Monnezza: la storia infinita

Una storia delle discariche vesuviane dev’essere ancora scritta. Forse questa assenza è dovuta al peso della cronaca, troppo urgente e drammatica per consentire una qualsiasi riflessione più pacata. Personalmente, però, sento l’esigenza di un’analisi storica del fenomeno; e credo che potrebbe riservare delle sorprese, come ad esempio quella sull’età del problema.
La produzione dei rifiuti e la gravosa questione del loro smaltimento è un effetto della modernità, cioè – nel caso specifico vesuviano – della violenta urbanizzazione subita dal vulcano dopo la sua ultima eruzione. Con tutta evidenza, dunque, non si tratta di un problema degli ultimi 15-20 anni, ma almeno dell’ultimo mezzo secolo.
Nei cataloghi on-line delle biblioteche e delle librerie non ho trovato testi soddisfacenti. Ci sono La casta della monnezza (di De Stefano e Iurillo, 2009), Spazzatura. La prima guida mondiale al trash (di Salza, 1994), Monnezza. Viaggio nella spazzatura campana (di della Ragione, 2006), Il ciclo vizioso dei rifiuti campani (di Gribaudi, 2008) o alcuni testi di Jeremy Rifkin, ma sono tutti troppo generali o lontani dal caso di cui mi occupo.
Sul web l’articolo più vicino alle mie esigenze è di Maurizio Fraissinet (già Presidente del Parco nazionale del Vesuvio e Vicepresidente di Federparchi) pubblicato dal Gazzettino Vesuviano, il 7 novembre 2010:

Le discariche sul Somma-Vesuvio: una lunga storia che parte da lontano
di Maurizio Fraissinet

La vicenda della, ma è meglio dire delle discariche sul Vesuvio e sul Monte Somma prima, e nel Parco nazionale del Vesuvio poi, è una storia lunga che a mio giudizio va assolutamente conosciuta per capire tante cose,ma soprattutto la superficialità e l’ignoranza con cui troppo spesso, per non dire quasi sempre, si agisce nell’approccio ai problemi ambientali e alle conoscenze del territorio. Ne parlo perché di tale vicenda mi sono interessato a lungo negli anni ’80 come militante e dirigente del WWF Campania e della Sezione WWF dei Comuni vesuviani, negli anni ’90 nel mio ruolo di consigliere regionale dei Verdi nel consiglio regionale della Campania prima e di Presidente dell’Ente Parco nazionale del Vesuvio poi, e nel corso del primo decennio del 2000 allorquando ho fornito il mio contributo tecnico (da zoologo) a confutare punto per punto le deliranti valutazioni di incidenza prodotte dal Ministero dell’Ambiente nel tentativo, che spesso è caduto nel ridicolo, di giustificare l’assenza di danni ambientali delle discariche nel territorio del Parco. Mi sento quindi in dovere di manifestare una mia testimonianza su questa triste e “sporca” storia. E’ bene però iniziare capendo come le discariche sono arrivate nel vesuviano. Si perché sul Monte Somma e sul Vesuvio fino alla metà degli anni ’90 erano presenti tre discariche regolarmente autorizzate e in piena attività. La storia di come si sono avviate tali discariche è un po’ fumosa, confusa e incerta in considerazione del fatto che origina nel dopoguerra, e in una maniera probabilmente priva di ogni forma di autorizzazione iniziale e di controllo da parte delle autorità che già allora non mostravano alcun interesse per il territorio. Le discariche del Monte Somma hanno un’origine prevalentemente rurale, nel senso che alcuni allevatori di maiali, nel dopoguerra, iniziarono a raccogliere scarti alimentari (oggi li chiameremmo “umido”) per alimentare i loro maiali. Con l’avanzare del benessere degli italiani, conseguente al boom economico del dopoguerra, aumentò a dismisura la produzione di rifiuti, questa volta non solo di tipo alimentare, ma anche, e soprattutto di materiali nuovi non riutilizzabili: plastiche, vetro, carta, imballaggi vari. Chi raccoglieva rifiuti, come mi è stato riferito, non aveva certo un’anima santa e pia (la camorra, ricordiamolo, nella prima metà del ‘900 e fino al primo dopoguerra era soprattutto rurale), intuì il business che ne poteva derivare e cominciò a mettere a disposizione le ampie “buche” in cui raccoglieva l’”umido” per ospitare quello che oggi chiamiamo il “tal quale”, ovviamente senza alcuna preoccupazione di natura ambientale, sulle sorti del percolato (e che cos’è?) e via dicendo.

[continua al commento #01]

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[Nei commenti successivi altri articoli con qualche spunto storico e con qualche analisi medica]