Sentieri e memoria

L’anno scorso, per alcuni mesi, Ciro Teodonno ha proposto ai suoi lettori de “Il mediano” un reportage a puntate sui sentieri del Parco Nazionale di cui fa parte il paese di SSV. L’iniziativa è stata molto apprezzata, sia per la qualità del racconto (non solo naturalistico, ma anche antropico e, per certi versi, personale), sia perché invoglia ad un tipo di fruizione dell’area protetta la cui comunicazione è, invece, usualmente ostica e lacunosa. Io stesso ho sempre grandi difficoltà a recuperare informazioni sulla sentieristica vesuviana e sui permessi, gli orari, gli ostacoli e così via (website scadente, innumerevoli telefonate agli addetti, uffici chiusi di domenica…).
Tra i commenti a questo post raccolgo tutti gli articoli (e i relativi commenti dei lettori) sugli 11 sentieri (più o meno percorribili), cominciando dallo scritto introduttivo che copio qui di seguito (grassetti miei).

“Il mediano”, 12 aprile 2010 (qui)
PASSEGGIATE VESUVIANE
Ciro Teodonno
“Passeggiate Vesuviane” è una nuova rubrica del nostro giornale, ma anche una provocazione. Saranno presentati degli itinerari utili a conoscere meglio il Parco Nazionale; un atto d’amore in barba alle deroghe delle leggi che intendono ridurlo a discarica.

È consolidata abitudine quella di vantarsi delle proprie bellezze artistiche e paesaggistiche, si fa sfoggio, specie qui da noi, del più retrivo sciovinismo, in special modo, quando qualcuno osa mettere in dubbio l’unicità del nostro territorio.
Talvolta ci si veste anche dei millantati panni di esperto del genius loci, ma andando in fondo, sotto sotto, affiora, alla luce del deleterio ed evidente prodotto del nostro disamore, che queste non son altro che il frutto di una posa, una presa di posizione, che tende a nascondere la nostra ignoranza e la nostra inerzia.
È difficile trovare altrove una simile quantità di luoghi comuni e di false promesse d’amore, come nel caso del Vesuvio e del suo parco nazionale, decantato quale vulcano per eccellenza e poi ridotto a discarica a cielo aperto e non solo adesso che le deroghe alla legge lo sanciscono.
Siccome siamo convinti che amore sia anche e soprattutto conoscenza, abbiamo deciso di presentare con questo speciale una serie itinerari che rendano al meglio la reale immagine del fintamente temuto Sterminator Vesevo.
Lo scopo della serie di articoli che seguiranno, non sarà però quello esplicito di denunciare i mali del Vesuvio che, ahinoi sono tanti (altrove abbiamo già trattato e sembra che purtroppo seguiremo a trattare questi tristi argomenti)! Ma sarà quello, forse presuntuoso ma ben determinato, di stimolare la fruizione del nostro più grande patrimonio naturale. Dare spunti, indicazioni, avvertimenti e tutto il necessario bagaglio informativo per fare una piacevole e consapevole passeggiata o escursione a pochi passi da casa. E, allo stesso tempo, tutelarne l’esistenza con la presenza attiva, civile e consapevole del proprio territorio.
Sarà una relazione-guida in “presa diretta” perché avrà il valore di un taccuino di viaggio, con la pretesa, appunto, di avvicinare il più possibile le persone alla natura vesuviana.
Per lo meno ci metteremo tutta la nostra buona volontà e passione, che spesso, come si sa, è assai contagiosa.
Vogliamo andare in ordine progressivo, come ci illustra la bella mappa che, da neanche un anno, ha fatto pubblicare l’Ente Parco e che finalmente rende onore alla montagna, con la sua legenda turistica ma anche con le sue curve di livello che la rendono gradita ai più esigenti escursionisti.
I sentieri ufficiali sono al momento 11, ma non tutti di facile accesso e percorribilità, e anche per questo tenteremo di volta in volta di analizzarli e di guidarvi nella scelta del percorso migliore o del suo stato di percorribilità.
A seguire gli undici sentieri ufficiali che tratteremo nella nostra piccola guida:

n°1 – La Valle dell’Inferno (qui)
n°2 – Lungo i Cognoli (qui)
n°3 – Il Monte Somma (qui)
n°4 – Attraverso la Riserva del Tirone (qui)
n°5 – Il Gran Cono (qui)
n°6 – La Strada Matrone (qui)
n°7 – Il Vallone della Profica (qui)
n°8 – Il Trenino a Cremagliera (qui)
n°9 – Il Fiume di Lava (qui)
n°10 – L’Olivella (qui)
n°11 – La Pineta di Terzigno (qui)

Altri aggiornamenti:
* Ciro Teodonno, Prospettive verdi per Massa di Somma (qui)

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13 thoughts on “Sentieri e memoria

  1. COMMENTI ALL’ARTICOLO DI APERTURA DELLA RUBRICA “PASSEGGIATE VESUVIANE”:

    1) Accessibilità dei sentieri
    Concordo pienamente con quanto scritto, spesso mi sono ritrovato a voler portare amici che venivano da fuori Napoli a percorrere i sentieri del Parco Nazionale del Vesuvio ritrovandomi avanti cancellate chiuse o sentieri inaccessibili.
    Mi piace molto l’iniziativa!!!
    Saluti
    Vincenzo Capasso
    Autore: VinCap | Data: 12/04/2010 | Ora: 11.57.50

    2) passeggiate…. sansebastianesi
    Gentilissimo e Carissimo Signor Teodonno, esordisco pregandoLa di non averseLa a male se prendo spunto da uno dei suoi sempre interessantissimi ed esaustivi articoli. Come sempre, la sua iniziativa è molto da elogiarsi. C’, è, purtroppo, come sempre un ” però “. D’ accordo che sono il ” solito ” bastian contrario. Mi consenta, però, di richiamare la sua attenzione e quella degli Amici lettori su ben altra realtà che quella delle ” passegiate vesuviane “. Intendo dire quella delle ” passeggiate sansebastianesi “. Come da incipit. Giustamente, lei fà notare come ci si vanti di una realtà, in effetti abbandonata al degrado. Forse, Lei NON ricorda del vanto de ” la piccola Svizzera “. Del quale, appunto, si mena ancora vanto…. Se poi, ci aggiunge che il vice presidente del succitato ” parco del Vesuvio ” è il nostro sindaco, Capasso, può ben comprendere il mio ” disagio ” nel sentir parlare, seppure a discredito, di ” vanto “. Davvero davvero, lei crede che il succitato vice presidente sia a conoscenza che il Paesino da lui stesso governato faccia o meno parte del ” parco del Vesuvio “? No, perchè se ne fosse a conoscenza, mi è incomprensibile notare come le stesse strade del nostro Paesino a tutto si prestano tranne che a delle ” passeggiate sansebastianesi “. Giustamente, Lei citava casi di strade colme di ” monnezza ” abbandonata, seppure a DEBITA conoscenza delle autorità costituite. Vie cittadine NON più usufruibili a ” passeggiate sansebastianesi “, appunto a causa di tali ” dimenticanze “…. Le porto un esempio, fresco fresco di SETTIMANE!!!!!! Da settimane, in Via Tufarelli, giace un materasso sventrato. Abbandonato dai ” soliti ” ignoti “…. ordunque, visto che i nostri operatori ecologici transitano per 6 GIORNI ALLA SETTIMANA per Via Tufarelli, mi è SEMPRE più difficile sforzarmi di comprendere del perchè QUEL MATERASSO SIA ANCORA LI’!!! DA SETTIMANE!!!!!!! Ed ancora: chiacchierando con un’ alta autorità dei nostri VV.UU., alla mia richiesta del perchè NON ci fosse presenza alcuna di loro rappresentanti che transitassero, GIAMMAI, appunto per Via Tufarelli, mi fu fatto notare che ” le nostre auto, viste le disastrose condizioni del manto stradale, si ROMPONO!!!!! Per cui: NIENTE TRANSITO!!!!! Se ci aggiunge, poi, che la manutenzione, il diserbamento dei cespugli di rovi che crescono sul lato sansebastianese della stessa strada impediscono un transito pedonale SICURO, diserbamento che viene effettuato OGNI GIORNO SU ALTRE STRADE DEL PAESE, mi viene logico chiedermi se NON sarebbe opportuno, PRIMA di pensare alle ” passeggiate vesuviane ” consentire ai Cittadini, TUTTI!!!!! di poter usufruire di ” passeggiate sansebastianesi “. Oh, naturalmente, tutto ciò sarebbe logico se le nostre autorità fossero consapevoli di una qualche civiltà comune. Tutto ciò sarebbe possibile se le nostre autorità si avvicinassero alla natura cittadina. NON voglio farla troppo lunga, nè tediare i nostri Lettori. Così, giusto per concludere: davvero davvero, Lei Mio carissimo Amico, crede che quel materasso verrà rimosso? Vede, glielo chiedo per la semplice ragione che CREA UNA TREMENDA DIFFICOLTA’ ALLO STESSO TRAFFICO AUTOMOBILISTICO. Se NON pedonale. Oh, naturalmente, se NOn dovessi ricordare SEMPRE le parole di quel famoso Poeta dell’ Ottocento: ” a tutt’ altre faccende affaccendati, i cervelli dei nostri amministratori, son……… ( la poesia è ” Sant’ Ambrogio ” del Giusti. Alle sue parole, mi son presa una licenza … poetica…. me ne perdoni, la prego. )
    Autore: il capitano | Data: 12/04/2010 | Ora: 14.19.02

    3) bello
    bella iniziativa!
    Autore: gimo | Data: 12/04/2010 | Ora: 19.50.35

    4) la solita presa in giro
    Carissimo e Gentilissimo Signor Teodonno, eccoLe il resoconto di una visita di ” cortesia ” in quel del Municipio cittadino. Ricorderà, credo, la faccenda del materasso abbandonato in Via Tufarelli. Ordunque, il succitato materasso fà ANCORA ” bella ” mostra si sè, lì dove è stato abbandonato SOLTANTO 18 GIORNI FA’!!!!! Come faccio a tenere il conto dei giorni? Perchè devo transitarci nei pressi ogni qualvolta mi tocca uscire di casa. Al tempo, però!!! Ci sono degli ” aggiornamenti “. Dunque, ricorda? quel materasso era disteso in SENSO PARALLELO alla carreggiata. Ieri pomeriggio, però, ” qualcuno ” ha pensato ” bene ” di spostarlo, mettendolo in SENSO TRASVERSALE alla carreggiata. Se lei ha visione delle dimensioni della strada, può ben immaginare QUALE INGOMBRO E PERICOLO potesse rappresentare per tutti coloro che transitavano per Via Tufarelli. Poichè da tempo sono stato ” invitato ” a far presente ai VV.UU. di questi ” incidenti “, mi son premurato, da BRAVO CITTADINO, di telefonare agli VV.UU. Mi han risposto che avrebbero provveduto ad avvisare l’ ufficio della N.U. ” Fiducioso “, ma ormai NON PIU’ DI TANTO, che qualcuno avesse provveduto alla bisogna, ho preso per buono il loro impegno. Intendo dei VV.UU. e dell’ ufficio della N.U. Stamani, recandomi a depositare i miei ingombri presso l’ isola ecologica, ho fatto presente al responsabile(?), il gentilissimo Signor Alaia, che I SUOI SOTTO POSTI, TRANSITANO PER 6 GIORNI ALLA SETTIMANA PER VIA TUFARELLI, PER CUI MI SEMBRAVA STRANO CHE NESSUNO DI LORO AVESSE NOTATO LA PRESENZA DI QUEL MATERASSO. Un qualcuno ha mormorato che ne erano a conoscenza. QUELLO STESSO ” QUALCUNO “, PERO’, NULLA HA FATTO PER ELIMINARNE LA PRESENZA!!!!!! Fin quì ci siamo? Bene!!! Mi sono recato all’ ufficio dei VV.UU. ed ho fatto notare ad un agente che ” FINALMENTE, IL MANTO STRADALE DELLA VIA TUFARELLI, ERA IN BUONE CONDIZIONI, PER CUI, LE LORO MACCHINE POTEVANO TRANSITARE SENZA PERICOLO DI ROMPERSI “. Oh, piccolo inciso: MA LE MACCHINE CHE USANO I NOSTRI VV.UU., CON TANTO DI SIGLA ” POLIZIA MUNICIPALE ” SON MACCHINE PRIVATE, INTENDO DEI SINGOLI VV.UU. O SONO AUTO PUBBLICHE, INTESE COME PAGATE DAI CITTADINI????? ED IN QUESTO CASO, NON E’ IMPROPRIO DEFINIRLE ” NOSTRE ” COME SE APPARTENESSERO A LORO?????? Il diligente agente mi ha detto che avrebbe riportato al suo superiore. Mi son recato nell’ ufficio della N.U. ed ho fatto le dovute, quanto gentili, rimostranze per quanto riguardava la presenza del materasso in Via Tufarelli. La gentilissima Signora mi ha risposto che, sì, ieri pomeriggio le era stata riferita della presenza del materasso. Ha letto bene, Mio carissimo e Gentilissimo Signor Teodonno? Per cui, da ” bravo ” cittadino, reputavo chiuso l’ incidente e la presenza del materasso sarebbe dovuta rispondere ” ASSENTE !!!!! “. Le pare? E invece: Il materasso giaceva da 18 giorni SENZA CHE ” NESSUNO ” NE DENUNCIASSE LA PRESENZA ED IL RELATIVO PERICOLO ALLA CIRCOLAZIONE DI MEZZI E PEDONI!!!!! Il Sottoscritto Ciattadino, UMBERTO VASTARINI, SENZA ALCUN OBBLIGO DI DENUNCIA, FA’ IL PROPRIO DOVERE DI CITTADINO, LIGIO ALLE LEGGI E DENUNCIA LA PRESENZA DEL MATERASSO E LA SUA ” NUOVA ” POSIZIONE CHE DETERMINAVA UN PERICOLO EVIDENTE E GRAVISSIMO ALLA CIRCOLAZIONE!!!!! I Vigili urbani vengono allertati!!! A loro volta, allertano l’ ufficio N.U. Stamane è transitato il camion della N.U. per prelevare l’ umido: ED IL MATERASSO E’ ANCORA LI’!!!!!!!!!!!!!!!! E poi, le nostre ” autorità “(?????????????) ci invitano ad essere ” diligenti e probi cittadini “….. MA CI FACCIANO IL PIACERE!!!!!! PER FAVORE!!!!!!! SE CI RIESCONO, SI VERGOGNINO!!!!!! Naturalmente, so benissimo che questo ” invito ” cadrà nel nulla. CON LE FACCE DI TOLLA CHE SI RITROVANO!!!!!!!!!!!! sindaco ( sì!!! con la minuscola!!!! per darLe, Mio Carissimo Amico il senso della stima che ho dell’ individuo e della sua giunta ), assessori, consiglieri VERGOGNATEVI!!!!!!! VERGOGNATEVI!!!!!! VERGOGNATEVI!!!!!!!!!!! Mio Carissimo e Gentilissimo Signor Teodonno e Lei, Mio Gentilissimo Signor Direttore, Vi prego caldamente di perdonare questo sfogo. Credo abbia spiegato bene la mia situazione e la mia condizione di Cittadino, oberato da tasse inique ed esosissime, per ricevere in cambio un servizio da QUARTO MONDO!!!!!!!!! Con infinita stima e cordialità, Vi saluto, Vostro Umberto Vastarini.
    Autore: il capitano | Data: 14/04/2010 | Ora: 15.04.18

  2. SENTIERO 1:
    “Il mediano”, 19 aprile 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=9450

    IL PRIMO SENTIERO DI ‘PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Prende il via la rubrica nata per illustrare i sentieri da conoscere e percorrere lungo il Parco Nazionale del Vesuvio.

    Chi ha deciso di portare i rifiuti nel Parco Nazionale del Vesuvio è evidente che non conosce le bellezze naturali di questo posto. “Passeggiate Vesuviane”, a questo punto, diventa una forma di resistenza civile a quel disegno: il territorio si ama solo se lo si conosce.
    Avviamoci lungo il primo sentiero.

    Iniziamo con un sentiero facile facile, solo 12 chilometri!
    Niente paura! Non mi sto prendendo gioco di voi, in realtà, questo, come molti altri sentieri vesuviani, può essere gestito in base alle vostre necessità podistiche e ridotto qualora se ne presentasse la necessità. Il dislivello poi non è elevato, solo 500 m. Il sentiero numero uno dell’Ente Parco attraversa, in buona parte, la Valle dell’Inferno, che, nonostante il poco invitante nome, risulterà, soprattutto in primavera, essere tutt’altro che infernale e di piacevole percorrenza.
    Le raccomandazioni, in questo caso, come lo sarà per gli altri percorsi, sono in linea di massima sempre le stesse: calzature adatte alla montagna, bastoncini per l’equilibrio e la fatica, tanta acqua e una buona dose di prudenza, che non è mai troppa. Non bisogna essere dei rambo per divertirsi in natura e l’entusiasmo di entrare in contatto col nostro vulcano basterà a sopperire alla stanchezza e all’inesperienza.
    L’accesso ufficiale al sentiero è quello da Ottaviano ma non mancano comunicazioni con il resto della sentieristica vesuviana. Raggiunta la cittadina, sede dell’Ente Parco, attraverso la statale 268, si arriva facilmente, seguendo la strada principale e le indicazioni “Valle delle Delizie”, all’ingresso del sentiero (quota 500 m.s.l.m.).
    Dallo spiazzo, prospiciente un ristorante e un piccolo bar (utile all’occorrenza, per le birre sempre fredde!), si supera una sbarra di metallo rossa e dopo dieci fastidiosi tornanti di strada asfaltata, vestigia dei nefasti interessi sulla zona, si arriva finalmente al sentiero vero e proprio.
    La profumata pineta sfuma, man mano che si sale, in un bosco di lecci e castagni, ma non mancano gli ontani e le onnipresenti robinie (Robinia Pseudoacacia). La passeggiata, assai piacevole, ci condurrà, dopo circa 1.800 m. a Largo Prisco (quota 724 m) dedicato alla memoria del maresciallo della guardia di finanza Angelo Prisco, ucciso in quei luoghi nel 1995 dai bracconieri. Di qui si diramano tre strade ma quella da seguire è quella più a sinistra e indicata dal segnavia giallo (n.b. talvolta i colori dei segnavia saranno più di uno per la concomitanza di più sentieri).
    Si segue, in leggera salita, una piacevole e rilassante stradina che incontrerà sulla destra una casetta dalle imposte rosse, di proprietà del comune di S.Giuseppe Vesuviano, attualmente in uso dagli operai forestali della Provincia, unici manutentori dei percorsi. Dopo circa quattro chilometri si giunge al cosiddetto Slargo della Legalità, altro luogo simbolo, strappato alle grinfie della malavita che sembra volesse farne un residence con annesso campo da golf. Lo scenario è dei migliori (residui turistici e atti vandalici permettendo!), il Vesuvio in primo piano, e le ginestre, ad incorniciarlo. Questa potrebbe essere una prima tappa per coloro che preferiscono la qualità alla quantità per riposare, mordicchiando qualcosa per ristorarsi.
    Piacevole fin qui anche l’ascensione notturna poiché di facile accesso e priva di ostacoli di rilievo, e le notti, tra maggio e giugno, con i profumi delle ginestre, la valeriana rossa, il pino e l’elicriso inebriano gli animi, soprattutto se coadiuvati da un buon Lacrima Cristi locale. Ma proseguiamo alla luce del sole, che, soprattutto d’estate può fare brutti scherzi, utile quindi l’immancabile cappellino e una crema protettiva per evitare problemi indesiderati. S’imbocca quindi, sempre sulla sinistra (ovest), una stradina che sale verso il vulcano, segnalata sempre dal segnavia giallo. Dopo quindici/venti minuti di tranquilla salita, intervallata da tre rampe di scale in legno, si imbocca a quota 848 e dopo 5 km di cammino, la famosa strada Matrone, fatta costruire dalla lungimirante famiglia di imprenditori vitivinicoli agli inizi del ’900, splendido punto panoramico sulla Valle e sui Cognoli di Ottaviano.
    Si sale a destra fino al bivio (quota 997 m.s.l.m., punto più alto del percorso) che conduce al Gran Cono, ma pazienza! Non è lì che dobbiamo andare, sarà per un’altra volta, c’è la Valle dell’inferno che c’aspetta. Infatti, svoltando a destra come da indicazione, in leggera discesa, raggiungeremo, sempre sulla destra, una deviazione (dopo circa 7.5 km di percorso totale). Una scalinatella ci condurrà nel pieno della Valle, tra pini marittimi, domestici e le arboree ginestre dell’Etna. Questa è per me la parte più bella, passeggiare tra le alte ginestre, tra boscaglia e improvvise radure, fa tornare bambini e rispolverare la voglia di scoprire che era in noi.
    Dopo circa nove chilometri giungiamo in un anfiteatro naturale proprio sotto i Cognoli (i “comignoli” della caldera del Somma, il perimetro del più antico e grande vulcano), da notare, sulla vostra sinistra, il particolare arco naturale formatosi con gli scherzi che il vulcano ha saputo fare nella sua lunga storia, cosi come più avanti ha fatto con le lave “a corda” e il crepaccio, sorta di grotta per gli amanti del brivido (Attenzione! Munitevi di casco e affrontatene con cautela la perlustrazione, la sua lunghezza, di circa 80 m, e sovrastata da una volta instabile).
    Il sentiero continua e ci condurrà tranquillamente, attraverso un agile percorso, di nuovo allo Slargo della Legalità dove ripercorreremo a ritroso la strada fatta all’andata fino a quota 500.

    GALLERIA FOTOGRAFICA

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    COMMENTI:

    1) Servizio eccellente
    Complimenti al redattore per l’eccellente servizio pubblicato. La descrizione dei luoghi molto chiara e ben dettagliata accompagna il visitatore passo passo in questa oasi naturalistica così vicina al caos dell’area circostante.
    Autore: Nino | Data: 20/04/2010 | Ora: 11.31.24

    2) Bellissimo articolo
    Infatti, molto ben fatto. Mi è venuta la voglia di fare il sentiero!
    Autore: Maldonado | Data: 20/04/2010 | Ora: 22.21.43

  3. SENTIERO 2:
    “Il mediano”, 26 aprile 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=9546

    IL SECONDO SENTIERO DI ‘PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Viaggio tra i percorsi del territorio: si riprende da “Lungo i Cognoli”.

    Il sentiero n°2 dell’Ente Parco, denominato “Lungo i Cognoli“, inizia anch’esso da Ottaviano così come il numero uno. Ovviamente, come per gran parte dei sentieri, esistono deviazioni, alternative e, come ogni luogo vivo vuole, ingressi “secondari”. Lasciando a voi la libera iniziativa, ma consigliandovi vivamente di seguire i tracciati ufficiali e di non avventurarvi lungo percorsi a voi sconosciuti e dalla dubbia sicurezza, c’incamminiamo verso questo nuovo itinerario.
    La sua durata approssimativa (soste e preparazione atletica influiscono molto sulla durata effettiva) è di 7 ore ed è lungo 11,5 km. Anche questo percorso si mostra alquanto impegnativo e stavolta non solo per la sua lunghezza. Il percorso si presenta infatti nella sua parte alta (oltre i 1.000 m) alquanto impervio e di difficile percorribilità.
    I Cognoli, che non sono altro che l’antica caldera del più antico vulcano e che sembra superasse, in epoche remote, tranquillamente i duemila metri d’altitudine, coronano la Valle dell’Inferno ma risultano di difficile percorribilità a causa del terreno roccioso e fortemente sdrucciolevole. È necessario quindi, nell’affrontarli, essere ben coscienti di quel che si fa, attrezzati e molto, molto prudenti, inoltre, consiglierei, almeno la prima volta, di andare guidati da una persona esperta. Anche in questo caso non mancano le alternative per i più cauti e ne vedremo, man mano che se ne presenterà l’occasione, l’ubicazione.
    Il percorso della cartina ha il colore viola (anche se in realtà i segnavia sono di colore blu scuro) e almeno nell’approccio ricalcherà il tragitto del numero uno, questo per lo meno fino a Largo Prisco. Ma qui stavolta si svolterà a destra. Delle tre strade che vi si pareranno di fronte quella di sinistra è la stessa percorsa seguendo il sentiero che porta alla Valle dell’Inferno (n°1), quella centrale, pur non essendo un percorso ufficiale, porta comunque ai Cognoli, a quota 869 mslm, evitando alcuni dei tratti più impervi del Somma. Pur valendo la pena seguirlo, conviene rimanere nell’ufficialità e godersi tutta la bellezza dei boschi di castagno che ci condurranno fin su, tra le nuvole e respirare un po’ d’aria pura.
    Seguendo dunque i segnavia azzurri, ci si incammina agilmente tra la selva. A 2,63 km, sulla vostra sinistra incrocerete una casetta in mattoni di cemento, con annessa cisterna, utile qualora vi imbatteste in un improvviso acquazzone. Seguendo il sentiero, immerso tra i castagni, si arriva a un bivio, a questo punto svoltate a sinistra per raggiungere i Cognoli, l’altra strada, a mano destra conduce ad una connessione col sentiero n°3 (Punta Nasone), assai disconnessa per via delle numerose frane.
    E così via, a salire, accompagnati da tortore, merli e ghiandaie. Dopo 3,35 km (780 mslm) c’è un bivio, voi seguitate a tenere la destra. A 861m, dopo 4,14 km, incontrerete sulla sinistra un secondo rifugio, più rustico e suggestivo del precedente ma sarà comunque opportuno accertarsi della sicurezza del luogo per sostarvi all’occorrenza. Ai 4,47 km mantenete la destra e proseguite tra gli aceri e gli ontani che incominciano or ora a germogliare. Dopo 5,37 km sulla sinistra vi si proporrà uno splendido scorcio panoramico con Ottaviano in primo piano, San Giuseppe a destra e a sinistra uno scorcio di Ager nolanus. All’orizzonte invece si intravedono i monti di Avella, i Picentini e il Partenio.
    Mantenendo la destra senza mai lasciare il sentiero principale si arriva, dopo 5,80 km, a quota 997m, lì incontrerete un altro bivio, a sinistra si giunge direttamente sui Cognoli con la possibilità d’affacciarsi, senza ulteriore fatica, sulla Valle dell’Inferno, prendendo invece la strada di destra si giunge, attraverso una riforestazione e seguendo uno steccato, sulla splendida balconata in località Ex fumarole, incorniciata dal Vesuvio e Punta Nasone e con la possibilità di intravvedere anche il golfo di Napoli. Dopo aver intrapreso il ripido stradello che volge a sinistra del sentiero si giunge finalmente ai 1.112 metri dei Cognoli di Ottaviano il punto più alto dell’escursione.
    Da qui in poi bisogna prestare molta attenzione infatti, attraverso un sali-scendi di ghiaione (materiale piroclastico incoerente), instabile per sua natura, si raggiungono elevazioni più sicure ma subito dopo incontrerete un breve ma fastidioso tratto in roccia e pietra lavica dove l’uso di bastoncini da escursionismo non sarà superfluo. Dopo aver poi superato la summenzionata scorciatoia vi si pone l’opportunità di poter scivolare con cautela a destra, lungo la discesa di ghiaione, per proseguire poi lungo il sentiero n°1 che incontrerete a valle o proseguire verso i Cognoli di Levante che, con alterne difficoltà, degradano verso la Valle dell’Inferno.
    A 8,18 km incrociate il sentiero che conduce a Largo Prisco e dopo un ennesimo tratto esposto si scenderà tra le rocce sdrucciolevoli fino al sentiero numero uno che si seguirà come illustrato nel precedente articolo.

    GALLERIA FOTOGRAFICA

  4. SENTIERO 3:
    “Il mediano”, 3 maggio 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=9639

    IL TERZO SENTIERO DI ’PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Il sentiero n°3, “il Monte Somma”. Tra corvi e poiane con la testa tra le nuvole, ma non troppo! In cima all’antico e scosceso cratere nel rispetto della natura e della tradizione.

    Ufficialmente il percorso n°3, quello che conduce in vetta al Monte Somma, precisamente su Punta Nasone (m.1.131 slm.), ha inizio ad Ercolano, dalla cosiddetta strada del Vesuvio (via Contrada Osservatorio). Infatti vi si accede a quota 689, attraverso un cancello, generalmente chiuso, e da dove ha inizio un sentiero che si inoltra nel bosco di Robinie e che lascia ancora intravvedere ciò che resta della struttura a nido d’ape del fondo e che serviva a segnare il sentiero per le persone diversamente abili.
    Purtroppo, questa illuminata iniziativa, che vedeva il Parco Nazionale del Vesuvio all’avanguardia, ha ceduto il passo alle intemperie così come all’incuria e al vandalismo. Stesso destino la segnaletica Braille e alcune delle opere di ingegneria naturalistica. I pannelli recentemente istallati e non sempre attendibili per quel che concerne il testo in inglese, mostrano in quota già i primi e repentini segni di sfaldamento.
    Altro varco, di più facile accesso, è quello che, a quota m. 792 e a circa sei chilometri dall’ingresso ufficiale, imbocca il sentiero proveniente da S.Maria a Castello, nel comune di Somma.
    Il sentiero che però vi illustrerò è quello che segue il tracciato canonico, quello ad anello e che parte dal comune di Ercolano. I circa 900 m. di strada “attrezzata” hanno di bello il fatto che a maggio vi si è accolti dalle timide ma tenaci orchidee vesuviane, dal muscari e dal gigaro; a giugno invece il giglio di S.Giovanni rimarca con la tradizione il cambio stagionale.
    A quota 719, si giunge a un primo bivio, sulla destra, dove incominceremo la salita verso i Cognoli di Giacca, prima elevazione che ci condurrà, attraverso i Cognoli di Trocchia e quelli di S.Anastasia, fin su, verso il profilo d’indiano del Nasone. Sulla sinistra si scorge inoltre una scalinata che porta sul sentiero denominato della Castelluccia o delle capre, attualmente impraticabile per la folta vegetazione e che scende fino ai 300 metri presso Massa di Somma.
    Proseguendo su un sentiero in discreta salita, facendo attenzione ai segnavia verdi, raggiungeremo un paio di balconate che mostreranno le due facce del nostro vulcano, quella dell’anello urbanizzato che lo strozza e la natura, che resiste, sostanzialmente ancora intatta, nella valle dell’Inferno. Verso i 2,13 km a 967 mslm, il percorso incomincia a essere poco leggibile anche perché i segnavia, nascosti dalla vegetazione, non sono sempre visibili oltre che privi di riferimenti.
    Ai 1.092 metri, dopo 2,72 km e dopo il riferimento di una x rossa, segnata su un segnavia grezzo, inizia un tratto ripido e sdrucciolevole, anche in questo caso, oltre l’ovvia prudenza, sono necessari i bastoncini telescopici per un migliore equilibrio. Raggiunti i 1.107 m. prestare attenzione al ciglio a strapiombo e mantenere la sinistra, facendo molta attenzione al sentiero non sempre segnato, ad eccezion fatta di qualche segnavia.
    Scendendo ai 1.098 e mantenendosi con attenzione a sinistra della cresta, ci si imbatte dopo poco, sulla destra, in una frana, molto pericolosa perché seminascosta e non segnalata, ad eccezion fatta dei nastrini di plastica bianco-rossi che ne annunciano l’imminenza. Ad ogni modo sarebbe opportuno aggirare l’ostacolo seguendo una scomoda ma più sicura bretella, anch’essa segnalata dai nastrini.
    Poco dopo il percorso scende ripidamente verso valle e bisogna prestare la dovuta attenzione prima di guadagnare sulla destra il sentiero boschivo, immerso tra i castagni bardati di frondosi licheni. Purtroppo, a quota 1.084, dopo 3,60 km di percorso, prima di voltare a destra per l’ultima ascensione verso il Nasone, incontriamo i primi residui delle festività sommesi (il Sabato dei Fuochi e il Tre della Croce). Purtroppo la passione dei cittadini di Somma Vesuviana non sempre corrisponde a un corretto senso civico. La discarica, e non è un esagerazione l’uso del termine, accoglie gli escursionisti man mano che ci si avvicina alle baracche che annunciano la cima, ‘O Ciglio.
    A m. 1.114, a fianco di una grande croce di ferro, incontriamo la piccola cappella della “Mamma Schiavona”. Lì, in questo grazioso luogo di pietas popolare, troverete custodito un libro di quota dove potrete apporre la vostra firma a sugello della vostra piccola grande impresa. Dopo essersi ristorati si segue lo stradello che da dietro l’edificio sacro conduce al punto più alto dell’itinerario. Da punta Nasone si potrà ammirare il Gran Cono, tutta la Valle dell’Inferno fino all’Atrio del Cavallo, intravedendo il Golfo. E alla nostra sinistra invece, tra i Cognoli e il Vesuvio si può scorgere anche un tratto di penisola Sorrentina.
    Nella discesa verso valle manteniamo la sinistra, evitando di scendere nel canalone scavato dalle acque piovane (che conduce comunque al sentiero ma è molto più scomodo e faticoso). Il tragitto, dapprima ripido, degrada gradualmente in una serie numerosa di curve che ne agevolano la percorrenza. A quota 792, sullo sbocco del sentiero appena percorso, sulla destra, ne parte un altro di connessione col sentiero n°2. Dopo 5,49 km, si è giunti finalmente sul piano, presso un’edicola votiva, sempre dedicata alla Madonna, e un paio di baracche ad uso festa e scampagnata, e anche in questo caso i rifiuti non mancheranno.
    A questo punto ci separano dal termine dell’anello circa sei chilometri di facile percorso, dove solo la stanchezza e qualche albero caduto potranno rallentare la nostra tranquilla marcia nel bosco mesofilo (bosco umido) e, con un po’ di fortuna e molta attenzione potremmo incontrare qualche volpacchiotto alle prime armi.
    In conclusione gradirei segnalare l’azione di quei sommesi che salvaguardano il sentiero dalla parte del loro versante natio, così come il loro impegno a salvaguardare una tradizione che sfida l’avanzare dei tempi. Ciò nonostante, è da sottolineare anche l’altra faccia della medaglia, quella dell’inciviltà dimostrata a più riprese durante i festeggiamenti, recenti e passati. Cosa questa che vanifica l’operato dei cittadini più virtuosi e l’immagine i un luogo unico.

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  5. SENTIERO 4:
    “Il mediano”, 11 maggio 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=9736

    IL QUARTO SENTIERO DI ’PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Il sentiero n° 4 “Attraverso la Riserva del Tirone”. Una piacevole passeggiata tra lecci e pini, con viste panoramiche sul Golfo e il Cratere, in un luogo unico e protetto.

    Il sentiero che ci accingiamo ad affrontare è, nonostante i suoi undici chilometri e un tempo di percorrenza orientativo di sei ore, uno dei più agevoli del Parco. Risulta infatti fruibile tutto l’anno. Il n°4, denominato “Attraverso la riserva del Tirone“, oltre ad essere prevalentemente boschivo, si rivela quasi del tutto pianeggiante e senza ostacoli di rilievo. L’unico rischio effettivo potrebbe essere quello di lasciarsi tentare dalle numerose deviazioni che, a monte o a valle del percorso lo intersecano lungo tutta la sua lunghezza. È consigliabile quindi attenersi al tragitto consigliato, anche perché, molte di queste strade alternative sfumano nella selva, senza elementi di facile interpretazione.
    Un altro elemento di non secondaria importanza è quello che la riserva è tale per la sua unicità e quindi per attraversarla c’è bisogno di un’autorizzazione del Corpo Forestale dello Stato o delle associazioni concessionarie, che vi guideranno alla scoperta della natura vesuviana nel rispetto e nella consapevolezza del luogo che s’attraversa. Ma incominciamo. Il sentiero ha come entrata principale un cancello verde che, a quota 492 mslm, di fronte a un ristorante, immette direttamente nella pineta che ne caratterizza lo scenario. Il cammino è indicato da un segnavia giallo (per la cartina dovrebbe essere arancione!) ed è delimitato da un basso muretto a secco al quale sovente s’alterna una staccionata di legno.
    Dopo circa 2,8 km a 615 m d’altitudine incontriamo dopo un facile e piacevole percorso una casetta, è la Casa di Amelia, la strega che, col suo fido corvo Gennarino, vive nel fantasioso Vesuvio dei fumetti. L’Ente Parco ha voluto dedicarle l’edificio per accattivare l’interesse dei più piccoli, e condurli, attraverso le avventure del personaggio disneyano, alla scoperta della natura che ci circonda.
    Da qui pure si diramano parecchi percorsi. Una prima stradina parte giusto alla destra del sentiero e della stessa casetta ma ne è interdetto l’ingresso, probabilmente perché dando accesso ad un bacino d’acqua per il sistema antincendio, potrebbe risultare pericoloso avvicinarsi; conduce comunque ad una serie di baracche ad uso operatori forestali. Una seconda strada, sulla nostra sinistra conduce a una variante del nostro sentiero. Ma la direzione da seguire sarà per noi quella che, lasciando sulla destra la dimora della fattucchiera, acerrima nemica di Zio Paperone, ci porta verso la pineta, costeggiando sulla sinistra gli edifici rossi, denominati Casermette. Di qui, facendo attenzione ai segnavia, si guadagna di nuovo il bosco e il sentiero appare nuovamente leggibile.
    Il percorso, di tanto in tanto, si apre in piccole radure che permettono di ammirare sia il Gran Cono che il Golfo, con Capri e Punta campanella in primo piano o incorniciate dai pini e i lecci della boscaglia. Il tragitto dopo 3,64 km incrocia la già menzionata variante, che potremo imboccare sulla via del ritorno invece di ripercorrere la strada dell’andata. Proseguiamo a questo punto lungo il rettilineo che ci condurrà alla fine della riserva e che sboccherà nella Strada Matrone. A quota 620 m e a 4,47 km dalla partenza superiamo infatti la sbarra (verde) che delimita il versante opposto della riserva, dopo sei chilometri totali ne incontreremo un’altra e che ci immetterà sull’antica strada.
    Dall’incrocio con la Matrone, ritorniamo sui nostri passi, ripercorriamo il sentiero fino al bivio incontrato all’andata (dopo 8,8 km complessivi). Se infatti non si vorrà rifare la strada dell’andata sarà piacevole seguire quest’altro sentiero, lungo i cui argini non sarà difficile incontrare, in primavera inoltrata, varie specie di orchidee e dove si potrà attraversare una delle lingue laviche dell’ultima eruzione del ’44. Il tragitto, dopo aver lasciato sulla sinistra, a quota 658 e dopo circa 9 km, il raccordo con la strada bassa dell’andata, prosegue tranquillamente incrociando alcuni dei molti sistemi di monitoraggio del Vulcano. Terminerà infine nella strada provinciale del Vesuvio, giusto al lato di un altro ristorante.
    Ora però, dopo aver fatto attenzione ai non sempre amichevoli cani ivi stanziati, in attesa di un boccone da avventori e turisti, vi toccherà guadagnare l’automezzo, lasciato all’entrata principale, percorrendo un bel tratto di strada asfaltata e talvolta trafficata (due chilometri circa). Questa è purtroppo la pecca maggiore dell’alternativa della variante, se invece intendete tardare il vostro impatto con la “civiltà” e siete intenzionati a camminare ancora, tornate indietro oppure evitate quest’alternativa.

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  6. SENTIERO 5:
    “Il mediano”, 17 maggio 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=9820

    IL QUINTO SENTIERO DI ’PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Finalmente giungiamo al pezzo forte della nostre passeggiate, l’emblema del Parco Nazionale, il sentiero n°5 ovvero il Gran Cono del Vesuvio.

    Con i suoi scarsi 4 km non è il più lungo e impegnativo dei sentieri ma ha tutto il fascino che un vulcano può offrire. Gioia per gli esperti vulcanologi e fonte di grande interesse per i curiosi d’ogni età e nazionalità. Vale la pena quindi affrontarne la lieve salita che dopo quattro tornanti sale dritto in vetta al famosissimo cratere.
    Al sentiero vi si giunge attraverso la provinciale del Vesuvio, che da Torre del Greco o da Ercolano conduce allo spiazzo di Quota 1000. La strada è buona e la si deve seguire senza svoltare mai sulla destra (esistono solo due deviazioni, la prima porta a quota 500, all’Osservatorio Vesuviano, la seconda, a quota 831, superato colle Umberto, porta invece là dove in passato partiva la seggiovia). La strada termina come s’è detto nello spiazzo di Quota 1000 dove c’è un ampio parcheggio (a pagamento) e la biglietteria dove pagare i 6,50 € d’ingresso (4,50 € per i gruppi) comprensivi di servizio guida.
    Il sentiero sale, con un dislivello di 175 m, fino al cono ma non al suo punto più alto di 1.281m il quale si può raggiungere solo con particolari permessi. Gli stessi necessari per scendere dalla vetta fino a incrociare i sentieri 1 e 6; il primo, una volta raggiunto dal prolungamento del nostro sentiero, segue la base del Cono fino al rifugio Imbò (chiuso) e un cancello che rimette sulla provinciale; il secondo sentiero è invece accessibile solo con autorizzazione del Corpo Forestale o attraverso la Busvia del Vesuvio che lo percorre e che, in tal caso, concederà l’accesso al cratere dal versante meridionale.
    Tornando al nostro tragitto che, nella sola andata, avrà la lunghezza di circa un chilometro e ottocento metri, costeggerà buona parte del ciglio del cratere con la possibilità d’affacciarci nella bocca assopita del Vulcano (il fondo è a 951m slm.) e di osservarne le fumarole, col tempo a favore si potrà inoltre osservare il profilo d’indiano del Nasone e la caldera dei Cognoli. Il panorama sul golfo di Napoli è, con l’aria tersa, garantito nella sua bellezza e con un po’ d’attenzione, a fine percorso, si potranno intravedere anche gli scavi dell’antica Pompei.
    La stradina, non sempre agevole, pretende, anche in questo caso, un minimo d’attenzione e soprattutto l’uso di scarpe adatte all’occasione (raccomandazione mai fin troppo attesa. Ma si sa, alla moda non si comanda!). Un ulteriore consiglio consiste nel non sottovalutare il tempo atmosferico; a mille metri d’altezza, anche d’estate, l’aria è fresca e in primavera non è detto che non faccia addirittura freddo. In cima sarà possibile ristorarsi e se proprio non se ne può fare a meno, soffermarsi a dare un’occhiata all’onnipresente chincaglieria turistica.
    Dopo la seconda delle tre costruzioni presenti in vetta si possono notare, sulla destra, delle strutture in cemento armato che in maniera discontinua scendono a valle. Questa struttura scende fino ai 754 m, ricalcando il percorso della vecchia seggiovia e dell’antica funicolare. Contrariamente a quanto spesso s’è letto, non corrispondono ai resti di «Funiculì Funiculà» ma a un abortito progetto di strada ferrata previsto per i mondiali di Italia ’90 e mai portato a termine per scontri di competenze e veti politici. L’ultimo edificio, la Capannuccia (quota 1.170), è sede di un presidio permanente delle guide vulcanologiche e segna la fine del sentiero ufficiale, da qui si volge a ritroso verso il parcheggio e alla fine della passeggiata.

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  7. SENTIERO 6:
    “Il mediano”, 24 maggio 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=9912

    IL SESTO SENTIERO DI ’PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Una lunga passeggiata risalendo quella che per molto tempo è stata l’unica strada d’accesso al Gran Cono del Vesuvio. L’ascensione al cratere, tra pini e ginestre, un’immagine antica e da riscoprire del nostro patrimonio ambientale.

    Il sentiero n°6 “Lungo la Strada Matrone” è un percorso, pur se in salita (700 m di dislivello) che non rappresenta grandi difficoltà, se escludiamo infatti la sua lunghezza di circa 16 km (A/R) e il calore dei mesi estivi, non si riscontrano grandi ostacoli lungo il suo cammino. Cosa più complessa potrebbe invece risultare, per i non avvezzi ai luoghi, il raggiungimento dell’ingresso a valle. L’itinerario più semplice per arrivarvi e valido un po’ per tutti è quello che, dall’uscita dell’autostrada A3, Torre Annunziata Sud, ci conduce, seguendo le indicazioni dei numerosi ristoranti (insufficiente la segnaletica del Parco Nazionale) verso via Cifelli. Di qui ci si inoltra nella splendida pineta, fino a raggiungere la “casermetta” del Corpo Forestale dello Stato (353 mslm.) dove inizierà il nostro sentiero.
    La strada Matrone fu costruita negli anni venti del secolo scorso dai fratelli Matrone vitivinicoltori del luogo ed è stata, fino alla costruzione della provinciale 140, quella dal lato di Ercolano, l’unica via d’accesso “carrozzabile” al vulcano.
    «Questo compito se l’assunsero due animosi, i fratelli matrone di Boscoreale che, invece di godersi in pace la rendita dell’uva e delle albicocche, vollero misurarsi con il Vesuvio.» Così raccontava Amedeo Maiuri nelle sue Passeggiate Campane (pagg. 269-271) narrandoci di un’epopea tanto pionieristica quanto pittoresca. «Han lavorato prima d’amore e d’accordo alla strada di Boscotrecase, risalendo il fiume di lava del 1906 fino alla bocca d’uscita, e affidando i turisti alla locanda di “Paneperso”” ove, a dispetto di quel nomignolo scanzonato, l’oste vesuviano preparava con pizze infuocate e generose bevute di Lachryma Christi, il miglior viatico per l’ascensione; poi ognuno ha preso la sua via, uno a ponente, l’altro a levante, e il Vesuvio restò spartito fra due strade rivali e fraterne
    La Matrone è inoltre percorsa dalla Busvia del Vesuvio, un servizio di navette 4×4 che, dallo stazionamento di Boscotrecase (via Passanti) o dalla stazione SFSM di Pompei/Villa dei Misteri, collega la “Città Vesuviana” al Cratere. Per questa ragione e ufficialmente per la salvaguardia del territorio, l’accesso alla Matrone è consentito solo attraverso una specifica autorizzazione o usando suddetta Busvia (il prezzo del biglietto, incluso l’accesso al cono e con relativa guida è di €10,50 per i residenti e di €18,50 per i non). Il servizio è attivo tutti i giorni dalle 8.30 alle 16.00, tenendo presente che l’orario può variare in relazione a quello delle guide vulcanologiche, in ordine al fatto che l’ultimo viaggio partirà mezz’ora prima dell’ultimo servizio delle guide. Sarà utile quindi consultare il sito internet delle guide vulcanologiche per regolarsi su un orario che può variare stagionalmente.
    Detto questo, sento il bisogno d’esprimere un’opinione a riguardo; tale servizio andrebbe elogiato in quanto esempio di libera imprenditoria, in sintonia con le necessità economiche di un territorio notoriamente depresso. Rimango però perplesso quando si impedisce l’accesso a chi, certo in maniera più pulita dei grossi diesel (anche se definiti ecologici avranno il loro impatto sull’ambiente circostante), decide di risalire, a piedi o in bicicletta, la strada Matrone. Concordo con la possibilità sacrosanta di creare lavoro e di differenziare l’offerta turistica ma, allo stesso tempo, non credo che tale opportunità debba cozzare con il diritto altrui di muoversi liberamente sul territorio.
    Ma passiamo al tema principale del nostro percorso. Varcato il cancello verde della caserma della forestale ci inoltriamo, in salita, in una splendida pineta. Le condizioni della strada non sono delle migliori, in effetti è in cemento, spesso rattoppato d’asfalto, e in tale stato seguirà fino ai 4,68 km dove cederà finalmente il passo allo sterrato e al basolato, che si intervalleranno fino in cima. La Matrone, in questo primo tratto è ombreggiata e piacevole per il profumo della pineta, ma già dopo circa tre chilometri, all’incrocio (sulla sinistra) col sentiero n°5 (Pineta del Tirone) il tragitto incomincia ad essere più esposto e la macchia si sostituirà alla pineta. È quindi opportuno, con la buona stagione, metter mano a cappello e crema protettiva e, ovviamente, non dimenticare mai l’acqua (anche due litri a persona d’estate).
    Come s’è accennato a quota 824 si lascia l’asfalto e ci si inoltra nel sentiero propriamente detto, dove a farci compagnia saranno solo le simpatiche lucertole campestri (podarcis sicula). Con molta attenzione potremmo anche incontrare qualche intorpidito biacco (coluber viridiflavus, serpente non velenoso molto diffuso nell’area del Parco) che cerca il sole con la sua nera e rilucente livrea. A quota 859, dopo 5,26 km, incrociamo, sulla destra, il sentiero n°1 (Valle dell’Inferno). Ai 921 mslm, a breve distanza dal bivio, c’è una capanna, utile per chi necessita di un po’ d’ombra e per rinfrancarsi dalla fatica. Poco distante anche uno splendido punto panoramico che s’affaccia sull’Agro Nocerino/Sarnese, la Penisola Sorrentina e Capri.
    A quota 1.002, dopo 6,84 km, incrociamo il bivio che, a destra, in lieve pendenza, segue con il sentiero n°1 e la parte discendente del n°5 (Il Gran Cono) a sinistra invece si prosegue in salita verso lo stazionamento dei grossi Mercedes della Busvia. Qui a 1.050 mslm, dopo circa otto chilometri, termina l’andata della nostra escursione, ora non ci resta che scendere seguendo a ritroso il percorso o, avendone il permesso, guadagnare il cratere seguendo lo stradello che sale dal rifugio prospiciente lo stazionamento; impresa non impossibile anche se le vostre gambe non saranno d’accordo ma il tesoro che troverete in vetta ne varrà di certo la pena; così come la diversa prospettiva della Matrone in discesa, con la sirena caprese a portata di mano, vi gratificherà il ritorno a casa.

    IL PERCORSO

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  8. SENTIERO 7:
    “Il mediano”, 31 maggio 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=10010

    IL SETTIMO SENTIERO DI ’PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Il sentiero n°7 del Parco Nazionale del Vesuvio, quello del Vallone della Profica. Il più rurale e il meno noto della sentieristica ufficiale, un’occasione per conoscere da vicino le colture vesuviane ma anche un’occasione persa per il rispetto e la salvaguardia del territorio.

    Già lo scorso autunno, percorrendo il sentiero con grandi aspettative, provai invece una notevole delusione, la medesima che provo oggi, a fine maggio, nel ripercorrerlo. Non che il rustico tragitto non meritasse, allora come oggi, la giusta importanza che gli si attribuisce ma si rimane esterrefatti al constatare che il sentiero più antropizzato del Parco sia anche quello più sporco e deturpato. Lungo tutto l’esiguo percorso (ufficialmente 3.158 m a/r ma, percorrendolo tutto, la sua lunghezza complessiva supererà di poco i 5 km) si perde il conto degli scarichi abusivi e la spazzatura impera ovunque.
    Ci si chiede come possa, chi vive e lavora in un luogo tanto vocato all’agricoltura, tollerare tanta sporcizia. Non si rileva poi traccia alcuna dei muretti a secco ormai una rarità assoluta; le uniche staccionate degne di questo nome sono quelle che resistono superstiti, e messe in opera dall’Ente Parco; persino gli appezzamenti, coltivati a pomodorini e uva, a completamento del quadro desolante, sono suddivisi da lamiere arrugginite, pannelli di compensato e strati di eternit. Non si tratta soltanto di un giudizio estetico ma della costatazione della lenta e inesorabile scomparsa di un mondo unico e irripetibile.
    Questo è tutto sommato il sentiero: dall’uscita di Ottaviano della SS-268 si segue la strada principale che, sotto diversi nomi, attraversa in linea pressoché retta la cittadina di Ottaviano, fino a San Giuseppe Vesuviano. Svoltato a destra al primo bivio che s’incontra (che coincide col confine amministrativo con S.Giuseppe) si segue per via Zabatta fino al rione di Santa Maria la Scala, all’altezza della chiesetta omonima si svolta a destra e si sale, percorrendo l’impermeabile lastricato di via Profica Paliata, verso l’imboccatura del sentiero.
    All’altezza del civico 39, a quota 198 mslm, ha inizio il nostro sentiero che, dopo il lastricato di recente istallazione, si interrompe lasciando spazio a un ancor più sgradevole alternarsi di sterrato, cemento e asfalto, il tutto sconquassato e dilavato dalle acque piovane. La cornice dei noccioli placherà col suo massimo fulgore la deprimente visione delle brutture ivi presenti e ci accompagnerà nel tratto iniziale dell’itinerario.
    Il percorso non è difficile e s’inerpicherà gradualmente sulle pendici del Somma. La segnaletica è purtroppo scarsa e, quando c’è, è poco visibile; a onore di cronaca il colore dei segnavia (qualora se ne incontri uno!) è il marrone. A causa di ciò bisogna fare attenzione ai numerosi bivi che conducono ai tanti fondi privati; questi talvolta offrono dei piacevoli scorci panoramici che varrebbe la pena ammirare ma sempre col dovuto rispetta per proprietà privata. Per evitare di perdersi o di fare giri inconcludenti è opportuno seguire le seguenti indicazioni.
    Al primo bivio che si incontra si svolterà a destra poi a sinistra alla seconda biforcazione, seguendo le indicazioni di un ristorante. Sempre a sinistra si gira una volta giunti al terzo incrocio. Bisogna poi seguire sempre il cammino principale senza mai svoltare pero, al bivio sormontato da un alto eucalipto, si svolterà ancora a sinistra. Al quinto bivio svoltate a destra, poi, al seguente, a sinistra, dove, finalmente, a quota 325, dopo 1,68 km di passeggiata, il percorso acquisisce finalmente la connotazione classica di un sentiero naturalistico. Sarà inoltre riparato dalla fitta vegetazione, in prevalenza pini domestici, ma anche roverelle (quercus pubescens), molte delle quali imponenti, produttivi castagni e le odorose ginestre che, con le loro fronde e profumi invaderanno il percorso.
    Questo prosegue più gradevolmente fino al settimo bivio dove svoltiamo a destra e continuiamo, nell’infittirsi della selva, fino all’ottavo e ultimo bivio dove stavolta svolteremo a sinistra. A 434 m di altezza e dopo 2,56 km, termina il sentiero. In verità, stando alla mappa ufficiale, terminerebbe più a valle, a quota 328 ma se si vuol respirare un po’ d’aria di montagna e si riesce a stare attenti ai rovi si può giungere nel punto più alto del sentiero. Da qui partono altri stradelli che però, soprattutto d’estate, a causa dell’ispessirsi della boscaglia, si perdono irrimediabilmente in questa.
    Sarebbe forse opportuno creare una connessione col sentiero a monte più vicino, quello del numero due (“Lungo i Cognoli”), in modo da incentivare un virtuoso flusso escursionistico e non relegare il posto a luogo di scarico abusivo e di estemporanee e nefande scampagnate.

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  9. SENTIERO 8:
    “Il mediano”, 7 giugno 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=10092

    L’OTTAVO SENTIERO DI ’PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Lungo il sentiero n°8, il “Il trenino a Cremagliera“. Sull’antico percorso di uno dei sistemi di collegamento che dal capoluogo conducevano fino alla sommità del cratere. Dalla campagna al bosco, dal tripudio di colori e profumi primaverili alla colata lavica del ‘44.

    L’ottava meta delle nostre passeggiate vesuviane tocca stavolta San Sebastiano al Vesuvio, la piccola e attiva cittadina risorta dalle lave dell’ultima eruzione del marzo 1944. Una prima opzione potrebbe essere quella di partire dal centro del paese, dalla chiesa madre di San Sebastiano Martire, percorrendo via Palmieri che la costeggia e salire verso il rione di San Domenico. Il vulcano qui emergerà, man mano che si sale, tra i tetti delle case e, a favore di luce, ci offrirà le splendide visioni del verde cangiante e del grigio argenteo dei suoi boschi e delle sue rocce. Da questo luogo, dove una volta sorgeva un convento di domenicani, si potrà raggiungere attraverso via Casagnolella o, più su, per via Macedonio Melloni, la strada principale di via Panoramica Fellapane che sarà anche la nostra seconda opzione, se si vorrà più comodamente raggiungere il sentiero in auto.
    Arrivati a monte della strada, a quota 330 mslm, ci troviamo di fronte una sbarra, dove lasciando l’eventuale vettura, iniziamo il sentiero canonico. Il percorso non è lungo, andata e ritorno non raggiunge i 3 km ma risulterà estremamente impegnativo per la pendenza e il cattivo stato del terreno, soprattutto nella fase di discesa. Risultano indispensabili quindi scarpe e bastoncini da trekking.
    La prima parte del percorso, lunga circa 800 m, è in prevalenza asfaltata e, se si esclude un tratto di circa 200 m di bello ma inutile lastricato, attraversa placidamente gli appezzamenti coltivati a uva catalanesca (‘a catranesca), albicocche e pomodorini, gioie ancestrali degli orgogliosi contadini sansebastianesi. Purtroppo (avverbio sempre frequente all’ombra del Vesuvio) va detto che questo spazio, come tutta via Panoramica, è spesso soggetto all’incuria e all’inciviltà di chi, non potendo sfogare altrove le sue smanie ormonali, impedisce ai più di fruire liberamente di uno spazio pubblico, ma questa è storia vecchia e comune a tutta la sentieristica locale.
    Se si riesce a non guardar per terra, volgendo lo sguardo verso l’alto, ammireremo, sulla nostra sinistra, lo splendido spettacolo della colata lavica del 1944, anno dell’ultima eruzione. A giugno la ginestra in fiore mostra che la dura roccia è stata ormai colonizzata dal lento e incessante cammino di madre natura. A destra si apre poi il panorama su Napoli e il suo golfo e, più in basso, invece ci appare una bella discarica, ah! Ops! Mi si dice sito di stoccaggio “provvisorio”.
    A quasi 400 metri d’altezza, imbocchiamo il sentiero vero e proprio (il tratto in questione è nel territorio di Ercolano ma di proprietà del comune di San Sebastiano), non prima però d’aver dato un’occhiata alla fumarola sulla nostra sinistra. Nelle fredde mattinate invernali o comunque quando il contrasto termico lo permette, potremo osservare le nuvolette di vapore che si sprigionano dalla grotticina allestita a estemporaneo tempietto dai devoti del posto. Anche qui come spesso accade dalle nostre parti è nata una sorta di leggenda metropolitana concernente appunto l’origine della fumarola, relegandola a semplice sfogo della vicina discarica dell’Ammendola Formisano. Sarà che il Nostro non lo si vuol proprio considerare un vulcano e allo stesso tempo si vuol far di tutto alle sue pendici ma la storia della discarica puzza sì ma a valle della nostra ipocrisia. Del resto a definirla genuino sfogo di vulcanica natura vi son fior di vulcanologi come non ultimo lo stesso Giuseppe Luongo, già direttore dell’Osservatorio Vesuviano (si veda tra l’altro il volume “due giorni al Vesuvio – guida vulcanologica del parco nazionale del Vesuvio” pagg. 94-95).
    Inoltrandoci nel sentiero ci accorgiamo subito della presenza di frane dovute al fatto che, il tratto iniziale di questa frazione, corrisponde a un canalone, soggetto quindi ai flussi delle acque piovane. Però anche l’incuria, dovuta alla mancata manutenzione delle pur valide opere d’ingegneria naturalistica contribuiscono alle condizioni d’abbandono in cui versa il percorso naturalistico.
    Al primo spiazzo si svolta a destra e si continua a salire fino a quota 426, dove, svoltando ancora a destra, si arriva sull’antico percorso del trenino a cremagliera.
    A questo punto vale la pena aprire una parentesi anche sul tragitto e le modalità che ne caratterizzavano il percorso e che subì notevoli modifiche nel corso della sua storia. Tutto ebbe inizio nel 1880 con l’apertura al pubblico del tratto funicolare e che termina definitivamente con la sua dismissione definitiva nel 1953. Il tratto propriamente detto “a cremagliera” era invece compreso tra le stazioni Centrale-Deposito (l’attuale restaurata Cook), nella zona Lave Novelle a Ercolano (‘ncoppa ‘e Nuvene come ricorda qualche anziano) e l’Eremo, questo a causa della forte pendenza di quel tratto (intorno al 20%). Gli altri tratti erano poi alimentati dalla rete elettrica proveniente appunto dalla suddetta Centrale. Qui i treni elettrici, provenienti dalla stazione Olivi a Pugliano e da quella di Resina poi, venivano agganciati da una potente motrice diesel che sospingeva le carrozze lungo il dislivello fino alla stazione dell’Eremo, hotel e punto di ristoro costruito dalla Cook & son, artefice principale di tutta la linea ferroviaria.
    Da questo punto in poi le carrozze tornavano all’energia elettrica e giungevano fino alla stazione inferiore della funicolare, dove i passeggeri cambiando tipo di carrozza salivano verso la sommità del cratere, su una vettura trainata da funi d’acciaio e per un tragitto di 750 m
    . Il tratto Eremo-Stazione Inferiore, ancora identificabile in un pianeggiante sentiero a monte della riserva del Tirone, è spesso confuso col nostro percorso ma è proprio questo a costituire il tratto più ripido, dove il treno oltre ad essere sospinto dalle motrici era anche agganciato, tramite una ruota dentata detta pignone, alla rotaia dentata, la cremagliera appunto, che lo tratteneva in caso di frenata. Ciò che più colpisce è il fatto che già nel 1913, i turisti che si trovavano a Napoli, potevano, in poco tempo, raggiungere la sommità del Vulcano, abbastanza comodamente ed esclusivamente per via ferrata, cosa,oggi, non del tutto scontata.
    Tornando alla natura, evitando la deviazione sulla sinistra percorsa spesso dai cavalli e impraticabile d’estate, a causa degli onnipresenti rovi, si prosegue ancora dritto verso quota 461, dove troveremo sua nostra destra uno scorcio panoramico sulle città Portici ed Ercolano. Continuando la salita, a 550 metri e dopo 1,63km giungiamo alla meta dell’itinerario, un piacevole spiazzo ombreggiato dalle numerose robinie dove, oltre ad un pozzo, risalente al sistema idraulico borbonico, incontriamo due sentieri, uno è praticamente il sentiero n°9 che porta alla colata del ’44, l’altro ci porterà, attraverso un breve tratto di bosco, sulla provinciale del Vesuvio, all’altezza dell’Eremo e della sede storica dell’Osservatorio vesuviano (visite su prenotazione). Ora non ci resta che decidere se ridiscendere il sentiero o imboccare il numero nove per incrementare l’emozione.

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  10. SENTIERO 9:
    “Il mediano”, 15 giugno 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=10187

    IL NONO SENTIERO DI ’PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Il sentiero n°9, “Il fiume di lava“, è il logico prolungamento del n°8 ma è anche una piccola perla naturalistica dove, dall’alto della colata lavica del ’44 si potrà ammirare tutto il Napoletano.

    Per accedere al sentiero si può seguire lo stesso itinerario che da San Sebastiano al Vesuvio ci conduce al numero otto. Un’alternativa può essere invece quella di entrare dall’ingesso che il percorso ha sulla strada provinciale (m. 572), più o meno all’altezza dell’osservatorio e di ciò che rimane dell’Eremo (c’è un ristorante in disuso e un uno spiazzo utile come parcheggio nelle immediate vicinanze). Da qui, in discesa, raggiungiamo facilmente il piccolo spiazzo, corredato di segnaletica, che coincide col punto d’arrivo del precedente sentiero. S’imbocca dunque la stradina a monte che, in questo caso incontriamo sulla nostra destra (altrimenti, in salita, sarà giusto di fronte). Dopo poco questa si trasforma in discesa che tra la folta vegetazione, prevalentemente lecci e robinie, si apre gradualmente fino a farlo completamente sulla spettacolare colata lavica del 1944 (dopo 530 m e a quota 517 mslm).
    In questo luogo, conosciuto anche come il fosso della Vetrana, il giorno 19 marzo 1944, tracimò il magma incandescente proveniente da uno dei due flussi lavici principali fuoriusciti dal cratere (uno meridionale esauritosi a quota 350 e l’altro in direzione nord). In maniera lenta ma inesorabile (300 m/h) la colata settentrionale, seguendo il tragitto delle lave del 1855 e del 1872, raggiunse gli abitati di San Sebastiano e Massa di Somma, ricoprendone i due terzi del loro territorio. Il flusso colpì le prime case all’alba del 21 marzo, fermandosi definitivamente solo il giorno dopo. Una lingua di fuoco deviò dal suo cammino principale in direzione Lave Novelle (Ercolano) ma s’arrestò poco prima che di raggiungere la Sazione-Centrale Elettrica della Ferrovia Vesuviana (l’attuale Cook).
    Lo scenario odierno lascia solo in parte immaginare l’inferno del ’44, la vegetazione rigogliosa colora e profuma tutto il fiume pietrificato, lo stereocaulon vesuvianum, un lichene autoctono, ha colonizzato di argentee foglioline le dure pietre laviche, ne ha roso lentamente la struttura, creando il primo humus per le piante colonizzatrici. Oggi ginestre, valeriana ed elicriso rendono questo luogo tutt’altro che infernale. Il panorama che ci si presenta è realmente di quelli più belli delle nostre passeggiate, la colata multicolore davanti a noi, a settentrione e a occidente Napoli, il golfo, le isole e tutto il suo hinterland. Più in basso si intravedono San Sebastiano e Massa e in particolar modo via Luca Giordano che, al confine dei due centri, segna con una netta linea retta l’ovest, proprio dove la lava, perdendo la sua spinta, risparmiò l’abitato di Cercola
    .
    Il percorso prosegue sulla pietra lavica fino a interrompersi ai margini impenetrabili del bosco; all’ombra di una roverella (dopo 870m) contempliamo la meraviglia di cui siamo partecipi e prendiamo la via del ritorno. Prima di rientrare nella boscaglia da cui proveniamo volgiamo lo sguardo a sinistra e, a monte, scorgeremo la sommità del cratere che affiora appena, coperto sulla sinistra dal duomo lavico di colle Umberto. A destra osserviamo poi la sede storica dell’Osservatorio Vesuviano, un edificio rosso situato sulla collina del Salvatore, il più antico osservatorio vulcanologico del mondo, fondato nel 1841 da Ferdinando II di Borbone, anche se oggi la sua funzione è prevalentemente museale (il centro di sorveglianza è attualmente a via Manzoni a Napoli). Raggiunto nuovamente lo spiazzo prenderemo la nostra strada sia essa quella che va a monte sia quella che scende a valle del sentiero.

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  11. SENTIERO 10:
    “Il mediano”, 21 giugno 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=10257

    IL DECIMO SENTIERO DI ’PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    Facciamo cifra tonda con il sentiero n°10 ovvero quello de “L’olivella” un breve ma singolare tragitto rurale che ci conduce a una delle due sorgenti vesuviane.

    Il nostro viaggio fa stavolta tappa a Sant’Anastasia uno dei comuni più grandi e vitali del Vesuviano. Per raggiungere l’importante centro agricolo e turistico basta seguire le indicazioni della SS268 e una volta entrati nel centro cittadino, raggiungere il rione di Sant’Antonio. Per prendere invece il sentiero sono possibili più opzioni. La prima, la più comune, è quella di imboccare proprio dal suddetto rione, sede di un interessante presepe vivente, via Garibaldi che ci porterà a incrociare via Nicola Amore e che a sua volta sale lungo via Olivella, verso le sorgenti meta del nostro itinerario. Un altro accesso potrebbe essere anche quello che sale verso la stessa via Nicola Amore seguendo però via Donna Regina.
    Per partire alla scoperta di queste rare e mistiche acque, uniche in un territorio che, per la sua natura vulcanica le vede assorbite in gran parte dalla falda freatica, ho deciso di seguire invece un altro cammino, più inusuale ma a mio parere più interessante, utile per apprezzare la rusticità di un mondo che tende gradualmente a scomparire sotto il peso di una modernità che tutto appiattisce.
    Si partirà dunque dalle cosiddette “Murelle ‘e Trocchia” ovvero dalla parte terminale di via Trinchera (medico della corte borbonica a suo tempo proprietario di vasti appezzamenti in zona) che dal comune di Pollena Trocchia giunge ai confini della città del santuario. All’altezza di un piccolo giardinetto triangolare (m156 slm), approntato per un sacello a S.Pio da Pietrelcina, s’imbocca, sulla destra, l’omonima via, all’entrata della quale v’è un utile fontana.
    La strada prosegue tra anonimi fabbricati moderni fino all’incrocio con via Zazzera (toponimo che caratterizza l’intera zona) dopo 390 m di passeggiata, si prende dunque la via in salita (a sinistra) e ci si inoltra in un paesaggio decisamente più agreste. A questo punto ci si renderà conto, strada facendo, che appena le abitazioni si diradano ogni luogo è buono per scaricare il proprio pattume, e anche in questo caso come per il vallone di Profica (e purtroppo non solo!), gli incontri con le discariche saranno tutt’altro che occasionali. Dopo circa 820 m di cammino giungiamo a un incrocio, noi andremo a sinistra incamminandoci lungo via N. Amore il cui palazzo diroccato ci attende da lontano; questo tratto è per me tra i più belli dal punto di vista rurale, dove l’albicocca e il pomodorino, senza dimenticare l’uva catalanesca, la fanno ancora da padrone.
    Superato l’imponente e pericolante edificio, antica dimora del politico napoletano, si prosegue sempre dritto senza svoltare a sinistra (via Donna Regina) fino all’incrocio con via Garibaldi dove svolteremo a destra e inizieremo il percorso di via Olivella, scandito dalle stazioni della via crucis e dalle ormai altrettanto statutarie discariche abusive. Poco prima del confluire di questa via a valle, verso il centro abitato, passeremo sotto una sorta di ponticello che altro non è che il vestigio delle antiche strutture idrauliche che convogliavano le acque vesuviane verso la reggia borbonica di Portici.
    La stradina s’inerpica finalmente verso il Somma (che poi raggiungerà superate le sorgenti) e incomincia ad essere meno esposta e resa più piacevole dall’ombra della fitta boscaglia. Dopo 2 km, a 460 m di quota, all’altezza della VIII stazione della via crucis, incomincia a sostituirsi al tedioso e malandato asfalto un ben più piacevole e utile lastricato in basalto. Dopo circa tre chilometri giungiamo a quota 343, nelle vicinanze dell’area dedicata alle sorgenti. Al bivio infatti si scende a destra superando una sbarra e si giunge in un piccolo avvallamento, mantenendo la sinistra (a destra si prende un piacevole stradello che sale gradualmente verso il Somma) raggiungiamo, dopo la XIV stazione della via crucis, la sorgente inferiore, seminascosta dalla vegetazione. Si scorgerà solo se si fa attenzione all’appena riconoscibile e breve viuzza che, a destra, porta a un arco di pietra lavica, che custodisce l’entrata delle opere idrauliche di origine borbonica.
    Pur non esistendo, in questo caso, alcuno sbarramento all’accesso, va detto che l’entrata è angusta e ovviamente c’è presenza d’acqua, è opportuno quindi, per apprezzarne le caratteristiche, munirsi di strumenti e abiti adatti e soprattutto farsi accompagnare da un conoscitore del luogo, le strutture infatti, oltre ad essere antiche, sono in uno stato di totale abbandono, quindi, come sempre, prudenza!
    Va inoltre detto, che come è accaduto per gran parte della sentieristica vesuviana, anche per l’Olivella non sono valsi a nulla gli sforzi delle associazioni locali per elevare a rango di patrimonio comune il proprio territorio, a niente è servito lo scontrarsi contro il muro insormontabile degli egoismi personali e delle difficoltà burocratiche. Al momento restano vane le speranze di restituire al luogo interesse e dignità che gli spettano.
    Riguadagnando il sentiero principale che, se si esclude il cartellone all’imbocco delle sorgenti, non ha alcun punto di riferimento, arriviamo a una sorta di anfiteatro a monte del quale si trova la sorgente cosiddetta superiore. Giungervi non sarà facile poiché la stradina che vi sale, oltre a essere malandata, è anche bloccata da un grosso albero caduto. Se siete comunque disposti a vederla e a camminare carponi nel fango non vi sarà impossibile raggiungere la polla, che però troverete serrata da una cancellata, ben chiusa da un catenaccio.
    Vi consolerà il rigagnolo che dal piccolo tunnel sgorga fresco creando un piacevole effetto esotico più in basso, presso la madonnina, dove sarà realmente possibile rinfrescarsi sotto una piacevole, anche se non abbondante, doccia d’acqua fresca circondata da capelvenere e felci di vario genere. Per i più avvezzi a questi spettacoli della natura sarà ben poca cosa e magari risulterà uno spettacolo, per quanto pittoresco, scontato ma, come s’è detto, l’acqua qui non è merce comune e qualcosa di simile, anche se di ben più ridotta portata, lo si potrà apprezzare soltanto all’altra sorgente, quella delle Chianatelle, in territorio di Pollena Trocchia.
    Dopo essersi rinfrescati si potrà ritornare indietro lungo lo stesso percorso dell’andata e, magari, strada facendo, attaccare bottone con qualche anziano contadino, al quale non dispiacerà certo intessere le lodi della sua campagna dopo aver prima indagato con diffidenza, poi con curiosità e finalmente con simpatia sulle generalità di chi s’avventura ancora lungo i sentieri da Muntagna. Magari in questo modo si rinsalderà quel legame vitale tra noi e il nostro territorio che sembra tanto più lontano quanto sconosciuto.

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  12. SENTIERO 11:
    “Il mediano”, 28 giugnio 2010, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=10325

    L’UNDICESIMO SENTIERO DI ’PASSEGGIATE VESUVIANE’
    Ciro Teodonno
    L’ultimo sentiero ufficiale del parco Nazionale del Vesuvio. Un compendio della natura Vesuviana ma anche dei suoi mali.

    Terminiamo, si spera temporaneamente, il nostro viaggio lungo gli undici sentieri del Vesuvio; abbiamo seguito la sentieristica ufficiale con l’intenzione di avvicinare le persone a un escursionismo attivo e consapevole. Lo scenario che abbiamo trovato è stato sempre dei più entusiasmanti soprattutto quando ci siamo inoltrati in alto tra le nuvole del cratere o tra i boschi del Somma. Purtroppo a quote più basse (ma non solo) lo scempio delle pinete raggiunge livelli intollerabili e spesso ci ha lasciato sgomenti lo spettacolo delle discariche legali e abusive trovate lungo il nostro tragitto.
    Per questo motivo l’intenzione di limitarmi alla semplice guida è spesso sfociata nella denuncia delle brutture che attanagliano il Vulcano, di questo me ne scuso chiamando in causa l’amore per i miei luoghi e il diritto di cronaca, che mai come in questo caso risulta oltremodo un dovere.
    Il sentiero numero 11 denominato la Pineta di Terzigno è facilmente raggiungibile per chi si muovesse in auto (ma non mancano collegamenti con la Circumvesuviana), si userà ancora la SS268 che ad anello percorre tutto il Vesuviano fino ad Angri; usciamo anche stavolta a Ottaviano seguendo la stessa strada che ci ha condotti al vallone della Pròfica a San Giuseppe (si segue la via principale di Ottaviano Via Seggiari/Roma). Giunti a Santa Maria alla Scala quindi si prosegue ancora in rettilineo lungo via Zabatta fino a Terzigno in località Campitelli Nuovi. All’altezza di un bar tabacchi (sinistra) s’imbocca sulla destra via vecchia Campitelli che in salita arriverà, dopo poche centinaia di metri, all’imbocco del sentiero, riconoscibile per segnaletica del Parco e per alcune istallazioni di giochi per bambini ad esso adiacenti.
    La particolarità del numero undici sta nel fatto che è stato immaginato a completa fruizione dei portatori di handicapp, questo grazie a un percorso su pedana, un passamano e una cartellonistica in Braille per i non vedenti. Il percorso si inoltra brevemente (1,5 km circa) nella splendida pineta di Terzigno e prevedeva anche, almeno sulla carta, una sorta di orto botanico delle essenze vesuviane battezzato Il Giardino dei colori e dei profumi, dei quali però, se si escludono quelli dei sacchetti e i miasmi della discarica di Pozzelle, non se n’è avuto sentore alcuno.
    Quest’articolo ha stavolta, oltre che il valore del commiato, anche quello del beneficio dell’inventario, ci risulta in effetti difficile consigliare senza remore d’affrontare un itinerario completamente in balia del teppismo e la non curanza. La summenzionata pedana in legno versa in condizioni pietose e risulta pericolosa per chiunque la percorra. La spazzatura regna poi sovrana, buste e bottiglie di plastica, residui di gaudenti scampagnate, monitor di computer e pezzi di carrozzeria decorano l’ambiente circostante, mentre le famigliole s’intrattengono nei vicini giochi e mentre, come se niente fosse, c’è chi si allena correndo e facendo slalom tra il pattume e le coppiette.
    È un peccato chiudere in questo modo la nostra avventura vesuviana ma si spera che le cose cambino prima o poi e soprattutto che cambino taluni atteggiamenti da parte della gente e soprattutto delle autorità, piuttosto inerti davanti al lordume che invade il territorio da loro amministrato. Non resta che salutarvi, sperando d’aver fatto un utile servizio e rimandandovi a settembre per la scoperta di nuovi e in parte sconosciuti itinerari vesuviani.

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    —–

    COMMENTI:

    1) Carcava
    Spero che al piu’ presto si realizzi il dodicesimo sentiero”la carcava”antica bocca secondaria del vesuvio, rifugio di spartaco, origine fiume vesari,
    grazie
    dott. Barbato Gennaro
    comitato civico di Ottaviano
    Autore: BARBATO | Data: 28/06/2010 | Ora: 22.01.53

    2) Patrimonio meraviglioso
    I luoghi d’interesse del complesso vulcanico Somma-Vesuvio sono innumerevoli e di grande valore storico e paesaggistico.
    Oltre a quello da lei menzionato includerei tra i luoghi da valorizzare la sorgente delle Chianatelle a Pollena Trocchia ma anche i conetti del Carcavone sempre a Pollena, la Castelluccia, tra Massa e S. Sebastiano, il sentiero di via Montedoro a Torre del Greco e così via, la lista sarebbe estremamente lunga per enumerare tanta vituperata ricchezza.
    Il problema maggiore che ho però riscontrato non è tanto quello dell’istituzione di nuovi sentieri ma quello della loro gestione, della loro salvaguardia. Purtroppo non esiste mautenzione alcuna se si escludono gli sporadici interventi degli operatori forestali, le intemperie e l’inciviltà fanno poi il resto.
    Fenomeni come l’abusivismo edilizio, la caccia di frodo, gli scarichi abusivi e non di rifiuti ingombranti e pericolosi, le moto, le auto fanno di questo patrimonio meraviglioso (e l’aggettivo non è esagerato) quel che vogliono senza misure di repressione degne di nota.
    A presto
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 29/06/2010 | Ora: 9.49.05

  13. “Il mediano”, 25 febbraio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=12668

    PROSPETTIVE VERDI PER MASSA DI SOMMA
    Ciro Teodonno
    L’intervista al Sindaco Antonio Zeno sulla futura rivalutazione ambientale e il rilancio economico in chiave turistica del territorio massese.

    Un piacevole incontro con il Sindaco Zeno, classe ’73, da circa cinque anni alla guida del comune alle falde del Somma. Persona alla mano, gioviale e dalla grande passione per la green economy.

    Sindaco, durante l’ultima riunione della comunità del Parco Nazionale, lei ha accennato alla possibilità dell’apertura di un nuovo sentiero nel territorio da lei amministrato, può dirci qualcosa di più a riguardo?
    «Già nel 2008 in fase d’attuazione del parco progetti della regione Campania, organizzammo un consiglio comunale straordinario per sottoscrivere una convenzione col Consorzio di Bonifica, titolare degli alvei, per delegarlo a un’attività di progettazione, realizzazione ed esecuzione di un bando per quello che è il maggiore dei sistemi idraulici dei dintorni, l’alveo Molaro. Un alveo attualmente carrabile, con una larghezza di circa 15/18 metri, che si biforca all’ingresso di Villa Igea e prosegue verso valle, lungo tutta via Veseri, fino a Pollena. Noi avevamo quindi lanciato questo progetto di risanamento con uno stanziamento di 1.400.000 € di fondi europei (fondi POR/FAS-2007-2013), dove si prevedeva un punto d’informazione turistica e lo stazionamento di un trenino elettrico che avrebbe percorso tutto il Molaro, della lunghezza di circa un chilometro e mezzo, fino a un’altezza di circa 700 metri».
    «Questo progetto andava anche a risanare l’alveo che conserva ancora un’importante funzionalità idraulica. La regione Campania, nel luglio 2008, con un’importante delibera ammette questo e altri 250 progetti. Riusciamo per cui ad ottenere tutti i permessi, da parte della Soprintendenza, da parte del Bacino e così via, dovevamo iniziare solo i lavori ma ad oggi siamo ancora attesa di informazioni perché è tutto bloccato! Un grande progetto di recupero locale, di recupero turistico, e, contemporaneamente, in funzione di ciò il comune di Massa si era dotato, con poco meno di 100.000 € (fondi PIT Vesevo), di un piano turistico di sviluppo locale. Un piano che prevedeva la valorizzazione della zona a monte con la realizzazione di una zona camperistica…».

    Una buona idea, in zona non credo ce ne siano molte …
    «Noi non vogliamo costruire alberghi, nel progetto prevedevamo anche lo sviluppo di un “albergo diffuso”, noi abbiamo infatti acquisito a patrimonio comunale un antico convento diroccato ed uno nuovo abusivo, adiacente. A ciò si dovevano recuperare anche tutte quelle casette del centro storico per permettere un alloggio decente per chi volesse venire in queste zone, non creando nuove superfici abitative».

    Ma come si spiega questo blocco?
    «Non è successo solo per Massa ma sono stati bloccati tutti e 250 progetti, in tutta la regione. Poi, successivamente furono fatte altre due delibere regionali forse premiando comuni di maggiore interesse politico ma al momento, comuni con idee di grosso rilievo ce ne sono e che non riguardano solo il semplice recupero di una stradina ma hanno anche idee di grosso rilievo rispetto a uno sviluppo di tipo regionale. In un comune come questo, allo stato attuale, economicamente, è morto, non c’è sviluppo».

    Qualora, come speriamo, questo progetto vada in porto, questo comporterà un abbandono definitivo dell’altro sentiero massese, quello della Castelluccia?
    «La Castelluccia di per sé è un progetto realizzato dal parco Nazionale, in passato dopo colloqui con l’allora assessore Nappi e con la disponibilità di alcune associazioni si era aperta l’ipotesi dell’utilizzo di forestali per la piantumazione di alberi ma si era a fine legislatura e tutto è rimasto appeso e senza seguito».

    Sarebbe bella e utile una sua bonifica, attraverso questo raccordo, sarebbe, in teoria, possibile raggiungere il Gran Cono senza toccare più asfalto.
    «Io non so come andrà a finire, c’è una volontaria assenza da parte del ministero, che non nomina il nuovo direttore del Parco, c’è un’assenza per quanto riguarda il responsabile dell’ufficio tecnico di una persona fissa, pare che ci sia una rotazione costante, e solo il Presidente, Ugo Leone, persiste nel suo impegno di rappresentanza e per la parte esecutiva siamo completamente fermi. La regione Campania non si muove nel far partire i PIRAP…».

    … quando sono stati bloccati?
    «Con l’avvento della nuova amministrazione regionale. Rimaniamo in attesa di fonti di finanziamento, per spendere bene, neanche da gestire noi direttamente, noi avevamo incaricato il Consorzio di Bonifica proprio perché credevamo, innanzitutto nelle competenze e qualità del Consorzio e in secondo luogo perché volevamo dimostrare che non c’era alcun interesse nel farlo, se non quello di uno sviluppo locale e cura dell’ambiente, questo il nostro fine unico. Rimaniamo in attesa che la Regione sblocchi questi fondi perché i soldi sono pochissimi».

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