto dove il Molaro si allarga e dove normalmente, durante la stagione calda, troviamo una muraglia quasi impenetrabile di arbusti, rovi e cannucce. Stavolta però la via è libera e sembra da poco falciata, seguiamo il letto dell’alveo in un alternarsi di cumuli di rifiuti e quando non sono accumulati sono sparpagliati tanto da costringerci a scendere dalle bici per non scivolare e non bucare le ruote; pare quasi che chi abbia ripulito quel tratto abbia facilitato il lavoro di chi scarica lì quei detriti. La nostra impressione è di sconforto, poiché il luogo è bello, perché lambisce le fertili campagne locali ma, in salita, volgendo lo sguardo verso destra riscontriamo le brutture di alcuni fabbricati, con buona probabilità abusivi, come gli scoli delle loro acque bianche e tutto quello che sversano al di là dei loro muri e delle loro cancellate.
    Proseguiamo fin quando la natura ce lo permette e dove per fortuna ferma, oltre noi, anche tutti gli altri, quelli malintenzionati, creando una barriera tra essa e l’umana follia. Ritorniamo indietro sulla nostra strada, facendo attenzione a non scivolare sui basoli umidi o sul sabbione vulcanico che la pioggia porta a valle. Man mano che scendiamo abbiamo l’immagine diretta di come la natura viene fagocitata dall’uomo, più il declivio diminuisce e più la spazzatura aumenta. Il rifiuto è dei più generici ma abbondano i copertoni, gli scarti edilizi, pezzi d’automobile ed eternit, l’immancabile e nocivo amianto.
    Facciamo una deviazione prima di uscire dal lagno e svoltiamo, in discesa e sulla destra, per una stradina che ci porta nelle campagne coltivate, verso uno di quei tanti sentieri che conducono alla Montagna, denominato della Castelluccia, per l’antico rudere, ancora presente e pericolante. Su questa strada, salendo, ci affacciamo a sinistra su una balconata su un mare di monnezza d’ogni genere; dalle tracce recenti di un camioncino e dalla “freschezza” dei rifiuti, capiamo che il luogo è una discarica molto frequentata e ci chiediamo cosa facciano le autorità locali per combattere questo scempio, dato anche il fatto che il luogo è famoso da tempo per l’uso che disgraziatamente se ne fa.
    Torniamo indietro, passiamo e salutiamo dei simpatici giocatori di bocce che tra i rifiuti lanciano le loro palle di bachelite, ormai abituati anche loro a tutto quello schifo. Imbocchiamo la strada asfaltata che altro non è che il tombamento dello stesso Molaro. Chissà quali segrete schifezza nasconderanno le sue viscere, chissà se ci andrà mai qualcuno a ripulirlo, e chissà chi sarà il prossimo a nascondersi dietro l’evento straordinario e la solita tragedia annunciata
    .

    CARRELLATA FOTOGRAFICA

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