“Montagna ‘e ‘stu core, te voglio assaje bene”

Punta Nasone, o Ciglio, è la più caparbia delle testimonianze del grande e antico vulcano che un tempo dominava il golfo di Napoli e che una serie di forti eruzioni esplosive – alcune migliaia di anni fa – troncarono e distrussero. Quei cataclismi formarono una caldera al cui centro, come su un piedistallo, oggi si erge il Gran Cono del Vesuvio. L’imponente barriera semicircolare sul versante settentrionale di questo bacino è chiamata monte Somma e, senza apparire troppo enfatico, penso che possa essere legittimamente definito come un vero e proprio scrigno di tesori naturali e culturali.
Ogni anno, il sabato dopo Pasqua vi si tiene un pellegrinaggio chiamato “Il Sabato dei Fuochi” (ogni 3 maggio, inoltre, vi è anche un’altra festa: “Il Tre della Croce”, che quest’anno cade particolarmente vicino alla ricorrenza precedente), a cui ieri ha partecipato anche Ciro Teodonno.

Lo spirito comunicativo e narrativo di Ciro ha in serbo alcuni articoli che trasmettano il senso e il significato della famosa celebrazione. Oggi sul “Mediano” è apparso il primo contributo, relativo ad un incontro preparatorio che l’autore ha tenuto un paio di settimane fa con alcuni dei protagonisti della festa. Da parte sua vi si scorge l’emozione della scoperta, l’attenzione – che a volte è timore – a non interferire eccessivamente con i protagonisti del rito, il saper osservare partecipando, la consapevolezza del grande valore sociale delle tradizioni che in molte aree intorno allo stesso vulcano vanno scomparendo rapidamente. Nell’articolo, però, Ciro lascia che siano gli stessi protagonisti a raccontare il mito di fondazione del culto e le dinamiche del rito, riuscendo così a trasmettere a noi lettori il senso del loro orgoglio di fedeli attivi e responsabili verso una pratica tradizionale che li precede di molte generazioni, anche se sul finale passa anche una certa loro autoassoluzione a proposito dell’impatto ambientale dei festeggiamenti. Emerge, infine, anche quella particolare forma di rispetto – ben più che religiosa in senso istituzionale – nei confronti di una serie di gesti (la benedizione col vino da parte del capo-paranza) e di oggetti (la pertica “fiorita” da donare ai propri cari al ritorno in paese) che sarebbe superficiale e squalificante tacciare come magici o come sopravvivenze arcaiche: si tratta, piuttosto, di azioni dotate di senso particolarmente significative all’interno di quel contesto sociale e che, oggi come ieri, contribuiscono a tenere unita la comunità, a scandire il tempo sociale, a sottolineare e a trasmettere saperi, ruoli, orizzonti.

L’articolo (pubblicato oggi 1° maggio 2011 su “Il mediano“) inizia con il brano che segue e continua al primo commento:

Santa Maria a Castello, la tradizione continua
di Ciro Teodonno

Certo non risulta facile immaginare il Vesuvio come una montagna, anche se, la sua parte più antica, il Somma, viene spesso chiamata così, ‘a Muntagna. Forse perché ha un aspetto meno vulcanico del meglio delineato e riconoscibile Cono, per le sue verdi e umide pendici, per le sue creste irte e frastagliate. Non risulta comunque facile, interpretarlo come monte, poiché la nostra cultura ha in prevalenza trovato il suo sbocco culturale nel vicino mare e di cui ne è pervasa; questo quando l’immagine del Vulcano non viene addirittura annullata sotto una coltre che sfuma tra un colpevole oblio e un’ipocrita rassegnazione. 
La mostruosa urbanizzazione del Vesuvio ha dimostrato poi quanto invisibile potesse essere un vulcano attivo.
La lucida follia degli uomini, fa sì che si continui a non voler vedere; a negare l’esistenza del pericolo reale del Monte Vesuvio. Tanto da sostenere che al di là del Somma la lava e i gas non ci siano mai arrivati, il che forse è vero e in epoche recenti ma si forza così l’interpretazione storica con l’enfasi del luogo comune e probabilmente dell’opportunismo, omettendo il fatto che in passato, la zona settentrionale della caldera fu più volte interessata da flussi piroclastici e colate di fango, che ammazzano, come e più del temuto flusso di roccia fusa, cosa che accadde e con inusitato fragore nel 1631. 

(continua al commento #01)

PS: il titolo del post è una frase del poeta vesuviano Gino Auriemma, scolpita in una pietra lungo un sentiero del monte Somma.
PPS: i prossimi reportage sulle feste del Somma saranno archiviati tra i commenti di questo post.

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12 thoughts on ““Montagna ‘e ‘stu core, te voglio assaje bene”

  1. Continuazione dell’articolo “Santa Maria a Castello, la tradizione continua” di Ciro Teodonno:

    […]
    Al potere distruttivo della natura e talvolta anche a quello degli uomini s’è contrapposta la fede, che sincreticamente, nel tentativo atavico di esorcizzare un tragico evento naturale o il rinnovato sodalizio primaverile con la natura, ci affidata a divinità materne che possano proteggerci da ogni male. Ed è probabile che proprio in questo contesto prendano forma i riti cerimoniali delle feste del Somma di cui vorrei parlarvi e magari, se ne avrò forza e capacità, farvene la cronaca. In un bar del popolare e antico quartiere di Casamale, marcato dalla cinta muraria aragonese, a Somma Vesuviana, incontro Vincenzo Maiello, persona dai lineamenti forti e dall’ancor più forte tempra caratteriale, l’avevo conosciuto circa tre mesi prima alla presentazione di un libro ripromettendomi di intervistarlo. Sarà anche lui la mia guida per entrare nei segreti del Somma.
    Alla spicciolata entrano altre persone nel bar e salutandoci si siedono attorno a Vincenzo e a me, non sono però solo anziani come m’aspettavo ma molti i giovani, qualcuno anche con qualche lustro in meno a me. C’è molta attenzione in quel che racconta Vincenzo Maiello, c’è rispetto, ma c’è anche una composta partecipazione e simpatia nei miei confronti che vengo a conoscere la storia della loro tradizione, la qual cosa mi aiuta a superare il mio imbarazzo iniziale. Ci si dà appuntamento a dopo Pasqua, per il Sabato dei Fuochi; sono emozionato, sarò partecipe di un qualcosa che non ha mai vissuto nel mio paese d’origine e che forse non ho mai vissuto realmente in nessuna delle feste che normalmente celebriamo nel nostro calendario.
    Allo stesso tempo sono però un po’ intimorito dal fatto di poter essere di troppo, in un contesto che effettivamente non mi appartiene del tutto, a prescindere il mio amore per il Vulcano e la mia vesuvianità. Temo di essere considerato un elemento estraneo o addirittura di non capire, o di non trovare, provare quel che m’aspettavo. Ma questi sono i rischi del mestiere e io mi ci butto a capofitto. Al termine della disastrosa eruzione, quella che più di ogni altra in epoca moderna seminò morte e distruzione in tutto il territorio vesuviano; un evento di straordinaria potenza che toccò anche l’ager nolanus e lambì Napoli, e che inviò le sue ceneri fino in Turchia. In questo terribile scenario, s’innesca la leggenda e così me la racconta Vincenzo.
    Un pastore, come spesso accade, trovò, tra le rovine della Chiesa di Santa Maria a Castello, inserita in un nucleo fortificato angioino, una testa lignea di Madonna, il cui corpo era stato bruciato dalla furia dell’eruzione. La leggenda vuole che il renitente scultore, incaricato del suo restauro, assistesse al miracolo della guarigione della figlia invalida, portando quindi l’opera quanto prima a compimento, così come accadde anche per la chiesa che l’avrebbe ospitata e che oggi è sede della festa. La tradizione del Sabato dei Fuochi trova origine in una processione lungo il canalone che conduceva alla chiesa, là dove oggi c’è la strada (Via Santa Maria delle Grazie a Castello) che conduce al luogo sacro e che fu illuminata con i falò sistemati dai contadini della zona, per agevolare il percorso dei fedeli.
    La festa è così giunta ai giorni nostri mi racconta la mia guida, uomo tenace e, da come mi parla, dal passato operaio e d’attivista. La festa, all’inizio degli anni settanta: “ci accorgemmo che la tradizione, in quegli anni … aveva perduto la sua connotazione contadina, stava scemando. Chi la manteneva in piedi erano ancora quei pochi contadini … La ripresa della festa in realtà è coincisa, e questo lo dobbiamo dire perché lo rivendichiamo, con la nascita del circolo ARCI di Somma Vesuviana. Le paranze vere e proprie (Coloro che portano avanti la tradizione. Ne esistono diverse alcune storiche ed altre secondarie, costole di queste. Esiste anche una certa rivalità tra loro ndr.) che esistevano ancora a est del Monte Somma erano solo due, la Paranza dello Gnundo e quella del Tre Maggio.”
    Nel dopoguerra il simbolo della croce già c’era sul Somma ed era composta da due pali verticali e due pali orizzontali. Agli inizi degli anni ottanta però i pali marcirono, fu così che la paranza del Tre Maggio assieme a Felice D’Avino, figlio di colui che aveva costruito la croce di legno, la sostituirono con una in ferro. “Io ricordo che la base di sotto era 63 chili, fu trasportata da una sola persona, da Castello fino al Ciglio.”
    C’erano infatti dei trasportatori di mestiere, molto abili e famosi, che offrivano i loro servigi proprio sulle ripide pendici del Somma dove non sempre esistevano strade adeguate per raggiungere i vari fondi coltivati lungo la caldera. Furono questi che si impegnarono a trasportare il ferro per la croce che oggi ancora svetta sul Somma. Finita la croce si istaurò la tradizione di dire messa sia al Castello che sul Ciglio. “Si costruiva un altare di frasche di castagno e leccio, poi tra l’ottanta e l’ottantacinque si costruì una cappella” usando la sabbia vulcanica e l’acqua piovana per impastare la malta.”
    In occasione della festa:
    “Si partiva all’alba, si andava al ciglio, c’era chi si fermava a Castello e chi proseguiva al ciglio, dove aveva l’obbligo di ascoltare la messa alle dieci di mattina. Per cui c’erano i preparativi per fare quest’altare di frasche, c’è anche una pietra santa interrata e solo i capi paranza ne conoscono l’esatta posizione. Subito dopo la messa si mangiava e tra una portata e l’altra si divertivano con canti e tammorre, che erano prettamente maschili! Ogni paranza poi portava il saluto all’altra e si faceva un brindisi comune. Il pomeriggio invece lo si dedicava al fuoco, un falò, lì al ciglio. Siccome però era tutta sabbia, tutta ‘rena, si metteva un palo di cinque metri di altezza, un palo centrale di castagno e per farlo entrare nella sabbia si metteva all’estremità un ragazzino, il più giovane della paranza, facendo il movimento, col ragazzo da contrappeso, finché non si muoveva e scendeva, poi si mettevano quattro pali laterali di sostegno e poi si mettevano le frasche.
    Lucio Merone, della paranza del Sabato dei Fuochi, molto più giovane di Vincenzo Maiello, prende simbolicamente il testimone e prosegue nel racconto: “La festa c’ha vari momenti importanti, uno importantissimo è quello della benedizione ma non quella del sacerdote ma fatta dal capo paranza o da una persona carismatica della paranza, noi in particolare la impartiamo col vino, col vino rosso, in genere Aglianico, ma pure ‘o Pere ‘e Palummo va bene, il vino bianco non scende bene lassù! Poi c’è la cerimonia ufficiale, religiosa, alla cappella sul Ciglio. Il sabato dei fuochi poi non si mangia carne, come se fosse una giornata di vigilia, questo solo al Ciglio, nessuno mangia carne! Un ulteriore momento importante del Sabato dei fuochi è l’allestimento del falò, siccome è un momento devozionale alla Madonna ogni capo paranza prende una frasca di leccio e la porta vicino al Fuoco per contribuire alla costruzione del Fuoco per la sera.
    Questo fino al crepuscolo quando facciamo l’ultimo saluto alla Madonna e poi scendiamo e quando scendiamo siamo un’unica paranza, senza differenze. Si scende giù dando inizio a tutta una serie di rituali come la benedizione delle pertiche nel santuario. La pertica è un dono votivo di questo periodo primaverile e sono delle aste di legno di castagno lunghe quattro, cinque metri, addobbate con frutta fresca e secca e naturalmente con l’immagine della Madonna. Si introduce in tutti quei riti di doni votivi come il Maio, il Giglio, e hanno tutti la stessa radice antropologica e la Pertica, se vogliamo, è quella un po’ più rustica. Fatta la benedizione, acceso un altro falò fuori la chiesa, scendiamo fino al centro storico per la consegna delle Pertiche, si dona la Pertica a una persona alla quale riservarla come onorificenza che può darla a una persona amata, che può essere la madre, la fidanzata, a qualsiasi persona si vuole dare questo dono di abbondanza.
    Giunti quindi nei cortili con la Pertica poi si intona il canto ‘a figliola, un canto d’invocazione alla Madonna e che guida il pertecaro, questo è il momento culmine col quale si chiude la giornata. Si discorre infine con i presenti di tante cose ma soprattutto sulla questione mai risolta dei residui del dopo festa e che spesso connotano le celebrazioni del Tre della Croce, essendo questa la più primaverile delle feste per questioni di calendario e dunque la più frequentata. Mi si dice che sono soprattutto gli adolescenti, che spesso, anche sotto l’influsso dell’alcool, trasformano l’evento in una sorta di rave party, con disordine e grandi quantità di immondizia, che resta lì per mesi se non anni e che non ha nulla a che vedere con il rituale e la tradizione, quella che con cura i devoti portano avanti da anni, con grande sforzo nel mantenere entro i limiti del decora la festa.

  2. “Il mediano”, 3 maggio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=13416

    IL SABATO DEI FUOCHI, VIVERE LA TRADIZIONE
    La cronaca di una giornata unica, indimenticabile per chi l’ha vissuta. Non solo una festa ma uno strenuo baluardo di una tradizione che, nonostante tutto, persiste alle falde e in cima al Somma. Galleria fotografica

    di Ciro Teodonno

    Difficilmente mi sento parte di qualcosa, ma stavolta ci sono arrivato molto vicino e il merito non è solo mio. Lo devo infatti a quell’insieme di persone che prendono il nome di paranza. La mia avventura di paranzaro di stramacchio incomincia venerdì 29, quando vengo invitato dai membri della Paranza del Sabato dei Fuochi per assistere ai preparativi della festa che dà inizio alle celebrazioni in onore della Mamma Schiavona. Il contesto è goliardico ma non si lascia nulla al caso nel giorno più importante dell’anno.
    Arrivo a Casamale, antico e affascinante quartiere sommese, parcheggio l’auto e risalgo via della Giudecca, dove mi viene incontro Lucio Merone che sarà mio mentore ed affabile guida in questi due intensi giorni di festa. Entriamo in una curtina dove persone di tutte le età sono già in piena fase organizzativa. Una prima immagine m’inquieta ed è quella del montone di zaini militari, di quelli in Cordura che ormai sembra non s’usino più e che svelano lo spettro che grava su di me e la mia schiena ad ogni escursione, il peso dello zaino! Non m’arrendo però e faccio finta di niente, anche perché vedo più in là, in mezzo al cortile, decine di taniche da cinque litri, ricolme di vino rosso.
    Ecco il lato positivo delle mie avventure montane, quel meraviglioso nettare che apre i cuori e unisce i popoli, e vai! Incomincio a familiarizzare con i più espansivi del gruppo, cerco di rendermi utile, voglio essere, almeno per quei giorni, partecipe, per quanto possibile, alle loro passioni. Temo sempre di cozzare contro l’altrui suscettibilità e c’è in effetti qualcuno che, senza tante smancerie, mi fa notare la mia temporaneità in quel contesto e in una frenetica attività organizzativa tira avanti sbottando qualcosa, più pensata che detta; magari coltivando intimamente il suo sogno di futuro capo paranza. In realtà l’accoglienza è totale mi si offre un ottimo mirto e si chiacchiera in maniera giocosa.
    Gli sfottò tra i più anziani sono poi esilaranti, quanto più vetusta è l’età, tanto più è guascone lo scherno e si va avanti così, tra risate e pulizia della verdura, riempimento degli zaini e organizzazione dei carichi, io, scelgo uno zaino a caso (bugia!) e gli sistemo le bretelle, in modo da non doverlo fare l’indomani al buio, gli inserisco anche una targhetta di cartoncino con su scritto: Ciro Teodonno – Il Mediano. Chissà che fine avrà fatto quello zaino! A preparativi ultimati ci si saluta e giusto il tempo di risalire in macchina che si va a portare gli omaggi alla paranza D’Ognundo, sul Tuoro della Nuvesca, un terrazzamento panoramico, dove è stata costruita una cappella dalle linee essenziali, come la gente che incontro e con la quale rompo subito il ghiaccio col vino che mi offrono, genuino come la loro passione.
    Tre botti e mezzo di gara pirotecnica e scuorno per la fetecchia al masto fuochista! Poi nuovamente via, verso casa a dormire. Sabato 30 aprile, ore 3.00, mi sveglio all’orrido suono di una stramaledettissima sveglia, mi alzo meccanicamente, già m’ero svegliato un’ora prima per il nervosismo, mi vesto rapidamente in perfetto stile escursionistico, prendo il mio monospalla con tutto il necessaire per la giornata e parto, senza passare per il bagno, ahi! Come farò lassù, maledetta regolarità! Entro in macchina senza manco guardare il cielo, ancora tenebroso ma quando entro dentro m’accorgo che il parabrezza incomincia a riempirsi di goccioline, e due! Pure la pioggia, si mette proprio bene!
    Arrivo quasi puntuale all’appuntamento, grazie a una 268 praticamente deserta. Lucio Merone s’affaccia dal bagno di casa con una faccia da Babbo Natale di schiuma da barba e mi dice d’attendere qualche minuto. Partiamo e raggiungiamo Casamale dove con una staffetta di auto raggiungiamo Castiello, qui ci sono altre persone ad attenderci, ora si passa ai fuoristrada per raggiungere la Traversa, il nostro punto di partenza per l’ascensione vera e propria. L’auto, una vecchia FIAT Campagnola 4×4, puntellata di ruggine tanto da renderla trasparente stenta a partire, entriamo tutti dentro, stipati uno addosso all’altro ma alla prima salita la carriola si riferma, non c’è più gas!
    Ora si passa a una breve parentesi animistica, dove l’anziano autista nonché provetto cuoco, Pasquale De Simone ‘O Ciccolillo, inveirà con le più fantasmagoriche bestemmie verso il malconcio arnese. Caccia fuori una tanichetta di benzina e gliela versa nel serbatoio, con incoraggiamenti da bordello di città portuale, si rimonta, non parte! Tutti giù a spingere, la batteria è moribonda. E vai! Meglio del bob olimpionico ma stavolta son fregato, la più giovane età ed esperienza dei miei compagni di viaggio mi relegherà in ultima posizione, vicino a una portiera che definirla tale è un eufemismo, si aprirà ben tre volte prima della Traversa ma all’arrivo abbiamo dovuto aprirla a calci e ovviamente a bestemmie per uscirne fuori.
    Ora all’ancor flebile luce del giorno, sono circa le sei, mi tocca prendere lo zaino che la sorte m’ha assegnato, quello del pane! Poteva andarmi peggio, c’era quello delle cozze, inumanamente pesante e alquanto puzzolente, chissà a chi è toccato? Siamo tutti pronti, c’è anche qualche ragazzino e delle donne, come apertura alla modernità e alla scarsità di danzatori. In fila indiana si parte lungo il sentiero, che zigzagando sale verso i 1.131 metri del Somma. La pioggia non ha mai smesso di farci compagnia ma per fortuna al momento non è incessante. La mia militanza nel CAI e un’innata brachicardia mi permettono di far bella figura con i presenti, che, nonostante carico e stazza, mi vedono montare di buona lena e fiatone accettabile, lungo le ripide e scivolose pendici sommane.
    Al fine, in molto meno di un’ora giungiamo al cospetto della Mamma Schiavona, che ci accoglie nella sua esigua ma accogliente cappella del Ciglio. È questo il momento più commovente, quando un po’ tutti s’abbandonano ad una fede sincera, tutti, in buona parte uomini, s’inginocchiano, baciano, pregano intimamente quella mamma universale dai semplici lineamenti, quasi naif, ma dai significati ben più intimi di una normale esteriorità, è probabilmente la ragion d’essere di un sentimento comune, che al di là di ogni raziocinio unisce e lo fa anche con me che son miscredente.
    Tempo di riprendersi dall’emozione e dallo sforzo che ci si industria subito per accendere un fuoco che sarà provvidenziale per il resto della fredda e umida giornata.
    Scaricate e sistemate le vettovaglie si dà sfogo a una grande tammoriata che mitiga il freddo e rimbomba nella baracca della Paranza e ci emoziona e rallegra allo stesso tempo. Verso le dieci si fa “colazione” con uova sode e alici fritte, accompagnate da un sincero vino rosso che mitigherà lo sconforto dell’umidità di una pioggia continua che ci accompagnerà fino a tarda sera. Nonostante il tempaccio, ci raggiunge padre Costanzo il simpatico e taciturno parroco di Casamale, che benedirà la tavola e celebrerà la messa in un atmosfera che dire magica è poco, e se ve lo dico io potete crederci! Ci sarà anche spazio per la cerimonia “pagana”, come dirà il grande Lucio Merone, dove, dalla croce di ferro i rappresentanti più carismatici della Paranza benediranno con una preghiera laica e con l’immancabile vino i presenti.
    Le pietanze, come da tradizione, tutte a base di pesce e ben cucinate, saranno alternate da fronne ‘e limone e tammorriate, gratificate dalle visite dell’altra paranza presente, quella “bassa” e intercalate dai potenti botti. Il momento più bello è stato quello scandito da Zi’Pascale ‘O Fruttaiuolo, ultraottantenne giovanissimo ma dallo scrigno inesauribile di antichi canti e dall’arguzia infinita, vero e proprio mattatore. Il fumo del fuoco ristoratore, la pioggia e il freddo impongono, verso le sette, di ridiscendere alla Traversa, stavolta carichi dei residui della festa e dove c’aspettava lo solita Campagnola sgangherata che, ovviamente, neanche stavolta partiva e allora via tutti a spingere ma ora nel fango!
    Adesso però non mi faccio fregare e con balzo felino guadagno la posizione più interna, pestando non so quanti piedi. Se la salita dello stradello era stata un’avventura, la sua discesa lo è stata ancor di più. La fanghiglia faceva barcollare e slittare il fuoristrada d’antan e il cacarsi sotto dalla paura non corrispose del tutto alle sue eufemistiche ragioni, ma al fin giungemmo al santuario di Castiello, da puzzare da far paura e non solo di fumo. Sempre sotto la pioggia battente e dopo aver salutato quei compagni di quell’intensa giornata ho guadagnato un ricco passaggio fino a Somma, dove avevo lasciato la mia macchina.
    Loro, quelli d’o Ciglio hanno proseguito, malgrado il cattivo tempo, col rito delle Pertiche, con il loro significato ancestrale, con la speranza nel cuore e con la consapevolezza di appartenere a qualcuno, a qualcosa che è di per sé essenza di sé stessa. W la Mamma Schiavona!

    IL VIDEO
    LE FOTO
    Altra galleria fotografica, ancora più suggestiva: QUI

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    COMMENTI

    Autore: Franco Ausiello | Data: 03/05/2011 | Ora: 11.05.55
    Meraviglioso!
    Sig. Teodonno, trovo questo reportage semplicemente meraviglioso. Grazie a lei e a quelle stupende persone che sanno portare avanti la tradizione di qusto affascinante paese che è Somma Vesuviana.
    Mi conforta molto vedere che le paranze sono frequentate da molti giovani. Un bel segnale per la tradizione, che continuerà.

  3. “Il mediano”, 30 maggio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=13709

    LETTERA APERTA INDIRIZZATA AGLI ORGANIZZATORI DELLA FESTA “SABATO DEI FUOCHI 2011”
    Luigi Bifulco (neAnastasis)
    Le foto che trovate di seguito sono una spiacevole testimonianza di poca cura verso la montagna di Somma. L’autore si augura che quei rifiuti non siano stati raccolti a causa di qualche imprevisto.

    Il Sabato dei Fuochi è una festa che la popolazione dei comuni vesuviani dedica alla sua montagna (Monte Somma) dove sorge il piccolo santuario dedicato alla Madonna di Castello.
    Alla festa prendono parte le antiche “paranze” e gruppi folkloristici che si esibiscono in suggestivi balli e canti. I festeggiamenti hanno inizio il sabato in Albis e terminano la notte del 3 maggio con il cielo meravigliosamente illuminato sulla montagna dai fuochi d’artificio.
    Anche quest’anno la cerimonia ha visto la partecipazione corale di molti cittadini organizzati in gruppi probabilmente collegati tra loro. Gruppi di cittadini bene organizzati si deve presumere vista l’efficienza dimostrata nel rito dei fuochi sul monte.
    Le tradizioni popolari e il folklore sono una risorsa importante, culturale ed anche economica di ogni popolo. Manifestazioni che valorizzano il territorio locale, sono utili per comprendere il presente partendo dal passato, per conoscere le proprie radici nella vita, nei riti, nella letteratura e nelle feste dell’anno. Sono conoscenze ed un sapere indispensabile per scoprire chi siamo e per farci conoscere (dal turismo culturale), indispensabili per confrontarci con gli altri in uno scambio produttivo e paritario.
    Ma sono anche lo specchio della nostra cultura profonda, del nostro modo di essere ben oltre i condizionamenti delle sovrastrutture culturali rappresentate dai movimenti più elitari o “moderni”
    Che dire allora delle immagini scattate sabato 28 maggio 2011 nel punto in cui si raccolgono la gran parte delle “paranze” che salgono sul monte Somma per l’occasione?
    Un cumulo vergognoso di rifiuti posto dinanzi alla piccola cappella dedicata alla madonna.
    I segni inequivocabili della loro provenienza sono testimoniati dalla presenza di scatole di fuochi d’artificio e dalla omogeneità dei sacchi portati in montagna per raccogliere i rifiuti e …….lasciarli sul monte!
    Eppure un cartello posto sulla struttura costruita sul monte ricordava a tutti “MANTIENI PULITO L’AMBIENTE”
    Gli organizzatori hanno, forse, supposto che i servizi di igiene urbana facessero la raccolta anche in montagna? o, forse, hanno sperato che un miracolo facesse trasformare i rifiuti in fiori per la madonna, e perciò li hanno lasciati proprio di fronte alla cappella?
    Siamo dunque davvero intrisi di una cultura incivile e irrispettosa per l’ambiente?
    Le immagino che trovate nella galleria fotografica sembrano confermarlo.
    Io voglio augurarmi che per qualche imprevisto motivo non sia stato possibile riportare indietro i rifiuti prodotti per la festa e che i responsabili sappiano ritrovare in uno scatto di orgoglio l’umiltà per tornare in montagna a rimuovere quella vergogna per restituire al popolo vesuviano dignità e onore già troppo mortificato dalle vicende connesse alla raccolta dei rifiuti di questi ultimi anni.

    GALLERIA FOTOGRAFICA

  4. Gli incendi sono la piaga estiva delle più belle aree boschive nazionali. Non risparmiano niente, nemmeno i parchi come il Vesuvio, che quest’anno è stato letteralmente flagellato (pochi giorni fa un rogo ha pericolosamente lambito la discarica di Terzigno: qui). L’abbandono del territorio e la mancanza di manutenzione favoriscono le fiamme, ma chi può credere davvero alla storiella dell’autocombustione? In realtà gli incendi sono quasi sempre dolosi e, pertanto, sono un gesto criminale, che andrebbe perseguito seriamente e condannato con la prigione per chi se ne macchia.
    Oggi ha preso fuoco anche il Monte Somma. Ne parla Ciro Teodonno:

    “Il mediano”, 31 agosto 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=14574

    IL MONTE SOMMA IN FIAMME, UN’ESTATE NERA!
    Dopo Torre del Greco, Ercolano e Somma Vesuviana è la volta di Massa di Somma dove, nel primo pomeriggio, sono divampate le fiamme che ancora bruciano i boschi del Cratere.

    di Ciro Teodonno

    Ci risiamo! Dopo la spazzatura, il fuoco! Un binomio inscindibile di questi tempi sotto il Vulcano. Si sperava che i roghi fossero limitati al nucleo urbano e all’esasperazione (non giustificabile per senso civico e conseguenze) dei cittadini. Ma purtroppo, nonostante l’ottimismo del Presidente dell’Ente Parco, gli incendi si sono ripetuti, con cadenza quasi quotidiana e ormai interessano anche le pendici del Somma, ricco di una folta e preziosa vegetazione. La zona interessata è la cosiddetta Catelluccia, nel comune di Massa ma le fiamme si sono spostate, favorite dal vento, verso l’alveo Molaro, fino a lambire i confini di Pollena Trocchia. Pronto l’intervento del Corpo Forestale con unità antincendio ed elicotteri.
    La Castelluccia è uno splendido crinale boscoso che s’affaccia a nord verso i conetti del Carcavone e a sud verso la colata lavica del ’44 ed è percorso da una strada, a tratti panoramica, che va poi ad inerpicarsi sul Monte Somma e a confluire nel sentiero numero tre del Parco, meglio conosciuto come quello delle Baracche. Purtroppo, negli ultimi anni, il sentiero è andato via via chiudendosi, inglobato dalla boscaglia e ostruito dalle frane. La mancanza di una manutenzione, di questo come di tutti gli altri sentieri vesuviani, ha fatto sì che l’irreparabile accadesse e che le fiamme si sprigionassero in un contesto a loro favorevole, ricco di sterpaglie e foglie secche; pioggia scarsa e vento hanno fatto il resto.
    In passato il luogo era molto frequentato ed era una delle vie principali d’accesso al Vulcano dal lato di Massa di Somma. Escursionisti e fungaroli risalivano il pendio per raggiungere, soprattutto in autunno, le umide pendici del Somma e raccogliere il meglio che la montagna potesse dare in quella stagione. Non è detto quindi che qualche nostalgico micologo non abbia dato una mano al Parco, ormai in perenne ristrettezza economica, a ripulire il percorso; stavolta facendosela prendere la mano e innescando l’ennesimo sfacelo, in un territorio in balia di tutto e di tutti, tranne dei diretti interessati
    .

    • AGGIORNAMENTO:

      “Il mediano”, 3 settembre 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=14594

      E IL SOMMA BRUCIA ANCORA!
      Non sono bastati due giorni per spegnere grande incendio e il Somma ricomincia a bruciare.
      Riprende il volo dei Canadair che tentano di arginare le fiamme

      di Ciro Teodonno

      Sembravano estinto il fuoco sulla Castelluccia, nel comune di Massa di Somma. Quello che mercoledì avevano ridotto praticamente in cenere tutta la zona a monte del crinale ma, come ormai d’abitudine, ieri, nel primo pomeriggio, sono nuovamente divampate le fiamme, ora nel suo versante più meridionale. Immediato l’intervento dei mezzi del Corpo Forestale di Stato della sede di Ottaviano, ai quali si sono aggiunti gli uomini della Protezione Civile di Massa di Somma, Pollena Trocchia e Somma Vesuviana. Inspiegabile l’assenza dei volontari sansebastianesi, visto l’avvicinarsi del fuoco ai confini comunali. Le fiamme hanno infatti lambito alcune case coloniche in Via Panoramica Fellapane.
      L’incendio, purtroppo, non è stato ancora domato del tutto e almeno tre focolai resistono ancora all’azione degli uomini e dei mezzi intervenuti, che devono arrendersi al sopraggiungere della notte. Non sono infatti bastati i 25 carichi da 50.000 litri d’acqua, versati dal Canadair per estinguere il fuoco alimentato dal secco sottobosco del Somma. Un ulteriore difficoltà si aggiunge poi all’opera di spegnimento ed è la natura del territorio, un irto crinale, difficilmente raggiungibile con i normali mezzi a disposizione. Intanto la vita a valle scorre tranquilla e incurante di ciò che avviene mentre gli antichi castagni e il prezioso habitat del bosco sommano vanno in fumo. Rimangono ora in pericolo le importanti coltivazioni, in prevalenza vigneti di Catalanesca, presenti nelle immediate vicinanze dell’incendio.
      C’è da chiedersi dunque, dopo gli anni dell’ottimismo, se sia opportuno, più che basarsi sul fatto compiuto, puntare tutto sulla prevenzione, affidandosi anche ai volontari, per attuare dei servizi di avvistamento antincendio e di vigilanza dei sentieri; seguendo l’esempio della Riserva di Stato del cratere degli Astroni dove, con l’instaurazione di servizi di vigilanza, hanno ridotto gli ormai evidenti atti dolosi
      .

      • AGGIORNAMENTO:

        “Il mediano”, 12 settembre 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=14678

        SOTTO LA CENERE DEL SOMMA
        Continuiamo a trattare l’argomento degli incendi boschivi, già accantonato come l’ultimo dei fenomeni stagionali, con la speranza che fumo e fiamme non diventino routine anche a monte di Partenope.
        Fotogallery

        di Ciro Teodonno

        Il 2011 è stato dichiarato anno internazionale delle foreste e manco a farlo apposta, proprio in quest’occasione, i preziosi boschi del Somma vanno a farsi letteralmente friggere e come ormai non accadeva da anni.
        L’accerchiamento del fuoco è iniziato, come d’abitudine in quel di Torre del Greco, che chissà per quale strano caso del destino, è uno dei pochi comuni che prevede un indennizzo per i “volontari” che intervengono nell’opera di spegnimento. Le fiamme poi hanno, via-via, toccato Ercolano, Somma, Terzigno e lambito i comuni di Pollena e San Sebastiano. Qual è stato il risultato? La progressiva distruzione del prezioso habitat vesuviano; castagni, lecci, pini, ma in alcuni casi anche alberi da frutta e vigneti, quelli che hanno reso famosa la zona. Il caso più eclatante è stato quello che per quattro giorni ha visto bruciare i boschi lungo il sentiero cosiddetto della Castelluccia e che ha colpito duramente anche il prezioso bosco del Molaro, di proprietà dell’Ente Parco.
        Siamo saliti, una settimana dopo l’evento, per renderci conto della situazione e abbiamo notato che l’andamento dell’incendio, pur allargandosi in più punti e proveniente dal versante dell’alveo Molaro, a settentrione della Caldera, segue stranamente il percorso del sentiero della Castelluccia, che come abbiamo già in passato accennato era un utile passaggio per raggiungere il Somma. Chi pensa al male fa peccato, diceva qualcuno ma è anche risaputo che spesso c’azzecca. E lungi dall’essere presuntuosi, riteniamo, in assenza dei dati definitivi delle indagini del Corpo Forestale dello Stato, che l’idea che qualcuno abbia appiccato l’incendio o l’abbia, per così dire, alimentato a suo piacimento, non sia del tutto peregrina.
        Sta di fatto che, il sentiero, fino a quel momento impraticabile, è adesso in buona parte percorribile. Purtroppo per loro (si fa per dire!), le fiamme hanno risparmiato sterpi, rovi e cannucce che ostruiscono ancora la sua parte più alta, quindi stiamo ancora attenti, perché non si può mai sapere! Inoltre tutte le palizzate che fungevano da parapetto sul punto più alto e panoramico del sentiero, così come le altre opere di contenimento dei vari dislivelli sono andate carbonizzate, con grave pericolo per la stabilità dei costoni.
        Tutto ciò non ostacolerà però, anzi agevolerà, chi come d’abitudine percorre quei luoghi a cavallo, va per funghi, va a caccia di frodo o cattura cardellini, lucrando spesso su tali attività e tutti coloro che vedono ancora la campagna circostante come luogo di discarica e feudo personale
        .

  5. AGGIORNAMENTO:

    Ieri sera (di sera) è scoppiato un altro vasto incendio nel PNV, tra Ercolano e Torre del Greco, in una zona già interessata da roghi poche settimane fa. Oltre ad essere un gravissimo atto di violenza all’ambiente, queste fiamme, in particolare, sembrano anche un messaggio di sfida alle istituzioni: il luogo in cui sono state appiccate è l’imbocco della strada d’accesso all’area protetta propriamente detta. In certe zone nulla accade per caso, men che meno gli incendi.
    La notizia è in home-page su “La Repubblica” (18 settembre 2011): http://napoli.repubblica.it/cronaca/2011/09/18/news/rogo_sul_vesuvio_fra_torre_e_ercolano-21836863/?ref=HREC2-2

    Rogo sul Vesuvio fra Torre e Ercolano
    Tornano le fiamme nel parco nazionale del Vesuvio. Un incendio di vaste proporzioni è in corso tra Torre del Greco ed Ercolano, nel Napoletano, nella zona dello cosiddetta Siesta, non distante dall’imbocco della strada che conduce fino all’ingresso del gran cono del vulcano.
    Sul posto sta operando un elicottero dell’antincendio boschivo regionale oltre a squadre di terra dell’Aib, della Forestale e volontari. Le fiamme sono divampate nella serata di ieri e nel corso della notte hanno bruciato in un’area già interessata tra agosto e gli inizi di settembre da altri roghi.
    Le operazioni di spegnimento, cominciate già ieri e poi interrotte a causa del buio, sono riprese questa mattina attorno alle 6.30
    .

  6. “Il Mediano”, 18 agosto 2012, http://www.ilmediano.it/apz/vs_art.aspx?id=2284

    CRONACHE DALLA TERRA CHE ARDE
    Alcune riflessioni sugli ormai consueti incendi del Vesuviano, una terra che brucia ma non per sua natura.
    di Ciro Teodonno

    A volte le cose passano, gli eventi si susseguono e prontamente questi sono accantonati dalla nostra mente e dalle nostre abitudini in quello sgabuzzino delle cose perse che è la nostra memoria. Ma c’è talvolta qualcosa che resta, quel qualcosa che lascia uno strascico, un pensiero che non ti quadra, al quale non riesci a dare una spiegazione plausibile, si arrotola, s’attorciglia perché ti rode dentro, non ti fa dormire finché non cerchi di fartene una ragione, che non può essere che quella di capire perché certe cose accadono.
    Anche quest’estate, come quella scorsa, il Vesuvio è interessato da numerosi incendi che coronano senza soluzione di continuità il periodo funesto della nostra Montagna. Mentre però, a fine agosto, un incendio, nostro malgrado, ci può anche stare, questo non trova plausibile spiegazione tra marzo e aprile, appena sciolta l’abbondante neve di quest’anno.
    L’arte di pensare a male è una delle più affinate nel nostro paese, e a dire il vero questa è supportata dalla notevole percentuale di successi, ottenuti nel vedere e scovare il diavolo ovunque lo si cerchi; sta di fatto che non appena s’è parlato di soldi all’ombra del Vesuvio s’è acceso il fuoco, e purtroppo, come possiamo vedere, non solo metaforicamente. I soldi ai quali facciamo riferimento sono quelli dei PIRAP e quelli delle bonifiche delle aree contaminate del vesuviano, milioni di euro destinati, in particolar modo per i PIRAP, alle aree protette campane, che guarda caso, sono state e continuano ad essere, le zone più interessate dagli incendi.
    Ma cosa sono questi benedetti PIRAP? L’oscuro acronimo nasconde i Progetti Integrati Rurali per le Aree Protette, che altro non sono, nel caso specifico del Parco Nazionale del Vesuvio, un ammontare di 10.662.000,00 euro dell’Unione Europea, destinati alla riqualificazione “infrastrutturale” dell’area protetta.
    Quando arrivano i soldi tutti acuiscono l’ingegno e si scoprono pure ecologisti, come alcuni politici locali, che anticipano le loro campagne elettorali con promesse legate ai soldi di questi ormai famosi PIRAP, promettendo l’impossibile, ovvero di dirottate parte delle somme già stanziate per i singoli progetti, verso altre situazioni non rientranti nella progettazione.
    Torniamo però al nostro Vesuvio e il suo disastrato Parco; così come è accaduto lo scorso inverno, anche nel febbraio del 2008, le pendici più umide del Vulcano, nel periodo più freddo dell’anno incominciarono a bruciare. Allora ci fu chi sostenne che il fuoco fu casuale, ma c’era anche chi sosteneva che l’avvento del nuovo presidente avrebbe potuto sbloccare alcune situazioni pendenti in ambito lavorativo. Quale migliore occasione quindi per segnalare, e in maniera eclatante, la problematica?
    Oggi invece, corre voce sul web che qualcuno ambisca ai nuovi fondi per rientrare nel calderone e tirare avanti, finché la barca va.
    In effetti la rete sentieristica vesuviana avrebbe un gran bisogno di opere di manutenzione ordinaria e straordinaria, non avendo da anni chi se ne occupa, ma di questo passo si rischierà di non avere più nulla da salvaguardare.
    In effetti il nostro Parco dà spesso l’idea di essere un qualcosa che esiste solo sulla carta, così come il suo piano antincendio, cumuli di testi in brossura e cd rom, utili solo a impolverarsi negli scaffali del Parco o di qualche addetto ai lavori, perché allo stato attuale non esiste nessuno, neanche un volontario che faccia opera di servizio antincendio, di avvistamento, per non parlare di prevenzione, questa sconosciuta! E dire che ce ne sarebbero tanti disposti a farlo, siamo pur sempre un paese che si regge sulle spalle dei volontari, e allora? Perché non reclutare qualcuno di realmente motivato a farlo? O si sta alzando la posta per ottenere dallo stato qualcosa di più lauto, magari approfittando del vecchio trucco dell’emergenza?
    Sugli incendi del Vesuvio dell’inverno passato c’era però chi la pensava diversamente, da come scriveva “il Mattino” negli scorsi mesi, ritenendo i roghi frutto dell’azione dolosa della malavita organizzata, per annullare così ogni traccia delle discariche abusive. Ma c’è da dire che a tal riguardo, vista la zona degli incendi, situata in alto e in zone alquanto impervie per scaricarvi grosse quantità di rifiuti, almeno in questo caso, escluderemmo lo smaltimento illegale di questi come causa principale dei roghi vesuviani.
    Sui fuochi vesuviani, voci vicine a Legambiente, sostengono che le azioni incendiarie possono avere una duplice (se non coincidente!) matrice, una è quella di chi mal sopporta i vincoli del Parco e per questo cerca di farvi quel che vuole, mal tollerando la presenza delle forze dell’ordine che ne limitano il feudale utilizzo. Questi sono per esempio i motociclisti, che nel versante di Ottaviano abbondano, con le loro moto da cross e le loro moto trial, con le quali addirittura riescono a raggiungere i Cognoli. Ma allo stesso tempo, aggiunge la voce ambientalista, sono imputabili anche i cacciatori che si ostinano a cacciare nell’area protetta, magari pure con la presunzione di proteggere l’ambiente.
    Non esclude a priori la possibilità che i lavori di antincendio e di rimboschimento possano allettare quegli stagionali che altrimenti starebbero a casa in caso di assenza di incendi boschivi.
    Mentre il Corpo Forestale dello Stato pur ammettendo il dolo di buona parte degli incendi non può darne quasi mai una paternità certa, la nostra è sempre più la terra dei fuochi, quelli che di notte illuminano le nostre campagne e che di giorno ci accolgono non appena la sagoma del Vesuvio si delinea all’orizzonte
    .

    – – –

    COMMENTI

    Pubblicato da: Pasquale Industria | 19/08/2012 | 23.49.49
    Come concordo!!!
    Ma sarebbe veramente interessante se ci fossero VERI volontari a fare qualcosa, perchè se anche si accenna a parlare di “rimborsi spesa”, allora la musica cambia.
    Pasquale Industria Movimentocinquestelle Sant’Anastasia

    Pubblicato da: Ciro Teodonno | 20/08/2012 | 13.45.01
    In effetti sì, la parola volontariato nasconde talvolta retroscena inusitati. Spesso darsi al volontariato significa dare anima e corpo per una causa ma altrettanto spesso è l’anticamera di un’ascesa politica, la sosta temporanea per il succesivo passaggio di ruolo in quell’ascesa sociale che necessita comprovare o per lo meno vidimare un presunto impegno sociale. E allora va bene tutto: Croce Rossa, Protezione Civile, UNITALSI etc. l’importante è esserci o far finta di esserci, come nei forum dei giovani dei nostri comuni ad esempio e via dicendo, in pratica la gavetta necessaria per entrare nella politica vera dei palazzi. L’importante non sarà fare qualcosa ma farne parte.
    Ben altra cosa è l’oscuro lavoro di volontario che rimane tale malgrado tutto e tutti, spesso rimettendoci anche di tasca propria
    .

  7. “Il Mediano”, 25 marzo 2013, http://www.ilmediano.it/apz/vs_art.aspx?id=4946

    SOMMA VESUVIANA, LE PARANZE PROPONGONO UN PIANO ECOLOGICO PER LE FESTE DI CASTELLO
    I giovani attivisti e componenti di antiche paranze locali si impegnano a tutelare la montagna dall’inciviltà umana. L’assessore Angri: “Iniziativa lodevole, massima disponibilità a collaborare”
    di Carmela D’Avino

    Mancano pochi giorni all’inizio della festa in onore della Madonna di Castello ed è già fermento per gli ultimi preparativi tra le diverse paranze, antichi gruppi musicali e veri e propri custodi della tradizione religiosa e laica della festa. Vino, cibi della tradizione e strumenti musicali della cultura popolare, una tra tutte la tammorra: tutto è pronto per la prima tappa, per il sabato dei fuochi, primo sabato dopo la Pasqua, quando, alle prime luci dell’alba, inizia l’ascesa verso il punto più alto della montagna di Somma, ovvero incopp ‘o ciglio, là dove, in una piccolissima cappella, ad attendere le paranze c’è Mamma Schiavona, protettrice della Montagna e della città.
    Unitamente al piacere di ballare, cantare, condividere il buon vino e le pietanze nostrane, forte e profonda è nelle paranze la devozione verso la Madonna, o meglio verso quella mamma dall’aspetto pacchiano e contadino, dal sorriso rassicurante e materno, a cui soprattutto gli anziani chiedono ogni anno la forza di poter risalire quel monte tanto amato. Devozione per la Madonna ma anche amore per la bella e rigogliosa montagna di Somma che, con i suoi dolci declivi e i suoi suggestivi anfratti, continua a sedurre anche i cuori di tantissimi giovani. Nelle antiche paranze, spesso arroccate e chiuse nei loro confini, da qualche anno sta avvenendo un interessante ricambio generazionale che, restando fedele alla tradizione, ha il merito di aver favorito il dialogo tra i diversi gruppi e l’apertura degli stessi al territorio.
    Gradualmente, le paranze stanno perdendo infatti il loro carattere esclusivamente montano e musicale per assumere quello più ampio di gruppo sociale, di luogo di incontro e di confronto, di opportunità di impegno e di cittadinanza attiva. I giovani si sentono attratti dai ritmi e dai riti religiosi della loro terra e, nel contempo, sempre più spiccato diventa in loro il senso di appartenenza e di tutela della bella montagna sommese. ‘A muntagn e ‘ stu core è un bene prezioso che va tutelato e preservato dalla mano della criminalità e dell’inciviltà: è questo l’obiettivo comune di tutte le storiche paranze locali che, quest’anno, sono pronte a unirsi contro chi sporca la montagna durante le feste. Da qui la proposta, a firma di tutte le paranze, per un piano di gestione ecologica delle Feste della Montagna 2013, piano che è stato presentato all’ufficio ecologia di Palazzo Torino.
    In pratica le Paranze ”si impegnano – si legge nel documento indirizzato all’assessore all’ecologia Lello Angri – a raccogliere tutti i rifiuti prodotti durante le feste di Castello in sacchi differenziati e di trasportarli in serata in località traversa, per lasciarli in stoccaggio provvisorio in sito adeguatamente delimitato e segnalato. Il giorno successivo ad ogni festa (7 aprile, 2 maggio, 4 maggio), i suddetti sacchi saranno trasportati da addetti delle Paranze, in località Castello, presso i siti usuali di raccolta rifiuti, in modo da consentirne il ritiro da parte dei mezzi comunali, agendo in sinergia temporale con l’amministrazione”. Inoltre, le Paranze, sempre in sinergia con l’amministrazione comunale e con le realtà associative del territorio, promuovono per il 12 maggio una giornata ecologica di raccolta rifiuti a partire da località Castello fino a Punta Nasone (Ciglio), seguendo le abituali vie di percorrenza e le zone limitrofe”.
    La proposta è stata accolta con particolare entusiasmo dall’assessore Angri che si è detto “disponibile a mettere a disposizione delle paranze risorse umane e mezzi necessari per la bella iniziativa. Anzi, organizzerò in questi giorni un incontro con le paranze in sala giunta per un ulteriore confronto e per concordare meglio tutti i dettagli dell’interessante proposta
    .

  8. Pingback: Mettici la mano tua | Paesaggi vulcanici

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