Exodus

Leggere “Il mediano” è utile ed interessante. Lo scorso 12 dicembre 2010 un articolo di Ciro Teodonno, “Cos’è il “Progetto Vesuvio”?“, ha riferito dell’idea di Girolamo Vajatica e della sua associazione di trasferire i 18 comuni vesuviani in luoghi più sicuri. Leggere di questo progetto (o “piano di emergenza”, “piano di evacuazione”, “piano di prevenzione”) e, soprattutto, delle reazioni è uno stimolo alla riflessione sul rapporto tra spazio abitato e spazio immaginato o percepito.
Questa che a me pare essenzialmente una provocazione intellettuale più che un progetto concreto, finora ha avuto vari e importanti interlocutori, come Raffaele La Capria (“Il sonno della montagna“, o qui) e Gerardo Marotta (che ha ospitato Vajatica presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici).
Ecco il primo articolo, altri (cronologicamente precedenti) sono tra i commenti:

Il sogno, solo all’apparenza utopico, di Girolamo Vajatica, professore di filosofia napoletano, ha già al suo attivo numerosi ed eccelsi sostenitori, come ad esempio lo scrittore Raffaele La Capria, che ha anche trattato a suo tempo l’argomento sulle pagine de Il Mattino; Gerardo Marotta che lo ha ospitato presso l’Istituto italiano di filosofia; la stessa Unione Europea che ha a sua volta risposto positivamente alle sue interpellanze, a testimonianza della validità del progetto e delegando al governo italiano la facoltà di decidere a riguardo.
Allo stato attuale però, come sottolineato nei precedenti articoli, non v’è riscontro alcuno da parte delle autorità e permane la reale utopia di un piano d’evacuazione con funzioni più apotropaiche che pratiche.
Il professore, pur se di formazione umanistica, è però persona tutt’altro che teorica è fonda la sua pragmatica nel presupposto che, almeno al momento, l’unica cosa certa alla luce del sole, sembra essere la calma del gigante, che non lascia presagire alcun sussulto immediato.
Per ciò, sostiene il professore, è opportuno permettere, in maniera del tutto distinta dal piano d’evacuazione (che presuppone un rischio vulcanico imminente e che lui giudica complementare al progetto), un lento e regolare fluire della popolazione vesuviana e del suo mondo verso un’area più sicura e relativamente vicina.
L’area individuata è nel casertano, delimitata grosso modo a nord dal Volturno e a sud dai Regi Lagni, toccando i comuni di Castel Volturno, Cancello Arnone, Grazzanise, Santa Maria la Fossa, Casal di Principe, San Tammaro. Qui sarebbe possibile, seguendo le regole di una nuova urbanistica e dell’eco-compatibilità, creare una nuova città, dove magari i quartieri possano avere i nomi dei paesi d’origine e dove i cittadini potrebbero mantenere il loro viscerale contatto con il luogo d’origine andandoci a lavorare. Sì, perché i diciotto comuni della zona rossa andrebbero a perdere il loro ruolo prevalentemente residenziale e acquisirebbero una ragion d’essere più produttiva, privilegiando finalmente una vocazione ricettiva e agricola fin troppo vituperata da un urbanizzazione selvaggia.
La visione generale, a detta dell’architetto Gerardo Perillo, membro anch’egli dell’associazione, vedrebbe l’abbattimento di quegli edifici che come bubboni infetti sono cresciuti in maniera spropositata, deformando i pregevoli centri storici del Vesuviano. Così facendo si creerebbe un circolo virtuoso tale da incentivare un’economia finalmente virtuosa ed esaltando un turismo che ormai, da tempo immemorabile, è in decadenza.
In realtà bisogna dire che l’idea dell’Associazione “Progetto Vesuvio” non pretende il primato dell’originalità e dell’esclusiva, essendo, già in passato, stato teorizzato e attuato in tal senso.
Molti infatti ricorderanno i bonus, offerti dalla regione Campania per incentivare il deflusso dalla zona rossa, e che non hanno certo sortito l’effetto desiderato di decongestionare la zona.
Il semplice quanto fondamentale intento di “Progetto Vesuvio” e del prof. Vajatica è quello di spopolare, nel lungo periodo, tutta l’area vesuviana e non solo gli affittuari accompagnati dai loro magri 30.000 € di incentivo.
Altro progetto dal simile intento è quello della CONFINDUSTRIA di Caserta, che ha immaginato parimenti di evacuare il Vulcano, smistando però la popolazione in più zone della Campania. La pur lodevole iniziativa ha, secondo noi, la pecca di scindere definitivamente il legame tra i vesuviani e il loro territorio, disperdendo quei valori e tradizioni che ne caratterizzano l’essenza; il fatto poi che esista un’ovvia connessione tra progetto e mondo industriale, ci sembra essere un po’ troppo vincolante, perché promosso da un contesto, sì importante ma limitato rispetto alle tante parti che compongono la nostra società.
Contrariamente, l’Associazione “Progetto Vesuvio”, oltre ad essere rappresentativa di tutte le forze positive del territorio all’ombra del Vesuvio, ha l’esclusiva caratteristica di terminare (sciogliersi) nel momento in cui vi sia il concreto passaggio alla fase esecutiva della creazione di una nuova città vesuviana.
Il progetto è quello unico di smuovere le coscienze da quel torpore fatalistico e di sussidiarietà che le caratterizza a queste latitudini e di indirizzarle verso quella pratica attuazione di intenti e di idee che ci distinguerebbe finalmente per le nostre qualità innate e non per il male che ci attanaglia e purtroppo ci precede su, ben oltre il Garigliano.

Altri articoli e reazioni al “Progetto Vesuvio” sono tra i commenti.
Tra gli altri, segnalo:
Ciro Teodonno, IL DESTINO DELLA CITTÀ VESUVIANA (qui)
– Ciro Teodonno, LE LECITE DOMANDE DI CHI VIVE ALL’OMBRA DEL VESUVIO (qui)
– Antonio La Gala, COME ANTICIPARE LO STERMINATOR VESEVO (qui)
– Ciro Teodonno, IL PUNTO DI VISTA DI UGO LEONE SUL PROGETTO VESUVIO (qui)
– Ciro Teodonno, L’OPINIONE DI ALDO VELLA SUL “PROGETTO VESUVIO” (qui)
– Ciro Teodonno, L’OPINIONE DEL VULCANOLOGO GIUSEPPE LUONGO (qui)
– Ciro Teodonno,
L’OPINIONE DI LUONGO SUI CAMPI FLEGREI (qui)
– Ciro Teodonno, L’OPINIONE DI GIUSEPPE CAPASSO (Presidente della Comunità del Parco) (qui)
– Ciro Teodonno, IL PROGETTO VESUVIO DI ENZO CORONATO (Confindustria Caserta) (qui)
– Angelo Lomonaco, «CHI VIVE A NOLA VA IN VAL D’AOSTA». DOVE FUGGIRE SE ERUTTA IL VESUVIO (“Corriere del Mezzogiorno”, 14 dicembre 2013, qui)

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AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
Ne ho scritto QUI.

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10 thoughts on “Exodus

  1. COMMENTI all’articolo “Cos’è il “Progetto Vesuvio”?”

    perchè?
    perchè non hanno ancora preso in considerazioen questo progetto?semplice:
    perchè è più comodo farci morire tutti!
    Autore: elisa | Data: 13/12/2010 | Ora: 15.56.17
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    Un incubo
    Un incubo, trasferirci nel casertano in mezzo ai rifiuti tossici alle case abusive, ai casalesi. Perché non trasferirci a Sorrento? Amalfi? Agerola, al limite? Ci credo che i costruttori casertani si fregano le mani!
    Autore: Antonio | Data: 14/12/2010 | Ora: 15.33.08
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    Risposta ad Antonio
    Caro Antonio, non credo che camorra, abusivismo edilizio e rifiuti tossici manchino intorno al Vesuvio e il rischio di speculazioni non manca certo neanche qui! Sta di fatto che nel casertano c’è certo più spazio che a Sorrento e dintorni come lei auspicava, probabilmente con ironia.
    Al progetto non mancano certo le difficoltà attuative ma le pare plausibile rinunciarvi e attendere tranquillamente l’eruzione?
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 14/12/2010 | Ora: 17.41.35
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    altre alternative !
    l’idea mi sembra buona. Già dopo l’eruzione del 1906 avevano proposto di “trafserire/ricostruire” Ottaviano (pare nella zona di Latina).
    Comunque, mi piacerebbe sapere se ci sono altri siti “edificabili” in alternativi a quelli proposti perchè oltre a lasciare il proprio paese ci si allontanerebbe troppo dal nostro capoluogo e dalla grossa città che -nel bene e nel male- offre tutto.
    Autore: martino | Data: 15/12/2010 | Ora: 16.40.35
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    Risposta a Martino
    Ciao Martino, cercherò di capire quali altre alternative regionali possano esistere, e in tal caso non mi riferisco al “nostro” Progetto Vesuvio, che prevede come unico sito quello del Casertano trattato nell’articolo. Lo stesso progetto che prevede tutto sommato una certa vicinanza sia con Caserta che con la stessa Napoli e con una viabilità più razionale gli stessi luoghi di provenienza del Vesuviano, dove poter mantenere le proprie attività e le proprie radici. Non è facile, lo so, ma è importante provarci e soprattutto crederci, prima che sia troppo tardi.
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 15/12/2010 | Ora: 18.23.53
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    Facciamo informazione che è meglio
    Per ora il Vesuvio non scoppia ma se dovesse cambiare idea ci sarà il tempo di uscire con i titoli sui giornali INVECE I precursori di una futura eruzione sono tutti ai campi flegrei. Innalzamento di 3 metri (bradisismo) nelle crisi sismiche degli anni 70-72 e 82-84. Dal 2000 cambiamento della composizione sismica delle fumarole con + CO2; 2010 aumento delle esalazioni gassose precursore questo di un nuovo bradisismo. Se aggiungiamo che la prossima crisi bradisismica storicamente potrebbe essere quella decisiva e in questo caso è noto che avrà uno sviluppo rapido (per dare un idea 72 ore) perchè l’eruzione avverrà all’inizio della crisi (questo dicono i modelli) non alla fine allora ci vuole poco a capire che la politica di dire “non c’è da preoccuparsi” porta solo a una strage perchè i primi ad essere impreparati sono le autorità politiche che dovranno dichiarare lo stato di emergenza e ordinare l’evacuazione di mezza napoli poche ore prima dell’evento magari di notte trovandosi di fronte un imminente fenomeno eruttivo che non desta grossa preoccupazione nella popolazione perchè accompagnato da scarsa sismicità la quale poi memore del falso allarme degli anni 80 non ha la capacità di comprendere la situazione di pericolo. Questa è la situazione, chiarito questo ha un senso iniziare a discutere di come ridurre il rischio in tutta l’area di Napoli e comuni vesuviani.
    A mio avviso di fronte a due future tragedie (Vesuvio e Campi flegrei) non sapendo in realtà quale avverrà per prima lo stato dovrebbe iniziare a reperire dei fondi anno dopo anno per assicurare un tetto agli scampati, bonificare l’area e conseguire il ritorno alla normalità nel tempo minore possibile. Altro non si può fare. E’ inutile infatti costruire case per trasferire preventivamente gli abitanti dei comuni vesuviani perchè l’eruzione potrebbe avvenire ai campi flegrei nè si può costruire le case e darle preventivamente agli abitanti di pozzuoli, bagnoli ecc nè si può costruire le case e lasciarle inabitate e incustodite perchè sappiamo benissimo in letteratura come si riducono nel giro di pochi anni scuole, ospedali ecc quando finiscono i fondi e mancano delle semplici attrezzature per renderle operative. Distinti Saluti.
    Fabrizio.
    Gentile lettore, i dubbi assalgono anche noi, ed è per questo che abbiamo avviato una discussione con la rubrica “Città Vesuviana”, e aprendo uno spazio forum (che può trovare in testata). Aspettiamo contributi.
    Saluti
    Autore: fabrizio | Data: 17/12/2010 | Ora: 22.03.12
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    Risposta a Fabrizio
    Caro Fabrizio, lei mi sembra informato su un argomento che appunto saprà essere pieno di incertezze e con molte probabilità. Detto questo vorrei farle notare che il “Progetto Vesuvio” va proprio contro quell’inerzia che lei giustamente condanna; non so se ha letto i precedenti articoli della rubrica ma il nostro scopo è proprio quello di informare, anche e soprattutto su quelle problematiche tralasciate dalla politica.
    Indubbiamente il Vesuvio non è l’unica emergenza napoletana ma sta di fatto, come lei del resto conferma, che lo è, e perché quindi non interessarsene? Tra l’altro il nostro giornale, contrariamente alla consuetudine, non attende certo l’emergenza per trattare un argomento di tale importanza.
    Vorrei inoltre aggiungere che il progetto in questione non prevede la costruzione di case da lasciare poi incustodite, in attesa di un evento sismico o vulcanico ma ne prevede l’immediato utilizzo, trasferendo la maggior parte della popolazione in un sito previsto a debita distanza sia dal Vesuvio che dai Campi Flegrei.
    Inoltre il prevedere un evacuazione biblica di circa 700.000 persone, in un contesto di per sé congestionato, mi sembra alquanto irrealizzabile come a maggior ragione lo sarebbe il riportarli tutti e settecentomila nello spazio d’origine “bonificato” Molte meno persone attendono ancora nel Belice e in Irpinia di essere ricollocate nelle loro dimore natie.
    Purtroppo nessuno potrà mettere a riparo questa e tutte le iniziative affini da ingerenze e malaffare, così come per qualsiasi altro umano progetto. L’alternativa sarebbe il non far nulla, ma questo non è nella nostra indole.
    La invito, se vuole, ad arricchire la nostra discussione sul forum appositamente allestito dal giornale.
    Un saluto
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 18/12/2010 | Ora: 15.05.39
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    SIETE SOLO TUTTI PAZZI
    adesso ci mancavano i pazzi a fare previsioni poltiche e sismiche….e dove dovrebbero mandarci? nel casertano e perchè? io voglio andare ad agerola se non vi sta bene io rimango all’ombra del vesuvio come i miei predecessori da 20.000 anni
    VOI NON STATE BENE CON LA TESTA, evidentemente avete lo stipendio assicurato ogni mese e forse nemmeno andate a lavorare e cosi tanto per far vedere che esistete date i numeri al vostro cervello
    ANDATE A FATICARE CHE è meglio e a proposito? VOI LE TASSE le pagate, gli scontrini ve li fate rilasciare? questo serve al sud, quando vieni al sud e chiedi una fattura ti guardano strano e poi vi lamentate che i soldi non ci sono, dovete imparare a pagare le tasse
    Autore: fronte del sud | Data: 18/12/2010 | Ora: 15.16.31
    —–
    Risposta a fronte del sud
    Caro fronte del sud, non credo che pensarla differentemente da lei possa condurre per forza alla pazzia e del resto ragionare, oltre che far bene alla salute è addirittura gratis!
    Le consiglio quindi, oltre a leggere gli articoli della rubrica in questione, anche di ragionare un po’, hai visto mai?
    Attendiamo con impazienza altri suoi commenti, magari più costruttivi, più in tema e meno offensivi.
    Una buona serata a lei
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 18/12/2010 | Ora: 21.45.57
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    per l’autore
    Io confermo che voi siete solo dei fantastici imbroglioni, ci vorreste deportare non si sa bene dove e a fare cosa? a castelvolturno? ma voi mi fate solo scompisciare dalle risate. Io ribadisco che se deportazione deve essere quella sarà col consenso del popolo; quindi io voglio che mi deportiate ad agerola o perchè no ad amalfi.Solo cosi eviterete (quando sarà il momento se mai dovessero esserci soluzioni alla Pol Pot) una rivoluzione che vi spazzerà via definitivamente. Avete fatto costruire il cosidetto “ospedale del mare” (che bella parola per nascondere un autentico imbroglio) alle falde della colata lavica del 1945 e ci venite pure a fare lezioni filosofiche di evacuazioni? io vi farei fare un altro tipo di EVACUAZIONI sic!! Non contate nulla non rappresenta niente e rubate solo lo stipendio dalle casse statali e regionali. Voi al sud dovete imparare prima di tutto a PAGARE LE TASSE e poi potete”forse” farci le morali. Tutto il sud è un grande contenitore di evasione fiscale a tutti i livelli e se non cambiate finirete a rimorchio dei paesi del Mghreb…che è tutto dire Per cui quando sarete diventati cittadini di seria A…ONESTI e non i soliti truffaldini da quattro soldi allora solo potrete anche discettare di eruzioni e DEPORTAZIONI
    Autore: FRONTE DEL SUD | Data: 19/12/2010 | Ora: 18.58.58
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    Risposta a FRONTE DEL SUD
    Caro FRONTE DEL SUD,
    io capisco che la vita è dura, che si pagano le tasse mentre molti non lo fanno (io, per sua informazione, le pago e le sembrerà pure strano ma vado anche a lavorare); che il mondo poi, sia ingiusto e pieno di gente che se ne approfitta è cosa risaputa ma perché vuol prendersela proprio con chi ha avuto un’idea e con colui che vuole parlarne mettendola in discussione con i lettori?
    Il sottoscritto non è il promotore del Progetto Vesuvio ma l’ultimo dei divulgatori di un qualcosa che da più parti è stata giudicata plausibile.
    Il fatto poi che se ne discuta (purché costruttivamente) è dovuto alla nostra attenzione a tutto ciò che ci accade attorno, senza imporre e possibilmente senza subire dall’alto, quei diktat che lei tanto paventa. Lo scopo dei miei articoli e della rubrica è quello di ragionare su un argomento impellente: il rischio Vesuvio!
    Se lei invece ce l’ha con qualcuno non scelga queste pagine per sfogarsi ma sia costruttivo, proponga qualcosa e parliamone coerentemente. La preghiamo quindi, ancora una volta, di abbassare il tono della sua discussione e di non approfittare di questo spazio per questioni del tutto personali.
    Un saluto
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 20/12/2010 | Ora: 15.08.10
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    Progetto vesuvio: meglio parlarne oggi e non domani
    mi dispiace che una problematica cosi importante non sia stata adeguatamente seguita dai lettori. Credo che sia necessario parlarne magari organizzando degli incontri con cittadini e politici oltre, ovviamente, l’egregio professore Vajatica con l’associazione da lui presieduta e tentare di entrare più nel merito e nella fattibilità del progetto.
    Autore: martino | Data: 04/01/2011 | Ora: 16.36.59
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    @martino
    Veda caro martino, alle nostre latitudini, più le cose sono chiare e lampanti più le persone se ne discostano.
    Non che si voglia, tra queste pagine, pretendere di dare risposte definitive e univoche, soprattutto a un problema di rilevanza nazionale quale il rischioVesuvio ma sembra proprio che tra scaramanzia (e mi limito a definirla così) e pratica politica (e anche qui uso un eufemismo) si preferisce rimandare all’infinito tale gravoso problema. Cogliamo con interesse la sua proposta di approfondimento, e non è da escludere che in futuro non si possa organizzare un incontro sul tema.
    Le anticipo comunque che a breve sarà pubblicata un’intervista al presidente del Parco Nazionale del Vesuvio, Ugo Leone, proprio sul Progetto Vesuvio.
    La ringrazio per il commento.
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 09/01/2011 | Ora: 9.58.20

    Fonte: http://www.ilmediano.it/aspx/visCommenti.aspx?id=11857

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    ALTRI ARTICOLI (cronologicamente precedenti a quello postato) RELATIVI AL “PROGETTO VESUVIO”:

    IL DESTINO DELLA CITTÀ VESUVIANA
    Ciro Teodonno, “Il mediano”, 14/11/2010

    Iniziamo un nuovo viaggio intorno al Vesuvio. Stavolta però non saremo soli, la nostra guida sarà il prof. Girolamo Vajatica, che ci introdurrà in un affascinante quanto audace percorso verso la normalizzazione e il riscatto del Vesuviano.

    L’ultima “emergenza” dei rifiuti a Napoli ci ha riportato nella realtà estremamente variegata del Vesuviano e le sue problematiche dalla difficile risoluzione. L’alta densità abitativa alle falde del Vulcano è da record per cui tutto quello che altrove è risolvibile qui sembra, quanto meno, irrealizzabile; inoltre l’area in questione non è certo agevolata dalla sua posizione, all’ombra di un vulcano attivo che, nonostante la sua quiescente invisibilità, sovrasta un’area di almeno 200 km² e di circa 600.000 abitanti.
    Da sempre l’uomo ha voluto vivere assieme ai suoi simili, forse per esorcizzare le sue paure ma, animale sociale per eccellenza, lo ha fatto anche e soprattutto per collettivizzare talune attività altrimenti irrealizzabili. Talvolta la necessità associativa è stata, più che per scopi economici, auspicata per mettere in comunione le idee e questo ha permesso che si creassero, soprattutto nel Nuovo Mondo realtà urbanistiche figlie delle utopie filosofiche che volevano vedere oltreoceano il luogo vergine e più adatto ai nuovi insediamenti umani con il loro carico di idee innovative, libero dalle pregiudiziali morali e religiose che all’epoca imperversavano in Europa.
    Già Platone nella sua Repubblica immaginava un mondo migliore così come il suo epigono Tommaso Campanella, che, come Thomas More teorizzò un governo retto dalla filosofia. Le Reducciones gesuitiche nel Paraguay , i kibbutz israeliani hanno provato, forse invano, a mettere in pratica un equo governo che si riflettesse anche in una struttura urbanistica ben ordinata; altri esempi si perdono nella vastità della nostra ignoranza, ma tutti hanno cercato in qualche modo di sradicare il vivere quotidiano da quei preconcetti che ne frenavano lo sviluppo morale e culturale.
    Oggi non sono in verità assenti nel panorama mondiale realtà simili a quelle che videro i nostri progenitori impegnarsi per un mondo migliore. Già Brasilia la nuova capitale del Brasile moderno volle essere negli anni sessanta un qualcosa di innovativo, in base ai canoni della nuova architettura ma anche in questo caso, come in realtà più piccole ma altrettanto emblematiche, questi esperimenti hanno rischiato di essere nient’altro che cattedrali nel deserto, e il nostro centro direzionale, fatte le dovute proporzioni potrebbe essere un utile esempio in tal senso.
    Altre tipologie abitative scaturiscono poi dalla necessità di sfuggire ai ritmi frenetici delle città e dal loro forte inquinamento ed ecco le nuove città in stile ecologista come Dongtan nella Cina odierna, dove si seguono tutti i crismi dell’ecocompatibilità. Esistono comunque progetti che vanno invece nel senso opposto, cavalcando l’onda speculativa e alle proverbiali cattedrali si sostituiscono i grattacieli nel deserto o le isole artificiali, come quella di Dubai.
    In questa tendenza all’elevazione degli stili di vita, rientriamo alle nostre latitudini per applicarlo proprio all’anello che circonda senza soluzione di continuità il complesso vulcanico Somma-Vesuvio. Lo scopo di quest’articolo e soprattutto di quelli che lo seguiranno sarà quello di esaminare una soluzione concreta del rischio vulcanico in questa zona, rappresentato in particolar modo dall’alta densità abitativa e dalla carenza di un piano d’evacuazione realmente applicabile e che soprattutto tenga conto di una realtà tanto complessa quanto mutevole.
    I prossimi articoli saranno un dialogo tra noi e il professor GirolamoVajatica promotore del “Progetto Vesuvio”. Tale progetto che ha ottenuto nel 2006 l’avallo dell’Unione Europea, vuole, nel lungo periodo a disposizione, che si spera ci conceda Sterminator Vesevo, trasferire la “Città Vesuviana” altrove, in modo da scongiurare oltre che una prevedibile e immane catastrofe, anche favorire un logico e fisiologico fluire delle genti vesuviane altrove, in un luogo più sicuro e certo più vicino delle attuali mete previste dal piano d’evacuazione.

    Post Scriptum
    Alla rubrica riserveremo uno spazio Forum dedicato ed esclusivo, per avviare ed alimentare un dibattito che sembra troppo sopito – quello sul (rischio) Vesuvio appunto – ma che merita la massima attenzione. Non per esorcizzare il rischio, né per fomentare le preoccupazioni ma per individuare una terza via che rappresenti la soluzione del problema, che sia seria, concreta, fattibile, possibile: la Città Vesuviana.
    L.P.
    Fonte: http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=11536

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    LE LECITE DOMANDE DI CHI VIVE ALL’OMBRA DEL VESUVIO
    Ciro Teodonno, “Il mediano”, 28/11/2010

    Siamo al secondo appuntamento quindicinale sulla Città Vesuviana, sagacemente stimolati dal professor Girolamo Vajatica. Tema centrale: l’esistenza e la fattibilità del piano d’evacuazione connesso al rischio Vesuvio.

    In genere, quando dalle nostre parti si propone un qualcosa che va ben oltre la punta del nostro naso, qualcosa che sconvolga le nostra certezze, va a finire che ci si ritrova di fronte a un secolare e ormai innato senso comune, pronto a sguainare, con le affilate armi di una dialettica saccente, un ammiccante dissenso, che non contempla nulla di tutto ciò che è nuovo e inusitato.
    È molto facile cascare in questo facile tranello della nostra presunzione; i mezzi di comunicazione di massa poi ci sussurrano lenonicamente le nostre qualità di uomini moderni, emancipati a suon di informatica e dintorni.
    Accantonato il buon senso, ci sentiamo quindi in diritto, e, peggio ancora, in grado di commentare tutto e tutti, senza quella sostanziosa nozione di causa che ci eviterebbe, quanto meno, brutte e indegne figure.
    Mezzi plagiati da un contesto per niente elevato e drogato da un oblio condizionato solo dalle scadenze commerciali, dimentichiamo, anche noi, uomini e donne del vesuviano, la peculiare realtà che ci circonda. Mettiamo da parte un qualcosa per la quale non siamo capaci di dare risposta e che tentiamo di esorcizzare nei modi più disparati possibile.
    Sarà capitato di accorgervi, magari stimolati da una cronaca affine, di vivere sotto un vulcano e di commentare a riguardo, e imbattervi magari in nolani, napoletani, anastasiani e addirittura sommesi, che minimizzano il reale rischio vulcanico.
    – Ma nuje tenimmo o Somma ca ce prutegge –
    – Accà a lava nun c’è maje arrivata –
    – Jo tengo a n’amico all’osservatorio, chillo m’avverte –
    – E quanno vene ‘o mumento c’amma fa –

    Novelli vulcanologi, forti di qualche documentario, forgiamo l’impalcatura politica di un problema che stenta a essere affrontato in maniera fattiva, quello appunto del rischio Vesuvio.
    Molti obietteranno, con la summenzionata presunzione, che esiste un piano d’evacuazione, e che, al momento dovuto, questo ci metterà tutti in salvo e, tra una grattata e l’altra, indicheremo, con la pedanteria che ci contraddistingue, dove andremo a sostare allo scoccare dell’eventuale ira vesuviana.
    La leggerezza con la quale affrontiamo l’argomento è seconda solo a quella di chi gestisce un piano d’evacuazione che lascia molti dubbi in sospeso, tra questi, ad esempio, quelli relativi alle voci contrastanti sui tempi di preavviso per l’evacuazione.
    Secondo il professor Benedetto De Vivo, Ordinario di Geochimica alla Federico II, il piano d’evacuazione dovrebbe tener conto di uno «scenario più pessimistico», che preveda non solo tempi di preavviso lunghi, come quelli ipotizzati dalla protezione civile ma anche quelli assai più brevi di Montserrat nel 1995 o di Saint Vincent nel 1979, quando, con sole 24 ore di preavviso, furono evacuate le popolazioni di quelle isole caraibiche, di gran lunga meno popolate dell’area vesuviana.
    Altra cosa eclatante è quella che concerne poi l’identificazione di una “zona rossa” che segue i confini amministrativi e non quelli fisici, con l’assurdo di enclaves comunali che, nella mente degli ideatori delle tre zone, dovrebbero essere risparmiate dalla furia del Vulcano.
    Assai opinabile risulta poi l’identificazione di un’eruzione di tipo sub-pliniana, come quella disastrosa del 1631, che interesserebbe, tra l’altro, un’area orientale rispetto al vulcano e che, stranamente, così come per i venti dominanti, escluderebbero Napoli e tutte quelle zone poste a est del capoluogo, cosa questa tutt’altro che sicura.
    Autorevoli studiosi come Giuseppe Mastrolorenzo e Michael Sheridan, consigliano di non sottovalutare «gli scenari estremi delle catastrofi naturali», ritenendo possibili scenari anche peggiori di quelli verificatisi circa 400 anni orsono.
    Risulta evidente quindi il fatto che la politica abbia messo il suo zampino in un contesto così tanto delicato e che una parte del mondo accademico abbia ceduto purtroppo alle sue lusinghe. Cosicché veniamo a trovarci in una zona in piena espansione urbanistica, con l’ospedale più grande del meridione ormai prossimo ad essere ultimato, una centrale termoelettrica a gas e un costruendo inceneritore, il tutto in una pseudo zona gialla, ma che dista a soli sette chilometri dal cratere (Pompei ne dista dodici!).
    Il tutto poi cadrebbe qualora si prestasse minimamente attenzione anche alle infrastrutture, ridicole come la SS 268, costruita ad hoc per un eventuale evacuazione in caso d’emergenza, ma, di questo passo, vista l’alta pericolosità della strada e la quiescenza del vulcano ci chiederemmo quale possa essere il male minore tra i due in questione. Da escludere ovviamente treni e navi per l’alto rischio sismico e i maremoti consequenziali a un evento eruttivo.
    Ma tornando al piano d’evacuazione, ammettendo che questo fosse realmente fattibile, come ci si porrebbe davanti a un mancato allarme? E soprattutto chi si prenderebbe una tale responsabilità dalle così evidenti e gravi ripercussioni politiche?
    Risulta chiaro quindi che davanti a una tale possibilità e a una scienza, che quando non è partigiana, stenta a dare risposte deterministiche ci si affidi a quanto di più verosimile si ha a portata di mano.
    «Autorità e scienza sarebbero altri San Gennaro ai quali offrire ceri senza passare per fessi e senza darsi la pena di organizzare, addestrare, pianificare e razionalizzare il territorio. Purtroppo, in Italia, e solo in Italia, essere criminali è più onorevole che essere presi per fessi». Questo scriveva nel novembre 2007 il generale Fabio Mini, ex direttore dell’istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze, delineando prospettive che ci conducono a ciò che la moderna sociologia descrive come cry wolf syndrome, ovvero una sindrome di “al lupo al lupo” che mina una fiducia nelle istituzioni, di per sé già scarsa e non lascia scampo per niente e per nessuno.
    Altre domande scaturiscono dall’effettiva costatazione di un problema esistente solo sulla carta; quando e dove si svolgono con periodicità le prove d’evacuazione, in quali edifici pubblici si svolgono queste importanti simulazioni che potrebbero salvarci la vita? Vorremmo coinvolgere i nostri lettori con questi interrogativi, come vorremmo sapere se le regioni predisposte ad ospitare i 18 comuni della cosiddetta zona rossa siano già pronte per accoglierci. Si stanno organizzando? Ne sanno qualcosa? E poi? Quando l’eruzione terminerà che farà il Popolo Vesuviano?
    In questo annullamento generale del senso critico e del sano scetticismo, ci si chiede dunque se sia tanto peregrina l’ipotesi proposta (già da qualche anno) dal professore Vajatica e del suo progetto di delocalizzare la Città Vesuviana verso sponde più tranquille.
    Il prossimo appuntamento affronterà il Progetto Vesuvio nella sua interezza e si arricchirà degli interventi che i lettori vorranno proporre nel forum per rendere stimolante e costruttiva la discussione.
    Fonte: http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=11697
    —–
    COMMENTO:
    bastian contrario
    Mio carissimo Amico,
    premetto che è sempre un piacere leggere i Suoi articoli, sempre così esaustivi.
    Mi punge vaghezza di chiederLe, perchè rivolgersi ai Cittadini e NON a chi è preposto, appunto alle soluzioni dei problemi? Se me lo consente, desidererei ricordarLe alcuni episodi:
    non appena l’ attuale sindaco, che governa la Sua e mia cittadina, San Sebastiano al Vesuvio, sedtte sul cadreghino da sindaco, entro pochi giorni dalla nomina, indisse una ” esercitazione di evacuazione “. Appunto riguardante la nostra cittadina. Ricordo come fosse oggi, la trasmissione tv, rigorosamente di rai 3, nella quale assistemmo alla ” esercitazione di evacuazione “. Ora, a parte il fatto che la sceneggiata si svolse in una domenica durante la quale Qualcuno di lassù fece scendere tale e tanta di quella pioggia che la metà sarebbe stata pur sufficiente. Per quanto, assistemmo alla ” parata ” d’ obbligo dei volontari della protezione civile, i quali, volenterosamente e sfidando la pioggia, è da dirlo, trasportavano, a volte accompagnavano, inermi vecchietti su sedie a rotelle, a malapena riparati da ombrelli d’ occasione. Poi, da non perdersi, i sorrisi smaglianti a 32 denti degli assessori e consiglieri ( e che voleva che mancassero? ) con accanto l’ ormai ex Direttore della protezione civile, signor Bertolaso. E, ma guardi un pò, tutti a congratularsi per la riuscita dell’ esercitazione. Oh, a detta di alcuni cittadini che erano stati ” scelti ” per l’ occorrenza, fu una delle peggiori esperienze della loro vita. ma tant’ è!!!! l’ esercitazione era … riuscita.
    Due!!!!! Ricordo che in uno dei primissimi consigli comunali, sempre lo stesso sindaco, ci disse che ” era agli studi una strada, di nuova costruzione, che avrebbe messo in comunicazione, DIRETTAMENTE, Via Filgliola con la strada a scorrimento veloce che sfocia dietro le spalle del giudice di pace a Barra. E, sempre lo stesso sindaco, ci disse che ” la strada sarà pronta ENTRO 10 ANNI “!!!!!! Ordunque: sempre che lo stesso sindaco NON abbia fatto qualche patto con quel “Qulcuno ” di lassù, per cui sempre quel ” Qualcuno ” avrebbe tenuto buono buono il Vesuvio fin quando la strada NOn fosse stata terminata. Come Lei, Mio carissimo Amico, ben sa, della strada NON si ha ancora notizia. E SON TRASCORSI GIA’ 5 ANNI, DA QUEL PROCLAMA. Tornando, comunque, al discorso ” emergenza di evacuazione “, sono anni che chiedo il piacere e allo stesso sindaco ed agli assessori ed ai consiglieri, di maggioranza e minoranza, che mi diano qualche indicazione su:
    COME POTER SPOSTARE MIA SUOCERA, ALLETTATA ED IMPOSSIBILITATA A MUOVERSI DAL LETTO; QUALORA CI FOSSE LA POSSIBILITA’ E POTESSI FARE DA SOLO, DOVE CONDURRE LA SUDDETTA; CHE CI INDICHINO QUALI SONO I LUOGHI PREPOSTI ALL’ ADUNATA PER L’ EVACUAZIONE;
    APPUNTO, COME LEI STESSO DICE: DOVE ANDREMMO? CHI CI OSPITEREBBE; SE QUEI LUOGHI SONO GIA’ PRONTI ED ATTREZZATI O CI RITRIVEREMO A SGUAZZARE IN TENDONI?
    La prego, NOn mi dica che sono indiscreto o, al solito, un bastian contrario. Le faccio, sommessamente, notare che in casa ospito una malata grave; che ha bisogno di continua assistenza e…..
    E CHE PER PIACERE NON SE NE VENGANO FUORI CON I SOLITI PROCLAMI A SPIOVERE!!!! nel senso: O SONO IN GRADO DI DARE RISPOSTE CHIARE AI CITTADINI O, PER PIACRE, SI FACCIANO DA PARTE!!! PERCHE’ SIAMO STANCHI DI ESSERE PRESI IN GIRO!!!!!!!
    Al solito, scommetto 10 a 1 che, anche se il sindaco fosse punto di vaghezza di leggere questo commento, si terrà ben lontano dal rispondere.
    Lei, Mio carissimo Amico, ne avesse la possibilità, lo leggerà questo commento? Ne farebbe menzione all’ interessato? Sa, sono SOLI 5 anni che la mia famiglia ed io aspettiamo.
    Un carissimo salutone, Suo Umberto Vastarini.
    Autore: il capitano | Data: 28/11/2010 | Ora: 18.15.39

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    COME ANTICIPARE LO STERMINATOR VESEVO
    Antonio La Gala, “Napoli on the road”, senza data (probabilmente novembre o dicembre 2010)

    Da sempre mi risuona nella mente un detto che da bambino sentivo pronunciare da strettissimi familiari molisani: ”mal o bén, alla fin ogni cosa vén” (cattiva o buona, alla fine ogni cosa arriva), un detto la cui veridicità ognuno di noi verifica quotidianamente.
    In particolare questo proverbio molisano risuona prepotente nella mia mente quando assisto alla riproposizione continua, e sempre più allarmata, del rischio di una eruzione vulcanica che incombe sulle popolazioni del napoletano. Un’eruzione che gli esperti prevedono apocalittica. Non c’è nessuno che dubiti del fatto che, inesorabilmente, prima o poi, i napoletani dovranno fare i conti con il vulcano. ”Mal o bén, alla fin ogni cosa vén”.
    In modo parallelo a come il campanilismo acritico dominante in terra partenopea non tollera chi si pone domande razionali sulle oggettive anomalie della realtà locale, ma preferisce rimuoverle, così, la città rimuove il rischio Vesuvio. A tal riguardo riporto parole di Raffaele La Capria: “parlare a Napoli del rischio Vesuvio è sconveniente. Perché il Vesuvio non è solo un vulcano, è la rimozione più pericolosa della nostra città. Una rimozione incredibile, gigantesca, mostruosa”.
    Eppure un po’ di preoccupazione di finire in un calco di gesso come i nostri sfortunati antenati pompeiani dovremmo pur averla.
    Incoscienza, indolenza, fatalismo, incapacità di affrontare il problema, hanno la meglio.
    D’altra parte perché preoccuparsi? In caso di bisogno ci sarà un allarme tempestivo e scatterà il piano di evacuazione previsto.
    Infatti è da prevedere che sicuramente le stesse persone che nei week-end estivi paralizzano le strade campane per andare spensieratamente al mare, nel momento di panico causato da un’eruzione, si informeranno a che ora parte il treno speciale a loro riservato, e, disciplinatamente, rispettando la fila, aspetteranno il giorno e l’ora assegnata. Oppure che, sbrinato il frigorifero, e fatta benzina, sempre rispettando la fila al distributore, si incammineranno, senza creare ingorghi, lasciando libera la corsia d’emergenza. Chi andrà, come previsto dal piano, verso la Liguria, chi in Veneto, o altra destinazione previamente “gemellata”.
    Le famiglie arrivate (con una valigia) nelle località gemellate, troveranno subito casa, lavoro, ecc. Questi banalissimi pensieri sul rischio Vesuvio mi sono venuti alla mente leggendo un articolo di Raffaele La Capria, trovato nelle pagine culturali del “Mattino” di qualche tempo fa, in cui il noto scrittore, parlando, appunto del rischio Vesuvio, parla di un’associazione (“Progetto Vesuvio”), presieduta dal professor Mimmo Vajatica, che si è rivolta anche al Parlamento europeo.
    Dice La Capria: “ Il professor Vajatica grida per avvertire del pericolo, ma le sue grida non arrivano a destinazione, si perdono, nessuno le ascolta, e lui si dispera per la tragedia imminente, per la catastrofe che poteva essere evitata. Le cose che il professor Vajatica sa, sono in molti a saperle, ma tutti si comportano come se non lo sapessero”.
    Poiché si dà il caso che il citato professore io lo conosca, perché mio compagno di classe al ginnasio e liceo, mi sono subito attaccato al telefono per sapere dalla sua viva voce qualcosa di più sulla sua associazione.
    La soluzione al problema Vesuvio che Mimmo Vajatica mi ha esposto mi è sembrata subito di una semplicità lapalissiana: spostare la popolazione non nel momento di panico, ma prima.
    Poiché l’amico Mimmo è un professore di filosofia, mi è venuto il dubbio che si potesse trattare di un’utopia, una di quelle belle astrazioni costruite su sillogismi e correlazioni logico-teoriche.
    Io che sono un tecnico, un rude pragmatico, mi sono chiesto, e gli ho chiesto: “bella scoperta! Ma come convincere la gente a spostarsi? Dove? Quando? Come?
    La risposta e l’esposizione della sua proposta mi ha subito liberato dal timore che avevo nutrito, pregiudizialmente, di astrazioni filosofiche. Una soluzione “radicale” che più pragmatica non si può. Mimmo Vajatica propone, a partire da ora, la fondazione ex novo di nuclei abitativi, vere e proprie piccole città, non lontane dai luoghi di residenza degli abitanti dei comuni minacciati dal vulcano, luoghi che in caso di eruzione sarebbero costretti a lasciare. Località campane a sufficientemente distanza di sicurezza dal Vesuvio, ma facilmente raggiungibili da Napoli e dintorni, in modo che la gente non sia costretta a lasciare il proprio lavoro, le proprie relazioni, pur abitando al di là della portata dello sterminator Vesevo. Una specie di città satelliti, non città dormitorio, perché vi si potrebbero creare attività autonome di ogni genere.
    E’ evidente che la proposta pone tutta una serie di interrogativi sulla sua reale fattibilità, ma è altrettanto evidente che merita almeno di essere presa in considerazione, discuterla. Ma certamente non è ragionevole ignorarla del tutto.
    Dopo un primo momento di sconcerto mi sono accorto che la proposta, a pensarci bene, potrebbe trovare spazio attuativo se si pensa al giro economico che potrebbe innescare. L’attività edilizia connessa allo spostamento di centinaia di migliaia di persone, inizialmente promossa da un investimento pubblico, relativamente contenuto, potrebbe incentivare investimenti privati tesi a creare meccanismi di moltiplicazione di questi capitali.
    D’altra parte, sicuramente costerà molto di più allo Stato rimborsare i danni della sicura eruzione ai cittadini che ci avranno rimesso i loro beni, oltre alle loro penne.
    Forse la mia generazione riuscirà a morire nel suo letto prima dell’eruzione, ma ignorare il problema è una scelleratezza che stiamo commettendo a danno dei nostri figli e nipoti.
    Non perché è un mio amico, ma Mimmo Vajatica mi ha convinto. La sua non è un’utopia, ma un qualcosa che merita un approfondimento.
    Fonte: http://www.napoliontheroad.it/lagalasterminator.htm

  2. “Il mediano”, 11 gennaio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=12161

    IL PUNTO DI VISTA DI UGO LEONE SUL PROGETTO VESUVIO
    Ciro Teodonno

    Seguitiamo, con la tenacia di chi crede che sia meglio prevenire che curare, nell’analisi del rischio Vesuvio. Questa volta lo facciamo con l’aiuto di chi conosce bene l’argomento, il Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio Ugo Leone.

    Presidente il nostro giornale ha sposato la causa del Progetto Vesuvio, lei cosa ne pensa?
    «Senza avanzare primogeniture io sono stato il primo a parlare di questa ipotesi e l’ho fatto nel 1995, quando fu varato il primo piano della protezione civile.
    Prendo spunto però spunto per una constatazione che è quella che il rischio equivale alla probabilità che un evento accada moltiplicato per le persone e i loro manufatti coinvolti in esso, questi ultimi due fattori vengono in gergo tecnico definiti vulnerabilità. Quindi quello che fa sì che un evento naturale divenga una calamità non dipende solo dalla probabilità che esso si verifichi ma soprattutto dalla quantità di persone esposte.
    Si dice che non esiste il rischio zero ed è vero ma se si verificasse un terremoto disastroso in una zona deserta e sperduta in capo al mondo, in assenza di esseri umani, non potremo in tal caso parlare di rischio. Volendo riportare il discorso nel contesto vesuviano, il rischio è certamente dipendente dal fatto che c’è un pericoloso vulcano ma il timore che il rischio si tramuti in calamità è dovuta dal fatto che sono esposte a quel timore 580.000 persone e i loro manufatti. I dati della crescita della popolazione vesuviana, dal 1951 al 2000, messi in relazione con la crescita della quantità di stanze a disposizione per ogni cittadino, mostrano che nel “51, su 300.000 residenti vivevano 2,5 persone per stanza, oggi, ce ne sono 580.000 che ne vivono, in percentuale, 0,5 per stanza!
    La popolazione è raddoppiata ma anche il numero delle costruzioni è notevolmente cresciuto. Questo crea una forte vulnerabilità, una forte esposizione al rischio vulcanico. Dal momento che noi non possiamo intervenire sulla probabilità che l’evento naturale accada e considerando il fatto che i vulcanologi ci dicono che il Vulcano è in quiescenza e ce lo dicono confortati dai dati, dobbiamo vedere come il rischio può progressivamente disinnescare la vulnerabilità del territorio. Siccome questa è dovuta proprio alla quantità di popolazione noi dobbiamo intervenire su questa. Dal momento che 13 dei 18 comuni della zona rossa si trovano in nell’area protetta dall’Ente Parco allora possiamo dare il nostro piccolo contributo, impedendo, con tutti gli strumenti legittimi in nostro possesso, la proliferazione delle costruzioni.
    Un grosso contributo può invece essere dato dall’incentivazione della popolazione a trasferirsi; non può esserci nessun atto che obblighi le persone a trasferirsi, il piano d’emergenza prevede il trasferimento ma sotto un’emergenza appunto e quindi non lo prendiamo in questo momento in considerazione».

    Come si può allora incentivare la popolazione a trasferirsi altrove?
    «In Campania c’è un forte squilibrio tra la costa e l’interno della regione. Le zone interne della Campania sono un patrimonio, progressivamente svalorizzato dall’emigrazione, verso la costa e verso il resto del mondo. Questo tipo di situazione comporta anche l’individuazione di un ambito territoriale che, con opportuni incentivi, potrebbe accogliere quella parte di popolazione che spontaneamente decidesse di lasciare la costa.
    Questo anche indipendentemente dal rischio vulcanico, la presenza infatti di un così grande squilibrio tra costa e interno, richiederebbe una pianificazione d’uso del territorio diversa da quella attuale e che miri appunto a un riequilibrio, decongestionando una fascia suburbana, che i geografi individuano da Quarto a Castellammare e che è inclusa tra due realtà fortemente critiche dal punto di vista vulcanologico, i Campi Flegrei e il Vesuvio. Una zona tra l’altro anche fortemente inquinata! Bisognerebbe dunque creare, nelle zone interne, soprattutto nelle province di Avellino e Benevento, quegli incentivi reali, capaci di trattenere o addirittura attrarre popolazione».

    In che modo?
    «Ridisegnando la geografia delle residenze, dei posti di lavoro, dei servizi e dei trasporti. Non è certo poco. Significa, per quel che concerne le residenze, non tanto costruire nuove abitazioni ma recuperare il grande patrimonio edilizio lasciato progressivamente con l’emigrazione, un patrimonio di notevole valore e di consistente quantità. Noi sappiamo che costruire ex novo costa meno che ristrutturare ma è anche vero che nuove abitazioni sottrarrebbero spazio all’agricoltura».

    Si innescherebbe così anche un circolo virtuoso per l’edilizia …
    «Certo, anche recuperando tecnologie dell’architettura, con l’uso dei materiali, delle tecniche, eccetera, che negli anni passati hanno avuto un buon esito in zone sismiche.
    Ma, naturalmente non basta costruire le case e vivere in un ambiente molto più vivibile poiché l’elemento effettivo di attrazione è quello di lavorare altrove in modo anche più favorevole, concentrando tutti gli investimenti non più sulla costa, ormai satura ma verso l’interno della regione. Mi rendo conto che parlare di investimenti in periodo di crisi è più difficile di quanto non lo fosse nel “95 ma sarebbe opportuno che ciò accadesse.
    Una volta che posti di lavoro e residenza dovessero ridisegnare questa geografia dell’interno ne scaturirebbe anche un ridisegno dei servizi, da quelli minimi ai posti letto in ospedale, le aule nelle scuole e così via. Nel momento in cui tutto questo dovesse realizzarsi è chiaro che anche la rete dei trasporti favorirebbe quest’area. Quindi anche nella linea di pensiero di “Vesuvia” dove furono previsti incentivi economici per decongestionare la zona rossa, bisogna far sì che le persone vadano altrove ma l’incentivo non può essere solo economico e deve essere l’insieme delle cose di cui ho fatto menzione.
    Ammettiamo che, tutto funzionasse alla perfezione, e che cinquecentoottantamila persone potessero essere ordinatamente evacuate e sistemate nei diciotto comuni con i quali si è gemellati, quando torneranno? E ritorneranno dove? E in un territorio trasformato come dall’eruzione?
    Per dare risposta a queste domande basta vedere cosa trovarono i residenti del Vesuviano dopo le eruzioni del 79 e del 1631 (quelle più probabili secondo gli esperti) e riscontrare un territorio profondamente mutato, e si consideri il fatto che all’epoca non c’erano le industrie, i mezzi di trasporto e le case che ci sono ora, per questo bisogna alleggerire il carico demografico della zona, non sotto la spinta dell’emergenza, non in maniera provvisoria ma il più possibile definitiva».

    Lei quindi immagina uno spostamento verso le province di Avellino e Benevento, perché non nel Casertano o nel Salernitano?
    «Io non vedo di buon occhio quest’ipotesi perché verrebbe a saldare le due province più urbanizzate, quella di Caserta e quella di Napoli. La conurbazione napoletana si è mossa dalla fascia costiera prima verso ovest, poi verso est e ora a settentrione, Napoli sta perdendo solo apparentemente popolazione ma in realtà questa si sposta nei comuni limitrofi per cercare un alloggio conveniente e vicino al luogo di lavoro, un luogo che prende il nome di “novanta” comuni diversi ma che in realtà si chiama Napoli.
    Il rischio qual è? È quello di spostare sì popolazione ma di creare anche una saldatura tra Casertano e Napoletano per cui quella che oggi è l’area metropolitana di Napoli andrebbe fino al Casertano, secondo me con scarsi vantaggi e il resto della regione, essenzialmente le province di Avellino e Benevento ne risentirebbero ancor più che mai, poiché la concentrazione di servizi oltre che di posti di lavoro rimarrebbero in questa fortissima area metropolitana».

    Allora perché non il Salernitano, di per sé già vasto e meno popolato?
    «Il Salernitano ha una doppia faccia, quella costiera e quella interna che io non andrei a turbare nella sua grande capacità di conservazione di identità culturale, nel senso più ampio del termine; non a caso il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano raccoglie al suo interno ben 80 comuni e ha un’estensione venti volte quella del Parco Nazionale del Vesuvio (180.000 ettari!). Ha inoltre una sua economia, il mare, l’interno, l’enogastronomia, l’ambiente tutelato, mentre invece sono molto più sguarnite le altre due province interne.
    Va bene anche l’alto Casertano ma un’obiezione che potrebbe venire è la seguente: due o trecentomila abitanti che dovessero rispondere a un incentivo per quelle zone, li andremmo a spostare da una zona a rischio remoto, quello vulcanico, a una a rischio più probabile, quello sismico? La mia risposta è che col rischio sismico si convive, soprattutto con gli adeguamenti apportati dopo il terremoto del 1980 in ambito di edilizia antisismica».

    Del resto viviamo in un paese oltre che sismico anche ad alto rischio di dissesto idrogeologico …
    «Certo, ma noi non possiamo dire: oh! Che disgrazia! Poi c’è una frana, uno smottamento, un terremoto e poi contiamo i danni, allineiamo le bare e così via, questa è quella che io chiamo la politica del rattoppo. Una politica che, a valle di una disgrazia, opera con interventi tampone ma non rimuove mai le cause».

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    COMMENTI

    spostare popolazioni
    L’illustrazione lucida del prof. Leone va senz’altro integrata da esami di aspetti nodali sopratutto sul piano urbanistico: bisognerebbe mettere mano ad un progetto complesso dicui la “città vesuviana” è solo una parte non laterale… Noi dei “Quaderni Vesuviani” stiamo pensando ad una iporesi di “città d’oriente” riprendendo la filosofia dell’antico “Progetto 80” di Giorgio Ruffolo… ma qui sarebbe lungo spiegare… Stiamo preparando uno studio coordinando una serie di proposte consimili (“Vesuvius 2000” di Fabio Dobran, la proposta di Emma Buondonno, la proposta “Vesuvio” di Vincenzo Incoronato, l’altra analoga di un gruppo di Somma, il piano casa della CGIL… Le cose si pensano, si dicono e poi si fanno. personalmente sto a metà del processo! Aldo Vella
    Autore: aldovella | Data: 11/01/2011 | Ora: 19.24.46

  3. “Il mediano”, 16 gennaio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=12214

    L’OPINIONE DI ALDO VELLA SUL “PROGETTO VESUVIO”
    Ciro Teodonno

    I nostri appuntamenti sulla città vesuviana e la sua destinazione, fanno capo a San Giorgio a Cremano, dove abbiamo incontrato Aldo Vella, urbanista, scrittore e uomo politico ma soprattutto un entusiasta del nostro Vulcano. Da lui una proposta di confronto per un’area di dibattito.
    Il rischio Vesuvio è un qualcosa che è lì, imperituro e presente più che mai, è lì apparentemente immobile, nell’attesa che qualcosa si smuova, nella terra o nella coscienza degli uomini. C’è da chiedersi chi dei due farà la prima mossa, nel frattempo però, noi che non amiamo attendere che le cose ci piovano addosso, cerchiamo di capire, ragionare sui pro e i contro di un progetto che è tanto audace quanto lucidamente necessario.

    Dottor Vella, lei cosa ne pensa del piano d’evacuazione?
    «Penso che invece di battersi sulla perfettibilità del piano e si fosse fatta un’azione reale per decomprimere la fascia costiera sarebbe stato meglio, ma il problema non è napoletano è regionale perché una popolazione di 700.000 abitanti che deve diventarne 300.000 non è un affare localistico, intercomunale è un problema di mutamento di politica, di programmazione urbanistica dell’intera regione riqualificando le fasce interne appenniniche, per questo ci vuole un piano territoriale che lo faccia e che purtroppo non c’è».

    Nel suo commento all’intervista a Ugo Leone, ha menzionato altri progetti che vanno nella stessa direzione del “nostro” Progetto Vesuvio, potrebbe elencarceli meglio?
    «Sì, oltre quello di Incoronato proposto dalla CONFINDUSTRIA di Caserta, c’è quello di Fabio Dobran, un vulcanologo americano, quello della professoressa Buondonno al quale sto lavorando anch’io e che in pratica riprende l’idea di un piano di programmazione economica risalente al 1980, dove si parte da un’idea di “città/regioni”, quelle che poi sono diventate le città metropolitane ma si partiva da lontano, inquadrando il tutto in un sistema nazionale e non localistico e si dava un piano di programmazione non solo economica ma anche territoriale perché si legava l’economia agli insediamenti umani, al tipo di antropizzazione, pianificando quello che si definiva ribaltamento della fascia costiera investendo nelle aree interne».
    «Si sarebbero create, in seguito agli investimenti, forti realtà urbane di città medio-piccole, da 5000-10.000 abitanti, unendo tutti quei paesi piccoli dell’entroterra (alta irpinia, alto Sannio) di poche migliaia di abitanti. Creando in questo modo un’attrattiva reale, centri urbani con qualità superiori.
    Se non si riesce però a riunire questa costellazione di proposte non arriverà nessuna di esse allo scopo prefissato, possono però alimentare il dibattito, dal quale uscirà fuori la soluzione ma il coinvolgimento non deve essere solo degli addetti ai lavori ma soprattutto di quelli che decidono, i politici!».

    Sì, in effetti, su questo tema non s’avverte molta solerzia da parte loro, anche lei dovrebbe conoscere bene la politica visti i suoi trascorsi …
    «Sì ma veda, io, Ugo Leone e anche Luongo lo siamo stati ma lo siamo stati sui generis, perché non abbiamo praticato la carriera politica, che è una cosa legittima ma comunque non l’abbiamo fatto. Quello che abbiamo fatto è stato fatto nel momento in cui era necessario rimboccarsi le maniche».

    Si ha però l’impressione che quella fetta di società che potremmo definire degli intellettuali si sia mossa verso la questione vesuviana e se vogliamo anche il mondo imprenditoriale si è posto domande attinenti; perché secondo lei anche il mondo politico non si muove in questa direzione? Paura, timore per la difficoltà dell’impresa o semplicemente per poca lungimiranza?
    «Mancanza di continuità governativa! Non hanno il fiato per fare queste cose! Da un po’ di tempo, anche a livello governativo centrale, non c’è la capacità di prospettare da qua a … non dico cinque anni ma … un anno, una programmazione. La serie di accordi politici che vengono fatti sulle maggioranze non riescono in media a superare un anno. Tra l’altro nel sistema di decongestionamento che sto seguendo c’è un privilegio obiettivo delle zone interne, si crea così una spaccatura, interna ai partiti, sui privilegi delle varie zone, un problema di tipo campanilistico insomma. Il livello è basso e non ci si muove a livelli più alti perché non c’è quella forza di cui accennavo.
    Un’altra cosa sta uscendo fuori e che incentiverebbe la logica dello spostamento ed è quella che non è vero che alla falde del Vesuvio tutti vogliono restare. Molti di quelli che qui sono venuti lo hanno fatto perché sono stati rifiutati altrove. Negli anni “60 e ”70, da Napoli, adesso che sono rifiutati anche qui vanno a Volla o a Cercola».

    Alcuni interventi dei nostri lettori hanno visto nel “Progetto Vesuvio” una sorta di deportazione, uno sradicamento dal proprio luogo d’origine …
    «Ma non si vuol deportare nessuno. Le faccio un esempio, io, ho fatto il sindaco di questo paese dal “93 al “97 e ho celebrato tutti io i matrimoni civili, quando domandavo ai giovani dove sarebbero andati a vivere, tutti mi rispondevano fuori! Assistevo così a un depauperamento volontario, senza il bisogno di alcun piano. Se ne vanno perché il lavoro non c’è e rimangono qui solo gli anziani. Ma se non si riesce a coniugare, in un solo luogo, i servizi, la residenza e il lavoro, da qua, se ne vanno 400.000 persone, anche i vecchi!».
    «Non ci sarà quindi una deportazione ma un volontario allontanamento da quest’area. Con altri tipi d’incentivi che non siano solo quelli del progetto “Vesuvia”, che avrà mosso, sì e no, 200 persone (106 nuclei familiari in cambio di un bonus di 30.000€ ndr). Bisognerebbe anche capire se poi, quelle abitazioni lasciate in zona rossa, sono diventate altro o se sono rimaste tali!
    Comunque non esiste un unico progetto Vesuvio che regga, c’è bisogno di un confronto, poi dopo, magari, subentra il piano d’evacuazione, che resta al momento una presa in giro. Qui, quando i ragazzi escono da scuola e piove, si blocca la città! Quindi, se così poco vale l’assetto dei servizi e della viabilità, come può valere mai col panico? Non ci illudiamo!».

    Mi faccia capire, per lei, i vari “progetti Vesuvio” non servono finché non scatta un meccanismo di confronto o a priori sono un semplice esercizio mentale?
    «È un’area di dibattito, è un recinto in cui si può chiarire la problematica, serve molto e serve addirittura che siano molti per una moltiplicazione del dibattito. Nessuno arriverà da solo ad una mossa risolutiva.
    Grazie all’aiuto de Il Mediano, con l’uscita, la prossima primavera del nuovo numero dei Quaderni Vesuviani e in collaborazione con la CGIL che me l’ha chiesto, possiamo promuovere un incontro o una serie di incontri, sull’argomento, producendo magari un documento più unitario possibile che… un domani possa essere un valido punto di riferimento per chi volesse porre solide basi al progetto… da presentare poi ai politici, perché quando poi si fa la folla, allora i politici ci incominciano a credere …»

    … devono essere incoraggiati!
    «… tutto ciò diventerebbe interessante per loro; se ci vai da solo non succede niente, se invece fai il convegno, li chiami, magari non vengono, però poi vedono che il convegno riesce e la questione diventa finalmente politica. Al momento questi sono ancora vincolati al piano d’evacuazione, gli incentivi e così via, tra l’altro si riuscirebbe a ridurre anche il problema dell’immondizia con un’area fortemente spopolata. Invece d’andare appresso all’emergenza si farebbe finalmente la programmazione, cosa che ormai non si fa più da anni!».

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    COMMENTI

    1) Vesuvio: speriamo di cavarcela
    Quello che non mi convince è lo spopolamento; ovvero la riducione di 3-400mila persone. In tal caso, quelli che restano di troverebbero ad avere minori servizi secondo la logica (giusta) di “pochi per molti” e “molti per pochi”. Ciò significa, in cittadine con minori abitanti, minor voci in capitolo, minor attenzione dalle istituzioni; non si istituisce una scuola superiore in un paesi di 5-10mila abitanti; non si crea un trasporto pubblico se in una strada di un km. ci vivono solo 50 miglie; e non parliamo della sanità. Già oggi la guardia medica non c’è nei piccoli comuni, figuriamoci se possono sperare, poi, in un ospedale, in una piscina comunale, in uno stadio, in una biblioteca,ecc. ecc.
    Forse l’idea meno peggiore potrebbe proprio essere quella di creare una nuova città di 6-700mila abitanti, dove trasferire tutti.
    L’argomento, comunque, lo trovo più che attuale ed effettivamente necessario di approfondimento e di coinvolgimento a tutti i livelli.

    PS-Per la redazione
    Sarebbe opportuno lasciare sul sito sempre una piccola finestra aperta altrimenti dopo qualche settimana diventa più complicato rintracciare il servizio e gli eventuali interventi.
    Grazie.
    Autore: martino | Data: 17/01/2011 | Ora: 13.42.04

    2) @martino
    Caro martino, per visionare gli articoli relativi al “Progetto Vesuvio” esiste già una rubrica, denominata “Città Vesuviana” che può trovare anche nella colonna di sinistra, nella stessa pagina dei commenti e chiamata “ARCHIVIO CATEGORIE”. Inoltre, con lo stesso nome c’è sempre il Forum, che speriamo, prima o poi, parta con maggior lena, per approfondire un argomento che merita più attenzione da parte di tutti.
    Ad ogni modo non è detto che possa acquisire uno spazio maggiore in prima pagina.
    Per quel che concerne l’argomento in questione bisogna dire che, annotazioni come le sue non possono che arricchire la discussione e fornire dibattiti e perché no, risposte.
    E’ mia opinione che quelli che resteranno non avranno che vantaggi e non soltanto per quel che riguarda i servizi. Certo non avranno un bus a portata di mano (cosa che anche oggi non è scontata) ma vivranno sempre vicino Napoli che sarà il centro nevralgico di sempre.
    Probabilmente sarà più facile usare l’auto per spostarsi, e le assicuro che scuola e guardia medica, se si vuole, le mettono pure in paesi con meno di 10.000 abitanti (vedi l’esempio di S.Sebatiano) e così via. Certo è tutto da vedersi ma, come spesso ho sostenuto, non credo che abbiamo molta scelta.
    Un saluto
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 17/01/2011 | Ora: 17.28.52

  4. “Il mediano”, 31 gennaio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=12391

    L’OPINIONE DEL VULCANOLOGO GIUSEPPE LUONGO SUL “PROGETTO VESUVIO”
    Ciro Teodonno

    Abbiamo ascoltato il punto di vista del prof. Luongo, Direttore del Dipartimento di Geofisica e Vulcanologia dell’Università di Napoli Federico II e Componente del Consiglio Direttivo del Parco Nazionale del Vesuvio.

    Professor Luongo, nella nostra analisi della questione Vesuviana, abbiamo individuato e talvolta incontrato i fautori di diversi progetti che teorizzano e promuovono l’evacuazione più o meno completa dell’area vesuviana. Dai nostri incontri è emerso che il piano d’evacuazione, così com’è, non è sufficiente a garantire la messa in salvo della popolazione o comunque non sembra essere l’unica soluzione di una problematica ormai matura e che va affrontata con una certa serietà. Cosa vuol dirci a riguardo?
    «Devo dire la verità, mi meravigliano tutti questi progetti, soprattutto alla luce del fatto che, all’indomani della pubblicazione del primo piano d’evacuazione, nel settembre del 1995, io mi trovai ad essere il primo e unico a criticarlo, mentre tutti lo osannavano».

    Lei è dunque contrario al piano d’evacuazione?
    «Io sono totalmente contrario al piano realizzato in quel modo. Può darsi che un’evacuazione si debba fare ma in caso di emergenza. Dobbiamo però risolvere alcuni problemi.
    Il primo problema è il seguente: su quale base facciamo un’evacuazione? Siamo in grado di prevedere un’eruzione?
    Si è detto che l’evacuazione la si poteva prevedere anche un mese prima! Questo non è vero. La comunità scientifica ha prima sostenuto questo per poi rimangiarsi gradualmente tutto. Anche in questo io ero contrario, sono infatti dell’avviso, che in caso di emergenza, va fatta l’evacuazione ma tenendo conto, e dicendolo alla gente, che ci sono delle effettive difficoltà per la previsione dell’evento. Possiamo dire che, sulla base dell’esperienza, si possono fare previsioni solo da qualche ora a qualche giorno prima! È una finestra molto stretta. Per allontanare centinaia di migliaia di persone, con un arco di tempo così stretto, lei può capire, che nessuno è in grado di realizzare un tale obiettivo.
    C’è da dire che l’attività endogena del vulcano non sempre produce effetti avvertibili dalla popolazione, talvolta però questo avviene e la mette in allarme, spetta dunque agli esperti interpretare uno scenario che non conduce necessariamente a un’eruzione. Bisogna stare molto attenti poiché questi segnali sono ambigui. E se tu evacui senza eruzione, il danno è comunque enorme, da un punto di vista economico e sociale. È questo un punto molto delicato».

    C’è il rischio di creare un falso allarme, un al lupo, al lupo!
    «Certo! Se vogliamo invece immaginare uno scenario realistico, secondo me, una volta che istituzioni di ricerca e protezione civile rilevano elementi tali da paventare un’eruzione, si potrebbe incominciare a evacuare soltanto una parte della popolazione. Va allontanata quella parte di popolazione che non rientra nel ciclo produttivo quotidiano. Il che significa che riduciamo sensibilmente le presenze nell’area senza mettere in crisi il sistema.
    Un terzo fattore da considerare è poi quello del non allontanare eccessivamente la gente dalla propria area d’origine. Prima di questo però, prima di chiarire dove spostare queste persone si potrebbe vedere chi ha una doppia casa, dove potrebbe trasferirsi con mezzi propri, e questo è anche riscontrabile controllando la TARSU».

    Questo in caso di emergenza ma facendo un passo indietro, in questa fase di quiescenza del Vulcano, sarebbe giusto spostare una buona parte della città Vesuviana altrove? Ad esempio nelle province di Avellino e Benevento, come prospettava il Presidente del Parco Nazionale Ugo Leone o nel Casertano come invece hanno pensato il prof. Vajatica e i fautori del Progetto Vesuvio.
    «Bisogna passare dalla possibilità alla concretizzazione di questi progetti. In prima istanza non puoi mandare via nessuno. Perché nessuno lo farà!».

    Bisogna infatti incentivare, non imporre!
    «Ah! Certo! Bisogna incentivare, ma non come ha fatto la Regione col progetto “Vesuvia” che è stato una cavolata! Obiettivo corretto ma strumento sbagliato! Non puoi dare a una persona dei soldi (pochi! ndr.) per mandarla in un contesto ignoto, bisogna pianificare!
    La classe dirigente, la Regione deve infatti essere in grado di pianificare, magari nell’arco di trent’anni, non di mandar via, ma di ridurre il turn over della popolazione nell’area vesuviana. Se, dico a caso, a Capua si riesce a creare servizi, vie di comunicazione, incentivare gli attrattori, case a basso costo, ottimi servizi …».

    … e lavoro!
    «… certo, il lavoro è un problema generale ma l’idea è quella che, se in una famiglia del Vesuviano, uno dei figli riesce a trasferirsi altrove, ad esempio a Capua, avrò una riduzione dell’incremento demografico nella zona. Per quel che riguarda poi le province di Avellino e Benevento, le vedo troppo lontane per considerarle un valido attrattore.
    Ci vorrebbero dei progetti modulari, dove, la politica, magari ogni cinque anni possa dimostrare di aver raggiunto taluni risultati. In questo modo il politico potrà presentare a fine mandato il resoconto del suo agire per quel che concerne l’area vesuviana. Riducendo così, nell’arco dei trent’anni, del 50% la popolazione dell’area vesuviana».

    Tornando però al piano d’evacuazione, se non erro lei ha partecipato alla sua ultima stesura, che tipo d’eruzione si prevede?
    «Io prevedo uno scenario più ottimistico, è difficile prevedere ma è più probabile un’eruzione a bassa energia che una di alta».

    Per bassa energia intende del tipo di quella del 1944?
    «Di quel tipo, sì, con un indice di esplosività 3, che è il più basso, in un contesto che prevede un tipo basso come appunto quella del “44, un tipo di eruzione intermedia, come quella del 1631(sub-pliniana) e una come quella pliniana del 79. La probabilità più bassa è che avvenga un’eruzione del tipo 79 dopo Cristo, con l’1% di possibilità (sia ben chiaro, siamo nel campo delle probabilità e non delle certezze!), un 25% di probabilità va invece a quella del 1631 e con maggior possibilità quella del 1944. In genere più passa il tempo e più aumenta la possibilità di eruzioni a bassa energia, non è vero, come generalmente si sostiene, il contrario, ma è un sistema molto complesso».

    Ancora una domanda, lei come spiega talune incongruenze della “zona rossa”? Le porto ad esempio l’enclave “gialla” di Pomigliano nel comune di Sant’Anastasia e l’Ospedale del Mare a soli 7km dal Cratere.
    «La politica non tiene conto degli aspetti tecnici ma tiene conto degli aspetti amministrativi».

    Chiamiamoli così!
    «In questo non c’entriamo noi, questo riguarda la magistratura. Come pure l’abusivismo, questo non può entrare nella discussione tecnica, è la magistratura che deve intervenire per ripristinare le regole. Ma il grave sa qual è, che nella zona vesuviana c’è tanta roba abusiva dal punto di vista del rischio che è perfettamente regolato dalle scelte dei comuni. Questo è il grosso dramma!».

    A San Sebastiano costruiranno una nuova chiesa, in “zona rossa” e in pieno Parco Nazionale. Al di là della necessità di quest’edificio, si getterà ancora altro cemento nella zona rossa…
    «Una volta si costruivano gli ospedali per valorizzare certe zone dal punto di vista urbanistico, ora ci si affida alla chiesa!».

    —–

    COMMENTI

    1) Finalmente
    Finalmente parole chiare e comprensibili da tutti ( almeno per me ).
    Finalmente, e grazie alle parole chiare del Professore Luongo, possiamo, per quanto ne sappiamo e possiamo sapere, capire cosa ne sarebbe di noi in caso di ” evacuazione ” nel caso, assolutamente inaugurabile, di eruzione del nostro ” caro ” Vesuvio.
    Finalmente, almeno per il sottoscritto e la sua famiglia, si allontana il rischio di ” evacuazione ” tipo la famigerata ” evacuazione del ghetto di Varsavia “…..
    Finalmente, una Persona che ci parla senza demagogia e senza porre in mezzo i già troppo presenzialisti sindacati ( con tutto il rispetto, ma cosa c’ entrerebbero i sindacati, nello specifico la CGIL?????? )
    Finalmente uno Scienziato che con parole pacate ed intelleggibili ci parla del ” rischio ” Vesuvio, parlando, sempre con parole pacate e chiarissime, di ciò che potrebbe accadere e come potrebbe accadere.
    Finalmente, si leggono parole ” non ” catastrofiche su ” molto eventuali ” sciagure. Finalmente, parole chiare sulle fasulle quanto demagogiche ” esercitazioni ” di evacuazioni. FINI A SE STESSE!!!!!!!!
    Finalmente, e concludo, GRAZIE PROFESSOR LUONGO PER LE SUE CHIARISSIME PAROLE. TANTO PIU’ CHIARE, PERCHE’ RIVOLTE A CITTADINI COSI’ BISOGNOSI DI CHIAREZZA SU UN ARGOMENTO COSI’ PREGANTE PER TUTTI NOI.
    Ancora GRAZIE, Professore Luongo. Con sincera stima, anche se NON ho ancora l’ indubio, per me, onore di conoscerLa. Suo Umberto Vastarini.
    Autore: il capitano | Data: 01/02/2011 | Ora: 12.34.47

    2) @il capitano
    Caro capitano io capisco che per lei certi nomi e certe sigle evochino scenari da cortina di ferro ma, volenti o nolenti, la CGIL è il più grande (per numero di iscritti!) sindacato italiano e in quanto parte sociale pertinente per attività e per cognizione a questo contesto. Voglio dire che, se si parla di delocalizzazione e decongestionamento del territorio vesuviano, c’è bisogno di chi, come e non solo, i sindacati, possa dare una mano a capire le dinamiche che favoriscono o meno queste azioni. Se poi offrono anche uno spazio logistico, ancora meglio! A nessuno poi piacerebbe, di fretta e furia lasciare il proprio luogo d’origine o dove si abita ma se il Vulcano si sveglia l’alternativa è solo morire! Quindi, tutti gli sforzi, tutte le iniziative atte a trovare una soluzione al sovrappopolamento del Vesuviano sono ben accette e degne di rispetto poiché emergono dal nulla più totale delle istituzioni. Solo da un sano e spassionato confronto potranno scaturire le idee che ci eleveranno dal pantano in cui ci troviamo.
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 02/02/2011 | Ora: 15.51.10

    3) finalmente 2
    Carissimo Amico, mi consenta usare questo termine poichè è l’ unico termine che sento di poter usare nei suoi confronti.
    dunque, torniamo a bomba.
    sarebbe un tantino lungo poterle spiegare il perchè di certi miei atteggiamenti nei confronti di quello che comunemente viene considerato ( da chi poi? ) il più grande sindacato, in termini di iscritti(?) italiano.
    comunque, e credo di ripetermi, non riesco a trovare un qualsivoglia nesso col gravoso problema che abbiamo davanti a noi ed, appunto, la cgil.
    giustamente, lei mi dice che potrebbe essere utile ascoltare ” anche ” il suo parere ( autorevole? ) non mi sembra, a mio modestissimo avviso, della stessa autorevolezza del Dottor Luongo. Mi ripeto: finalmente ho potuto leggere parole a me, profano della materia, cos’ chiare ed esaustive.
    orbene, visto che si vorrenbbe ascoltare ” anche ” qualche altro parere, perchè non chiedere anche quello della Confindutria? o della Confocommercio? o della Confapi e della Uil e della cisl e perchè no, anche quello della fismig ( o come si chiama? ) perchè ” limitarci ” soltano alla cgil? sa cosa mi suona stranissimo?
    l’ assoluto ed assordante silenzio dei vari sindaci 8 o forse NOn sono interessati ) circa le sorti, ben descritte dal Dottor Luongo, delle zone da essi governate?
    o redono che i Cittadini NON siano interessati? pochi giorni fa da lei è stato descritto, molto bene, un consiglio comunale sulla costruzione, appunto in Zona Rossa ( ma, di grazia, chi ha avuto questa ” brillante idea ” della distinzione in ” zone ” del territorio? ) e che forse, la suddetta costruzione possa avere, secondo l’ illuminato parere del cosiglio comunale di San Sebastiano al Vesuvio, più importanza del chiamare i Cittadini su un eventuale futuro di aqbbandono della Cittadina?
    o dovremo pensare, noi Cittadini, a ” trasportare ” anche la eventuale nuova chiesa lì ( dove? ) dovremmo trasferirci? non ho ancora capito questo assoluto ed assordante silenzio da parte delle ” autorità “.
    a tutt’ oggi, abbiamo potuto conoscere il parere di tutt’ altre Personalità. e per fortuna che il Dottor Luongo, nella Sua lungimiranza ha voluto erudirci su un argomento così pregnante.
    altrimenti… altrimentii mi sarei dovutosorbire un intervento di qualche sindacalista ( alla conoscenza del problema?????? ) e, naturalmente, come lei credo già sappia, si sarebbe parlato di tutto tranne che di quanto ci interesserebbe conoscere: quando andare via? come andare via?
    e, soprattutto, DOVE ANDARE!!!!! non so lei, ma personalmente, NON SO DOVE DOVREI DIRIGERMI, la mia modestissima persona, BENSI’ LA MIA AMATISSIMA FAMIGLIA. a tutt’ oggi, ZERU PAROLE !!!!!!
    lei ne sa niente?
    se avesse qualcosa da dirmi in merito, me lo direbbe?
    grazie.
    anche perchè, le ripeto, da parte di chi ci governerebbe, in questa eventualeesperienza, ZERU PAROLE…..
    oh, per quanto riguarda i miei pareri circa la cgil, sarei felicissimo d parlargliene, in una tranquilla chiacchierata, in qualsivoglia momento lei voglia scegliere.
    ad esempio, le parlerei dei contratti dei marittimi, quelli P.I.N. e quelli della marineria, cosiddetta, libera. ed ancora, della famosa ” procedura “…. un carissimo salutone dal suo capitano.
    Autore: il capitano | Data: 06/02/2011 | Ora: 19.12.00

    4) @ il capitano
    Egregio Capitano, cerchiamo di rimanere in tema. Sono consapevole dei suoi timori che, in quanto vesuviano, condivido pienamente anch’io e in prima persona. E’ fondamentale, ripeto, l’apporto di tutti, di tutte le parti di questa nostra società, non ultima la politica che, concordo con lei, latita malamente, quando non commette errori gravissimi. Devo sottolinearle però il fatto che noi non abbiamo interpellato alcun sindacato in merito alla nostra rubrica de “La Città Vesuviana” e la CGIL è stata menzionata, oltre che da lei, soltanto da Aldo Vella nell’intervista che gli ho fatto sempre in questa rubrica. Così come è stata menzionata anche la CONFINDUSTRIA Caserta, che lei auspicava ma non intravvedeva tra le mie righe. Inoltre le dico che a breve uscirà l’intervista, sul medesimo argomento, al nostro amatissimo sindaco e inoltre sto avviando i contatti con la federazione casertana degli industriali per intervistarli e cogliere anche il loro utile e pertinente parere. Un saluto
    Autore: Ciro Teodonno | Data: 07/02/2011 | Ora: 12.10.10

  5. Un’intervista di Ciro Teodonno al vulcanologo Giuseppe Luongo sul area vulcanica dei Campi Flegrei:
    “Il mediano”, 7 febbraio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=12466

    L’OPINIONE DI LUONGO SUI CAMPI FLEGREI
    Nelle ultime settimane si sono rincorse notizie allarmanti su un possibile risveglio dei Campi Flegrei. Abbiamo colto l’occasione per chiedere a un vulcanologo di riconosciuta fama ed esperienza la sua opinione a riguardo.

    Ogni qualvolta si parla di una possibile attività del Vesuvio o dei Campi Flegrei montano i timori di chi sovente dimentica di vivere all’ombra di un vulcano. In effetti sia l’area flegrea che il Vesuviano sono soggetti all’insistenza di due vulcani attivi in fase di quiescenza, ciò sta a dire che, in teoria, da un momento all’altro potrebbero eruttare e con le conseguenze che facilmente possiamo immaginare.
    Sta di fatto che tutto ciò è puntualmente dimenticato dalle persone e da chi le amministra. Si reitera in maniera indeterminata un’incombenza alla quale mai vorremmo adempiere e prediligiamo chi minimizza, bofonchiando allorquando qualche periodico o qualche speciale televisivo ci porge il fastidioso promemoria.
    Il giornale Daily Mail ha pubblicato lo scorso 21 settembre un articolo dove si evinceva la probabilità che oltre al Vesuvio potessero eruttare anche i Campi Flegrei. Niente di nuovo sotto al sole, ma quel tanto che basta per sollevare l’ennesimo polverone. A seguire, la traduzione del brano “incriminato”: «La caldera dei Campi Flegrei si trova a 5 miglia a ovest di Napoli. Si tratta di un vulcano a grande caldera e con più di 1,5 milioni di persone che vivono nelle immediate vicinanze. Ha avuto periodi di attività nel 1969-1972, e 1982-1984, ma l’ultima eruzione fu nel 1538. Il movimento del suolo negli ultimi 40 anni ha fatto temere ai geologi che un’altra forte eruzione è probabile».
    Ad ogni modo, per sviare, nei limiti del possibile, ogni dubbio, abbiamo deciso di chiedere lumi a un esperto, il professore Giuseppe Luongo.

    Professor Luongo, sembra, secondo la stampa inglese, che dobbiamo preoccuparci anche dei Campi Flegrei!
    «La base sulla quale si fondano queste notizie è quella che le crisi bradisismiche, negli anni settanta e agli inizi degli anni ottanta, siano un prodromo di un’imminente eruzione. Questo però lo devono dimostrare! L’ultima eruzione avvenne nel 1538 (Montenuovo ndr.), un’altra viene segnalata nel 1198, la cosiddetta eruzione della Solfatara, anche se si tratta probabilmente di un’esplosione freatica (Esplosione causata dal passaggio allo stato di vapore delle acque freatiche o marine, provocato dal miscelamento di queste ultime con gas vulcanici o magma ndr.) all’interno della stessa, quindi non si tratta di un’eruzione. Bisogna così andare indietro di migliaia di anni per trovarne una anteriore a quella del 1530».

    Quindi la paventata ciclicità dei 500 anni non sussiste?
    «No, e anche se includiamo come tale quella della Solfatara e quella di Montenuovo, dietro c’è un vuoto di 3.000 anni! Dove sta ‘sta ciclicità? Mi sembra un’invenzione, basti pensare che lì ci sono stati i romani e i greci e hanno fatto quel poco, in quella zona. I processi sono comunque molto complessi, i dati sono pochi per quel che concerne la storia delle eruzioni e dunque bisogna usare la geologia per allungare i tempi ma purtroppo solo gli eventi grossi lasciano tracce significative. Con tutti questi dati si fanno poi delle statistiche ma quando i dati sono poche centinaia di anni … Ad esempio, per il Vesuvio, abbiamo 300 anni di storia di eruzioni, in maniera dettagliata, ma più in là si può andare solo con i dati geologici. Ma il tutto va fatto con molta cautela!».

    E per quel che concerne gli altri vulcani tirrenici, il Marsili, il Palinuro e il Vavilov, saliti anch’essi all’onore delle cronache nazionali per la loro pericolosità…
    «L’unico che potrebbe creare dei problemi è il Marsili ma non per l’eruzione, poiché il vulcano, alto circa 3.000 metri, ha però 500 m d’acqua su di sé, che fungono da tappo creando una forte pressione. Un pericolo più realistico si prospetterebbe invece per lo tzunami che potrebbe verificarsi col collasso di una sua parete, la massa in gioco è in effetti notevole. Ma è remota anche questa possibilità. Sa, all’improvviso ci si rende conto che esistono queste realtà e si enfatizza molto…».

    …e i giornali devono vendere…
    «…e pure da parte nostra, talvolta si cavalca la tigre per far un po’ di propaganda alla propria ricerca…».

    Una curiosità professor Luongo, a San Sebastiano, all’imboccatura del sentiero numero 8 del Parco Nazionale, c’è una fumarola. Molti però sostengono che sia lo sfogo della limitrofa discarica, può dirci se è vero?
    «Lì c’è sicuramente una temperatura più alta, c’è condensa. È in pratica una fumarola! Lì ci deve essere stato un accumulo notevole di lava durante l’eruzione del “44 che, in parte, è ancora calda».

    Addirittura! Non direttamente dal bacino magmatico quindi.
    «No! Assolutamente! Si tratta di materiale coibente, che se non ha grosse fratture, perde il suo calore in maniera molto lenta. Accade lo stesso sul Vesuvio, in realtà, il vulcano non si svuota. Noi abbiamo avuto un’eruzione nel 1944 che è figlia di un periodo di attività molto lungo, almeno tre secoli. L’eruzione, iniziata come effusiva, è culminata con una forte esplosione che ne ha occluso il camino. Se ci fosse stata solo la fase effusiva, al termine dell’eruzione, la lava si sarebbe solidificata nel condotto, invece con l’esplosione e i vari crolli che ci sono stati, il fondo del cratere è più alto e il magma è rimasto là sotto e si sta raffreddando gradualmente così si spiegano anche le fumarole».

    L’ARTICOLO DEL DAILY MAIL

    ——————————

    COMMENTI:

    1) Autore: il capitano – Data: 07/02/2011 – Ora: 16.00.22
    FINALMENTE!!!!!!!
    e non credo ci sia più bisogno di aggiungere altro
    anche se quella ” timidissima ” ( sempre a mio soggettivissimo parere, per l’ amor del Cielo ), alle autorità… dormienti, qualcosina la dice abbastanza lunga. sempre, però, a mio soggettivissimo parere, eh…..!
    non possono mancare, però, i miei ringraziamenti alle sempre chiarissime ed esaustive parole del Chiarissimo Professore Luongo.
    GRAZIE, PROFESSORE LUONGO!!!!!!
    GRAZIE ED ANCORA GRAZIE!!!!!!
    Suo Umberto Vastarini.

  6. Nel 2005 la Campania ha vinto il premio “Regionando” (promosso dal Forum della Pubblica Amministrazione) con il “Progetto Vesuvia”:
    La Regione Campania ha vinto l’edizione 2005 di “Regionando”, il Premio annuale promosso dal Forum della Pubblica Amministrazione cui prendono parte le regioni che hanno realizzato progetti sulle politiche di sicurezza.
    Su 108 progetti presentati da 16 regioni e da una provincia autonoma, il primo posto assoluto è stato attribuito a “Vesuvia. Programma di azioni per la mitigazione del rischio vulcanico e la valorizzazione del territorio vesuviano”.
    La Regione Campania ha vinto altresì uno dei 3 premi di categoria, quello riservato alla sicurezza dei cittadini, con il progetto “Sicurezza urbana integrata e riuso dei beni confiscati alla camorra”.
    Gli altri due, relativi rispettivamente alla sicurezza del territorio, ed alla sicurezza delle strade e delle città, sono andati alle regioni Lombardia ed Emilia Romagna. Con il Programma “Vesuvia”, approvato dalla Giunta il 20 giugno 2003, la Regione Campania sta perseguendo l’obiettivo di una riduzione incentivata di abitanti della “zona rossa”, accompagnata dal miglioramento delle vie di fuga e da un’azione di sensibilizzazione delle popolazioni alla corretta convivenza con il rischio.
    Il progetto, in corso di attuazione, ha messo a disposizione degli incentivi per l’acquisto della prima casa e per la delocalizzazione abitativa, attuando una politica di repressione dell’abusivismo edilizio ed il blocco definitivo dell’espansione edilizia residenziale. Le motivazioni per le quali il Forum ha attribuito il primato a “Vesuvia” sono: la cooperazione tra diversi enti ed istituzioni (i partner della Regione sono la Prefettura di Napoli, l’Ente Parco del Vesuvio, l’Osservatorio Vesuviano, l’Università Federico II, il Ministero delle Infrastrutture, la Direzione scolastica regionale, la Provincia di Napoli ed i 18 Comuni della zona rossa); il diretto e pieno coinvolgimento dei cittadini; le sinergie tra la pubblica amministrazione e gli operatori sociali ed economici; la prevenzione del rischio vulcanico e la complementarietà tra le politiche di protezione civile e le politiche di sviluppo sostenibile e riqualificazione territoriale. Il premio è stato ritirato dall”Assessore uscente alla Politica del Territorio della Regione Campania Marco Di Lello. Con il progetto che si è imposto nella categoria “Sicurezza dei cittadini”, la Regione Campania ha finanziato i progetti presentati dagli Enti locali per il riutilizzo a fini sociali di 8 beni confiscati alla criminalità organizzata.. I comuni destinatari dei finanziamenti sono:il Comune di Napoli per la ristrutturazione della casa confiscata al clan Giuliano del quartiere Forcella, destinata ad un polo di aggregazione per i giovani con attività di rianimazione e recupero della legalità; il Comune di Casal di Principe per trasformare la casa Don Diana in centro di accoglienza per i minori in affido; il Comune di Villaricca, dove il bene confiscato sarà destinato ad attività socioculturali; il Comune di Pignataro Maggiore, per la trasformazione di Torre dell’Ortello in Casa famiglia; il Comune di Pomigliano D’Arco, per destinare il “Palazzo Siani” al corpo di Polizia locale; il Comune di Angri, dove il bene confiscato è stato destinato all’AVIS; il Comune di Sarno, per destinare il terreno confiscato ad un orto botanico; il Comune di Castelvolturno, per ristrutturare gli appartamenti confiscati e destinarli ad una associazione che si occupa di svantaggio sociale e disabilità
    ” (qui)

    —–

    Di seguito, due schede del Progetto Vesuvia (piuttosto simili, tratte dal website di Regionando 2005):

    http://archive.forumpa.it/forumpanet/2005/05/24/casi.html
    I vincitori di FORUM PA 2005 – Progetto Vesuvia

    L’11 maggio scorso al termine del convegno su “Lo stato di attuazione del federalismo”, il Presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, ha premiato i vincitori di Regionando 2005, l’iniziativa di FORUM PA volta a diffondere e valorizzare le migliori esperienze realizzate dai governi regionali. Vincitore assoluto di questa edizione, dedicata alle azioni tese a migliorare la condizione di sicurezza dei cittadini, delle città e dei territori, il progetto Vesuvia della Regione Campania: un “Programma di azioni per la mitigazione del rischio vulcanico e la valorizzazione del territorio vesuviano”.

    Il progetto Vesuvia:
    Il Vesuvio è un pericoloso vulcano attivo, a rischio di esplosione, intorno al quale, incredibilmente, negli ultimi 50 anni si sono insediati più di 550.000 abitanti. Questa altissima densità abitativa determina un rischio vulcanico unico al mondo.
    Il Programma Vesuvia punta a cambiare il modello di sviluppo dell’area, fino ad ora prevalentemente collegato alle politiche residenziali dell’area metropolitana di Napoli, ed a trasformare il potenziale rischio, determinato da un’eventuale crisi esplosiva del Vesuvio, in un’opportunità di riqualificazione e sviluppo territoriale, ovvero di recupero e valorizzazione dello straordinario patrimonio culturale ( Pompei/Ercolano, Stabia/Oplonti, ville vesuviane, Regge borboniche, Centri Storici) e naturale (Parco Nazionale del Vesuvio, territorio interamente vincolato dalle leggi sul paesaggio) vesuviano.
    Il programma è, a breve (2003-2008), medio (2008-2013) e lungo (2013-2050) termine e interessa il territorio dei 18 comuni della cosiddetta ”zona rossa a massimo rischio vulcanico” a cui corrispondono 2 importanti Sistemi Territoriali di Sviluppo campani (STS del Piano Territoriale Regionale): il sistema del Miglio d’oro, sulla costa, e il sistema Comuni Vesuviani nell’entroterra.

    Obiettivi:
    * riduzione incentivata di almeno 100.000 abitanti della ”zona rossa”;
    * miglioramento delle ”vie di fuga” ovvero della mobilità dell’area;
    * sensibilizzazione delle popolazioni, con particolare attenzione alle nuove generazioni, alla corretta convivenza con il rischio;
    * messa in coerenza, rispetto agli obiettivi del programma di tutti i vari strumenti di pianificazione che interessano l’area;
    * stretta corrispondenza tra la pianificazione territoriale di area vasta e la programmazione delle risorse per lo sviluppo , attuali e future;
    * difesa del territorio e della biodiversità.

    Azioni:
    La Regione, in stretta concertazione con la Prefettura, la Provincia di Napoli, l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, i 18 Comuni vesuviani (Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, S.Giorgio a Cremano, S.Giuseppe Vesuviano, S. Sebastiano a Vesuvio, S.Anastasia. Somma Vesuviana, Terzigno, Trecase, Torre Annunziata, Torre del Greco) ed in collaborazione con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti persegue gli obiettivi di breve termine:

    * Con azioni dirette finanziate con risorse di bilancio regionale:

    1. Incentivi per l’acquisto della prima casa e per la delocalizzazione abitativa ( 1° e 2° bando buoni casa 3.000.000 di Euro – 30.000 Euro a buono );
    2. Repressione dell’abusivismo edilizio;
    3. Istituzione dell’ ”Assemblea Istituzionale dei sindaci ”- Istituzione del Forum Partenariato Socio-Economico;
    4. Facilitazione della riconversione destinazione d’uso;
    5. Compatibilità con il POR Campania;
    6. Blocco per sempre dell’espansione edilizia residenziale;
    7. Costituzione di una Società di Trasformazione Territoriale (STT);
    8. Politiche ed interventi per la mobilità e vie di fuga;
    9. Interventi continui di informazione, trasformazione e sensibilizzazione delle popolazioni e delle scuole;
    10. Sperimentazione di -Progetti Pilota ( Progetto Pilota per la delocalizzazione e riqualificazione del Quartiere ERP di ” Boscoreale ” Progetto Pilota ” dalla Zona Rossa alla Verde Irpinia ”) finalizzato alla decongestione dei comuni vesuviani ed al contemporaneo ripopolamento dei territori marginali dell’appennino;
    11. Recupero Centri Storici – Premialità.

    * Con azioni indirette ovvero attraverso la messa in coerenza e la ricerca della massima integrazione tra gli interventi materiali ed immateriali previsti nei 6 PIT del POR Campania 2000-2006 che interessano, in tutto o in parte, il territorio vesuviano:

    1. Il PIT ”Pompei-Ercolano e sistema archeologico vesuviano” e il PIT Vedevo del Parco Nazionale del Vesuvio;
    2. Il PIT Distretto Industriale S. Giuseppe vesuviano;
    3. Il PI Filiera termale;
    4. Il PI Portualità turistica;
    5. Il PI Polo Orafo Campano;
    6. Bando di Mis. 2.2 POR Campania 2000/2006 ( per il sostegno allo sviluppo di imprese della filiera dei beni culturali. PIT Grande Attrattore Culturale ”Pompei-Ercolano e Sistema Archeologico Vesuviano”;
    7. Bando Misura 1.10 del POR Campania nell’ambito del PIT ”Vesevo’.’

    Risultati/benefici attesi:
    * Spostamento della popolazione ”non radicata” in aree esterne alla ”zona rossa”;
    * Valorizzazione e miglioramento della funzionalità del territorio dal punto di vista ambientale, idrogeologico e di difesa del suolo;
    * Migliore fruizione del patrimonio ambientale, archeologico e culturale;
    * Sostegno allo sviluppo di attività turistiche, ricettive, artigianali, commerciali e agricole di qualità;
    * Miglioramento delle capacità lavorative della popolazione locale;
    * Sviluppo della cultura della convivenza con il rischio vulcanico;
    * Mitigazione del rischio vulcanico;
    * Riqualificazione urbana e territoriale;
    * Miglioramento della mobilità.

    Per saperne di più visitate l’home page del Premio Regionando 2005

    —–

    http://archive.forumpa.it/forumpa2005/regionando/cdrom/home/progetto/107.html
    REGIONE: CAMPANIA – TIPOLOGIA: SICUREZZA DEL TERRITORIO
    Parte 1: ANAGRAFICA
    Titolo del Progetto: Vesuvìa. Programma di azioni per la mitigazione del rischio vulcanico e la valorizzazione del territorio vesuviano.
    Soggetto proponente: Ente Regione Campania. Assessorato all’Urbanistica, Politica del Territorio e Beni Culturali.
    Direzione/Dipartimento: AGC Gestione del Territorio
    Unità Organizzativa: Ufficio Vesuvia
    Indirizzo: centro direzionale isola A6
    CAP: 80143
    Città: Napoli
    Provincia: NA
    Sito web istituzionale: http://www.regione.campania.it
    Indirizzo internet dove esiste una descrizione del progetto: http://urp.regione.campania.it/urp/vesuvia.php.

    Referente del progetto
    Nome: Francesco
    Cognome: Escalona
    Funzione: Coordinatore tecnico del Programma
    Ente di appartenenza: Regione Campania
    Indirizzo: isola A6
    Città: Napoli
    e-mail: f.escalona@regione.campania.it
    Telefono: 081/7966144 – 081/7967127
    Fax: 081/7966144

    Parte 2: ASPETTI GENERALI
    Tipologia del progetto: X Sicurezza del territorio
    Status del progetto: X in corso di realizzazione
    Data di inizio: Giugno 2003 (Delibera GR n.2139 del 20 Giugno 2003).
    Data prevista per la messa a regime: Attuazione in corso.

    Descrizione sintetica del progetto:
    il Vesuvio è un pericoloso vulcano attivo, a rischio di esplosione, intorno al quale, incredibilmente, negli ultimi 50 anni si sono insediati più di 550.000 abitanti. Questa altissima densità abitativa determina un rischio vulcanico unico al mondo.
    Il Programma Vesuvia punta a cambiare il modello di sviluppo dell’area, fino ad ora prevalentemente collegato alle politiche residenziali dell’area metropolitana di Napoli, ed a trasformare il potenziale rischio, determinato da un’eventuale crisi esplosiva del Vesuvio, in un’opportunità di riqualificazione e sviluppo territoriale, ovvero di recupero e valorizzazione dello straordinario patrimonio culturale ( Pompei/Ercolano, Stabia/Oplonti, ville vesuviane, Regge borboniche, Centri Storici) e naturale (Parco Nazionale del Vesuvio, territorio interamente vincolato dalle leggi sul paesaggio) vesuviano.
    Il programma è, a breve (2003-2008), medio (2008-2013) e lungo (2013-2050) termine e interessa il territorio dei 18 comuni della cosiddetta ”zona rossa a massimo rischio vulcanico” a cui corrispondono 2 importanti Sistemi Territoriali di Sviluppo campani (STS del Piano Territoriale Regionale): il sistema del Miglio d’oro, sulla costa, e il sistema Comuni Vesuviani nell’entroterra.

    Motivazioni:
    il motivo che informa il programma è in prima istanza la necessità di diffondere tra le popolazioni la piena consapevolezza del rischio vulcanico e la necessità di una radicata cultura della convivenza con tale rischio; in seconda istanza l’avvio di una politica di trasformazione del territorio che punti a mitigare il rischio vulcanico valorizzando allo stesso tempo le risorse esistenti nell’area vesuviana utilizzandole come ”motore” di sviluppo sostenibile e compatibile con il rischio vulcanico.

    Obiettivi:
    – riduzione incentivata di almeno 100.000 abitanti della ”zona rossa”
    – miglioramento delle ”vie di fuga” ovvero della mobilità dell’area;
    – sensibilizzazione delle popolazioni, con particolare attenzione alle nuove generazioni, alla corretta convivenza con il rischio;
    – messa in coerenza, rispetto agli obiettivi del programma di tutti i vari strumenti di pianificazione che interessano l’area;
    – stretta corrispondenza tra la pianificazione territoriale di area vasta e la programmazione delle risorse per lo sviluppo , attuali e future;
    – difesa del territorio e della biodiversità.

    Azioni:
    la Regione, in stretta concertazione con la Prefettura, la Provincia di Napoli, l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, i 18 Comuni vesuviani ( Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, S.Giorgio a Cremano, S.Giuseppe Vesuviano, S. Sebastiano a Vesuvio, S.Anastasia. Somma Vesuviana, Terzigno, Trecase, Torre Annunziata, Torre del Greco ) ed in collaborazione con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti persegue gli obiettivi di breve termine:

    – con azioni dirette finanziate con risorse di bilancio regionale:
    1) Incentivi per l’acquisto della prima casa e per la delocalizzazione abitativa ( 1° e 2° bando buoni casa 3.000.000 di Euro – 30.000 Euro a buono ) ;
    2) Repressione dell’abusivismo edilizio;
    3) Istituzione dell’ ”Assemblea Istituzionale dei sindaci ”- Istituzione del Forum
    Partenariato Socio-Economico;
    4) Facilitazione della riconversione destinazione d’uso;
    5) Compatibilità con il POR Campania;
    6) Blocco per sempre dell’espansione edilizia residenziale
    7) Costituzione di una Società di Trasformazione Territoriale (STT);
    8) Politiche ed interventi per la mobilità e vie di fuga;
    9) Interventi continui di informazione, trasformazione e sensibilizzazione delle popolazioni
    e delle scuole;
    10) Sperimentazione di -Progetti Pilota ( Progetto Pilota per la delocalizzazione e riqualificazione del Quartiere ERP di ” Boscoreale ” Progetto Pilota ” dalla Zona Rossa alla Verde Irpinia ”) finalizzato alla decongestione dei comuni vesuviani ed al contemporaneo ripopolamento dei territori marginali dell’appennino
    11) Recupero Centri Storici – Premialità.

    – con azioni indirette ovvero attraverso la messa in coerenza e la ricerca della massima integrazione tra gli interventi materiali ed immateriali previsti nei 6 PIT del POR Campania 2000-2006 che interessano, in tutto o in parte, il territorio vesuviano:
    1) il PIT ”Pompei-Ercolano e sistema archeologico vesuviano” e il PIT Vedevo del Parco
    Nazionale del Vesuvio;
    2) il PIT Distretto Industriale S. Giuseppe vesuviano;
    3) il PI Filiera termale ;
    4) il PI Portualità turistica
    5) PI Polo Orafo Campano
    6) bando di Mis. 2.2 POR Campania 2000/2006 ( per il sostegno allo sviluppo di imprese
    della filiera dei beni culturali. PIT Grande Attrattore Culturale ”Pompei-Ercolano e
    Sistema Archeologico Vesuviano”.
    7) bando Misura 1.10 del POR Campania nell’ambito del PIT ” Vesevo ”

    Risultati/benefici attesi:
    spostamento della popolazione ” non radicata ” in aree esterne alla ”zona rossa”; valorizzazione e miglioramento della funzionalità del territorio dal punto di vista ambientale, idrogeologico e di difesa del suolo; migliore fruizione del patrimonio ambientale, archeologico e culturale; sostegno allo sviluppo di attività turistiche, ricettive, artigianali, commerciali e agricole di qualità; miglioramento delle capacità lavorative della popolazione locale; sviluppo della cultura della convivenza con il rischio vulcanico; mitigazione del rischio vulcanico; riqualificazione urbana e territoriale; miglioramento della mobilità;

    Risultati/benefici conseguiti:

    Punti di forza del progetto:
    cooperazione tra diversi enti e istituzioni mediante una rete stabile di soggetti che perseguono le medesime finalità; diretto e pieno coinvolgimento dei cittadini, per un’immediata concretizzazione dei risultati attesi; informazione capillare, sinergie tra pubblica amministrazione e operatori sociali ed economici; affrontare il rischio vulcanico con un sistema di azioni ad ampio respiro in un’ottica di prevenzione; Complementarietà tra politiche di protezione civile e politiche di sviluppo sostenibile e riqualificazione territoriale.

    Criticità affrontate nella realizzazione del progetto:
    assoluta disinformazione e inconsapevolezza sul rischio vulcanico; attaccamento al territorio e riluttanza da parte dei cittadini di abbandonare il territorio vesuviano; presenza di malavita organizzata

    Parte 3: ASPETTI SPECIFICI
    Risorse:
    Risorse finanziarie: 73.160.000 euro (azioni dirette); 580.252.517 euro (azioni indirette).

    Il progetto è stato finanziato con:
    X fondi interni
    X fondi nazionali
    X fondi comunitari
    X sponsorship
    X altro (specificare)

    Altro risorse private:

    Partnership:
    Partnership istituzionali Regione Campania, Prefettura di Napoli, Ente Parco del Vesuvio; Osservatorio Vesuviano; Università di Napoli Federico II; Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti; Direzione Scolastica Regionale; Provincia di Napoli; i 18 comuni della ”zona rossa”.: Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, S.Giorgio a Cremano, S.Giuseppe Vesuviano, S. Sebastiano a Vesuvio, S.Anastasia. Somma Vesuviana, Terzigno, Trecase, Torre Annunziata, Tore del Greco

    Partnership pubblico-privato:
    Modello di cooperazione interistituzionale: tavoli di concertazione interistituzionali, intese istituzionali, accordi di programma; convenzioni,

    Organizzazione:
    Nuove modalità organizzative interne: -creazione di un apposito ufficio ” Vesuvia ” in prospettiva creazione di una Società di Trasformazione Territoriale per la gestione delle varie fasi del Programma.

    Strutture di gestione: con D.P.G.R. n. 253 del 24 Gennaio 2003 è stata costituita una segreteria tecnica per l’espletamento delle funzioni di coordinamento del Programma di Azioni per il governo del territorio connesso al Rischio Vesuvio, formata da personale interno e consulenti esperti esterni. Al termine di un apposito S.d.F., attualmente in corso, sarà costituita un’apposita STT.

    Formazione:

    Tecnologie: Il programma ha richiesto l’utilizzo delle tecnologie informatiche Autocad 2002; Archiview Gis 3.2; Pacchetto Office 2003; Pacchetto Macromedia.

    Comunicazione:

    Comunicazione verso i cittadini: attività di informazione, trasparenza e sensibilizzazione connesse ai bandi buoni casa (campagne informative, spot radio e televisivi , pubblicazioni, comunicazione mediatica ). Produzione di un cortometraggio ( in corso ) Accordi con la RAI su tre puntate della ”Squadra ” che hanno trattato il tema di Vesuvio ( Premio Qualità del COMPA 2004 )

    Comunicazione verso gli stakeholders:
    – attività di informazione, trasparenza e sensibilizzazione in collaborazione con le 100 scuole vesuviane (60° anniversario Slogan, Protocollo d’Intesa con la Direzione scolastica regionale).
    – Organizzazione e partecipazione a varie iniziative ed eventi: (già realizzati: 60° Anniversario del Vesuvio- Osservatorio Vesuviano 18/03/2004-29/03/2004; Forum P.A.- Roma 11/05/2004; 11° festa del pane- Boscoreale 26/052004; Esodo: Rischio Vesuvio-Domus- Napoli 28/06/2004- Istituto Italiano per gli studi filosofici; 1° Anniversario del Programma Vesuvia; Quinta Rassegna Urbanistica Nazionale – Venezia 10-20 Novembre 2004; convegno: ”Le nuove opportunità del P.I. Pompei-Ercolano”- Torre Annunziata 18/12/2004 etc…etc.).

  7. “Il mediano”, 10 febbraio 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=12502

    L’OPINIONE DI GIUSEPPE CAPASSO SUL “PROGETTO VESUVIO”
    Ciro Teodonno
    Dopo aver ascoltato gli esperti torniamo a parlare con le istituzioni e proseguiamo nel nostro viaggio nella “Città Vesuviana”. Chi meglio del Presidente della Comunità del Parco Nazionale del Vesuvio può illustrarci il punto di vista della politica?

    Nelle precedenti interviste sono emerse critiche sostanziali verso il piano d’evacuazione della protezione civile e un interesse verso la logica del decongestionamento dell’area vesuviana, qual è la sua opinione?
    «I problemi sono molti, c’è quello del piano d’emergenza dell’area vesuviana, la cui gestione è in capo al dipartimento della protezione civile. I poteri locali sono assolutamente residuali. Noi abbiamo chiesto all’epoca e abbiamo ottenuto un confronto rispetto a una prima versione che ci sembrava decisamente insufficiente. Basti immaginare che era previsto che gli alunni delle scuole, una volta che si fosse verificato l’evento, andavano da soli a raggiungere le destinazioni assegnate, poi dopo le mamme si sarebbero ricongiunte a loro.
    È chiaro che, quella che sembrava essere una scelta tecnica inoppugnabile, ci è sembrata veramente discutibile. Si è passati così a una seconda versione, poi al Mesimex l’esercitazione, pure molto criticata, ma pur sempre un esercitazione, dove siamo passati dal modello teorico, a una cultura applicata!»

    Non le sembra però che questo una tantum sia troppo poco?
    «Beh! Certo, poco come il campione che vi ha partecipato ma vorrei dire che il dipartimento della Protezione debba tenersi in strettissimo contatto con le autorità locali, le prefetture etc. e sviluppare un ragionamento che possa portarci alla definizione di un piano accettato dalla popolazione. La seconda versione del piano ci convince di più, quella dell’ospitalità presso alcune regioni amiche, con un’ottica quindi di gemellaggio, più credibile perché non è pensabile che circa settecentomila persone possano essere gestite, in un momento d’emergenza dalla sola protezione civile».

    San Sebastiano andrà in Molise ma sappiamo dove?
    «Non ancora perché il piano si è fermato, bisogna per questo esigere un gesto di responsabilità da parte delle amministrazioni locali, da chi è predisposto alla critica ed esigere dalla protezione civile che elabori finanche i dettagli di una forma partecipata con gli attori del territorio, dopodiché accettare quel piano. D’altro canto, la parte più pregnante del ragionamento attuale, quella della decompressione come la chiamava, l’allora assessore regionale, Di Lello, c’è tutta una gamma di interventi su cui riflettere. Certamente “Vesuvia” non ha avuto incertezze ma è semplicemente fallita!
    Forse una decina di contributi erogati, a fronte di migrazioni virtuali, perché quegli immobili sono stati rioccupati a scopi sempre residenziali, senza mutare la destinazione d’uso di questi. Certo è che se il fine è nobile lo strumento s’è rivelato inefficace. Adesso sento dire che la regione starebbe immaginando meccanismi ancora più contorti, come quello di consentire una sostituzione di volume con una premialità, nel caso in cui, l’attività residenziale, per metà diventi di tipo ricettivo o commerciale. Io credo che sia un rimedio peggiore del male!».

    Ce lo spiega meglio?
    «È la modifica al piano casa, che tanta speranza ha suscitato in quanti hanno a cuore la cultura del mattone, per continuare a costruire nell’area vesuviana. Un errore della regione a cui bisogna porre rimedio anche sul piano formale, perché sul piano sostanziale quella decisione non produce alcun effetto, nel senso che non è possibile edificare alcunché ma passa un messaggio, come quando c’è l’annuncio di un condono edilizio e poi magari non si fa ma finisce in pasto a quei malintenzionati che si danno da fare. Quindi con chiarezza la regione deve dire che non si può fare più nulla! Se non in quelle attività di tipo pubblico o sociale, che servono a tener unita una comunità.
    Attrezzature di aggregazione sociale come scuole o luoghi adibiti allo sport, attrezzature per garantire una maggiore qualità della vita. Faccio un esempio, se fosse possibile realizzare un campo da golf dalle nostre parti, con il binomio Vesuvio, discipline sportive, io non vedrei di cattivo occhio un’iniziativa di questo genere. Questo perché? Perché accrescere la qualità della vita, accrescere paradossalmente il valore immobiliare delle nostre case, consente di rendere l’area vesuviana un’area esclusiva. Così facendo si innesca un circolo virtuoso che spinge i proprietari a un’autotutela del proprio territorio. Un po’ come è accaduto nel Parco del Cilento, dove ci sono stati alcuni comuni che hanno investito sul mattone e hanno visto depauperare il proprio patrimonio immobiliare e chi invece, saggiamente, come il compianto Angelo Vassallo, ha investito nella tutela del territorio, nella riqualificazione, sul piano della qualità della vita.
    Va detto questo, chi ritiene impropriamente che l’edilizia faccia girare l’economia di un luogo è in errore, in buona fede, nel migliore dei casi e in malafede quando poi non è che il rappresentante di una categoria che ormai da tempo ha compreso che insistere sulle aree vincolate del territorio nazionale è un modo per sottrarsi a quella logica di riconversione imprenditoriale e professionale, ormai da tempo in atto in quella categoria. Ciò vuol dire che chi non sa fare altro pensa solo all’edificazione, chi sa fare altro pensa al restauro, pensa alla riqualificazione, al recupero e alla valorizzazione. La risposta tout court è quella quindi di rendere sempre più esclusiva l’area vesuviana».

    Vorrei capire bene una cosa, riguardo al piano casa, lei sostiene che sia una sorta di specchietto per le allodole ma in base ad alcune sue affermazioni, pubblicate anche sulla stampa locale, mi è sembrato che comunque lei fosse a favore di una sorta di piano di edilizia …
    «Quando io ho avanzato la proposta della realizzazione dei sottotetti, non accatastabili, non abitabili a condizione che si recuperasse la staticità dei fabbricati, lo facevo perché immaginavo una via concreta».

    Nella serie di interviste che abbiamo già attuato è evidente la carenza del piano d’emergenza e necessario il decongestionamento del vesuviano. C’è chi, come il professor Vajatica, immagina una Città vesuviana nel Casertano, chi nel Sannio e in Irpinia, come Ugo Leone e chi a un blocco del turn-over, come Giuseppe Luongo. Lei da politico come la vede?
    «Io vorrei una Città Vesuviana sul Vesuvio! Riducendo il carico antropico e dunque il rischio».

    E come?
    «Con il modello “Vesuvia” che è rimasto incompleto perché si è pensato a mandar via senza occuparsi dell’immobile lasciato libero, che non deve assolutamente essere demolito perché si produrrebbe un abbandono del territorio, deve essere perciò riconvertito. L’immobile che viene liberato viene liberato per fare attività ricettiva. Noi abbiamo un disperato bisogno di posti letto. Questo tipo di antropizzazione non viene considerata un rischio perché è un tipo di presenza occasionale. Quindi il turn-over si attua non demolendo l’immobile o impedendone l’uso ma riqualificandolo per funzioni non abitative. Potrebbe essere attuato anche qualche mirato abbattimento ma solo là dove fosse strettamente necessario».

    Nel concreto cosa si sta facendo?
    «Noi stiamo andando avanti nel nostro piccolo, con un programma di riduzione fisiologica che ci sta dando risultati apprezzabili, con un blocco dell’edilizia …».

    Sì, però si farà la chiesa!
    «Ma io quando parlavo di attrezzature al servizio del territorio mi riferivo anche a questo e ti sembrerà strano ma dobbiamo fare anche un’altra piscina! C’è una tale domanda da renderla necessaria!».

    Mi sembra però strano …
    «È una legge di mercato, siccome altrove non le puoi realizzare, perché hanno costruito solo case, le attrezzature per lo svago, per lo sport, per la qualità di vita, le facciamo noi! Questo dà anche un’identità al territorio».

    Sì, però, a San Sebastiano, il rapporto popolazione/strutture sportive, mi sembra alquanto sproporzionato, ce ne sono tante! Finché sono quelle storiche, quelle di vecchia data, va bene, ma perché farne altre, quando già sai che dovrai affidarle ai privati?
    «Le faccio un esempio, la piscina ci costa 180 milioni di vecchie lire e ne prendiamo 200! Siamo perciò in saldo attivo. Abbiamo inventato una formula innovativa di leasing, noi realizziamo l’opera, la diamo in affidamento, paghi di più di quanto costa al comune il leasing e poi dopo dodici, quattordici anni l’immobile diventa tuo. Mi si dirà che in questo modo si privatizza l’attività sul territorio, in questo modo abbiamo però una gestione attenta e oculata, la struttura è ben tenuta, le rette tra le più accettabili del territorio e un’alta domanda. Certo non ne facciamo una regola, abbiamo una gamma di interventi, abbiamo per esempio l’Astronauti Sporting Club che non ci da niente, poi abbiamo altri immobili che condividiamo con la scuola, etc.».

    Ma qual è il vantaggio del pubblico di una seconda piscina?
    «Il vantaggio è che San Sebastiano diventa una città dello svago, attualmente è una città dormitorio, il commercio langue, l’edilizia non si può fare, vogliamo darci una vocazione? Diamoci quella di sviluppare nei fine settimana un turismo endogeno, una movida sostenibile».

  8. “Il mediano”, 5 marzo 2011, http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=12753

    IL “PROGETTO VESUVIO” DI ENZO CORONATO
    Ciro Teodonno
    La visione concreta di un imprenditore illuminato ma anche una nuova prospettiva della nostra realtà regionale.

    Il bello, in questa nostra avventura giornalistica è che ci si può ancora meravigliare, e lo si fa accrescendo la conoscenza del mondo che ci circonda. Non è questa una dichiarazione di candore ma la speranzosa costatazione che c’è del buono intorno a noi, basta solo la volontà di scovarlo.
    Nella nostra analisi della Città Vesuviana mancava all’appello il mondo dell’imprenditoria, quel tipo di persone, sempre più raro, che ama coltivare i propri sogni e che soprattutto, potendo, sa anche realizzarli. La rubrica si ferma stavolta a Caserta, dove incontriamo Vincenzo Coronato, imprenditore edile, che da anni segue con tenacia e lungimiranza il suo Progetto Vesuvio.

    Com’è nata la sua idea di “Progetto Vesuvio”?
    «Guardi, il Progetto Vesuvio, che nasce nel 1998, si è posto un iter con obiettivo principale, quello di una convivenza col Vesuvio. Senza evacuazioni o allontanamenti ma convivenza. Il motivo è semplice, il Vesuvio è sempre stato lì, siamo noi che non riusciamo a porci nel modo giusto, nella distanza giusta, non riusciamo a inserirci in quel contesto naturale che caratterizza la nostra civiltà mediterranea.
    Io sono un imprenditore delle costruzioni, ho guardato il Vesuvio non dal punto di vista semplicemente umanistico o quale possibile calamità naturale ma l’ho guardato sotto un profilo strettamente economico. Ho analizzato il tessuto socio-economico che esiste nell’area vesuviana, un tessuto degradato ma non povero!».
    «È ricco di capitale umano, è ricco di capitale economico, probabilmente non ben integrato tra esso e tra esso e il mondo esterno ma è un qualcosa di cui la regione Campania ha un estremo bisogno. Ma andiamo un po’ più nel dettaglio. Durante una mia esperienza personale nel Friuli, nel terremoto del ’77 e in Irpinia in quello dell’ottanta, mi trovavo lì come direttore di cantiere dell’ospedale di Bisaccia, ho potuto constatare che, oltre ai danni causati dal terremoto, la cosa peggiore, per tutte le popolazioni colpite, era quella di trovarsi in mezzo alle paludi istituzionali delle competenze, che producevano talvolta più danni dello stesso sisma, creando sconcerto, disorientamento, il totale scoramento delle popolazioni coinvolte. Mi sono reso conto quindi, che al di là del supporto materiale, bisogna dire alle popolazioni che cosa devono fare, dove devono andare, in modo che si possa conservare quel minimo di dignità».
    «Perché dunque, trovandosi in una situazione dove non si prefigura alcuna emergenza, sprecare questo prezioso tempo, senza dedicarsi a una pianificazione? Senza pensare a una formazione, una informazione, un’infrastrutturazione del territorio? Da qui è nata l’idea di un progetto, apparentemente semplice ma complicato nella sua sostanza. Si parte dal presupposto che la Campania è fortemente squilibrata dal punto di vista demografico, su cinque milioni e settecentomila abitanti, quattro milioni di questi vivono sul tratto di costa che va da Castelvolturno a Salerno. Ne consegue un congestionamento di tutta la zona e la sua ovvia invivibilità. Di contro abbiamo invece le zone dell’Alto Casertano, del Beneventano, dell’Avellinese e del Salernitano, che sono stupende ma soffrono per lo spopolamento, chiudono importanti servizi come ospedali e scuole, e si vive un problema diametralmente opposto a quello della fascia costiera».

    Lei quindi vede la doppia possibilità di decongestionare la costa e di rivitalizzare l’entroterra?
    «Infatti, il Progetto Vesuvio da me fatto e condiviso da ConfIndustria Caserta, al punto tale da presentarlo come osservazione al Piano Territoriale Regionale, ha come obiettivo quello di trasformare un’emergenza in un’opportunità! Non vedendo più il Vesuvio come un problema ma come una risorsa».

    … anche un modo per uscir fuori dalla logica dell’emergenza! Dove terremoto e spazzatura ci hanno dimostrato quanto possa essere controproducente la logica emergenziale che ci impone a fare scelte sbagliate, come con la deroga della legge e così via.
    «Certo, in questo caso, se l’emergenza non c’è, perché non ragionarci sopra?».

    Ma la cosa che mi interessa approfondire è che lei esclude a priori la logica della “deportazione”…
    «Certo! E le dico anche il perché. Queste 600.000 persone, non sono un problema, sono una risorsa. Io ho partecipato, come osservatore di ConfIndustria, all’esercitazione della protezione civile MESIMEX (Major Emergency SIMulation Exercise ndr.) 2006, che fu finanziata anche dall’Unione Europea per 250.000 €. Io feci domanda per poter partecipare gratuitamente all’esercitazione come osservatore. E quale dato emerse di profondamente sbagliato da questa logica della “deportazione”? Quella che, dati della protezione civile, l’area vesuviana, non è fatta solo di 600.000 persone ma erano anche 180.000 depositi postali, erano altrettanti conti correnti bancari, non sono quindi solo un problema ma anche un patrimonio che si sposta. Siamo arrivati al cuore del Progetto Vesuvio! Che ha come obiettivo quello di aumentare il PIL regionale oltre a salvaguardare il tessuto socio-economico, le persone, le loro attività. Se vanno fuori, tutto questo patrimonio rischia di andare altrove. Così come anche gli eventuali aiuti europei verrebbero sparsi per l’Italia se la popolazione fosse così dispersa». [soldi soldi soldi]

    Il suo Progetto Vesuvio prevede uno spostamento interno, ce ne illustri la dinamica
    «La dinamica è in sostanza questa, prendendo come base la rete viaria esistente ci si è posti la domanda di quale direzione scegliere per allontanarsi dalla zona rossa. Noi abbiamo ragionato in base alla vicinanza anche per evitare gli intralci tra paese e paese. In pratica si tratta di un allontanamento non di un’evacuazione, anche perché ci si potrebbe trovare in presenza di un falso allarme, questo allontanamento può essere di breve, medio o lungo termine, a seconda della gravità dell’evento».

    Sì, ma se ben ricordo, la logica delle tre fasi è prevista anche dall’ultimo piano dell’emergenza della protezione civile …
    «Tenga presente che si sta attingendo ormai dal Progetto Vesuvio! Visto che è ormai diventato legge nel 2008».

    In che senso è diventato legge, mi faccia capire.
    «Nel senso che, noi di ConfIndustria abbiamo presentato nel 2006 all’interno del Piano Territoriale Regionale (che è ormai diventato legge) delle osservazioni e dove si specifica che si resterà nell’ambito della regione Campania. Il problema è che la regione ha creato un vuoto istituzionale non adoperandosi di informare la protezione civile per la rimodulazione del proprio piano d’evacuazione. Non si è adoperata ad avvisare le quattro province di accoglienza e dire, guardate, nei vostri piani provinciali dovete recepire queste cose. Così come non s’è adoperata nei confronti dei comuni della zona rossa per informarli del fatto che non si andrà in caso di eruzione fuori regione. S’è fatta la legge (la n°13 del 13 ottobre 2008) ma non s’è trasmessa la sua applicazione». [come non detto, allora]

    Tornando quindi alle direttrici dell’allontanamento, lei ha immaginato quattro flussi verso le quattro province ospiti …
    «Considerando l’anello dell’intera fascia urbanizzata della zona rossa questa si apre in questo modo. Torre del Greco, Ercolano, verso nord; Torre Annunziata, Trecase, Boscotrecase, Boscoreale verso sud; gli altri verso est, sud-est, nord-est». [logiche geometriche]

    E quali saranno gli assi viari interessati?
    «Con circa 600.000 abitanti abbiamo calcolato una portata massima di 150.000 persone (ipotesi massima!) per ogni provincia di accoglienza. Secondo la logica della limitroficità questi sarebbero i gemellaggi: Torre del Greco ed Ercolano andrebbero nella provincia di Caserta, nella provincia di Benevento, Portici, San Giorgio a Cremano, Cercola, San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma. Ad Avellino invece, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano e Terzigno. In questo modo non s’intralciano l’uno con l’altro, questo è il punto. Infine, nel Salernitano andranno Boscoreale, Boscotrecase, Trecase, Pompei e Torre Annunziata». [logica campanilistica]

    Queste strade sono già pronte a sopportare il carico o hanno bisogno di un adeguamento strutturale?
    «Sicuramente ci sarebbe bisogno di un adeguamento ma deve considerare che nel nostro piano, nel momento in cui scatta un qualsiasi allarme, anche le strade di afflusso verso la zona rossa devono essere invertite come senso di marcia, nel senso che, se abbiamo l’autostrada, verso torre del Greco, con due corsie che scendono e due che salgono, tutte e quattro dovranno invece condurre verso la zona d’evacuazione. Un esempio pratico, sempre Torre del Greco, A3-A2-A1 e la statale 7 a Capua o a Caserta Nord, 43 minuti e si è già fuori pericolo, contro i 10 giorni del piano della protezione civile del 1995. Tanto per intenderci».

    Avete le idee ben chiare …
    «Sono 11 anni che ci lavoriamo ma ovviamente non sono solo io, c’è ConfIndustria Caserta, c’è il sindaco di Torre del Greco, quello di Pompei e i loro collaboratori, L’attuale presidente della provincia di Caserta».

    Ma anche il fatto di aver previsto il tutto senza prevedere nuovi investimenti è notevole, rispetto al contesto al quale ci si è ormai abituati …
    «Sa perché? Perché non è detto che per fare delle cose buone ci vogliono necessariamente prima i soldi. Ci vuole prima un buon progetto e poi, a livello economico, quel minimo che possa servire. Anche perché, nel Progetto Vesuvio è prevista una cosa che costituisce il momento fondante di tutto, il consenso creato dalla familiarità tra zona vesuviana e zone interne. Questo si crea attraverso i gemellaggi, non sulla carta ma supportati da esercitazioni annuali, che, in un solo giorno, coinvolgano il 50% della popolazione di ogni comune che, con propri automezzi e secondo percorsi prestabiliti raggiungano la zona di prima accoglienza e per rientrare la sera stessa». [familiarità tra zona vesuviana e zone interne?]

    Organizzati dalla protezione civile immagino.
    «Sotto la supervisione della protezione civile ma un passo prima ancora da fare è quello buttom up contrariamente al top down, ovvero quello di assecondare gli accordi dal basso e non quelli calati dall’alto e imposti magari anche in tenuta antisommossa! È questo uno degli obiettivi che il Progetto Vesuvio si propone». [militarizzazione]

    È indubbiamente una visione interessante, dove chi si rifugia non è più visto come un occupante come è accaduto nel basso Casertano nel post terremoto dell’80, ma come un’opportunità. Lei prospetta quindi un turismo dell’emergenza, senza però l’emergenza!
    «Sì e soprattutto turismo interno! Le faccio un esempio, nel ’58, la mia famiglia, nel mese d’agosto, prendeva il treno a Caserta e andavamo a trascorrere quindici giorni al mare, a San Giovanni a Teduccio».

    Un sogno!
    «C’erano le cabine, le sdraio, gli ombrelloni e si trascorreva tranquillamente lì le vacanze. In compenso, da Torre Annunziata partiva un treno che andava a Telese per andare a fare i bagni sulfurei. Mi sa dire se oggi esiste più questo turismo? C’è poi un altro fattore da esaminare, se non c’è infatti un’istituzione adeguata a supportare la sorveglianza e che tuteli le bellezze paesaggistiche del nostro territorio, allora c’è bisogno che si istauri un processo economico virtuoso, che motivi il campano ad uscire dalla logica del precario, del provvisorio. È questo quello che vogliamo raggiungere con la nostra fondazione, la fondazione privata Convivenza Vesuvio. Il suo comitato strategico decide inoltre le linee guida da attuare presso le istituzioni, affinché queste svolgano il loro compito. In questo comitato abbiamo nomi come quello del professor di Natale, preside della Facoltà di Ingegneria, che si occupa di come gestire questo processo di equilibrio dinamico, perché ripeto, non deve essere una deportazione ma la gente si deve spostare e ritornare, senza alterare le proprie attività». [scappare dal vulcano in eruzione è come fare una vacanza]
    «Un altro membro è il professor Rocco Giordano, dell’Università di Salerno, che si occupa della mobilità, il professor Marotta, dell’Università del Sannio, esperto di economia orientata all’agricoltura, abbiamo un patrimonio di prodotti tipici che non deve essere disperso, anzi, rilanciato. C’è ancora la professoressa Prezioso, dell’Università Torvergata, unica non campana e punto di riferimento tra noi e l’Europa. Poi ancora il professor Gambardella, preside della Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli. Tutti, dal Presidente Onorario che sono io, fino all’ultimo dei collaboratori, a titolo puramente gratuito».
    «Concludo parafrasando il nostro conterraneo Troisi, bisogna ripartire da tre: uno la terra. Una volta bonificata questa terra può dare i migliori frutti, come sapore e quantità. Due, il sole. Perché qui abbiamo una stagione turistica di tre, quattro mesi più lunga dei nostri competitori e non sfruttiamo questo vantaggio. Tre, la storia. La nostra storia non è fatta solo dagli ultimi 150 anni. Dobbiamo entrare in questa logica, non c’è niente di rivoluzionario …». [perché non: pizza sole mandolino?]

    … è la forza delle cose semplici.
    «La forza delle cose semplici col supporto scientifico!».

    —— —— ——

    Devo scriverlo da qualche parte, altrimenti questo blog-taccuino diventa davvero troppo austero e severo: GRAZIE CIRO!

    —— —— ——

    Le frasi in grassetto corsivo sono mie, come pure le frasi barrate tra parentesi quadre.

    —— —— ——

    Un website da monitorare è quello della FONDAZIONE CONVIVENZA VESUVIO:
    http://www.fondazioneconvivenzavesuvio.it/

    Graficamente è difficile da leggere e, comunque, mi è impossibile copiare qui tutti i contenuti.
    Riporto giusto alcune voci.

    MISSIONE della FONDAZIONE:
    La missione della Fondazione Convivenza Vesuvio è quella di mettere in essere tutte le misure volte ad una convivenza nella maggiore sicurezza possibile con il Vesuvio.
    La Fondazione è senza scopo di lucro e si è data come obiettivo quello di trasformare l’emergenza Vesuvio in opportunità di sviluppo sia attraverso il “Progetto Vesuvio” che attraverso l’accoglimento di tutti i suggerimenti costruttivi che possono provenire da Enti, Istituzioni, soggetti pubblici e privati, finalizzati alla convivenza nella sicurezza di persone e attività economiche
    “.

    IL 14 LUGLIO 2008 si è tenuto un CONVEGNO a CASERTA:
    Convivenza Vesuvio: dall’emergenza all’opportunità Il Piano Nazionale di Emergenza del Vesuvio consiste, oggi, nel trasferimento delle popolazioni vesuviane in altre aree del Paese. Ma è il modo più idoneo, questo, dal punto di vista sociale ed economico, per gestire l’emergenza causata dall’attività eruttiva del vulcano? A questa domanda ha tentato di dare una risposta e, soprattutto, di offrire un’alternativa il “Progetto Convivenza Vesuvio” elaborato da Vincenzo Coronato, delegato di Confindustria Caserta alle problematiche connesse ai Grandi rischi ambientali. Del Progetto Convivenza Vesuvio, e soprattutto della possibilità di trasformare l’emergenza in opportunità, nel parleranno economisti, politici, geologi, demografi ed esperti dei sistemi dei trasporti e logistica nel corso di un convegno, lunedì 14 luglio, con inizio alle 9,30, presso la sede di Confindustria Caserta, in via Roma, a Caserta. L’obiettivo del convegno, dunque, è quello approfondire l’impatto socio-economico dell’attuale filosofia del Piano Nazionale di Emergenza a vantaggio di un progetto che favorisca un drenaggio programmato delle persone e delle attività economiche e sociali verso altre zone della Regione Campania. Insomma, che abbia l’obiettivo di trasformare l’emergenza in opportunità di sviluppo, oltre che di conservazione delle attività e del capitale umano esistente“.

    I PARTECIPANTI:
    Marco Demarco, moderatore, direttore del Corriere del Mezzogiorno
    Alessandra Lonardo, Presidente del Consiglio della Regione Campania
    Vincenzo Coronato di Confindustria Caserta: “Il Progetto Convivenza Vesuvio”
    Cristiana Coppola, vice presidente Confindustria per il Mezzogiorno
    Maria Prezioso dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”: “Dall’emergenza come limite all’emergenza come risorsa. Indirizzi per una pianificazione preventiva sostenibile e competitiva del territorio campano”
    Giuseppe Marotta dell’Università degli Studi del Sannio: “Modello di sviluppo tra emergenza e nuove prospettive”
    Rocco Giordano, dell’Università di Salerno: “Il sistema della mobilità e infrastrutture a sostegno dello sviluppo della Regione Campania”
    Ciro Borriello, sindaco del Comune di Torre del Greco
    Claudio D’Alessio, sindaco del Comune di Pompei
    Carlo Cicala, presidente di Confindustria Caserta

    IL PROGETTO della FONDAZIONE CONVIVENZA VESUVIO è QUI:
    http://www.fondazioneconvivenzavesuvio.it/PROGETTO_VESUVIO.htm

    LA (ricca) RASSEGNA STAMPA:
    http://www.fondazioneconvivenzavesuvio.it/indice-rassegna-stampa.htm

  9. AGGIORNAMENTO del 14 febbraio 2014:
    E’ stata approvata la nuova tabella dei gemellaggi tra i comuni vesuviani e le regioni d’Italia.
    Ne ho scritto QUI.

    – – –

    Commento originale del 20 dicembre 2013:

    DOVE ANDARE IN CASO DI ALLARME VESUVIANO? IL PIANO DI EMERGENZA REDATTO NEL 1995 PREVEDE DEI GEMELLAGGI TRA I COMUNI DELLA “ZONA ROSSA” E LE REGIONI ITALIANE, MA CON LA NUOVA ZONA ROSSA DELINEATA NEL 2013, CAMBIANO ANCHE I GEMELLAGGI, SUI QUALI TUTTAVIA C’E’ ANCORA CONFUSIONE.

    “Corriere del Mezzogiorno”, 14 dicembre 2013, QUI

    Gemellaggi tra città e regioni
    «CHI VIVE A NOLA VA IN VAL D’AOSTA». DOVE FUGGIRE SE ERUTTA IL VESUVIO
    Aggiornato il piano, deciderà la Commissione Unificata
    di Angelo Lomonaco

    NAPOLI — Per fortuna sul Vesuvio si sta intensificando soltanto l’attività dialettica e non quella eruttiva o sismica. Giovedì c’è stato un convegno a Napoli, nella redazione del periodico Il Fiore Uomosolidale, sul tema «Intervista al Vesuvio: vulcano o montagna?», con Giuseppe Mastrolorenzo dell’Osservatorio Vesuviano. Venerdì 20 [RINVIATO AL 24 GENNAIO 2014], invece, si discute di «Zona rossa e sviluppo dell’area vesuviana» nella sala congressi del Santuario di Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia, iniziativa organizzata da Vesuvio Hub in collaborazione con il periodico L’Ora Vesuviana e l’associazione SviMeu. E probabilmente la voglia di dibattere è cresciuta anche perché sta per approdare in Conferenza Unificata (sede congiunta della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Stato-Città e autonomie locali) il nuovo piano di emergenza per il rischio Vesuvio.
    NUOVO PIANO DI EMERGENZA – L’aggiornamento, in realtà approntato a inizio anno, richiede il placet della Conferenza perché sono stati rivisti l’elenco dei Comuni in Zona rossa e anche la mappa dei gemellaggi, cioè di Regioni e Province autonome che dovrebbero ospitare i campani evacuati.
    LA GEOGRAFIA DEGLI SFOLLATI – Mentre si sa da mesi che i Comuni inclusi nella zona di massimo rischio sono passati da 18 a 24, più parte di Napoli, non si conosceva la nuova ripartizione delle destinazioni per i possibili fuggitivi. Compresi i cittadini di Nola che potranno mettersi in salvo in Valle d’Aosta (dove prima andavano i residenti a Ottaviano, dirottati adesso nel Lazio), quelli di Palma Campania destinati a raggiungere il Friuli, mentre da Poggiomarino è prevista l’evacuazione nelle Marche, da San Gennaro Vesuviano in Umbria, da Scafati in Sicilia, da Pomigliano d’Arco nel Veneto e dai quartieri napoletani esposti al massimo a rischio, cioè Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, nel Lazio. Forse per l’inserimento dei nuovi Comuni, forse per altri imperscrutabili motivi, intanto, rispetto alle mappe precedenti cambiano molte destinazioni. Qualche esempio. Da Boscoreale nel 1995, poi nel 2001, successivamente nel 2006, era prevista l’evacuazione in Puglia: ora la meta-salvezza è in Calabria. Da Torre Annunziata, al contrario, finora era previsto che ci si mettesse in salvo in Calabria, ora si dovrà fuggire in Puglia. Gli abitanti di Torre del Greco nel ’95 erano destinati in parte in Sicilia e in parte in Sardegna; nel 2001 e nel 2006 solo in Sicilia; con l’aggiornamento 2013 dovranno evacuare verso la Lombardia. Da Somma Vesuviana, invece, nei piani del 1995, del 2001 e del 2006 era previsto lo spostamento in autobus verso l’Abruzzo: per loro la destinazione è oggi la Lombardia. Eppure proprio i sommesi sono stati protagonisti della prima prova di evacuazione alla fine del 1999. Quattordici anni fa. In quell’occasione arrivò a sorpresa anche Franco Barberi, allora sottosegretario alla Protezione civile. L’esperimento coinvolse centocinquanta famiglie, meno di mille persone. che furono trasportate in autobus ad Avezzano. Ci furono parecchie polemiche, e Barberi rispose agli altri sindaci che era stata scelta Somma Vesuviana perché era «una delle poche cittadine che si era dotata del piano di viabilità, richiesto da tempo». Barberi e il prefetto Romano annunciarono che dal gennaio 2000 sarebbe stata organizzata «una prova-campione al mese». Ben sette anni dopo, a fine ottobre 2006, si tenne quella che Guido Bertolaso, allora a capo della Protezione civile, definì «la più grande simulazione mai entrata in scena finora».
    MESIMEX – L’esercitazione, denominata «Mesimex», interessò i 18 Comuni vesuviani inseriti nella fascia rossa con il trasferimento simulato di tutti gli abitanti dell’area: 550 mila persone. In realtà le persone coinvolte furono circa 2.500, tra cittadini, volontari, forze dell’ordine e personale sanitario. E la prova ruotò principalmente — di nuovo — intorno a Somma Vesuviana e ad Avezzano, in Abruzzo, come meta dei sommesi da sfollare. Qualche altra iniziativa, di dimensioni molto contenute, c’è stata anche in seguito. Ma l’attività in area vulcanica e in Zona rossa è stata prevalentemente dialettica e cartacea. L’evacuazione richiederebbe una grande e meticolosa organizzazione, a cominciare dai piani di viabilità e da un’adeguata segnaletica stradale. Mai vista. Del resto non sembra che le amministrazioni municipali siano particolarmente preoccupate di predisporre tutto il necessario in caso di una vera evacuazione e di farlo rapidamente. L’Anas, invece, nello scorso settembre ha approvato il progetto esecutivo relativo alla Statale 268 del Vesuvio, finanziato con fondi europei per 54 milioni grazie alla Regione Campania. L’obiettivo è saldare il grande anello stradale intorno al Vesuvio, che con lo svincolo di Angri unisce la statale all’autostrada, opera fondamentale per il piano Vesuvio. I lavori saranno completati entro il 2015. Nel frattempo, nei prossimi giorni, la Conferenza Unificata distribuirà i fondi per l’accoglienza dei vesuviani sfollati
    .

    – – –

    La vecchia mappa dei gemellaggi, dal website della Protezione Civile (20 dicembre 2013):

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