Parco Nazionale: limite o opportunità?

Tra ottobre e dicembre 2009 Ciro Teodonno ha raccolto per “Il mediano” alcune interviste ai principali rappresentanti dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio:

  1. Matteo Rinaldi, direttore dell’Ente Parco (3 ottobre 2009)
  2. Giuseppe Capasso, presidente della Comunità del Parco (27 ottobre 2009)
  3. Ugo Leone, presidente dell’Ente Parco (7 dicembre 2009)

Tra i commenti i testi delle interviste.

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Il dibattito intorno al PNV è vivo quanto quello sul rischio vulcanico. C’è chi considera il Parco un’opportunità e chi invece un cappio allo sviluppo economico; c’è chi lo vorrebbe estendere e chi ridimensionare; così come c’è chi lo vorrebbe più presente e incisivo e chi, invece, al massimo un’agenzia di marketing.
Un caso particolarmente interessante è quello del comitato “Cittadini per il Parco”.

Tra i commenti: interviste, newsletter, annunci, opinioni e documenti:
– Ciro Teodonno, “Il comitato Cittadini per il Parco. Un movimento spontaneo in difesa del territorio” (18.03.11, qui)
– Cittadini Per Il Parco, “cittadini per il Parco… e ora la convention!“, newsletter del 22.03.11
– Rachele Tarantino, “Vesuvio, la stazione che non c’è” (26.03.11, qui)
– Com. Stampa, “È nato il movimento per lo sviluppo sostenibile dell’area vesuviana” (04.04.11, qui)
– Ciro Teodonno, “Vesuvius dolens” (23.05.11, qui)
– Ciro Teodonno, “Parco del Vesuvio. Lo spreco abita nel Rifugio Imbò” (24.05.11, qui)
– Pasquale Raia, “Dopo l’abolizione delle Comunità Montane, la scure del Ministro Tremonti si abbatterà sui Parchi Nazionali” (09.10.08, qui)
– Rachele Tarantino, “Ercolano, ex Stazione Cook: qualcosa si muove” (05/06/2011, qui)
– senza autore, “Stazione Cook, presto una convenzione” (09/07/2011, qui)
– Ciro Teodonno, “Biglietteria per il Vesuvio” (05/08/2011, qui)
– Ciro Teodonno, “Il Parco ha un nuovo direttore” (15/01/2012, qui)
– Movimento Cittadini per il Parco, “Lettera aperta ai sindaci del Parco” (26/01/2012, qui)
– Redazionale, “Vesuvio, occupato di nuovo il cratere” (11/05/2012, qui)

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AGGIORNAMENTO del 18 dicembre 2013:
Un comunicato stampa pubblicato da “Il mediano” il 18 dicembre 2013 [QUI] ha annunciato che il nuovo Presidente della Comunità del Parco è Luca Capasso, sindaco di Ottaviano, che succede a Giuseppe Capasso, sindaco di San Sebastiano al Vesuvio.

AGGIORNAMENTO dell’8 gennaio 2014:
Il prof. Ugo Leone sta per lasciare la presidenza del Parco Nazionale del Vesuvio, la più piccola e controversa area protetta d’Italia della sua tipologia: una sorta di Fort Apache, come giustamente è definita nell’articolo, che tenta di resistere e di arginare l’illegalità, la devastazione ambientale, gli sversamenti legali e abusivi di rifiuti e, perché no, il rischio vulcanico. In questa intervista a Ciro Teodonno fa un bilancio dei sei anni del suo mandato, tra limiti e passi in avanti: “Nel segno di Leone” (“Il mediano”, 8 gennaio 2014).

AGGIORNAMENTO del 23 gennaio 2014:
Il Parco Nazionale del Vesuvio è in attesa di un nuovo presidente, dopo la scadenza del mandato del prof. Ugo Leone. E’ di oggi l’ufficializzazione della candidatura di un esponente delle associazioni locali, Giovanni Marino, del comitato “Cittadini per il Parco”. In attesa della nomina ministeriale, ecco la sua autopresentazione.
Il 27 gennaio 2014 Ciro Teodonno ha pubblicato un’intervista a Giovanni Marino: QUI.

AGGIORNAMENTO del 6 febbraio 2014:
Giovedì 13 febbraio 2014, a Massa di Somma, si parlerà del (prossimo) Parco Nazionale del Vesuvio.
Attualmente, l’ente è senza presidente, dopo la scadenza del mandato del prof. Ugo Leone. In attesa della nuova nomina ministeriale, le associazioni locali vesuviane hanno candidato l’imprenditore agricolo Giovanni Marino, il quale si presenterà con una tavola rotonda.
La locandina è tra i commenti.
Una galleria fotografica dell’incontro è QUI.

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Con il passaggio dal governo Letta al governo Renzi è cambiato anche il ministro dell’ambiente, da Orlando a Galletti.
Il 23 febbraio 2014 le associazioni che sostengono la candidatura di Giovanni Marino a presidente del Parco Nazionale del Vesuvio hanno inviato al neoministro una lettera pubblicata sullo spazio facebook di “Cittadini per il Parco”.

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AGGIORNAMENTO del 5 giugno 2015:
Ho riprodotto in questo commento un interessante scambio tra Ugo Leone (presidente del Parco Nazionale del Vesuvio) e Giovanni Marino (presidente del Consorzio di tutela del Pomodorino del Piennolo, nonché presidente del movimento “Cittadini per il Parco”). Il tutto è partito dall’articolo che il prof. Leone ha scritto il 2 giugno su “La Repubblica”: Vesuvio, vent’anni di Parco.

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23 thoughts on “Parco Nazionale: limite o opportunità?

  1. “Il mediano”, 3 ottobre 2009, intervista di Ciro Teodonno a Matteo Rinaldi, direttore dell’Ente Parco:

    Il complesso vulcanico del Somma-Vesuvio è un unicum che il mondo ci invidia, sembra però che gli unici a non accorgersi dell’inestimabile valore presente sul territorio, siano proprio i residenti, che tra abusivismo edilizio, discariche e altri scempi, di vario genere ed entità, deturpano un bene altrimenti fruibile, anche e soprattutto dal punto di vista economico.
    Per questo è nostra intenzione incominciare un cammino conoscitivo di una realtà territoriale tanto preziosa, proprio attraverso l’incontro con quelle autorità che sono preposte alla sua gestione e alla sua tutela.
    Abbiamo incontrato in questi giorni il Direttore dell’Ente Parco del Vesuvio, Matteo Rinaldi, col quale ci siamo intrattenuti in una piacevole e interessante discussione sulle tematiche del Parco.

    La presenza del Vulcano, per quanto grande e immensa dal punto di vista storico e naturalistico, rischia di passare inosservata ai più, se non fosse per i sussulti provocati, di tanto in tanto, dai media, per ricordarci che viviamo ancora all’ombra di un vulcano attivo. Ci sembra che, dall’istituzione del Parco, la distanza tra la gente e il vulcano più famoso al mondo non si sia ridotta, abbiamo l’impressione che nonostante iniziative di vario genere, il Vesuvio e l’Ente che lo rappresenta, restino una sorta di cattedrale nel deserto.
    «È molto difficile percepire nella vita quotidiana le tematiche che un ente parco affronta rispetto al sentire comune del cittadino, perché per migliorare l’ascolto il parco deve arrivare anche al singolo utente, colui che realmente vive e fruisce delle attività dell’ente predisposto e ne pubblicizza l’operato. Non basta infatti lavorare in un ente, facendo cose pregevoli se poi queste attività non pervengono alla conoscenza dell’utenza, risultando così nulle rispetto al lavoro effettivamente svolto. Sembrando così, agli occhi dei più, un ente tra i tanti, inutile. Quest’aspetto lo abbiamo curato tantissimo e ci adoperiamo perché tutto quello che facciamo deve essere portato alla conoscenza di tutti. Poi, se ci sono delle critiche da fare, dei suggerimenti da dare, questo non può che migliorare il nostro lavoro.
    Purtroppo tutto questo non è semplice da realizzare, poiché il cittadino non vede nel parco il centro del mondo e il ruolo che ci è stato assegnato sembra essere contrario alle nostre reali intenzioni, siamo visti come quelli che in un verso o nell’altro richiediamo il rispetto della legalità, delle norme, della tutela di quei valori che non sempre vengono ben compresi, come la tutela della natura, dove ci accusano di proteggere “il fiorellino e l’uccelletto”, mentre “il cittadino muore di fame” perché non può fare quello di cui necessita. Quindi, da tutto questo si può facilmente intendere che i compiti di un ente parco sono più particolari rispetto a quelli di un altro ente locale. Dobbiamo far rispettare le norme in modo da far avvicinare il cittadino ai contenuti di quelle norme, lavoro assai difficile in verità. Lavoro che andrebbe affrontato in sinergia con tutte le altre pubbliche amministrazioni, che nei fatti però mantenendo una certa diplomazia lasciano a noi l’incombenza dell’agire. Le porto un esempio emblematico per meglio capire la nostra situazione.
    Abbiamo avuto accesso ai fondi pubblici europei dal 2000 al 2006, c’erano delle misure chiamate Aiuti alle Imprese, in cui bisognava dare dei fondi seguendo determinate tematiche, determinati progetti, particolari contenuti, a quelle imprese che giovani o consolidate volenterose di migliorare la loro capacità di penetrazione nel mercato. La norma prevedeva che potevano essere beneficiari di questi contributi i residenti nei territori dei comuni del Parco. È successo, che le domande presentate dalle aziende site nel territorio del Parco sono state da noi vagliate al massimo della loro legalità, selezionandole rigidamente e scartando quelle che non rientravano nei parametri richiesti dalla normativa. Per i comuni esterni all’areale del Parco invece, dove la selezione era affidata ad altri enti pubblici, la valutazione dei requisiti è risultata quasi sempre favorevole e molte ditte hanno potuto accedere all’erogazione, creando una disparità tra chi stava dentro e chi stava fuori del Parco, il contrario di quanto la legge voleva ottenere, invertendo il meccanismo».

    Gli enti specifici delle altre pubbliche amministrazioni non hanno lavorato come avrebbero dovuto?
    «Non abbiamo fatto un’indagine precisa però si è verificata questa disparità. Per cui tornando alla domanda principale va detto che abbiamo fatto molti progetti soprattutto rivolti alle scuole, è chiaro che è settore che porterà dei frutti, diciamo tra vent’anni, non prima. Ecco perché sembra che ci sia una distanza tra l’Ente Parco e i cittadini. Purtroppo non c’è neanche un’unità di visione tra il Parco, i comuni e i cittadini, sembra che in questo lavoro solitario gli altri non ci vengano incontro, probabilmente perché risulta anche un po’ spiacevole dire di no a un cittadino, un sindaco non può dire sempre no.
    E anche in questo senso stiamo tentando di recuperare questa vicinanza con una serie di interventi che possono migliorare la recettività sul territorio, migliorarne la fruibilità, allo scopo di creare opportunità di sviluppo sostenibile e di lavoro. Cerchiamo di sviluppare quelle attività compatibili col territorio del Parco in modo da riavvicinare il settore produttivo, quello degli operatori economici, che ricavando un reddito, dovrebbero difendere la natura del reddito e diventare nostri sostenitori. Ci rendiamo conto che il processo è lento e che non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo a pieno e che è necessario continuare a lavorare».

    La sentieristica, con i suoi undici itinerari, attrezzati con opere di ingegneria naturalistica e con un percorso per disabili, ha segnato, a suo tempo, un passo fondamentale per un corretta fruibilità della natura vesuviana. Oggi però, lo stato di buona parte dei sentieri è di dissesto e abbandono, in alcuni tratti risulta pericoloso, in altri la natura fa il suo corso e si riappropria delle strutture. Inoltre, là dove la Montagna è facilmente raggiungibile, quel che lascia il meglio dell’inciviltà locale è sotto gli occhi di tutti.
    «Tempo fa ci fu un grande impulso alla costituzione e alla messa in essere della sentieristica, vi era una particolare condizione favorevole, c’erano dei fondi del Ministero dell’Ambiente, devoluti in favore di una stabilizzazione di una cooperativa (che si occupasse della manutenzione dei sentieri ndr). Oggi questa situazione non c’è più, siamo rimasti senza lavoratori e senza risorse. Ci siamo comunque barcamenati e abbiamo inserito una parte di questi sentieri nelle programmazioni regionali.
    Va comunque detto che abbiamo già sistemato il sentiero del Gran Cono, l’abbiamo messo in sicurezza, con staccionate nuove, sistemato le pericolose frane a monte del sentiero e creato un’alternativa all’ascensione al Cono attraverso la strada Matrone. Abbiamo anche rinnovato tutta la tabellonistica dei sentieri: proprio in questi giorni si stanno completando i lavori. Là dove troviamo delle difficoltà e dove stiamo cercando di trovare una soluzione sono quei sentieri costruiti sui passaggi di uso pubblico e che non sono zona di proprietà dell’Ente. Su questi abbiamo una certa difficoltà tecnico-amministrativa per intervenire».

    Avete avuto esplicite riserve da parte dei proprietari dei fondi?
    «È difficile intervenire per noi se non dimostriamo che il bene è nostro, siamo un ente pubblico e dobbiamo render conto di come spendiamo il denaro, non possiamo spendere i danari su un bene che non è il nostro. Con qualcuno dei proprietari abbiamo incominciato ad affrontare questa problematica e la stiamo inserendo nella nuova programmazione, unica fonte finanziaria a disposizione, quella dei fondi europei 2007-2013. Stiamo trovando, a mo’ di campione un paio di sentieri, in via di definizione per il possesso pubblico, per poi risistemarli. Successivamente, qualora se ne offrisse la possibilità, trovarvi una forma di gestione. In riserva (Alto Tirone ndr) è facile la gestione, sui sentieri liberi ci sono purtroppo ancora molte difficoltà. Ovviamente auspicherei anche l’intervento dei comuni interessati, per sobbarcarsi l’onere dei lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria che però non creeranno reddito diretto essendo strade di pubblico accesso.
    Il Parco non può più farlo da solo, bisogna trovare delle forme concordate per agire. Un’altra tecnica che stiamo adoperando è quella dell’eliminazione sui sentieri di tutti quegli oggetti che possono indurre il visitatore a lasciare rifiuti. Non ci può essere un sistema di raccolta dei rifiuti su quei percorsi, senza una possibilità diretta di gestione e controllo, dove nessun imprenditore si adopererà nel raccogliere lucrativamente i rifiuti ivi depositati. I rifiuti del resto non si abbandonano, se li porti, te li riporti indietro».

    Infine vorrei chiederle ragguagli sullo stato attuale della discarica di Terzigno e del sito di stoccaggio provvisorio dell’Ammendola-Formisano. Può dirci a che punto siamo con le due gravi questioni?
    «Sulla discarica di Terzigno abbiamo potuto fare ben poco, pur essendoci impegnati molto, pur avendo espresso tutti i pareri possibili contrari, la normativa era blindata. Hanno derogato tutta la normativa, non lasciandoci più competenze a riguardo. La discarica rimarrà attiva fino al suo riempimento. Io personalmente, ma anche l’intero Consiglio Direttivo non abbiamo condiviso tutto questo. Nel momento in cui entreranno in funzione le discariche programmate potranno forse procedere alle bonifiche di aree come l’Ammendola-Formisano. E noi saremo attenti a caldeggiare questa opportunità: eliminare, dall’area Parco, tutte le discariche impiantate nella lunga stagione dell’emergenza rifiuti».
    Fonte: http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=7035

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    “Il mediano”, 27 ottobre 2009, intervista di Ciro Teodonno a Giuseppe Capasso, presidente della Comunità del Parco:

    Continuando nel nostro viaggio conoscitivo all’interno della realtà del Parco Nazionale del Vesuvio ci soffermiamo stavolta su un contesto diverso da quello dirigenziale, già toccato in precedenza con l’intervista al Direttore Rinaldi. Ci inoltriamo quindi nel mondo, talvolta contrapposto, della realtà delle amministrazioni locali. Abbiamo scelto di porre le nostre domande a colui che, per incarichi ricoperti e attività svolte, può rappresentare a pieno la categoria delle comuni vesuviani, il sindaco di San Sebastiano al Vesuvio, Giuseppe Capasso.

    Sindaco Capasso, nella sua esperienza di presidente della Comunità del Parco Nazionale del Vesuvio e già membro del Consiglio Direttivo dell’Ente Parco può illustrarci a larghe linee e dal punto di vista delle amministrazioni locali la situazione attuale del nostro vulcano?
    “Ad ormai dieci anni dalla sua istituzione il Parco ha compiuto una parte della sua missione ovvero quella di essere conosciuto ed essere accettato. Sembrano due cose scontate ma in realtà non lo erano fino a dieci anni fa quando il Parco veniva immaginato come una sovrastruttura fatta apposta per calare ulteriori vincoli sul territorio. In realtà un’area protetta non può che porsi l’obiettivo della tutela, e dunque i vincoli ci sono, ed è giusto che ci siano, ma va anche detto che il Parco del Vesuvio, oltre alla salvaguardia, ha un altro obiettivo che è quello che ha fatto si che le comunità locali e le amministrazioni comunali si «affezionassero» all’idea di parco, quella della valorizzazione del Vesuvio e la sua parte pedemontana. Da questo punto di vista credo che il Parco abbia fatto davvero abbastanza poiché grazie ad esso abbiamo investito importanti risorse in questi dieci anni, impiegando fondi europei e dando un primo assaggio di quello che un’area protetta può fare per migliorare la qualità urbana, per avviare interventi di riqualificazione urbanistica e per dare regole certe nella tutela e per far si che questi comuni assomigliassero ad un parco nazionale, o a quello che ci si aspetta da esso. Certo è solo l’inizio però è un’importante e salutare inversione di tendenza. I tredici comuni che compongono il Parco, che ricordo è tra i più antropizzati al mondo, prima ragionavano da comuni dell’area metropolitana di Napoli, ora invece si è sviluppato uno spirito d’appartenenza, come se questi avessero trovato un’identità, e attraverso questa è stato possibile dar luogo a opportunità di tutela e sviluppo che incominciano a delinearsi sul territorio. Il primo progetto integrato è andato molto bene, dal punto di vista della quantità della spesa; è giusto che rimanga opinabile la qualità, perché si può fare sempre più e meglio però, per quanto attiene ai fondi europei, uno dei vulnus della Regione Campania, si riesce a impiegarne purtroppo molto pochi. Nel caso del Parco del Vesuvio questo non è accaduto, proprio perché c’è stata coesione istituzionale nel partenariato, in particolare tra i comuni. Adesso siamo impegnati in ulteriori attività che potranno fungere da volano per il turismo rurale e l’agricoltura attraverso l’impiego delle risorse del PIRAP (Progetto Integrato Rurale per le Aree Protette, ndr.) il progetto integrato per l’agricoltura; nei giorni scorsi (14/10/2009, ndr.) è stato firmato un importante protocollo d’intesa tra i tredici comuni, l’Ente Parco e la Provincia di Napoli. Siamo anche impegnati per avviare in questi giorni la fase due dell’impiego dei fondi europei attraverso quello che ci è sembrato naturale fare, un accordo di reciprocità, così l’ha voluto definire la Regione Campania, cioè una capacità di stare insieme per definire e perseguire gli obiettivi comuni. Il Parco oggi è una realtà che deve guardare al futuro, da questo punto di vista ci sono delle difficoltà, si sente infatti parlare di soppressione degli enti di gestione, quindi tutto tornerebbe nelle mani del Ministero dell’Ambiente, anche se credo che i parlamentari che pensano o formulano queste proposte di legge, sia pure in buona fede, per aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione, riducendo le sue strutture periferiche, commetterebbero in questo caso un errore perché gli enti parco hanno dimostrato, non solo in questo caso, di lavorare bene, influenzando positivamente i cittadini, coinvolgendoli nella tutela del territorio. Abbiamo visto che con l’Ente Parco, i grandi fenomeni, purtroppo tipici dell’area napoletana, come abusivismo edilizio e tutte le altre forme di inciviltà e di mancato rispetto del territorio incominciano ad avere anch’esse un’inversione di tendenza. Non che non si costruisca più abusivamente o che di colpo i napoletani siano diventati assolutamente virtuosi e amanti della natura ma certo il Parco è servito per migliorare la condizione di partenza”.

    In un articolo dell’Ora Vesuviana (versione digitale del 05/04/2009) e sul Mattino (del 03/04/2009 a pagina 42) sono state pubblicate alcune sue affermazioni su una plausibile elevazione dei solai per ridurre l’abusivismo edilizio e riavviare l’economia locale, anche in virtù delle disposizioni governative del piano casa e il conseguente aumento delle cubature contemplate dalla suddetta normativa. Se ciò fosse confermato, non crede che sia in antitesi con le disposizioni regionali in materia di incentivazione allo spopolamento della zona rossa? Non ritiene opportuno indirizzare l’attenzione verso altri settori imprenditoriali come il turismo o la tutela dei prodotti tipici per riavviare l’economia del Vesuviano?
    “La proposta, o per meglio dire la provocazione che feci tempo fa, era la possibilità di realizzare dei sottotetti. Il sottotetto doveva essere qualificato come non accatastabile e quindi non concorreva all’accrescimento del patrimonio immobiliare dei singoli e avrebbe, qualora approvato, una condizione di blocco per attività future, perché quando su un’abitazione c’è un «tappo» è difficile pensare che quando arrivano i figli o i nipoti questi possano pensare a sopraelevare indiscriminatamente. Inoltre avrebbe conferito agli edifici un importante valore paesaggistico, tanto è vero che l’ipotesi, formulata e poi censurata, prima ancora di capire di cosa si trattava, aveva il pregio di obbligare i cittadini vesuviani non solo alla classificazione estetica del proprio fabbricato ma adeguarlo alle norme sismiche, cosa che in quest’area non è assolutamente scontata visto che si tratta di un’edilizia piuttosto vecchia e realizzata appunto senza le necessarie autorizzazioni e quindi dal punto di vista sismico assolutamente inidonee”.

    È quindi possibile adeguare i vecchi fabbricati o quelli non a norma?
    “Lo scopo della «premialità», chiamiamola così, era dato essenzialmente dall’adeguamento al rischio sismico, anche per quelli non in cemento armato”.

    C’è quindi questa possibilità?
    “Non c’è assolutamente, era una proposta che non è stata accolta, vedo anche nella formulazione del piano casa in corso d’approvazione alla Regione, la zona rossa rimane congelata. Il che va bene, in questo modo vorrà dire che si porrà un freno all’incremento demografico, ma è anche vero che quando c’è una norma, per quanto severa essa sia, è anche necessario attuare i necessari controlli. La proposta che io facevo aveva certamente molti difetti ma certamente il pregio di porre un limite, anche in un futuro, che noi speriamo piuttosto lungo, alle tentazioni di sopraelevazione e superfetazione. Quindi una proposta assolutamente calibrata e che non avrebbe di fatto determinato nessun incremento demografico se non una riqualificazione dei volumi esistenti e un adeguamento sismico. A fronte della possibilità di realizzare un sottotetto il proprietario avrebbe dovuto impegnarsi ad adeguare sismicamente la sua abitazione, ma ormai è storia vecchia, poiché questa possibilità non è data. Bisogna inoltre evitare che altri strumenti che hanno come proposito di garantire la decompressione dell’area vesuviana non diventino uno spreco di risorse come è accaduto con il bonus dato ai residenti che accettavano di allontanarsi dall’area vesuviana. Noi abbiamo bisogno, per ridurre il carico antropico, di riqualificare sempre più il tessuto urbano, di puntare a una maggiore qualità della vita, rispondendo a tutti quelli che immaginano invece, attuando un terrorismo psicologico e mediatico, che così facendo l’area possa «desertificarsi», cosa che non avverrebbe poiché, al contrario, si otterrebbe un aumento del carico antropico, come è dimostrato ormai ovunque; dove nelle aree che non hanno un proprio tessuto connettivo dal punto di vista sociale, economico, che non hanno una propria identità territoriale, trova facile rifugio tutto il disagio umano, sociale, abitativo che c’è in giro. Quindi diventerebbe, l’area vesuviana, qualora noi non continuassimo a investire sulla sua riqualificazione, un refugium peccatorum, dove l’edilizia preesistente non verrebbe né demolita né ignorata, e magari tanti disperati potrebbero sceglierla per venirci a vivere accettando il rischio immanente del Vulcano a fronte di una precarietà abitativa”.

    In un parco nazionale è fondamentale mantenere bassi i limiti di emissioni nocive all’ambiente e contenere gli effetti della massiccia antropizzazione che gravita intorno al cratere. San Sebastiano sembra uno dei pochi baluardi a far fronte all’alto tasso d’inquinamento del Napoletano e soprattutto sembra esserlo per la gestione dei rifiuti, ma vorremmo conoscere il percorso della locale gestione della differenziata per capirne il successo.
    “È difficile mantenere bassi i limiti di emissioni inquinanti in una zona a così alta concentrazione demografica; esistono, all’ombra dl Vesuvio, comuni di pochi chilometri quadrati con un alto numero di abitanti, e quindi di automobili, che mal si concilia con l’habitat di un’area protetta. San Sebastiano negli anni ha fatto questa scelta di restare piccolo, stiamo diminuendo sempre più, in modo non significativo, ma indicativo della nostra volontà di farne un’area protetta, nel senso che il tasso d’inquinamento rimane contenuto, le aree a verde sono in buon rapporto rispetto all’edificato. Di recente abbiamo ricevuto un importante riconoscimento, nella provincia di Napoli, siamo l’unico comune individuato a ruralità prevalente. Vale a dire che le aree edificate sono minoritarie rispetto a quelle che ancora non lo sono e ci collocano al vertice della classifica provinciale. Per quanto riguarda la raccolta differenziata per noi è stata una scommessa, iniziata prima ancora dell’obbligo di legge, quando i comuni non erano minacciati dal commissariamento in caso d’inadempienza. Noi abbiamo ritenuto di doverla fare perché San Sebastiano si presta particolarmente, un po’ per ragioni urbanistiche un po’ per la qualità delle persone che vi abitano, che certamente attendevano questa proposta organizzativa da parte del comune. I cittadini hanno risposto piuttosto bene, il che ci ha permesso di rispettare le tabelle di marcia, abbiamo iniziando con una modalità semplice, con pochi sacchetti, con delle macro-frazioni e adesso stiamo rispettando il programma con una raccolta molto più selettiva. È un investimento che dimostra quanto a Napoli e provincia, dopo la grande crisi dei rifiuti, sia possibile investire in civiltà ma dove c’è l’amarezza di sapere che la raccolta differenziata quando è fatta bene dai cittadini finisce per costare di più e questo non è possibile è una contraddizione, non si può far pagare in più ai cittadini una virtù, bisogna far pagare di più i difetti, le colpe, i peccati, la trasgressione, non certamente la virtù! Non è una considerazione di ordine morale ma l’amarezza di constatare che per smaltire una tonnellata di «umido» è necessario oggi spendere duecento e passa euro per l’indisponibilità di impianti di trattamento della frazione organica nella regione. Non possiamo, nei momenti di crisi, bloccare il ciclo perché significherebbe la fine della raccolta differenziata come sta accadendo in molti comuni, che dopo essere partiti di buona lena, oggi si ritrovano in una condizione di sostanziale fallimento. Raggiungere poi livelli consistenti di raccolta differenziata è una cosa difficile ma non impossibile, ma poi mantenerli è ancora più impegnativo. Noi continueremo in questo sforzo, faccio un esempio, tutto ciò che è in strada nel Mezzogiorno rappresenta un forte attrattore del cosiddetto talquale. Quindi, da questo punto di vista, bisogna investire in controlli e sanzioni ma bisogna prendere anche atto che l’immondizia deve essere collocata il più vicino ai luoghi di produzione. Nel prossimo futuro noi toglieremo anche le campane per il vetro provvedendo con un altro sacchetto o molto più probabilmente un secchio”.

    Non sarebbe opportuno insistere con maggiori controlli e sanzioni?
    “Abbiamo sanzionato trentasettemila euro di multe, ma neanche la vessazione può essere uno strumento di persuasione, è preferibile l’educazione”.

    Inoltre, sempre nell’ottica della salvaguardia ambientale, la pregevole iniziativa della centrale fotovoltaica di via Panoramica Fellapane, sembra essersi arenata in un incompiuto michelangiolesco; la data di consegna dei lavori era prevista per il novembre 2007, cosa può dirci a riguardo?
    “Per quel che concerne la centrale fotovoltaica, sta funzionando, non l’abbiamo ancora inaugurata in attesa dei primi dati certi di produzione d’energia. Stiamo inoltre tarando un contatore bidirezionale (biorario) che fa ancora un po’ di «bizze» e vorremmo inaugurarla con dei dati più precisi. Abbiamo scelto una formula che non è molto innovativa perché la tecnologia non è ancora matura, nel senso che noi produciamo energia e la rivendiamo all’ENEL e poi acquistiamo, in maniera convenzionale, dalla stessa; quando la vendiamo però, per legge, la famosa 56 (Deliberazione 9 maggio 2008-ARG/elt 56/08, ndr.), viene pagata il triplo del prezzo di costo. Nella prossima primavera potremmo fornire ai cittadini dei dati di quanto ci ha fatto risparmiare e fare un programma di implementazione del fotovoltaico. Anche qui subentra un problema di educazione, siamo stati inseriti inutilmente nel progetto «Cento comuni per cento progetti» con un programma di incentivi per l’incremento degli impianti fotovoltaici sui garages, ma non abbiamo avuto molte domande, il che significa che dobbiamo investire molto più sull’informazione. Certo è che il fotovoltaico non è più il futuro ma il presente, quindi dobbiamo dare un piano coordinato anche qui con l’Ente Parco e con la Sopraintendenza perché i pannelli non sono bellissimi, ma neanche si può accettare che questa tecnologia, che tanti vantaggi dà sul piano economico e sul piano ambientale, debba cadere proprio sotto la scure di quegli enti che lo devono tutelare”.

    Infine, può esprimerci la sua opinione sulle discariche vesuviane, e in particolar modo il destino dell’Ammendola-Formisano?
    “Le discariche andrebbero bonificate, a spese degli interessati; per quanto riguarda l’Ammendola-Formisano, siamo riusciti a non farla rientrare nel novero di quelle discariche che si stanno riaprendo nel Parco come Terzigno, e questa la consideriamo al momento come una battaglia vinta. La si era infatti attrezzata con un’impermeabilizzazione per ospitare non solo i rifiuti di Ercolano che impudentemente li ha stoccati durante la sua emergenza, ma per ospitare anche altri milioni di metri cubi di rifiuti. Questo è inaccettabile e bisogna pensare ad una sostanziale bonifica. Non sono in verità molto ottimista, nel senso che la vera bonifica coinciderà con la rinaturalizzazione. Per fortuna la natura, anche se in tempi molto lunghi, si riapproprierà dell’ambiente”.

    È comunque da tenere in conto l’esempio negativo che dà quello che viene definito ancora oggi sito di stoccaggio provvisorio e che provvisorio non lo è più. Per personale costatazione la zona in questione è soggetta a sversamenti abusivi continui che, puntualmente, a cadenza annuale vengono dati alle fiamme come è accaduto questa e l’estate scorsa con conseguenze nocive per la comunità.
    “Credo che la strategia più efficace sia quella di chiudere gli accessi, anche a costo di creare problemi agli agricoltori, creare un meccanismo di responsabilità tra chi possiederà le chiavi di questi eventuali cancelli. Quindi c’è bisogno di un’azione sinergica, con controlli e chiusura dei varchi, perché è certo che non ci possono arrivare se non con dei mezzi per scaricare, facendovi anche fronte soprattutto con un’anagrafe di coloro che posseggono fondi in queste aree e che si assumano la responsabilità della tenuta di questa «barriera»”.
    Fonte: http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=7290

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    “Il mediano”, 7 dicembre 2009, intervista di Ciro Teodonno a Ugo Leone, presidente dell’Ente Parco:

    Concludiamo, almeno temporaneamente il nostro breve ma intenso excursus nell’ambito del Parco Nazionale del Vesuvio. Abbiamo, in questi mesi, intervistato il Direttore, Matteo Rinaldi, il rappresentante dei comuni vesuviani, Giuseppe Capasso, e infine, chiudendo il cerchio, ci siamo intrattenuti col prof. Ugo Leone che, in carica dal 2008, presiede l’ente che tutela l’importante sito naturalistico.
    L’idea di queste interviste, è stata quella di un’analisi, per niente definitiva, della realtà vesuviana, fin troppo distante dai suoi attori principali, i cittadini, che in realtà sembrano subire passivamente l’ingombrante presenza del Vesuvio senza comprenderne il valore e le potenzialità.
    Ecco perché abbiamo in questi mesi interpellato gli elementi più rappresentativi del Parco Nazionale, per chieder conto di ciò che il parco è, voleva essere e sarà.

    Signor presidente, come lei già saprà il Mediano.it è da tempo un attento osservatore del Vesuviano e ovviamente del Vulcano che lo rappresenta e che ne segna profilo e destino. Abbiamo più volte messo in risalto pregi e difetti di un’area ad alto valore naturale, storico e paesaggistico ma anche dai forti contrasti e dai troppi attacchi alla sua integrità. Da un lato abbiamo il Parco con la sua tutela dell’ambiente, dall’altro una comunità che non comprende a pieno le potenzialità del territorio in cui vive e che del quale ne è spesso il primo detrattore.
    «Il Parco rappresenta sul territorio una presenza che non è opportunamente compresa. Non è conosciuta dai cittadini dei 13 comuni che lo compongono e che ne sono i protagonisti attivi e i destinatari di tutte le nostre azioni. Se noi facciamo qualcosa, se accediamo (con grande difficoltà) a dei finanziamenti, non ne viene niente al parco in quanto tale ma alla comunità che esso rappresenta, cioè all’insieme dei 13 comuni. Se intanto è stato possibile, oggi come in passato, per questi ottenere concrete realizzazioni infrastrutturali lo è stato per l’opera d’intermediazione del Parco stesso.
    Esso è il soggetto unico che può accedere ai fondi e trasferirli ai comuni direttamente, affinché essi realizzino progetti come sta avvenendo attualmente per il progetto PIRAP di integrazione rurale delle aree protette. In assenza del parco tutto questo non potrebbe avvenire quindi risulta essere una presenza importante, non fosse altro per questi obiettivi per così dire materiali. Il Parco ha anche un compito istituzionale quello di tutelare la biodiversità naturale. Ho sempre sostenuto in questi quasi due anni di presidenza, così come nel mio primo incarico (il Presidente Leone è stato il primo presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, istituito nel 1995 ndr), che un approccio moderno alla protezione deve tener conto innanzi tutto e come istituzionalmente previsto, della protezione della natura, ma parallelamente e non di minore importanza della protezione delle persone, di quella che io chiamo la biodiversità culturale.
    Intendendo con questa i cittadini, i quali non devono vedere nel rispetto dell’ambiente, tipico di un parco naturale, un vincolo, non come costrizione ma come occasione di sviluppo. Questo non è una pigro slogan ma una realtà concreta. Il Parco è il mezzo per accedere a quei finanziamenti per il rilancio e la riscoperta di quel patrimonio di tradizioni, di storia, di cultura che confluiscono in manifestazioni come l’artigianato, l’enogastronomia, il folclore, cioè tutte manifestazioni a impatto zero per l’ambiente e di grande rilievo per quanto concerne il rientro socio-economico. Deve esserci consapevolezza di questo, non tutti però accettano questa presenza, taluni la considerano un ostacolo. Di recente ho letto delle dichiarazioni che vedono il Parco come un ostacolo allo sviluppo turistico, non è vero!
    Lo stesso PIRAP, ad esempio, va incontro al turismo rurale, se poi, quando si parla di turismo, ognuno vuol fare quel che gli pare, allora è ovvio che il parco è un ostacolo. Se invece si vuole puntare su quello che viene definito turismo sostenibile, parola a volte abusata, ma che rende ancora bene il concetto di un’azione turistica che permette di soddisfare oggi le esigenze dei visitatori senza privare di un analogo soddisfacimento chi verrà dopo».

    Tutto ciò è sacrosanto ed è opportuno che tutti quanti ragionassero in questi termini, dal primo all’ultimo cittadino, ma nella vita di tutti i giorni si riscontra una realtà ben diversa da quella da lei auspicata. Il comune cittadino non vede altro nell’ambiente che un qualcosa di quantificabile esclusivamente ai fini utilitaristici. Come vi rapportate con questa dura realtà?
    «Questo è vero e c’è una responsabilità da parte del Parco. È vero perché esiste un’ignoranza, intesa nel senso più genuino della parola, sull’esistenza del Parco, non tutti sanno di vivere in un area naturale protetta e di poterne trarre un vantaggio da questa presenza. Quelli che sanno e che ritengono di non trarne un vantaggio, perché non gliene viene niente immediatamente, per così dire, non si rendono conto che il vantaggio è sì immateriale, ma dalla forte ricaduta nello sviluppo socio-economico del comune, che se ben amministrato offrirà dei benefici, più o meno immediati anche ai cittadini. La colpa del Parco sta nel fatto che non ha saputo ancora affermarsi nella coscienza dei cittadini con la sua presenza, va quindi migliorata e incrementata la comunicazione, bisogna far sapere che si esiste come dei collaboratori e non come ostacoli agli interessi dei cittadini, che per altro non sono sempre legittimi.
    Ci sono interessi che vanno esaltati e soddisfatti, altri frustrati e bloccati, fra questi spiccano due tipi di abusivismo che hanno caratterizzato storicamente quest’area, l’abusivismo edilizio e quello dello sversamento abusivo dei rifiuti. L’abusivismo edilizio certamente ha trovato e trova nel Parco un ostacolo. Noi abbiamo provveduto e così chi c’era prima di me ad una serie di abbattimenti, rappresentativi della volontà del parco a bloccare l’abuso. 32 abbattimenti realizzati fino al 2005, questo costituisce un deterrente, chi volesse tuttora costruire, il suo bene non potrà mai essere condonato e corre il rischio di essere abbattuto. Abbiamo, a tal proposito, vista anche l’intrinseca difficoltà a censire gli abusi, sottoscritto un protocollo d’intesa con l’Assessorato all’Urbanistica della Regione Campania, dove si prevede la nostra fornitura di notizie per il piano degli abbattimenti, ogni sei mesi e loro materialmente provvederanno all’abbattimento. L’altro abuso storico dell’area è quello dello sversamento dei rifiuti.
    È avvenuto di tutto, è stato sversato di tutto, in discariche evidentemente abusive, e questo è un problema che il Parco ha ereditato sin dalla sua istituzione nel 1995 e per questo bisogna procedere con un opera di bonifica, che risulta essere particolarmente delicata, complessa e costosa. Il paradosso di tutto questo è che, mentre si dice che in passato si sono sversati abusivamente rifiuti tossici e nocivi, lo stato, massimo tutore della legalità, in deroga a tutte le leggi, con un decreto del maggio 2008, ha consentito che in una cava nel territorio di Terzigno (e del ParcoNazionale ndr) fosse allestita una discarica. Noi del Parco ci siamo fieramente opposti e con tutti gli strumenti a nostra disposizione. Abbiamo per esempio partecipato alla conferenza dei servizi, convocata affinché tutti i soggetti interessati si esprimessero. Ci siamo espressi negativamente solo noi, la Sovrintendenza ai Monumenti e i comuni di Boscoreale e Boscotrecase, altri si sono espressi positivamente come lo stesso comune di Terzigno, molti non hanno partecipato, e la loro assenza è stata interpretata come un silenzio assenso, di conseguenza, a maggioranza, la conferenza dei servizi è risultata essersi è espressa positivamente.
    Io proposi subito un ricorso al TAR e all’Unione Europea ma è poi risultato improponibile e dovemmo accettare passivamente la situazione. Abbiamo però dedotto che per trasportare i rifiuti nella discarica bisognava non solo attraversare le strade del Parco ma addirittura ampliarle o costruirne di nuove e questo è improponibile. Non solo, tutto ciò non era previsto nel decreto che mirava all’apertura della discarica. Abbiamo immediatamente fatto ricorso al TAR che la settimana scorsa si è espresso positivamente e ci ha chiesto delle delucidazioni che gli sono state date il 2 dicembre scorso. Abbiamo fiducia che il ricorso sia accolto, mettendo in seria difficoltà lo scarico dei rifiuti e quindi l’utilizzo della stessa discarica nonché scongiurando il pericolo dell’apertura di un’altra discarica contigua a quella di Pozzelle».

    Le deroghe alla legge sui parchi e le aree protette (Legge 6 dicembre 1991, n. 394) e la conseguente apertura della discarica di Terzigno hanno dato un’ulteriore spallata alla credibilità della tutela ambientale e reso ancor più difficile l’azione del Parco che già resisteva, a mo’ di Fort Apache, in un contesto, quello napoletano, non propriamente dei più facili e propensi all’ambientalismo. Qual è la strada intrapresa dall’Ente Parco e quali saranno le future prospettive per il nostro Vulcano?
    «Io non ho mai criminalizzato le discariche, che sono un passaggio obbligato per il completamento del ciclo dei rifiuti, il problema è quello che ci si mette dentro! Terzigno è un problema perché ci si mette dentro di tutto vi si sversa il “talquale” dove è presente l’”umido” e questo genera il percolato. Di recente ho avuto polemica con Bertolaso su questo problema, il sottosegretario e commissario per l’emergenza rifiuti affermava in un recente sopralluogo sulla discarica vesuviana che questa era in regola perché su di essa non volavano i gabbiani.
    Evidentemente non ci sono perché la puzza è tale da allontanare perfino loro! Io non sono andato personalmente a sentire questa puzza, ma alcuni produttori locali mi hanno detto che ne ricavano un danno economico notevole, i viticoltori non hanno raccolto e quindi non vinificano, c’è poi un’industria alimentare di rilievo nazionale che produce frutta candita e che ha visto ridotte di 300.000 euro le sue commesse con la Germania a causa dell’impatto mediatico e qualitativo sui prodotti».

    Non le sembrano le ultime azioni governative, e in particolar modo il paventato riordino della normativa sui parchi, propensi a mortificare, se non delegittimare, quell’ambientalismo che, seppur in ritardo rispetto ad altri paesi occidentali, era riuscito a costruirsi uno spazio nel cuore e nella mente degli italiani?
    «Questa legge di ridimensionamento dei parchi parte da una considerazione ovvero quella dell’identificazione di questi quali enti inutili e di conseguenza ne prevedeva la chiusura di tutti quelli al di sotto dei 50 dipendenti, questo rischio è stato sventato. Però poiché si vuol far cassa risparmiando nelle spese, il ruolo dei parchi viene in qualche modo ridimensionato da una proposta di legge, che, verosimilmente, diverrà legge intervenendo sugli organi direttivi e presidenziali, riducendone la consistenza quantitativa.
    Le giunte vengono abolite, i consigli direttivi passano da 12 a 8 membri, ma quello che è importante e sottile in questa logica di ridimensionamento è che in questa riduzione vengono ridotte quantitativamente le rappresentanze delle associazioni ambientaliste, quelle dei comuni, ma non quelle del ministero dell’ambiente e dell’agricoltura (un rappresentante invece di due per le associazioni ambientaliste, uno invece di due per l’accademia, cioè CNR, università etc., tre invece di cinque per i comuni, mentre rimangono inalterate le due rappresentanze del ministero dell’ambiente e quella del dicastero dell’agricoltura). Un’azione di forte controtendenza rispetto ad un contesto internazionale che cerca di uscire dalla crisi economica planetaria anche con la cosiddetta “green economy”. Nel nostro paese, da questo punto di vista, c’è tanto da fare, basti pensare alla ristrutturazione idrogeologica dell’Appennino, che passa anche per il rimboschimento, ma anche la sua sistemazione antisismica, e le recenti sciagure ci dimostrano quanto sia vero e necessario agire in tal senso».

    Non crede che il cattivo esempio di talune autorità locali, vedi la decisione del sindaco di Ercolano di stoccare i rifiuti della “passata” crisi entro i confini del parco, possa risultare un pericoloso precedente e un cattivo esempio verso quei cittadini recalcitranti a un corretto smaltimento dei rifiuti?
    «Sì l’Ammendola-Formisano, adibita a sito di stoccaggio è stata motivo di “lite” tra l’Ente Parco e il comune di Ercolano, pur nell’esistenza di ottimi rapporti tra i due enti e tra me e il sindaco. Ognuna delle due istituzioni ha dei compiti, il Parco vigila perché al suo interno non avvengano cose contrarie alla sua filosofia, mentre dall’altro lato il comune deve cercare di liberare il suolo dai rifiuti che stazionano per le vie cittadine. Noi non lo potevamo consentire e ci opponemmo. Nei fatti il comune di Ercolano ha trovato dove buttare i rifiuti e la cosa si è risolta. Resta il problema, lì come altrove, della bonifica».

    Allora non saranno più sversati i rifiuti in quel sito?
    «No però quelli che ci stanno dovranno essere rimossi»

    È un problema che dovrà essere risolto anche perché oltre ai vecchi sversamenti, nello stesso luogo e dalla restaurata stazione Cook dovrà partire l’annunciato “trenino rosso”, quindi, in vista della riqualificazione del posto, mal s’addice tale ingombrante presenza.
    «Sì, spererei che la cosa avvenisse prima, ma nel momento in cui partirà, e non sarà lontana (probabilmente tra qualche mese) la cantierizzazione del percorso del trenino, la riqualificazione dell’area passa inevitabilmente verso la bonifica di questi siti ed è realisticamente auspicabile che si risolva quel problema».

    Infine presidente, proprio in relazione a quest’ultima problematica, circa un anno fa, sempre sulle pagine del nostro giornale, fu sollevata una polemica da un nostro lettore, che ventilava una sua applicazione della logica dei due pesi e delle due misure per la questione delle discariche vesuviane, giustificandole durante il governo Prodi e invertendo la tendenza col cambio di esecutivo. Può finalmente dare una risposta definitiva, per chiudere la questione?
    «Con la mia prima presidenza (1995-96) fu nominato il primo commissario per i rifiuti in Campania, il prefetto Romano se ben ricordo, con l’istituzione del Parco nel giugno del ‘95 ereditammo due grossi problemi, quello della funicolare e della discarica di Terzigno. Quando si presentò il problema della discarica, io, non mi feci scrupolo (quindi la dico chiaramente la mia posizione, allora come oggi!) di istaurare una trattativa con il prefetto commissario e con il direttore generale del ministero dell’ambiente Mascarzini, nella quale mi si chiedeva i riempire di rifiuti questa cavità per due anni, dandomi in cambio royalties da dividere con il comune di Terzigno, e la bonifica di tutti i siti contaminati rientranti nell’area del Parco. Ma quali rifiuti? Quelli inerti!
    Questi erano i termini dell’accordo che io non mi vergognavo, come presidente del Parco di contrattare. Perché è mia opinione che una discarica non vada criminalizzata, perché va giudicata per quello che è, per quel che ci si mette dentro, se ci mettiamo dentro degli “inerti” il Parco ne ricava un utile e la bonifica delle aree contaminate. Ma ero il solo nel consiglio direttivo dell’epoca ad avere questa posizione e quindi non la potetti portare avanti, forse, se le cose fossero andate diversamente oggi avremmo avuto la discarica colmata e le aree bonificate. Forse peccherò di ingenuità ma a quei tempi la cosa mi sembrava realizzabile anche in un’area protetta. Oggi cosa accade, la cava viene riempita di “talquale”, il Parco non viene assolutamente interpellato, l’unico interlocutore è stato il Comune di Terzigno che ne ricava utili».

    Questa sua posizione è fondata sulla pragmatica o va oltre la contingenza?
    «La fondo su un principio, in un parco naturale come quello del Vesuvio, dove vivono centinaia di migliaia di persone non si può pretendere che tutto ciò che essi di negativo fanno si riversi sugli altri. I cittadini dei parchi sono come gli altri produttori di rifiuti, possono quindi pretendere che i loro rifiuti vengano smaltiti altrove? In teoria no, devono essere smaltiti all’interno del parco, ma, in modo virtuoso. Questo è il principio che cerco di esprimere».

    Ancora una perplessità Presidente, io, da comune cittadino, sensibile alle tematiche ecologiche, immagino un parco nazionale come la massima realizzazione di un’area protetta e quindi integro dal punto di vista ambientale, al di là dei problemi che possono circondarlo come anche la crisi dei rifiuti, che sembra non aver ancora visto una fine.
    «In effetti non è stato risolto nulla, non hanno fatto altro che gettare la polvere sotto al tappeto».

    Ma le dicevo è l’emergenza che le fa prospettare questa cosa o lei, data la forte antropizzazione del territorio, giustifica l’esistenza di una discarica nel Parco?
    «No! Non la giustifico più la presenza di una discarica, per le modalità di realizzazione e per il rischio che si passi alla cavità vicina. Il Parco può però dare un aiuto alla risoluzione parziale del problema dei rifiuti anche con la costruzione di impianti di compostaggio liberando i comuni da una presenza ingombrante e onerosa (circa il 30% del totale prodotto), dando dimostrazione che il Parco è propositivo e non sa solo dire no».
    Fonte: http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=7819

  2. “Il mediano”, 18 marzo 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=12919

    IL COMITATO CITTADINI PER IL PARCO. UN MOVIMENTO SPONTANEO IN DIFESA DEL TERRITORIO
    Ciro Teodonno
    Abbiamo incontrato Giovanni Marino, lungimirante imprenditore massese e fautore del comitato, per cercare di capire cos’è che induce la società civile a organizzarsi e prendere l’iniziativa rispetto alla tutela del territorio.

    Giovanni Marino è persona schiva, di poche parole, dallo sguardo talvolta sfuggevole ma dà l’idea di saper ascoltare, cosa non scontata di questi tempi di strombazzamenti, così come, cosa altrettanto importante, pare avere una sensibilità per il territorio superiore a chi ne sarebbe istituzionalmente delegato.
    Ci si potrà obiettare che, essendo un imprenditore agricolo, porta acqua al suo mulino, certo! Ma se lo fa con criterio, apportando benefici all’ambiente e all’economia, senza deturparlo come fanno altre realtà imprenditoriali presenti sul territorio, allora ben venga lui e tutti quelli che come lui possano risollevare le sorti di un contesto, da tempo, fin troppo depresso.
    Ma sentiamo in che consiste questo Comitato e quali sono le sue aspirazioni.

    Giovanni Marino ci parli un po’ della genesi e le aspettative di questo movimento.
    «Certo, la nostra iniziativa avrà un senso nel momento in cui riuscirà a coinvolgere un gran numero di cittadini, di associazioni, di imprenditori ma anche d forze politiche, di partiti che non siano altro che associazioni di persone che vogliono discutere del territorio e nient’altro. L’iniziativa riuscirà se raggiungerà dei livelli di coinvolgimento popolare elevati, perché noi sappiamo per esperienza che la politica è disponibile a raccogliere le sollecitazioni che vengono dal corpo sociale solo quando questo si organizza, fa massa critica, quando preme e quando la domanda che viene dal basso è bella forte, visibile e … purtroppo raramente ci capita di avere dei politici illuminati che anticipano i bisogni e lavorano in risposta a questi».
    «Purtroppo alla nostra politica manca la capacità di programmare, di pianificare e per creare uno sviluppo compatibile come noi lo vorremmo è chiaro che ci vuole anche una capacità di programmazione. Così come sinergie tra vari enti locali e Parco e un Parco del Vesuvio che sia ben organizzato, ben attrezzato per guidare questo processo di sviluppo, il tutto con la condivisione anche dei semplici cittadini di quest’idea di sviluppo verde, basata sul rilancio dell’agricoltura, sullo sviluppo di tutte le forme di turismo sostenibile, che non impatti e distrugga il paesaggio! Sulla fruibilità delle aree naturalistiche di pregio che pure abbiamo, in un ottica di sviluppo che cerchi di rendere compatibili le attività attualmente esistenti nel Parco, dall’agroalimentare all’edilizia, dal tessile all’artigianato e che guardi anche al di là dei confini del Parco, spingendo lo sguardo anche verso la fascia costiera con le sue risorse e il suo patrimonio culturale».
    «Quello che noi chiediamo è di ripensare il ruolo e la funzione dell’Ente Parco, di avere un Parco Nazionale del Vesuvio nel pieno delle sue funzioni e se fosse possibile potenziato nelle sue capacità di essere elemento di coordinamento delle politiche dei comuni dell’area del Parco, affinché questo possa lavorare con i comuni a un nuovo modello di sviluppo e rompa definitivamente con questo passato fatto di discariche, cave, abusivismo edilizio, forme di turismo aggressivo e offensive nei confronti di ambiente e paesaggio. È una svolta necessaria anche perché questo vecchio modello di sviluppo ha portato alla consunzione del territorio e non riesco a immaginare che si possa fare di peggio…».

    Nella pratica, quali possono essere le azioni dirette da attuare sul territorio? Come si può invertire questa tendenza?
    «Innanzitutto chiamare a raccolta tutte le energie disponibili perché riflettano su questo punto e si mettano a punto le soluzioni, le misure necessarie per rilanciare il ruolo del Parco che attualmente è allo sbando, ha un consiglio direttivo dimezzato, mancante della partecipazione di molti comuni, non ha un direttore, non ha un dirigente dell’ufficio tecnico. Si pensi che se approveranno il decreto attuativo del piano (è un anno e mezzo che avrebbero dovuto approvarlo!), lo strumento urbanistico fondamentale, in pratica la legge urbanistica in area Parco, dovranno gestire innumerevoli pratiche. È carente di figure professionali qualificate, non ha agronomi, non ha esperti di marketing territoriale, non ha esperti di fund rising, non è quindi attrezzato per svolgere la azione di agenzia di sviluppo».
    «Ci son poi parti come la Riserva del Tirone che non sono sotto la sua giurisdizione, ci sono poi funzioni che i comuni farebbero bene a delegare al Parco, bisogna rivedere tutta l’architettura istituzionale del Parco. Inoltre non ha molti fondi perché il ministero dell’Ambiente, da un paio d’anni a questa parte, taglia sistematicamente i fondi, non solo al Parco del Vesuvio ma tutti gli altri Parchi, quindi i fondi devono essere ricercati altrove. Deve trovare il Parco delle forme di auto-sostentamento ma se non si sviluppa anche l’economia turistica risulta difficile immaginare tutto questo».

    L’intenzione è quella di creare una via alternativa al Parco o quella di lavorare in simbiosi con esso.
    «C’è un obiettivo e c’è lo strumento, in questo caso, strumento e obiettivo coincidono. Quando è nato, 15 anni fa, il Parco nazionale del Vesuvio, è nato con una prospettiva ed è quella che gli impone la legge, legge che riguarda tutte le aree protette nazionali e che in questo si differenzia dagli altri stati europei e dagli stessi USA. Il ruolo dei Parchi in Italia è quello di conservare e tutelare il patrimonio naturalistico che deve essere difeso perché considerato di pregio ma l’altra funzione di un parco è quella di promuovere lo sviluppo socioeconomico nell’area protetta».
    «Attualmente l’Ente non riesce a fare né l’una né l’altra cosa. Lo sviluppo che noi vorremmo è basato su tre aspetti fondamentali che sono la tutela e la valorizzazione anche turistica delle aree naturalistiche, il recupero della dimensione produttiva dell’agricoltura e il turismo sostenibile. Intorno a questi tre elementi bisogna costruire e si può costruire un modello di sviluppo. A 15 anni dalla sua istituzione noi costatiamo che non si sono fatti passi in avanti e se è possibile se ne sono fatti indietro, basti pensare alla questione non ancora chiusa delle discariche di cava SARI e quella solo momentaneamente accantonata della Vitiello».

    … e non solo!
    «…pensiamo anche alle discariche mai bonificate ancora esistenti nel Parco Nazionale, alle decine di micro discariche …»

    … all’Ammendola-Formisano che sta qui di fronte!
    «Certo!».

    Ma tornando al comitato, quali sono le forze messe in campo oltre all’imprenditoria?
    «Innanzitutto, le forze messe in campo non annoverano tra le proprie fila molti imprenditori, a parte me che rappresento me stesso e quegli agricoltori che sono iscritti alla CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) di Napoli e Caserta e qualche altro della zona, non siamo in molti. Ci sono comunque i Comitati Antidiscarica di Terzigno, Boscoreale e Boscotrecase. C’è Legambiente Campania con i suoi circoli territoriali e la condotta Slow food Vesuvio. Tutti noi siamo il comitato promotore e non vediamo l’ora di scioglierci nella creazione di un qualcosa di più grande».

    Cioè?
    «Un qualcosa di più grande che dovrebbe nascere il prossimo 2 aprile alla convention che si terrà al MAV di Ercolano, a meno che non ci sia uno slittamento della data, per assicurarci la copresenza di Carlo Petrini, Presidente Nazionale di Slow-food e del’archeologo Salvatore Settis, che ci hanno assicurato la loro adesione.
    Nei prossimi giorni invieremo a tutti i nostri contatti il programma della manifestazione del 2 (o quando si terrà), in particolare indicheremo gli items intorno i quali si costituiranno i gruppi di lavoro e discussione sulle tematiche intorno alle quali ruota il documento Cittadini per il Parco. Ci sarà sicuramente un gruppo di lavoro che si occuperà delle tematiche di tipo ambientale che partirà da un’analisi della legislazione vigente, passando poi a considerare quella che è la situazione di criticità ambientale, il ruolo del Parco, eventuali problemi e soluzioni».
    «Un altro gruppo analizzerà il ruolo del Parco per la promozione dello sviluppo socioeconomico. Un altro gruppo tematico sarà legato all’agricoltura, un altro al turismo sostenibile. Un quinto gruppo tematico sarà legato alle altre attività produttive presenti nell’area parco, gruppo al quale ci auguriamo partecipino soprattutto gli imprenditori anche perché non siamo a conoscenza delle problematiche presenti in ogni singolo settore. Infine, avremo probabilmente un gruppo di lavoro dedicato all’uso del parco nel tempo libero, Vivere il Parco lo abbiamo chiamato immaginando la creazione di aree verdi attrezzate per la fruizione dell’ambiente circostante per le famiglie vesuviane permettendogli di vivere maggiormente il Parco, più di quanto non lo facciano oggi».

    Tutto questo nell’attesa che si faccia avanti un interlocutore politico.
    «Guardi, noi di questa fase ci stiamo disinteressando dell’interlocutore politico istituzionale, può sembrare paradossale questa affermazione ma è così, una scelta ben precisa, nel senso che quel che ci interessa in questo momento è costruire la rete e moltiplicare il numero di persone sensibili a queste tematiche, perché è questa l’unica strada per recuperare sia vivibilità, sia crescita occupazionale».

    ———-

    COMMENTI:

    1) Zona rossa e sviluppo sostenibile
    Autore: stone | Data: 19/03/2011 | Ora: 0.05.02
    Mi chiamo Antonio Sasso e faccio parte di neAnastasis, un’associazione civica di S.Anastasia.
    Ho letto con molto interesse e piacere l’intervista a Giovanni Marino che parla con entusiasmo e concretezza di iniziative che anche la nostra associazione condivide.
    Recentemente assistiamo a numerosi tentativi di mettere in discussione la zona rossa vista come vincolo che ingessa lo sviluppo di questi territori perchè bloccherebbe l’edilizia residenziale. La zona rossa è indispensabile per tutelare un territorio ad elevato rischio vulcanico e caratterizzato già da densità abitative tra le più elevate d’europa.
    Tuttavia, essa rappresenta una formidabile opportunità di sviluppo sostenibile che potrebbe creare benessere e una migliore qualità della vita per i nostri comuni.
    Occorre solo che imprenditori come Giovanni Marino si facciano avanti con idee valide e che l’Ente Parco supporti adeguatamente queste idee. Noi come associazione desideriamo contribuire a questo sviluppo e saremmo interessati a partecipare all’incontro di Ercolano.

    2) Recapiti neaAnastasis
    Autore: neAnastasis | Data: 20/03/2011 | Ora: 14.28.37
    A completamento del commento di Antonio Sasso lascio il recapito mail al comitato civico per il parco della nostra associazione.
    auspico un proficuo scambio di contatti e iniziative
    email: neanastasis@gmail.com
    Luigi Bifulco
    neAnastasis

  3. NEWSLETTER

    Da: Cittadini Per Il Parco
    Sent: Tuesday, March 22, 2011 12:14 PM
    Subject: cittadini per il Parco… e ora la convention!

    Ci siamo. E’ arrivato il momento della convention dei “cittadini per il Parco”. Appuntamento il 2 aprile [2011] prossimo a Ercolano presso la scuola elementare Rodino’, di fronte al MAV. Dalle ore 10 avrà inizio la “convention”. Si insedieranno dei gruppi di discussione tematici (in allegato trovate l’elenco dei gruppi e gli argomenti di discussione proposti) e, dopo la pausa pranzo, offerto dalla organizzazione (non aspettatevi banchetti luculliani), i lavori riprenderanno in Assemblea. Il nostro auspicio è che i gruppi di discussione diventino, nelle settimane successive alla convention, dei gruppi di lavoro, i cui risultati e le cui proposte, verranno presentate il 21 maggio in un convegno al MAV di Ercolano, a cui ha già dato la sua adesione l’archeologo Salvatore Settis mentre attendiamo conferma della partecipazione di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e presidente della fondazione internazionale di Terra Madre.
    La manifestazione servirà per valorizzare il lavoro dei gruppi tematici, renderlo pubblico e affinare il disegno strategico del movimento.
    Rivolgiamo pertanto un appello a tutti voi per coinvolgere, già a partire dal 2 aprile, competenze, esperienze, passioni e impegno di tutti gli arruolabili a “cittadini per il Parco” nel lavoro dei gruppi tematici.
    Ma non si cresce come movimento e non si crea partecipazione con i soli convegni né con il solo, irrinunciabile, approfondimento della analisi e della proposta. Lo sappiamo bene.
    “Cittadini per il parco” nasce dalla consapevolezza della necessità, storica e politica, di creare un movimento vasto, ampio, trasversale: un movimento di cittadini, lavoratori, impiegati, famiglie, insegnanti, giovani, imprenditori, professionisti, gruppi, associazioni, sindacati, partiti politici, esponenti delle istituzioni, intellettuali che condividano l’urgenza e la necessità di voltare pagina, di abbandonare definitivamente un modello di sviluppo basato su un uso distruttivo del territorio e delle sue risorse a favore di un nuovo modello di sviluppo e di convivenza civile.
    Solo se riusciremo a sollecitare questa domanda di cambiamento e a darle un indirizzo e un orizzonte programmatico, noi riusciremo a condizionare le scelte politiche e istituzionali.
    Questo pensiamo. Pertanto, già da adesso, ma lo decideremo in assemblea, noi lanciamo la proposta di un altro appuntamento per il 7 maggio, nel quale discutere, programmare e calendarizzare una serie di iniziative pubbliche di sensibilizzazione e mobilitazione popolare sui temi salienti al centro della nostra iniziativa politica: dalla difesa del diritto alla salute alla creazione di nuova occupazione; dalla bonifica del territorio dalle discariche grandi e piccole, alle misure che diano impulso allo sviluppo della agricoltura; dalla lotta all’abusivismo edilizio alla riqualificazione dei centri storici; dalla tutela delle aree naturalistiche alla possibilità di riconvertire tutti i settori produttivi ad una prospettiva ecologicamente sostenibile; dalla creazione di aree verdi attrezzate per il tempo libero alla valorizzazione del patrimonio culturale e alla creazione di una offerta turistica integrata.
    Anche di questo vogliamo parlare il 2 in Assemblea.
    Non faremo manifesti, né locandine. Il successo della “convention” dipenderà pertanto esclusivamente dalla vostra partecipazione e dalla vostra capacità di suscitare ulteriore partecipazione e interessamento.
    Arrivederci a presto.

    P.S.
    In allegato troverete 4 documenti: una lettera aperta agli imprenditori vesuviani, che, naturalmente, invitiamo tutti a leggere, anche se non imprenditori; i temi che saranno trattati nei gruppi di discussione che si insedieranno nella mattinata del 2 aprile presso la scuola elementare Rodinò; i links ad alcune leggi e norme vigenti in area Parco relative alla tutela dell’area protetta, alle funzioni del Parco e alla disciplina urbanistica e, infine, “cittadini per il Parco”, così non ve lo dovete andare a cercare se volete girare la mail ad amici e conoscenti (fatelo).

    Comitato Promotore “Cittadini per il Parco”

    CIA (confederazione italiana agricoltori) Napoli e Caserta
    Legambiente Campania
    Comitati vesuviani antidiscarica
    Condotta Slow Food Vesuvio

    per contatti:

    Giovanni Marino cell. 3482539506
    Franco Matrone cell. 3897891861
    Pasquale Raia cell. 3355265089
    Alberto Capasso cell. 3207406163

    ————–

    sul mio pc 4 ALLEGATI:

    1) “Cittadini per il Parco”
    2) “Gruppi di discussione”
    3) “Leggi, norme e regolamenti”
    4) “Lettera aperta agli imprenditori vesuviani”

  4. “Il mediano”, 26 marzo 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=13001

    VESUVIO. LA STAZIONE CHE NON C’È
    Rachele Tarantino
    La storica stazione Cook, cuore del progetto “Il trenino del Vesuvio” è stata restaurata e abbandonata. A lanciare l’allarme il presidente della Pro loco, Domenico Cuciniello.

    Da un lato si può ammirare il golfo di Napoli, dall’altra il Vesuvio, poco distante dal traffico di via Benedetto Cozzolino, eppure così lontano dal caos cittadino, immerso nel verde, a quota 250, anche se ristrutturato, l’edificio Cook aspetta ancora tempi migliori.
    Struttura in pietra lavica, è stata a servizio della Ferrovia Vesuviana, che dal 1903 al 1955 ha collegato Pugliano con la stazione inferiore della funicolare. In seguito lo storico edificio era stato utilizzato come centrale elettrica e rimessa vetture, per essere poi man mano abbandonato. Quando a gennaio 2004 l’ente Parco del Vesuvio lo ha acquistato, della struttura originaria era rimasto poco più che lo scheletro. Nel 2008 sono terminati i lavori di ristrutturazione, a seguito di un protocollo di intesa tra Parco Regione e Provincia. Messa a nuovo, la Cook doveva essere il cuore del rilancio del Vesuvio.
    Verso la fine del mese di maggio del 2009 l’allora presidente Bassolino, l’assessore regionale ai Trasporti, Ennio Cascetta e l’ex sindaco di Ercolano Nino Daniele, presentarono presso la Casina del Mosaico di Villa Favorita, i vincitori del “Concorso internazionale per la progettazione preliminare della nuova ferrovia del Vesuvio”. Al concorso, bandito dall’Ente Autonomo Volturno – holding regionale dei trasporti – parteciparono sei studi di architettura di fama internazionale. Il primo premio di 100mila euro e la progettazione definitiva furono aggiudicati dall’ATI (composta da Ricci & Spaini Srl, 3TI Progetti Italia Srl, IGEAM Srl e Studio Eu GBR. I lavori in project financing, con un costo di circa 63,7 milioni di euro, dovrebbero concludersi, così come annunciato due anni fa, nel 2013.
    “Il trenino rosso del Vesuvio”: questo il nome del progetto presentato come totalmente ecosostenibile, con una tecnologia di impianto a fune, su una lunghezza complessiva di 3.725 metri. Il tracciato ricalcherà quello dell’ex cremagliere Cook. La ferrovia oltre a servire il Parco, dovrebbe collegare la fascia costiera al Monte Somma e al Vesuvio. Cinque sono le fermate (Cook, Canteroni, Osservatorio, Tirone, Due Vulcani), ma di notte si trasformeranno in una linea di lava. Infatti le stazioni saranno aperte, coperte da una pensilina in vetro rosso, con strisce di silicio amorfo con cellule fotovoltaiche integrate, che di notte si illumineranno restituendo l’energia accumulata durante il giorno.
    In particolare la stazione di partenza prevede un museo e un ristorante bar con terrazza panoramica sul golfo. «Si tratta di un momento di riqualificazione e valutazione di uno dei simboli più belli della nostra regione – affermò in conferenza stampa Ennio Cascetta -. Il progetto, con finanziamenti pubblici e privati si propone di lasciare una traccia sul Vesuvio. I lavori termineranno nel 2013, ma questo non vuol dire che le strutture già pronte non possano essere utilizzate già prima». Dopo due anni dalla presentazione del progetto, dell’utilizzazione nemmeno l’ombra, per non parlare del trenino e delle stazioni. Sorte peggiore per la struttura (l’edificio Cook) già pronta.
    E se prima della restaurazione lo stabile era fatiscente e a rischio crollo, dopo i lavori è abbandonato all’incuria del tempo e oggetto di vandalizzazione. Chiunque, infatti, può introdursi nell’area e nella struttura, protetta da un semplice reticolo di metallo. Erbacce, vetri rotti, calcinacci, pezzi del canale di scolo per l’acqua piovana ricoperti di ruggine e staccati. Il sistema di sicurezza antincendio è stato manomesso da alcuni intrusi ed è quindi da rifare. Nelle stanze della Cook sono in giacenza migliaia di guide turistiche e volumi di ricerche sulla tipicità dell’area vesuviana, sulle potenzialità ambientali produttive e turistiche. Sebbene gli ingressi siano chiusi con catene, vi sono finestre aperte e vetrate rotte.
    Ad accendere i riflettori sul problema è Domenico Cuciniello, presidente della pro loco Herculaneum: «Il Vesuvio è un importante attrattore turistico – ha affermato -. Conta più di 400 mila visitatori all’anno. Il trenino e la stazione potrebbero garantire maggiori servizi e risvolti dal punto di vista turistico e lavorativo. La Pro loco si farà promotrice e portavoce presso il consiglio regionale».
    «L’acquisto e la ristrutturazione dell’immobile è costata al parco circa 2 milioni di euro. Avevamo pensato di affidare la struttura al Comune di Ercolano – spiega il presidente del Parco del Vesuvio, Ugo Leone – ma il progetto non è partito. È nostra preoccupazione trovare una soluzione, per questo abbiamo già inserito come punto all’ordine del giorno il riutilizzo della Cook. Non abbiamo i mezzi economici per salvaguardarla e dalla Regione sembra tutto bloccato. L’unica soluzione sarebbe renderla immediatamente operativa, trasformandola in un’area espositiva o in un centro polifunzionale».

    ARTICOLO CORRELATO;
    VIDEO DEL PROGETTO;
    Vedi Foto.

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    COMMENTI:

    1) Il segno c’è ma nessun lo vuol vedere
    Autore: Iberista Partenopeo | Data: 26/03/2011 | Ora: 14.48.28
    Peccato che ancora una volta non si tenga conto della cosa più grave, quella che mina e minerà per sempre lo sviluppo di quella zona, la discarica che si trova proprio di fronte la stazione Cook, la famigerata Ammendola-Formisano! Più che di discarica, si tratta di un sito di stoccaggio provvisorio ma la dizione conta poco, tanto sta là dal 2008. Non si dimentichi poi il precedente sversamento del 2001 e la “collina del disonore”, sempre lì di fronte e che ospita gli scarichi degli anni 70/80, tutta monnezza DOC! Lo stesso luogo è imputabile poi per il sito di stoccaggio della FOS di Tufino, quindi mi chiedo come e quando si potrà bonificare la zona con i chiari di luna che ci troviamo? Jammo! Jammo! N’coppa, jammo jaaa!

  5. “Il mediano”, 4 aprile 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=13100

    È NATO IL MOVIMENTO PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE DELL’AREA VESUVIANA
    Com. Stampa
    A Ercolano ha preso forma il movimento “Cittadini per il Parco”, che punta a promuovere lo sviluppo sostenibile dell’area vesuviana.

    Più di 30 associazioni, privati cittadini, imprenditori agricoli, albergatori, ristoratori, operatori turistici, architetti, professionisti, insegnanti, medici e ambientalisti, militanti di partito: si è costituito ad Ercolano nei locali della scuola Rodinò il movimento “cittadini per il Parco”. Dopo una serie di riunioni “di zona” nei comuni dell’area Parco, ha preso forma il movimento per la rinascita sociale, economica ed ecologica dei territori compresi nel perimetro del Parco Nazionale del Vesuvio.
    Un unico obiettivo da declinare su molteplici piani di lavoro: abbandonare definitivamente un modello di sviluppo, imperante dagli anni 70, basato su cave, discariche, abusivismo edilizio e forme di turismo aggressive dell’ambiente e offensive del paesaggio, per abbracciare un nuovo modello, una nuova prospettiva fondata sulla tutela dell’ambiente e sulla valorizzazione dell’area naturalistica, sul recupero di una dimensione produttiva dell’agricoltura, sulla riqualificazione e valorizzazione del patrimonio architettonico e culturale, su tutte le forme di turismo sostenibile possibili, e sulla riconversione ecologica di tutte le altre attività produttive a cominciare dall’edilizia.
    L’ente Parco visto come il luogo istituzionale, lo strumento operativo da potenziare affinché possa svolgere appieno la sua funzione di motore e cabina di regia politico – istituzionale dello sviluppo: per creare centinaia di nuovi posti di lavoro migliorando al contempo la qualità della vita dei residenti. Il movimento si presenterà presto alla cittadinanza con iniziative pubbliche di sensibilizzazione e mobilitazione su questi temi e sposa, dalla sua nascita, la battaglia della Rete dei comitati vesuviani per la chiusura di Cava Sari, il potenziamento della raccolta differenziata e la realizzazione di uno o più impianti di compostaggio nelle aree contigue al Parco.
    Il movimento “Cittadini per il parco” è anche su Facebook.

  6. Un amaro e sconsolato reportage di Ciro Teodonno da uno splendido Vesuvio in stato di abbandono.
    I grassetti sono miei.

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    “Il mediano”, 23 maggio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=13628

    VESUVIUS DOLENS
    di Ciro Teodonno
    Del come langue il turismo locale e lo stato d’abbandono del nostro più grande monumento paesaggistico.

    Da un paio di mesi è ricominciata la stagione turistica e torme di visitatori partecipano al Gran Tour napoletano. In rispettosa contemplazione si recano tutti al Gran Cono e come tanti pellegrini ottemperano alla loro funzione sacrificale sull’altare della notorietà di quel luogo. Tra indicibili peripezie, come smarrite pecorelle, vagano sul bordo del Cratere, offrendo il loro tributo alla bellezza ma anche al moribondo turismo locale.
    Ordunque, decidiamo di farci turisti per seguire quel girone dantesco che conduce al Vesuvio, vivendo gli stenti e i patimenti che il turista comune “vive”. Abbiamo voluto vedere quello che i suoi occhi vedono e provare quello che la sua dignità sopporta.
    Una buona fetta del flusso turistico è straniero e monta al Vulcano in bus per la strada provinciale del Vesuvio, quella che parte da Ercolano o da Torre del Greco. È attiva, a partire dal mese di marzo, anche la Busvia che, da Boscoreale, conduce un flusso più limitato di visitatori attraverso l’antica e scoscesa strada Matrone.
    La Provinciale è purtroppo un primo compendio di oscenità, che allegramente accolgono chi ci viene a far visita: strutture abusive, grezzi, ristoranti scalcinati, alberghi a ore e ruderi dall’età e dallo stile indefiniti. Micro discariche, tante micro discariche e parlo solo di quelle che si vedono dalla strada, quelle che vedono i turisti dai loro bus.
    La strada, completata nel 1955, mettendo definitivamente fine alle velleità su rotaia e su fune, è piena di anse, utili per transitare in presenza di un bus. Questi spazi e in un certo qual modo l’ispirazione del luogo, fanno sì che, col calar del sole, ai turisti si sostituiscano le coppiette che, nell’usanza tutta nostrana di consumare in pubblico il frutto del loro amore, lasciano le bucce tutt’intorno e anche questo lo vedono i turisti.
    Come vedono anche le condizioni in cui versano le sculture di Creator Vesevo, deturpate dalle propedeutiche attività di chi l’auto, per far l’amore, non ce l’ha ancora, e così via con lo spray! E che vuo’ fa? Chilli so’ guagliune!
    Salendo, dopo il bivio della “Siesta”, dopo un tornante, ci si affaccia sulla discarica dell’Ammendola-Formisano che accoglie le anime prave d’oltreoceano e d’oltralpe con la macchia color verde acido del suo nuovo strato di PVC.
    Si sale, si sale ancora, finché non s’arriva a Quota 1000, là dove concretizzano la ragione del loro viaggio, tra bancarelle di chincaglierie di dubbia provenienza e veridicità. Anche qui il pattume non manca e molti di essi non lesinano la loro collaborazione nel rimpinguarlo. Salgono, pagano l’obolo e ritornano, più storditi che altro, verso il mezzo, senza gettare lo sguardo al nascosto rifugio Imbò, da poco ristrutturato e subito vandalizzato.
    Sulla via di casa c’è giusto il tempo di una sosta pranzo, presso uno di quei pochi (per fortuna!) ristoranti presenti lungo la strada. Il ristoro farebbe invidia al peggiore dei Mcdonald’s, nella loro accezione più negativa s’intende ma non certo per il prezzo, più da Excelsior! Vino della peggiore qualità, cibo precotto o nel migliore dei casi cucinato da qualche cuoco egiziano o ucraino, che, con tutto il rispetto per la loro tradizione, non rendono certo onore a quella tradizione culinaria che da fuori vengono a cercare nel Bel Paese.
    Le cose non cambiano per coloro che osano avventurarsi da soli, senza usufruire dei pacchetti preconfezionati dei tour operator. La segnaletica, quando c’è, è fuorviante e forse anche in questo c’è consapevolezza, quella magari di condurre gli ignari sprovveduti a sé, e se è possibile fargli spendere qualcosa là dove non si sognerebbero nemmeno di transitare. Spesso abbiamo trovato persone che cercavano un’inesistente via d’accesso carrozzabile per il Vesuvio sulla Panoramica Fellapane di San Sebastiano. Oppure, abbiamo notato, sulla provinciale del Vesuvio, al bivio per là dove una volta partiva la funicolare, dei cartelli turistici che indicavano il sito della seggiovia e il sentiero del trenino a cremagliera. Il problema è che i malcapitati troveranno lì soltanto un triste baretto e la sua saccente proprietaria.
    Sì perché di funicolare e seggiovia nemmeno l’ombra e ora men che mai. Entrambe, sono state dismesse definitivamente con l’apertura della strada e tutti i nuovi progetti giacciono in un limbo oscuro. Il trenino che arrivava lì, pur essendo lo stesso vagone elettrico che partiva dalla Cook, andava spinto dalla cremagliera solo quattrocento metri più a valle, in coincidenza dell’attuale, omonimo e ufficiale sentiero dell’Ente Parco (il n°8). I più attenti potranno poi notare che i cartelli, come prassi commerciale vuole, rechino la piccola e quasi invisibile parolina “ex” davanti ai caratteri cubitali dei luoghi presunti.

  7. Un’appendice al reportage di Ciro Teodonno sul dolente Vesuvio è l’articolo pubblicato oggi sul “Mediano” a proposito dell’abbandono e della vandalizzazione del Rifugio Imbò.

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    “Il mediano”, 24 maggio, 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=13641

    PARCO DEL VESUVIO. LO SPRECO ABITA NEL RIFUGIO IMBÒ
    di Ciro Teodonno
    Ecco come è possibile che un immobile, costato 250.000 euro, possa rimanere, senza neanche essere inaugurato, alla mercé dei vandali e dell’incuria.

    Quando si giunge a Quota 1000, verso il Cratere del Vesuvio, nell’ultimo tornante prima del parcheggio c’è un cancello di legno che a tutto serve tranne a serrare qualcosa. Dietro l’inutile sbarramento c’è il rifugio Imbò.
    Tale struttura, dedicata al famoso vulcanologo Giuseppe Imbò, che fu direttore dell’Osservatorio Vesuviano dal 1935 al 1970, è stata di recente ristrutturata. Da tempo infatti, una sorta di grezzo biancastro languiva nel medesimo luogo, ora invece, una splendida struttura, ben si incorpora con l’ambiente circostante, spicca per l’armonia delle sue forme.
    Il rifugio aveva come scopo primario la funzione di accogliere un importante “Centro Visite, realizzando un percorso museale stabile con l’esposizione di pannelli illustrativi, immagini fotografiche e cartografie, reperti, proiezione di filmati e video, oltre a dimostrazioni e simulazioni per la comprensione dei fenomeni vulcanologici e naturali dell’area protetta.” Il Centro Visite del Parco doveva inoltre adempiere alla funzione “di punto di informazione e di documentazione per i visitatori …” nonché “… rappresentare un punto di partenza dei numerosi itinerari turistico-naturalistici presenti sul territorio.”
    Mi affaccio, incuriosito dalle sue belle forme e m’accorgo che la porta d’ingresso, in cristallo, è forzata e con chiari segni di un tiro a segno lapidario. L’interno è un vasto locale vuoto (la struttura ha una superficie totale di 350 m² e contempla tutti canoni dell’ecosostenibilità), solo una stufa a pellet, con chiari segni di manomissione dà movimento allo spazio vacante.
    Al piano inferiore ci sono i bagni ma qui, l’atto vandalico, ha dato il meglio di sé stesso distruggendo tutto quello che aveva a portata di mano. Non mi è dato sapere cosa spinga tali menti malate a compiere azioni di questo tipo ma mi chiedo se sia lecito lasciare incustodita una struttura appena terminata. Una sorte simile a quella della stazione Cook, che pare abbia avuto simili problematiche e che ora qualcuno ha visto bene di correre ai ripari. Il problema è che dopo un certo orario, ampie fette del nostro territorio, diventano territorio di nessuno, o meglio entrano nel dominio di chi vuol fare, indisturbato, tutti i suoi porci comodi, ma questo sembra che non interessi granché, magari c’è chi pensa che il vandalismo funga da valvola di sfogo del disagio sociale!
    In base a una recente delibera dell’Ente Parco, i locali dell’Imbò saranno affidati temporaneamente al Consorzio Arte’m, gestore del servizio biglietteria per le visite guidate al Gran Cono. C’è da sperare solo che questo avvenga nel più breve tempo possibile, prima che il rifugio non torni ad essere uno dei tanti ruderi in questo deserto d’indifferenza.

    GALLERIA FOTOGRAFICA

  8. “L’Ora Vesuviana”, 9 ottobre 2008, http://www.loravesuviana.it/news/dopo-labolizione-delle-comunita-montane-la-scure-del-ministro-tremonti-si-abbattera-sui-parchi-nazionali-allinterno-un-intervento-di-pasquale-raia-responsabile-aree-protette-per-legambiente-camp.html

    Dopo l’abolizione delle Comunità Montane, la scure del Ministro Tremonti si abbatterà sui Parchi Nazionali
    All’interno un intervento di Pasquale Raia responsabile Aree Protette per Legambiente Campania
    di Paolo Perrotta

    Dopo l’abolizione delle Comunità Montane e il tentativo (forse riuscito) di smembrare gli Enti provinciali, il Governo Berlusconi e il Ministro Tremonti passano alla soprpessione (quasi certa) degli enti Parco, considerati assieme ia primi “enti inutili”, nonostante molti di questi fossero stati insediati proprio durante il primo Governo Berlusconi. Riceviamo e volentieri pubblichiamo a tal riguardo la lettera che il presidente di Legambiente a Ottaviano, ha inviato al Sottosegretario all’ambiente Guido Bertolaso.

    Nelle prossime settimane verranno vanificati anni di battaglie contro le illegalità e di lotta per l’istituzione di uno dei più piccoli parchi d’Italia, quello del Vesuvio. Nato come una sfida dello Stato allo strapotere delle ecomafie, che fino agli inizi degli anni 90 avevano proliferato gestendo illegalmente discariche, cave, ciclo del cemento, il Parco Nazionale del Vesuvio esala l’ultimo respiro, sotto i colpi di quello stesso politico che, raccogliendo le istanze di quella società sana vesuviana, ne aveva condiviso la nascita. Ma, anche in tal malaugurato caso, resterebbe sempre l’amarezza di venti anni di lotta per affrancare il Vesuvio dalle discariche che hanno ingoiato il peggio dei rifiuti regionali ed extraregionali, anni di lotta approdati alla vittoria di rendere il Vesuvio un Parco Nazionale che radicasse nel territorio una nuova modalità di governo del territorio, finalmente attento al ricco patrimonio di biodiversità, naturale e rurale. E l’amarezza di aver avviato con i cittadini e gli imprenditori locali, grazie all’Istituzione del Parco, un processo di trasformazione culturale, passato attraverso la lotta alla camorra, con la confisca dei beni, a partire dal Palazzo Mediceo di Ottaviano, sottratto a Cutolo, per divenire sede del Parco, fino alla dotazione di un Piano del Parco, che finalmente ha ridotto il carico pressorio dell’area, e ancora fino all’impegno di utilizzare i fondi comunitari per delineare forme di sviluppo economico attente a coniugare la tutela con al valorizzazione delle attività rurali e turistiche connesse al ricco patrimonio naturale e culturale dell’area. Queste battaglie sono la storia degli ultimi venti anni che merita rispetto e attenzione da chi ha a cuore rendere la Campania moderna e libera da scorciatoie che penalizzano il suo territorio e le sue valenze naturali e culturali. L’apertura della discarica di Terzigno uccide i principi di legalità, di uguaglianza sociale, di giustizia, ma soprattutto stravolge i principi della conservazione della natura, dogmi fondanti di un’area naturale protetta, fa venir meno quel rapporto di fiducia e di speranza creatisi tra l’istituzione Parco e le comunità locali su un’idea innovativa di sviluppo. Come si potrà coniugare e spiegare ai cittadini vesuviani ma anche all’Unione Europea il transito di circa 200 camion di rifiuti che sverseranno oltre 1000 tonnellate al giorno in un area SIC (sito di importanza comunitaria), una ZPS (zona di protezione speciale)? Che tipo di educazione ambientale dovrà continuare ad essere discussa nelle scuole dei Comuni del Vesuvio? Come si potrà far capire ad un contadino che ha realizzato un muretto a secco senza autorizzazione che ha commesso un reato mentre lo Stato per un’opera ben più impattante non dovrà rispondere di niente? E’ perché si riapre proprio oggi il sito della SARI, dopo tanti ricorsi vinti (Tar-Consiglio di stato) e dopo che tutti i comuni del parco e delle aree contigue hanno avviato finalmente la raccolta differenziata? La presenza delle cave è la testimonianza di come la criminalità organizzata e le istituzioni locali incapaci per non dire compiacenti hanno gestito un territorio già martoriato dall’abusivismo edilizio. Oggi, con la decisione di aprire Terzigno, indirettamente si dà un premio a quelle stesse persone che hanno lucrato, ancorché illegalmente, e si punisce chi aveva scommesso in una diversa idea di sviluppo territoriale comprando terreni ed impiantando vitigni di Lacryma Cristi. Non si può tollerare che all’interno di un’area protetta, con gli investimenti in atto da parte dello Stato Italiano e dalla Comunità Europea, si possa di colpo cancellare il principio della conservazione della natura e dello sviluppo legato ad esso. Se proprio si deve continuare a percorrere questa strada scellerata che calpesta i diritti dei cittadini lo si faccia in maniera più aperta e semplice. Invece di confezionare sapienti studi scientifici e progetti mirabolanti che sanciscono l’assoluta compatibilità della discarica in un parco, pareri di professori universitari e ricercatori che avallano la presenza di rifiuti e della movimentazione di tanti automezzi in un’area SIC E ZPS, si faccia uno sforzo finale. Il Governo abbia il coraggio di cancellare il Parco Nazionale del Vesuvio dalla lista delle aree protette italiane. Almeno verrà salvato il principio che in un’area protetta si fa la conservazione della natura, la salvaguardia della biodiversità, e non si programma e si calpesta la sua distruzione. Così facendo potremo ancora continuare a raccontare alle future generazioni che un’area protetta in Italia, anche se densamente popolata, nasce per tutelare il patrimonio naturale del paese.

    Pasquale Raia
    Responsabile Aree Protette
    Legambiente Campania

  9. Alcuni articoli sui progetti e le attività economico-turistiche del vulcano napoletano:

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    “Il Mediano”, 25 giugno 2011, http://vesuvioinrete.blogspot.com/2011/06/ercolano-ex-stazione-cook-qualcosa-si.html

    ERCOLANO, EX STAZIONE COOK: QUALCOSA SI MUOVE
    Rachele Tarantino

    Dopo la denuncia dei media e della Pro loco Herculaneum, si riaccendono i riflettori sulla ex stazione Cook .Il presidente Leone: «Riapriremo subito la stazione per eventi esterni anche a luglio» Pochi giorni fa, Ugo Leone, Presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, ha convocato, presso la sede di Ottaviano, una prima riunione per “raccogliere proposte per l’utilizzo e l’affidamento della stazione Cook”. La struttura, ridotta ad un rudere, era stata acquistata e rimessa a nuovo dall’ente parco per 2 milioni di euro. Nel 2008 terminati i lavori di ristrutturazione, a seguito di un protocollo di intesa tra Parco Regione e Provincia, la Cook doveva essere il cuore del rilancio del Vesuvio. Con un project financing di 63,7 milioni di euro, promosso dalla Regione, la stazione sarebbe stata entro il 2013 il punto di partenza del “Trenino rosso del Vesuvio”, un progetto totalmente ecosostenibile che avrebbe dovuto ricalcare il vecchio percorso dell’ex cremagliere Cook. Non solo tutto ciò non è stato realizzato, ma la struttura è stata abbandonata ed è divenuta oggetto di raid vandalici. «L’acquisto e la ristrutturazione dell’immobile è costata al parco circa 2 milioni di euro. Avevamo pensato di affidare la struttura al Comune di Ercolano- aveva spiegato ai nostri taccuini il presidente del Parco del Vesuvio, Ugo Leone- ma il progetto non è partito. È nostra preoccupazione trovare una soluzione, per questo abbiamo già inserito come punto all’ordine del giorno il riutilizzo della Cook. Non abbiamo i mezzi economici per salvaguardarla e dalla Regione sembra tutto bloccato. L’unica soluzione sarebbe renderla immediatamente operativa, trasformandola in un’area espositiva o in un centro polifunzionale». A rispondere all’appello del presidente Leone, sono stati il Comune di Ercolano, la Pro loco Herculaneum, associazioni del settore e cooperative. «L’esito della discussione del primo incontro è stato interessante- ha commentato Ugo Leone- Molte sono le proposte dei soggetti coinvolti, nonostante la consapevolezza dei problemi». Il parco del Vesuvio provvederà alla messa in sicurezza dei locali vandalizzati, così come sta già facendo per un’altra struttura vandalizzata. «Siamo aperti a quante più manifestazioni di interesse ed idee possibili- ha concluso Leone- Al momento vogliamo aprire al più presto gli spazi della stazione. Stiamo valutando la possibilità di utilizzare l’area esterna per eventi, concerti e cineforum anche dal mese di luglio. Invito tutti i cittadini ad auto eleggersi custodi della stazione, che è un bene comune».

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    “Il Mattino”, 9 luglio 2011, http://vesuvioinrete.blogspot.com/2011/07/stazione-cook-presto-una-convenzione.html

    STAZIONE COOK, PRESTO UNA CONVENZIONE

    Primi segnali positivi per il recupero della stazione Cook, il capolinea dello storico «trenino rosso del Vesuvio» che collegava la parte alta di Ercolano con l’area a ridosso del cratere. Da anni in stato di abbandono, nonostante progetti faraonici ed addirittura l’inaugurazione ufficiale alla presenza delle autorità regionali, la stazione Cook è stata oggetto di una battaglia della Pro loco Herculaneum che da tempo ne chiede il recupero. In questi giorni, il caso è approdato in Consiglio regionale grazie a un’interrogazione urgente di Ugo De Flaviis, volto a conoscere quali provvedimenti si intendano adottare per la riapertura o per un diverso immediato utilizzo della stazione Cook. Harisposto l’assessore regionale ai Trasporti, Sergio Vetrella, che ha garantito che le procedure di affidamento del progetto definitivo del trenino rosso del Vesuvio sono in corso e che, in tempi, brevi, si dovrebbe procedere alla sottoscrizione di una convenzione con i progettisti. L’interessamento da parte della giunta regionale è visto con soddisfazione dai vertici della Pro loco Herculaneum: «Si tratta di un primo importante passo verso il recupero di una struttura dall’enorme valore storico e dalle inestimabili potenzialità turistiche – ammette il presidente Domenico Cuciniello -. È doveroso intervenire sulla stazione Cook perché, nonostante la ristrutturazione di qualche anno fa, lo stato di abbandono sta favorendo un degrado strutturale e raid di malviventi che hanno praticamente distrutto l’impianto elettrico per poter recuperare i fili di rame». Per provarea ridare vita alla struttura di contrada San Vito, intanto, sono state avviate dall’Ente parco delle trattative per portare nella stazione Cook qualche evento culturale della stagione estiva in Campania. Molto probabile un accordo con l’organizzazione del Pomigliano Jazz Festival.

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    “Il Mediano”, 5 agosto 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=14416

    NUOVA BIGLIETTERIA PER IL VESUVIO
    Ciro Teodonno
    Il servizio biglietteria per l’accesso al Gran Cono del Vesuvio è stato trasferito presso il ristrutturato Rifugio Imbò. Un’occasione per razionalizzare il flusso del traffico e per utilizzare finalmente la nuova struttura.

    Chi si fosse affacciato il mese di giugno dalle parti di Quota 1000, lo spiazzale antistante l’accesso al Cratere del Vesuvio, avrebbe potuto notare il caos che vi regnava. Tra le interminabili file di bus d’ogni dove, parcheggiati lungo la provinciale che conduce al Cono, avrebbe potuto vedere torme di turisti passare, tra l’entusiasmo per le pittoresche attitudini locali e il teutonico sconcerto, attraverso quella sorta di forche caudine che i pullman avevano creato su ambo i lati della strada; per poi passare a quelle più ruspanti e consolidate delle bancarelle e dello spolpamento turistico.
    Sembrava opportuno quindi trovare un criterio che decongestionasse il traffico che si creava lungo la provinciale del Vesuvio, soprattutto nei periodi più “caldi” del turismo vesuviano. L’Ente Parco ha quindi deciso, in accordo con la conferenza dei servizi di riordinare lo spazio di Quota 1000 e di trasferire, 200 metri più a valle, la biglietteria, che sarà ospitata nel Rifugio Imbò.
    L’aspetto positivo di questo provvedimento è quello che si potrà finalmente utilizzare una struttura che, come afferma il Presidente del Parco, Ugo Leone “vi è il desiderio di provare a rivitalizzare”.
    In effetti l’Imbò era stato ristrutturato e, per essere dato in gestione, per servizi relativi al Parco, s’era fatta anche una gara d’appalto ma purtroppo niente! La gara, cosa non inusuale all’ombra del Vesuvio, era andata deserta e nel frattempo, la struttura, nuova di zecca, era stata presa d’occhio dai soliti vandali che ne avevano distrutto vetri e suppellettili. Il Parco lo ha dunque risistemato e, probabilmente, anche per assicurarsi che questo non venisse nuovamente attaccato, lo ha affidato al servizio biglietteria. Resta in noi comunque l’interrogativo di come si potrà snellire il traffico turistico, con la biglietteria lontana dal maggior luogo di parcheggio della zona, in curva e su una strada che ampia certo non è.
    È certo importante la politica dei piccoli passi, che centellina quel poco che già si possiede e salvaguarda dagli sprechi e dall’incuria, ma è necessario anche l’apporto di tutti, per far sì che la cosa funzioni e che non risulti essere il solito incompiuto napoletano
    .

  10. “Il mediano”, 15 gennaio 2012, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=15973

    IL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO HA UN NUOVO DIRETTORE
    La prima intervista rilasciata dal Direttore dell’Ente Parco, Rino Esposito. Lo stato delle cose ma anche i suoi proponimenti per il futuro del nostro Parco.

    di Ciro Teodonno

    È un giovedì pomeriggio di un mese di un gennaio mediterraneo, così almeno per il momento, anche se il gelo non manca attorno al Parco. Mai come ora, la distanza tra l’ente e le comunità che lo circondano era stata tanto ampia. Un duro lavoro spetta al nuovo Direttore. Abbiamo parlato anche di questo con lui, Rino Esposito (foto), per cercare di capire se esista una strada comune da seguire, per il bene del Parco e delle persone che lo abitano.

    Direttore, innanzitutto qual è il suo excursus professionale, si presenti ai lettori.
    «Io sono un ambientalista di vecchia data, nel senso che ho cominciato nel 1978 a fare il volontario nel WWF, poi nella LIPU per la quale, fino a un mese fa, ho ricoperto degli incarichi. Mi sono occupato di aree protette, della tutela degli animali, di bracconaggio, di vigilanza volontaria; quest’attività mi ha accompagnato fino ad oggi. La mia formazione è giuridica, sono abilitato alla professione di avvocato. Sono stato anche guardiaparco in una riserva regionale del Lazio, la Riserva Naturale di Monterano, vicino al lago di Bracciano, nel Viterbese, dove svolgevo i compiti di vigilanza … il guardiaparco, una figura un po’ romantica …».

    … Perché qui non ce ne sono? Ne avremmo bisogno!
    «Qui la figura di guardiaparco non è prevista …».

    Nel Parco Nazionale d’Abruzzo c’è!
    «Nei Parchi storici come quello d’Abruzzo e il Gran Paradiso sì, sono previsti, mentre per tutti gli altri parchi più recenti la vigilanza è affidata al Corpo Forestale dello Stato, al CTA il Coordinamento Territoriale per l’Ambiente».

    Lì invece, nel Lazio è prevista tale figura …
    «Sì. Nei Parchi Regionali campani invece, di guardiaparco non ce ne sono …».

    Ci si affida solo al volontariato!
    «… sì, in molte altre regioni si è legiferato in materia di vigilanza, anche se il guardiaparco non ha solo un ruolo di vigilanza ma anche di educazione ambientale, di guida, fa attività antincendio, i piccoli lavori di manutenzione, una figura poliedrica. Dopo, sono passato, sempre per la regione Lazio ad altre mansioni, di tipo giuridico-amministrativo. Il mio ultimo lavoro è stato presso la Polizia Provinciale di Napoli, per la tutela ambientale. Sono passato da un tipo attività sul campo a una di polizia tout court. E poi fare attività di polizia a Napoli non è come farla magari a L’Aquila, le problematiche sono diverse, spesso legate ai rifiuti, ho infatti fatto parte di un nucleo investigativo che svolgeva indagini con le tre Procure della Repubblica del circondario di Napoli, operando sostanzialmente in materia di rifiuti. Poi, sono passato al Parco …».

    Da quando?
    «Dal primo dicembre. Un coronamento di questa mia carriera, ma anche una grande responsabilità».

    Cos’ha trovato il primo dicembre, qual è la situazione del Parco?
    «Ho trovato innanzitutto un personale eccellente! Perché l’Ente Parco del Vesuvio ha 15 dipendenti, che svolgono il loro lavoro come se fosse una specie di missione! Per preparazione e passione, sentono di dare il loro servizio per il territorio e questa è una cosa che mi ha colpito molto. Poi ci sono i problemi, che sono tanti; l’Ente Parco è un ente pubblico non economico, con finanziamenti ridotti all’osso ma le incombenze e gli adempimenti sono tantissimi. Dal punto di vista organizzativo e amministrativo c’è da fare tutto un lavoro di regolarizzazione, di procedure, di metodologie, etc. e questo è un aspetto abbastanza gravoso.
    Questo Parco è poi un qualcosa di particolare, ha un’elevata antropizzazione, non è un parco dove la naturalità l’avverti subito, è una zona dove la presenza dell’uomo si fa sentire in maniera prepotente, infatti uno dei nostri compiti più gravosi è proprio quello dell’antiabusivismo edilizio, con tutte quelle procedure previste dalla legge 394 del ’91; a partire dalle ordinanze di sospensione, di demolizione delle opere edilizie abusive, e ci portano via un sacco di tempo».

    E il Piano del Parco?
    «Il Piano del parco lo sto leggendo in questi giorni, è stato approvato nel 2010, e mi sembra sia un valido strumento. Purtroppo l’Ente Parco non ha ancora approvato il regolamento! Il Piano disciplina la zonizzazione mentre il regolamento disciplina più in dettaglio …».

    Come mai il regolamento non è stato ancora approvato?
    «Il consiglio direttivo lo deve approvare perché c’è stato nel frattempo una modifica del codice del paesaggio, il decreto legislativo 42 del 2004 che ha previsto che per gli aspetti paesaggistici c’è una prevalenza del Piano Paesaggistico sul Piano del Parco, quindi dobbiamo tarare il regolamento».

    Il Piano Paesaggistico è regionale?
    «Sì è regionale».

    Quindi prevale il volere regionale su quello del Parco …
    «Sugli aspetti paesaggistici».

    E chi è che approva il regolamento?
    «Il Consiglio Direttivo».

    Ma se non erro è incompleto, mancano i cinque membri della comunità del Parco …
    «Sì e in effetti è una situazione alquanto anomala, so che c’è stato un ricorso al TAR e questo ha sospeso le precedenti nomine e quindi abbiamo solo i membri delle altre rappresentanze, le Associazioni Ambientaliste, il Ministero dell’Ambiente, il Ministero delle Politiche Agricole, il Professor Luongo, il famoso vulcanologo …».

    Spesso il Parco è visto come qualcosa di ostile, lontano, talvolta di inesistente! Come mai non si è riusciti a istaurare un legame con la comunità del Parco, i sindaci dei 13 comuni che la compongono e naturalmente tra i cittadini e l’Ente?
    «Io non so per il pregresso cosa abbia impedito questa crescita, anche nella percezione collettiva, non so dire perché molte cose non siano state fatte ma posso dire che molto è stato fatto sull’aspetto della legalità, e proprio a causa dell’anomalia di questo Parco così antropizzato, nei primi anni c’è stata proprio un’attenzione verso le varie forme di illegalità e in questo senso, il Parco ha sicuramente rappresentato un baluardo. Forse anche per questo la gente si è allontanata sempre di più».

    C’è un luogo comune, che mi lascia perplesso, ed è quello che il Parco abbia posto dei vincoli allo sviluppo locale. Mi chiedo se questi vincoli non ci fossero stati, dove sarebbero arrivati abusivismo edilizio e discariche, solo per dirne un paio delle nostre iatture!
    «Il vincolo è necessario per tutelare un’area, l’area protetta nasce perché c’è l’esigenza di salvaguardare un territorio, è un aspetto che non dobbiamo mai dimenticare anche nella gestione dell’area protetta. È evidente che in un territorio di pregio, in un territorio importante dal punto di vista naturalistico etc. la presenza di vincoli è necessaria.
    È chiaro che, a fronte dei vincoli, vanno attuate una serie di misure compensative, che tra l’altro sono già delineate nel percorso normativo; la legge 394 del ’91 già prevede una serie di attività che si possono fare per un certo tipo di sviluppo che sia compatibile. Tra l’altro la zonazione dell’area protetta sta proprio a indicare che ci sono varie aree, nella riserva integrale ci sono dei vincoli più stringenti, nella zona D, nella zona di promozione economica e sociale etc. delle attività le puoi fare. Quindi questo dei vincoli è un poco una favola no? Come quando dicevano che gli ambientalisti lanciavano dagli elicotteri le vipere nelle aree protette!».

    Ah questa è bellissima! Sa che lo dicono ancora?
    «Io voglio solo fare una riflessione, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, che è stato osteggiato per tanti anni, oggi richiama tanti di quei turisti e soprattutto tanti di quegli emigranti abruzzesi che sono rientrati nei loro paesi d’origine per mettere in piedi delle attività economiche compatibili con il territorio protetto. Ci deve essere anche la capacità sul posto, degli imprenditori, della politica di saper sfruttare queste occasioni».

    Direttore, quali sono le sue aspirazioni per questo Parco?
    «Vorrei che innanzitutto la natura fosse effettivamente protetta, e quindi occorre sicuramente una vigilanza, una sorveglianza continua da parte degli organi preposti e poi bisogna renderlo fruibile! Altrimenti la gente si scoccia e dice – ma questo parco che cosa mi ha portato? Qual è il vantaggio di stare dentro a un parco – Renderlo fruibile significa ripristinare i sentieri, rendere i sentieri percorribili, farli rientrare in pacchetti turistici, deve essere pubblicizzata! È questo un problema molto delicato e va affrontato quanto prima possibile».

    Certo! Se ci vanno le persone non ci vanno i delinquenti a scaricare l’eternit!
    «Lei ha centrato il problema, purtroppo noi siamo preda della delinquenza perché non occupiamo il territorio. Nel momento in cui le persone per bene si riapproprieranno del territorio con i loro presidi di legalità, solo allora potremo avere una riduzione dei reati ambientali. Spesso la gente ha anche paura di avvicinarsi ad alcune zone; una delle priorità è quindi quella di rendere più fruibile il Parco quindi, oltre alla senti eristica, anche centri visita …».

    Un Parco più presente!
    «Sì un Parco che offra dei servizi come ad esempio quelli per la didattica».

    Attorno al Vulcano esiste una miriade di associazioni che spesso svolgono un lavoro encomiabile in ambito di tutela del territorio, non sarebbe opportuno istaurare un sodalizio con loro?
    «A me interessa molto il rapporto con le associazioni, che giudico di vitale importanza, anche con Cittadini per il Parco ho avviato dei contatti, da parte mia sono disponibile in ogni momento»
    .

  11. “Fairbanks-142”, 26 gennaio 2012, http://fairbanks-142.blogspot.com/2012/01/lettera-aperta-ai-sindaci-del-parco.html

    LETTERA APERTA AI SINDACI DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO

    di Movimento Cittadini per il Parco

    Discariche abusive e discariche di Stato. Crescita della incidenza di tumori nella popolazione. Dissesto idrogeologico. Abusivismo edilizio. Lento e apparentemente inarrestabile declino delle attività agricole.
    Non è questo il Parco nazionale del Vesuvio che immaginavamo.
    L’ente Parco, a quindici anni dalla sua istituzione, langue in una condizione di impotenza e di “solitudine istituzionale”, privo di mezzi, con un organico insufficiente e, soprattutto, senza un progetto condiviso che faccia intravedere una prospettiva che gli consenta di realizzare i suoi fini istituzionali.
    La nascita del Parco aveva suscitato in noi molte aspettative positive.
    Il “nuovo modello di sviluppo”, ragione fondante la nascita stessa del Parco nazionale, doveva basarsi sulla tutela e conservazione dell’ambiente, la valorizzazione turistica del patrimonio paesaggistico e naturalistico e del patrimonio culturale e storico – artistico, l’implementazione di tutte le forme di turismo compatibili, il rilancio della agricoltura vesuviana e la valorizzazione dei suoi prodotti tipici, anche in una ottica di sviluppo del turismo rurale.
    Ma questo modello non è decollato.
    Tra le cause di questo fallimento, ne segnaliamo una, che a noi sembra della massima importanza.
    L’ente Parco, in questi anni, non è stato riconosciuto dagli enti locali e dalle amministrazioni che si sono avvicendate, come il luogo istituzionale, come la “casa comune”, in cui progettare, pianificare e programmare lo sviluppo e la tutela dei rispettivi territori in una visione unitaria.
    I campanilismi o la strenua difesa del proprio orticello elettorale, mal si conciliano con la necessità di affrontare e risolvere problemi che potrebbero essere più efficacemente affrontati e risolti se posti su una scala territoriale più ampia.
    Emblematica è la scarsa considerazione in cui è tenuta “la Comunità del Parco”, un organo di fondamentale importanza nella vita dell’ente, di cui fanno parte i sindaci di tutti i comuni del Parco, che elabora e approva, con il parere vincolante del Consiglio direttivo, il piano pluriennale economico e sociale e che nomina 5 membri su 12 nel Consiglio direttivo.
    Da diversi anni a questa parte, a tutt’oggi, la Comunità del Parco non ha ancora nominato i 5 membri del Consiglio di sua competenza.
    D’altra parte, lo stesso Ente Parco avrebbe dovuto qualificarsi in questi anni come un “serbatoio di pensiero” al servizio di una missione comune. Per far questo avrebbe dovuto dotarsi di professionalità di altissimo profilo in molti campi del sapere scientifico ed economico, così da potersi proporre come interlocutore autorevole rispetto agli enti locali.
    Il Parco quindi è stato vissuto dai comuni come una fonte di finanziamento occasionale, dispensatrice di finanziamenti pubblici ed europei, che sono stati, di volta in volta, “democraticamente” ripartiti tra gli enti locali tenendo conto delle rispettive “grandezze” e non utilizzati secondo logiche e progettualità che facessero prevalere un disegno strategico sugli interessi particolari.
    Neppure si è lavorato per la creazione di una ”governance diffusa” attraverso la istituzione delle consulte, pure previste dallo statuto dell’ente Parco, ma mai attivate, che avrebbero dato concretezza al principio della partecipazione dei cittadini alla formazione delle decisioni amministrative, e consentito all’ente un confronto costante e costruttivo con le associazioni e con le categorie produttive per meglio assolvere alle sue funzioni e compiti istituzionali, permettendogli anche di conseguire l’obiettivo politico, non secondario, di “avvicinare” alla istituzione cittadini e forze sociali, alimentando un processo di progressivo riconoscimento e attribuzione di valore al ruolo e alle funzioni dell’ente.
    Un’ultima considerazione. A quanti in questi giorni individuano, a nostro avviso impropriamente, nella mancata approvazione del PSO (Piano Strategico Operativo) da parte della Regione Campania, la cui finalità è essenzialmente quella di ridurre la densità demografica nei comuni vesuviani attraverso la riconversione delle unità abitative ad usi produttivi, nonché quella di individuare e potenziare le “vie di fuga” in caso di eruzione vulcanica, la causa principale della “ingessatura” del territorio e del suo mancato sviluppo, vogliamo ricordare che Il 19 gennaio 2010, dopo anni di gestazione, il Consiglio regionale della Campania ha approvato il Piano urbanistico del Parco, che è strumento urbanistico sovraordinato a cui i Piani regolatori dei comuni devono conformarsi. Tuttavia, il Consiglio direttivo del Parco, con grave ritardo e inspiegabilmente, non ha ancora approvato il regolamento attuativo, senza il quale il Piano resterà lettera morta.
    Eppure l’applicazione del Piano consentirebbe un superamento positivo di molte rigidità e irrazionalità della normativa tuttora vigente e non vi è dubbio che esso rappresenti uno strumento fondamentale per orientare lo sviluppo sostenibile del territorio
    .

    Movimento
    cittadini per il Parco

    cittadiniperilparco@gmail.com
    http://it.over-blog.com/com-1240173224/Cittadini_per_il_parco.html
    http://it-it.facebook.com/pages/Cittadini-per-il-Parco/167510399963116

  12. Torna ad accendersi una questione che si trascina da anni, una storia infinita che va complicandosi all’inverosimile in un controverso mix tra diritto al lavoro e pretese di assistenzialismo.
    – – –
    “Il Mattino”, 11 maggio 2012, http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=195271&sez=NAPOLI
    VESUVIO, OCCUPATO DI NUOVO IL CRATERE. I LAVORATORI: «NOI, ABBANDONATI DAL 2008»
    Ercolano – Una decina di lavoratori della ex cooperativa «Vesuvio, Natura e Lavoro» si è calata all’alba all’interno del cratere del Vesuvio. Il vulcano di Napoli sta diventando uno dei simboli della protesta e del malessere.
    Sul posto è presente la polizia. I lavoratori – come già avvenuto lo scorso 23 aprile in una protesta analoga – si sono sistemati su uno spuntone di roccia del cratere con un riparo di fortuna e uno striscione.
    Sul ciglio del cratere, al momento, sono presenti anche i loro colleghi rimasti senza sostegno economico, dopo la scadenza della cassa integrazione e della mobilità in deroga.
    La protesta, fa sapere il sindacalista Cisl ed ex lavoratore, Ciro Fusco nasce «per richiamare l’attenzione su una vertenza che si trascina dal 2008 ed ancora oggi non trova soluzione, nonostante il 2 maggio ci sia stata la convocazione da parte della Commissione lavoro del Consiglio regionale con i sindacati».
    Fino al 2008 la ex cooperativa espletava servizi di pulizia e manutenzione dei sentieri all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio
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  13. “Il mediano”, 18 dicembre 2013, QUI

    IL SINDACO DI OTTAVIANO LUCA CAPASSO ELETTO PRESIDENTE DELLA COMUNITA’ DEL PARCO VESUVIO
    Il sindaco di Ottaviano Luca Capasso eletto presidente della comunità del Parco Vesuvio
    Il primo cittadino di Ottaviano Luca Capasso, è stato eletto all’unanimità dai sindaci presenti, nuovo presidente del Parco Vesuvio. “Ora dobbiamo collaborare per valorizzare questo territorio”, commenta il neoeletto.
    Comunicato Stampa

    Il nuovo presidente della comunità del Parco nazionale del Vesuvio è Luca Capasso, primo cittadino di Ottaviano. Capasso è stato eletto, all’unanimità dei presenti (dieci su tredici) dai sindaci dei Comuni che fanno parte dell’area protetta.
    Il sindaco di Ottaviano succede a Giuseppe Capasso, primo cittadino di San Sebastiano al Vesuvio. “Sono contento dell’elezione e, allo stesso tempo, deciso a svolgere con impegno e senso di responsabilità il nuovo incarico. Ringrazio i sindaci che hanno voluto convergere sul mio nome, il mio predecessore Giuseppe Capasso e il presidente dell’ente Parco Ugo Leone. Ora dobbiamo lavorare tutti insieme per valorizzare questo straordinario territorio, che ha potenzialità enormi”, dice il neoeletto presidente Luca Capasso
    .

  14. “Il mediano”, 8 gennaio 2014, QUI

    NEL SEGNO DI LEONE
    Un lungo dialogo con Ugo Leone, Presidente uscente del Parco Nazionale del Vesuvio, una panoramica della sua presidenza, sei lunghi, intensi e talvolta drammatici anni in difesa dell’ambiente vesuviano.
    di Ciro Teodonno

    Ricordando Giancarlo Siani, non si può non considerare il nostro Parco Nazionale come una sorta di Fort Apache. Uno di quei tanti presidi democratici attaccati da più punti e che stentano spesso a portare a termine quella missione alla quale sono deputati. Quegli avamposti nell’indifferenza difesi da soldati dalle armi spuntate, luoghi persi nel nulla e nell’astio di chi non li ama. Ma il Parco Nazionale del Vesuvio per fortuna c’è e secondo noi vale la pena che esista; malgrado tutto, malgrado tutti coloro che lo denigrano o che ipocritamente ne intessono le lodi solo perché non possono parlane male. Abbiamo dunque cercato di capire, attraverso le parole del Presidente Leone, cos’è stato il Parco e possibilmente che direzione prenderà.

    Lei che ha ricoperto per primo l’incarico a presiedere l’Ente Parco, ci potrebbe fare una sorta di consuntivo di questi suoi sei anni di mandato, e soprattutto, qual è stata la connotazione di quest’ultimo rispetto al primo?
    «Il Parco nacque nel ’95, fummo invitati a Roma, dal ministro che ci insediò! Dico, ci, perché, oltre me, c’era anche qualche sindaco e quelli che costituivano quello che oggi si chiama consiglio direttivo. Il Parco nacque in quanto tale anche perché il sindaco di San Sebastiano, Pino Capasso, ci offrì ospitalità. Molto intelligentemente, devo dire, perché il giorno dopo, il comune di Torre del Greco disse: – perché lì e non qui? Noi siamo il comune più grande – e cose del genere. Noi eravamo stati gentilmente invitati e perciò accettammo quella proposta ma il Parco nacque a San Sebastiano, nella sede del comune di San Sebastiano, nella quale io dividevo la scrivania con il segretario comunale. Ma è importante dire che un po’ di personale del comune ci dava una mano per l’ordinaria amministrazione. Non c’erano ancora gli amministrativi, non c’era assolutamente nulla! E questo per tutto il periodo della mia prima presidenza.»

    Ma fu un anno di transizione o decise lei di andarsene?
    «Quando fui invitato, da una telefonata dall’allora ministro dell’ambiente (Paolo Baratta ndr.), lui mi telefonò e mi chiese se gradivo questa nomina. Io gli dissi: – sì, con piacere – Allora insegnavo Politica dell’Ambiente alla facoltà di Scienze Politiche della Federico II e andai dal mio rettore per chiedere se ci fosse incompatibilità tra le due cariche. Lui fece le sue indagini e risultò che non c’era nessuna incompatibilità. Ma mi resi conto, abbastanza presto, che l’incompatibilità era nei fatti perché non era possibile fare due cose così impegnative come l’insegnamento universitario e la presidenza di un parco. Quindi, questa considerazione, più alcune difficoltà che avevo nella conduzione, mi indussero a optare per la cosa che credevo di saper fare meglio, l’insegnamento universitario e mi dimisi, creando un po’ di stupore, anche l’allora ministro, Edo Ronchi, mi chiese se fosse successo qualcosa.
    Quando Fraissinet fu nominato feci una cosa che spererei di fare ora un’altra volta; quando ebbi la sua nomina ufficiale, lo invitai a partecipare ai nostri consigli direttivi, così facendo, nel momento in cui si ufficializzava questa nomina poteva prendere posto immediatamente, sapendo di cosa si trattava. Poi, con la sua presidenza e con quelle successive ci furono ulteriori cambiamenti, essenziali, come ad esempio la nomina di un direttore. Si può essere il migliore presidente di questo mondo, e non ero io, ma senza un direttore un parco è monco, così come è ancora più monco senza un personale che possa portare avanti ciò che istituzionalmente si è richiesto di fare. Per il parco erano stati richiesti 17 addetti, poi, i concorsi sono stati fatti, io non so nemmeno come, poiché non era più mio compito interessarmi di queste cose. Poi il parco è cresciuto, è diventato noto, con le sue questioni, i suoi problemi. Per il mio secondo mandato mi fu richiesto, nuovamente per telefono, di manifestare la mia opinione relativamente a una mia candidatura.»

    Chi fu, il ministro?
    «No, questa volta fu il presidente della regione, Bassolino che si trovava assieme al ministro Pecoraro Scanio e che mi chiese la disponibilità che gli diedi immediatamente.»

    Anche dopo l’esperienza precedente?
    «L’esperienza precedente era tutt’altra cosa! Perché era stata di costruzione pionieristica di una struttura, questa che incominciavo era invece una macchina già avviata. Ma una cosa mi fa piacere dire, è che quando mi fu fatta questa richiesta io dissi: ma Troiano? Perché chiesi questo? Perché da quello che avevo letto e sentito era stato un buon presidente. Devo dire, per onestà intellettuale, che quando seppi della sua nomina, mi espressi, anche pubblicamente, in modo abbastanza critico. Dissi ma che curriculum c’ha questo signore che fa l’avvocato, per fare il presidente di un parco? Poi mi sono ricreduto, nel senso che, per quello che ho sentito, ho saputo, ho letto, Troiano è stato un buon presidente; nel senso che, se uno si innamora delle cose, non deve essere per forza un naturalista per fare il presidente. Allora mi si disse che per Troiano si avevano altre idee.»

    Lei immagina una sua ricandidatura?
    «La carica è rinnovabile, sono cinque anni rinnovabili ma quando mi hanno riproposto la nomina io ho riproposto lo stesso quesito al mio rettore ma la risposta era chiara, era la stessa e dovevo rispondere a me stesso, posso fare le due cose insieme? E nei fatti la risposta fu negativa. Questa volta però, avendo già fatto quarant’anni di università mi sono prepensionato nel 2008, lasciando l’università in anticipo e sono venuto qui. Optando per il Parco. Però non ho solo lasciato l’università ma molte altre cose che ora riprenderò con piacere, articoli, saggi, libri, tutte cose per cinque anni ho tralasciato. Il tempo che ho, essendo avanti negli anni, è poco e quindi vorrei mettere a frutto questo poco tempo che mi resterà. Per cui è bene che mi succeda qualcun altro, innanzitutto più giovane, che possa far valere le sue idee.
    Del resto la presidenza di un parco è importante ma quello che più conta è la sua struttura amministrativa. La presidenza è importante perché dà l’indicazione politica assieme al consiglio direttivo ma in un parco, dove i diciassette addetti iniziali sono poi diventati quindici e oberati di lavoro, risulterà difficile portare avanti concetti come la promozione del Territorio, soprattutto davanti a priorità come l’abbattimento degli immobili illegali e la ricerca dei rifiuti; certamente, il mio desiderio di offrire un’immagine più gradevole del Parco agli amministrati dei comuni in esso inseriti, non ha trovato la sua realizzazione. Spero che chi mi succederà, magari, anche perché certi problemi saranno stati risolti, riuscirà a farlo.»

    Il suo successore, come lo vedrebbe lei? Tecnico o politico?
    «Le due cose si sposano bene, anche se in me non c’erano, ma direi politico, in grado di dare una linea politica al Parco. Perché dico questo? Perché il tecnico c’è, c’è il direttore, di tecnici ce ne sono e sono molti degli addetti. Quindi non ce n’è tanto bisogno. Ci sarebbe il bisogno di un ingegnere, di un architetto, un avvocato, esperienze che noi abbiamo nel Parco, ma siccome non sono stati assunti con quelle qualifiche, non possono comportarsi ufficialmente come tali, come ad esempio non possono firmare un progetto. Questa è una grave mancanza che non riusciremo a colmare almeno per tutto il 2014, perché solo per il 2015 riusciremo a fare nuove assunzioni.»

    Lei quindi predilige un aspetto politico nel suo successore …
    «Per politico non intendo partitico … »

    E quali dovrebbero essere le sue caratteristiche?
    «Uno che ha manifesta sensibilità ambientale … »

    E come lo si evince questo?
    «A nessuno dei presidenti gli si chiede un curriculum ma se uno è noto per avere questa sensibilità, tanto meglio. A me l’hanno chiesto perché sono stato a lungo professore di Politica dell’Ambiente.»

    Ma questo è un aspetto tecnico … quindi potrebbe venire dal mondo dell’università …
    «Non necessariamente, può venire dal mondo dell’ambientalismo, dei comitati, dell’associazionismo, ce ne sono tanti. Non sto riducendo questo, ce ne sono tante, oltre alle quattro storiche, non si fa torto a nessuno dicendo il mondo dell’ambientalismo.»

    Potrebbe fare un consuntivo di questi sei anni? Ci sono cose per le quali è valsa la pena fare il presidente del Parco o invece c’è stato altro che ha frustrato il suo operato?
    «Quello che sarebbe importante poter dire e poter sapere, è se per gli altri è valsa la pena avermi come presidente. Ci sono state molte cose realizzate e molte altre ancora da fare. La maggiore manchevolezza è quella del miglior rapporto possibile con i cittadini, e in questo ci sono attenuanti e cause. L’attenuante è essenzialmente quella che siamo un parco giovane. Tra i parchi che hanno acquisito il massimo consenso di rapporto col cittadino ce n’è sostanzialmente uno ed è quello d’Abruzzo. Quello che oggi è diventato Abruzzo, Lazio e Molise e che ha novant’anni, gli altri sono invece poco popolati. Il Parco D’Abruzzo è un esempio significativo, perché, quando nacque, nel 1923, fu molto avversato dai cittadini dei comuni che vi si trovavano all’interno, perché questi, dediti essenzialmente alla pastorizia, dovevano vivere in un luogo dove doveva essere tutelato il lupo che si mangiava i loro agnelli!
    C’era un conflitto che però è stato sanato nel corso degli anni, primo perché gli agnelli mangiati vengono poi indennizzati, ma anche perché, col passare dei decenni, la popolazione s’è resa conto che vivere in un parco come quello era un privilegio e che addirittura poteva essere un affare dal punto di vista economico. Ora non so se è ancora così ma in un comune del Parco, come Alfedena, c’era il maggior deposito bancario pro capite e, almeno in passato, c’erano comuni che spingevano per entrare nel Parco. Noi siamo invece un parco di diciotto anni, un parco anomalo, rispetto alla tradizione degli altri parchi perché ha un’area sensibile dal punto di vista antropico e vulcanico. È un parco quindi, dove il messaggio ai cittadini deve arrivare preciso e chiaro. Questo messaggio non possiamo veicolarlo noi quindici ma devono farlo gli amministratori, che sono quelli che hanno il rapporto diretto, col Parco da una parte e i cittadini dall’altra. Questo non sempre avviene, quasi mai!»

    In effetti la Comunità del Parco non ha dato grandi dimostrazioni di interesse negli ultimi anni, riunendosi solo in rare occasioni …
    «Ma la stessa componente politica è venuta a mancare nello stesso consiglio direttivo. C’è poi l’idea che il Parco limiti la libertà! Ma cosa limita il Parco Nazionale? Limita un malinteso senso di libertà, perché la libertà non è fare i propri comodi in spregio della legge. Se c’è un Parco e questo dice che non si costruisce abusivamente, non si distrugge la natura, non si interrano rifiuti e tutto questo si ritiene libertà c’è allora un contrasto insanabile! Se qualche amministratore ha fatto questo, è chiaro che noi ne abbiamo risentito negativamente, per cui, il nostro canale privilegiato di comunicazione è la scuola. Perché con i docenti e gli studenti abbiamo un rapporto ottimo, abbiamo fatto delle cose bellissime negli anni passati. Se gli studenti comprendono e accettano quel messaggio lo trasmettono ai genitori, agli zii, ai fratelli etc.»

    Questo è fondamentale ma molto spesso, questi ragazzi, devono affrontare situazioni contrarie a questi buoni auspici e che li influenzano negativamente. Non solo dalla famiglia che non è ricettiva ma anche dal contesto sociale che non è coerente col messaggio ambientale.
    «Questo problema, che io sento molto, andrà sicuramente risolvendosi perché, chi verrà dopo di me, si troverà un consiglio direttivo nel quale il cinquanta per cento è costituito dai sindaci. Allora, questo rapporto, inevitabilmente porterà ad un miglioramento. Perché ci sarà una maggiore e diversa comprensione dei problemi e per quanto possibile superati.»

    Quindi, lei auspica, con questa maggiore presenza politica, che il Parco non venga più visto come un ente che distribuisce solo fondi, denaro pubblico, nazionale o europeo che sia?
    «Noi non siamo distributori di fondi! Però, per il semplice fatto di esistere, forniamo delle occasioni. Come è successo per i PIRAP.»

    La speranza c’è, ma per sei anni, se non di più, l’elemento politico nel consiglio direttivo è venuto a mancare e questo s’è fatto vivo soltanto quando s’è parlato di soldi, non soldi che dà il parco, certo, ma che comunque elargisce come tramite e che sembra sia la sola cosa che interessi alle amministrazioni locali.
    «I fondi che arrivano al Parco non danno ricadute al questo ma al territorio. Quando ho fatto la prima presidenza era presente la rappresentanza dei comuni nel consiglio direttivo e questa era molto attiva, una presenza pressante e propositiva e anche se avevamo minore possibilità di soluzione ce ne facevamo comunque portavoce presso il ministero.»

    Per il Parco o tramite esso, si prevedono altri stanziamenti di fondi? E soprattutto le casse dell’ente languono sempre come ci accennò in passato?
    «Io non mi voglio nemmeno tanto lamentare, come non ho fatto nelle ultime due relazioni al bilancio, sulla carenza dei fondi, perché è vero che il ministero che riceve sempre meno fondi dal governo centrale ne distribuisce sempre meno agli enti periferici però, tutto sommato ce la facciamo anche perché noi disponiamo di una discreta fonte che sono i proventi dei visitatori del Gran Cono … »

    Proventi che potrebbero essere maggiori …
    «Lo saranno sia perché i visitatori stanno aumentando sia perché stiamo rivedendo il rapporto con le guide.»

    Abbiamo discorso su molti punti però non mi ha ancora detto se c’è qualcosa per la quale è valsa la pena affrontare quest’esperienza.
    «La pena è valsa perché comunque è stata un’esperienza che ha arricchito il mio patrimonio culturale ma fondamentalmente c’è stato un arricchimento nel rapporto con i terzi, con i cittadini, anche quando lo scambio non è stato cordiale, perché poi, la mancanza di cordialità nel primo approccio si è sempre trasformata in una comprensione negli approcci successivi. Credo poi di aver avuto un merito, se così si vuol dire; siccome scrivo, scrivo su Repubblica e su altre testate nazionali, ne ho approfittato per veicolare il meglio del Parco. E poi c’è una cosa, il 23 maggio 2008, ci fu quel decreto ministeriale che trasformava una cava in discarica, una trasformazione in deroga, oltre che delle leggi, anche del buon senso. Noi, mi creda, abbiamo combattuto molto, ma probabilmente non quanto i cittadini si aspettavano, ma le assicuro che con un impegno personale di non poco conto e mettendomi contro il sindaco Capasso (sindaco di San Sebastiano ndr,) e il consigliere Sodano, con i quali ideologicamente ho un rapporto di amicizia, feci passare in provincia una cosa che loro hanno subito, ma sta di fatto che là si è incominciato a porre un freno alla discarica di cava SARI.
    Infatti, in seguito a quell’accordo, Napoli fu bloccata negli sversamenti. Cercai una posizione di equilibrio che passò con i voti della maggioranza e non della minoranza a me vicina e che bloccava gli sversamenti a cava SARI. Bisognava trovare un equilibrio tra la maggioranza, che era berlusconiana e che non poteva mettersi contro il suo capo e una minoranza che voleva una soluzione più drastica e alla quale non piacque la mia mediazione. Dopo questo e dopo altre vicissitudini si impedì anche di aprire una discarica nell’immensa cava Vitiello e tutto questo non è avvenuto perché esiste un Parco, per il semplice fatto di esistere! E anche per questo ne è valsa la pena»
    .

    • Il Parco Nazionale del Vesuvio è in attesa di un nuovo presidente, dopo la scadenza del mandato del prof. Ugo Leone. E’ di oggi l’ufficializzazione della candidatura di un esponente delle associazioni locali, Giovanni Marino, del comitato “Cittadini per il Parco”. In attesa della nomina ministeriale, ecco la sua autopresentazione:

      “Cittadini per il Parco”, 23 gennaio 2014, QUI

      GIOVANNI MARINO. PERCHE’ MI CANDIDO ALLA PRESIDENZA DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO

      O meglio, perché ho accettato che il coordinamento del “Movimento cittadini per il Parco” proponesse la mia candidatura alle associazioni, ai gruppi, ai comitati e in generale a tutti coloro con i quali abbiamo collaborato in questi tre anni di vita del Movimento?
      Risposta: perché non c’erano alternative migliori. Come Movimento ci siamo messi alla ricerca di un candidato di altissimo profilo culturale, a noi affine dal punto di vista programmatico, che avesse una chiara visione dei problemi del Parco e di quello che il Parco può essere e può diventare, e che avesse anche un minimo di esperienza nel rapporto con le pubbliche amministrazioni e fosse, sotto il profilo caratteriale, una persona decisa, determinata. Insomma il candidato ideale capace di unire tutto l’associazionismo e a cui nessuno avrebbe potuto dire di no, nemmeno la politica. Non lo abbiamo trovato. Ovvero lo avevamo anche individuato ma la persona, un intellettuale pragmatico di altissimo profilo, ha cortesemente quanto recisamente rifiutato la candidatura, sia per impedimenti di carattere lavorativo e professionale, sia perché ha giudicato l’impresa di fare del Parco la “casa comune” di enti locali, associazioni, imprese e cittadini, al limite dell’impossibile.
      Preso atto del suo rifiuto, l’alternativa era secca: o attendere passivamente la decisione del Ministro, al quale abbiamo inviato a luglio 2003 una lettera aperta, alla quale non ha mai risposto, nella quale lo invitavamo, nelle forme e nei modi che avrebbe ritenuto opportuni, ad avviare una fase di ascolto del territorio al fine di rendersi conto delle problematiche e quindi avere più elementi per poter nominare le persone giuste nella situazione data (non solo il Presidente ma 4 membri del Consiglio direttivo su 8 sono nominati dal Ministro dell’ambiente), mentre già giravano voci di auto-candidature di Sindaci e altri, che a differenza di noi avevamo ed hanno possibilità di interlocuzione diretta con il Ministro, avviavano il loro lavorio, diciamo così, diplomatico, oppure … Giovanni Marino, il quale, consapevole dei suoi limiti, non senza mille dubbi e perplessità, consapevole anche di scontare l’ostilità di parte dell’associazionismo locale (non sono uno che è amico di tutti, per intenderci), fattosi forza delle idee e convinzioni profonde maturate in 12 anni di esperienza come imprenditore agricolo nel Parco e come coordinatore del Movimento cittadini per il Parco negli ultimi 3 anni, accetta.
      Innanzitutto ringrazio tutte le associazioni, 23 se non ricordo male, che hanno sottoscritto la lettera di “raccomandazione” al Ministro. Altre adesioni arriveranno probabilmente in giornata e entro il fine settimana. Mi auguro che le associazioni ambientaliste storiche, una in particolare, vogliano mettere da parte i personalismi e le dispute sull’uovo e la gallina (cioè se viene prima la tutela o prima lo sviluppo: noi diciamo: “il vincolo è una risorsa”) e, sopratutto, abbandonino pretese egemoniche e interlocuzioni privilegiate, e convergano sui contenuti, in grandissima parte comuni, e condividano con noi l’obiettivo di un nuovo modello di governance del Parco, che va allargata a associazioni, comitati, operatori economici, mondo della scuola, cittadinanza variamente attiva. Io sono a disposizione.

      Buona giornata a tutti.

      • Lettera aperta al Ministro Orlando (23 gennaio 2014)

        Egregio Ministro dell’ambiente, Egregio Presidente della Regione Campania,
        le scriventi associazioni, consapevoli e rispettose delle prerogative che la legge 394 attribuisce al Ministro dell’ambiente, ritengono tuttavia legittimo e consono allo spirito e alla prassi di una democrazia partecipata, proporre al Ministro e al Presidente della Regione Campania la nomina del sig. Giovanni Marino, imprenditore agricolo biologico, fondatore e coordinatore del “Movimento cittadini per il Parco”, attuale e primo Presidente del Consorzio di Tutela del pomodorino del piennolo del Vesuvio dop, a Presidente del Parco nazionale del Vesuvio, riconoscendo nella sua persona quelle caratteristiche di competenza, passione civile, impegno, determinazione, serietà e correttezza che riteniamo indispensabili per guidare l’ente Parco nazionale del Vesuvio. Ci riconosciamo inoltre nel programma elaborato dal “Movimento cittadini per il Parco” che condividiamo e che riteniamo possa, se attuato, consentire all’ente Parco di risollevarsi dalla attuale condizione di impotenza per proporsi come fulcro di un processo di rinascita civile della intera comunità del Parco.

        Con osservanza

        I firmatari

        Museo della civiltà contadina “Michele Russo” Somma Vesuviana
        Associazione NeaNastasis Sant’Anastasia
        Osservatorio Ambiente PD Sant’Anastasia
        Polisportiva Quadrifoglio Sant’Anastasia
        Boschetto Sporting Club Sant’Anastasia
        Gruppo Sportivo ALANBICI San Sebastiano al Vesuvio
        Legambiente Parco nazionale del Vesuvio Ercolano
        Pro Loco Hercuvlanevum Ercolano
        ASCOM Ercolano
        Associazione Family House Ercolano
        Associazione per i Siti Reali e le Residenze Borboniche ONLUS Portici
        Movimento cittadinanza attiva Torre del Greco
        Università Verde Torre del Greco
        Centro sociale Torrese Torre del Greco
        A.S.D. Archeoatletica Vesuvio Torre Annunziata
        Zona Rossa – Associazione di Civile Creatività Torre Annunziata
        Archeoclub Torre Annunziata
        Associazione ViviTrecase Trecase
        Pro Loco Trecase
        Associazione “Il Melograno” Boscoreale
        Associazione Discovery Vesuvius Terzigno
        Confagricoltura Napoli
        AmbienteVivo Campania

        PS: Per e associazioni/comitati/movimenti che volessero sottoscrivere la candidatura di Giovanni Marino inviassero un assenso al seguente indirizzo cittadiniperilparco@gmail.com GRAZIE!

        (via-Ciro Teodonno)

      • “Il mediano”, 24 gennaio 2014, QUI

        IL MOVIMENTO “CITTADINI PER IL PARCO” PROPONE IL SUO PRESIDENTE DEL PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO
        I Cittadini per il Parco sono di nuovo all’opera per smuovere dal basso le torbide acque del Vesuviano, stavolta però puntano in alto, propongono, al Ministro dell’Ambiente, la candidatura del loro rappresentante, l’imprenditore agricolo Giovanni Marino.
        di Ciro Teodonno

        Cittadini per il Parco è un agguerrito movimento civico che ha al suo attivo una serie di convegni di spessore nazionale sulle tematiche ambientali, inerenti al Vesuviano e al Parco Nazionale che dovrebbe tutelarlo. Se a tutto ciò aggiungiamo la funzione di controllo che ha attuato sui nebulosi progetti PIRAP e le campagne escursionistiche di sensibilizzazione “Girando intorno al Vesuvio”, il movimento è da almeno tre anni in prima linea per la tutela del territorio.
        Ora i “Cittadini” si sentono maturi per chiedere un qualcosa di più, a se stessi e a tutte quelle associazioni che da tempo ne coadiuvano l’operato e ne garantiscono l’esito positivo. Constatata la necessità di non poter più subire i diktat dall’alto, in accordo con un nutrito gruppo di altre associazioni locali, decidono di proporre una nomina dal basso per la presidenza del Parco Nazionale del Vesuvio.
        La proposta di CpP è Giovanni Marino, illuminato imprenditore locale e Presidente del Consorzio di tutela del pomodorino del piennolo del Vesuvio DOP; anima del Movimento e profondo conoscitore della tematiche locali, legate a uno sviluppo sostenibile che non neghi a priori tutte le realtà presenti sul territorio.
        Una voce nuova che varrà quanto meno la pena di ascoltare
        .

        COMUNICATO STAMPA
        In seguito ad una assemblea pubblica tenutasi in Sant’Anastasia in data 10 gennaio 2014, su proposta del “Movimento cittadini per il Parco”, numerose associazioni hanno aderito alla proposta di candidare Giovanni Marino alla Presidenza del Parco nazionale del Vesuvio sottoscrivendo una lettera aperta al Ministro dell’ambiente e al Presidente della Regione Campania ed espresso la loro convinta adesione al programma di massima correlato, nel pieno e convinto rispetto delle prerogative istituzionali sancite dalla legge sulle aree protette che attribuisce al Ministro, sentito il Presidente della Regione, l’onere della nomina, e tuttavia certe di dare un contributo trasparente e alla luce del sole nel solco della democrazia partecipativa affinché gli organi istituzionali preposti possano decidere avendo acquisito dettagliate informazioni sugli orientamenti e sulle soluzioni prospettate da una parte significativa, sensibile e attiva, della cittadinanza della Comunità del Parco, per risolvere i gravi problemi che immobilizzano l’ente Parco e restituirgli una funzione di guida di un processo di riconversione ecologica dei modi di vita e di produzione all’interno dell’area protetta e al di fuori di essa.

      • “Il mediano”, 27 gennaio 2014, QUI

        GIOVANNI MARINO, LA SUA IDEA DI PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO
        In questi ultimi giorni, come accennato in un precedente articolo, il movimento Cittadini per il Parco ha presentato il suo candidato alla presidenza dell’Ente Parco, per rompere gli schemi di una carica imposta dall’alto e di prerogativa ministeriale.
        di Ciro Teodonno

        È vero che la legge questo prevede, ovvero che sia il Ministro Orlando a decidere, ma sarebbe anche giusto che, una volta tanto, chi ci governa, tenesse conto anche di noi governati e che non facesse finta d’ascoltarci solo in periodo elettorale o quando proprio non può farne a meno. Sta di fatto che il Vesuvio e il suo Parco hanno bisogno di persone concrete e che non scambino l’Ente come un fatto estetico o quale dispensatore di fondi, proprio come potrebbe accadere con l’improvvisa apparizione di circa un milione di euro di avanzo di bilancio e da gestire, si spera, in cose più concrete e necessarie di quelle di un contentino propagandistico ai municipi della comunità del Parco.
        Visto che al momento, l’unico candidato ufficiale o che è uscito palesemente allo scoperto, è Giovanni Marino, abbiamo deciso di fargli qualche domanda sulla sua candidatura e la sua idea di Parco Nazionale.

        Signor Marino, certo ci vuole un bel coraggio a proporsi per un incarico al tempo stesso tanto scomodo quanto prestigioso. Cosa l’ha spinta a candidarsi alla presidenza del Parco?
        «La convinzione di poter fare bene e, nello stesso tempo, il senso di responsabilità come cittadino. Il Parco è una istituzione importante che potrebbe svolgere un ruolo decisivo per migliorare la qualità della vita delle comunità locali.»

        Nelle ultime ore si è vociferata la candidatura di nomi eccellenti, come il già Presidente del Parco Amilcare Troiano e l’ex presidente della Comunità del Parco Giuseppe Capasso. Come si sente al cospetto di questi personaggi?
        «Tranquillo. Sono convinto che il Parco abbia bisogno di coniugare sviluppo e tutela della natura. Noi diciamo: “Il vincolo è una risorsa” per significare che solo attraverso la tutela e la valorizzazione delle risorse naturalistiche, paesaggistiche, agricole e del patrimonio culturale è possibile promuovere sviluppo, occupazione e qualità della vita. Io mi sento attrezzato per il compito.»

        Il suo programma è ricco di buon senso ma è realmente sicuro di poter mettere in pratica tutti i suoi buoni propositi?
        «Devono realizzarsi tre pre-condizioni: la prima è che cambi il rapporto tra enti locali e Ente Parco. Il Parco non deve essere più visto dai comuni come una occasionale fonte di finanziamento, come un bancomat per redistribuire, disperdendole, risorse finanziarie che andrebbero invece investite su progetti prioritari e strategici. Il Parco deve diventare la casa comune di tutti gli enti locali che ne fanno parte, il luogo in cui si mettono insieme risorse e competenze e si progetta e programma il futuro. Perché questo possa accadere, e veniamo alla seconda pre-condizione. È necessario che la struttura tecnica, operativa e amministrativa, del Parco, sia notevolmente rafforzata: mancano profili professionali, strategici per un parco Nazionale. Per fare solo un esempio, nell’ufficio tecnico del Parco non vi sono né ingegneri, né architetti mentre nell’organico non vi sono esperti di turismo e marketing territoriale. Solo una struttura tecnica molto forte può svolgere una funzione di raccordo e di supporto ai comuni e di pensatoio. Capisco anche l’obiezione: c’è il blocco delle assunzioni, di cosa parli? Vero! Le strade sono due: o ottenere professionalità per distacco da altri enti pubblici, compresi gli stessi comuni del Parco, oppure assumere con contratti di tipo privato, naturalmente secondo criteri rigorosamente meritocratici.»

        E con quali soldi?
        «Il Parco ha potenzialità di auto-finanziamento notevoli e del tutto inesplorate. Questo è un Parco che non vende una maglietta, per fare un esempio. Pensi soltanto ai circa 500.000 visitatori che ogni anno visitano il Cratere. Per non parlare dello scandalo della ripartizione dei proventi dei biglietti di ingresso al Gran Cono: su 10 euro di biglietto, al Parco ne vanno solo 2,5 e deve anche pagare il servizio di biglietteria, che è appaltato a ditta esterna. La parte restante del prezzo del biglietto va alle guide vulcanologiche.»

        E la terza condizione?
        «Questa è più facile da realizzare. Bisogna allargare la governance del Parco. L’ente deve trovare le forme e le modalità per potersi confrontare in modo continuativo e sistematico con le associazioni, i comitati, gli operatori economici, il mondo della scuola e dell’Università. In tutti questi anni abbiamo avuto rapporti “occasionali” con le imprese e rapporti individuali con le associazioni, c’è invece bisogno di creare luoghi di confronto stabili affinché il decisore tecnico/politico possa acquisire quelle informazioni e conoscenze a cui altrimenti non ha accesso e senza le quali non possono essere prese decisioni adeguate ed efficaci. Come Movimento Cittadini per il Parco abbiamo proposto all’Ente Parco e purtroppo inascoltati, l’istituzione delle Consulte tematiche, peraltro previste dallo statuto dell’ente, addirittura scrivendo anche i regolamenti attuativi. Nulla!»

        Il Parco è stato a lungo monco della sua parte politica, vuoi per l’assenza di questa componente nel Consiglio Direttivo, vuoi per una Comunità del Parco spesso latitante. Oggi abbiamo finalmente i quattro membri politici nel CD, come penserebbe di relazionarsi con questa nuova realtà?
        «Come dicevo prima, il rapporto tra Ente Parco e comuni deve cambiare. Non più soltanto finanziamenti ai singoli comuni, ma grandi progetti strategici che abbiano una ricaduta su tutta l’area protetta. Bisogna cambiare mentalità.»

        Come penserebbe di riallacciare i contatti tra le comunità locali e l’Ente Parco?
        «Con le Consulte, appunto, e non solo. Il Parco ha bisogno di trovare legittimazione nella popolazione. Nel medio periodo creando opportunità di lavoro. Nell’immediato rendendo l’area protetta più fruibile dai giovani e dalle famiglie. Mancano aree verdi attrezzate dove poter trascorrere il tempo libero. E poi bisogna che l’ente si impegni di più, molto di più, anche al di là delle proprie competenze istituzionali, per salvaguardare l’area protetta dallo scempio dello sversamento illegale dei rifiuti e per bonificare e mettere in sicurezza le discariche legali, vecchie e nuove, che si trovano in area Parco per ragioni che adesso non stiamo qui a ricordare.»

        Una ragione su tutte per la quale il Ministro dovrebbe scegliere proprio lei.
        «Sulla valutazione delle competenze, decide il Ministro. Io, posso solo dire che dedicherei all’impresa di rilanciare l’Ente Parco e con esso le comunità locali, tutto me stesso.»

        – – –

        COMMENTI (dal più recente al più antico)

        Pubblicato da: Giovanni Marino | 29/01/2014 | 19.42.25
        Egregio sig. Bifulco, mi sono chiesto, prima di accettare la designazione delle associazioni, se vi fossero dei potenziali conflitti di interesse tra la mia attività e il ruolo di Presidente dell’ente Parco. In effetti alcuni potenziali conflitti esistono, vanno segnalati e regolati. Conflitti di piccola entità, naturalmente, come piccola è la dimensione della mia attività economica: due aziende agricole per un totale di 7 dipendenti fissi, più consulenti vari e un congruo numero di lavoratori stagionali nel periodo primavera – estate. Innanzitutto va ricordato che il Presidente non è il “dominus” incontrastato dell’ente Parco: tutte le principali decisioni politiche dell’ente sono prese dal Consiglio Direttivo. Ed è per questo che noi sollecitiamo il Ministro e avvertiamo l’opinione pubblica a prestare attenzione al “complesso delle nomine” che vanno fatte. Un ottimo Presidente potrebbe trovarsi a mal partito in un Consiglio Direttivo non all’altezza della situazione. Ciò detto, veniamo ai potenziali conflitti di interesse tra la mia attività di imprenditore agricolo e quella ipotizzata di Presidente del Parco. In effetti, chiediamoci: In che modo l’ente Parco può agevolare le aziende agricole, aiutarle a crescere e a svilupparsi, con beneficio proprio e del contesto territoriale in cui esse operano (si pensi all’indotto turistico)? a) prendendo misure di carattere strutturale in materia urbanistica (Piano del Parco), di riassetto idrogeologico (viabilità rurale, interventi per la regimentazione e raccolta delle acque piovane), di incentivazione all’accorpamento dei fondi agricoli, di controllo del territorio b) con iniziative promozionali in Italia e all’estero c) favorendo indirettamente la vendita dei prodotti agricoli e agroalimentari Per quanto riguarda il punto A, le faccio un esempio: la attuale zonizzazione del Parco secondo il Piano urbanistico approvato quattro anni or sono (e non ancora regolamentato) iscrive il principale corpo aziendale di “casa Barone”, una delle mie due aziende agricole, nella zona di massima protezione, classificata come area boschiva con presenza delle colate laviche del 44. In questa zona non è possibile edificare nemmeno un capanno per gli attrezzi. Senonché casa Barone è immediatamente a ridosso dell’area boschiva ed è effettivamente attraversata dalla colata lavica del 44 (i contadini hanno negli anni recuperato il suolo agricolo scaricando terra sulla colata), ma è una azienda agricola di 11 ha coltivata a vigneto, frutteto e ortaggi (pomodorino del piennolo)!!! Evidentemente sarebbe bastato che chi ha tracciato le carte facesse un sopralluogo più accurato spostando di qualche millimetro (in scala) la linea della zona di massima protezione più in alto, verso il bosco, come effettivamente è. Allora, Le chiedo: posto che è molto probabile che siano stati fatti altri errori di questo tipo, penalizzando ingiustamente tot aziende; posto che il Piano del Parco va rinnovato periodicamente (lo prevede la legge) per adeguarlo alle mutate esigenze ovvero perché si possa rimediare ad errori piccoli o grandi di impostazione; secondo Lei l’imprenditore Marino ha o non ha il diritto di far valere le sue ragioni in sede di riscrittura del Piano (la procedura di legge prevede audizioni pubbliche dei portatori di interesse) ? Di una cosa io sono certo: che per l’imprenditore Marino sarà molto difficile fra valere le sue giuste ragioni proprio per evitare che il Presidente Marino possa essere tacciato di abusare del suo ruolo per favorire i suoi interessi privati. A scanso di equivoci aggiungo che nelle aree definite agricole dal Piano, il massimo che si possa fare (se si ha una azienda agricola) è costruire depositi o laboratori per la lavorazione delle materie prime aziendali. Per quanto riguarda il punto b), facciamo un altro esempio. Sino a 4 -5 anni fa l’ente Parco svolgeva una qualche attività di promozione dei prodotti tipici del Parco. Sotto la Presidenza Troiano (o Frassinet, adesso non ricordo), fu anche creato un “marchio del Parco” che poteva essere utilizzato dalle aziende che producevano beni e servizi nel Parco e prevalentemente con materie prime prodotte nel Parco. Oggi questo marchio non può più essere rilasciato per ragioni che qui sarebbe troppo lungo ricordare. Ma veniamo alle iniziative promozionali dell’ente a favore delle aziende agricole, vinicole e di artigianato del Parco. Mettiamo che l’ente, sotto la Presidenza Marino, decida di investire nuovamente nella promozione di queste realtà (ovviamente qui non entro nel merito di come lo farei, della strategia). Si chiede all’azienda agricola del Presidente di restare fuori da queste iniziative? Di non beneficiarne? Non c’è problema. Ho fatto senza sino ad oggi. Per quanto riguarda il punto c) ovvero la possibilità di una azione del Parco che incrementi indirettamente la vendita di prodotti agricoli e agroalimentari dell’area Protetta, ebbene, alzo le mani. Qui non ho soluzioni. Per capirci mi riferisco alla nostra idea (copyright di cittadini per il Parco) che venga creato un circuito di case del Parco (una in ogni comune del Parco) collegate attraverso la sentieristica al Gran Cono, gestite da cooperative di giovani (preferibilmente) o da altre forme societarie, che offrano servizi di infopoint, ma anche di ristorazione e vendita di prodotti tipici. Siccome la gestione di questi servizi sarebbe affidata a privati, io non posso certo impedire a dei privati di ordinare, tra gli altri, i miei prodotti perché li considerano validi. Altro non mi viene in mente, ma resto a sua disposizione Giovanni Marino

        Pubblicato da: Ciro Teodonno | 29/01/2014 | 15.00.09
        A questo punto tutti possono avere un conflitto d’interessi, basta avere un’attività economica nel Parco. Io, sinceramente, non li ho visti e per questo non ho chiesto a riguardo ma se lei è così informato ci illumini sull’argomento e ci faremo noi stessi tramite verso il signor Marino, per soddisfare la sua curiosità, con le sue domande. Saluti

        Pubblicato da: Andrea Bifulco | 29/01/2014 | 12.12.43
        Giovanni Marino ha interessi economici nel Parco Nazionale del Vesuvio: qualche domanda su come vorrà poi gestire la sua azienda andava fatta.

        Pubblicato da: Blu Vesuviano | 27/01/2014 | 21.31.36
        Per favore inviate questa intervista alla attenzione del ministro, del presidente della regione e agli altri aspiranti all’incarico, probabilmente anche loro cambieranno idea e sosteranno la candidatura di Giovanni marino.

      • Giovedì 13 febbraio 2014, a Massa di Somma, si parlerà del (prossimo) Parco Nazionale del Vesuvio.
        Attualmente, l’ente è senza presidente, dopo la scadenza del mandato del prof. Ugo Leone. In attesa della nuova nomina ministeriale, le associazioni locali vesuviane hanno candidato l’imprenditore agricolo Giovanni Marino, il quale si presenterà in questa occasione.
        Alla tavola rotonda parteciperò anch’io.
        Questa è la locandina:

      • Con il passaggio dal governo Letta al governo Renzi è cambiato anche il ministro dell’ambiente, da Orlando a Galletti.
        Il 23 febbraio 2014 le associazioni che sostengono la candidatura di Giovanni Marino a presidente del Parco Nazionale del Vesuvio hanno inviato al neoministro questa lettera, pubblicata sullo spazio facebook di “Cittadini per il Parco”:

        Lettera aperta al nuovo ministro dell’ambiente
        Egregio ministro Galletti,
        tra le “emergenze ambientali” che Ella si troverà ad affrontare all’indomani del suo giuramento c’è anche quella delle nomine per il rinnovo degli organismi dirigenti di molti Parchi nazionali, nomine già rinviate più di un anno fa dal governo Monti uscente, tra le quali quelle relative ai due Parchi della Campania, il Parco del Cilento e Vallo di Diano e il Parco nazionale del Vesuvio.
        Sono nomine che produrranno i loro effetti, positivi o negativi, per i prossimi 5 anni.
        Si impone una riflessione sul significato e sulla missione sociale ed economica dei Parchi nazionali.
        Mentre in Senato giace un disegno di riforma complessivo della legge 394 sulle aree protette, ad aprile 2013 il Dpr n. 73 “Regolamento recante riordino degli enti vigilati dal Ministero dell’ambiente” cambia numero e composizione dei consigli direttivi degli enti Parco, “pareggiando” il numero di membri designati dagli enti locali (comuni) con quelli di nomina ministeriale.
        Il senso politico di questa innovazione è chiaro: si vuol dare nel governo dei Parchi maggior peso agli enti locali. Ne discende anche che la figura del Presidente, di nomina ministeriale, diventa a maggior ragione un elemento di equilibrio e garanzia tra le ragioni della tutela, si suppone maggiormente rappresentate da personalità di respiro “nazionale” o “tecnici” e quelle dello sviluppo, di cui sarebbero naturali “portatori di interesse” gli enti locali.
        Ma, come sempre, la realtà è più complessa delle sue semplificazioni.
        Non sempre infatti gli enti locali e i sindaci garantiscono quella concretezza di proposte e quella lungimiranza di vedute capaci di tradursi in misure atte a promuovere uno sviluppo economico solido e duraturo; viceversa le ragioni della tutela e della conservazione dell’ambiente, della flora, della fauna e del paesaggio, come pure del patrimonio culturale, storico artistico, architettonico, agroalimentare e etno antropologico, sono a ben vedere, nel particolare contesto dei Parchi nazionali, se non l’unico, quasi sempre il principale bene comune su cui far leva per creare sviluppo e occupazione.
        Nel caso del Parco nazionale del Vesuvio, a diciotto anni dalla sua istituzione, ci sembra di poter dire, senza tema di essere smentiti, che il Parco sia ben lontano dall’essere diventato, nella consapevolezza degli amministratori locali come nella coscienza dei cittadini, una “sfida positiva” per rimettere in discussione modi di vita e modi produzione, per riconvertire l’organizzazione sociale ed economica, per ritrovare una qualità della vita perduta e rilanciare un modello di sviluppo economico di segno opposto a quello invalso a partire dagli 50 imperniato sul consumo del territorio, su forme di turismo aggressive dell’ ambiente, sull’industria del mattone e sul ciclo, ad essa complementare, delle discariche e dello smaltimento dei rifiuti legale e non.

        Forse era ingenuo immaginare che l’istituzione dell’ente Parco potesse da sola innescare il processo di cambiamento sperato. E, in effetti, l’ente Parco ha vissuto in questi anni, come è stato detto, una condizione di “solitudine istituzionale”, percepito dagli enti locali come una presenza inutile o di ostacolo, salvo poi reclamare, da parte degli stessi comuni, la redistribuzione dei fondi europei destinati ai Parchi nazionali, secondo logiche meramente spartitorie.
        Ma il Parco del Vesuvio è rimasto lontano anche dai cittadini, dagli agricoltori, dagli operatori economici. Anche da questi ultimi la sua presenza o non è stata percepita affatto o è stata vissuta con fastidio.
        Né essere Parco ha risparmiato i cittadini vesuviani dalla apertura di una nuova grande discarica, la cava Sari II a Terzigno.
        Tuttavia all’orizzonte si profila una possibilità di cambiamento.
        Un imprenditore illuminato, viene “designato” alla Presidenza del Parco da una quarantina di associazioni locali e regionali di varia natura e ragione sociale, dalle Pro Loco alle associazioni ambientaliste, dalle associazioni di categoria degli agricoltori a quelle degli operatori del commercio e del turismo, dalle associazioni sportive alle associazioni culturali. La legge 394 in realtà non prevede “candidature”. La nomina dei Presidenti dei Parchi è di esclusiva competenza del Ministro dell’ambiente.
        E tuttavia, a nostra memoria, non è mai accaduto che uno spaccato sociale così ampio e significativo si ritrovasse intorno alla figura di un leader e del suo movimento dal nome invero assai significativo, “cittadini per il Parco”, per reclamare attenzione al Ministro dell’ambiente su una scelta che può essere decisiva per le sorti delle comunità dell’area protetta come pure per quelle delle aree contigue, la fascia costiera a sud e la zona pedemontana a nord, da comprendere in una unica e unificante prospettiva di tutela e di sviluppo in collegamento e sinergia con l’area “a monte”.

        Il “candidato” è forte di un programma di intenti serio e lungimirante (in allegato), condiviso con le associazioni, frutto di anni di impegno civile.

        Il vincolo assunto come risorsa. Il Parco come “casa comune” degli enti locali. Un nuovo modello di “governance” del Parco che “allarghi” la partecipazione ai processi decisionali alla cittadinanza attiva, alle associazioni, agli operatori economici, al mondo della scuola e dell’Università. La struttura tecnico operativa dell’ente da potenziare e trasformare in un vero e proprio “pensatoio” capace di produrre programmi e progetti di valenza strategica per tutta l’area protetta. Sviluppo dei “turismi possibili”, incentivazione della agricoltura tradizionale, implementazione del merchandising e di tutte le forme di autofinanziamento dell’ente Parco per garantire controllo del territorio, vigilanza, manutenzione ordinaria dei sentieri e delle aree verdi attrezzate e, non da ultimo, consentire l’assunzione con contratti di tipo privato di nuovo personale altamente qualificato secondo criteri rigorosamente meritocratici.

        Un imprenditore che nel suo campo, quello delle cosiddette eccellenze agroalimentari, si è fatto ambasciatore della civiltà rurale vesuviana nel mondo e che è riuscito nella difficile impresa di consorziare altri imprenditori agricoli dando vita al Consorzio di tutela del pomodorino del piennolo, prodotto insignito del marchio DOP nel 2010.
        Per queste e altre ragioni, che saremmo lieti di poterLe esporre di persona, i firmatari della presente Le propongono, come a suo tempo hanno proposto al ministro Orlando, di nominare Giovanni Marino alla Presidenza dell’ente Parco nazionale del Vesuvio.

        Con osservanza

        I firmatari

        Terra e Dignità San Giuseppe vesuviano
        Museo della civiltà contadina “Michele Russo” Somma Vesuviana
        Associazione NeaNastasis Sant’Anastasia
        Osservatorio Ambiente PD Sant’Anastasia
        Polisportiva Quadrifoglio Sant’Anastasia
        Boschetto Sporting Club Sant’Anastasia
        Gruppo Sportivo ALANBICI San Sebastiano al Vesuvio
        Consorzio UNIPAN San Sebastiano al Vesuvio
        Legambiente Parco nazionale del Vesuvio Ercolano
        Pro Loco Hercuvlanevum Ercolano
        ASCOM Ercolano
        Associazione Family House Ercolano
        Associazione per i Siti Reali e le Residenze Borboniche ONLUS Portici
        Movimento cittadini attivi Torre del Greco
        Università Verde Torre del Greco
        Centro sociale Torrese Torre del Greco
        Comitato “Oncino” Torre Annunziata
        A.S.D. Archeoatletica Vesuvio Torre Annunziata
        Zona Rossa – Associazione di Civile Creatività Torre Annunziata
        Archeoclub Torre Annunziata
        Centro studi storici “Nicolò D’Alagno” Torre Annunziata
        URCAS ONLUS – Associazione Invalidi Civili Disabili e Famiglie Torre Annunziata
        Associazione ViviTrecase Trecase
        Pro Loco Trecase
        Associazione culturale “Logos” Trecase
        Associazione “Il Melograno” Boscoreale
        Associazione culturale “Gli Zampognari del Vesuvio” Boscotrecase
        Associazione Discovery Vesuvius Terzigno
        Confcommercio Terzigno
        Confagricoltura Napoli
        AmbienteVivo Campania
        Centro ricerche pedagogiche Mammut
        Associazione “Amici del Sarno ONLUS”
        Bio Logica Associazione campana produttori biologici
        Confagricoltura Campania
        CIA (confederazione italiana agricoltori) Campania

  15. “Il Mattino”, 21 marzo 2014, QUI

    SPRECO VESUVIO, COSI’ IL PARCO «BRUCIA» 5 MILIONI ALL’ANNO. IL RAPPORTO DELLA CORTE DEI CONTI
    di Redazione

    NAPOLI – Il Parco del Vesuvio nel mirino della magistratura contabile. Dall’ispezione della Corte dei Conti è emersa la mancata adozione di due atti fondamentali che presiedono il corretto funzionamento del Parco: il Regolamento di tutte le attività e il Piano economico pluriennale. Spulciando nei conti, si nota che l’ente ha entrate annuali complessive per circa 4,5 milioni di euro, ma ne vengono spesi per il personale (15 unità) circa 729mila. Il capitolo più corposo delle uscite è quello delle cosiddette prestazioni istituzionali, che nel 2012 sono costate circa 3 milioni. Solo 174mila euro, invece, sono stati gli investimenti per la tutela dell’ambiente.


    (Immagine tratta da questa pagina fb)

  16. Pingback: Vandalismo contro il Parco Nazionale del Vesuvio | Paesaggi vulcanici

  17. “Cittadini per il Parco” (su fb), 5 giugno 2015: QUI

    Un interessante scambio tra Ugo Leone, presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, e Giovanni Marino, presidente del Consorzio di tutela del Pomodorino del Piennolo, nonché presidente del movimento “Cittadini per il Parco”:

    “La Repubblica”, 2 giugno 2015, QUI

    VESUVIO,VENT’ANNI DI PARCO
    di Ugo Leone
    La protezione della natura, delle sue componenti animate e inanimate e della sua biodiversità costituisce ancora nell’immaginario di molti solo una serie di vincoli da rispettare.
    Pochi ancora sono consapevoli, vivendo in un Parco o nei suoi pressi, di essere titolari di un privilegio.
    Tutto ciò specialmente in un’area come quella vesuviana dove la componente umana è particolarmente rilevante anche quantitativamente, dove esistono abitudini, tradizioni, comportamenti profondamente consolidati che in alcuni casi cozzano contro le regole della protezione.
    Ma spesso cozzano soprattutto con le regole elementari del vivere/convivere con altri da rispettare e non sopraffare.
    È anche per ciò che qui, ma un po’ dovunque, i Parchi vengono visti con sospetto, come lesivi di un malinteso senso della libertà intesa come disponibilità a fare il proprio comodo.
    Non è facile raggiungere questi risultati e tanto meno lo è per un Parco giovane come il Vesuvio.
    Nel quale, cioè, non è stato ancora sufficiente il tempo necessario per costruire un ottimo rapporto di intesa con i cittadini e con i loro amministratori come è avvenuto nell’ultranovantenne Parco nazionale d’Abruzzo nato nel 1922 ed ora diventato “d’Abruzzo, Lazio e Molise”.
    Ma, allora, perché si è sentita l’esigenza di erigere a Parco nazionale un’area come quella sulla quale incombe il complesso del Monte Somma-Vesuvio?
    La legge lo dice chiaramente: per “conservare i valori del territorio e dell’ambiente, e la loro integrazione con l’uomo; salvaguardare le specie animali e vegetali, nonché le singolarità geologiche; promuovere attività di educazione ambientale, di formazione e di ricerca scientifica”.
    Ciò vuol dire che il legislatore, con il supporto delle associazioni ambientaliste e dei cittadini che per anni hanno lavorato al progetto, ha individuato valori da conservare, specie da salvaguardare e l’esigenza di farlo anche con la promozione della educazione.
    Trascurando, però, che tutto questo avviene in un’area sensibile non solo per le importanti presenze da tutelare, ma anche per la presenza di un vulcano attivo tra i più pericolosi della Terra.
    Un’area, quindi, nella quale la tutela deve comprendere anche la quantità di cittadini esposti al rischio vulcanico e, non meno di quella naturale, la biodiversità culturale cioè il grande patrimonio di storia, resti archeologici, architettura, folclore, enogastronomia, tradizioni che costituiscono l’identità dei luoghi e del luogo Monte Somma Vesuvio nel suo complesso.
    Questo “combinato disposto”, come lo definirebbe un giurista, non è facile e non è stato facile realizzarlo.
    Non nei pochi anni che ne costituiscono la recente storia. Tuttavia l’esperienza vissuta alla presidenza del Parco mi induce all’ottimismo.
    Soprattutto perché il rapporto con gli amministratori dei 13 Comuni che fanno parte di quell’importante strumento di gestione che è la Comunità del Parco è andato via via migliorando e, superando incomprensioni e non corrette interpretazioni, si va sempre più consolidando in collaborazione.
    È importante che questa collaborazione si estenda alla “comunità dei cittadini” e per questo è necessario che gli amministratori del Parco e dei Comuni riescano a veicolare un messaggio comprensibile e condivisibile anche sulle opportunità che protezione e salvaguardia consentono di realizzare a vantaggio di tutti: ambiente e territorio, natura e cittadini.
    Anche questo significa l’importante obiettivo, che ricordavo tra quelli che hanno promosso la istituzione del Parco.
    E cioè, per concludere questa lunga disamina, l’obiettivo di “promuovere attività di educazione ambientale, di formazione e di ricerca scientifica”
    .

    – – –

    IL COMMENTO DI GIOVANNI MARINO:
    In un articolo pubblicato su Repubblica Napoli il 2 giugno, Ugo Leone, già primo presidente del Parco nazionale del Vesuvio e, da più di un anno, commissario straordinario dello stesso ente dopo esserne stato nuovamente Presidente nei 5 anni precedenti il commissariamento, si interroga:
    “Vesuvio, vent’anni dopo. Cosa è cambiato?”.
    Sorvolando sulle responsabilità politiche, gestionali e istituzionali di chi ha amministrato il Parco per un periodo non breve, cogliamo l’occasione di questo “compleanno” per fare anche noi alcune riflessioni, nel nostro piccolo, su questi primi venti anni di vita del Parco nazionale. Non un bilancio, perché il tempo e lo spazio necessari mal si conciliano con la brevità richiesta ad un articolo di giornale. Ci limitiamo più semplicemente a rilevare come, proprio per le ragioni che ricordava Leone nel suo intervento (il Vesuvio è il Parco più urbanizzato d’Italia e probabilmente del mondo) l’approccio alla sua gestione non può essere puramente di carattere ostativo, pena l’assoluta inefficacia delle stesse politiche di tutela e conservazione della natura, come in effetti è accaduto e accade.
    In una area protetta dove vivono e lavorano circa 600mila persone non ci si può limitare a dire ai residenti “cosa non si può fare”, ma bisogna offrire loro delle valide motivazioni e anzi degli incentivi affinché “quello che non si può fare” si traduca in una migliore qualità della vita e, quindi, necessariamente, anche in una opportunità di crescita economica e di lavoro.
    L’approccio puramente conservativo di cui Leone può ben essere considerato un alfiere è perdente in partenza, sul Vesuvio più che altrove.
    Qui c’è da incentivare e sostenere l’agricoltura tradizionale (la maggior parte del territorio del Parco è costituito da aree agricole e dal 1990 al 2010 si sono persi ben 2300 ettari di superficie agricola totale), cosa che il Parco non fa.
    Qui c’è da sostenere e incentivare il turismo sostenibile, in tutte le sue possibili declinazioni, cosa che il Parco non fa (al netto di qualche convegno di routine e di qualche pubblicazione di dubbio spessore scientifico sulle “potenzialità turistiche dell’area Parco”).
    Qui c’è da recuperare e rifunzionalizzare un enorme patrimonio storico – architettonico consistente in decine di masserie rurali oggi dirute, cosa di cui il Parco non si preoccupa.
    Qui c’è da connettere il patrimonio naturalistico e agricolo “a monte” con i centri storici e il patrimonio storico – artistico – architettonico – archeologico – delle città della costa “a valle”, cosa che il Parco non prova nemmeno a fare.
    Qui c’è da rendere accessibile e fruibile il territorio del Parco alle famiglie, ai giovani e meno giovani, ai portatori di handicap, ai residenti tutti, cosa che il Parco non fa, stante lo stato di degrado e abbandono di tutta la sentieristica e la mancanza pressoché totale di aree verdi attrezzate per il tempo libero in cui sperimentare un “primo contatto” della popolazione con la natura del Parco.
    Un’ultima considerazione. Su un punto concordiamo con il prof. Leone e cioè sul fatto che per “diventare Parco” il Parco ha bisogno della corretta e concreta collaborazione istituzionale di tutti e 13 i Comuni che ne fanno parte. Di più. Il Parco ha bisogno che chi amministra i Comuni comprenda pienamente che il Parco rappresenta per le rispettive comunità una istituzione che può fare la differenza, una opportunità di sviluppo e di miglioramento della qualità della vita dei residenti, una istanza unitaria che può consentire agli enti locali di realizzare nella condivisione obiettivi altrimenti non raggiungibili
    .

    – – –

    LA RISPOSTA DI UGO LEONE:
    Come mio costume non interferisco mai nelle critiche al mio operato che sono naturalmente legittime. Il presidente Marino ritiene praticamente che il Parco non abbia fatto nulla nei venti anni di vita e si può agevolmente intuire che me ne attribuisce la responsabilità. Nulla da ribattere da parte mia se non per ricordare che tra la prima e la seconda delle mie presidenze vi sono stati altri due presidenti (il prof. Maurizio Frassinet e l’avv. Amilcare Troiano) che non vorrei fossero coinvolti nel far niente lamentato da Marino. Per chiarezza aggiungo che solo chi non mi conosce o mal conosce le cose del Parco mi può definire “alfiere di un approccio puramente conservativo” e che so bene, per averne vissuto l’esperienza, che amministrare dall’esterno è molto più semplice che farlo dall’interno. Forse anche per questo motivo Giovanni Marino è, o è stato, candidato alla prossima presidenza del Parco (u.l.)

    – – –

    LA REPLICA DI GIOVANNI MARINO:
    Al prof. Leone, rispondo solo che non replicare mai alle critiche che gli sono rivolte, come Lui è solito fare, non è cosa, a mio modesto parere, di cui vantarsi; non è segno di superiorità morale, ma, al contrario, è solo un modo molto comodo di non rendere conto del proprio operato di amministratore; modo comodo e diversamente arrogante.
    Quanto poi al nesso tra le mie osservazioni e la candidatura alla presidenza del Parco, diciamo che, in tutta sincerità, faccio fatica a coglierlo, a meno che Leone non voglia sostenere che il fastidio (si, lo ammetto, fastidio) che mi ha procurato la lettura del suo intervento, che, al di là del giudizio di merito sui contenuti, sembrava scritto da un osservatore, Lui si, molto, ma molto esterno, e non da un uomo che ha ricoperto la massima carica politica del Parco per così lungo tempo, che mi ha indotto a sottoporre a La Repubblica le mie sintetiche riflessioni, non fosse altro in realtà che un pretesto per fare campagna elettorale. Ma Leone dovrebbe sapere che cittadini per il Parco esiste ed è attiva ormai da quasi 5 anni e continuerà ad esistere e a operare indipendentemente da chi sarà chiamato a succedergli alla presidenza del Parco.
    E’ vero, prof. Leone, definirla un alfiere dell’approccio conservativo è stata una forzatura che mi faceva gioco per esporre la mia tesi, ma il problema intorno al suo operato è che si fa veramente fatica a definirlo, in qualunque modo.
    Saluti
    Giovanni Marino

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